10 settembre 2012

La naturale conseguenza



Cosa pensavate che potesse succedere, a furia di non dare risposte alle persone?
Che le persone avrebbero aspettato pazientemente i tempi della politica?
Che avrebbero ancora una volta creduto alle promesse?
Che avrebbero cercato la crescita dentro se stessi (scusate la sottile polemica)? 

Dalle parti degli infedeli, di Leonardo Sciascia

Incipit
A monsignor Angelo Ficarra, da più di dieci anni vescovo di Patti, il segno dei tempi nuovi fu dato da una lettera anonima. Accompagnava un articolo dell’Osservatore romano in cui si celebravano, nel decennio della morte, le virtù del cardinale Bisleti; e segnato in rosso questo passo: “Splendente esempio di vita sacerdotale, il Cardinale fu particolarmente sensibile ai problemi dell’educazione del Clero, che egli sognava santo ed eroico, e fu inesorabile nell’impedire l’accesso al Sacerdozio di coloro che egli giudicava indatti”.
Per scrivere questo breve racconto Sciascia si è basato su un carteggio reale intercorso tra il vescovo di Patti, monsignor Angelo Ficarra, e i vertici della curia, la Sacra Congregazione Concistoriale.
Oggetto delle lettere, la prima scritta nel 1949, in seguito alle elezioni provinciali, lo scarso appoggio del vescovo alla campagna elettorale della Democrazia Cristiana. Che, appunto, aveva perso nel 1946  le amministrative a Patti e negli altri comuni a discapito di altre liste popolate da Massoni, comunisti, atei (ed era stato subito attaccato in modo subdolo sui giornali e da lettere arrivate anche ai suoi superiori).

Monsignor Ficarra subisce un piccolo processo di staliniana memoria: deve difendersi da accuse che si basano sul nulla. Semplicemente, Ficarra non aveva capito (prendendo alla lettera la sua missione) cosa significasse l'attività pastorale di un vescovo in terra siciliana.
La Sacra Congregazione, nella persona del cardinal Piazza, invia una dopo l'altra una serie di lettere in cui chiede conto dello stato della sua diocesi; Ficarra viene invitato, per il suo stato precario di salute (cosa non vera) a farsi da parte, a nominare un sostituto.

Ma il vescovo di Patti, forse intuendo di subire una ingiustizia (se gli avessero chiesto direttamente di dimettersi forse l'avrebbe fatto), rinvia ogni volta la scelta. Accetta che la Sacra Congregazione gli affianchi un vescovo ausiliare, come coadiutore.
Cosa che, nonostante Ficarra non ne abbia bisogno, avviene nel 1952, col monsignor Pullano.
La vicenda, che ha del surreale termina nel 1957 quando con un ulteriore lettera, dopo aver riconosciuto il vescovo ausiliare come amministratore apostolico sede plena (praticamente esautorandolo del tutto), la congregazione comunica a Ficarra la sua nuoova sede, nominandolo arcivescovo titolare di Leontopoli di Augustamnica, conferendogli un titolo puramente onorifico, come è appunto per i vescovi in partibus infidelium.
Nella terra degli infedeli.

"Ma dalle parti degli infedeli, non nominalmente ma a tutti gli effetti, monsignor Ficarra c'era già stato".

Dalle parti degli infedeli è una sorta di apologo (basato su un racconto vero e sul carteggio sulla cui divulgazione pesava la scomunica) sul senso di religiosità dei siciliani (e non solo), sui rapporti tra politica e religione. Sulla «refrattarietà dei siciliani alla religione cristiana», le cui innumerevoli forme di culto facevano pensare a Sciascia più ad una forma di superstizione che non a una religione.

Da wikipedia:

Nel 1938 fu richiamato dal cardinal Pacelli, il futuro Pio XII, per aver impedito la proiezione di un documentario sul viaggio di Mussolini in Sicilia, fedele al divieto di proiettare film durante le feste religiose.

Dopo la Liberazione, risultò particolarmente inviso agli esponenti locali della Democrazia Cristiana, che addebitavano alla mancata mobilitazione del clero la mancata affermazione dello scudocrociato nelle elezioni a Patti ed in altri comuni vicini.[3]

Nell'estate del 1950, fece scalpore la firma di mons. Ficarra in appoggio alla petizione pacifista contro la proliferazione nucleare (appello di Stoccolma) promossa dai Partigiani della Pace, guidati dal premio Nobel, e comunista, Frédéric Joliot-Curie. [1] [2] Essa sembrava infatti in aperta violazione della scomunica di Pio XII verso i comunisti, e il divieto ad appoggiarne le associazioni da essi organizzate "anche se camuffate sotto altri nomi".

Come raccontato da Leonardo Sciascia nel saggio Dalle parti degli infedeli, la Sacra Congregazione Concistoriale, allora presieduta dal card. Piazza, chiese invano le dimissioni di mons. Ficarra, ufficialmente a causa di un testo (peraltro inedito) nel quale il vescovo sottolineava gli aspetti paganeggianti della religiosità dei siciliani, attaccati agli aspetti rituali del culto.[4] Secondo taluni, dal saggio trasparivano le simpatie del presule per le tesi moderniste, suffragate peraltro dalla fitta corrispondenza avuta in gioventù con Ernesto Buonaiuti, esponente di spicco del modernismo italiano e per questo motivo scomunicato.

La Sacra Congregazione pose quindi sotto tutela il vescovo, cui fu affiancato un ausiliare non richiesto, nella persona di mons. Giuseppe Pullano (1953), che nel 1955, non decidendosi a dimettersi il Ficarra perché convinto di non avere colpe, venne nominato amministratore apostolico sede plena; il che significa che Ficarra, pur restando in sede (sede plena), era del tutto esautorato, perché Pullano reggeva la diocesi direttamente a nome del Papa.


Il link sul sito di Sellerio.
Il link per ordinare il libro su ibs.
Technorati:

09 settembre 2012

O vi mangiate questa minestra …

Dobbiamo metterci il cuore in pace: ogni giorno si rinforza il fronte del Monti bis. Dopo il referendum di Cernobbio (dal forum Ambrosetti), il nuovo (?) partito di Casini ed Emma in nome del montismo forever, il sondaggio di Mannheimer su Corriere, il discorso del presidente che assicura la sua vigilanza, affinchè l'agenda Monti venga applicata anche dopo il suo mandato.

sondaggio: quattro italiani su dieci vogliono il governo tecnico. Eccoli in attesa di dare la loro opinione.
Peccato che l'agenda Monti non esiste. O meglio: devono essere ancora approvati i 360 decreti attuativi per le riforme. Il pareggio di bilancio sarà difficilmente raggiunto (con questa recessione), e servirà qualcuno credibile per spiegare che “strutturalmente” siamo in pareggio. Certo serve una politica che tagli gli sprechi, che tenga a bada i conti e gli interessi da pagare sul debito. Ma dovrebbe essere cosa da buon senso.

E invece no: serve proprio lui, il professore. Piacerebbe risentire quello che dicevano i banchieri, manager, economisti nel forum di Cernobbio del 2011, in quello del 2010 ..
Piacerebbe che qualcuno dei giornalisti presenti al forum avesse ricordato a Tronchetti della sua gestione Telecom. A Orsi del crollo del titolo Finmeccanica e delle tangenti. A Squinzi delle sue accuse passate alla riforma Fornero. A Cucchiani delle sue telefonate con Bisignani. A Passera delle due inchieste che lo coinvolgono per elusione. Alla Marcegaglia del suo progetto al La Maddalena
Fondamentalmente, non sono sono state toccate in modo incisivo le frequenze TV, la legge contro la corruzione ha vita difficile, la patrimoniale non è stata fatta, come nemmeno la Tobin Tax. La stretta al contante e l'uso del Bancomat hanno risvegliato le critiche dei commercianti e potrebbero essere un altro aiuto alle banche (dopo la mossa di Draghi, per cui la BCE garantisce per i titoli di stato nelle pance delle nostre banche).

Oggi quelli che si permettono ancora di parlare di Alcoa, Pomigliano, Taranto, Aquila (c'è una città da ricostruire), Malagrotta (e di tutti i luoghi devastati dalla gestione criminale dei rifiuti), Val di Susa (e tutte le altre grandi e inutili opere), viene risposto che oggi si deve parlare di spread, di mercati, di rendimenti, di tassi di interesse, di firewall, di fondi salva stati … Sentite come è più alla moda?
E se c'è ancora qualcuno che sostiene che non è vero che esiste solo questa minestra, che esiste anche un'altra idea di Europa, un'altra agenda politica per il paese, che magari dovrebbero sceglierla anche gli elettori, viene loro risposto che sono populisti, che sono demagoghi, antieuropei, sfascisti.

Oggi Scalfari su repubblica ("per l'Europa o contro, questa è la scelta"):
Antonio Di Pietro invece ha avuto un'altra pensata: raccogliere le firme e indire un referendum per l'abolizione dell'articolo 18 del codice del lavoro. Vendola si è associato. Acqua fresca per racimolare qualche voto vagante ma incitare le piccole imprese a scomparire nel sommerso.
Immaginiamo per amore d'ipotesi che i voti populisti di questo tipo si raccolgano insieme e mettano in imbarazzo la maggioranza parlamentare futura o addirittura la scavalchino come reagirebbero i mercati? E immaginiamo che quel bel ragazzo di Matteo Renzi, abilissimo nell'arrampicarsi sulla pertica dell'"outsider", sia lui a guidare un moncone dell'ex Pd insieme ad un moncone del Pdl e spetti a lui di rappresentarci in Europa. Il presidente della Bundesbank un'ipotesi del genere per buttare l'Italia fuori dall'euro se la sogna la notte.

Questo è l'anatema che raggiungerà chi si permette di cantare fuori dal coro. Attenti: i mercati vi ascoltano.
PS: Di Pietro, in realtà, vuole unreferendum sulla riforma Fornero, che ha tolto l'obbligo di reintegro in caso di licenziamento (per motivi economici) illegittimo.

PS2: l'articolo de Il fatto "Monti&Co, nove mesi di annunci. Ma per i giornali diventano riforme
".


08 settembre 2012

La salute democratica


Noi che ci troviamo in mezzo non ci sentiamo troppo bene.
Delusi dai partiti tradizionali, specie quelli che dovrebbero rappresentare il centro sinistra, delusi dal governo tecnico che ha salvato l'Italia (che però sta messa peggio di un anno fa) e con tante incognite che si aggiungono sul M5S, il partito o movimento che dovrebbe rappresentare la novità alle prossime elezioni.

Il fuorionda di Favia, vecchio di quattro mesi, ribalta tutte le dichiarazioni fatte dai grillini e da Favia stesso nei mesi precedenti, sul chi comanda nel movimento. La base, tramite la democrazia del web, o Casaleggio? Pare che conti di più la parola del titolare di una impresa che cura la comunicazione del movimento e di altre imprese private. Siccome questo movimento si candida ad essere il secondo partito nazionale (e Grillo sogna di presentarsi addirittura a Napolitano), la richiesta di maggiore trasparenza e democrazia è obbligatoria. Ora, e non dopo le elezioni.
Cosa diceva Grillo? Una testa, un voto. Non, un Casaleggio un voto.

Ma gli altri partiti, quelli definiti “tradizionali” non sono messi meglio. Nel Partito Democratico si faranno le primarie? Forse. Viste le polemiche e le tensioni per le parole di Renzi. Il rottamatore vicino a Marchionne (a sua volta rottamatore della Fiat, potremmo anche definirlo così).
Difficile che alle prossime elezioni si riesca a rinnovare il gruppo dirigente del partito, composto da persone con alle spalle molti anni di politica. 
E anche nel PD sono molti gli episodi che denotano la cattiva salute interna, in fatto di rappresentanza e democrazia: la mancata tessera a Grillo, per esempio. Le primarie a Napoli, coi cinesi. Le tessere della Margherita (più tessere che voti).

Anche nel PDL in quanto a tessere non proprio pulite non si scherza. Nel 2011, il partito è passato da qualche migliaio a 1 milione di tessere. Molti, come ormai consueto nella politica italiana, si sono trovati iscritti a loro insaputa.
Potremmo aggiungere che se è poco democratico Casaleggio che impone candidati (se Favia ha ragione), lo dovrebbe essere anche il porcellum che lascia nelle mani dei segretari di partito tutte le scelte. Non tutti presentabili (almeno nel M5S la fedina è pulita).
Lo stesso vale per le elezioni regionali, coi loro listini bloccati che permettono elezioni certe a personagi che non hanno fatto proprio il bene del paese (o della regione Lombardia).

Infine i tecnici. Al forum Ambrosetti c'è stato un plebiscito: dopo Monti, un Monti bis. Con l'avvallo dell'ex premier Prodi (che così forse potrebbe arrivare al Colle). 
Domanda, ma se dopo Monti c'è ancora Monti con la sua agenda (di destra, per essere chiari), se alle prossime elezioni le alleanze si faranno dopo (come par di capire dalle parole dei leader dei partiti), se dai discorsi sono spariti i programmi e le scelte politiche, non è che abbiamo un problema di democrazia ben più grave di Grillo e Casaleggio?
A che servono i partiti allora? A che serve il Parlamento (ovvero il luogo dei rappresentanti dei cittadini)? Se tutto si decide sui mercati, in Europa, negli incontri di vertice, negli impegni presi da altri governi o dai tecnici.
Dopo Monti serve ancora Monti per continuare il risanamento: ma lo stato di crisi perenne, di emergenza perenne non ricorda lo stato di guerra perenne di cui parla Orwell nel suolibro 1984?

In merito al giudizio sul governo tecnico (e delle sue riforme), c'è una lunga carrellata su Il fatto quotidiano (bloggato qui) a cura di Travaglio (si proprio lui, il giornale del network anti Monti) sui titoloni dei giornali, ad amplificare le parole di ministri e sottosegretari. Ecco, sui giornali la crisi è finita ed è in arrivo una paccata di miliardi per crescita e sviluppo.

I 20-30 miliardi per le imprese a maggio; gli 80 miliardi del piano sviluppo a giugno per arrivare al miliardo, sempre per le imprese, di questo settembre.
Ma anche il dl anti corruzione è in attesa, come la legge elettorale.
Anche nel libro di Orwell, veniva inculcato alle persone che 2+2=5

07 settembre 2012

La puntualità del destino (booktrailer)

Una bambina che scompare, i giornalisti che si scatenano sulla notizia, un colpevole ideale (e immigrato).
E poi un ex poliziotto che dopo 8 anni dall'aver smesso la divisa, sa cosa deve fare:

una volta ero un poliziotto, ora non lo sono più. E quello che sto per fare, lo faccio perchè voglio farlo. Perché è giusto.Non mi obbliga nessuno, nemmeno me stesso.
La puntualità del destino (Piemme editore), l'ultimo giallo di Patrick Fogli (qui per ordinare il libro su ibs).

Il paradosso


Il paradosso è sotto gli occhi.
L'Ilva di Taranto non può chiudere, nonostante l'inquinamento e le malattie che provoca, perché la sua fine costerebbe a noi 8 miliardi. Anche per importare l'acciaio dall'estero.
Ma nel frattempo Alcoa puòchiudere, perché la politica ha lasciato mano libera agli americani che preferiscono chiudere e costringere l'Italia ad importare alluminio, piuttosto che favorire la concorrenza (la Klesh,multinazionale Svizzera, e la Glencore).
Serve un rilancio delle imprese, eppure mi sembra si faccia un po' poco per tenere in vita quelle esistenti.
Serve affrontare il problema della disoccupazione, eppure in questi giorni leggo dei primi licenziamenti“per motivi economici”, fatti grazie alla legge Fornero.
Legge che, spiega il ministro, darà effetti nel futuro (la fase 2?), perché ora siamo in fase recessiva. E allora, mi chiedo io, quale era l'urgenza di farla così in fretta, e così male? Solo perché serviva al premier per non andare ai tavoli europei con le mani vuote? Non è un po' cinico questo?

Serve una politica industriale che indichi dove mettere i soldi, su che industrie puntare. Che non assista silente alla fine delle industrie Fiat in Italia.
Che risolva il problema energetico (un bel gap per le nostre imprese, assieme a corruzione e burocrazia, altro che articolo 18). Eppure si leggono solo proclami, proposte, slogan.
Il senatore Marino vede bene Passera tra di loro, altri lo vedrebbero bene a dare una risposta politica ai problemi dell'industria.
Perché magari non si deve difendere il posto di lavoro in sé, ma il lavoro e la dignità delle persone sì.

La mossa della BCE di Draghi ha fatto abbassare lo spread e ha dato effetti positivi alle borse. Ma rimangono le stime pessimiste dell'OCSE sul pil italiano, le statistiche su aziende che hanno presentato i libro in tribunale.
Come a dire che c'è una bella differenza tra economia reale e spread. Sull'economia c'è ancora molto da fare, e non è solo compito delle parti sociali.

Così come esiste una bella differenza tra il dire le cose e poi farle.
Vedi il caso delle società concessionarie delle slot machine (“Anche i tecnici si inchinano alle slot machine” di Ferruccio Sansa, linkato qui): un giro da 45 miliardi, mentre le loro concessioni gratuite sono scadute. Uno dei re del settore è addirittura latitante all'estero.

Ma certo, è più facile prendersela con quella nostra abitudine al posto fisso.

06 settembre 2012

Il grande paese


Ieri , al congresso del Partito Democratico americano, per aiutare la rielezione (unica) dell'attuale presidente Barack Obama (eletto nel 2008), l'ex presidente Bill Clinton ha tenuto il suo discorso.

Clinton è stato presidente per due mandati negli anni 90, dopo di che è uscito dalla scena politica.

Nel partito repubblicano, lo sfidante di Obama è  Mitt Romney, uomo d'affari con capitali nei paesi off shore. Alla prima elezione.
Questo succede negli Stati Uniti.

In Italia, abbiamo più o meno le stesse persone di quando Clinton governava. Berlusconi, D'Alema, Bersani, Casini, Bossi...   
Anche questo costituisce uno spread: il differenziale politico tra Italia e le altre democrazie. Dove i partiti e i loro valori rimangono (anche quelli poco condivisibili per me del partito repubblicano) e i candidati passano.

Bollicine


E così, la tassa “contestata” sulle bollicine è saltata. Il limite per i video poker si è abbassato a 200 metri (e ovviamente nessun aumento di tasse per i concessionari dei giochi online). Le regioni faranno presente le loro ragioni sulla proposta del ministro Balduzzi di un presidio h24 di medici difamiglia, per evitare che le persone si presentino negli ospedali. E infine il parlamento “limerà” a suo modo la norma che sottraeva alla politica la possibilità di scegliere dirigenti di Asl e primari.



Archiviato il decreto Balduzzi, oggi si passa al “decreto sviluppo 2”: meno carta più digitale, pagamenti conbancomat (o comunque elettronici) sopra i 50 euro, banda larga ecc..
Tutto bello. Troppo bello per essere vero.
D'altronde dobbiamo essere ottimisti: “la ripresa è dentro di noi” (bisogna solo farlo sapere ai cittadini di Taranto che si stanno ammalando ancora, ai lavoratori del Carbonsulcis, a quelli dell'Alcoa ..) e, assicura il tesoro, anche la Chiesa pagherà l'IMU.

Per la legge elettorale ci siamo quasi (sono passati quasi nove mesi per la sua genesi, un parto). Nel PD non c'è nessun accordo sul futuro organigramma: sono passati dalla passione per Marchionne (ieri osannato da Chiamparino e Fassino, oggi abiurato da D'Alema) a quella per Profumo prima e Passera poi.

Quasi quasi, meglio Monti.

A proposito, chissà cosa si saranno detti ieri con Abi e Ania al tavolo: avranno parlato del caso Monte dei Paschi? O delle polizze assicurative, in Italia le più alte d'Europa?
O di come rilanciare l'industria. A proposito, alla Huawei a Roma, i primidue casi di licenziamenti per motivi economici (introdotti dalla riforma Fornero). Effetto di una riorganizzazione interna (nonostante sia un'azienda in crescita).
Ma tanto la ripresa è dentro di noi, no?

PS: questa sera su Rai 3 andrà in onda la replica della puntata di Report "Contanti .. saluti al nero". Era la proposta del disincentivare l'uso del contante, per combattere l'evasione fiscale e anche la corruzione. 

05 settembre 2012

Maigret e il signor Charles, di Georges Simenon

In una mattina di marzo, in cui un principio di primavera inizia a far capolino nel cielo, una signora si presenta dal commissario Maigret, per denunciare la scomparsa del marito. È la moglie del notaio Gerard Sabin-Levesque, un famoso professionista conosciuto e stimato sia dai suoi clienti, che dai suoi collaboratori. Sebbene non sia suo compito, quello di indagare sulle persone scomparse, Maigret accetta di ascoltare la donna. Nathalie (questo il nome della donna), che ha chiesto proprio di Maigret conoscendone la fama, ha un'aria strana, che lo colpisce. Sicuramente, forse per darsi anche coraggio, ha bevuto qualche bicchierino. 


Anche il signor Sabin-Levesque, come racconta la moglie a Maigret, ha le sue stranezze: come il vizio di sparire per due o tre giorni, in compagnia di una ragazza “raccattata” in qualche locale notturno. Per poi tornare sempre a casa: ma questa volta la vacanza dura da più di un mese.

Parlava con un certo sforzo, e non solo per via dei due cognac che aveva bevuto. Né li aveva bevuti per darsi coraggio: il volto devastato e la difficoltà a mantenere il controllo rilevavano una bevitrice abituale.  
«Aspetto che lei mi fornisca qualche particolare». 
«Mio marito è fatto così». 
«Così come?». 
«E' un tipo che perde la testa. Se incontra una donna che gli piace, non può fare a meno di vivere con lei per qualche giorno. Finora, il più lungo dei suoi, diciamo così, capricci è durato due settimane». 
«Mi sta forse dicendo che che queste donne le raccoglieva per strada?».«Più o meno. Generalmente, nei locali notturni». 
«Usciva da solo?».«Sempre». 
«Non la portava mai con sé?».  
«E' da un pezzo che non siamo più niente l'uno per l'altra».
Per Maigret, che assieme ai suoi collaboratori inizia una sua indagine, come se fosse un fatto personale: indagine che diventa un'esperienza umana, per il dover entrare in modo anche prepotente a volte, nella vita delle persone. Come quello della signora Sabin-Levesque, del suo dover bere, per quel suo tic alla bocca. Cosa nasconde quel suo atteggiamento scostante, a volte insofferente alle domande. E anche in quella del signor Gerard, il professionista dalla doppia vita: di giorno notaio sulla migliore piazza di Parigi, di notte allegro playboy, col nome di Charles.
Il notaio, che prima conduceva una vita da playboy di punto in bianco si era sposato. Perché? Il classico colpo di fulmine? O forse Nathalie, che si faceva chiamare Trika, aveva adottato una strategia abilissima? Che cosa sognava? 
Una vita mondana in un appartamento di lusso, viaggi, soggiorni in località alla moda? Fatto sta che, dopo circa tre mesi di vita coniugale, Sabin-Levesque aveva ricominciato ad uscire da solo. Perché? 

Sono tante le domande cui Maigret fa fatica a darsi una risposta: come si era arrivati a questa situazione, di condurre una vita separata, nella stessa casa? È per questo che aveva iniziato a bere? 
“Perché non se ne andava? Perché sopportava quell'esistenza soffocante?Al pomeriggio andava al cinema. Almeno così diceva. Ogni tanto si faceva accompagnare dall'autista in un bar del quartiere degli Champs-Elysées dove beveva da sola, appollaiata su uno sgabello. I barman, senza neanche aspettare che lei glielo chiedesse, le riempivano il bicchiere non appena lo vedevano vuoto. Non parlava con nessuno. Nessuno parlava con lei. Per gli altri, lei era «quella che beve»”.
Come in altri romanzi, anche questa indagine si rivelerà un viaggio nell'abisso dell'anima. Solitudine, ambizione, egoismo, ricerca del piacere.

“Maigret e il signor Charles” è l'ultimo libro scritto da Simenon nel 1972: dopo questo scrisse soltanto opere autobiografiche. Un Maigret a chiudere la sua bibliografia, così come fu un Maigret (Piotr il Lettone) ad aprirla, tanti anni prima.


Il link per ordinare il libro su internetbookshop.
La scheda sul sito di Adelphi.

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Autunno caldo, riforme fredde

Si preannuncia un autunno caldo: ma a dirlo questa volta non sono i sindacati cattivi, ma il presidente di Confindustria.
I numeri parlano chiaro. Poi possiamo dare la colpa a chiunque (il mercato, gli speculatori, gli italiani che non vogliono fare sacrifici): ma i numeri su lavoro, pil, reddito, inflazione, calo consumi, sono spietati.
Ad inizio del suo mandato, Monti aveva promesso equità (oltre a rigore e crescita). Equità nel cercare di mettere in sicurezza il paese.

È stata equa allora la riforma delle pensioni, che ha causato il problema degli esodati, senza tagliare del tutto pensioni d'oro e vitalizi (anche nelle regioni)?
È stata equa la riforma del lavoro, che ha tolto un paletto che tutelava il lavoratore sui licenziamenti economici (imponendo il reintegro)?

Stiamo aspettando ancora la legge anti-corruzione (con i reati di autoriciclaggio, di traffico di influenze), una seria lotta all'evasione (i blitz hanno un effetto a breve termine), l'innalzamento dei tempi di prescrizione dei reati, l'IMU imposto anche agli immobili della Chiesa. E invece sentiamo ancora discutere di intercettazioni, legge elettorale (il premio al partito o alla coalizione?), responsabilità civile dei magistrati.

Serve rilanciare l'economia, abbattere il debito, far ripartire le imprese. Eppure, nonostante il fiorire di proposte (per spirito elettorale?), sembra che non si possa fare niente. Mancano le coperture per detassare gli stipendi, per togliere le tasse sulle infrastrutture; non si possono togliere le province, le regioni stanno protestando per la riforma nella sanità del ministro Balduzzi (che deve fare un passo indietro sullo stop alle slot machine vicine a scuole).
Abbiamo i precari nella scuola? Facciamo un bel concorso. Ma sembra più un modo per nascondere un problema. Che è quello delle migliaia di insegnanti precari nelle graduatorie da anni.

Dall'incontro di ieri con Hollande, a parte le solite frasi di circostanza, sappiamo ora che il TAV Torino Lione si farà. E siamo più contenti. Tra dieci anni, i giovani laureati ci impiegheranno meno ore per arrivare in Francia.

E noi dovremmo votare per un partito che dice si alla agenda Monti (o a Passera), senza se e senza ma? O, dico, ma siamo matti?
Le parole di Passera e Monti sembrano quasi una resa della politica. Passera che dice che non c'è più niente da fare per Alcoa.
E Monti che chiede alle parti sociali di darsi da fare.

Ma non dovrebbe essere loro compito fare piani industriali ed energetici?



04 settembre 2012

Ausmerzen di Marco Paolini

Ausmerzen: vite indegne di essere vissute.
Il 26 gennaio 2011
Marco Paolini raccontò, in prima serata su La7, la storia del progetto Aktion T4: lo sterminio di massa di circa 300000 persone, nella Germania nazista. Erano disabili, persone con disagi psichici, bambini nati con deformità: non sono i milioni di morti passati per il camino per la “soluzione finale” (zingari, ebrei, comunisti, gay). Tutto questo avvenne prima, col beneplacito di una legge di stato, di buona parte della comunità scientifica tedesca, col silenzio della popolazione. E continuò anche dopo la fine della guerra, quando tutto era finito.
Di questo sterminio, ci ha raccontato Paolini, se ne parla poco: forse perché qui a morire erano pazzi, persone deformi, persone con problemi. Forse anche perché le idee, le teorie scientifiche che portarono a questo sterminio non furono solo del nazismo e della Germania di Hitler.


No: dietro Aktion T4 ci sono le teorie dell'Eugenetica, nate alla fine dell'800 con la Belle Epoque, col progresso scientifico, con lo sviluppo delle grandi industrie (che finanziarono proprio le ricerche in ambito di Eugenetica), con la nascita di un primo benessere borghese, che poteva essere minacciato dalle masse di emigrati in cerca di una vita migliore.

Ausmerzen è una parola dal suono dolce, e anche l'Eugenetica stessa è una teoria nata per un principio etico, secondo alcuni nobile. Quello di decidere, sulla pelle altrui, cosa è normale e cosa non lo è. Cosa è curabile, e dunque può rimanere all'interno della società, da cosa non è recuperabile e dunque può essere eliminato. Ausmerzen: come i piccoli agnellini che per la transumanza di marzo andavano eliminati perché deboli. 

Questo libro è un approfondimento del racconto trasmesso in televisione, una sua riscrizione in cui si parte da Aktion T4, per arrivare al rischio di una nuova eugenetica sociale, nelle democrazie di oggi. Dove, pare, ancora si debbano selezionare quanti sono produttivi e competitivi per il mercato globale, da quanti non lo sono più e possono essere messi da parte.

Il libro di Paolini parte dalla belle epoque, epoca in cui i dottori sviluppano questa filosofia per migliorare il mondo e la società: Galton (che da la definizione di Eugenetica), Graham Bell (che fece degli studi sulla sterilizzazione dei sordomuti, per impedire che la malattia si espandesse), Konrad Lorenz e l'italiano Lombroso. Quello per cui dalla faccia, dai lineamenti di una persona si poteva capire quanto era disposto al crimine. E, dunque, se il tuo male è qualcosa che ti porti dentro e non è curabile, è giusto che tu non possa procreare.
Prima di Aktion T4, ci sono state le sterilizzazioni di massa in tanti paesi nel mondo: da Wikipedia

Germania: 1933-1941: oltre 400.000

Stati Uniti: 1899-1979: circa 65.000
Svezia: 1934-1976: 62.888
Finlandia: 1935-1970: 58.000
Norvegia: 1934-1977: 40.891
Danimarca: 1929-1967: 11.000
Canada: 1928-1972: circa 3.000
Svizzera: 1928-1985: meno di 1.000
Nel suo libro
Mein Kampf, Hitler cita espressamente gli Stati Uniti e la loro politica per la sterilizzazione, per la purificazione del paese. 

“ L’Unione americana rifiuta gli elementi cattivi dell’immigrazione, ed esclude semplicemente certe razze dalla concessione della cittadinanza – e con ciò professa già, in pronunciamenti ancora deboli, una mentalità che è propria del concetto nazionale di Stato.”

Come si vede, è facile passare da un principio apparentemente nobile (chi non vorrebbe avere attorno a se persone sane, senza malattie), all'orrore.

Basta assumersi l'onore di decidere per gli altri. Senza preoccuparsi del dolore che si crea, della condizione in cui stanno i più deboli.
D'altronde, per anni anche dopo la guerra si è continuato ad effettuare l'elettroshock sui matti (in Italia in anestesia solo dal 1963), e la lobotomia. 

I principi dell'Eugenetica furono l'alibi per la politica “purificatrice” di Hitler: nel 1933, quando arrivò al governo, usò l'arma della propaganda (il cinema soprattutto) per far passare nella società tedesca l'idea che gli anormali erano un peso per tutti. 
Una delle prime leggi è quella sulla sterilizzazione degli anormali (dopo aver sterilizzato gli altri partiti):
“persone affette da una serie di malattie ereditarie - o supposte tali - tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington e deficienza mentale. Inoltre la legge prevedeva la sterilizzazione degli alcoolisti cronici.”

Furono create delle corti genetiche, composte da medici e giudici, col compito di applicare questa legge. 
Nel 1939 si arrivò all'Eutanasia di Stato: ovvero l'eliminazione fisica delle vite “indegne”. Si iniziò con in bambini. Qui nasce la struttura, in Tiergartenstrasse 4 a Berlino (da cui la sigla T4), dove si gestì l'intero ciclo di gestione dello sterminio: la gestione delle sedi dove procedere con l'eliminazione di bambini e adulti; la gestione degli elenchi di persone da “trattare”, che arrivavano dagli psichiatri consulenti dell'organizzazione; la gestione dei trasporti e infine la riscossione dei crediti.

Come si intuisce, molte delle cose apprese durante Aktion T4 furono poi messe a frutto quando lo sterminio divenne di larga scala. Come si uccide in modo più veloce? Col veleno, col gas, con la denutrizione?
Come si devono trattare i “malati” all'ingresso? 

Alle dipendenze della cancelleria personale di Hitler fu creato il «Comitato del Reich per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite gravi» a capo del dottor Brandt: un modo elegante per indicare le persone che, secondo lo spirito della nuova nazione hitleriana, dovevano essere eliminati. Ovvero prelevati dalla famiglie, anche con l'aiuto dei medici di famiglia, per essere portati nelle strutture dove poi venivano uccisi.
Abbiamo il nome del primo bambino che subì questo trattamento, il figlio dei signori Knauer.
Non abbiamo però i nomi di tutti gli altri 5000 bambini, uccisi col falso consenso dei genitori (quale genitore non vorrebbe che il figlio venisse curato?) a Grafeneck, Bernburg, Hartheim, Sonnenstein, a Hadamar, a Kaufbeuren a Brandemburg.

La guerra, scoppiata nel 1939, rese più semplici queste operazioni di morte, la pretesa pietà nei confronti di bambini con handicap, anche per il principio portato avanti dalla propaganda per cui non è giusto che mentre i sani muoiono al fronte, i malati vengano curati nelle strutture sanitarie: come disse Hermann Pfannmüller, fervente nazista ed uno tra i medici coinvolti nell'Aktion T4,
“è per me intollerabile l'idea che i migliori, il fiore della nostra gioventù, debbano perdere la vita al fronte perché i deboli di mente ed elementi sociali irresponsabili possano avere un'esistenza sicura negli istituti psichiatrici”.

Nel 1941 si passa alla fase 2 di Aktion T4, con l'eliminazione degli adulti. Le sedi erano già pronte, la struttura statale (e in parte
esternalizzata in strutture private) già rodata: si calcola che nel totale furono uccise 300000 persone nei centri di Aktion T4. Uccisi da personale medico, infermiere, da suore “coscienziose” con iniezioni letali, diete che portavano alla morte per denutrizione, camere a gas. 

Ma non è solo questo: queste persone furono anche usate come cavie per esperimenti scientifici (o presunti tali), come fossero state cavie o semplici cose. Fino a quanto regge un corpo immerso nell'acqua fredda? Cosa succede a lanciare per aria una bambina più volte?
Per far avvicinare il lettore a questa tragedia, per non far sì che questa rimanga una storia di numeri e statistiche, Paolini racconta una di queste morti:
Lossa Ernst, un rom di 13 anni, ucciso a Kaufbeuren. Colpevole di avere un carattere insopportabile, di rubare piccole cose, di essere irrequieto coi compagni e i superiori. 


Eugenetica oggi.
Ausmerzen inizia con le parole di Primo Levi sul dottor Pannwitz in “Se questo è un uomo”:

..quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità, dell’anima umana.

Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza,della grande follia della terza Germania.
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato: Il cervello che soprintendeva a quegli occhi azzurri, e a quelle mani coltivate diceva: “Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere ‘che è ovviamente opportuno sopprimere..”


Il dottor Pannwitz era colui che esaminava i candidati in un reparto chimico di Auschwitz: come fossero non persone, cose. Come pesci dentro un acquario o bestie dietro le gabbie di uno zoo.

Paolini immagina il suono del cervello del dottor Pannwitz: è come quello di un telefono fisso, che suona a vuoto. Ed è lo stesso suono che esce dalle teste di chi pensa che ci siano vite “sacrificabili”, di chi divide le persone in normali e non, di chi si arroga il diritto di poterle eliminare. Magari non fisicamente, ma semplicemente, girando la testa dall'altra parte per non vederle soffrire, facendo finta che non esistano. 

Le persone chiuse nelle carceri, nei Centri di identificazione. Negli ex manicomi.

Il vescovo Van Galen, una delle poche voci che si alzò contro la politica del governo nazista di eutanasia, disse “Hai tu, ho io il diritto alla vita solo finché siamo produttivi, ritenuti produttivi da altri?”.

Sono parole che assumono un valore profondo ancora oggi, dove c'è chi pensa che anche la Democrazia, il welfare, aiutare chi sta indietro, non è produttivo, chi non sta al passo coi mercati, sia un costo che non ci possiamo permettere. Secondo la logica per cui bisogna ridurre i costi della società, a qualunque costo. 
Non è anche questa eugenetica sociale?

Il racconto di Paolini, così pieno di sdegno, di passione ma anche condito con dosi di houmor, termina col racconto di una di queste morti, di “vite indegne di essere vissute”. Il piccolo Hurbinek, la cui memoria è stata salvata da Primo Levi ne “La tregua”:
Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva.Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo.La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno piú che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo».Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata. O meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavano in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morí ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento.Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole

La prima parte del racconto televisivo andato in onda nel 2011:



La scheda del libro sul sito di
Einaudi.
Il primo capitolo del libro in pdf.
Il racconto sul sito di Jole film.

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03 settembre 2012

La bella del Chiaravalle di Dario Crapanzano

La bella del Chiaravalle. Milano, 1952


La bella del Chiaravalle si chiama, anzi si chiamava Carolina Marchesetti, in arte Lina. In arte perché, sebbene cercasse di tenere la cosa nascosta ai parenti, Carolina esercitava il mestiere più antico del mondo. A Milano, alla casa chiusa del Chiaravalle e anche in altre città del nord.
Molto bella e dunque molto richiesta dai clienti, ma anche molto sfortunata: giovane vedova, per la morte del marito, partigiano ucciso dai tedeschi durante la guerra. Per sfuggire alla miseria e allo sfruttamento del lavoro di mondina, decise di usare la sua avvenenza e il fascino sugli uomini.
Fino al 7 maggio 1952, quando suo zio Attilio, operaio della Marelli, la trova morta rincasando dal turno di notte. 

È il commissario capo Mario Arrigoni, del commissariato di Porta Venezia a Milano, che deve seguire il caso, assieme alla sua squadra (che già abbiamo conosciuto nel precedente romanzo, “Il giallo di via Tadino”): il vice Mastrantonio e l'agente Di Pasquale.

Ed è una indagine molto particolare, che ruota attorno alla professione svolta dalla morta: dentro i “casini”, i luoghi dove le prostitute esercitavano legalmente (dal 1860, quando furono introdotti da Cavour) quel mestiere. In questo mondo Arrigoni deve svolgere le sue indagini, fare le sue domande, trovare i perchè alle sue domande. Le solite che ci si pone di fronte ad un omicidio: chi può averla uccisa? Per quale motivo?

Dentro il casino di Chiaravalle il commissario ha modo di incontrare maitresse con pochi scrupoli, magnaccia (o protettori) con troppo gioielli addosso e un'aria da criminale e soprattutto le altre colleghe della Lina. Che era molto bella e suscitava invidie, sia per i riguardi che riceveva dal padrone della casa, sia perchè era molto richiesta dai clienti (che incontrava anche fuori).
Clienti, su cui giocoforza deve allargarsi l'indagine, tra i quali compaiono avvocati, assicuratori e anche semplici impiegati. Tutti sedotti dal fascino della ragazza morta, per cui erano disposti a spendere un piccolo patrimonio, per comprarne la compagnia.
E' stato uno di loro ad ucciderla? Un amante respinto, un cliente? Potrebbe essere perfino lo zio Attilio, che con la Lina aveva un atteggiamento “morboso”.

Tra le colleghe, Arrigoni ha modo di conoscere la Veronica, molto amica della Lina, che lo indirizza sul suo ultimo fidanzato, Angelo Gatti. Anche lei una bella donna, che sa usare bene il suo fascino sugli uomini: persino il commissario rimane turbato dalla sottile seduzione che questa mette in atto nei suoi confronti.

L'indagine è l'occasione per mostrare la Milano dei primi anni del dopoguerra: le macerie nei quartieri le case distrutte, testimoniano le ferite che la guerra ha lasciato.
Un certo benessere inizia a girare, specialmente a riguardo di quello che gli italiani possono permettersi di mettere a tavola. Nelle case degli italiani iniziano a comparire quegli elettrodomestici che oggi ci sono così familiari (come il frigorifero); per le strade di Milano girano i tram (il metrò ancora non è stato inaugurato), i milanesi usano molto le bici per spostarsi e infine i Navigli sono ancora lì, scoperti.

È la Milano delle botteghe, delle osterie dove magiare un sanguis (traduzione dall'inglese sandwich) e bere un bicchiere di vino. Dei caseggiati popolari, dove vivevano assieme l'operaio e il professionista.
E dove erano ancora aperte le “case chiuse”, dove dietro l'apparenza di sensualità, seduzione, erotismo a pagamento, si nascondevano sfruttamento, tristezza, invidie e amicizie.

Il secondo romanzo di Crapanzano, conferma quanto di buono avevo trovato nel primo: l'umanità del personaggio (possiamo definirlo il Maigret meneghino?), la bella ricostruzione della Milano degli anni '50, il far convivere nelle stesse pagine sia il lato professionale del protagonista, ma anche quello personale (la moglie più giovane, la figlia), raccontate dall'io narrante che è un po' la voce della coscienza del commissario capo Mario Arrigoni.


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Il generale lasciato solo


Il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa è uno dei quattro “Uomini soli” di cui Attilio Bolzoni parla nel suo libro.

Il generale con gli alamari cuciti addosso, il generale dei nuclei antiterrorismo grazie a cui riusci a combattere e vincere il terrorismo rosso negli anni 70-80.
Ma anche l'ufficiale che, nel 1949 indagò sull'omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, per arrivare alla mafia dei Corleonesi. Il dottor Navarra e i suoi soldati Luciano Liggio e anche Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Troppo zelo, troppa voglia di indagare a fondo, non solo sulle coppole storte.
Il trasferimento in varie caserme dell'Italia del nord e poi il ritorno a Palermo, nel 1966, a capo della Legione: sono gli anni successivi al sacco di Palermo di Ciancimino, Gioia e Vassallo. Sono gli anni in cui la mafia è già diventata mafia imprenditoriale, nel campo delle costruzioni. Ma ancora, per intere parti della magistratura, per le istituzioni, per la politica, la mafia non esiste.
Ma Dalla Chiesa e i suoi uomini tracciano una mappatura delle famiglie palermitane.

Nel 1973 a Torino per combattere il terrorismo, grazie ai metodi imparati nella lotta alla mafia. Schedature, mappa delle relazioni tra personaggi e famiglie.
La storia del generale Dalla Chiesa è piena di interruzioni: come a Palermo (e Corleone prima), anche a Torino il lavoro del suo “nucleo” viene interrotto, la brigata di cui era capo viene sciolta nel 1976.
Per essere ricostituita nell'estate 1978, dopo il rapimento e la morte dell'onorevole Aldo Moro.

Chiese l'iscrizione alla P2 per ottenere la promozione a generale di divisione. Nuovamente messo da parte, anche dopo lo scandalo delle liste della loggia P2 scoperte nel 1981, viene ritirato in ballo dal presidente Spadolini. 
Dopo la morte del deputato comunista Pio La Torre, è mandato come prefetto a Palermo per combattere la mafia. Pieni poteri, ma solo a parole. 

Qui, il generale, ma anche l'uomo, è lasciato solo. Solo perché questa volta, non ci si vuole fermare alla mafia che spara, ma anche alla mafia che si è fatta impresa e finanza. Dalla Chiesa vuole entrare nelle casse dei cugini Salvo, nelle banche.

Nell'ultima intervista al giornalista Bocca disse: 

«Credo di aver capito la nuova regola del gioco. Si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché isolato».
A Falcone, Buscetta confessò che Dalla Chiesa fu ucciso non solo per volere di Cosa Nostra, ma perché il generale era ingombrante per qualcuno nello stato.
I diari di Moro. Le connessioni tra mafia e politica. Ancora oggi non sappiamo i perché della sua morte, il 3 settembre 1982 a Palermo.
Ancora oggi, osserviamo l'isolamento di magistrati e uomini delle forze dell'ordine che cercano di indagare su mafia e imprese, su mafia e politica.
Uomini soli, lasciati soli perché non si lasciano piegare dal potere.  

02 settembre 2012

La cura non funziona, ma dobbiamo andare avanti


La cura non funziona, ma dobbiamo andare avanti.
Questo in sintesi, il ragionamento di alcuni partiti della strana maggioranza, con poche sfumature. C'è Casini che vede bene Monti al Quirinale o a Palazzo Chigi. L'importante è che si continui con l'agenda Monti, che poi è l'agenda Tremonti, per gli accordi europei.
Bersani dice si alle alleanze allargate, ma il governo deve cambiare marcia. Quando non si sa, visto che fino ad ora il PD ha pesato poco.


Oggi su tutti i giornali si parla di lavoro, dei tavoli aperti al ministero, della crisi (150 tavoli di crisi, 180000 lavoratori, 30000 esuberi). Si leggono poi le ricette per uscirne: l'altro ieri erano le dismissioni dei beni pubblici, oggi il via a infrastrutture.
Si sfornano nuove riforme (e si aspettano gli effetti benefici delle riforme passate), come quella sui concorsi nella scuola, che fa fuori le vecchie graduatorie e che potrebbe portare ad un nuovo problema esodati, per tutti i precari che negli anni hanno fatto corsi di aggiornamento, master e che ora si vedono superati dal concorso. 

Il punto è che si continua ad affidare la soluzione dei nostri problemi, antichi, allestesse persone che ragionano con la stessa mentalità. Quella del referendum di Pomigliano, quella che l'articolo 18 frena lo sviluppo, quella che il TAV serve e basta. Quella dei condoni e che non possiamo tassare i ricchi altrimenti scappano. Quella della cultura che non da da mangiare.


Tra i mali antichi, di cui si parla pure poco, anche la mafia, anzi le mafie. Il superprocuratore Grasso parla di "menti raffinatissime", riferendosi agli articoli che hanno parlato, con angolature diverse, delle telefonate Mancino Napolitano.
Ha ragione, tanto è vero che oggi chi parla più dei contenuti dell'inchiesta sulla trattativa stato mafia? 
C'è un complotto contro le istituzioni, anzi, c'è già stato (visto che la trattativa non è più presunta, per le sentenze passate in giudicato). E gli effetti di questo complotto credo che si trascinino fino ad oggi. Da una parte quelli che intendono condizionare Napolitano negli ultimi mesi. Dall'altra quelli che, proprio strumentalizzando questa vicenda, vogliono arrivare a quella grande coalizione di centro.
Meglio non parlare di mafia. 

Invictus, di Simone Sarasso

Nicomedia, 22 maggio 337 d.c.Il vento chiesa di sale. E la luce d'alabastro delle finestre. L'Impero, là fuori, con il cuore in gola. È il tramonto. La fine di una vita intera. Costantino fissa la porpora gettata sul pavimento, la veste bianca che ha indosso, leggera come lo scirocco. Guarda le proprie mani. Mani che hanno stretto il mondo, ora buone a malapena per aggrapparsi alla sedia accanto al letto.
Vacilla. La testa ingombra di febbri e di pensieri. Si specchia negli occhi umidi di Eusebio.Il vescovo sbatte le palpebre e lo osserva come si ammira un prodigio. Come Cristo sceso in terra.Costantino non l'ha mai sopportato: quel piglio contrito, quelle manine da sarta, la continenza a mezza voce. E quell'insopportabile puzzo d'arianesimo che ancora si porta appresso.«Reggimi» gli comanda. «Non voglio morire prima d'aver visto un altro tramonto.»
Con questa confessione al Vescovo Eusebio sulla sua vita passata, inizia il romanzo di Simone Sarasso sull'imperatore Costantino, il “virgulto d'Illiria”. L'imperatore allevato a corte e nelle legioni a sangue e metallo per diventare imperatore romano. Il figlio illegittimo di Costanzo (e della stabularia Elena, futura santa cristiana), Cesare d'occidente, che riuscì nell'impresa di riunificare l'impero sotto un unico Augusto (l'impero romano era già diviso in due parti, quello d'Oriente e quello d'Occidente), sotto le insegne dell'Aquila e della Croce. Mise fine alle persecuzioni contro i cristiano e fece diventare il cristianesimo religione di Stato: una sola religione che avrebbe reso più unito il suo regno. 

Solo lo stile di Sarasso, che era già riuscito a raccontare le storie dei misteri d'Italia sugli anni 60 (Confine di Stato) e 70 (“Settanta”) nei due libri procedenti poteva osare tanto: raccontare in chiave moderna la vita di questo imperatore così importante per la storia europea.
Ne è uscito fuori un romanzo avvincente, che prende il lettore dalla prima pagina all'ultima, che non stanca mai, che riesce ad essere contemporaneamente epico senza essere holliwoodiano.

Il romanzo è un lungo flashback della vita di Costantino che egli stesso raccontata al suo confessore, il vescovo Eusebio, prima di prendere la confessione.
Racconto che, come anche il libro, è diviso nelle tre parti (se si esclude l'epilogo finale): La spada, La Corona, la Croce. I tre diversi filoni della vita dell'imperatore: la formazione come soldato, la conquista del potere e le guerre di romani contro romani e infine, unificato l'impero con l'Aquila romana e la croce cristiana (che l'aveva portato alla vittoria) l'ultima parte, quella del concilio di Nicea.

Si inizia dal 293 d.c. quando il il padre Costanzo lo conduce a Nicomedia, alla corte di Diocleziano, Augusto d'Oriente. Qui inizia la sua formazione, come futuro imperatore, sia all'interno delle legioni romane, sia tramite l'affiancamento del maestro di Retorica Lattanzio, che gli insegnerà “l'arte di convincere le persone attraverso i discorsi”.Come ufficiale delle legioni dell'Aquila, Costantino impara l'arte della guerra, a fianco di Diocleziano e del suo Cesare Galerio.
Costantino è testimone delle prime persecuzioni contro i cristiani, la religione che si stava espandendo dentro l'impero ma anche dentro la corte. L'unico Dio, della misericordia e della speranza contro gli antichi dei di Roma. Accusati di tramare contro l'impero, sono costretti alla perdita dei diritti civili se non abiurano la fede. Si arriva dunque all'editto di Diocleziano, alle incarcerazioni dei chierici, alle torture.
Alla successione dei tetrarchi con l'abdicazione di Diocleziano, Costantino non viene eletto Cesare, ed è costretto a fuggire dalla corte di Galerio (nuovo Augusto d'Oriente) per evitare la morte. In fuga, ha una prima visione “cristiana”: una donna dagli occhi azzurri che schiaccia una serpe. Altre visioni, in sogno, segneranno tappe importanti della sua vita, portandolo ad un avvicinamento al cristianesimo.
Il padre, alla sua corte, gli ricorda le parole che diventeranno il suo credo, ovvero “devi scegliere tra ciò che è giusto è ciò che è facile”.

La morte del padre e la sua acclamazione, da parte dell'esercito come suo erede (in spregio alle regole date dalla Tetrarchia), le ambizioni dei successori di Diocleziano, nelle altre sedi dell'impero, portano ad un periodo di guerre e confusione.
Costantino sfida Galerio emanando un editto che concede libertà di culto anche per i cristiani.
Massenzio viene nominato dal senato di Roma Augusto d'Occidente: si compra l'esercito mandatogli contro da Massimiano, e arresta il legittimo Cesare d'Occidente Severo.
E' il preludio ai venti di guerra, che porteranno alla celebre battaglia di ponte Milvio in cui le truppe di Costantino sconfiggeranno quelle di Massenzio, tingendo il fiume di rosso.
Anche questa volta, prima dello scontro, il segno divino: “in hoc signo vinces”, sotto questo segno vincerai. E il segno sono le due iniziali della parola Christos. La Chi e la Ro, segno che ancora oggi accompagna i pontefici di Roma, dopo più di mille anni.



Ma, dietro queste battaglie, Sarasso racconta degli intrighi di corte, delle alleanze costruite dentro il talamo: Costantino sposo della piccola Fausta, figlia di Massimiano. E Costantino stesso che da sua sorellastra Costanza in sposa al generale Licinio, per rinforzare l'alleanza.

Costantino diventa unico imperatore, e la sua missione compiuta: sapientemente saprà utilizzare la religione cristiana per unificare il suo stato. Nell'intervista dell'autore al blog Scrittura collettiva:

se si analizzano le nude fonti (evitando di farsi trarre in inganno dall’agiografia di Eusebio), si comprende come tra l’Imperatore Santo e il Redentore si sia stipulato, da Ponte Milvio in poi, una sorta di patto d’affari, tipico della tradizione pagana: si continua a pregare la divinità che porta maggior “profitto”; in questo senso, l’accordo tra Costantino e il Cristo dopo la vittoria di Ponte Milvio sarà sempre più redditizio, e dunque non vi sarà alcuna ragione per revocarlo.
Esiste tuttavia un rovescio della medaglia: Costantino da giovane assiste alle persecuzioni di Diocleziano e Galerio nei confronti dei cristiani, e il ricordo delle sofferenze lo segna in maniera indelebile: è toccante, ad esempio, l’accoglienza che riserva ai patriarchi storpiati dalle torture a Nicea.
Nonostante la terribile esperienza, Costantino vivrà sempre la Chiesa come un’estensione del proprio potere temporale: non si stancherà mai di dire la sua persino nelle complicate questioni di fede (che comprendeva molto poco) e arriverà a presiedere (con malcelato disappunto tra i vescovi, sia “ortodossi” che ariani) il primo Concilio Ecumenico della storia. Insomma, per farla breve, Costantino ebbe un rapporto con il cristianesimo (e con la Chiesa, soprattutto) molto simile a quello di qualunque altro sovrano a lui posteriore: il caro vecchio “do ut des” è sempre stato di gran moda, fin dai tempi antichi.

Potere, quello dell'imperatore, cui si arrivati anche sacrificando parte dei propri affetti: la moglie Fausta e il figlio Cristo, accusati di tradimento. Facendo suicidare Massimiano, portando alla pazzia il vecchio Diocleziano (che fu come un padre per la sua formazione iniziale). L'allontanamento, infine, dalla amata madre Elena, … Le mani di Costantino sono sporche del sangue versato, non solo in battaglia, per la furia di Trachala (il demone che porta dentro), ma anche per le scelte drammatiche che ha dovuto compiere.
Tutto questo significa potere, porterà alla sua solitudine perchè col potere “quando c'è lui tutto il resto scompare”.Nell'ultima parte della sua vita, la convocazione del concilio di Nicea, per preservare l'unità della religione di Stato contro il rischio delle scissioni, per le predicazioni di Ario, secondo cui Cristo era stato creato dal padre. Esito del concilio (convocato da un non battezzato!) la vittoria degli ortodossi con la loro linea del Cristo “generato non creato dalla stessa sostanza” di Dio.

La solitudine, probabilmente, una nuova visione, anche, lo portarono poi alla costruzione di una nuova capitale, inizialmente individuata nella vecchia Troia e poi nella città di Costantinopoli la splendente, nel 326 dc.
Morì, nel 337 dc, per una ferita nella guerra contro i persiani, che avevano sconfinato ad Oriente.
In guerra, come un soldato, dopo aver nuovamente diviso l'impero ai suoi figli e figliastri, ed aver ricevuto il battesimo dalle mani di Eusebio. Nella sua Nicomedia.

Quando la pietra cala sulla tomba e la sigilla in eterno, gli astanti sanno di aver assaggiato il respiro della Storia.Non resta che il buio a fare compagnia a Costantino. Buio pesto e niente stelle per il figlio prediletto dell'Illiria.Nato bastardo, cresciuto Imperatore, divenuto signore del mondo e morto solo come un cane, in odore ramato della santità.
L'intervista all'autore sul blog di Scrittura Collettiva.
Il link per ordinare il libro su ibs.
La scheda del libro sul sito di Rcs Rizzoli
Technorati:

01 settembre 2012

Sul cardinal Martini


La morte
Ho delle esitazioni quando come gli anziani si ammalano, hanno dolori, dipendono dagli altri .. Io parto dal principio che Dio non pretenda troppo da me: sa cosa possiamo sopportare. Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano. Mi auguro di riuscire a pregare. Noi ci esercitiamo a pregare. Mi fa sentire di essere sicuro di essere vicino a Dio.

Dal libro intervista “Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede” (Mondadori, link su ibs), del cardinal Martini e padre GeorgSporchill, che vive con i bimbi di strada in Moldavia.