Ausmerzen: vite indegne di essere
vissute.
Il 26 gennaio 2011 Marco
Paolini raccontò, in prima serata su La7, la storia del
progetto Aktion
T4: lo sterminio di massa di circa 300000 persone, nella
Germania nazista. Erano disabili, persone con disagi psichici,
bambini nati con deformità: non sono i milioni di morti passati per
il camino per la “soluzione finale” (zingari, ebrei,
comunisti, gay). Tutto questo avvenne prima, col beneplacito di una
legge di stato, di buona parte della comunità scientifica tedesca,
col silenzio della popolazione. E continuò anche dopo la fine della
guerra, quando tutto era finito.
Di questo sterminio, ci ha
raccontato Paolini, se ne parla poco: forse perché qui a morire
erano pazzi, persone deformi, persone con problemi. Forse anche
perché le idee, le teorie scientifiche che portarono a questo
sterminio non furono solo del nazismo e della Germania di Hitler.
No:
dietro Aktion T4
ci sono le teorie dell'Eugenetica,
nate alla fine dell'800 con la Belle Epoque, col progresso
scientifico, con lo sviluppo delle grandi industrie (che finanziarono
proprio le ricerche in ambito di Eugenetica), con la nascita di un
primo benessere borghese, che poteva essere minacciato dalle masse di
emigrati in cerca di una vita migliore.
Ausmerzen è
una parola dal suono dolce, e anche l'Eugenetica stessa è una
teoria nata per un principio etico, secondo alcuni nobile. Quello di
decidere, sulla pelle altrui, cosa è normale e cosa non lo è. Cosa
è curabile, e dunque può rimanere all'interno della società, da
cosa non è recuperabile e dunque può essere eliminato. Ausmerzen:
come i piccoli agnellini che per la transumanza di marzo andavano
eliminati perché deboli.
Questo libro è un approfondimento
del racconto trasmesso in televisione, una sua riscrizione in cui si
parte da Aktion T4, per arrivare al rischio di una nuova eugenetica
sociale, nelle democrazie di oggi. Dove, pare, ancora si debbano
selezionare quanti sono produttivi e competitivi per il mercato
globale, da quanti non lo sono più e possono essere messi da
parte.
Il libro di Paolini parte dalla belle epoque, epoca in
cui i dottori sviluppano questa filosofia per migliorare il mondo e
la società: Galton (che da la definizione di Eugenetica), Graham
Bell (che fece degli studi sulla sterilizzazione dei sordomuti, per
impedire che la malattia si espandesse), Konrad Lorenz e l'italiano
Lombroso. Quello per cui dalla faccia, dai lineamenti di una persona
si poteva capire quanto era disposto al crimine. E, dunque, se il tuo
male è qualcosa che ti porti dentro e non è curabile, è giusto che
tu non possa procreare.
Prima di Aktion T4, ci sono state le
sterilizzazioni di massa in tanti paesi nel mondo: da
Wikipedia
Germania: 1933-1941: oltre 400.000
Stati Uniti: 1899-1979: circa 65.000
Svezia: 1934-1976: 62.888
Finlandia: 1935-1970: 58.000
Norvegia: 1934-1977: 40.891
Danimarca: 1929-1967: 11.000
Canada: 1928-1972: circa 3.000
Svizzera: 1928-1985: meno di 1.000
Nel
suo libro Mein Kampf, Hitler cita espressamente gli Stati
Uniti e la loro politica per la sterilizzazione, per la purificazione
del paese.
“ L’Unione americana rifiuta gli elementi
cattivi dell’immigrazione, ed esclude semplicemente certe razze
dalla concessione della cittadinanza – e con ciò professa già, in
pronunciamenti ancora deboli, una mentalità che è propria del
concetto nazionale di Stato.”
Come si vede, è facile
passare da un principio apparentemente nobile (chi non vorrebbe avere
attorno a se persone sane, senza malattie), all'orrore.
Basta
assumersi l'onore di decidere per gli altri. Senza preoccuparsi del
dolore che si crea, della condizione in cui stanno i più
deboli.
D'altronde, per anni anche dopo la guerra si è continuato
ad effettuare l'elettroshock sui matti (in Italia in anestesia solo
dal 1963), e la lobotomia.
I principi dell'Eugenetica furono
l'alibi per la politica “purificatrice” di Hitler: nel 1933,
quando arrivò al governo, usò l'arma della propaganda (il cinema
soprattutto) per far passare nella società tedesca l'idea che gli
anormali erano un peso per tutti.
Una delle prime leggi è quella
sulla sterilizzazione degli
anormali
(dopo aver sterilizzato gli altri partiti):
“persone affette da
una serie di malattie ereditarie - o supposte tali - tra le quali
schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington e
deficienza mentale. Inoltre la legge prevedeva la sterilizzazione
degli alcoolisti cronici.”
Furono create delle corti
genetiche, composte da medici e giudici, col compito di applicare
questa legge.
Nel 1939 si arrivò all'Eutanasia di Stato: ovvero
l'eliminazione fisica delle vite “indegne”. Si iniziò con
in bambini. Qui nasce la struttura, in Tiergartenstrasse 4 a Berlino
(da cui la sigla T4), dove si gestì l'intero ciclo di gestione dello
sterminio: la gestione delle sedi dove procedere con l'eliminazione
di bambini e adulti; la gestione degli elenchi di persone da
“trattare”, che arrivavano dagli psichiatri consulenti
dell'organizzazione; la gestione dei trasporti e infine la
riscossione dei crediti.
Come si intuisce, molte delle cose
apprese durante Aktion T4 furono poi messe a frutto quando lo
sterminio divenne di larga scala. Come si uccide in modo più veloce?
Col veleno, col gas, con la denutrizione?
Come si devono trattare
i “malati” all'ingresso?
Alle dipendenze della
cancelleria personale di Hitler fu creato il «Comitato del Reich
per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite
gravi» a capo del dottor Brandt: un modo elegante per indicare
le persone che, secondo lo spirito della nuova nazione hitleriana,
dovevano essere eliminati. Ovvero prelevati dalla famiglie, anche con
l'aiuto dei medici di famiglia, per essere portati nelle strutture
dove poi venivano uccisi.
Abbiamo il nome del primo bambino che
subì questo trattamento, il figlio dei signori Knauer.
Non
abbiamo però i nomi di tutti gli altri 5000 bambini, uccisi col
falso consenso dei genitori (quale genitore non vorrebbe che il
figlio venisse curato?) a Grafeneck, Bernburg, Hartheim, Sonnenstein,
a Hadamar, a Kaufbeuren a Brandemburg.
La guerra, scoppiata
nel 1939, rese più semplici queste operazioni di morte, la pretesa
pietà nei confronti di bambini con handicap, anche per il principio
portato avanti dalla propaganda per cui non è giusto che mentre i
sani muoiono al fronte, i malati vengano curati nelle strutture
sanitarie: come disse Hermann Pfannmüller, fervente nazista ed uno
tra i medici coinvolti nell'Aktion T4,
“è per me intollerabile
l'idea che i migliori, il fiore della nostra gioventù, debbano
perdere la vita al fronte perché i deboli di mente ed elementi
sociali irresponsabili possano avere un'esistenza sicura negli
istituti psichiatrici”.
Nel 1941 si passa alla fase 2 di Aktion
T4, con l'eliminazione degli adulti. Le sedi erano già pronte, la
struttura statale (e in parte esternalizzata in strutture
private) già rodata: si calcola che nel totale furono uccise 300000
persone nei centri di Aktion T4. Uccisi da personale medico,
infermiere, da suore “coscienziose” con iniezioni letali, diete
che portavano alla morte per denutrizione, camere a gas.
Ma non è
solo questo: queste persone furono anche usate come cavie per
esperimenti scientifici (o presunti tali), come fossero state cavie o
semplici cose. Fino a quanto regge un corpo immerso nell'acqua
fredda? Cosa succede a lanciare per aria una bambina più volte?
Per far avvicinare il lettore a questa tragedia, per non far
sì che questa rimanga una storia di numeri e statistiche, Paolini
racconta una di queste morti: Lossa Ernst, un rom di 13 anni,
ucciso a Kaufbeuren. Colpevole di avere un carattere insopportabile,
di rubare piccole cose, di essere irrequieto coi compagni e i
superiori.
Eugenetica oggi.
..quando io sono stato di nuovo
un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per
vendetta, ma solo per una mia curiosità, dell’anima umana.
Perché quello sguardo non corse fra
due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello
sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario
tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato
l’essenza,della grande follia della terza Germania.
Quello che tutti noi dei tedeschi
pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato:
Il cervello che soprintendeva a quegli occhi azzurri, e a quelle mani
coltivate diceva: “Questo qualcosa davanti a me
appartiene a un genere ‘che è ovviamente opportuno
sopprimere..”
Il
dottor Pannwitz era colui che esaminava i candidati in un reparto
chimico di Auschwitz:
come fossero non persone, cose. Come pesci dentro un acquario o
bestie dietro le gabbie di uno zoo.
Paolini immagina il suono del
cervello del dottor Pannwitz: è come quello di un telefono fisso,
che suona a vuoto. Ed è lo stesso suono che esce dalle teste di chi
pensa che ci siano vite “sacrificabili”, di chi divide le persone
in normali e non, di chi si arroga il diritto di poterle eliminare.
Magari non fisicamente, ma semplicemente, girando la testa dall'altra
parte per non vederle soffrire, facendo finta che non esistano.
Le
persone chiuse nelle carceri, nei Centri di identificazione. Negli ex
manicomi.
Il vescovo Van
Galen,
una delle poche voci che si alzò contro la politica del governo
nazista di eutanasia, disse
“Hai tu, ho io il diritto alla vita solo finché siamo produttivi,
ritenuti produttivi da altri?”.
Sono
parole che assumono un valore profondo ancora oggi, dove c'è chi
pensa che anche la Democrazia, il welfare, aiutare chi sta indietro,
non è produttivo, chi non sta al passo coi mercati, sia un costo che
non ci possiamo permettere. Secondo la logica per cui bisogna ridurre
i costi della società, a qualunque costo.
Non è anche questa
eugenetica sociale?
Il racconto di Paolini, così pieno di
sdegno, di passione ma anche condito con dosi di houmor, termina col
racconto di una di queste morti, di
“vite indegne di essere
vissute”. Il piccolo
Hurbinek, la cui memoria è stata salvata da
Primo Levi ne
“La
tregua”:
Hurbinek
era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz.
Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva
parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato
assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato
con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni
tanto emetteva.Era
paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili
come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto,
saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione,
della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo.La
parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il
bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva:
era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice,
che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di
pena.Nessuno,
salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo
ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia di
Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno piú che paterno: è
assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse
protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a
parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e
troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la
sua intimità.Henek
invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge,
immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare,
gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di
ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta
e paziente. Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma
senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale
parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa
come «mass-klo», «matisklo».Nella
notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek
veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la
stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata. O
meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni
sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.Hurbinek
continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni
seguenti, tutti lo ascoltavano in silenzio, ansiosi di capire, e
c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la
parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio,
non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto
uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire
«mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva
con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.Hurbinek,
che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai
visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino
all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli
uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il
senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col
tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morí ai primi giorni del marzo
1945, libero ma non redento.Nulla
resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole