22 giugno 2014

Contrada Armacà, di Gianfrancesco Turano

Incipit
"CAPOCRIMINE Il fatto è per stasera alle sette, sette e mezzo. Dipende da quanta gente c’è dal parrucchiere. Il ragazzo lavora lì, lo aspettano all’uscita. Ha ventidue anni. Dimmi se si può morire così giovani. D’altra parte, è stata seguita la trafila necessaria a evitarlo. Gli hanno spiegato, prima con buona maniera, poi in malo modo. Con le mani nella faccia, come si dice. Lui niente. Ha fatto l’impossibile. Questa è una città di presuntuosi. Ti danno del tu e si danno del noi. E la trafila è andata avanti. C’era pochissimo tempo. Da quando la dirigente del Comune si è avvelenata, tre settimane fa, il ragazzo si agitava in nome della sua bella amicizia con la signora. Diceva che politici, dirigenti e compari assortiti l’avevano abbandonata dopo essersi arricchiti grazie a lei, con i soldi di tutti: delle imprese e dei fornitori che fallivano, dei disoccupati e delle famiglie con le fogne scoppiate in casa. Un moccioso, un ’mbriscipisciatu di quella fatta viene a dare lezioni di organizzazione a chi ha cinque continenti da mandare avanti e la pace nel mondo da mantenere, a chi si fa galere e funerali per lealtà. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.Il ragazzo ha creato un’emergenza, e in emergenza i protocolli di sicurezza si avviano in automatico. Non li puoi più fermare. Troppa gente rischia. Qualcuno si è rivolto a noi e prima dell’Epifania qualcun altro ha convocato i napoletani.Non è la prima volta. Nel 1976 – io ero bambino – sono stati usati gli uomini di Raffaele Cutolo per eliminare il vecchio don Mico Tripodo nella sua cella a Poggioreale: venti coltellate per cento milioni di lire, cinque milioni a coltellata. Costoso, ma ci siamo sempre trovati bene. È gente tecnicamente preparata, che non guarda in faccia a nessuno. Non è che a noi mancano le persone capaci. Preferiamo così. Qua non siamo sulla Montagna o sulla Piana che dobbiamo sempre mostrare quanto ce l’abbiamo lungo. Noi a Reggio diciamo: chi ha il comodo e non si serve, non c’è sacerdote che l’assolve".
Nella postfazione del libro, Gianfrancesco Turano racconta come la ndrangheta sia stata considerata per anni come un sottofenomeno di cosa nostra. Anche quando lasciava per terra centinaia di cadaveri nella guerra tra le cosche degli anni 80. Perché non aveva un Coppola, uno Scorsese e nemmeno un Leonardo Sciascia che la raccontasse dal suo interno.
Credo che ora il suo Sciascia l'abbia trovato nell'autore di questo libro, "Contrada Armacà".

Un libro dove realtà e fiction si confondono, poiché il racconto prende spunto da una serie di episodi di cronaca, della città di Reggio. La città del modello Reggio dell'amministrazione Scopelliti
La storia delle guerre di ndrangheta. Le guerre all'interno della procura reggina, magistrati contro magistrati, divisi in correnti e dove la giustizia viene misurata in base alle statistiche su arresti e confische di droga. E dove arresti e confische servono per le carriere dei singoli, come il nuovo procuratore arrivato da Palermo, il
siculo, (Pignatone).

Il dissesto finanziario del comune di Reggio, il suicidio della collaboratrice più fidata del sindaco (poi promosso governatore) e la morte di un giovane parrucchiere.
"7 gennaio 2011: Il giovane parrucchiere Giuseppe Sorgonà viene ucciso all’uscita del suo negozio in via De Nava a Reggio. Voci non confermate collegheranno la sua morte al caso Fallara".
Orsola Fallara era una dirigente della città di Reggio Calabria, accusata di aver causato il buco di bilancio e scaricata dalla politica locale (l'allora sindaco Scopelliti disse che non poteva leggersi tutte le carte che gli portavano), si cuicidò ingerendo diversi bicchieri di acido.

Nel libro i nomi di questi protagonisti cambiano: il parrucchiere ucciso in un agguato mentre è in macchina si chiama Rosario Laganà e la dirigente del comune, Oriana. Ma il resto è aderente alla realtà.
La magistratura che non si è impegnata nelle indagini sul suicidio della dirigente e che ha archiviato, anche un pò troppo in fretta, l'omicidio del ragazzo, amico intimo della donna e che stava per andare in Tribunale a confidare i suoi dubbi sulla morte di lei. Qualcuno l'aveva spinta? Come mai non sono stati analizzati i tabulati delle sue ultime telefonate?

Chi non si rassegna alla morte del ragazzo è però lo zio, Demetrio Malara, insegnante di educazione fisica in pensione e padre di Michele. Una delle tante morti per lupara bianca della ndrangheta: ucciso a quindici anni dalla ndrangheta, in un regolamento di conti fra clan rivali.
"La morte di Michele non era dovuta al suo eccesso di coraggio, al suo scarso senso del pericolo, all’essere cresciuto senza madre": Michele era morto per le centomila lire che aveva accettato, per far da vedetta durante un agguato. Finito male.
Ad indagare su quest'ultimo omicidio turba nemmeno troppo le coscienze della città (e delle istituzioni) è una strana coppia di detective: lo zio Demetrio, insegnate di educazione fisica nel miglior liceo della città e Fortunato Amato, un suo ex allievo, calciatore mancato e donnaiolo, che ha dovuto abbandonare la carriera di avvocato non solo per il suo nome, ma anche per l'arresto del padre.
Fortunato Amato, detto Nato si è trovato un nuovo lavoro, estremamente redditizio, come produttore di ebook per matrimoni: è una persona che conosce tutti e può entrare in tutti i salotti a fare domande. E' la persona giusta per capire chi ha ucciso Rosario, perché conosce mezza città, soprattutto la parte che conta, anche le persone che girano col grembiule da massone.

Ma sono domande che iniziano a dar fastidio a qualcuno. E quel qualcuno si premunirà di lanciare un preciso segnale alla coppia, con un bel colpo di fucile in un agguato a Monte S. Elia, mentre Demetrio e Nato erano sulle tracce del comandante.
"Lui è troppo in alto. È l’uomo di raccordo fra noi e gli americani che l’hanno mandato a controllare il passaggio delle armi dal porto".

Così, mentre si assiste alla fine del governo Berlusconi e con lui la fine di un certo blocco di potere, alla promozione a Roma del siculo (il procuratore capo di Reggio che ha applicato qui i criteri investigativi imparati a Palermo sulla mafia) i due investigatori dilettanti devono mettere fine ai loro propositi.
"Erano partiti da suo nipote Rosario, anzi ancora prima, dal suicidio della dirigente dell’ufficio Finanze e tributi. Poi avevano esplorato la pista dei soldi finiti in tasca ai politici, locali e nazionali, in Italia e all'estero. Poi si erano buttati sui contatti fra politici e crimine organizzato dentro le logge massoniche.Adesso passavano ai comandanti toscani con cittadinanza americana che spedivano borse di Gucci da Gioia Tauro a Roma con la protezione della Cia".
La ricerca dei responsabili della morte di Rosario, li porta dentro il gorgo dove è difficile distinguere i confini tra politica, massoneria e ndrangheta, potere politico locale e nazionale, servizi italiani e servizi esteri. Un intreccio dove tutto è legato: traffico della droga e delle armi, il controllo del porto di Gioia Tauro e l'11 settembre.
«Sai, Nato, sono tutte imitazioni» commentò Malara. «La grande mafia, il grande terrorismo, è sempre lo Stato. Questi copiano. Finché servono, li tengono, li fanno pure guadagnare.
Il racconto dell'indagine si alterna alle pagine dove a parlare in prima persona di ndrangheta, dei contatti con la massoneria e la politica, del suo ruolo nella strategia della tensione, delle divisioni nella magistratura sono il capocrimine, il giudice della direzione distrettuale, il poliziotto onesto.
E' in queste pagine che il lettore viene portato dentro il mondo delle ndrine, di come funzionano le cose in questa parte del paese (e non solo qui).
La ndrangheta non è verticistica come Cosa Nostra, ma come una polis.
Il traffico di droga? Si, è un giro d'affari da 24 miliardi per lo più in mano alle cosche joniche. Basta garantire qualche confisca al finanziere o al magistrato per farlig fare bella figura e incrementare le sue statistiche.
Ma altrettanto redditizio e meno pericoloso è coltivare i rapporti con la politica. Che ti garantisce appalti sicuri.
Come è cresciuta l'importanza della ndrangheta:
Turano lo racconta a fine libro con la cronistoria di questa organizzazione criminale. Un racconto criminale che parte dai moti di Reggio Calabria degli anni '70, i tempi del "Boia chi molla", al periodo dei sequestri di persona. Per arrivare alla nascita della Santa. La sovrastruttura che mette assieme massoneria e ndranghetisti, una sorta di camera di compensazione. E i servizi segreti che avrebbero favorito da una parte la fine dei corleonesi a Palermo per spostarsi sui calabresi.

La morte del giudice Scopelliti, che doveva presentare l'accusa in Cassazione, per il maxi processo, potrebbe essere spiegata così. 
«Dagli anni Settanta – con i moti di Reggio in città, il porto e il centro siderurgico a Gioia Tauro, la Liquichimica a Saline Jonica – si è attivato questo circuito, tuttora in funzione, dove le ‘ndrine copiano lo Stato che copia le ‘ndrine che ricopiano lo Stato.(…) I sequestri non sono serviti alla ‘ndrangheta per l’accumulazione primaria di capitale…(…) sono serviti ai criminali calabresi per costruire rapporti stabili, duraturi e confidenziali con lo Stato e per mettere lo Stato nelle condizioni di non poter combattere in modo efficace perché combatterebbe contro se stesso. Ecco spiegato perché questa città, al momento, non è dello Stato, non è degli italiani, non è nostra. Se entriamo in un bar, è loro. Se andiamo in un negozio di vestiti, è controllato da loro. I lidi del lungomare sono loro. (…) Certo, Reggio ha duecentomila abitanti. Non è Gioia e non è San Luca. Puoi vivere ignorando il contorno. Puoi passare una vita a negare la realtà. I reggini respirano ‘ndrangheta, cacano ‘ndrangheta».

Dopo la postfazione, chiude il libro una ricca cronologia degli eventi, a partire dagli anni 70 fino ad oggi. Il romanzo di Turano è un continuo mescolare realtà e fantasia, difficile capire dove finisca l'una e inizi l'altra. Come difficile distinguere il bianco e il nero, i buoni e i cattivi, lo stato e l'antistato.
Perché la vera forza nella ndrangheta è nei suoi rapporti con la politica, secondo un rapporto dove è difficile stabilire chi imita chi.
Difficile scrive di ndrangheta – continua Turano - anche per colpa dei tanti cronisti che hanno raccontato questa mafia secondo troppi clichè. I giornalisti embedded, li chiama l'autore. Quelli selezionati dalle procure, con una patente rilasciata da poteri extra giornalistici. Il perché abbia voluto raccontare queste storie, l'autore lo spiega nelle ultime righe:
è il senso di appartenenza che un calabrese prova per le sue origini. È una passione feroce, irrazionale, ottusa e nevrotica proprio perché gli argomenti logici a sostegno del sentimento scarseggiano. D’altronde, ad amare ciò che è amabile sono buoni tutti”.
La scheda del libro su Chiarelettere.
Alcuni estratti dal libro: la ndrangheta è come la polis, e le vie della droga.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

20 giugno 2014

La caccia al tesoro (degli evasori)

Bene il 730 precompilato, bene lo snellimento delle procedure col fisco.
Ma sulla lotta all'evasione manca sempre qualcosa perché, così come per la lotta corruzione, è anche un discorso di regole che non ci sono, sono di etica.
Perché, per esempio, si fa così fatica ad approvare la legge del "voluntary disclosure" per costringere gli evasori ad autodenunciarsi?
Nunzia Penelope racconta i retroscena dietro questa “legge morta due volte” nel libro "Caccia al tesoro"
Un colossale furto planetario, un bottino senza precedenti. Spicciolo più spicciolo meno, stiamo parlando di circa trentamila miliardi di dollari: il doppio della ricchezza prodotta ogni anno dagli Stati Uniti o dall’Europa, venti volte quella prodotta in Italia. È un capitale che sfugge a qualunque controllo e a qualunque fisco, una sottrazione di risorse inarrestabile che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale. Una buona metà di questo tesoro è posseduta da meno di centomila soggetti: una élite globale tanto potente quanto difficilmente identificabile, in cui ai soliti noti – evasori del fisco, speculatori di ogni risma e organizzazioni criminali – si affiancano grandi multinazionali e banche d’affari, non esclusi i «campioni» della nostra industria nazionale o i promotori del capitalismo «virtuoso» della Silicon Valley. Tutti, sia pure con modalità differenti, rappresentano i clienti ideali dei paradisi fiscali: un mondo parallelo le cui dimensioni non sono mai state calcolate adeguatamente, ma che si ritiene contenga oltre un terzo di tutta la ricchezza mondiale.
Nunzia Penelope, attingendo come sempre a fonti e documenti di solida attendibilità, prosegue la sua indagine sul lato oscuro del capitalismo contemporaneo, stavolta su scala globale. Caccia al tesoro, oltre a offrire una chiave di lettura inedita della gigantesca redistribuzione della ricchezza verso l’alto cui stiamo assistendo negli ultimi anni, traccia il profilo di una nuova guerra mondiale, quella del fisco, che vedrà confrontarsi l’esercito di coloro che pagano le tasse e quello di un’economia che vive al riparo da ogni regola.
Del libro e della caccia agli evasori (protetti dalla politica) ne parla Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano:
La politica lenta che aiuta gli evasori di Stefano Feltri
   Secondo voi perché ci stanno mettendo così tanto tempo ad approvare le norme sul rientro dei capitali? Perché così chi vuole mettersi al riparo ha modo di riuscirci, per un italiano che vuole continuare a sottrarsi al fisco basta prendere la cittadinanza svizzera o meglio ancora di Panama”, racconta al Fatto Quotidiano un banchiere svizzero che da Lugano osserva il dibattito parlamentare che si trascina da oltre un anno sul rimpatrio dei capitali dai paradisi fiscali. Prima la norma sulla voluntary disclosure, cioè sull’autodenuncia di chi rivela al fisco i soldi custoditi all’estero prima che scattino i nuovi accordi che spingeranno le banche a dare tutte le informazioni, era in un decreto legge del governo Letta. Poi è stata stralciata, ufficialmente perché il decreto rischiava di decadere senza approvazione. E allora si ricomincia come disegno di legge alla Camera, in commissione Finanze, qualche emendamento lo migliora, qualche altro (del Pd e avallato dal governo) cerca di trasformare una misura concepita per sanzionare gli evasori in un condono. I tempi restano incerti, chi ha i soldi su un conto svizzero o li ha affidati a un trust ha tutto il tempo per prendere le sue contromisure.

   UN LIBRO APPENA uscito della giornalista Nunzia Penelope, Caccia al tesoro (Ponte alle Grazie), ci rivela i retroscena della “legge morta due volte”, cioè quella sulla voluntary disclosure che prevede un’aliquota del 27 per cento sulle somme che si autodenunciano al fisco più una certa protezione legale sui reati connessi (almeno quelli fiscali, non quelli che hanno permesso di accumulare la somma, tipo traffico di droga o frodi finanziarie). Nel libro di Nunzia Penelope si racconta di cosa sta succedendo in Svizzera mentre noi perdiamo tempo, come dimostrano i brani riportati dell’audizione in Parlamento della Unione Fiduciaria, una società costituita da otto banche popolari che offre servizi di “protezione di patrimoni”, quelli di cui ha bisogno che vuole mantenere una certa discrezione sull’esistenza e la provenienza di somme consistenti. I rappresentanti della Unione Fiduciaria, il direttore generale Filippo Cappio e l’avvocato Fabrizio Vedana, spiegano ai parlamentari che per come era concepita nella prima versione la voluntary disclosure avrebbe creato parecchi problemi agli evasori in Svizzera che avessero fatto emergere le loro somme, perché rischiavano di trovarsi subito imputati per riciclaggio, “il tema non è semplice, è una bomba che gira e che rischia di scoppiare in mano all’ultimo che la maneggia”. E spiegano anche che “se al contribuente si chiede troppo c’è il rischio di non ottenere niente: invece di aderire alla sanatoria, se ne andrà a stare all’estero anche lui, trasferendo la residenza oltre ai soldi. Ci risulta che lo stiano facendo già in tanti”. Se poi il modulo da compilare, com’era previsto, ha 40 pagine e basta un errore per essere accusati di falso, allora gli incentivi a partecipare all’operazione trasparenza si riducono ancora. Insomma: una norma troppo tenera è un regalo agli evasori, una troppo dura rischia di spaventarli e di farli rimanere nell’anonimato. Ma la cosa peggiore è una norma troppo dura adottata con enorme lentezza che permette ai titolari di depositi di origine illecita di organizzarsi per essere sicuri di farla franca quando scatteranno le nuove regole. E anche le banche, costrette controvoglia a cooperare, hanno modo di individuare quelle scappatoie che permettono di rispettare formalmente la trasparenza senza perdere i capitali degli evasori, magari trasferendoli in una filiale di Singapore o nascondendoli in un trust blindato.

   “NON SI SA ESATTAMENTE quale parte di 42 minuti circa di audizione dell’Unione Fiduciaria abbia colpito maggiormente i parlamentari; sta di fatto che il 29 marzo 2014 il decreto sulla voluntary disclosure viene lasciato morire. Una forma pietosa di eutanasia, tanto era già chiaro che il Parlamento non lo avrebbe mai approvato”, commenta Nunzia Penelope nel suo libro. E a proposito delle alternative ora sottoposte alla Camera, dopo l’abbandono del decreto originario, la Penelope nota anche che “uno dei disegni di legge, tra l’altro, recepisce perfettamente tutte le richieste di ‘sconto’ avanzate dei fiduciari, e un secondo propone addirittura di allargare il beneficio ai capitali evasi ma rimasti in patria, lasciando cinque anni di tempo per decidere se aderire o meno”. Insomma, siamo passati da una norma forse troppo dura al progetto di un condono. È la lotta all’evasione secondo i politici italiani.

Per il bene dello stato

Per il bene dello stato Napolitano ha scritto la lettera al vice presidente Vietti in cui ricordando la gerarchizzazione dei tribunali, consigliava l'archiviazione della pratica contro Bruti Liberati.
Per il bene dello Stato, il CSM si è piegato ai voleri della lettera del colle che esiste ma non può essere rivelata.

Per il bene dello stato Lavitola ha fatto quello che ha fatto a Panama. E le eventuali tangenti di Finmeccanica sono state fatte, indovinate un po', sempre il bene dello stato.
Per questo un ex presidente del consiglio, già condannato per frode fiscale e ora nuovamente sotto processo, si è risentito quando un giudice di Napoli si è permesso di fargli delle domande.
«Chiedo scusa ma non capisco il senso di queste domande»
«Non c'e' alcun bisogno che lei capisca».


Anche Berlusconi, quando era primo presidente del consiglio ha fatto quello che ha fatto (eliminazione del falso in bilancio, prescrizione che cancella i reati, legge sulle rogatorie, scudi e condoni) per il bene dello stato. Che coincideva col suo stato.

Sempre per il bene dello stato, Marchionne ha fatto quello che ha fatto. Per ritorsione contro uno sciopero dei sindacati di 1 ora, ha bloccato tutti gli straordinari negli impianti (ma è possibile avere contemporaneamente in un'azienza straordinari e cassa integrazione?).

Per il bene di questo stato dovremmo dimenticarci del passato. Del fatto che le riforme il governo del 41% sta portando avanti (più sui giornali che nelle aule) sono pensate da Calderoli, Berlusconi e i giovani ministro Boschi e Madia.
Che non possiamo permetterci la legge sul rientro dei capitali e sul voluntary disclosure per il bene dello stato e di Berlusconi (e anche di un pezzo di industriali).

Ma che brutto stato che è questo stato.

19 giugno 2014

L'accordo per la liberalizzazione dei servizi - Tisa

L'accordo per la liberalizzazione dei servizi, "Tisa": l'anteprima su l'Espresso (via wikileaks)

Sciopero, quella parola incomprensibile

Da Treccani: sciòpero (ant. sciòpro) s. m. [der. (deverbale con suffisso zero) di scioperare, ant. scioprare]. –
1. Astensione organizzata dal lavoro di un gruppo più o meno esteso di lavoratori dipendenti, appartenenti al settore pubblico o privato, per la tutela di comuni interessi e diritti di carattere politico o sindacale. Il diritto di sciopero è sancito dall’articolo 40 della Costituzione, che demanda alla legge ordinaria la funzione di disciplinarne l’esercizio; tuttavia, mancando a tutt’oggi una legge generale al riguardo, fatta eccezione per alcuni settori particolari (centrali nucleari, controllori di volo, e soprattutto pubblico impiego, nel cui ambito vigono le leggi 1990/146 e 2000/83, concernenti, tra le altre cose, la precettazione e il reato di interruzione di pubblico servizio), la regolamentazione di alcuni aspetti dello sciopero resta affidata alle organizzazioni sindacali e all’intervento del giudice o dei Ministeri di volta in volta competenti.
Per Marchionne sciopero è una parole "incomprensibile e irrazionale". Una parola contenuta dentro la nostra Costituzione, un diritto sancito e riconosciuto.
Ma forse, per un manager che sposta la sede finanziaria a seconda di dove conviene, che è abituato a fare promesse e a non mantenerle,può capitare di non aver mai sentito parlare di diritti e di Costituzione.

Guerre di posizione e querre di movimenti

Ma voi avete capito cosa hanno in mente Beppe Grillo e Casaleggio, per il futuro del Movimento 5 stelle?
Mentre in Italia hanno deciso che sedersi attorno ad un tavolo per parlare non è più eresia, in Europa faranno gruppo comune assieme a Farage, ex esponenti del Front National e qualche noenazista svedese, qualche lituano, un lettone, un ceco. Non manca più nessuno.
L'unica spiegazione possibile è che anche Grillo ha deciso di sposare la strategia del movimento.
L'ha spiegato ieri Gilioli parlando di Renzi e del suo "dinamismo conservatore": l'arte del promettere, del dire, dell'annunciare. Perché l'importante è dare l'impressione di movimento. Perché chi si ferma è perduto e, nelle guerre di posizione, si rischia il logoramento.

E dunque bisogna muoversi. Sempre più in fretta.
Annunciando le riforme del lavoro, del Senato, delle province (che ci sono ma non li eleggi tu), della pubblica amministrazione, della giustizia civile, del pagamento delle tasse. Non tutti gli annunci si sono concretizzati in atti concreti: il pagamento dei debiti non è stato completo, la ristrutturazione delle scuole deve ancora partire, le norme sull'anticorruzione sono ancora rimandate.
Ma non preoccupatevi: gli accordi per riformare gli assetti istituzionali sono ancora validi, tra Renzi e Berlusconi. Un Senato di nominati, che ha voce su CSM, sulle leggi, sull'elezione del presidente della Repubblica. Magari in vista di un nuovo assetto presidenziale.
“Ora tutti mangino questa minestra o si salta dalla finestra”: minestra da mangiare in fretta, però. Prima che la gente si accorga del pasticcio.


Salvatore Cannavò sul Fatto Quotidiano parla di tradizione orale renziana:
La tradizione orale di Matteo Renzi si riassume nella politica delle slide. Nella convinzione che il tempo, per chiunque governi, sia un nemico spietato, il premier fin dal suo insediamento ha puntato sempre sull’impatto degli annunci più che sulle norme esatte. Queste, del resto, devono passare per mille mediazioni parlamentari, hanno bisogno della materia scarsa, il tempo, e non danno gioia. Meglio alludere, descrivere, tramandare ai posteri con la forza della parola. Certo, non tutto è “fuffa”. Proprio ieri, con il voto di fiducia della Camera, il decreto-immagine del governo Renzi, quello degli 80 euro, è stato approvato.

I DEBITI NON SI PAGANO
Ma, sempre ieri, l’Italia è stata colpita da una procedura di infrazione europea sui mancati pagamenti alle aziende da parte della Pubblica amministrazione. Una prova di come molti degli annunci fatti finora siano stati pensati più per riempire Twitter e schermi tv di disegni e grafici colorati (ricordate il pesciolino rosso?) che per “cambiare verso” all’Italia.

Con sprezzo del pericolo, lo scorso 7 marzo, a pochi giorni dall’insediamento del governo, Renzi dichiarava che “entro luglio paghiamo 68 miliardi” con lo “sblocco totale e immediato” dei crediti incagliati. Ieri, invece, la Ue ha sanzionato l’Italia proprio per il ritardo nei pagamenti.

Ma a smentire il premier basta il sito del ministero dell’Economia su cui è pubblicato l’aggiornamento dei pagamenti erogati: 23,5 miliardi. Si tratta, poi, di risorse stanziate dai governi Monti e Letta di cui, oralmente, Renzi si è abilmente appropriato.

IL LAVORO CHE VERRÀ
La tradizione orale la si rintraccia anche nel primo “manifesto” politico dell’ex sindaco di Firenze, quello del Jobs Act. Renzi può, certamente, rivendicare la conversione in legge in Parlamento del decreto-Poletti che deriva da quel provvedimento. Ma quel progetto, però, è stato spacchettato approvando di corsa la maggior flessibilità e relegando a una legge-delega il simbolo del Jobs Act, il contratto unico a tutele crescenti. La legge-delega, che a sua volta va tramutata in tanti decreti attuativi, non è stata ancora nemmeno presentata. I più ottimisti dicono che qualcosa si vedrà nel 2015. Per ora, accontentiamoci delle promesse.

Anche la riforma della Pubblica amministrazione, fino a ieri, era affidata alle parole. Anzi, ai “44 punti”, come i gatti, che il governo aveva redatto dopo l’immancabile “campagna di ascolto” (leggi, ricezione di 40 mila mail dai cittadini). Renzi è anche riuscito a convocare una conferenza stampa, la sera del 13 giugno, per illustrare la riforma senza che il testo fosse pronto. Ma anche in questo caso è andato in scena il “trucco” dello spacchettamento. Subito, nel decreto, le misure più appariscenti – dimezzamento dei permessi sindacali, maggiore flessibilità per annunciare 15 mila posti ai giovani, etc. – mentre le misure “oggetto della consultazione pubblica” sono finite in un disegno di legge-delega da realizzare “nei dodici mesi successivi all’approvazione della legge”. Probabilmente a legislatura finita.

SCUOLE CERCANSI
Altro tema, altro giro di giostra: la scuola. Il premier aveva annunciato 3,5 miliardi di risorse per 10 mila scuole d’Italia con “2 milioni di studenti più sicuri”. Così, pochi giorni dopo essersi insediato a Palazzo Chigi, ha scritto a tutti i sindaci per farsi inviare lo stato della situazione. Solo la settimana scorsa, però, Renzi “ha informato il Consiglio dei ministri” di aver firmato un Dpcm che individua i Comuni esclusi dal Patto di stabilità interno, per gli anni 2014 e 2015, per le spese destinate a edilizia scolastica.

I fondi utilizzati al momento, quindi, sono degli enti locali. Ai quali il governo aggiunge 300 milioni ma solo “per finanziare interventi agevolati”. Poi c’è il progetto “scuole belle” con 450 milioni destinati a piccola manutenzione in 17.959 plessi scolastici. Altri 400 milioni, infine, sono destinati a “scuole sicure”. Con quali soldi? I fondi, secondo il sottosegretario Reggi, provengono dalla riprogrammazione del Fondo coesione 2007-2013 con interventi tra il 2014 e il 2020 compresi tra i 2,4 e 4 miliardi di euro. Sembra il gioco delle tre carte e onestamente è difficile capire se, come e quando i soldi arriveranno alle scuole.

18 giugno 2014

La prova della maturità

Ma servono ancora gli esami della maturità? Ce lo chiedevamo questa mattina in ufficio discutendo delle tracce uscite per la prima prova.
Secondo me, ha ancora un senso, terminare gli studi con una prova, e non delegare tutto ad una serie di prove durante l'anno.
La maturità è il primo vero esame (se si esclude gli esami delle medie ) che uno studente si trova davanti, dove può trovarsi di fronte a tracce impegnative come quelle proposte quest'anno.
Sono convinto che molti politici (beh, il gioco è facile), molti manager da prima pagine, ma anche molti giornalisti, avrebbero difficoltà a confrontarsi con le tematiche presenti in queste tracce.
Il confronto con l'Europa del 1914: nel 2014 le guerre si fanno con altri mezzi e ancora sono vivi i nazionalismi che hanno portato alle milioni di vittime della seconda guerra mondiale.
La riflessione sul pensiero di Renzo Piano "Rammendo delle periferie" che riguarda lo stato delle periferie delle nostre città, dimenticate da sindaci e dalla politica nazionale: ci si ricorda della loro esistenza solo quando succede un fatto di cronaca. Manca una visione d'insieme della polis, una pianificazione dello sviluppo, dei traporti locali, dei servizi per le persone.
Oggi si fa il belletto a Milano, si costruiscono nuovi quartieri, bellissimi. Ma fuori dalla cerchia del centro?
E ancora il saggio  ambito storico-politico su "Violenza e non-violenza: due volti del Novecento". Il secolo passato che è stato quello delle guerre mondiali ma anche dell'Europa Unita. Delle guerre di liberazione da parte delle ex colonie. Libertà pagato al prezzo di guerre civili che hanno causato migliaia di vittime.
Il saggio sulla pervasività delle tecnologie: quanto mai attuale visto che molti degli studenti hanno Facebook, usano internet, hanno cellulari con una potenza di calcolo che una volta avevano dei personal computer.

Infine la poesia di Salvatore Quasimodo: Ride la gazza, nera sugli aranci dalla raccolta "Ed è subito sera".
Sapevate che per vivere, il poeta siciliano aveva dovuto trovare lavoro al Ministero dei Lavori Pubblici, come Geometra. Allora come oggi, con la cultura non si campava, se uno era un poeta. Allora come oggi, con i soldi della cultura ci si mangia sopra, ma questa è un'altra storia.

Ride la gazza, nera sugli aranci
Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno:
ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.

Promosso!

Il Fondo Monetario promuove Renzi: il nostro presidente del Consiglio un pò come uno dei tanti maturandi che in questi giorni affronteranno gli esami di maturità (a proposito, in bocca al lupo!).
Ma le rassicurazioni del fondo, interpretate dai media italiane, lasciano il tempo che trovano.
Perché i problemi di fondo, quelli veri, rimangono ancora da risolvere.
Prendete l'ipotesi di non calcolare, nei bilanci dei paesi i soldi per gli investimenti in infrastrutture (per rilanciare l'economia).
Una buona proposta: ma se poi i soldi anziché per le opere finiscono nelle tasche delle cricche, siamo punto e daccapo.
A L'Aquila, la ricostruzione delle case stenta a partire, ma sulla ricostruzione si continua a mangiare, con le tangenti (anche benedette).
Cantone ha avuto i poteri per decreto. Ma dovrà ancora avere a che fare con dirigenti (coinvolti nelle inchieste seppur non indagati) come Incalza o politici come Matteoli.

Così come anche sono gli stessi, i politici che dovrebbero approvare le norme contro la corruzione, l'evasione, contro gli sprechi.

17 giugno 2014

Le vie della droga

Come fa i soldi la 'ndrangheta? Con la droga, la prima risposta. Beh, non è del tutto vero: lo spiega il Capocrimine in una sua riflessione in "Contrada Armacà" di Gianfrancesco Turano. Il giro d'affari per la droga da 24 miliardi, per lo più in mano alle cosche joniche.
La via della droga che incrocia con quella delle armi.
La terza via, quella della politica, per coltivarsi i giusti rapporti col politico che poi ti garantisce i giusti appalti, con meno rischi per le 'ndrine.
Vogliamo liberalizzare le droghe, per stroncare i commerci delle mafie? Saranno sempre loro a guadagnarci.
Sembra una specie di manuale di Economia, economia criminale, per intenerci.
Ma, d'altronde, per mandare avanti un'azienda come la 'ndrangheta, con quel giro d'affari, con uffici in tutto il mondo, dove buona parte dei traffici si basano sulla fiducia, di economia devi capirci per forza.
Ho una notizia da dare ai professoroni, ai giornalisti sparacazzarte e ai grandi esperti che discutono i pro e i contro della legalizzazione [della droga].
Svegliatevi. Il traffico della cocaina è già legalizzato ed è già regolato dagli stati: dal Messico alla Colombia, dal Venezuela, dagli Stati Uniti d'America, per finire con l'Italia. Solo che si sono dimenticati di dirvelo perché non è che vi dicono prorpio tutto a voialtri scimuniti.
La coincidenza fisica delle rotte di armi e droga dimostra che gli Stati le controllano entrambe, nello stesso modo, nello stesso tempo e - assai più importante - con gli stessi apparati. Sono loro a decidere che cosa passa e che cosa non passa, a chi deve o non deve essere consegnata la merce, quali carichi devono arrivare e quali si devono perdere assieme a chi li porta.
Per pura logica, a queste due rotte ne va aggiunta una terza, quella della politica, che è come un titolo di Stato tedesco: paga poco, ma è sicura nel tempo. Qui entriamo in gioco noi di Reggio città, con qualche amico della Piana, qualcun altro delle Serre Vibonesi e del Marchesato Crotonese e quasi nessuno della jonica.
Quando li chiamo paddechi, scherzo.
[..] Ma i nostri greci, quelli di Siderno e di Gioiosa, sono stati pionieri in tante cose. Sono stati i primi a creare i grandi centri commerciali. Sono stati i primissimi a consolidare una rete di «locali» all'estero grazie all'emigrazione. Nel VII secolo avanti Cristo le chiamavano colonie, e la tradizione continua. [..]
Gli jonici sono stati i primi a mettersi d'accordo coi siciliani e i napoletani del Canada, di New York, del New Jersey. Per molti aspetti vanno presi ad esempio. Ma hanno trascurato la politica e, secondo me, è un errore. IL politico non basta comprarselo. Te lo devi fare amico. Gli devi entrare in casa.
[..] Personalmente, preferisco Roma, Milano e il tratto che fa una ruspa dentro un cantiere. Forse si guadagna di meno [rispetto al traffico di droga, gestito dagli jonici], ma si rischia di meno e si vincono le elezioni facendo lavorare la gente alla luce del sole, invece di mandarli in galera per vent'anni.
Perché è vero che il narcotraffico lo regolano gli Stati, ma le leggi sono rimaste quelle del proibizionismo, come le mamme di famiglia stanno più tranquille. Ipocriti di merda. Volete legalizzare ufficialmente la coca? Io sono favorevole. Con l'aumento esponenziale dei consumi nascerà un mercato parallelo non autorizzato, come con le sigarette. Chi organizza il traffico parallelo farà altrettanti o più soldi di prima.
E poi c'è l'aspetto etico strategico, il più importante.
L'impatto della cocaina in termini di delitti è un business aggiuntivo per chi controlla il territorio. I ragazzi su di giri che spaccano gil specchietti o scippano o rubano i motorini per comprarsi la dose legalizzata, chi li tiene a bada? Inoltre, se lo Stato accetta di guadagnare su una droga criminogena, noi diventiamo più etici dello Stato ancora una volta perché, oltre a risolvere le questioni di microcriminalità, non siamo ipocriti. Il saldo finale è più ricavi, più consenso.
La chiamano soluzione win-win nei manuali di management.
C'è anche questo dentro il viaggio nella Calabria delle ndrine e degli appalti, della massoneria e dei servizi (che fanno il doppio gioco tra stato e antistato), dei buchi di bilancio del Comune, causati dal "sistema Reggio": concerti, opere faraoniche, spese non contabilizzate. Della politica che non ammette colpe e grida al complotto, del sindaco promosso governatore regionale dopo aver scaricato tutte le colpe sulla sua dirigente , perché lui firmava tutte le carte senza controllare.
Ed è proprio dal suicidio di questa dirigente (suicida con l'acido), che parte tutta la storia. Un suicidio archiviato troppo in fretta dalla Procura e che non convinceva troppo Rosario, giovane parrucchiere amico intimo di Oriana, che aveva condiviso con lei alcuni affari. Ucciso a sua volta in un agguato, anche questo archiviato con troppa fretta dai magistrati.
Omicidio su cui decide di indagare lo zio Demetrio Malara, di educazione fisica , assieme a Fortunato Amato, suo ex alunno, donnaiolo, calciatore mancato e una possibile carriera d’avvocato bruciata dall’arresto del padre (Il canna).
"Un delitto archiviato troppo in fretta. Una coppia strampalata di investigatori disposti a tutto pur di conoscere la verità. Un giallo ambientato nel cuore di Reggio Calabria, tra violenza e bellezza, irresistibile vitalismo e sanguinaria ferocia".

Garantismo per convenienza (politica)

Il garantismo vale per tutti o solo per chi fa parte del club?
Che senso ha sbattere il mostro in prima pagina, come ha fatto il ministro Alfano col presunto assassino di Yara?
Solo per un tornaconto politico? 
Perché altrimenti in Italia si rischia di dimenticarsi che abbiamo un ministro dell'interno (offuscato dalla velocità cosmica di Renzi..).



16 giugno 2014

E Pertini disse: io non mi adeguo

L’intervista che Sandro Pertini rilasciò a Nantas Salvalaggio su “La Domenica del Corriere” (preso da qui e anche dallo spettacolo di Travaglio E' stato la mafia):
Non accetterò mai di diventare il complice di coloro che stanno affossando la democrazia e la giustizia in una valanga di corruzione. Non c’è ragione al mondo che giustifichi la copertura di un disonesto, anche se deputato. Lo scandalo più intollerabile sarebbe quello di soffocare lo scandalo. L’opinione pubblica non lo tollererebbe. Io, neppure. Ho già detto alla mia Carla: tieni pronte le valigie, potrei piantare tutto…
Io spero che i documenti dei famosi ‘pretori d’assalto’ siano vagliati con rigore. Spero che tutto sarà discusso in aula, e nessuna copertura sarà frettolosamente inventata dai padrini dell’assegno sottobanco… Mi fanno pena i magistrati e i politici che cercano di tagliare le gambe ai pretori dell’inchiesta sullo scandalo del petrolio. Dicono che sono troppo giovani: ma da quando la giovinezza è un reato? Se mai è un sintomo esaltante e meraviglioso: significa che il Paese ha una riserva di coraggio e di onestà nelle nuove generazioni. E poi, mi creda: questi giovani (beati loro!) sono stati esemplari, rapidissimi. In tredici giorni hanno vagliato quintali di documenti. Hanno perduto ciascuno tre o quattro chili, mi dicono.

Ma è quel sudore, quella fatica, che possono ora lavare le macchie dei piccoli e grandi corruttori. Nel mio partito mi accusano di non avere souplesse. Dicono che un partito moderno si deve ‘adeguare’. Ma adeguare a che cosa, santa Madonna? Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo. Meglio allora il partito non adeguato e poco moderno. Meglio il nostro vecchio partito clandestino, senza sedi al neon, senza segretarie dalle gambe lunghe e dalle unghie ultralaccate… Dobbiamo tagliarci il bubbone da soli e subito. Non basta il borotalco a guarire una piaga. Ci sono i ladri, gli imbroglioni? Bene, facciamo i nomi e affidiamoli al magistrato.
Anche Renzi sabato ha detto più o meno le stesse cose. Chi sà parli. Per il momento l'unico che ha parlato è stato Orsoni, che è stato dimesso dal PD. E gli altri?


Mondiali di nuoto

E' ufficiale: Roma è pronta per i nuovi mondiali di nuoto. 
Le gare si terranno direttamente sul grande raccordo anulare, niente piscine olimpioniche o cosa.
Un bel risparmio, dopo tutti i soldi buttati per gli appalti pubblici gestiti dalle cricche varie.


Contrordine sottoposti

Quanti mesi di tempo abbiamo perso, con la storia che il M5S poteva bastarsi da solo, per aprire il parlamento come un apriscatole?
Nessuna alleanza, perché siamo in guerra. E dunque le espulsioni dei grillini favorevoli all'apertura con gli altri partiti.

Ora contrordine: la discussione si può fare, con Renzi, sulla legge elettorale.
Non so cosa sia peggio: la velocità di Renzi che deve mettere la tacca accanto a tutte le riforme (solo annunciate) o l'inesperienza di Grillo e del suo cerchio magico.


Riprendo quanto scrive oggi sul blog Alessandro Gilioli: 
Ciò che mi interessa davvero invece è capire se da questo cambiamento di strategia uscirà o no un impianto elettorale – per Camera e Senato – migliore di quello pessimo che ci stanno ammannendo finora, con l’Italicum e con la proposta attuale di riforma della Costituzione. Due cose che viaggiano separate e che invece costituiscono un unicum per la futura forma della nostra democrazia rappresentativa.
Pessimo è, al momento, appunto il loro combinato disposto: come ho argomentato alcune dozzine di volte e quindi qui non mi ripeto. Sicché su questo ora mi aspetto che si apra un vero e ampio dibattito pubblico: sui contenuti delle riforme, sulle loro conseguenze.
Finora infatti ci siamo scannati per tifoserie solo su questioni – con permesso – abbastanza del cazzo: i professoroni, la palude, Boschi che zittisce Grasso, Renzi che caccia Mineo etc. Tutto ciò, ripeto, è davvero quisquilia in confronto all’importanza dei contenuti: di quello a cui porterebbe il mix Italicum-Senato, insomma delle regole del gioco democratico. Un po’ più rilevanti di Mineo, ecco.
A questo, solo a questo, spero possa portare l’apertura di Grillo a Renzi: a parlare davvero delle cose che ci sono dentro quelle due riforme. A evitare – se possibile- che esse provochino un ulteriore allungamento della distanza tra rappresentanti e rappresentati, attraverso liste bloccate e organi costituzionali non elettivi. A migliorare anziché peggiorare la democrazia.
Conta questo, perché i partiti sono mezzi che appartengono ad alcuni, mentre un decente funzionamento della democrazia è il fine che appartiene a tutti.

15 giugno 2014

La ndrangheta è come la Polis

Diceva Falcone che per lui Buscetta era stato come un professore di lingue che ti permette di andare dai Turchi senza dover parlare coi gesti.
Perché gli raccontava dei meccanismi interni di Cosa Nostra, l'organizzazione, di cui nessuno sapeva niente.


Il libro di Gianfrancesco Turano “Contrada Armacà” (Chiarelettere, serie narrazioni) ha un po' la stessa funzione, parlando della 'ndrangheta: una delle tre mafie di cui tanto si scrive sui giornali, specie dopo i mega arresti, le confische, i maxi, ma ben poco si sa di come siano le cose nel suo interno.
Perché gli uomini delle cosche sono legati da vincoli familiari dunque è più difficile che si creino dei pentiti.
Perché diversamente dalle altre mafie, ha comportamenti legati alle antiche tradizioni, è molto legata al territorio, la sua forza è legata sia alla potenza economica di cui può disporre, ma anche per la grande credibilità che riscuote nei confronti delle altre organizzazioni criminali.


Come ragionano i capocrimine? Come si vive in terra di ndrangheta, come a Reggio Calabria dove si svolge la storia che qui viene raccontata? Come si vive in un territorio dove stato e antistato anziché farsi la guerra, fanno accordi per l'erogazione di quei servizi che dovrebbero essere esclusivi per le istituzioni?


Ce lo racconta Turano, in questa storia che prende spunto dai casi di cronaca recenti: il buco di bilancio del comune di Reggio, la dirigente del comune su cui tutto il consiglio comunale (compreso il sindaco) scaricano le colpe. Come gli affari nascosti dentro le stanze del comune, i soldi concessi con troppa facilità ai questuanti che facevano la fila. Il suo strano suicidio, cui segue l'omicidio di Rosario Laganà, giovane parrucchiere ucciso per strada in un agguato che conosceva molto bene Oriana, la dirigente del comune morta. Un omicidio su cui la magistratura non ha voglia di indagare ...


Un romanzo, che ricorda molto da vicino le storie che raccontava Sciascia sulla sua Sicilia, dove il racconto dei fatti si alterna alle testimonianze, fatte in prima persona, di poliziotti, ndranghetisti, politici.


Come il capocrimine che commenta, da persona informata sui fatti, le recenti inchieste e gli arresti secondo il teorema che vede la ndrangheta strutturata in modo verticistico come la mafia. Con un suo capo dei capi:
Avrei voluto vedere la faccia di uno qualunque dei Piromalli, quando hanno saputo che il loro capo era Mico Oppedisano”.
Per continuare:
Se davvero come dite voi, che io sono Crimine e non dico di esserlo, ma se lo sono a quarant'anni, venendo da una famiglia sopravvissuta a due guerre di 'ndrangheta, mio padre ammazzato, i miei zii ammazzati, se ho superato questo, forse sono un po' meno stupido di quanto mi fanno il Siculo [procuratore Capo a Reggio] e la signora coi capelli rossi a Milano [aveve capito chi è, no?].Non voglio mancare di rispetto alle tradizioni. Se no i paddechi non rispettano me. Ma questa non è – e non sarà mai – la Sicilia. Lì ci sono gli arabi. Noi siamo greci. I greci non hanno la nazione, non hanno la monarchia saudita. Hanno la polis. Ogni polis è uno stato a parte e non subordina la poils vicina. Può essere alleata, amica, nemica o neutrale. Ma io non posso dire ai locresi, ai rosarnesi o ai platioti quello che devono fare nel loro territorio. Mai per comando, si dice. Se io investo a casa loro, loro investono a casa mia perché non siamo monopolisti ma ci siamo accorti che il protezionismo funziona meglio del liberismo e molti professori universitari ci danno ragione. Qui a Reggio sono tutti di Reggio. Siamo protezionisti. Tendiamo a difenderci l'uno con l'altro.È vero che siamo la città-madre, e pesiamo come deve pesare una capitale. Ma la forza della Società è nelle tante città-stato pronte a sostenere la madrepatria. E' in orizzontale, non in verticale. Il verticalismo serve soltanto al Siculo per ottenere qualche condanna associativa in più e accelerare la carriera in modo da andarsene il prima possibile verso più alto incarico. Colpire un presunto monarca è più facile che distruggere cento società federate. Mandare in carcere qualche sacerdote, qualche vecchio che dà consigli a chi li chiede, è ancora più facile.
Ma i sacerdoti da noi non fanno politica. Per la politica abbiamo uomini, mezzi e luoghi che spesso condividiamo con gli uomini, i mezzi e i luoghi della cosidetta Repubblica italiana.E qui potrei dire molte cose. Ma non mi metto al loro livello, per ora.
Vedrete la Calabria, Reggio, la politica locale, la ndrangheta stessa, con occhi più maturi. 

La piramide di fango di Andrea Camilleri

Incipit
Il botto del trono fu accussì forti che Montalbano non solo vinni arrisbigliato scantatizzo di colpo, ma per picca non cadì dal letto per il gran sàvuto che aviva fatto.Era chiossà di 'na simanata che chioviva a retini stise, senza un minuti di 'nterruzioni. Si erano raprute le cataratti e parivano 'ntinzionate a non chiuirisi cchiù.Non solamento chioviva a Vigata, ma supra a tutta l'Italia. Al nord c'erano stato straripamenti e allagamenti che avivano fatto danni 'ncalcolabili e da 'na poco di paìsi l'abitanti erano fatti sfollari.Ma magari nel sud non si sgherzava, sciumare che parivano morte da secoli erano tornate 'n vita armate da 'na speci di gana di rivincita e si erano scatinate distruggenno case e tirreni coltivati.La sira avanti, 'n tilevisioni, il commissario aviva sintuto a 'no scinziato diri che tutta l'Italia era a rischio di un gigantisco disastro geologico pirchì non c'era mai stato un governo che si fusse seriamente occupato del mantenimento del territorio.'Nzumma, era come se il proprietario di 'na casa non si fusse mai dato il pinsero di fari arriparari il tetto romputo o le fondamenta lesionate. E po' s'ammaravigliava e si lamintiava se un jorno la casa finiva per crollarigli 'n testa.«Forsi è la giusta fini che nni meritamo» aviva commintato amaro Montalbano.  
Un'indagine nel fango: non solo quello che si è accumulato per i tanti giorni di pioggia sui terreni di un cantiere fuori Vigata (“la terra desolata” di Eliot), dentro cui viene trovato un morto. È un fango più vischioso. Quello della corruzione, della mafia che entra negli appalti pubblici, di quella zona grigia tra mafia e stato dentro cui è difficile entrare, mettere in luce le alleanze e i contatti.
Il corpo di un uomo che viene ritrovato dentro un cantiere, un'opera idrica inutile e dunque fortissimamente voluta dalla politica di cui sopra. L'uomo lavorava come ragioniere per un'impresa edile poco trasparente a cui qualcuno ha sparato, mentre era in casa assieme alla moglie e ad uno stano ospite. Perché Nicotra, questo il nome, è andato a morire proprio nel cantiere? Che fine ha fatto la moglie?
Questo giallo, come confida lo stesso Montalbano all'ispettore Fazio, è un dramma teatrale in tre atti:

«Fazio, sempri cchiù aio la sinsazioni che niu, con 'sta 'ndagini, stamo manianno, senza sapirlo, 'na bumma. E quelli che sanno che avemo 'n mano 'na bumma non ce lo vonno fari sapiri e manco lo vogliono fari scoppiari».«E allura?».«Secunno mia, ma è 'na mé 'mprissioni, stanno circanno di cangiare le carti 'n tavola, montanno un gran tiatro del quale abbiamo viduto i primi dù atti».
Il primo atto prevede nel copione che l'omicidio di Nicotra, il ragioniere, che si cerca di far passare per una storia di corna. Perché, dice sempre Montalbano, “in Sicilia si muori sulo di corna, scrissi uno delle nostre parti”.

Corna dovute ai facili costumi della moglie, Inge, una di quelle dai facili costumi come tutte le donne del nord. La quale, nel secondo atto, se ne sarebbe tornata in Germania per lo scanto.


Ma questa è un'indadine che Montalbano non riesce a portare avanti con tutte le sue energie, si trova anzi a subire e inseguire il corso degli eventi. Da Enzo, la sua trattoria di fiducia, gli passa pure l'appetito. E' come se una parte di se stesso fosse impegnata da un'altra parte.


Pirchì gli stava succidenno?La stanchizza dell'età?No, non potiva essiri quella la scascione pirchì se lo fusse stata lui l'avrebbi accaputo subito e la so onistà l'avrebbi portato a rassignari 'mmidiato le dimissioni. E allura unni si nni stava il vero Montalbano?La risposta, bella chiara, la seppi nel momento stisso nel quali si faciva la dimanna.A Boccadasse, s'attrovava”.
Avevamo lasciato Salvo e Livia affranti dalla morte di Francois (nel libro “Una lama di luce”) e Livia, tra i due, è quella più provata dalla morte di quel ragazzo che poteva essere quel figlio tanto desiderato.

Ma, fortunatamente, Livia riuscirà a ritrovare la voglia di vivere grazie ad un altro cucciolo, non di uomo ..
Montalbano può ora tornare ad occuparsi interamente del caso, sia il Montalbano uno che il Montalbano due, Un caso complicato perché tocca nel vivo i rapporti di mafia e politica. Accordi che prevedono, per le aziende di un certo territorio, una precisa spartizione dei lavori pubblici.

Accordi che, per motivi che ancora sfuggono a Montalbano, Fazio e Augello, qualcuno ha fatto saltare: una rottura di equilibri delicati che sarebbe all'origine della morte del ragioniere. E forse della moglie. 
Tante domande deve porsi il commissario: chi è il misterioso zio di Inge, che i Nicotra ospitavano a casa loro? Chi erano le persone che facevano loro visita, in pieno giorno?

Cosa volevano allora, i rapitori (se erano rapitori) dai Nicotra, la notte dell'omicidio?

Tante domande, per penetrare in un enigma complicato: come entrare dentro una piramide, come quella che all'improvviso Montalbano si trova davanti passando nel cantiere: un cumulo di fanghiglia che è stata accantonata dentro il cantiere.
L'ispirazione per la strategia giusta, arriva parlando col procuratore che sta seguendo le indagini
«Lei poco fa ha detto una parola, piramide. E a me è tornato in mente… Sa che dentro alla piramide di Cheope nessuno per lungo tempo ci è potuto entrare perché non si riusciva a scoprire l’accesso? Poi qualcuno ha rotto gli indugi e ha praticato un foro nella parete, foro non autorizzato dai custodi della piramide. Ma così anche i custodi, che fino a quel momento erano stati costretti a starsene fuori, poterono penetrare all’interno».
La scheda del libro sul sito di Sellerio e sul sito Vigata.org

I link per ordinare il libro su Amazon e Ibs.   

14 giugno 2014

Finire come Grillo

Ma chi se lo sarebbe immaginato. Finire come un Beppe Grillo qualsiasi. Lui che, quando era nella minoranza PD chiedeva la testa di Alfano dopo il caso Shalabayeva, del ministro Cancellieri dopo il caso Ligresti. Che aveva litigato con la senatrice Finocchiaro per la scorta all'Ikea e che con Marchionne (addirittuta Marchionne) aveva avuto una polemica sui giornali.
Si dice che si nasce incendiari, da giovani, per finire poi da vecchi, tutti pompieri.
Ecco, il tempo per passare da incendiario, da rottamatore, da gianburrasca del PD, è durato per Renzi e il suo cerchio magico giusto il tempo di prendersi il partito. E la presidenza delConsiglio.
E ora che è tutto suo, specie dopo il 41% alle Europee, può permettersi quelle epurazioni dei dissenzienti. Quelli che si permettono di non rispettare la disciplina di partito.
Come se il 25 maggio avessimo votato non per l'Europa, ma per un referendum su Senato in forma renziana.
Mineo la pensa diversamente da Renzi, dunque dal partito, sul Senato? Te ne esci dalla commissione affari costituzionali (presieduta guarda un po' dalla Finocchiaro).
E pensare che i renziani, ai tempi delle elezioni del presidente della Repubblica, non avevano rispettato l'esito delle votazioni dentro il PD, sul candidato Marini e avevano votato Chiamparino.
Ma erano i tempi dell'incendiario.
Ora siamo al centralismo democratico. Alla disciplina del partito. Che va bene, visto che i partiti non sono taxi, ma non lo sono nemmeno per i segretari di partito.
Se tutta la linea la detta una persona sola, a maggioranza, che partito è?
Il partito che vuole abolire il Senato e che poi promette di riparare in Senato quella norma vergognosa della responsabilità civile dei magistrati.
Il partito che vorrebbe prendere a calci in culo i corrotti, e fa le riforme proprio con un corruttore. E che scopre che è stato proprio il suo partito a portare i soldi presi dal consorzio del Mose al sindaco Orsoni.
Il partito dei Greganti, ma non dei no tav.


13 giugno 2014

Mr 41%

Mr 41% ha preso i voti, non Mineo (chi?) o gli altri fuoriusciti e nemmeno i professoroni.
Mr 41% decide la linea politica del partito, non Mineo o gli altri parlamentari, e nemmeno gli elettori, che hanno dato un assegno in bianco. La cifra mettila tu.
Mr 41% è quello che voleva cacciare a calci in culo i corrotti, che voleva il daspo per i politici.
E che ancora non ha spiegato cosa ci facesse un Greganti nel PD torinese.
E che dovrà spiegare come mai il PD Veneto ha pagato la campagna elettorale ad Orsoni, prendendo soldi dal Consorzio Venezia Nuova, che anziché costruire il Mose sono serviti a comprare il voto dei cattolici.
Oggi forse Mr 41% darà i super poteri al super commissario Cantone, per far finta di controllare i super cantieri. E così vissero tutti felici e contenti. Anche Orsoni che, ora che ha patteggiato la pena, può continuare a fare il sindaco come se nulla fosse accaduto.

12 giugno 2014

Domande

Chi decide per la riforma del Senato?
Chi decide per la legge elettorale?
Chi decide per la responsabiiltà civile dei magistrati?
Chi decide per la nuova Rai?
Chi decide per le grandi opere, sulla loro realizzazione, sui costi, sulla necessità?
Chi decide sulla pubblica amministrazione, che nella nuova riforma contiene l'obbligo di spostarsi, esuberi, cambio di incarichi?

Sembra di essere tornati ai tempi bui di B. che, avendo preso i voti, poteva permettersi di fare quello che voleva. A colpi di maggioranza. Anche ora, il 40% preso alle europee da Renzi (non dal PD), sembra diventato un lasciapassare per tutto.
Decide uno da solo. Per tutti.

Parola del Vernacoliere

Il cronoprogramma, i super poteri, la svolta buona, la direzione giusta, le riforme che chiede il paese.
E poi, stringi stringi, si ritorna a parlare di responsabilità civile dei magistrati, intercettazioni, politici nominati dalle segreterie che nominano a loro volta manager, dirigenti, controllori ..
Non solo, chi non è d'accordo con le segreterie, è fuori dalle commissioni (o dal partito). Si chiamerebbero epurazioni, se le facesse Grillo.
Il Vernacoliere commenta a modo suo.



Vi aspettavo - la presentazione alla Feltrinelli di Milano


In una calda serata milanese, la giornalista Antonella Mascali ha presentato il suo libro "Vi aspettavo" alla Feltrinelli di corso Buenos Aires: una raccolta di storie di eroi civili del nostro paese, vittime della criminalità, del terrorismo rosso o nero.  Ospite della presentazione il giudice Alessandra Galli, figlia del giudice milanese Guido Galli, ucciso da Prima Linea perché (è scritto nella rivendicazione) col suo lavoro da magistrato riformista e garantista, rendeva credibile il lavoro della magistratura.
A moderare l'incontro, la giornalista di Radio 24 Raffaella Calandra.
Dalla lettura delle storie, ha spiegato la moderatrice, emergono due aspetti comuni a tutti i protagonisti: la serenità e la solitudine dei protagonisti, sapevano di quello cui andavano incontro, ma questo non ha in alcun modo condizionato il loro lavoro.

Guido Galli, il padre di Alessandra, istruì uno dei primi maxi processi a Milano contro il terrorismo rosso, dopo l'arresto di  Corrado Alunni, riuscendo a tenere fuori dall'aula i suoi problemi personali le sue paure, tenute nascoste anche alla sua famiglia.
Guido Galli, fu ucciso fuori dall'aula della Statale: un luogo scelto non a caso, i terroristi volevano colpire il magistrato e anche il professore.
La storia di Galli, lasciato senza scorta nonostante i rischi che correva, ricorda da vicino quella di Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle nuove Br sempre il 19 marzo, del 2002.
Una morte annunciata, visto che a Biagi fu tolta la scorta (e questo è oggetto di nuove indagini a Bologna).
Biagi, diversamente da Galli, non era sereno: il libro riporta le sue ultime parole, che sono richieste di aiuto inascoltate, dalla politica.

Perché questo libro: sia Antonella Mascali che Raffaella Calandra ricordano l'importanza di non dimenticare, una sorta di memoria attiva l'hanno chiamata. Un omaggio a queste persone, per evitare che la storia si ripeta.
E'importante tenere accesa e viva la memoria delle storie e anche del contesto in cui sono maturate.

Altro filo rosso che lega le storie è la tenacia con cui questi eroi civili hanno perseverato nella loro strada: erano tutti veri riformatori, gente che aveva intuito strade nuove per la lotta terrismo, lavoro, mafia. Che aveva osato cambiare e per questo erano rimasti isolati, lasciati soli anche da loro colleghi.
Calandra ha anche sottolineato del Valore civile e civico del libro: un tema importante, quello della memoria in questo paese, dove ci si dimentica del passato e dove spesso si agisce sull'onda emotiva. Dopo uno scandalo, dopo un cadavere eccellente. Non a caso Falcone aveva detto che in questo paese, per combattere la mafia, servirebbe un morto eccelente all'anno.
Le leggi più importanti per contrastare la mafia sono infatti nate dal sangue di queste persone: leggi fatte sull'onda emotiva: la legge Rognoni La Torre, il decreto Falcone (dopo la strage di via D'Amelio).
Oggi, purtroppo, le leggi contro la corruzione e le mafie non si fanno nemmeno dopo gli ultimi caso di corruzione. Le giornalisti hanno citato i recenti casi di Expo e Mose, e del giudice Cantone che ancora aspetta i super poteri.
Ma servono veramente nuove leggi?
Alessandra Galli ha parlato della necessità di un nuovo tessuto sociale. Di una nuova etica, a partire dalla società civile.
Il giudice Galli ha voluto lasciare un suo commento sul voto alla Camera, sulla responsabilità civile dei magistrati: una norma pericolosa perché rischia di creare diversificazioni tra imputati e imputati. Il giudice non avrà la serenità nel giudicare, alla stessa maniera, imputati eccellenti che possono poi rivalersi economicamente contro di loro.
Per esempio una grossa azienda, che inquina i terreni e l'aria, su cui pende la richiesta di blocco degli impianti.


Sul Fatto quotidiano hanno pubblicato il video dell'intervista fatta prima della presentazione (e si intravede la mia faccia ;-)

11 giugno 2014

L'ingiustizia farà il suo corso

Bel segnale quello lanciato al paese e ai magistrati, da parte del Parlamento (compreso dei pezzi della maggioranza).
In un momento come questo, dove abbiamo da una parte la crisi, la disoccupazione, il lavoro che non c'è e dall'altra le inchieste su Mose, Expo, gli arresti di politici, finanzieri, commercialisti, banchieri, il parlamento approva una norma sulla responsabilità civile delle toghe.
In un paese normale, potremmo anche discutere di responsabilità civile dei magistrati. Ma noi non siamo un paese normale: siamo un paese dove Erri De Luca va a processo per le sue parole contro la TAV, ma nulla viene fatto contro chi istiga all'evasione (per dirne una).
Va ricordato che, già oggi, il cittadino può rivalersi nei confronti dello stato, per gi errori della giustizia.
Ma la scelta del parlamento può anche essere letta come una ritorsione alle inchieste.

Che l'ingiustizia faccia il suo corso

A Milano si discute se è meglio salvare la faccia (facendo preseguire le opere alle aziende cionvolte dalle indagini) o l'etica (bloccando i lavori in attesa che si faccia chiarezza sugli eventuali episodi di corruzione).
E mentre si discute di questo, Maroni sollecita il governo a sbloccare altri soldi e il governo gli risponde di controllare meglio come i soldi vengono spesi.
A Venezia si cerca di capire quanto sia vasta la zona grigia delle mazzette per il Mose. Fin dove può arrivare, in alto, coinvolgendo politici nazionali. E mentre regna lo stupore, per questo ennesimo scandalo, nessuno si chiede come sia possibile che un'opera sia andata così lunga, come tempi e costi, senza nessuno che abbia fatto niente. A parte sganciare altri finanziamenti pubblici.

A Roma invece siamo ancora alle grandi riforme: quelle che tutto il paese chiede e che sono rimaste, al solito, bloccate. Non per colpa del bicameralismo perfetto, ma per la solita arte del tirarla per lunghe. O per mettere una tacca sul cronoprogramma (fasullo): fatto!
Sono riforme che non impediscono il malaffare, che non rendono più trasparenti le opere pubbliche. 


Infatti la legge anticorruzione sarà infatti rimandata.
La legge sul conflitto di interessi, seria, non è nemmeno citata (d'altronde se va in Cina con Colaninno a visitare le aziende del padre di Colaninno..).
La legge elettorale è in mezzo alla palude. 
Rischiano di pagare gli 80 euro con rincari su benzina e altre tasse.

Che l'ingiustizia faccia il suo corso ..

10 giugno 2014

Hannah Arendt, di Margarethe von Trotta

Eichmann era incapace di pensare”: è questa una delle conclusioni cui giunse la studiosa, filosofa tedesca (ed emigrata in America dopo la guerra) Hannah Arendt, inviata dal New Yorker a Gerusalemme per seguire il processo in corso ad Eichmann.
Il film di Margarethe von Trotta ricostruisce questi mesi della sua vita: il processo (mostrato con le immagini originali in bianco e nero), gli articoli di giornale che diedero vita al suo celebre libro “La banalità del male - Eichmann a Gerusalemme (1963)”.
I suoi articoli crearono molte polemiche in Israele e nella comunità ebraica in America: la filosofa comprese che la persona che si trovava di fronte, dietro una lastra di vetro, non era un diavolo, l'incarnazione del male assoluto.
Adolf Eichmann era solo un burocrate, una persona grigia che aveva svolto con ordine e precisione il compito che il partito nazista e Hitler gli avevano assegnato, nell'ufficio B4 sottosezione 4 dell’RSHA, ufficio per la sicurezza nazionale delle SS.

Israele aveva bisogno del mostro, per imbastire un processo che non avrebbe potuto celebrare, avendo rapito Eichmann in Argentina.
Arendt raccontò di questa persona che aveva collaborato all'Olocausto “senza pensarci”: il crimine più brutale contro l'umanità (perché aveva colpito degli esseri umani negando loro la condizione di esseri umani) era stato eseguito da persone che non pensavano, non avevano idee, non ritornavano sulle loro azioni. Questa era la banalità del male che aveva reso il popolo tedesco in larga parte complice dello sterminio degli ebrei, senza un minimo di senso critico per le sue responsabilità individuali.
Eichmann poteva essere chiunque: chiunque fosse stato calato in una realtà, come la Germania di Hitler e avesse accettato la situazione senza porsi domande, senza nessuna riflessione, senza avere idee personali.


Un altro aspetto dei suoi articoli suscità enormi tensioni: le critiche rivolte a parte dei capi delle comunità ebraiche, che collaborarono con l'organizzazione messa in piedi dalle SS, per il trasporto verso i campi: “il capitolo più buio di questa storia”.
Così facendo molti ebrei accettarono i trasporti senza ribellarsi tranquillizzati dal comportamento dei capi.

Secondo la Arendt, se gli ebrei non si fossero lasciati nelle mani dei capi, almeno il 50% di loro si sarebbe salvato.


Il discorso finale (in inglese) di fronte alla sua aula


Uno degli ultimi passaggi del film:

Hannah Arendt: The whole world is trying to prove that I'm wrong. And no one sees my real mistake. Evil cannot be both ordinary and radical. Evil is always extreme. Never radical. Good is always deep and radical.
Heinrich Blücher: Would you have covered the trial if you knew what was expecting you?
Hannah Arendt: Yes. I would have covered it. Maybe to learn who my real friends are.
Heinrich Blücher: Kurt was your friend and would have remaind such.
Hannah Arendt: Kurt was my family.



Uomini ridotti ad ingranaggi dentro un sistema che non giudicano e che si possono giustificare delle loro azioni con frasi del tipo “obbedivo solo agli ordini”: è questo l'effetto finale delle dittature o dei regimi totalitari. Dove, non a caso, si bruciano i libri.  

Il mondiale per ricchi

A San Paolo, in Brasile, i ricchi viaggiano con l'elicottero, non per le strade, dove rischi di incontrare gente di censo inferiore.
E rischi di arrivare in ritardo non solo al lavoro, ma anche per vedere la partita. Per arrivare allo stadio, infatti, servono 2 ore di viaggio. E con lo sciopero dei mezzi, semplicemente non si arriva.
La coda, sempre lo sciopero, era lunga 600 km. Come metà dell'Italia.
Sono anche questi i numeri di un mondiale che rischia di diventare un boomerang per il Brasile. Un mondiale dove tutti i contrasti sociali arrivano al pettine.
Anche il calcio è uno sport per ricchi: chissà che bell'effetto faranno, alla cerimonia di apertura, gli indios nel loro balletto, sotto gli occhi dei signori del calcio mondiale.
Mentre fuori la polizia in assetto da guerra carica i manifestanti.

500 anni dopo i Conquistadores ..

09 giugno 2014

La terra desolata – Montalbano e la poesia di Eliot


Capita proprio a fagiolo l'ultimo libro di Camilleri“La piramide di fango”: in un momento dove si parla di corruzione sulle grandi e piccole opere pubbliche, anche Montalbano dovrà affrontare un caso di omicidio collegato ad un opera pubblica con troppi interessi dietro. Un'inchiesta che lo porta dentro un cantiere coperto di fango non solo in senso metaforico, in una contrada fuori Vigata, dove un'impresa un po' chiacchierata sta costruendo una condotta idrica inutile. Di utile, in quest'opera, ci sono solo i soldi pubblici degli appalti, che le aziende si sono spartiti.

Un po' come in tanti altri cantieri, che deturpano il nostro territorio anziché proteggerlo. Pensate un po' al Mose che doveva salvare Venezia e la sta facendo affondare nella vergogna o nell'Expo che doveva sfamare il mondo e non politici rapaci e residuati di mani pulite.


L'immagine che si trova davanti a Montalbano è un cantiere desolato con il fango che ha ricoperto tutti i macchinari facendoli sembrare degli scheletri di animali preistorici morti:
Montalbano si taliò torno torno. Quel paisaggio lo sdisolava, gli favica stringiri il cori, lo mittiva a disagio. L'enormi gru assimigliava allo schelitro di un mammut, i granni tubi parivano ossa di qualichi armalo giganti e armali scanosciuti e morti erano i camion deformati dal fando 'crostato di supra. Non si vidiva un filo d'erba, il virdi era stato cummugliato da 'na coperta semiliquita grigio scura 'n tutto eguali a 'na cloaca a celo aperto che aviva assufficato a ogni essiri viventi, dalle formicole alle lucertoli. A Montalbano tornò a menti un verso di 'na poesia di Eliot che s'acchiamava appunto «La terra desolata» e che faciva «qui, dove i morti perdono le ossa».«Ma a 'sta condotta idrica da quann'è che ci travagliano?»«Da setti anni, dottore».«E come mai tutto 'sto tempo?»
«Pirchì doppo cinco anni c'è stato un fermo a scascione che i costi erano triplicati, come a 'u solito».«E appresso hanno ripigliato?»«Sissi. C'è stato u novo suvvenzionamento dalla regioni. Ma nel frattempo pare che c'è cchiù l'acqua».«Quali acqua?»«Quella che sarebbe dovuta passari per questa nova condotta idrica, vali a diri l'acqua del Voltano».«E pirchì il Voltano non avi cchiù acqua?»«Non è che non avi cchiù acqua, gli è vinuta a mancari quella bastevoli a riforniri macari 'sta condotta».«E come mai?».«E' successo che 'ntanto il Consorzio di Caltanissetta ha vinciuto la gara e l'acqua del Voltano se l'è pigliata lui».«Allura 'sta condotta è inutili?».«Sissi».«E pirchì continuano a travagliarici?»«Dottore, vossia lo sapi meglio di mia. Pirchì ci stanno l'appalti già assignati, sunno 'ntiressi economici che vanno arrispittati, masannò finisci a schifio».Ma non era meglio se finiva a schifio 'na vota per tutte?
È qui che viene ritrovato il cadavere di un uomo, in mutande e canottiera: gli hanno sparato alle spalle e ha cercato rifugio, invano, dentro una galleria.
Da questo morto partirà un'indagine scivolosa, dentro il mondo degli appalti.


Niente di nuovo sul fronte ..

Piccola rassegna stampa di inizio estate.
Il PD tiene al secondo turno, ma non sfonda come alle elezioni europee, perdendo Livorno che finisce al M5S. Solo con la faccia di Renzi si vince.
Invece è vincente la vecchia formula PDL + Lega che vince a Padova (dove era stato presentato il vice di Zanonato). Del porco non si butta via niente.


Vicenda Stamina: un giudice civile ordina ad una struttura medica pubblica di andare avanti con una cura che la stessa medicina non riconosce. E a controllare la somministrazione, tale Andolina, delle cure un medico sotto indagine da un altro giudice penale.
Facciamoci del male: a sinistra, o quello che rimane, iniziano le prime divisioni, dopo che Barbara Spinelli ha deciso di andare a Strasburgo.

La mafia gode come un matto: oggi Sallusti era molto ispirato.
Saviano, lo scrittore di mafia, gode come un matto. È entusiasta perché una recente sentenza della Cassazione ha stabilito, per legge, che la 'ndrangheta del Nord non è una parente povera della 'ndrangheta del Sud, ma è la stessa cosa. «Avevo ragione io - dice e scrive in queste ore -, il Nord...
Commentando la sentenza della Cassazione che riconosce che al nord la ndrangheta esiste e non è la sorella povera della ndrangheta calabrese, il giornalista da la colpa a Saviano. Come al solito, la colpa è di chi parla della mafia, non di quei politici che comprano pacchetti voti dalle ndrine, che fanno entrare i boss dentro i consigli comunali o dentro i Cda.
Qui al nord. Dove esiste pure l'omertà e gli imprenditori taglieggiati che non denunciano. Capito Sallusti?


Non siamo razzisti: Jean Marie le Pen prende le distanze dalpadre, per un suo video dove fa una battuta antisemita. Spiegatelo a Salvini (e al suo alleato moderato Berlusconi).


E poi le altre solite notizie: le tasse (l'Imu è viva e lotta insieme a noi), il debito, la corruzione (spunta una tangente per Tremonti, si vede che gli euro non gli fanno tanto schifo), i tagli alla spesa pubblica per gli 80 euro, i poteri a Cantone che arriveranno (prima o poi), la disoccupazione.
Niente di nuovo, dunque.

Buona giornata.