13 luglio 2014

In fondo al tuo cuore - inferno per il commissario Ricciardi, di Maurizio De Giovanni

Incipit:
Cade, il professore.Cade, e mentre cade allarga le braccia, come se volesse cingere la rovente notte d’estate che lo accoglie.Cade, e siccome durante la breve colluttazione ha buttato fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni, adesso il suo corpo incoerentemente gli impone di inspirare, anche se quel nuovo ossigeno non servirà a niente, non farà nemmeno in tempo ad arrivargli nel sangue.E nemmeno il naso registrerà il profumo che viene dagli alberi e dai fiori delle aiuole, dalle cucine con le finestre aperte del quartiere, immerso nel calore come in una maledizione.Cade con gli occhi chiusi, senza guardare le luci ancora accese di chi non riesce a dormire nonostante l’ora tarda, e un po’ piú lontano, al di là dei tetti dei palazzi che digradano verso il mare, i lampioni della grande strada che pone fine al reticolo dei vicoli.Cade, il professore. E intanto i suoi pensieri si frantumano in mille piccoli pezzi, lampi di coscienza che non costruiranno mai piú una di quelle frasi armoniose per le quali è giustamente famoso nelle aule universitarie. Ormai sono come frammenti di uno specchio rotto che riflettono nella caduta quello che possono catturare, rimpiangendo quando insieme componevano una sola, bella immagine.Uno dei frammenti cattura l’amore.
C'è passione e c'è amore, in questo romanzo. C'è amore ma c'è anche il dolore che arriva da un amore tradito. O un amore non corrisposto perché i due cuori non hanno la forza di abbattere tutte le paure e i timori che li separano. Ci sono speranze per un amore che si vorrebbe far nascere e c'è la costanza e la forza di chi ha aspettato anni pur di rimanere fedele ad un patto d'amore siglato sui moli del porto di Napoli.
Guardando partire i bastimenti per l'America.
Amore e tradimento. Passione e dolore. Ambizione e sete di potere. L'ultimo romanzo dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni utilizza lo strumento del giallo, ambientato nella Napoli degli anni '30, in piena era fascista, per raccontare delle passioni umane, nei giorni caldissimi di luglio che precedono la festività della Madonna del Carmine.
In una di queste notti il primario di ginecologia Tullio Iovine del Castello, viene muore dopo un volo dalla finestra del suo ufficio. Si scoprirà poi, dai segni sul corpo, che non si è suicidato, ma è stato spinto fuori da una persona che doveva avere una forza enorme.
Sul posto accorrono il commissario Ricciardi e il suo aiutante, il brigadiere Maione. Accostandosi al cadavere, il commissario ascolta “il fatto”: è il dono che è anche una maledizione di Luigi Ricciardi, la capacità di percepire la sofferenza e gli ultimi pensieri dei morti, per morte violenta.
Ricciardi si avvide che il capo era appoggiato al suolo sul fianco destro; derivava dalla dinamica della caduta. Riportò l'attenzione sull'immagine, per ricevere l'ennesima ferita di dolore altrui. Quello del cadavere era quasi un sussurro dolce: Sisinella e l'amore, l'amore e Sisinella, Sisinella e l'amore, l'amore e Sisinella. L'ultimo assurdo pensiero al termine della caduta e all'inizio della morte. Il commissario si passò una mano sul viso, coperto da un velo di sudore, e malgrado il caldo non riuscì a controllare il caldo.
Il professore è morto con un pensiero d'amore in testa, indirizzato verso questa Sisinella (diminutivo di Teresa), che evidentemente non è la moglie, Maria Carmela Iovine.
Trovare il colpevole significa trovare il movente della morte dello stimato professionista e ai due investigatori si aprono troppe piste: questa Sisinella, ad esempio, l'amante di Iovine, per cui aveva chiesto ad un orafo di preprare un prezioso gioiello.
Nella sua ultima sera, Iovine aveva incontrato nel suo studio l'orafo Coviello (un artigiano del borgo), con due gioielli per due donne diverse, ma fuori dal suo studio lo aspettava un'altra persona nella penombra. È lui l'assassino?
Oppure il movente è da cercare nella gelosia?

Anche cercando nella sua carriera e nel suo lavoro si trovano dei moventi: come le minacce subite dal marito di una donna morta durante il parto, che forse si sarebbe salvata se il medico fosse intervenuto subito.
La moglie di Iovine consegna a Ricciardi una lettera di un ex collega del marito, piena di minacce.
Quando Maione fu uscito, Ricciardi si concentrò su ciò che aveva sentito nel luogo della morte del professore. Il sentimento che aveva inondato la sua pelle e l'anima, il dolore estremo della vittima, era tutto per la fantomatica Sisinella. La teoria del commissario era che dietro ogni delitto ci fosse la fame o l'amore, le due forze che garantivano la sopravvivenza della specie umana. Perciò, di volta in volta, cercava di capire quale di queste avesse la diretta responsabilità del crimine su cui indagava. Non si era mai sbagliato: uno dei due aspetti della passione era sempre stato all'origine del movente.Vero, Iovine aveva pensato all'amore, ma era stato un uomo di potere, e la fame di potere è tra le più terribili emozioni che possano scuotere un cuore ..
Un'inchiesta complicata. Perché si intreccia con una storia di tanti anni prima, quando due ragazzini che erano nati l'uno per l'altro, si promisero amore, all'Immacolatella, al porto di Napoli. Dove partono i bastimenti per l'America, per una nuova vita lontano dalle miserie e dalla fame.
Un amore che è stato scritto, in fondo al cuore.
Un'inchiesta complicata anche per le vicende personali che toccano da vicino i due investigatori e che tolgono loro la lucidità necessaria per affrontare il caso.
Ricciardi è ancora stretto tra le due donne della sua vita: l'impossibilità (o almeno, il non sentirsi ancora pronto) nell'abbandonarsi all'amore, lo hanno tenuto lontano da Enrica, che se ne è partita per Ischia, ad insegnare in una scuola estiva. Una partenza che è una fuga, perché in fondo al suo cuore sa che rimarrà sempre quella persona dagli occhi verdi che la guardava dalla finestra di fronte.
Livia, la cantante lirica, non si rassegna al rifiuto opposto dal commissario triste e proprio per lui organizza una festa in maschera, dove canterà una canzone (Passione, di Libero Bovio, Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente) per gli ospiti e per Ricciardi.
Ma il colpo più forte è la malattia della tata Rosa, per un colpo apoplettico che la lascia tra la vita e la morte, vegliata dalla nipote Nelide nell'ospedale del dottor Modo.
Rosa, la sua vera famiglia, la persona che l'ha seguito fin da bambino, e che ora dovrà lasciarlo solo:
- Sai, Bruno, lei mi ama tanto, nonostante me. Io sono .. io ho tanti silenzi. Ero così anche da piccolo, non avevo amici, giocavo da solo. E lei mi seguiva sempre; io sapevo che c'era, non avevo nemmeno bisogno di controllare. E anche dopo, quando sono diventato grande e ho continuato a .. ho continuato a starmene da solo, una parte di me sapeva che poteva voltarsi in ogni momento e trovarla lì, la mia Rosa, una statua calda, ferma a seguire con gli occhi quello che facevo. La conosci, lo sai com'è. Testarda, lagnosa, petulante. Ma è tutto quello che ho.
Ma i sentimenti toccano da vicino anche la serenità di Maione che, arriva a dubitare della fedeltà della moglie Lucia, perché la vede entrare furtivamente in un portone …


In fondo al tuo cuore è un romanzo che va nel profondo dei sentimenti, anche quelli più sconvolgenti: la verità sulla morte del professor Iovine viene svelata nelle ultime cinquanta pagine ed è una di quelle storie che pesano anche sulla coscienza degli investigatori, perché costringe ad affacciarsi sull'abisso dell'odio e della sofferenza delle persone:
Quando arrivava a quel punto delle indagini, quando la matassa era dipanata e aveva chiaro il motivo del delitto e come fosse stato attuato, subentrava per un attimo la ritrosia. Come se affacciarsi con piena consapevolezza sull'abisso dell'odio, sulla freddezza della determinazione a uccidere o a volere la morte di un essere umano, fosse guardare un panorama terribile e divorante; un atto necessario ma del quale avrebbe fatto volentieri a meno.
L'agonia di Rosa, la fuga di Enrica, la corte di Livia: per Ricciardi è arrivato il momento della resa dei conti personali, ovvero abbandonarsi all'amore confidando ad un'altra persona la sua maledizione (il vedere i morti nei loro ultimi istanti), rischiando anche di perdere per sempre questa persona. Prima che sia troppo tardi.
Perché la vera sofferenza è rimanere soli. Senza passioni, senza amore. Senza nessuno a cui aprirsi.
Non a caso, le pagine più belle di questo libro non sono quelle che riguardano l'indagine, ma i dialoghi dove si parla d'amore. Quel sentimento che si annida in fondo al cuore.
Le lettere di Enrica, il dialogo intenso tra suo padre e Ricciardi al caffè Gambrinus, perfino il dialogo tra Maione e Bambinella, il suo informatore.


PS: però un finale che lascia tutto così sospeso, è veramente crudele!


La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

12 luglio 2014

Da dove arriva Renzi

L'ho comprato appena Alessandro Gilioli ne ha parlato sul suo blog: "La diaspora. Dov'è oggi la sinistra italiana" (Imprimatur editor).
Da dove arriva la sinistra oggi al governo, quella delle larghe intese e la maggioranze variabili. Cosa sta facendo ora e dove vuole arrivare. Dalla rottamazione dei vecchi alle riforme a scatola chiusa.
Su l'Espresso uno stralcio dal capitolo "Leopolda mon amour"

Quattro novembre 2010, ex stazione Leopolda di Firenze. All’ingresso c’è uno striscione dipinto con lo stile dei writer: «Al passato grazie, al futuro sì». Dentro, centinaia di persone: soprattutto giovani. Sul palco, a destra, dietro a una scrivania, i due ragazzi che hanno organizzato la giornata: Pippo Civati, monzese, 35 anni, consigliere regionale lombardo del Pd spesso critico verso la dirigenza del suo partito; e Matteo Renzi, di pochi mesi più grande, neosindaco di Firenze. È da qui, da questo giorno d’autunno e da questa stazione dismessa, che partirà l’ascesa del rottamatore verso la segreteria del partito e Palazzo Chigi.

All’incontro della Leopolda si arriva però attraverso un percorso cominciato più di tre anni prima e in cui Renzi in realtà ha - almeno all’inizio - un ruolo marginale. Il gruppo di partenza nasce infatti nel 2007, dopo il congresso con cui i Ds hanno deciso di sciogliersi nel futuro Pd: e a un gruppo di giovani più o meno di sinistra che si sono conosciuti in Rete grazie ai rispettivi blog viene l’idea di provare a far sì che il nuovo partito non sia solo il frutto di un accordo tra due vecchie dirigenze, quelle dei Ds e della Margherita.

Tra di essi ci sono l’ex candidato outsider alle primarie del 2005 Ivan Scalfarotto, il giornalista e blogger Luca Sofri, l’economista Marco Simoni; a loro si avvicina quasi subito Pippo Civati. Ne nasce un sito Web, chiamato iMille, e - pochi mesi dopo - il gruppo si riunisce a Roma per un evento dal titolo profetico: “La necessità di uccidere il padre”.

Curiosa, vista oggi, la composizione degli oratori: si va da Civati a Paola Concia, dall’editore Michele Dalai alla filosofa Chiara Lalli, dal futuro ministro Federica Mogherini all’attuale parlamentare montiana Irene Tinagli, da Diego Bianchi (“Zoro”) fino a un altro futuro ministro, Marianna Madia (...).

Quando la segreteria Veltroni si disintegra (febbraio 2009), tra questi “giovani eretici” si apre la discussione sulla possibilità di mandare a casa la vecchia nomenclatura. Così nell’aprile del 2009 a Riotorto, frazione di Piombino, si rivedono per un seminario organizzato da Scalfarotto,  Concia, Sandro Gozi e dallo stesso Civati, con Marianna Madia, Irene Tinagli e Marta Meo. In corsa viene invitata anche Debora Serracchiani, fino a poche settimane prima ignota consigliera provinciale a Udine: il video del suo intervento contro le timidezze dei dirigenti del partito, in un’assemblea dei circoli, aveva appena riscosso un grande successo in Rete, diventando un emblema della nuova generazione che contesta quella vecchia.

A gestire i lavori a Piombino sono Scalfarotto e Civati. E Renzi? L’allora presidente della provincia di Firenze viene a sapere di questa riunione e l’ultimo giorno, la domenica, arriva anche lui. Si ferma soltanto un pomeriggio, giusto il tempo di fare qualche battuta e di conoscere il gruppo di trentenni grazie ai quali inizierà la sua ascesa. I “piombini” si rivedono tre mesi dopo al Lingotto di Torino, scelto come luogo simbolico per “far rinascere il Pd”. In quei giorni Renzi è appena stato eletto sindaco della sua città: quindi al Lingotto non va. Ma da Palazzo Vecchio partecipa alle discussioni per proporre una candidatura alla segreteria del Pd alternativa alle due “di nomenclatura”, cioè Bersani e di Franceschini. «Renzi insisteva che mi candidassi io, diceva che bisognava dare un segnale generazionale e mi presentava agli incontri pubblici come “il prossimo segretario del Pd”», dice oggi Civati: «Io invece ero convinto che la persona migliore di noi da proporre fosse la Serracchiani, diventata popolare grazie a quel video. Ma Debora, a sorpresa, decise di appoggiare Franceschini. Alla fine spuntò come terzo candidato Ignazio Marino e quindi ci schierammo con lui».

Così si arriva alla prima prova nei gazebo di quelli che in seguito verranno chiamati “rottamatori”: Marino però si ferma al 12 per cento e il percorso comune non va oltre. Quindi gli ex “piombini” ricominciano daccapo: e dopo le regionali del 2010 si ritrovano ancora a parlare del Pd da cambiare in un campeggio politico intitolato “Andiamo oltre” ad Albinea, vicino a Reggio Emilia. Ed è così che si arriva all’appuntamento della Leopolda. Racconta Civati: «Renzi un giorno mi chiamò e mi disse: “Pippo, tu che fai queste cose bellissime tipo Piombino o Albinea: perché non ne organizziamo una insieme, più in grande, qui a Firenze? Questa volta ospito io”. A me sembrò una buona idea, anche se politicamente eravamo già diversi: lui veniva dal giro dei teodem e come candidato sindaco alle primarie di Firenze era considerato quello più moderato. Io avevo già uno sguardo più a sinistra e un’idea di leadership molto più di rete, meno personalistica...».

È lo stesso Civati a scegliere la maggior parte delle persone che interverranno a Firenze, allargando il gruppo dei “piombini” a centinaia tra giovani amministratori locali (non solo del Pd), attivisti dei movimenti e delle associazioni, blogger, artisti, giornalisti, scrittori. Curiosamente, sia Scalfarotto sia Serracchiani in un primo tempo non sono affatto convinti di andare alla Leopolda: considerano il sindaco di Firenze troppo moderato, se non “di destra”: solo le insistenze di Civati «per colorare Matteo con il nostro gruppo» alla fine convincono i due a partecipare. Il sindaco di Firenze, tuttavia, è quello che lancia l’evento con un’intervista nella quale viene per la prima volta pronunciata quella parola che mediaticamente sfonderà: “rottamazione”.

L’appuntamento fiorentino è un successo. Ci sono persone di tutta la sinistra italiana: dal Popolo Viola ai radicali, dai sindacalisti di base agli ambientalisti, dagli attivisti per i diritti dei migranti ai giovani sindaci pd poco in linea con la leadership nazionale. Ai tre giorni di meeting si registrano settemila persone mentre sono 25 mila quelli che seguono l’evento in streaming. Dal palco, Renzi dà la parola e la linea, alternando politica e battute, frecciate e cazzeggio: a tratti sembra quasi un disc jockey. Alla fine tra gli interventi più cliccati su YouTube ci sono quelli di Alessandro Baricco, di Pif e di Maria Elena Boschi, 29 anni, che si presenta come semplice “avvocato esperto di diritto societario”. 

Un mese dopo, tuttavia, Matteo Renzi va in visita ad Arcore, da Silvio Berlusconi. Racconta Civati: «Io non ne sapevo niente: mi sono svegliato un mattino e ho visto che in Internet c’era una valanga di improperi contro Matteo e, per proprietà transitiva, contro di me. Leggendo ho capito cos’era successo. Ho cercato di rimediare con un post in cui prendevo blandamente le distanze, qualcosa tipo “io non l’avrei fatto”, ma ho anche tentato di difendere Renzi aggiungendo che non si poteva attaccarlo per quella visita. Invece lui si arrabbiò con me, mi scrisse che si sentiva tradito. Quindi iniziammo ad allontanarci e a poco a poco naufragò il progetto di far crescere insieme una rete di eventi e di persone».

Nei mesi successivi, Civati organizza altri incontri, più locali, che lui chiama “leopoldine”. Renzi non si fa più vedere e inizia a correre in proprio. Tutto per l’episodio della visita ad Arcore? Secondo Civati, no. Quello in realtà sarebbe stato poco più che un detonatore per una rottura che sarebbe avvenuta comunque: «Veniamo da percorsi differenti: lui dalla tradizione popolare, io dalla sinistra. E poi: noi volevamo costruire una rete che ponesse le premesse di un nuovo gruppo dirigente, con una solida elaborazione di pensiero alle spalle. Invece lui aveva un disegno che poi è emerso con chiarezza, cioè quello di un partito dove c’è un solo pensiero, il suo, e gli altri si devono adeguare».

Ivan Scalfarotto, rimasto al fianco di Civati fino al 2013 e poi passato con Renzi, ha di quella rottura un’interpretazione diversa: «È stata una questione più personale che politica. Pippo è un talento, è colto, intelligente: ma poi la leadership di Matteo è emersa in modo evidente».

E - comunque sia - è questa “evidente leadership” a segnare i destini di tutta quella banda di ragazzi che un tempo sfottevano ugualmente sui loro blog i vecchi capi del Pd. Boschi, Mogherini e Madia oggi sono ministri, Scalfarotto e Gozi sottosegretari, Simoni capo segreteria del viceministro dello Sviluppo Economico. I civatiani costituiscono invece l’unica vera opposizione interna al Pd. E l’ultima immagine che ritrae insieme “Matteo e Pippo” è proprio quella che arriva in diretta da Montecitorio il giorno in cui si vota la fiducia al governo dell’ex rottamatore: si vede Renzi marmoreo sulla sua nuova poltrona da premier mentre Civati, in piedi dal suo banco in alto a sinistra, gli dice a voce bassa che «sta sbagliando»

Povertà

Una delle poche cose che crescono, in Italia, è la povertà. Lo dice un rapporto della Caritas secondo cui la povertà non coinvolge più solo i senza lavoro (qui il pdf). Anche chi lavora è povero, secondo le statistiche raccolte. Oggi, non è più il terzo figlio quello che fa saltare i conti in famiglia. Già il secondo è un problema: fare figli, come anche farli studiare all'università, curarsi, è cosa da ricchi.
Gli unici che si sono salvati, da questo impoverimento, sono stati i pensionati con la minima, quelli cioè che hanno mantenuto l'indicizzazione delle pensioni.



La povertà di questo paese va di pari passo con la miseria della classe politica. Quella degli slogan e delle slide. Quella dove il padre delle riforme rischia 7 anni di carcere per prostituzione minorile. Faremo le riforme a S Vittore.

Mica posso fare le riforme in galera”, chiede e si chiede Libero, per conto di Berlusconi.

Poveri, potete stare tranquilli, la politica ora deve occuparsi dei problemi giudiziari di B. La tregua giudiziaria che potrebbe portare alla grazia presidenziale, per quelle riforme di cui Renzi ha bisogno, per sbandierarle in Europa. Per arrivare alla loro approvazione, anche a costo di spaccare nuovamente il centro sinistra, che condizioni sono state poste da B. nel patto del Nazareno? C'è dentro anche la grazia? La riforma della giustizia fatta assieme (ad uno che froda il fisco)?



Dunque riforme prima di tutto. Anche prima del paese. Ma in Europa preferirebbero che portassimo avanti il reddito minimo garantito, e non il Senato dei non eletti, con tutti i rischi di accentramento di potere nelle mani di un esecutivo senza controlli.

Ora Renzi ha un altro problema, dall'Europa: niente flessibilità sui conti, col rischio di una manovra da 24 miliardi in autunno (negata dal ministro).



Crisi economica e crisi politica. Fino alla crisi industriale: dopo Fiat, Bulgari, riso Scotti e le altre centinaia di marchi finiti in mano straniera, anche Indesit non è più italiana.

Il titolo in borda è schizzato. Nonostante i rischi occupazionali. Come dire che finanza e industria reale ormai sono cose separate.

Ma potremmo parlare anche dell'Ilva di Taranto dove sono state salvate ancora una volta le banche creditrici, e non la salute o il rilancio della produzione. Qualcuno sta svendendo l'acciaio italiano all'estero?

La questione Alitalia: dopo il salvataggio dell'Alitalia pubblica, pagato dagli italiani per fare un favore a Passera e Berlusconi (e i capitani coraggiosi), il dimezzamento degli esuberi  (che Camusso contesta) rimane comunque un mezzo fallimento, non un mezzo successo.

Ci vorranno mille giorni per cambiare paese.

Ma le frottole si scontreranno con la dura realtà delle cose molto prima.
Come i ristoranti pieni e la social card.
Come l'equità promessa da Monti.
Come le riforme sempre attese da Letta.
Come la svolta buona del sindaco (ex) rottamatore finito a riformare il paese assieme al caimano.

11 luglio 2014

1000 giorni per il paese

Il secondo comma del primo articolo della Carta dice che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Ne discende chi i poteri pubblici sono sempre essenzialmente limitati. Diminuire radicalmente le funzioni del Senato oltre a eliminarne l’eleggibilità significa che il Senato non potrà più svolgere il suo ruolo di contropotere della Camera. E ciò urta contro un altro principio fondamentale, proprio delle democrazie pluraliste, la necessità dei contropoteri.
Una siffatta concentrazione di potere in capo ad un solo organo e a una sola coalizione (per non dire in capo ad un solo partito e al suo leader) è impensabile in una democrazia liberale. Lo affermò esplicitamente lo stesso Presidente Napolitano nel suo bellissimo discorso per il 60° anniversario della Costituzione, allorché prese le distanze dal semipresidenzialismo francese, di cui lamentava l’assenza di contropoteri. Ebbene una delle caratteristiche di quel sistema è il criticatissimo “voto bloccato”, che - guarda caso! - è stato previsto, ciò nondimeno, nel ddl Renzi- Boschi.
E l’immunità dei senatori?
Se il Senato resta elettivo, ai suoi componenti competono insindacabilità e immunità. Altrimenti dovrebbe restare soltanto l’insindacabilità per le opinioni espresse e i voti
dati nell’esercizio delle proprie funzioni.
Cosa pensa della proposta di innalzare la soglia minima di firme necessarie per la legge d’iniziativa popolare da 50mila a 250mila?
È sbagliata. Si giustifica tale restrizione sostenendo che verrebbero garantite a tali proposte di legge “tempi, forme e …limiti”. Il che è uno specchietto per le allodole, in
quanto serve nel frattempo a non agevolare (come dovrebbe) ma a limitare l’iniziativa legislativa popolare, violando così, ulteriormente, l’articolo 1 della Costituzione che proclama la sovranità popolare.
Ma se questa cosa l’avesse fatta Berlusconi?Saremmo tutti quanti saltati per aria. Renzi ragiona come se le maggioranze siano destinate a rimanere invariate per l’eternità. Ma sbaglia, questo non lo può non sapere.

Nell'intervista del professore Alessandro Pace, raccolta da Silvia Truzzi sul Fatto Quotidiano, ci sono tutti i timori per la prossima riforma del Senato e delle istituzioni.
La sottrazione dei diritti costituzionali ai cittadini che non potranno più eleggere parte dei parlamentari, che diventeranno di fatto tutti nominati.
La sottrazione della possibilità di scegliere, di controllare, di proporre (tramite l'innalzamento delle firme per i referendum).

E dall'altra parte, di concerto con queste modifiche, l'accentramento di sempre maggiori poteri nelle mani dell'esecutivo.
Di fatto, non siamo più una repubblica presidenziale dove il potere si esercita in nome del popolo che ha eletto i loro rappresentanti.
Le elezioni diventano un televoto ad un simbolo, che sia Renzi o Berlusconi.
E una volta eletti, non rispondono più paese per le loro azioni. Perché, come Renzi ora, hanno un progetto da compiere e devono andare in fretta.
Oggi si discute di sindacati (e permessi sindacali) di eliminare, di statali da togliere, di immunità, delle correnti nel CSM, della burocrazia da abbattere, delle riforme che anziché in pochi mesi si faranno (forse) in pochi anni.
1000 giorni e cambieremo il paese.
Un leader, un partito, un popolo.

E nel frattempo, continuiamo a mettere sotto il tappeto il resto.
L'Ilva a Taranto.
La disoccupazione che cresce.
Le riforme taumaturgiche sul lavoro che non hanno prodotto nessun beneficio.
Gli scandali per le grandi opere.

Non a caso il prof. Pace ha concluso l'intervista col paragone con Berlusconi.
Certo Renzi non è Berlusconi, non ha Mediaset, non ha Dell'Utri a fianco, non ha l'arcipelago offshore.
Ma il conflitto di interessi, il nero e l'evasione, la criminalità organizzata rimangono sempre lì al loro posto.

Forse è questo il vero miracolo italiano. 

10 luglio 2014

I luoghi del commissario Ricciardi

Gli acquafrescai via Francesco Caracciolo

Porto di Napoli - Varco Immacolatella
Su Pinterest potete ripercorrere i luoghi di Napoli, raccontati da Maurizio De Giovanni ne "In fondo al tuo cuore", l'ultimo suo romanzo con protagonista il commissario Ricciardi.
Un romanzo dove si parla di amore e tradimento, che è una delle ragioni per cui si uccide, dice sempre il commissario che si porta appresso la sua maledizione di vedere le immagini delle persone morte in modo violento e di sentirne le ultime parole.

In Questo romanzo, che parte dal volo del professore, un importante primario al Policlinico della regia università, si attraversa Napoli in un feroce caldo estivo, "quello vero, viene dall’inferno".  
Assieme a Ricciardi e Maione (e gli altri personaggi della storia) si passa dal porto, dal Vomero, passando per il Gambrinus, per il policlinico e via Francesco Caracciolo, con gli aquafrescai:
"Gli acquafrescai, i piú amati in quelle giornate torride, con i chioschi a pianta circolare dotati di un bel tetto tondo che ricordava fresche pagode cinesi, decorati da cascate di limoni e arance che davano sollievo solo a guardarle".


Viva la spesa pubblica

Quante volte avete sentito dire dal politico (o giornalista, o economista) di turno, che per uscire dalla crisi serviva rilanciare la spesa pubblica?
Ormai, il partito dell'austerità (dopo i fasti dell'era dei tecnici) è terminato.
Lo stato può spendere, nel rispetto però dei vincoli, dei patti, degli accordi.
E ora l'Europa dovrebbe concedere maggiore flessibiiltà per questa spesa pubblica.
Ma è veramente così? In Italia abbiamo poca spesa pubblica oppure, la spesa pubblica è spesa male (scusate il gioco di parole)?

I casi di cronaca dicono altre cose: miliardi spesi in grandi opere di dubbia utilità, che finiscono pure nelle tasche sbagliate.

E' questo l'argomento centrale del libro scritto dagli economisti Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri e "Corruzione a norma di legge", dove si parla del Mose (e dell'alta velocità) e delle norme dello stato che hanno portato a questo scandalo.

"Le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il MoSE, la “grande opera” ideata per risolvere il problema dell’acqua alta a Venezia, dimostrano invece il fitto ntreccio che legava controllori e controllati, con conseguenze nefaste per la città, la regione e il bene comune. In questo libro Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri ricostruiscono la palude che per due decenni ha pervaso non solo il MoSE, ma anche l’Alta Velocità, l’Expo di Milano e altre grandi opere italiane. Dal libro emerge un sottile ma resistente filo rosso che collega la Tangentopoli degli anni Novanta al Sistema MoSE. Corruzione delle leggi prima ancora che violazione delle leggi".
Insomma, la corruzione è anche colpa delle norme, contrariamente a quanto dicono Renzi &c.

Ma ci sono altri esempio di come, in Italia, oggi, nonostante i proclami contro la Casta, contro le spese improduttive, i soldi pubblici siano utilizzati male.
La Camera che boccia la proposta del M5S sul blocco dell'indennità ai deputati condannati o arrestati.
E poi anche lo specchietto sugli stipendi dei dipendenti della Camera, confrontati con i colleghi del privato.
Alla Camera, un operatore tecnico prende in media € 89.379.
Nel privato gli stipendi medi si attestano a € 39.167.
Per non parlare del barbiere da 136000 €.

Insomma, forse si tratta solo di spendere meglio i soldi (o di redistruirli meglio).

Supercazzolescion

Certo, impapocchiare i giornalisti in inglese maccheronico non è facile.

Andrea Scanzi per il FQ si chiede come si dica Supercazzola in inglese

Renzi, come si dice supercazzola in inglese? di Andrea Scanzi
Parlando dell’agenda digitale europea, l’8 luglio scorso al Digital Venice, Renzi ha sconfitto in un colpo solo sia Rutelli (“Plizzzz visit de uebsait”) che il maestro Berlusconi con Bush (“e iuniversal messagg ov fridom end dimocrasi”). Qualcuno non ha gradito, per esempio il sito Mentecritica.net? : “Quello che veramente sconvolge è l’assoluta insipienza tecnica dello speech(il discorso, ndr), la totale vacuità dei contenuti, l’approssimazione terrificante dei concetti (...) La supercazzola in inglese, chiunque la faccia, non fa ridere perché, stranamente, gli stranieri la capiscono per quella che è: una stronzata”.

Sono da ritenersi critiche ingiuste, frutto di gufi e rosiconi: Renzi è stato efficacissimo. Riprendiamone alcuni passaggi, trascrivendoli fedelmente e partendo da ciò che chiameremo “Apologo della madre piangente”: “Mai mader u craii insss innnn i-i-in de tivì uen eeeeehhh… (pausa angosciata)… uh uh... sssssci sssssciii (pausa drammatica e sguardo persissimo)… sciii fiiling uiddd de-de-de-de...scii felt de-de-de-de-de berlis uozzz (???)...distroid bai de pipol...”. Nessuno ha capito cosa volesse dire, quindi è stato un discorso perfettamente renziano. C’è poi il momento che passerà alla storia come “Cauntri-rap di Matteo”, quasi come Prisencolinensinainciusol di Celentano: “Becos de aidia uidaut marketing (boh) in e commerscial fiiilll ummghmm destrakcior (mah) de-de-de-de-de-de-de (ad libitum) resalt ar not gud. Bat for cauntri (dito nell’occhio, forse per accecarsi con allegrezza) dis is olzo a rappresentescion ov possibiliti”.

È PERÒ con la “Parabola di Antonio Meucci” che Renzi sciaborda e deflagra: “Meucci is e veri gud italian (Meucci, per Renzi, è ancora vivo), but is olzo a terribol istori, bicos Meucci is the rial inventor of mo..telefon, ai’m sorri uidd american pipoll present here (la Madia ride) but olzo de congress of iunited steizz in tu tausand tu, in tu tausend uei (???) ai diden’t rimember, recognaizezed (aiuto) de faunder the inventor of telefon is Antonio Meucci. Antonio Meucci is incredibol man (Renzi ci ha giocato la sera prima a Risiko) forentaim, who uorked in de tiater, de most ansient tiater in iurop, Teatro della Pergola (questa non l’ha sbagliata), and ii uas a uolker and invented dd-d-de-de telefon to spiking about in the teater. (Pausa teatrale). E ginius. So, for fiù rison, ih left eataly (quella di Farinetti?) and iii uaasn’t ebol to ius the copirait, lessons, come si dice brevetto?... (guarda la Madia, la Madia fa finta di nulla) laisens (no, si dice “patent”), in eiti seventy uan seventy trai (guarda il cielo), ai dident remember esaclti de dei, so Bell arraived and in the istory ii uos de faunder and de inventor of the telefon”.

GRAN FINALE: “Adesso come spesso accade in questi momenti tocca al polit... (qui si ricorda che deve parlare in inglese, o qualcosa del genere)… Nau is de taim tu-tu-tu it, tu de lancc... (Gozi ride) an-de-for...and italian politiccian is absoluteli crucial to de nau is de taim of lancc!". Parole forti. E soprattutto: de-de-de-de-de.

09 luglio 2014

Il senso delle istituzioni

Fosse successo qualche anno fa, parleremmo di un ministro o di un ras del PDL, condannato in un processo (per questioni non legate alla sua attività politica), che presenta le dimissioni, subito respinte dal presidente del consiglio e da tutto il suo partito.
Solo che il potente ora si chiama Errani e il suo partito (da Renzi a Fassino) si chiama PD.
In ogni caso, sono tutti sicuri dell'innocenza del politico di turno.

Il re è nudo

Come nella favola di Andersen, alla fine il bambino alza il dito e dice "ma il re è nudo".
Il Brasile forse aveva già perso prima di entrare in campo, pensando a quel Neymar rimasto a casa.

Vediamo gli aspetti positivi: almeno un gol l'hanno fatto, ed è già qualcosa.
E poi, ora, potranno concentrarsi su questioni più importanti in Brasile: la favelas, la miseria ..
Coi soldi risparmiati per l'eventuale premio (e per gli ingaggi milionari delle star del pallone) si potranno costruire qualche scuola, qualche ospedale.
Ma si, so cosa pensate: la solita demagogia.
Se il Brasile avesse vinto il mondiale l'immagine del Brasile ne avrebbe giovato. Con ricadute su turismo, sui brasiliani.
Forse. Ma non su tutti i brasiliani.
Perché quando piove, piove sempre sul bagnato.
Anche se le lacrime per la sconfitta le avranno versate tutti.

08 luglio 2014

I signori del no

L'avete anche voi la sensazione del deja vu, quando sentite parlare il presdelcons?
Quei toni da ultima spiaggia del tipo, dopo di me il diluvio?
Il prendere o lasciare, senza poter nemmeno mai entrare nei contenuti?
Le critiche che vengono ribaltate in attacchi, polemiche, invidia, siete solo capaci di dire di no, gufi e rosiconi.

Berlusconi (regionali 2010): "Da sinistra solo no, insulti e critiche"
"Anche questa volta siamo di fronte a una scelta di campo tra il Pdl, che è al governo, che sa lavorare e il Pd che sa solo insultare e criticare. Noi risolviamo l'emergenze e la sinistra sa solo dire di no".

Renzi (a Venezia per parlare dell'agenda digitale): «Porto a casa le riforme piaccia o meno ai ‘signor No’»
«L’Italia la cambiamo davvero perché vogliamo troppo bene a questo Paese per lasciarlo in mano a quelli che sanno dire solo no e passano il loro tempo a disfare i progetti altrui» [..]«Piaccia o non piaccia ai frenatori portiamo a casa il risultato sulla riforma costituzionale, sulla legge elettorale, sul lavoro, sulla giustizia»

Ma c'è ancora modo e voglia, in questo paese che finisce sott'acqua all'ennesima giornata di pioggia eccezionale, di discutere nel merito le riforme e le proposte, senza finire in una discussione da bar sport?

In giornate come queste

In giornate come queste mi rendo conto di come buona parte delle notizie che leggo sui giornali siano fuffa, supercazzole buone solo per gli allocchi.
Gli italiani hanno bisogno della fine del cameralismo? Hanno bisogno di una Camera di nominati e di un senato di dopolavoristi?
O forse hanno bisogno di servizi pubblici che funzionano.
Di treni che arrivirino in orario.
Di stazione che non si allaghino.
Di strade che non siano intasate o piene di buche.

Piove, in un estate che pare sia finita vittima della spending review di Cottarelli, e nella circolazione verso Milano si bloccano stazioni, metrò, treni. Le strade sono allagate.

La stazione di Meda (Trenord, linea Milano Cadorna) è stata chiusa per l'allagamento che ha invaso i cantieri dove stanno lavorando.
Alcune stazioni della metrò (linea gialla e lilla) sono rimaste chiuse.
La circolazione sulle strade è un delirio. Clacson, passanti che cercano di sfuggire alle pozzanghere.
Oggi a Milano, come anteprima dell'Expo, sono presenti i ministri degli interni dei paesi europei: per sei mesi sarà la capitale europea.
Un bel biglietto da visita, di un paese dove si fa il Mose per fare la cresta sull'onda.
Dove si nutre il pianeta ma anche i costruttori per le opere di Expo.
E dove sono anni, dico anni, che sento parlare dell'emergenza del fiume Seveso.

07 luglio 2014

Il sintomo, di Francesco Fiorentino e Carlo Mastelloni

Sentì cambiare il ritmo del respiro. Non ancora un vero e proprio malore, ma una pressione che investiva il torace. Conosceva il sintomo. Le volte che tornava a Napoli per partecipare ad un convegno o a un seminario, in qualche maniera il corpo e la testa si ribellavano”.
Forse è vero: per comprendere Napoli e poterne raccontare la malattia, bisogna esserci nati prima, ma essersene allontanati. Aver abbandonato la città del mare, del sole e dei tanti luoghi comuni, per poterla guardare con occhi diversi, disincantati, lucidi, distanti.
Questa distanza permette di cogliere il sintomo della malattia: così deve essere successo ai due autori, entrambi napoletani, entrambi professionisti con una carriera fuori dalla loro città. Il primo, un insegnante di lingue a Bari. Il secondo, magistrato famoso (per le inchieste su Gladio) con molti anni di attività a Venezia e ora alla procura generale di Trieste.
Il sintomo è quello che colpisce il protagonista di questo romanzo, il viceprefetto Guido Dominici, una vita lontano da Napoli, tra Milano e Bruxelles, mandato nella città natale per coordinare le indagini dopo due stragi di Camorra che hanno fatto molto rumore.
La sua consegna, gli specificò, non sarebbe stata quella di dirigere le indagini, bensì di valutare i comportamenti degli inquirenti e l’efficacia dell’organizzazione”.
Le indagini sulle stragi sono state condotte fino a quel momento dal Questore Ruoppolo e dai suoi uomini, ma le polemiche per la mancanza di risultati l'hanno messo in una posizione difficile. La Questura è spaccata, il gruppo che fa capo a Ruoppolo potrebbe avere le ore contate, per una telefonata dal ministero: serve gente giovane per avere risultato, gente come il capo della Mobile Senese, giovane e ambizioso, che gli sta facendo una guerra sotterranea, aiutato dalla stampa che continua a sottolineare l'inconcludenza del lavoro della polizia.

In questo clima arriva in città Dominici, mandato a Napoli dal ministero per capire cosa sta succedendo in città e valutare lo stato delle indagini su quelle stragi che, più che alla Camorra, fanno pensare al terrorismo. Due stragi che hanno colpito uomini di un clan, i Vullo e che si pensa siano stati compiuti dal clan rivale, i Russo.
Siamo nella Napoli dei primi anni '80: il terremoto dell'Irpinia ha fatto piovere sulla città una pioggia di miliardi per la ricostruzione. Sono tanti soldi che il governo ha stanziato e che scatenano appetiti da parte dei clan, che si sono fin'ora divisi il territorio dello spaccio ma ora vogliono mettere le mani sulla ricostruzione.
Le lotte intestine in Questura portano al defenestramento del capo Ruoppolo, il poliziotto vecchio stampo viene messo a riposo da Roma e umiliato nei suoi stessi uffici.
I giornali iniziano ad elogiare l'esito delle indagini di Senese e del giudice Marescalchi (“ma soprattutto, mi raccomando, mai troppo zelo!”), che sposa la tesi della faida tra clan chiudendo le indagini sulle morti in modo un po' frettoloso.
E anche Dominici si ritrova, suo malgrado, sulle prima pagine dei giornali, per la sua immagine di funzionario dello stato giovane e brillante. L'uomo giusto per far ripartire la città nel post terremoto. Non solo nella carriera prefettizia.
La sua vita era indirizzata lungo i binari della carriera; le sue ambizioni come le capacità consistevano nell’arrivare al più presto all’ultima stazione. Si sentiva proprio un uomo mediocre”.
Ruoppolo, esautorato dal ruolo, inizia una sua indagine personale, più per ripicca contro quei “mappini” che l'hanno umiliato contro tutti quegli anni di carriera.
Parallelamente anche un giovane e rampante avvocato di uno studio notarile, Alberto Spoto, inizia una sua pericolosa indagine, ma con altri fini: testimone involontario del primo agguato dove hanno ucciso Cicciotto Vullo, il capo clan, si è annotato un numero di targa. E da lì ha seguito una pista che lo porta verso una confraternita religiosa, poco nota in città, ma che riceve molti miliardi, tanti, dall'estero, che finiscono per opere di carità. Almeno all'apparenza:
Una Fondazione panamense manda in Italia novanta miliardi sporchi che una volta entrati in disponibilità della Confraternita diventano puliti e possono essere in parte spesi per pagare mano d’opera criminale[..]
«Basta che in banca il dirigente della sezione estero merci sia d’accordo e firmi”.
La pericolosa indagine del giovane Spoto si intreccia col lavoro di Dominici, quando costui si presenta in prefettura, timoroso di rischiare la vita, e gli racconta tutto quello che ha scoperto.
Tutti e due ora, l'ex Questore da una parte, e Dominici assieme ad un vecchio amico napoletano, anche lui con un passato in polizia ma a Venezia, portano avanti un'indagine non autorizzata sulle stragi che li porta dentro i soldi del terremoto, i nuovi equilibri di potere tra politica e criminalità, queste strane confraternite da cui passano tanti soldi con la compiacenza delle banche, i salotti dei professionisti napoletani, più interessati ad un buon abito che a sconfiggere la criminalità organizzata.
“..era lui ad aver disatteso le regole impegnandosi in un’inchiesta parallela e non autorizzata. Una condotta ingiustificabile. Si era lasciato convincere da un vecchio arnese dalla reputazione discussa come Ruoppolo e da un giovane ambizioso, un signor nessuno senza arte né parte come quello Spoto. Lui, con una carriera impeccabile alle spalle e una ancora migliore davanti a sé! Era diventato un altro. Quella città lo aveva cambiato”.
Arriveranno ad un passo dalla verità. Ma per motivi diversi, quel passo non riusciranno a comprenderlo.
Perché sono uomini soli. Non solo per la solitudine sentimentale nella quale sono finiti: come Dominici e la sua gelosia nei confronti della ricca moglie milanese, una donna che sembra sfuggirgli.

È un finale amaro quelli cui si arriva nelle ultime pagine, quando si intuisce la grandezza del male, dentro Napoli e dentro il sistema di potere che governa la città e il paese. Questo gruppo di potere, che avvicina pure Dominici, per una sua carriera anche politica, e che il vecchio Questore Scarlato rappresenta così:
«A Napoli ci sono stati sempre due partiti, quello dei mascalzoni che vogliono riformare la città per metterci le mani sopra e quello di chi vuole che non cambi niente. Questi ultimi alla fine vincono quasi sempre, non perché siano migliori ma perché hanno la stessa indole della città a conservarsi sempre uguale».
Il gattopardismo dell'Italia: il cambiare sempre veste per non cambiare mai la sostanza. Un gattopardismo che rende tutto vischioso, dove tutti quelli che contano si conoscono tra di loro e dove è difficile distinguere bene e male. Il nuovo dirigente Senese, l'avvocato di successo, la stampa sono solo marionette di questo gruppo di potere affaristico-criminale che intende mettere le mani sulla ricostruzione della città. Dominici che non ha voluto schierarsi con nessuno dei due schieramenti, finirà emarginato.
Il sintomo” racconta bene questi aspetti, come anche è capace di raccontare le parti interiori dei protagonisti, a loro modo tutte persone solitarie in cerca di qualcosa.
Dominici, l'approdo finale della sua carriera dentro lo stato.
Spoto, un riscatto sociale, per cui è disposto a correre enormi rischi.
Ruoppolo la rivincita dopo essere caduto in disgrazia.
Alla stessa maniera, tutti e tre incapaci di portare avanti una relazione serena con le rispettive compagne: per l'incapacità di fidarsi, per gelosia, per assuefazione dopo tanti anni di convivenza.

Le ultime parole di Dominici, sono un ammissione di sconfitta, il crollo delle ambizioni:
«Me ne vado con la sensazione che tutta la mia vita fino a quando sono arrivato a Napoli sia stata una sorta di bluff. E che la città me l’abbia scoperto.».
La scheda del libro sul sito di Marsilio.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

Occhio per occhio

Suona tutto troppo sinistro, per sembrare naturale: l'omicidio dei tre ragazzi ebrei tenuti nascosto dalle forze di polizia per tre settimane. Durante le quali fu fatto credere alle famiglie che i ragazzi erano rapiti.
E il rapimento del ragazzo palestinese, Mohamed Abu Khedir , come vendetta per queste morti.
Dalle immagini gli investigatori hanno preso la targa dell'auto usata e sono risaliti ai nomi di 6 ragazzi.
Che rischiano lunghe condanne, ma ora il problema è il crescere della tensione a Gaza: la risposta ai razzi lanciati verso le case dei coloni sono stati i droni, per ritorsione contro Hamas, sebbene non ci siano prove che sulla loro responsabilità.
Altre morti, occhio per occhio finché non diventeremo tutti ciechi.

Spigolature

“.. potrebbe slittare la decisione delle Camere, visto che da sempre il parterre dei togati per votare i laici. Tra questi c'è il vicepresidente. Molti nomi, il PD Luciano Violante, l'ex ministro Paola Severino, l'avvocato Giulia Bongiorno, l'ex senatore Massimo Brutti, il giurista palermitano Giovanni Fiandaca (non eletto per il PD alle ultime europee)”.
Repubblica – 6 luglio.
Insomma tutta gente nuova, ex trombati della politica da piazzare.

“Sulle riforme istituzionali inviterei a tenere in considerazione un aspetto. Renzi sta giocando per conto dell'Italia, una partita europea difficilissima, dove da un lato mette sul piatto la determinazione a fare riforme e costruire un sistema istituzionale più moderno e, dall'altro, chiede un attenuazione del rigore”.
Il ministro Orlando, Repubblica 6 luglio.
Dunque, le riforme che ci tolgono la possibilità di scegliere i senatori e decidere chi mandare alla Camera servono come scalpo a Renzi per chiedere meno rigore in Europa?
E che c'entrano senato e legge elettorale col debito, la crescita e il PIL?

“Abbiamo perso autorevolezza perché abbiamo perso autostima”
Renzi, al TAV del Brennero.
E io che pensavo che avessimo perso l'autorevolezza per i cucù di Berlusconi, per le tangenti sulle grandi opere.

“Queste riforme concedono un potere incredibile al segretario del partito di maggioranza che sceglie i parlamentari. È un caso che Renzi non abbia mollato quella poltrona? Una classe politica ci penserebbe due volte a varare queste riforme. È l'opposizione dovrebbe chiedersi perché si deve dare una delga in bianco a Renzi. Domani poi, potrebbe esserci un altro segretario del PD. O Grillo a Palazzo Chigi”
Minzolini, intervista sul nuovo Senato da Repubblica 6 luglio.
O magari a Palazzi Chigi potrebbe tornare Berlusconi, no Minzolini?
Bello come in Italia si cambi subito idea sulla dittatura della maggioranza quando si finisce all'opposizione.

“Chiedo di essere giudicato in base ai documenti che ho portato.
Veramente si appellato, con un cavillo giudiziario abbastanza fumoso, al decreto “svuota carceri” per evitare la galera.
Per difendermi mi appello a tutti i cavilli giuridici che trovo. Ma se avessi voluto trovare veramente una scappatoia, mi sarei candidato alle Europee. E avrei ottenuto di sicuro un posto”
Galan, intervistato da Fabio Tonacci per Repubblica 6 luglio.
E magari in Europa avrebbe ottenuto anche l'immunità. Ecco perché adesso Renzi e B. stanno mettendo l'immunità per i consiglieri regionali in Senato.
Uno con questa cultura del diritto non può finire in carcere.

E, infine,  per la serie "porgete l'altra guancia", il parroco di Oppido che invita i parrocchiani a prendere a schiaffi il giornalista del Fatto. Perché i panni sporchi si lavano in casa. O, meglio ancora, si lasciano sporchi.

06 luglio 2014

Restaurazione 2.0

Riforma della pubblica amministrazione? Fatto.
Riforma della giustizia? Fatto.
Riforma del lavoro? Fatto.
Legge elettorale? Fatto.
Riforme istituzionali e Senato? Fatto.
Riforma della scuola? Fatto.


Se bastasse un powerpoint, una slide con le linee guida, un'annuncio, questo governo avrebbe riformato buona parte del sistema paese. Ma annunci e slide non bastano, come non sono bastati gli 80 euro a far cambiare passo alle famiglie italiane.
Gli indicatori della crisi non cambiano, gli investitori internazionali non si sono dimostrati interessati alle nostre aziende, il debito cresce: Renzi è andato in Europa per cercare di far partire un dibattito sulla flessibilità (dei conti, non quella del lavoro). Se dovessimo rispettare i patti che altri governi prima hanno firmato, potrebbero servire altre manovre e altri miliardi.
Dunque Renzi aperto al dibattito in Europa, ma uomo solo al comando in Italia.
Perché non si può ricattare un partito che ha preso il 41%.


Per il momento la Germania (e altri paesi del nord) non ne vogliono sapere.
In Italia, invece, il patto del Nazareno tiene. E non sai quale delle due notizie sia la peggiore.
Perché, scremate dai fiumi della retorica renziana (la velocità, la palude, #lasvoltabuona), dietro annunci e propositi si cela una vena restauratrice che dovrebbe far riflettere in molti.


Col nuovo assetto di Camera e Senato avremo un parlamento di nominati alla mercè dell'esecutivo che, con il 22% si prende tutto. Maggioranza, presidente della repubblica, Csm, Corte Costituzionale (per i laici che nomina la politica). Torneremo al vecchio parlamento sabaudo, post unitario, dove ancora non esisteva il suffragio universale e nelle Camera si entrava per titolo o per censo.
Ferdinando Petruccelli nel libro “I moribondi del Palazzo Carignano” descrive così il parlamento:

«Il Parlamento italiano componesi di 443 membri; ciò che sur una popolazionedi circa ventitré milioni di abitanti dà quasi un deputato per sessantamila anime. La Camera ha validate 438elezioni. Si è in via di rifare le altre. Su questi 438 deputati vi sono: 2 principi; 3 duchi; 29 conti; 23 marchesi; 26 baroni; 50 commendatori o gran croci; 117 cavalieri, di cui 3 della Legion d’onore; 135 avvocati; 25 medici; 10 preti [...]; 21 ingegneri; 4 ammiragli; 23 generali; un prelato; 13 magistrati; 52 professori, exprofessori, o dantisi come tali; 8 commercianti o industriali; 13 colonnelli: 19 ex-ministri; 5 consiglieri di Stato; 4 letterati; un bey nell’Impero ottomano, il signor Paternostro; 2 prodittatori; 2 dittatori; 7 dimissionari; 6 o 7 milionari; 5 morti che non contano più, ben inteso; 69 impiegati, sopra 88 che sono ammessi dallo Statuto; 5 banchieri; 6 maggiori; 25 nobili senza specifica di titolo; altri senza alcuna disegnativa di professione; e Verdi! il maestro Verdi. Non si dirà per certo giammai che il nostro è un Parlamento democratico! Vi è di tutto, il popolo eccetto».
Gian Antonio Stella nel libro “I misteri di viadell'Amorino” racconta della cessione della gestione dei tabacchi ad una società privata. Per evitare discussioni pericolose alla Camera, il re Vittorio Emanuele chiudeva le camere nei mesi estivi. Potremmo fare lo stesso: chiudere Camera e Senato dopo l'approvazione dell'Italicum e delle riforme, per evitare troppe discussioni.
Un emendamento del PD sulle riforme, le leggi del governo possono essere approvate in due mesi: niente ostruzionismo, pena la ghigliottina (come per il decreto su Bankitalia).


Grazie alla lettera segreta di Napolitano a Vietti, si ripristina il vecchio principio accentratore dei procuratori capi: il sostituto procuratore non è più libero di indagare come vuole (già lo si era capito con l'indagine sulla trattativa Stato – mafia). Pochi procuratori capi possono dunque controllare il funzionamento della giustizia in tutte le procure del paese.
Con tutto ciò che ne consegue sull'obbligatorietà dell'azione penale, sulla terzietà eccettera.
Perché il giudice sarà soggetto al giudizio del capo, del CSM di nomina politica e il cui presidente è espressione della maggioranza.
Quanti fascicoli rimarranno nel cassetto?
Oggi su Repubblica il ministro Orlando ripete “Sulla giustizia niente inciuci con la destra”. Come dobbiamo chiamare il fatto che il partito del 41%, che non si fa ricattare dalle sue correnti, non è riuscito ancora a fare una legge seria su autoriciclaggio, sul ripristino del falso in bilancio, sulla prescrizione e sul rientro dei capitali dall'estero?


Per anni si è discusso di conflitto di interessi, di corruzione, di evasione, di lotta agli sprechi, di lotta alle mafie, di premiare il merito. Di un'informazione che controlla la politica e non di un'informazione che vive grazie ai fondi della politica.



E oggi ci ritroviamo con un'informazione a servizio. Non cambia nulla se ora, anziché B. (quello della frode Mediaset, l'amico di Dell'Utri, delle leggi ad personam, del bunga bunga) ci sia un ragazzo giovane e simpatico. Semplicemente rende il tutto ancora più vergognoso.

04 luglio 2014

L'uomo è uno e nessuno

L'uomo è uno e nessuno.
Porta da anni la sua faccia appiccicata alla testa e la sua ombra cucita ai piedi e ancora non è riuscito a capire quale delle due pesa di più. Qualche volta prova l'impulso irrefrenabile di staccarle e appenderle a un chiodo e restare lì, seduto a terra, come un burattino al quale una mano pietosa ha tagliato i fili.
A volte la fatica cancella tutto e non concede la possibilità di capire l'unico modo valido di seguire la ragione è abbandonarsi a una corsa sfrenata sul cammino della follia. Tutto intorno è un continuo inseguirsi di facce e ombre e voci, persone che non si pongono nemmeno la domanda e accettano passivamente una vita senza risposte per la noia o il dolore del viaggio, accontentandosi di spedire qualche stupida cartolina ogni tanto.

Incipit di io uccido, di Giorgio Faletti

La generazione di Telemaco

Non so se Renzi si è letto il saggio di Massimo Recalcati "Il complesso di Telemaco" (citato da Renzi senza fare il nome dell'autore). Certo è che durante la presentazione del libro a Milano, Recalcati ha più volte citato Renzi, come modello. La sua velocità di azione, per come ha fatto fuori il suo precedessore a Palazzo Chigi, il (fu) Letta.
Rimane il fatto che questa metafora, mi sembra un pò usata a sproposito: la generazione dei Telemaco si mette in viaggio alla scoperta del padre (non in conflitto come Edipo, l'altro modello comportamentale a lui contrapposto).
Si mette in viaggio per ripristinare la legge nel suo paese, occupato dai Proci che stanno dissipando le riserve del padre e insidiano la madre.
Renzi si è messo in viaggio da Firenze a Roma portandosi dietro un pò di fedelissimi (il giglio magico lo chiamano i giornali).
Ha fatto accordo un accordo per le riforme istituzionali con Berlusconi: uno che vedo più nella parte dei proci che non in quella di Ulisse dall'aguzzo ingegno.
Non solo: il modello istituzionale che hanno in mente B. e R. è quello dei nominato dove chi sta dentro il palazzo decide per tutti, tagliando fuori pure il parlamento.
In un emendamento appena approvato, la camera ha 2 mesi di tempi per decidere su una legge che il governo ritiene fondamentale.
Un colpetto istituzionale, direi, se non fosse un'espressione un po' inflazionata ultimamente.

Insomma, lasciamo stare in pace il povero Telemaco.

03 luglio 2014

Il piano scuola e le nozze coi fichi

Ideona: facciamo lavorare di più i maestri, teniamo le scuole aperte anche a luglio e poi, premiamo i migliori secondo criteri che ancora non sono noti.
Questo è il contenuto del piano scuola elaborato dal renziano Reggi.
Stesso stipendio, più ore di lavoro.
Perché lavorano solo 18 ore a settimana e tutti devono fare sacrifici. Sembra di sentir parlare Renzi sulla Rai o un Marchionne sui suoi dipendenti.

Peccato che più che del cantiere scuola, si dovrebbe parlare delle scuole che sono diventati dei cantieri. Per come sono conciate.
Altro che aprire le scuole un mese in più. A Genova le scuole superiori verranno chiude di sabato, perché non ci sono i soldi per le bollette di luce e riscaldamento.
Non si fanno le nozze coi fichi secchi. E questi sono gli innocatori, quelli che cambiano il verso al paese.
"La scuola non deve essere un ammortizzatore sociale" dice oggi Reggi.
Ma lo diceva ieri anche l'ex ministro Gelmini.
Non a caso su Il giornale leggi "Renzi copia la Gelmini".

La miglior difesa è l'attacco

Chissà se nell'incontro di oggi con Berlusconi, Renzi parlerà anche di quello che sta succedendo a Sarlozy. Sotto accusa per aver cercato di influenzare un'indagine, si sta difendendo attaccando i suoi magistrati e facendo la vittima.
Come dicono i giornali francesi, è il metodo Berlusconi: spostare il processo da un terreno giudiziario ad un terreno politico.

Pourquoi Nicolas Sarkozy adopte-t-il une stratégie de victimisation à chaque fois qu'il est mis en cause dans une affaire ?
Sa défense n'a jamais varié. La recette est toujours la même : un kilo de « c'est un complot politico-judiciaire », 500 grammes de « ça n'arrive pas maintenant par hasard », saupoudré de « le dossier est vide » et assaisonné d'« il en sortira renforcé ».
En suivant cette stratégie de riposte, Nicolas Sarkozy cherche à déplacer le débat du terrain judiciaire au terrain politique. Cela lui permet de détourner l'attention de son coeur électoral UMP, voire des médias et de l'opinion publique en général
Come direbbe Wil, per quella la storia dell'autorevolezza ..

L'Europa non è l'Italia

L'Europa non è l'Italia e l'Italia non è l'Europa.
Forse pensava di intortare l'europarlamento, nel suo discorso iniziale infarcito di citazioni e battute alla Crozza.
Ma il risultato è lo scontro con i conservatori tedeschi come Weber, che in Europa riportano la posizione del governo tedesco: ci ricordano che il nostro problema è ancora una volta il debito, che dobbiamo ridurre per diminuire i rischi di destabilizzare la nostra economia e trascinarci dietro il resto dell'Europa.

Non si fanno intortare da slide, promesse, hashtag, riforme sulla carta: come la spending review di Cottarelli, che doveva fruttare 32 miliardi in tre anni.
La famosa flessibilità in Europa non ci è stata concessa: non ci servono altri soldi dall'Europa se questi poi vengono sprecati in progetti inutili e costosi, se devono finire nel buco nero dei centri di formazione al sud.
I soldi dell'Europa (che sono anche soldi nostri) ingrassano le mafie e i clientelismi locali: su questo punto Grillo ha ragione.
Simone Perotti in un suo studio propone di rinunciare ai fondi europei, risparmiando così i soldi che l'Italia mette in Europa.

1) Ogni anno l’Italia spende miliardi in progetti finanziati dai fondi strutturali europei, eppure non abbiamo la minima idea dei loro effetti. Per esempio, nel periodo 2007 - 2012 sono stati finanziati circa 500.000 progetti di formazione di vario tipo, per una spesa di 7,5 miliardi, eppure a tutt’oggi nessuno sa quali tipologie di progetti sono meglio di altre, e se vale la pena attutare questi progetti.
2) Ogni anno si producono centinaia di documenti di valutazione, che alimentano un sottobosco infinito di centri di ricerca, ma nessuno di questi documenti ha alcuna utilità nello stabilire se e quali progetti intraprendere.

E gli altri soldi? Bisognerebbe controllare tutta la spesa pubblica, dai comuni alle regioni. Gli appalti, le forniture, le partecipate, gli stipendi, le consulenze ... 
Per non parlare della corruzione, del riciclaggio, della lotta all'evasione.

Forse non è solo l'Europa che deve cambiare ma anche l'Italia: un percorso difficile, se ti sei scelto come compagni di strada le stesse persone che hanno portato il nostro paese fin qui.
E allora, molto meglio tornarsene a casa, nel comodo salotto di Porta a porta.
Dove trovi giornalisti italiani capaci di incredibili gattopardismi sul bavaglio alle intercettazioni, legge elettorale per nominati, immunità per tutti (consiglieri regionali compresi).

02 luglio 2014

Le ultime parole famose

Chiamparino, ex sindaco PD di Torino, ex banchiere e ora governatore del Piemonte, intervenendo all'assemblea dell'Unione Industriale di Torino che si svolge alla Maserati di Grugliasco:
"Di questi tempi si parla di grandi opere solo per parlare di tangenti. Il Mose e' coevo del Passante Ferroviario di Torino ma non mi risulta che qui ci siano state combriccole, cricche, distribuzioni di mazzette".
"Nel frattempo - ha aggiunto - abbiamo fatto la metro e le Olimpiadi di Torino 2006. Vogliamo affermare con orgoglio torinese che le grandi opere si possono fare senza tangenti"
A parte che le Olimpiadi di Torino non sono state un successo per il contribuente. A parte questo, dopo 24 ore sono scattate le manette per il blitz sulle infiltrazioni della ndrangheta negli appalti del TAV Torino Lione.
Nelle intercettazioni  i boss si dicevano “Ce la mangiamo io e te la torta dell’alta velocità”. Sono l'imprenditore Giovanni Toro calabrese trapiantato in Piemonte e Gregorio Sisca affiliato alla locale.
Tra gli indagati c’è pure l’imprenditore valsusino Ferdinando Lazzaro, a capo della Italcoge (ora Italcostruzioni, ditta attiva nel cantiere del Tav) che avrebbe smaltito illecitamente rifiuti.

E i No Tav che contestano l'opera?

Emerge da un’intercettazione fatta la sera del 23 maggio 2011. Sisca parla dello sciopero degli operai dell’Italcoge e Toro cambia discorso: “Se arrivano i No Tav con l’escavatore ci giriamo e ne becchiamo qualcuno – dice – E che cazzo, stiamo lavorando, spostatevi che dobbiamo lavorare. E col rullo gli vado add… cioè salgo io sul rullo e accelero. Se non ti togli ti schiaccio. Che dobbiamo fare, la guerra!”.