07 aprile 2016

Guerra all'Isis – Isis e Al Qaeda a confronto

Guerra all'Isis: il saggio di Aldo Giannuli che racconta come fare, cosa fare, chi colpire nella guerra all'Isis (alla Jihad in realtà) per evitare di ripetere gli stessi errori.
Come quello di confondere Al Qaeda con Isis: due strutture diverse con due leader diversi con, soprattutto, obiettivi diversi.

Dal capitolo “L'ISIS e il Califfato”:
Dal punto di vista politico, Al Qaeda non ha mai puntato ad una rivoluzione dal basso, quanto piuttosto a usare l'arma del terrorismo come supporto tattico alla sua manovra di penetrazione nelle classi dirigenti islamiche (e arabe in particolare). In effetti Al Qaeda ha sempre avuto un gruppo dirigente socialmente elevato e in più di un'occasione sono lampeggiate compiacenze e complicità di classi alte islamiche: dai comandi militari pakistani (e in particolare del servizio segreto), ad ambienti non distanti dalla famiglia reale saudita, a intellettuali egiziani, a uomini della finanza islamica in Europa.
[..]E' significativo che Al Qaeda non abbia mai giocato le sue carte sullo scontro diretto con le classi dirigenti nazionali arabe, ma sul «nemico lontano», cioè l'Occidente (gli Usa e poi l'Europa), mentre verso le prime ha avuto un atteggiamento «entrista» (se ci si passa l'uso di un termine proprio della tradizione politica europea). Conseguentemente a questa visione «globalista» dello scontro, Al Qaeda non ha mai puntato alla conquista di un grande spazio territoriale, da espandere per contiguità. Anche il caso dell'Afghanistan non smentisce questa impostazione , perché, in realtà, esso era più lo Stato dei talebani che di Al Qaeda e i rapporti tra loro non furono mai idilliaci.[..]Questo modello mutò in parte e poco dopo l'11 settembre.
[..]Sin qui il modello Al Qaeda che, come si vede, ha ben poco da spartire con un tentativo di insorgenza dal basso e si nutre piuttosto dell'azione coperta all'interno delle classi dirigenti: come dire che Al Qaeda non è stata le «Brigate Rosse che parlano in arabo», quanto piuttosto la «P2 che incontra alla moschea».Molto diverso, come si può constatare facilmente, il caso del progetto di al-Zarqawi che, sin dal suo sorgere come AQI [Al Qaeda Iraq] , ha avuto carattere di organizzazione di massa rigidamente centralizzata e con una ben precisa catena di comando. Un modello molto più vicino al partito leninista. D'altro canto si tratta di un modello funzionale a una strategia diversa, apertamente diretta contro le classi dirigenti nazionali e orientata alla conquista di ampi spazi territoriali tali da far nascere uno Stato. Come già accennato, la atattica della guerriglia di al-Zarqawi ha molti punti di contatto con la concezione di Mao e delle sue basi rosse, che avevano dimensioni ragguardevoli, tali da consentire la formazione di un vero e proprio esercito dotato di armi pesanti, una guerriglia che evolve verso la guerra regolare. Dunque, dove Al Qaeda cerca l'inserimento nelle classi dirigenti nazionali per orientarle nel senso voluto, l'ISIS punta a spaccarle per assorbirne una parte e combatterne l'altra.Quello che ha distinto la concezione di al-Zarqawi è, come si è detto, l'elasticità con cui la sua organizzazione passa dallo stato di clandestinità a quello di potere apertamente costituito e viceversa: nel 2006 le forze di AQI erano ad un passo dal concludere l'operazione «cintura di Baghdad» e prenderne la capitale, ma, con il sopraggiungere dei centotrentamila americani dell'operazione Surge, il gruppo tornò rapidissimamente nella clandestinità..[..]Questa sua grande flessibilità determina un'altra caratteristica fondamentale nella strategia zarqawiana: la sua «inclusività». Ci spieghiamo meglio. Come abbiamo detto inizialmente, la principale differenza strategica fra Al Qaeda e l'attuale ISIS stava nell'individuazione del nemico principale «lontano» per Al Qaeda, «vicino» per al-Zarqawi e, di conseguenza la prima si concentrava su grandi e spettacolari attentati, lungamente preparati oppure affidati alla spontaneità dei «lupi solitari», ma sempre in Occidente.Al contrario, AQI-ISIS si è sempre concentrata sul teatro mediorientale, ma sino al 2015, quando c'è stata una svolta.[..]Il 13novembre arriva la svolta con gli attentati di Parigi. L'ISIS non si è convertita alla linea di Al Qaeda che mira al nemico lontano, semplicemente ha incluso un'azione di quel tipo rendendola funzionale alla sua logica, che resta semnpre quella originaria. La svolta si era resa necessaria sia per «tagliare la strada» a un ritorno all'egemonia di Al Qaeda sul movimento islamista, sia per evitare di dare l'immagine di organizzazione che colpisce solo altri islamici.

Guerra all'Isis, di Aldo Giannuli – Ponte delle Grazie

Gli errori che abbiamo fatto, perchè rischiamo di perderla, che cosa fare per vincerla / Aldo Giannuli

Indignados per un giorno

Il problema sono le domande, magari le risposta, non l'intervistato.
Compito del giornalista è questo, fare informazione, fare domande, anche scomode, trovare le notizie, informare, permettere alle persone di poter esprimere poi un loro giudizio.

Sorprende l'ondata di indignazione per l'intervista di Riina jr: sorprende che questa arrivi anche dai politici che ieri e anche domani siederanno proprio nel salotto di Vespa.

Inquietano non le risposte date dal figlio del boss mafioso, non le domande: come se la famiglia Riina fosse una famiglia qualsiasi, come se non sapesse chi fosse il padre, che mestiere facesse ...

E' questo servizio pubblico, si sono chiesti ieri in tanti?
Da Vespa sono passati anche Dell'Utri e Contrada. Concorso esterno in associazione mafiosa. Niente indignazione.
E, tanti anni fa, Biagi e Zavoli in RAI hanno intervistato mafiosi e brigatisti, ponendo loro domande.

L'indignazione a tempo passerà in fretta, come quella montata per la scoperta di tanti patrioti (anche italiani) coi conti offshore.
Come se non avessimo avuto fino a ieri un presidente del consiglio che aveva ideato una ragnatela di società offshore per nascondere soldi al fisco.

Quanto durerà questa indignazione? Un giorno, una settimana?
Ci indignamo per la mafia in TV e non facciamo niente per la mafia nelle liste elettorali, per contrastare il voto di scambio, la penetrazione dentro l'economia.
Indignados per un giorno.

06 aprile 2016

Le radici del caos in Medio Oriente – da Guerra all'Isis di Aldo Giannuli

Guerra all'Isis è il titolo del saggio (Ponte delle Grazie editore) scritto da Aldo Giannuli dove il ricercatore (e storico, esperto di intelligence e altre cose) cerca di spiegare cosa sia l'Isis, o meglio la Jihad (il terrorismo di matrice islamica, non solo la sua ultima incarnazione), quali siano i suoi (veri) obiettivi e quali siano stati i nostri errori come occidentali.

Scrive l'autore sul suo sito:
In primo luogo è scritto Isis ma, in realtà il riferimento è al concetto più ampio di Jihad, infatti, l’Isis in quanto tale può anche essere sconfitto e debellato, questo non significherebbe che la “guerra santa dell’Islam” sia finita: Daesh è solo una delle sue incarnazioni ed il problema politico (e militare) si riproporrebbe forse in termini anche peggiori dopo questa sconfitta. Anzi, la cosa potrebbe essere anche la trappola politica in cui l’Isis intende attirare l’Occidente.Il punto è illustrato nel pezzo di anticipazione che qui segue. La scelta del termine Isis è dipesa dal bisogno di evitare un titolo troppo astratto  come “Perché stiamo perdendo lo scontro con la Jihad” o “la guerra con l’islamismo” ma si sarebbe trattato di titoli di scarso impatto e suscettibili di suscitare equivoci.In secondo luogo, tengo a precisare che la mia posizione è diversa tanto da quella dei fautori di un intervento di terra degli occidentali contro il Califfato, quanto da quella dei sostenitori del “lassez faire”. L’Isis è un pericolo per la pace mondiale, è un progetto imperiale a carattere schiavistico e rappresenta una orribile regressione storica, dunque va abbattuto, ma c’è modo e modo. Anche perché, come dicevamo, abbattuto il Califfato non per questo avremmo risolto il problema dello scontro con l’islamismo (si badi: islamismo, non islam). Il solo confronto militare non risolve nulla, quello che è mancato sin qui è stato il contrasto politico.”

Un capitolo intero è dedicato ai veri obiettivi dell'Isis (di certo non la conquista di Roma):
Torniamo alla domanda centrale di questo libro: quali sono i piani dell’Isis nel breve e nel lungo periodo?E’ molto difficile pensare che l’Isis pensi alla fondazione del super stato islamico come aggregazione intorno a sé, cioè assimilando brani di territorio via via strappati agli avversari, sino ad ingoiare Siria, Iraq, Libano, Giordania e, magari, stati minori della penisola arabica e, infine, Arabia Saudita, Quatar eccetera. Ci sono troppi ostacoli ancora su questa strada: le classi dirigenti nazionali arabe, per quanto divise e litigiose, difficilmente lo permetterebbero e le più forti di esse sarebbero in grado di battere anche ciascuna da sola l’esercito del Califfo. Poi anche i vicini (Iran e Turchia) non è probabile che restino inerti a vedere la ascesa della super potenza arabo-sunnita. Infine, c’è sempre la possibilità di un intervento occidentale (magari insieme alla Russia) se Daesh dovesse diventare troppo preoccupante. Un processo paragonabile all’espansione del Regno di Sardegna non appare realistico, almeno a breve termine: l’Isis non ha nessuna Francia disposta a combattere a suo fianco e nessuna Inghilterra disposta a proteggere il suo “sbarco a Marsala” ed ha nemici molto più numerosi. Dunque, non è una strategia del ”carciofo” quella a cui stanno pensando. Certamente, sin quando gli sarà possibile mantenere il suo stato sovrano e, magari ingrandirlo con questo o quel territorio, lo farà, ma la carta principale della sua strategia è, piuttosto, un’altra: destabilizzare tutto il più possibile, per poi ridefinire i confini e rapporti di forza nel Medio Oriente, giungendo a quel momento con il migliore rapporto di forze possibile. Insomma: destabilizzare per stabilizzare, una cosa già sentita.Se poi l’esito dovesse essere un grande stato che includa quello che c’è fra Suez e l’Eufrate, o solo una porzione o magari quello che alcuni già chiamano il “Sunnistan” (cioè la sommatoria dei territori sunniti di Iraq, Siria, Libano e Giordania privati dei territori di sciiti, alawuiti e curdi) tutto questo si vedrà e dipenderà dai rapporti di forza con cui il “Califfo” dovesse giungere al momento. Dopo si discuterebbe il da farsi in prospettiva.”

Nel secondo capitolo Aldo Giannuli raccoglie tutti gli errori dell'Occidente che, in Medio Oriente, si è comportato come un demiurgo nella creazione di stati e paesi che non esistevano, portando avanti il doppio gioco per usare etnie e tribù contro le altre (l'epopea eroica di Lawrence D'Arabia che aizzò le tribù arabe contro i turchi dell'Impero Ottomano o anche i mujaeddin in funzione antisovietica).
L'attuale caos nasce da lì, dalla spartizione delle potenze occidentali dell'ex impero Ottomano, tra la fine dell'ottocento e la fine della prima Guerra mondiale.
Le radici dell'attuale caos che investe l'area mediorientale (la nuova «fitna») stanno tutte qui, nel modo in cui si è dato fine all'Impero Ottomano, con un assetto statuale privo di ogni senso che non fosse la spartizione imperiale fra Francia e Inghilterra. L'Iraq fu una inversione personale di Churchill bella conferenza svoltasi all'Hotel Seminaris del Cairo nel 1921. Gli inglesi non avevano intenzione di presidiare militarmente l'area, soprattutto per ragioni economiche, ma volevano lasciarsi alle spalle un sistema di di Stati «amici» e senza disordini interni. Già dalla pace di Berlino (1878), si era facciata l'ipotesi di adattare l'area califfale a un sistema di Sharif (nobile discendente di Maometto) incentrato sulla Mecca. Churchill riprese questa idea (peraltro perfettamente funzionale al disegno di costruire un potente regno saudita) e il suo principale risultato fu una serie di «Stati geometrici», con i confini tracciati cono la riga: l'Iraq, no stato completamente artificiale, univa gli Sciiti (separandoli dall'Iran) ai sunniti (a loro volta separati dai correligionari che restavano in Siria e Giordania) e ai curdi (a loro volta divisi da quelli che restavano in Turchia, Siria e Iran). La Siria, i cui confini dipendevano dall'intesa Sykes-Picot ed erano tracciati con il righello non meno di quelli dell'Iraq, assommava, a un'ampia maggioranza di arabi e aramei, minoranze di armeni, turchi e curdi, ma in un quadro religioso molto più diversificato: a una maggioranza di due terzi sunnita, si aggiungono i drusi del sud, gli alawiti (di derivazione sciita) nel nord ovest e un dieci per cento di cristiani. I francesi scelsero come loro interlocutori preferenziali gli alawiti che, nonostante non abbiano mai superato il venti per cento della popolazione e proprio in grazia di quell'antico rapporto preferenziale, sono di gran lunga il gruppo più importante del paese controllando tutte le leve del potere.Infine, i sauditi, grazie all'appoggio anche militare degli inglesi, riuscirono a conquistare tutti i luoghi santi (Medina e La Mecca) e unificare la maggior parte della penisola arabica fondando l'attuale regno dell'Arabia Saudita, il focolaio del futuro fondamentalismo di marca wahhabita”.

Guerra all'Isis, di Aldo Giannuli – Ponte delle Grazie

Gli errori che abbiamo fatto, perchè rischiamo di perderla, che cosa fare per vincerla / Aldo Giannuli

Sette anni di macerie

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Le macerie de l'Aquila compiono sette anni. Compleanno amaro da quella notte del 6 aprile 2009.
Sette anni di tubi Innocenti che puntellano palazzi, sette anni di promesse agli aquilani, sette anni di persone spostate dalle loro case e dai loro paesi, lasciate a sopravvivere nelle new town.
Sette anni dove il centro della città è rimasto semi disabitato, ancora da ricostruire.



Sette anni dalle CASE di Berlusconi, vanto dal governo del fare, quello che faceva bene e in fretta, senza perdersi in troppi fronzoli, senza perdere tempo nelle lungaggini burocratiche. Governo che in pochi mesi ha tirato su case antisismiche solo sulla carta, che sono costate più del dovuto e che dopo pochi anni hanno dimostrato problemi di stabilità.


Progetto CASE: i balconi che crollano
Per l'Aquila le uniche telefonate che abbiamo sentito erano quelle degli sciacalli che ridevano di notte, sognando già i lauti profitti per la ricostruzione, da fare in fretta nella consueta emergenza in cui in Italia si affrontano le emergenze.
Le cronache, purtroppo, non riportano di intercettazioni di politici o ministri preoccupati per i poveri aquilani, per la gente rimasta nelle tende per mesi, controllata dall'esercito e dalla polizia, che dopo anni ancora aspetta di tornare a casa.
Gente che si fidava della rassicurazioni della commissione grandi rischi della Protezione Civile, condannata poi assolta in processo, per quello che non ha fatto dopo tutto lo sciame sismico che andava avanti da mesi. 



Sette anni di macerie e sette anni di latitanza della politica italiana, se si esclude il G8 dell'allora presidente Berlusconi. Passerella politica e mediatica.


Il cartonato di Renzi, preparato da Gazebo, per l'Aquila
Sette anni dove nessuno ha sentito l'urgenza per rimettere le cose a posto: l'Aquila non è l'Expo di Milano, non è il TAV in Val di Susa e le altre grandi opere.
Fino al prossimo terremoto, alla prossima tragedia, al prossimo compleanno de l'Aquila ci dimenticheremo del rischio sismico, dei fiumi che esondano, che le colline franano, che abbiamo cementificato in modo selvaggio e criminale dappertutto.
E, come per la casa dello studente de l'Aquila, crollata su sé stessa uccidendo gli otto ragazzi, piangeremo lacrime di coccodrillo, dopo.

Buon, cattivo compleanno allora.

05 aprile 2016

Lotta di classe offshore

Nella lista dei nomi dentro il "Panama papers" troviamo le solite banche, sportivi famosi , manager (anche con incarichi semi pubblici), vip e poi politici di tutte le salse: comunisti, post comunisti e occidentali. 

Che male c'è se uno porta i soldi all'estero?
Se non viola le leggi .. Peccato che le leggi siano pensate proprio per chi vuole pagare meno tasse, per spostare i capitali dove gli pare e, se scoperto, pagar il minor dazio possibile.
Che male c'è?

Quelle tasse non servono poi a pagare il TAV in Val di Susa, il ponte sullo stretto, le grandi opere, le autostrade inutilizzate in Lombardia.
Servono anche per scuole, ospedali, sicurezza: volete portare i vostri capitali dove vi pare?
Bene, niente scuola pubblica per voi e i parenti.
State male di notte? Niente 118 o pronto soccorso.
Vi entrano i ladri in casa? Arrangiatevi.

Questa sarebbe coerenza.
Altrimenti da proprio fastidio vedere da una parte la ricetta monodose dell'austerità e del taglio alla spesa pubblica (non quella improduttiva, ma tagli a sanità, università, stipendi pubblici).
E dall'altra questa lotta di classe all'incontrario, dei ricchi contro i poveri.

PS: le vie dell'elusione e dell'evasione sono usate anche dalle mafie e, siccome non siamo ingenui, anche dal terrorismo.
Prima o poi qualcuno si inizierà a chiedersi dove finisca la libertà di eludere e dove cominci la complicità con mafie e terrorismi vari.

Tempa rossa la trionferà!

Confesso di non aver ancora capito il perché delle dimissioni del ministro (ex) Guidi.
L'emendamento di cui parlava al telefono è stato deciso dal presidente del consiglio, è tutto trasparente, porterà posti di lavoro, è un'opera strategica che il paese aspettava da anni.
Si è dimessa solo per una telefonata col fidanzato, che grazie a quell'emendamento che favoriva se stesso e la Total avrebbe guadagnato?

Ci stanno raccontando bugie e dovremmo pure credergli.
Se la Basilicata è il Texas italiano, che fine fa la ricchezza, in che tasche finisce, come viene ridistribuita?
Perché la gente emigra dalla Val d'Agri, se c'è tutta questa ricchezza, se arriveranno tutti questi posti di lavoro, promessi dal condotto Tempa rossa?
Se è un'opera così strategica per il paese, come mai ci sono stati tutti questi contatti tra la Total e il ministro Boschi? Forse perché più che al sistema paese l'opera da sbloccare interessava ai petrolieri?

Ieri a Piazza pulita il Presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli difendeva le trivelle, gli impianti, il petrolio. 
E' indubbio che siamo ancora dipendenti dal petrolio e che non possiamo stoppare ora l'estrazione degli idrocarburi: ma nascondere l'avvelenamento delle acque, dell'aria e dei terreni (come si è fatto per anni a Taranto) è vergognoso.

Ieri il presidente, di fronte alla minoranza PD ha usato i suoi soliti toni: noi siamo diversi dagli altri, noi non ci nascondiamo dai processi ..
E poi l'invito, fuori luogo, ai magistrati di arrivare a sentenza, che qualcuno ha letto come un invito a proseguire le indagini.
Servirebbe un ripasso di cosa è successo in Basilicata (e anche in Calabria) negli anni passati, su come sia stata stoppata l'inchiesta Toghe Lucane (e Poseidone..).

Il sospetto (rinforzato anche dalla condanna dei vertici Total proprio per i lavori di Tempa rossa) è che ci siano comitati d'affari che non devono essere portati alla luce.
Come la ricchezza della Basilicata, le royalties finora pagate dalle società di estrazione, che non si capisce che fine facciano.
Tempa rossa la trionferà!

04 aprile 2016

Su petrolio lobby e poteri forti

Abbiamo contro i poteri forti..
Siamo il governo che fa tremare le lobby ...

Siamo tornati indietro ai tempi del governo Berlusconi, anche quello vittima dei non ben definiti poteri forti.
Anche questo governo li ha contro. Chi sarebbero poi, queste lobby e poteri? Non certo Confindustria, soddisfatta dalle riforme del governo.
Le lobby poi, anche loro hanno avuto il giusto: quelle del cemento, i concessionari delle autostrade, le banche, le assicurazioni.
L'Europa? Juncker è stato eletto anche grazie ai voti del PD.
Rimane la Spectre. Forse.

Nell'attesa che si chiarisca il dubbio, bisogna convincere i lucani che questo governo pensa a loro, con un emendamento (Tempa rossa) pensato per loro (e finito dentro l'inchiesta della procura di Potenza) .  
Il petrolio che porterà benessere e posti di lavoro in una regione tra le più povere d'Italia sarà quello del sottosuolo, che arricchisce i petrolieri e inquina i terreni.

Report – padroni si nasce

Piatto forte della prima puntata di Report, l'inchiesta su Confindustria e a seguire un servizio sulle diete fai da te.
Confindustria, la quinta carica dello stato, 150mila imprese che versano 500 ml di euro. Di Confindustria è l'università Luiss, Il sole 24 ore e un centro studi con cui combatte le ottusità dello Stato.

Come li sceglie i suoi dirigenti Confindustria?
Il presidente di Confindustria giovani Veneto, è figlio d'arte: papà è il Riello costruisce climatizzatori.
Essere figlio di papà è la regola: Fossa, Pininfarina, Abete, Marcegaglia, Bonfiglioli, Colaninno.
La meritocrazia cozza un po' col familismo? Secondo Squinzi non è così, avere a fianco il figlio è un vantaggio. Prima viene il rapporto di parentela poi il merito? Il figlio è qualificato, garantisce l'ex presidente per il figlio che ha un posto in Federchimica.
Una delle 130 sotto associazioni che fanno parte dell'associazione.

Quanto costa l'associazione?
Non è facile sapere quanto paga un imprenditore: Pigna paga 200mila euro l'anno; alla Ducati non danno i dati e non li danno nemmeno a Unindustria, stesso discorso alla Camera di commercio.
Le quote si negoziano, non esiste una regola basata su fatturato e dipendenti: alla Bosh pagano 50mila euro per 1300 dipendenti. Della Valle paga 40mila euro , Barilla paga invece 1ml di euro.

La vicepresidente Mansi spiega che decidono gli imprenditori del territorio, dopo una riunione: peccato che non avendo un bilancio pubblico (la trasparenza!), non è facile capire come stanno le cose.
L'AD di Ducati non sapeva che il bilancio delle Confindustrie non fosse pubblico: in realtà non lo sa nessuno, nemmeno in Federchimica, dove non c'è traccia di bilanci sul sito.
Stesso discorso sui siti delle associazioni, niente traccia dei bilanci: l'ex presidente Squinzi stima un bilancio totale in 500ml di euro, ma “è difficile fare un bilancio consolidato”.

Il vicepresidente Mansi a Roma ha fatto vedere il bilancio, un po' di sfuggita, a Bernardo Iovene: “gliel'ho fatto vedere in estrema trasparenza!”.
Non c'è obbligo, chiaramente, come non c'era obbligo nemmeno per i sindacati, se per quello.
Peccato che in Francia, per la Medef, il bilancio sia pubblico e viene consegnato al giornalista senza problemi.

Non tornano i conti all'Aquila, sui fondi raccolti dagli imprenditori dopo il terremoto: il condirettore dell'epoca non ne sapeva nulla, nemmeno l'attuale vice presidente ..
La dottoressa Iannella, che ne aveva chiesto conto, di quei soldi, è stata espulsa dall'associazione: aveva chiesto una rendicontazione dei soldi, che forse si sono persi.

In Confindustria ci sono anche società pubbliche, come Eni e Enel, e ci sono dentro anche delle ASL, dunque è anche roba nostra: dobbiamo pretendere trasparenza da questa associazione, dove gli incarichi sono gratuiti ma sono un trampolino per avere accesso al potere.

Ma cosa fa concretamente Confindustria?
FCA è uscita da Confindustria nel 2012, dopo l'ha seguita il gruppo Morellato: non ha più la funzione che serve alle imprese, il lavoro di lobby lo si fa a Bruxelles.
Anche Finmeccanica ci sta pensando: Confindustria è costosa è non da servizi di pregio, dice Moretti. Nel 2014 hanno speso 4,9 ml di euro: vorrebbero pagare il giusto prezzo, per rimanere, ma hanno bisogno di servizi di assistenza migliori, nei rapporti coi sindacati e con le istituzioni.
Anche Barilla regala 1 ml di euro l'anno, senza avere servizi in cambio: più l'impresa è grande più i servizi sono già presenti nelle aziende stesse, dicono.
La realtà è che Confindustria aiuta le imprese di persone con un piede già dentro, ci sono anche aziende che la contrattazione la fa al suo interno senza nessuna intermediazione, come alla Bosh.
Alla Saeco sono andati a trattare direttamente col sindacato, dopo l'arrivo della Philips: ha fatto ben poco per essere coinvolta, dicono i sindacalisti.

Le aziende che escono dall'associazione, trovano i suoi servizi sul mercato, dice Morellato.
Esistono anche dei conflitti: in Confindustria ci sono imprese e anche fornitori di servizi come Enel ed Eni. Forniscono energia alle imprese e siede allo stesso tavolo di aziende che comprano energia.
Di chi fa gli interessi Confindustria, allora?

Agnelli, presidente di Confimi, racconta del problema della convivenza tra aziende private e pubbliche: cosa che ultimamente accade molto di rado: aziende pubbliche e private hanno interessi diversi tra loro.

Queste le quote versate:
Eni versa 7ml di euro.
Enel 2,3
Finmecannima 4
Poste 4,8

Perché pagano, visto che sono pubbliche e non si va a rinnovo del contratto?


E, poi ancora:
Ferrovie (ma il dato è di Moretti e non dell'azienda) 4ml
Fincantieri ?
Terna ?
Rai 900mila euro
Acea ?
Hera ?
A2A 540mila euro

Ma il 90% delle entrate arriva dalle piccole imprese, che più delle altre avrebbero bisogno dei servizi dell'associazione: ma succede che più paghi e più sei grande più conti. Così si dice che alle ultime elezioni del presidente abbiamo pesato più Eni e Poste.

E poi trovi in Confindustria chi non dovresti trovare.
Le banche non te le aspetti dentro: eppure Unicredit è dentro Confindustria, anche se rispondono che non è vero.
Il 27 febbraio, al Giubileo di Confindustria erano tutti lì seduti: Ghizzoni, Squinzi, Bracco.
Un'iniziativa di Eni e Unicredit, si difende la dottoressa Mansi: eppure anche il papa aveva capito che Ghizzoni e Squinzi facessero parte della stessa associazione. E infatti Unicredit è iscritta all'associazione di Genova e Roma, assieme a Carige.
Anomala, come situazione: visto che le banche erogano il credito alle imprese stesse.

Questo pensa l'AD di Pigna, che racconta come l'accesso al credito sia un problema delle imprese, che arriva solo tramite un sistema di relazioni, non in base alla bontà dell'impresa.
Stessa opinione di Barilla: la presenza delle banche è un conflitto.

A Genova nell'associazione si trova anche l'ASL più grande, per avere i servizi di formazione e anti-infortunistica.
Peccato che sia la ASL che dovrebbe certificare questi servizi di Confindustria!
C'è il caso dell'ospedale Galliera, iscritto a Confindustria, che seguiva corsi professionali da Confindustria. Eppure parliamo di una società pubblica, che non dovrebbe fare profit.
Uno scambio, una collaborazione, un percorso comune .. Così hanno cercato di giustificarsi dentro l'associazione territoriale: l'impressione è che si voglia far entrare il privato dentro una struttura pubblica.

A Bologna invece una Onlus è iscritta a Confindustria: altra discrepanza, difficilmente spiegabile.
Pagano 7000 euro l'anno, per avere servizi da profit, anche se si parla di Onlus.
Forse invece è solo un discorso di relazioni..

Le strategie di Confindustria.
A Roma si decidono tutte le strategie: il costo della struttura varia, da 40 a 70 ml di euro.
Costo del personale, per le persone che pensano, che poi espongono i loro lavori ai politici: il jobs act, l'IRAP …
Eppure ci sono settori che sono dimenticati, come l'alimentare, si lamenta Barilla.
Il programma dei candidati non è divulgabile e questo è antidemocratico: si lavora per relazioni, racconta Moretti.
A Venezia, il presidente Marchi è stato dichiarato ineleggibile perché dopo l'accordo ha informato la stampa: ai vertici locali e nazionali dell'associazione non è piaciuto.
Si dovrebbe evitare di creare dei professionisti dell'associazionismo, che si dimenticano poi degli obiettivi primari di fare impresa – chiudeva Marchi.

La questione morale in Confindustria.
Partiamo dallo scandalo Montante, vicepresidente di Confindustria, è oggi indagato per concorso esterno in mafia, avendo pure la delega alla legalità.
Sarebbe la solita antimafia di facciata: nonostante le accuse è ancora vicepresidente, non è stato cacciato né ha perso le deleghe.

Marco Venturi, presidente dell'associazione in centro Sicilia, per avere chiesto un passo indietro a Montante, è stato convocato dai probiviri e ha subito un processo “kafkiano”. Ha anticipato l'espulsione, che sarebbe arrivata, per la sua colpa di aver parlato ai giornali.
Venturi è uscito da Confindustria con la sua azienda, mentre Montante è rimasto al suo posto.

Altra grana è quella di Gemelli, commissario nell'associazione di Ragusa, il findanzato dell'ex ministro Guidi.
Diana Bracco, vicepresidente, è stata rinviato a giudizio per evasione fiscale: “un caso assurdo” sostiene Squinzi che la difende.

Eppure l'etica viene insegnata ai giovani industriali: l'attuale presidente dei giovani non vorrebbe avere a fianco un imprenditore indagato e sotto processo.
Confindustria non si assume le sue responsabilità, spiega l'ex DG Cipolletta.

Come nel caso De Lorenzo: la Honda aveva denunciato il presidente territoriale di Chieti (per delle irregolarità), passando attraverso Confindustria.
L'associazione ha scelto di difendere Di Lorenzo e Honda a quel punto è uscita dall'associazione e ora sta delocalizzando.
MILENA GABANELLI IN STUDIOQuesta è l’eredità per il nuovo presidente designato Vincenzo Boccia, e speriamo che nessuno la faccia pagare al giovane Riello per avere avuto il coraggio di dire quello che pensa. Allora, tornando al nuovo presidente che è stato designato anche con ilpeso delle federazioni, una delle più importanti: Federacciai. Allora, a febbraio le aziende siderurgiche di tutta Europa hanno manifestato a Bruxelles contro l’invasione dell’acciaio cinese in Europa sotto costo che le metterebbe in ginocchio e quindi anche la nostra Ilva. A rappresentare gli l’Italia, Federacciai che vuole una regolamentazione.  Bene, il presidente di Federacciai è Antonio Gozzi che è amministratore delegato della Duferco, un grande gruppo posseduto al 51% dallo stato cinese. Allora, Gozzi sarà naturalmente bravissimo, ma farà i nostri interessi o quelli di chi gli paga lo stipendio?Ecco, questo è un dubbio che sarebbe meglio non ci avere. Poi per altre questioni è indagato per corruzione internazionale a Bruxelles. Andiamo avanti. Aiscat e Assoaeroporti: presidente Fabrizio Palenzona, che è anche presidente della societàAeroporti di Roma, è nella giunta di Confindustria Roma, è vicepresidente di UniCredit, è dentro il cda dell’Abi, poi dicono che le banche stan fuori. Ora tutti questi suoi intrecci fanno bene al sistema? Lo migliorano?
Quindi, Confindustria digitale che rappresentata da Ibm a Microsoft, da Google ad Aruba, a tutta la Assotelecomunicazioni: un settore strategico. Il presidente è l’ingegnere Elio Catania. Ricordiamo il suo passaggio in Ferrovie dove ha lasciato il buco che ha trovato e il non memorabile transito nell’azienda trasporti milanese; è rinviato a giudizio per insider trading, ed è stato sospeso per due mesiinterdetto dalla Consob dai pubblici uffici. Ma Confindustria digitale è un’associazione privata.Allora, da quello che abbiamo visto e capito è che l’apparato fa quadrato attorno agli uomini d’apparato. Che cosa vuol dire essere uomini d’apparato? Vuol dire crescerci dentro: il nuovo presidente Boccia, che come imprenditore stampa le figurine Panini, i cataloghi Ikea e le etichette di una nota acqua minerale, lui ha cominciato da piccolo: bene, come presidente dei giovani industriali di Salerno, poi della Campania, poi vice Confindustria nazionale giovani... insomma, tutta questa roba qua. Non è che si può proprio dire che sia l’uomo della svolta, ma magari, magari, ci sorprende… Bene, in conclusione, a tutti gli associati è detto senza ironia e pregiudizio, i migliori auguri. 
Qui potete scaricare il pdf con la trascrizione del servizio.

03 aprile 2016

Macaronì, di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Romanzo di santi e di delinquenti.

Prologo.
Il 15 agosto 1938 don Quinto Magnanelli lasciò presto la canonica. Aveva finito di dire la prima messa e appena terminato di fare colazione.
«Vado giù al paese vicino, al mio paese» disse alla Perpetua. «Oggi là c'è la festa, sepete.»La Perpetua borbottò qualcosa di assenso. Lo sapeva, era tradizione che don Quinto, ogni anno, per la grande festa patronale del paese vicino vi si recasse, celebrasse la messa solenne cantata con il locale parroco don Enrico e si fermasse là a mangiare, invitato a pranzo dal collega.

Sceso in paese, don Quinto si imbatte in una persona dall'aria familiare: un uomo con una barba scura che gli copriva il volto e con due occhi di un azzurro intenso.
«Eppure quel viso e quegli occhi ...».

Ambientato tra la fine dell'800 e gli anni precedenti la seconda guerra mondiale, Macaronì è il primo romanzo della serie letteraria inventata dalla coppia Guccini Macchiavelli, col maresciallo Benedetto Santovito, nato in Campania ma trasferito per punizione (per episodi del passato non del tutto chiari) su un paesino dell'appennino Tosco-Emiliano.
Un paese tranquillo, uno dei tanti paesi dove è stata forte l'emigrazione verso l'estero (specie in Francia), per colpa della miseria e la gente è abituata a vivere con poco perché è la stessa terra che da poco.
Tanta neve d'inverno, acqua in primavera e poco sole, strozzato dalle montagne che lo circondano:
Il paese è chiuso a levante e ponente , fra due montagne. Così c'è solamente uno spicchio di cielo che, in inverno, il sole attraversa in poche ore. Sotto, nella parte più bassa della gola, l'acqua scorre in mezzo ai massi, sbattendo contro le rive, rimbalzando sulle rocce, trascinando, schiumando”.

Paese tranquillo, dicevano i superiori del maresciallo, che però se poi si trova invischiato in una catena di delitti, di due compaesani che però venivano da fuori il paese, ma che in realtà inizia proprio col parroco che abbiamo incontrato nel prologo e prosegue col suo predecessore, il maresciallo Bargellaux, trovato morto per un colpo di fucile, dentro un rovo.
Ma forse, a voler ben vedere, la scia di delitti inizia da ben prima, dai tempi di Spirito, così veniva chiamato Prosperi Gaetano, uno dei tanti figli di quella terra dimenticata magari non da Dio, ma dagli uomini e dal re sicuramente. Uno di quelli che d'inverno, per guadagnare qualcosa doveva scendere in paese ed adattarsi ai lavori più faticosi, che quando si ha moglie e figli, il più piccolo di pochi anni, si fa questo e altro. Ma se non si è disposti a tollerare soprusi, la vita diventa difficile ..
Ucciso dalle guardie del re, davanti l'aia di casa, davanti gli occhi del figlio più piccolo, chiamato Ciareìn per i suoi occhi azzurri. Un brigante, uno che fiutava le guardie a naso, che sapeva sparire quando lo cercavano, come uno Spirito appunto.

Romanzo di santi e delinquenti …
Macaronì è un romanzo che parte raccontando due storie, all'apparenza disgiunte, tra passato (i fatti a seguire il 1882) e il presente narrativo (il 1939), che poi si fonderanno in un punto di incontro.
La prima storia è una storia di povertà ed emigrazione: quella di Ciareìn, scappato dal paese e dal quel cognome ingombrante, per emigrare in Francia, dove sulla sua pelle vive tutta la trafila odiosa vissuta dagli italiani andati all'estero per lavorare. Ragazzi, spesso minorenni, sfruttati da caporali italiani come loro, ma senza nessun segno di solidarietà.
Prima di aprire il tegame che il caporione consegnava alla partenza, i ragazzi già sapevano cosa ci avrebbero trovato dentro: maccheroni, sempre. Neppure la gioia della sorpresa. Maccheroni poco o niente conditi e stracotti e impastati tra loro.Se mangiavano in fretta restava un po' di tempo per chiacchierare. Per risentire la loro voce e una parlata comprensibile. Poco tempo e poi:«Allez, allez, macaronis! Au trvail, vite, vite.»

Macaronì, così venivano chiamati con disprezzo dai francesi, che li guardavano e li trattavano con disprezzo.
Briseurs, perché accettavano senza protestare tutti i lavori che i francesi non volevano più fare, con paghe inferiori a quelle francesi.
Come il lavoro nelle vetrerie:
uno dei più faticosi e pericolosi. Bruciature quando il vetro debordava dal cannello nel quale scorreva dopo la fusione; dolorose fitte dentro, forse ai polmoni; maltrattamento degli operai francesi che scaricavano su quei ragazzi la loro stanchezza ... D'estate era l'inferno. In vetreria e nel capannone. Prima di aprire il tegame che il caporione consegnava alla partenza, i ragazzi sapevano già cosa ci avrebbero trovato dentro: maccheroni sempre ... ”.

Ritals, perché considerati come dei ladri, gente, anzi animali venuti nella loro terra a rubare lavoro e a violentare le loro donne.
Certo, nemmeno Ciareìn è uno stinco di santo: da quel ragazzo sveglio che è ha capito subito l'arte di arrangiarsi, così passa da un lavoro all'altro, arrivando anche a trafficare con i napoletani che sbarcano i clandestini (altri macaronì come lui) sulle spiagge di Marsiglia.
Ma deve scappare ancora, per sfuggire alla malavita. Intanto in Francia il clima si fa sempre più difficile per gli italiani, accusati di rubare il lavoro ai francesi, di accettare paghe misere: in una taverna, Ciareìn colpisce un francese durante una rissa, ed è ancora costretto a scappare. Trova lavoro in una miniera, al nord a Villerupt, dove incontra addirittura altri paesani che lo ospitano. Ma anche qui, il destino, ha stabilito che non ci possa essere pace ....

Il secondo filone narrativo parte invece nel 1939, quando il maresciallo deve investigare su due omicidi, avvenuti a distanza di pochi giorni, che riguardano due estranei arrivati da fuori e qui stabiliti.
Il francese, una persona anziana che passava le serate ad ubriacarsi ad un tavolo accanto a quello chiamato “del maresciallo”, dove costui giovava le sue partite a tressette assieme ai compagni di gioco Bleblè della Ca' rossa, il Ligera e Nasone.
Il secondo morto è un anarchico, Libero Guidotti, scappato dalla guerra in Spagna e anche dal regime fascista.
Tutti e due uccisi in malo modo, col cranio fracassato, mentre salivano alla Mezzacosta, verso la casa della contessa, una signora su cui girano tante voci in paese...

E' in questo clima che il maresciallo deve portare avanti le sue indagini, tenendosi alla larga dalle dicerie e alle leggende, ma dovendo affrontare anche una certa ostilità dai suoi stessi compaesani, anche quelli con cui è più in confidenza: l'oste e la moglie Parsues e Serafina, Ble Blè (perché inciampa sulla c..), il parroco don Enrico, il vecchio Tripoli che sa in anticipo quando cambia il tempo.
Sente che tutti in paese gli nascondano qualcosa attorno a quei due morti, che sicuramente sono legate ai due vecchi omicidi, il parroco don Quinto e il maresciallo Bargellaux sparato alle spalle.
«No, non li ho ancora capiti, Bleblè. Questi tuoi paesani sono gente chiusa, difficile. Spiegameli tu» dice fra i denti. [..] 
«C'è poco da spiegare. Hanno paura della legge, quella che dovrebbe essere uguale per tutti e che da queste parti non lo è mai stata. Una paura che viene dai padri, dai nonni e chissà da quante generazioni.»

Dovrà fare quasi tutto da solo, il maresciallo, andando su è più dal paese alla casa della contessa, fino al comando di Legione a Bologna, a fare domande scomode cui nessuno ha voglia di rispondere, stando attento anche al federale (cui le domande ai camerati non vanno proprio giù), ma saprà ricostruire questa storia di violenze e trovare il movente di questa catena di delitti.

Un romanzo giallo dall'intrigo perfetto, dove a fianco dell'indagine trova spazio il racconto del dramma dell'emigrazione, la nostra emigrazione, che oggi ci siamo dimenticati di aver vissuto sulla nostra pelle.
E il racconto di un mondo antico carico di tradizioni e leggende, di quelle che si narrano attorno ad un tavolo d'osteria, con una bella bottiglia di vino per riscaldarsi e passare la serata.
Tradizioni di gente che ha ostilità sia dei preti che dei carabinieri, perché come si è detto qui la legge non è uguale per tutti e su tutti grava un destino carico di ingiustizia e di sofferenza.
È sempre più convinto di avere poco in comune con i luoghi e la gente di qui e che non ci sia nulla da fare per cambiare le cose: non arriverà mai neppure a cominciare a capirli. I luoghi e la gente.
Fra quei monti e quei dentro quei boschi che non lasciano passare lo sguardo, si nascondono il passato, il presente, il futuro e i misteri che sfuggono giorno dopo giorno, fino a quando il tempo non li avrà cancellati e nessuno ne conserverà più la memoria”.

La scheda del libro sul sito di Mondadori e un blog curato dai fan di Loriano Macchiavelli

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

A cosa serve Confindustria? - l'inchiesta di Report


Si sono appena concluse le elezioni perla nomina alla presidenza di Confindustria : come nel 2012, anche questa ha portato ad una spaccatura dentro l'associazione, poiché il vincitore Vincenzo Boccia, titolare delle Arti e Grafiche a Salerno, 160 dipendenti, 40 ml di fatturato.
Per 9 voti ha battuto il rivale Alberto Vacchi con alle spalle una multinazionale da più di un miliardo di fatturato e, soprattutto, tutto il mondo industriale del nord.
Entrambi i candidati avevano un programma con contenuti analoghi, sebbene Vacchi avesse connotato la sua candidatura in "discontinuità": sulle relazioni industriali, col modello Federmeccanica, con un contratto nazionale da cornice che contenda salario minimo e diritti di base e il resto demandato al contratto aziendale. Più scuole tecniche e professionali, utilizzare il Centro studi e il giornale Il sole 24 ore per sfornare dossier con cui fare pressioni sulla politica.
Boccia punta ad una crescita della competitività, all'attrazione di capitali esteri, alla crescita dimensionale delle imprese. Vacchi, invece, riteneva che si dovesse investire sulle filiere industriali, puntando una crescita sui singoli settori.
L'ha spuntata l'outsider del sud, facendo anche pesare i suoi sponsor, dall'ex presidente Squinzi all'attuale presidente dell'Eni Marcegaglia.
Hanno pesato i voti delle grandi aziende come Eni: si dice che questa vittoria, in continuità con quella di Squinzi e dunque con l'azione del governo (che dal jobs act alla riforma della scuola ha assecondato le richieste delle grandi imprese) sia di aiuto anche per la Marcegaglia stessa (Boccia è il suo candidato), alle prese coi debiti del suo gruppo appena ristrutturati, gruppo intenzionato a rilevare l'Ilva di Taranto.
Questo è quello che succede dentro il mondo di Confindustria, quel poco che riesce a filtrare fuori: tanti slogan, tante interviste, tanti moniti al governo di turno, ma per il resto rimane un mondo opaco che oggi Report andrà a raccontarci.
“A cosa serve Confindustria?”

Confindustria fa politica, come è giusto che sia. Fa pressioni al governo e alla politica affinché faccia leggi favorevoli alle imprese.
Da Confindustria arriva il ministro Guidi, per esempio: nominata ministro per lo sviluppo economico, nonostante avesse alle spalle un'azienda di famiglia, con tutti i rischi di trovarsi poi in una situazione di conflitto di interessi.
Come poi è accaduto per la vicenda del compagno, il manager consulente della Total, indagato nell'inchiesta sull'impianto Tempa rossa in Basilicata.
Da Confindustria arriva Emma Marcegaglia, che Berlusconi voleva nominare ministro del suo governo, poi passata ad un ruolo presidenziale in una azienda controllata dallo Stato, come Eni. E il gruppo Marcegaglia è grande cliente dell'Ilva di Taranto.
E attraverso Il sole 24 ore (il quotidiano dell'associazione industriale) si certificano le notizie finanziarie ed è strumento di pressione su banche e altre aziende.
Diana Bracco è presidente di Assolombarda e fino a ieri era nel cda di Expo, l'esposizione universale a Milano terminata ad ottobre scorso che è stata anche un lunghissimo spot elettorale per il governo e per l'attuale candidato sindaco di Milano Sala.
In attesa che si risolvano i suoiproblemi col fisco, magari anche per Diana Bracco potrebbero aprirsi le porte della politica. Le porte girevoli.

La domande che ci dovremmo porre da osservatori è, confindustria segue gli interessi di tutte le imprese o solo delle grandi? Cosa sta facendo per contrastare i fenomeni di corruzione di cui le cronache giudiziarie ci raccontano?
L'azione intrapresa da Ivan Lo Bello si è rivelata un mezzo flop, con la scoperta che esisteva un'antimafia di sola facciata al sud (il caso Montante), in Sicilia.
E lo stesso Pontefice, al giubileo degli industriali, ha rinfacciato loro che oltre a competitività, redditività a tutti i costi, costo del lavoro, flessibilità esiste anche il comandamento settimo, non rubare.
“Santità, siamo uomini e possiamo sbagliare ...”.

Ecco, stasera Report ci farà conoscere questo mondo di uomini e donne, da chi è composto, quali aziende ne fanno parte (perfino delle ASL, una cosa incredibile) e quali no (come la FCA di Marchionne), il bilancio consolidato annuale che non è pubblico (mentre in Francia lo è), i problemi al suo interno, la trasparenza, le inchieste giudiziarie (i casi Bracco, Montante e Gemelli con l'inchiesta Tempa Rossa ).

La scheda del servizio: Padroni si nasce di Bernardo Iovene
Dietro l'Aquila di Confindustria c'è un mondo. Venti confindustrie regionali, 84 provinciali, 130 federazioni di settore. Associate 150.000 imprese incluse tutte quelle pubbliche e pure qualche Asl, che versano ogni anno nelle casse di Confindustria cinquecento milioni di euro. Il bilancio non è pubblico. A cosa serve Confindustria e cosa dà in cambio alle imprese
Confindustria è governata da imprenditori di seconda, terza e quarta generazione. Dalla sede di Roma alle territoriali, una carica in Confindustria rimane ambita dai figli e nipoti dei vecchi capitani d’industria. Oggi l’associazione comprende oltre alle industrie anche imprese di servizi, le aziende statali, partecipate, municipalizzate, aziende sanitarie e persino Onlus. Obiettivo di sempre è cambiare il paese, renderlo moderno e competitivo, ma a rimanere immobile, nonostante il tentativo di riforma e semplificazione della commissione presieduta da Carlo Pesenti, è proprio Confindustria. Tante aziende, pur destinando milioni di euro alle casse di viale dell’Astronomia, dichiarano di ricevere in cambio pochi servizi o inadeguati. Puntano poi il dito contro la situazione di conflitto: dentro la stessa associazione ci sono aziende di servizi e produttori di energia (come Enel e Eni) che hanno interessi contrapposti a quelli delle industrie, che l’energia la consumano. Confindustria ha rivendicato tra gli ultimi successi l’approvazione del Jobs act, ma sono in tanti a lamentarsi della carenza di risultati e così da tempo l’organizzazione deve fare i conti con una lenta, inesorabile emorragia. Molti abbandonano, sostituiscono con consulenti privati i servizi che offre Confindustria e aziende importanti la scavalcano facendo accordi direttamente con il sindacato. Nel 2015 le imprese hanno versato nelle sue casse circa 500 milioni in quote associative, ma è difficile capire cosa ci fa esattamente Confindustria: il bilancio consolidato, per esempio, non esiste. Ci sono i bilanci delle sedi territoriali e delle federazioni di settore, in totale 234 associazioni, ma non sono pubblici perché la legge non lo prevede.

La risposta di Federchimica sul bilancio pubblico, a Bernardo Iovene

Qui l'anteprima su Reportime:
Confindustria ha appena nominato il nuovo presidente: è Vincenzo Boccia, nato nell’azienda di famiglia, ha avuto incarichi nell’associazione da giovanissimo, ha ricoperto tutti ruoli. Ma qual è la Confindustria con cui dovrà fare i conti? Come vengono scelti gli uomini che guidano l'associazione privata più imponente del nostro Paese? Tutti i confindustriali devono la loro carica al papà o al nonno che ha fondato l’azienda. «È un vantaggio poter avere una persona come mio figlio in Federchimica, perché è molto qualificato», ci ha dichiarato il presidente uscente Squinzi.

Certo, ci sarà il merito, ma prima c’è il rapporto di parentela. L’associazione degli industriali ha 130 federazioni di settore, 84 confindustrie territoriali, 20 regionali.
Da sempre la mission è meno burocrazia, più trasparenza e meritocrazia. Ma scavando all’interno abbiamo trovato l'esatto contrario di ciò che predicano: un apparato burocratico che si traduce in poca trasparenza e poca democrazia.

Tutti gli imprenditori sostengono che il bilancio è pubblico, in realtà è riservato ai soci e non c'è modo di sapere con certezza come vengono spesi i 500 milioni di euro provenienti dalle quote degli associati, perché non esiste un bilancio consolidato. Sono fatti loro, secondo il vicepresidente Antonella Mansi. In realtà sono anche fatti nostri, visto che all'interno dell'associazione sono finite anche le quote delle più importanti aziende pubbliche del Paese: da Eni a Finmeccanica, da Enel a Ferrovie, passando per Rai e Poste Italiane e, addirittura, aziende sanitarie.

Nel tempo Confindustria ha imbarcato tutti, anche le banche e le onlus, favorendo la genesi di conflitti di interesse. Se fai parte della stessa associazione e ti siedi allo stesso tavolo per trattare, come si conciliano - per esempio - gli interessi delle industrie che bruciano energia con quelli di Enel che gliela vende? Ma cosa promette Confindustria di così allettante in cambio della quota? Abbiamo scavato nella base associativa, registrando un forte malcontento: dai grandi ai piccoli industriali, in molti fuggono per la scarsa rappresentatività dell’associazione. Tutto è governato da un apparato burocratico che si avvale di un codice etico applicato rigorosamente contro chi osa criticare in pubblico le scelte dell’associazione, a meno che non sei dentro la nomenclatura, e allora non ci sono indagini della magistratura che tengano.


Di Confindustria si era occupato il giornalista Filippo Astone nel suo libro “Ilpartito dei padroni”.

01 aprile 2016

Il partito dei padroni

Più di cinquanta anni fa, Ernesto rossi scriveva sul Mondo:
"Io non me la sono mai presa con gli industriali perché guadagnavano facendo il loro mestiere. Me la prendo con gli industriali che, finanziando i giornali, le campagne elettorali, i partiti, ricattando il governo con la minaccia dei licenziamenti, mantenendo uomini di loro fiducia nei gangli più vitali dei ministeri economici [..] riescono a continuare nel comodo sistema della privatizzazione dei profitti e della nazionalizzazione delle perdite".
Era uscito nel 2010, il bel saggio di Filippo Astone su Confindustria e sulla sua visione politica: diritti sul lavoro, servizi pubblici, massima flessibilità su turni, orari, sulla licenziabilità ..
Chissà cosa scriverebbe oggi il giornalista negli anni dove Confindustria (i vertici) e la politica giocano di sponda, dove si fa fatica a distinguere il confine tra pubblico interesse e interesse privato, tra politici e imprenditori (spesso le stesse persone).
Nei tempi del renzismo, della rottamazione dei corpi intermedi, che siano sindacati o organi di controllo.
Nell'attesa della versione aggiornata al 2016, di Confindustria si occuperà la prossima puntata di Report ("Padroni si nasce").

Il lato B del governo

C'era una volta un ministro (Federica Guidi), che a volte si preoccupava dello sviluppo economico del paese e magari dell'azienda di famiglia. Ma volte anche dell'azienda del fidanzato, in quella Lucania, terra di miseria e di poco sviluppo economico, quello della FCA a Menfi che può permettersi tutti i suoi ricatti per un posto di lavoro e quello delle società che cercano di estrarre petrolio, in cambio delle royalties tra le più basse d'Europa.

Dopo Lupi, l'uomo di CL, l'uomo alle infrastrutture che ha pagato per il sistema Incalza e della lobby che ha gestito per anni le grandi opere e i grandi disastri del paese.
Dopo la storia del ministro per le riforme Boschi, con padre indagato e con il suo bel conflitto di interesse per la banca Etruria.
La storia del Cara di Mineo e del sottosegretario Castiglio che, se parlo, faccio cadere il governo.
Storia intrecciata all'inchiesta mafia capitale che ha raccontato l'intreccio tra cooperative rosse o bianche per l'accoglienza dei profughi, politica e criminalità. Gente che speculava sulla pelle degli immigrati e dei rom.
Storia che lambisce il ministro del lavoro Poletti immortalato a cena assieme a Buzzi e sodali.

Questo è il vero volto governo che fa le riforme che il paese aspettava da venti anni.
Un pezzo delle cooperative rosse, un pezzo di CL (le coop bianche), un pezzo di confindustria, un favore alle banche (specie quelle toscane), un favore ai padroni delle autostrade, un favore ai signori delle trivelle.
Non basta dire, "ma lei almeno si è dimessa" (anche la Idem, tra l'altro): questo governo che ha fatto finte riforme per cui non aveva nessun mandato dagli elettori, si sta rivelando ogni giorno per quello che è. 

Via l'articolo 18 come chiedeva confindustria (e anche il demansionamento).
Via l'elezione diretta dei senatori e dei consigli provinciali.
La buona scuola con le assunzioni degli insegnanti precati, ma perché lo chiedeva l'Europa, tramite una sentenza della corte di giustizia.
La legge sul falso in bilancio col buco, tanto da consentire la via d'uscita ai soliti furbetti.
Le norme a contrasto dell'evasione che, di fatto, rendono più semplice la strada dell'evasione. 

E gli asili, le scuole da ristrutturare, i soldi per le periferie, la legge sul conflitto di interessi, che fin han fatto?

Travaglio sul Fatto quotidiano del 1 aprile (pesce):
"Erano passate poche ore dall’ennesima smargiassata di Renzi alla conquista delle Americhe: “Ho fatto le riforme che andavano fatte vent’anni fa”. Poi la solita, benedetta intercettazione tra la ministra tecnica Federica Guidi e il fidanzato-imprenditore Gianluca Gemelli s’è incaricata di rammentare agli ingenui e agli smemorati cosa sono queste famose “riforme” che l’Italia –peraltro a sua insaputa– “attendeva da vent’anni ”: marchette ad personam, ad aziendam, ad bancam per ingrassare le solite lobby.L’inchiesta di Potenza svela mandanti e beneficiari di un emendamento al decreto Sblocca-Italia, prima scomparso poi risorto in Senato d’intesa con “Mariaele”, al secolo Maria Elena Boschi. Ma è facile immaginare cosa scopriremmo se le conversazioni dei ministri fossero tutte controllate: quello che il Fatto, senza intercettare nessuno ma facendo semplicemente l’analisi delle norme, racconta da tempo. E cioè che tutte le “riforme” di cui mena vanto questo governo minoritario nel Paese e in Parlamento (dove infatti deve acquistare voti in cambio di poltrone e favori) sono state scritte in luoghi molto diversi e lontani da Palazzo Chigi, da Palazzo Madama e da Montecito-rio: Bce, Bankitalia, Confindu-stria, Eni, banche d’affari, multinazionali, Fiat-Fca, Media-set, Banca Etruria & C., LegaCoop, Compagnia delle Opere,banche popolari, grandi studilegali e illegali, uffici fiorentini dei compari del Giglio Magico, dell’amico Verdini e della galassia alfaniana.Dal Jobs Act alla “Buona scuola”, dallo Sblocca-Italia alla depenalizzazione dell’evasione fiscale, dalla responsabilità civile dei magistrati su su fino al cocktail esplosivo Italicum-nuovo Senato e all’incredibile campagna per l’astensione al referendum No Triv: basta “seguire il denaro” e, presto o tardi, saltano fuori le impronte digitali e gli identikit dei veri padroni di questo governo distrette intese e larghe imprese. Le immediate dimissioni della Guidi sono un barlume di normalità e decenza in un Pae-se indecente e anormale. Ma, nell’Italia che ci ostiniamo a sognare, non bastano. Sia perché mancano ancora le spiegazioni della Boschi sul suo ruolo nell’emendamento “ad fidanzatum”. Sia perché l’ennesimo pozzo nero politico-affaristico attorno al petrolio in Lucania (su cui già indagarono Wood-cock e De Magistris, linciati soprattutto da sinistra) dovrebbe aiutare tutti ad alzare lo sguardo dalla routine quotidiana sul quadro d’insieme di quel che resta della nostra democrazia.
Chi ricorda a Renzi che non è stato eletto si sente rispondere che la Costituzione non prevede l’elezione diretta del premier. Vero. Ma, siccome la sovranità appartiene al popolo, gli elettori hanno il sacrosanto diritto di scegliersi, se non il premier, almeno la coalizione e il programma di governo che preferiscono".