20 marzo 2023

Anteprima Presadiretta – la scatola nera

Siamo schiavi degli algoritmi dei social, quelle scatole nere che conoscono tutte le nostre abitudini, perché siamo noi ad averle insegnate a loro: i social conoscono le nostre paure, le nostre ansie e te le ripropongono alimentandole all’infinito – racconta nell’anteprima Riccardo Iacona – perché è così che le compagnie fanno tanti soldi. E ora sta arrivando anche il Metaverso dove il virtuale diventa emozionante come fosse vero.

Questa sera i vari servizi della puntata racconteranno dei danni già in corso causati da questa dipendenza ma anche di quello che possiamo fare per ridurli: come racconta una docente di un istituto di Lissone (Monza Brianza) “l’obiettivo deve essere stare bene e non creare dolore..”


Qual è l’effetto dei social sui ragazzi? Presadiretta è andata a chiederlo ai docenti di vari istituti: Lorenza Rossi è referente del benessere a scuola di un istituto a Bologna, racconta di un’ansia da prestazione “e ovviamente la ritroviamo anche in ambito scolastico, in una verifica, in un voto. Noi troviamo anche tanto sonno mancato a causa dell’uso dello smartphone, loro non lo spengono mai, soprattutto i maschi che fanno uso di videogiochi, giocano con persona da qualunque parte della crosta terrestre, è chiaro che hanno anche un fuso orario completamente diverso. Il che vuol dire che uno dei due è sveglio mentre dovrebbe dormire. Noi facciamo corsi di gioco d’azzardo ‘in previsione di’, perché essendo loro abituati al videogioco di altro genere, gli esperti dicono che saranno più pronti per il gioco d’azzardo”.
E’ un fenomeno subdolo: “è un fenomeno subdolo che parte in una età in cui loro sono piccoli, sono strumenti emotivi, non sono strumenti tecnologici: alla prima offesa sulla chat, emotivamente non la gestiscono.”
Cosa può fare la scuola?
“Lavorare prima di tutto sulla schermatura emotiva dei bambini: laboratori, attività che li aiutino a stare insieme capendo le loro proprie emozioni, riconoscendole dando loro anche un nome, perché alle emozioni noi dobbiamo saper dare un nome e a sentire in modo empatico quelle degli altri.”

I giornalisti di Presadiretta sono andati a vederlo questo “metaverso”, compiendo questa esperienza dentro un mondo virtuale a cui si accede con dei visori che ti portano ovunque, anche a New York in cima ad un grattacielo pur rimanendo, fisicamente, in centro a Milano, nella sede di Facebook, o meglio, di Meta come si chiama dal 2021. Secondo Mark Zuckerberg il futuro non è più nei social media come li abbiamo conosciuti fino ad oggi, ma nel metaverso: “noi crediamo che il metaverso sarà la prossima generazione di internet” racconta in un video “sarete in grado di fare quasi tutto ciò che immaginate”. Certo, non sarete voi a farlo ma la vostra parte virtuale, che potrà essere in contatto coi vostri colleghi d’ufficio virtuali come le li aveste accanto.
Una realtà virtuale che può cambiare con un click, a nostro piacere, da una spiaggia paradisiaca al centro di Milano: sarà il nostro avatar ad essere teletrasportato in giro nel mondo e nello spazio, che non ha ancora le gambe ma è in grado di riprodurre la nostra espressione, grazie al visore che include il tracciamento del volto e degli occhi e riesce così ad umanizzare gli avatar. Si può viaggiare nel mondo ma anche nello spazio, dentro una stazione spaziale: un’esperienza per pochi diventa così alla portata di molti, “sembra di volare” racconta una delle protagoniste di questa esperienza presso gli uffici di Meta.

Presadiretta ha intervistato il direttore di Meta: “abbiamo visto cosa è successo negli ultimi dieci anni nel passaggio dal PC ai cellulari, che genere di opportunità si sono aperte e in questo senso, pensando al metaverso come la prossima versione di internet che passerà da cellulari ad oggetti indossabili si potranno fare tantissime cose che oggi non vediamo possibili”.

Le esperienze immersive dentro il metaverso offrono opportunità interessanti nella formazione, nell’industria fino alla medicina: ne parlerà a Presadiretta Federico Rampolla, esperto del mondo digitale, “questo strumento offre possibilità di apprendimento straordinarie”. La possibilità per l’individuo di immergersi in un contesto di migliaia di anni fa, in mezzo ad animali estinti, dentro un foro romano e ascoltare cosa si dicono i consoli. Ma ci sono anche opportunità per il mondo industriale: per esempio poter visitare un impianto dell’ENI in mezzo all’oceano in cui ci sono da fare delle operazioni delicate e di natura straordinaria – a raccontarlo è Giuliano Noci vicerettore del Politecnico di Milano – “in passato questo richiedeva che specifici tecnici andassero con un volo sull’impianto nell’oceano, ora gli operatori che già lavorano sull’impianto possono essere teleguidati per eseguire determinate operazioni”.
Anche la medicina potrà sfruttare queste esperienze: “un chirurgo prima di operarti può operare il tuo Avatar con una rappresentazione del tuo organo e quindi, quando poi farà l’operazione dal vero sa già che cosa succede”.

Si arriva anche all’acquisto degli immobili che sarà completamente diverso: si comprerà la casa camminandoci dentro, senza essere fisicamente presente.

La scheda del servizio:

Gli algoritmi e le piattaforme si stanno prendendo la vita dei nostri figli? Adolescenti e perfino bambini hanno patologie sempre più diffuse legato all’uso di alcune piattaforme digitali e si tratta ormai di un problema di salute pubblica. In che modo recuperare i danni già fatti, a partire dalla scuola? “PresaDiretta”, per la puntata in onda lunedì 20 marzo alle 21.20 su Rai 3, ha intrapreso un viaggio tra gli adolescenti per capire il loro rapporto con i social.
L’inchiesta dal titolo “La scatola nera” parte da Tulsa in Oklahoma, in uno dei centri di ricerca del più grande studio al mondo per capire quale sia l’impatto sul cervello di bambini e ragazzi delle tante ore passate sui cellulari e social. E poi i centri d’eccellenza italiani e le voci di medici e scienziati che da anni studiano e denunciano che la lunga esposizione dei ragazzi sulle piattaforme provoca variazioni fisiologiche nel cervello sul piano cognitivo ed emozionale.
Sono 10 anni, da quando i social sono esplosi, che gli esperti accusano l’aumento del disagio tra i più giovani: ansia, stress, disturbi dell’attenzione e del linguaggio, anoressia, depressione, autolesionismo.
A “PresaDiretta” storie e testimonianze esclusive, come quella di Frances Haugen, un’informatica americana dipendente di Facebook, che nel 2021 ha rivelato con migliaia di documenti interni come la società fosse consapevole dell’impatto degli algoritmi sulla salute mentale dei più giovani. Negli Stati Uniti qualcosa si sta muovendo: migliaia di famiglie hanno avviato delle cause legali sostenendo che i loro figli sono stati danneggiati dall’amplificazione dei loro disturbi sulle piattaforme.
L’inchiesta di “PresaDiretta” parla anche delle tante esperienze scolastiche italiane di collaborazione con le famiglie su progetti di prevenzione. A Bologna dove si lavora attraverso i sentimenti; a Lissone dove si combatte la dipendenza dai social con la pet therapy; a Faenza dove hanno inventato una sacca appendi cellulari per insegnare la gestione del tempo di connessione; a Milano dove 150 genitori in collaborazione con l’Università Bicocca hanno attuato il patto digitale, per dare più tardi possibile il cellulare ai loro figli. 
“La scatola nera” è un racconto di Riccardo Iacona, con Antonella Bottini, Sabrina Carreras, Lisa Iotti, Elena Marzano, Irene Sicurella, Fabio Colazzo, Eugenio Catalani, Matteo Delbò, Fabrizio Lazzaretti, Alessandro Marcelli, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

19 marzo 2023

Non si fa così

Non si fa così: non si imbrattano monumenti come atto di protesta contro l'inerzia dei governi, come il nostro sui cambiamenti climatici. O sulla siccità dove, passati i mesi, abbiamo nominato il commissario.
E nemmeno si può alzare la voce contro il taglio al reddito di cittadinanza, contro i salari che rimangono bassi (prima la crescita, dice Meloni dal palco della CGIL,vpoi forse i salari se lo sciur padrun dalle belle braghe bianche lo consente).

Si condannano le violenze di chi protesta, le vetrine e i vetri delle macchine, la vernice sui muri. Certo, atti di vandalismo. 
Un giorno si condannerà anche la violenza di un governo che, di fatto, sta smantellando la sanità pubblica. Che da una parte premia chi evade, dall'altra fa pagare il conto a chi le tasse le ha sempre pagate. Un governo che punta su voucher, su contratti a tempo, sulla politica dei salari bassi, condannando un'intera fetta del paese alla miseria. 

Ma non è violenza quella del governo. E' patriottismo.

18 marzo 2023

Dentro la gabbia di Stefano Cosmo

 


Ero già alla seconda birra e non avrei nemmeno dovuto bere. Come ogni cazzo di atleta avevo degli obblighi, dei limiti. Con il passare degli anni, rispettarli diventava sempre più difficile.

Fissavo ipnotizzato due zanzare che volavano con una certa eleganza sopra una vecchia piastra su cui cuoceva una pastiglia di repellente. Parevano in gran forma. I rifiuti tossici sepolti nell’area del Petrolchimico avevano modificato geneticamente pure loro.

Ci sono romanzi che ti catturano sin dalle prime righe, che ti portano dentro un mondo che dalle pagine che stai leggendo diventa improvvisamente reale. Gli odori, la puzza del petrolchimico di Marghera che incombe sulle case, i suoni, i volti dei personaggi, incattiviti dalla rabbia, scavati dalla fatica. Dentro la gabbia mi ha fatto questo effetto: c’è tutto un universo dentro questo noir duro e cattivo, che viene mostrato per quello che è, senza nessun filtro. C’è il protagonista, narratore in prima persona di tutta la storia, che nella MMA (una forma di arte marziale mista) ha trovato una forma di riscatto e allontanarsi dalla via del crimine e che ora, dopo anni di sacrifici e allenamenti duri, si trova davanti al grande match che potrebbe cambiargli la vita. C’è la criminalità del nordest, dentro cui ritroviamo residuati della mala del Brenta, la mafia albanese e quella cinese.
Prostituzione, traffico di droga, usura. Ma anche affari sulla pelle dei migranti. Quelli che vengono a casa nostra a rubare il lavoro, quelli che “perché dobbiamo dargli 80 euro e farli vivere negli alberghi di lusso”, “perché non se ne stanno a casa loro..”.
C’è il lato oscuro del nordest, che qui a Marghera non è quello dei capannoni industriali e della piccola ricchezza dei piccoli e medi artigiani, ma bensì quello del petrolchimico, con le poche industri ancora aperte per intossicare l’ambiente e i tanti scheletri industriali abbandonati.
E poi, c’è la gabbia, la gabbia dei combattimenti illegali, la gabbia che per il protagonista, Moreno Zanon, il protagonista rappresenterà l’unica strada per la salvezza, sempre che riesca ad uscirne vivo.

C’era stato un tempo in cui agli allenamenti avevo preferito furti e piccole rapine in coppia con mio fratello.
Dovrebbe occuparsi del match contro Dave “l’orgoglio d’Irlanda” McConnor ma ha in testa due pensieri: il primo è per la ragazza di cui è innamorato, Lili, “la più bella creatura che avessi mai visto” , peccato che si tratti della moglie del fratello Marco, finito in carcere per una rapina in cui c’era scappato anche il morto. Una pistola che doveva essere a salve, questo gioielliere che era anche uno strozzino, che si mette a sparare ai rapinatori e quei colpi sparati da Moreno.
Ricordi che non si possono scordare, anche perché era stato il fratello ad addossarsi le colpe e a finire in carcere al posto suo. Lasciando Lili sola..
Pensava di essersi lasciato tutto alle spalle, Moreno, coi viaggi in giro per il mondo per imparare i segreti delle arti marziali, coi tatuaggi e la barba a coprire il viso. Invece no: il maresciallo Di Ciolla, che aveva seguito le indagini su quella rapina e che non si era dimenticato di lui, gli comunica che il fratello è stato accoltellato in carcere, per una questione di debiti non pagati nei confronti di una persona sbagliata

«Chi è la “persona sbagliata” di cui parlava poco fa?» domandai.
«Paolo Trabacchin. Ti dice niente?»
Porca puttana, pensai. Era stato un pezzo grosso della Mala del Brenta..

C’è un solo modo per saldare i debiti del fratello e salvargli la pelle in carcere, ma soprattutto per proteggere Lili e la nipote, Bea, prima che Trabacchin le faccia del male: andare a trattare con l’ex criminale, oggi è un cittadino che ha pagato i suoi debiti e che dirige una cooperativa che si occupa di accoglienza. Moreno però si trova schiacciato nel mezzo tra il maresciallo Di Ciolla, che pretende una confessione dal fratello che gli consenta di mettere le mani su Trabacchin, un chiodo fisso dell’investigatore. Dall’altra parte Trabacchin: se vuole ripagare il debito, deve combattere nel Combat Circus, una specie di Colosseo costruito dentro uno dei tanti impianti industriali dismessi, dove avvengono combattimenti clandestini che attira numerose scommesse illegali gestite da lui stesso assieme ad un cinese “Ciccio Merendina” che viene da Prato (dove i connazionali vengono sfruttati dai piccoli industriali del tessile) e ad un enorme nigeriano, Landlord.
Perché far combattere gli animali, quando puoi far combattere delle persone e arricchirti con le scommesse?

«Poi, un giorno, ho visto un incontro di arti marziali miste e ho avuto l’illuminazione: bastava sostituire i pitbull con altri pitbull… umani. Semplice, no?»

Brutto figlio di puttana, pensai.

«Gestisci un giro di incontri clandestini?»

«Il Combat Circus è molto di più. È un luogo dove la gente decide del proprio futuro.»

Moreno deve rassegnarsi, per salvare il proprio futuro, quello del fratello ma soprattutto quello di Lili, il suo angolo di pace, dovrà passare per il Combat Circus e affrontare altri disperati, costretti come lui a combattere in incontri senza regole, senza arbitri.

Chi sono questi altri disperati? Sono quei migranti che provengono dal sud del mondo, che hanno attraversato il deserto sopra i cassoni dei camion, che sono stati derubati dai carcerieri libici, che qui hanno subito le peggiori torture, picchiati, umiliati, sfruttati. Per poi arrivare qui e sentirsi accusati di voler portare avanti una sostituzione etnica.
Moreno si trova, in quel circo infernale, a combattere con loro e, come spesso accade tra gli ultimi del mondo, a diventarne quasi amico.

Mi chiesi come fossi potuto cadere così in basso. Semplice: un po’ alla volta. Ogni giorno, dall’istante in cui avevo premuto il grilletto durante la rapina..

Un ragazzo che viene dall’Afghanistan per sfuggire dai Talebani passando per la Turchia e la Grecia. Un altro che viene dalla Nigeria: il suo racconto è come quello dei tanti che attraversano l’Africa per arrivare in Europa nella speranza di una vita migliore, passando attraverso la fatica e i rischi del viaggio, i carcerieri libici (i nostri carcerieri libici, quelli degli accordi dei vari governi italiani) fino al razzismo qui da noi:

«Quando muore qualcuno scrivono su Facebook: “uno di meno”, “cibo per pesci”. Sarebbero contenti di sapere quello che ho passato, no?»
«Credo di sì» risposi.
«Direbbero anche che potevi restare a casa tua.»
«Ci sarei rimasto volentieri, ma sembra che a voi piaccia molto il nostro petrolio. 
I nomi di quelle aziende» disse puntando il dito verso il Petrolchimico, «li vedevo da casa mia, in Nigeria.» Un’altra verità negata che la maggior parte degli italiani ignorava.

Per salvarsi da questa discesa agli inferi, per salvare la pelle, per cercare un ennesimo riscatto dopo tutte le bugie, quelle raccontate a Lili, Moreno dovrà allearsi proprio con questi disperati anche loro vittime del Circus, richiedenti asilo come lui, in fondo. La differenza era “che non avevo chiesto protezione a uno stato per scappare dal mio passato, ma a un ring. Mi ero illuso di poter realizzare un sogno, e mi ero giocato tutto.”
Non aspettatevi un lieto fine, non ce lo meritiamo noi e non se lo merita il protagonista: non ci sono buoni contro cattivi, ma criminali “magna sghei”, ingordi, senza scrupoli da una parte e dall’altra parte persone che vivono al confine tra le leggi. Nemmeno la presenza, dopo lontano, di Venezia, aiuterà ad abbellire il paesaggio

La nobile, ricca e romantica Venezia con le sue calli in pietra d’Istria e le gondole. Marghera era il suo lato oscuro, ma più profondo, intriso di un’umanità forgiata da lotte operaie, licenziamenti, povertà, droga, crimine e voglia di rivalsa.
Benvenuti nel Circus! Benvenuti nell’Italia delle ipocrisie, del razzismo viscerale nei confronti degli altri, dei criminali in giacca e cravatta che sfruttano il business dei clandestini. Nei campi, nei laboratori tessili, per lo spaccio.
Benvenuto infine a
Stefano Cosmo con questo nel noir.

La scheda del libro sul sito di Marsilio
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16 marzo 2023

La storia riscritta: Moro e la fine della prima repubblica

Si dice che la storia, alla fine, la scrivano i vincitori.

Per questo motivo oggi, se chiedi a qualcuno della strage di Portella, della bomba alla stazione di Bologna, si ottengono solo risposte vaghe.

Hanno vinto loro: quelli che le bombe le hanno messe, quelli che hanno compiuto gli attentati, quelli che hanno organizzato, quelli che hanno depistato. Quanti, a livello politico, hanno goduto della destabilizzazione, della strategia della tensione, che ha bloccato il progresso di questo paese e la crescita delle sinistre (o quanto meno una alternanza politica).

Persone che hanno avuto tutto l'interesse affinché la storia nera della nostra democrazia, cresciuta tra compromessi, il tradimento di chi aveva lottato per essa, rimanesse nascosta.

I cittadini non dovevano sapere della pista nera dietro Piazza Fontana che dalle formazioni neo fasciste portavano su su fino a pezzi dei servizi, delle istituzioni, alle coperture politiche fino agli interessi oltre oceano (negli anni 50 l'ambasciatrice USA a Roma chiedeva di mettere fuori legge il PCI).

Ecco perché, anno dopo anno, da parte delle istituzioni le celebrazioni per questi accadimenti si sono via via più svuotate di contenuti: la strage di Milano nel dicembre 1969? Opera di pochi terroristi (a fatica si dice fascisti).

E cosa è successo quella mattina del 16 marzo 1978 a Roma?

Qualcuno, i più informati, risponderà dicendo che quella mattina un commando delle Brigate Rosse rapì il presidente della DC, uccidendo gli uomini della scorta: il vicebrigadiere di pubblica sicurezza Francesco Zizzi, alle guardie di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, al maresciallo maggiore dei carabinieri Oreste Leonardi e all’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci.

Molti nemmeno se lo ricordano più, quel giorno, chi fosse Aldo Moro, chi fossero le Brigate Rosse. Cosa stava succedendo quel giorno: il primo governo della Repubblica nato col supporto esterno del PCI, il più forte partito comunista nell'Europa occidentale, quella che doveva rimanere saldamente nell'orbita atlantica.

Sono passati così tanti anni da quel giorno, l'unica verità che circola e che purtroppo è diventata l'unica verità è quella che si basa sulle dichiarazioni dei brigatisti (non pentiti) Morucci e Moretti. 

Perché di fatto la "verità" delle BR faceva comodo ai brigatisti (unici responsabili del rapimento e della morta senza alcuna etero direzione) ma faceva comodo anche al partito della fermezza, quello per cui con le BR non si tratta. 

Peccato che questo sia stato vero per Aldo Moro e basta, perché per Ciro Cirillo lo Stato ha trattato con la camorra.

La verità di comodo che si è consolidata assolve tutti dai loro peccati, la DC, le istituzioni.

Ma rimane una verità che fa acqua da tutte le parte: se volete fare un approfondimento esistono dei libri sul "caso Moro", a cominciare dal saggio di Stefania Limiti (Complici - ed Chiarelettere). Ieri sera nella sua trasmissione Atlantide, Andrea Purgatori assieme al magistrato Donadio (che ha fatto parte della commissione Moro) ne hanno discusso lungamente: il mistero della moto apparsa in via Fani dopo la strage, la notizia passata su Radio Città Futura, il mistero della Mini Morris accanto al luogo dell'agguato (di proprietà di società dentro cui troviamo esponenti del mondo dei servizi). Il mistero del covi, di via Gradoli, del finto comunicato numero 7, il ruolo del falsario Cucchiarelli, il ruolo della P2. Fino alla morte di Aldo Moro: nella versione ufficiale le BR avrebbero attraversato Roma per lasciare il cadavere nel centro della città.

Che paese sarebbe stato se Moro non fosse stato ucciso? Se quel rapimento fosse stato sventato? Forse un paese diverso, non possiamo saperlo.

Sappiamo quello che Moro ha lasciato: lo spiegava sempre ieri sera l'attore Fabrizio Gifuni, chiedendosi come mai le lettere di Moro (e l'analisi che ha fatto della storia politica di questo paese a partire dal dopoguerra) non siano costante oggetto di studio (come quello fatto da Miguel Gotor per Einaudi). 

Sono un ritratto di quella classe politica poi presente alla cerimonia funebre senza la bara del morto, come Moro stesso aveva chiesto, nessun rappresentante delle istituzioni al mio funerale.

Quella cerimonia funebre era il funerale della prima repubblica, che iniziò a morire nel 1978 per spegnersi poi con Tangentopoli e il crollo del muro di Berlino.
Hanno vinto loro, non la democrazia, non il paese, non la classe politica nel senso alto del termine. 

14 marzo 2023

Presadiretta - mal di plastica

La plastica dura in eterno, dovremmo usarla con maggiore consapevolezza: lo si scopre andando a pulire le spiagge dove si trovano, come racconta nell’anteprima il servizio di Presadiretta, anche i tappi con la scritta Moplen.

La plastica è eterna e dura anche pochi attimi, quella usa e getta: non solo inquina anche prima di entrare in commercio, come succede a Brindisi al Petrolchimico. Sulle spiagge davanti la struttura industriale Greenpeace ha rilevato una elevata concentrazione di granuli di plastica.
Da questi granuli si ricavano gli oggetti a noi familiari: tutte le persone cresciute su questa spiaggia si ricordano di questi granuli colorati con cui, da bambini, si giocava anche.
I granuli si sono presi la spiaggia, si ritrovano nel mare: finché non si bonificherà l’area davanti il polo di Brindisi non se ne uscirà, si continuerà ad inquinare l’acqua e l’aria. Sono granuli che si trovano nelle pance dei pesci, per arrivare dentro l’uomo.
La domanda di plastica continua a crescere nel mondo e questo causa il maggiore inquinamento di granuli nell’ambiente, fuoriusciti dalle industrie o dai container che trasportano la plastica, a causa di incidenti e degli sversamenti in mare.
Eni-Versalis nega che quei granuli dipendano dalla loro produzione: dal 1991 l’azienda sta provando ad arginare la dispersione dei granuli, senza successo.

Lo studio epidemiologico nella zona del Brindisimo mostra un aumento del rischio delle malattie gravi, tumori maligni, del pancreas, eventi coronarici acuti, malattie respiratorie: sono stati rilevati anche aumenti dei ricoveri nei bambini sotto l’anno.
L’impianto Eni Versalis è stato bloccato nel 2020, dopo la fuoriuscita di sostanze nell’aria dannose per la salute dell’uomo: c’è l’inquinamento per la plastica e anche quello per la sua produzione.
Si è arrivato al 2022 prima di avere delle centraline che monitorassero l’aria attorno agli impianti, con un ritardo di vent’anni.

Il 98% della plastica al mondo si produce dal petrolio e dal gas: i primo venti produttori di plastica al mondo sono anche aziende nel settore petrolifero come Exxon e Totale.
La plastica monouso contribuisce ai cambiamenti climatici spiega Dominique Charles a Presadiretta: conviene produrre plastica vergine piuttosto che riciclarla, il rapporto è 20 a 1 tra plastica nuova e riciclata. Di questo passo, continuando a produrre troppa plastica, riempiremo il mondo: solo il 9% di plastica si ricicla, il resto finisce nei mari oppure abbandonato nei campi. Ma finisce anche nel profondo del nostro corpo.

La plastica nel sangue
Amsterdam, dipartimento di immunologia dell’università: qui i ricercatori hanno ipotizzato che l’esposizione alla plastica portasse ad una contaminazione nel sangue. La ricerca ha dimostrato questa tesi: la plastica è anche dentro di noi, ci scorre nelle vene sotto forma di microplastice (sotto i 5 mm fino ai micron).
Sono microplastiche provenienti da materiali che usiamo tutti i giorni: il polimero più trovato è quello delle bottiglie di plastica, poi il polistirolo, infine la plastica dei giocattoli e dei cosmetici.
Quali gli effetti di queste microplastiche? Porteranno a nuove malattie? Ancora non lo si sa, raccontano ad Asmterdam, ma stanno facendo altre ricerche in tal senso.

Studiano come reagiscono i globuli bianchi alla presenza di microplastiche: le cellule che fanno da spazzini si mangiano anche queste microplastiche, come i virus o le cellule morte, ma ancora non si sa se poi le “cellule spazzine” muoiono.
Le microplastiche si trovano anche nell’urina, nelle feci e nella parte più profonda dei polmoni.

Paolo Tremolada è un professore dell’Università degli Studi di Milano che ha studiato come la plastica è entrata nel nostro corpo: la plastica può sprigionarsi quando si scalda un contenitore di plastica, dalle gomme delle macchine, dal rubinetto dell’acqua, che scorre nei tubi, dall’aria negli uffici (dove c’è meno ricambio d’aria).
Negli ambienti chiusi respiriamo plastica tramite fibre sottilissime che arrivano dai nostri vestiti: la sorgente più comune è quello dei materiali sintetici che indossiamo, come il pile. A lungo termine non è detto che sia così innocuo – ammette il professor Tremolada.

All’università di Milano hanno fatto un esperimento, hanno estratto dal filtro di una asciugatrice circa mezzo grammo di microfibre su un kg di capi sintetici messi nel cestello: la piccola matassa è stata poi consegnata al laboratorio di medicina rigenerativa del policlinico di Milano per capire che effetto possa avere sui polmoni respirare queste sottilissime fibre sintetiche.
Lo spiega la dottoressa Lorena Lazzari: nel laboratorio hanno elaborato un modello sofisticato che, partendo da una biopsia che con opportuni a queste cellule staminali presenti in essa, riusciamo ad ottenere quello che è un piccolo organo, vengono infatti chiamati organoidi, che è tridimensionale con tutte le cellule che il polmone umano presenta.

“Una volta ottenuto questo piccolo modello di polmone umano abbiamo unito le microplastiche ottenute dal professor Tremolada al nostro organoide” racconta la dottoressa a Presadiretta “scoprendo che all’inizio avevano inglobato la plastica e alla fine abbiamo valutato se funzionalmente producevano dei fattori nocivi, abbiamo visto questo fattore che è peculiare dell’infiammazione.”
Tradotto in termini più semplici significa che le cellule dell’organoide, che è un modello vivente dei nostri polmoni, ha sofferto all’impatto con queste microplastiche.

La plastica inquina i fiumi, i mari e anche la terra. Così, mangiata dagli animali, assorbita dalle piante, entra nel nostro organismo.

I ricercatori di Catania hanno elaborato un sistema innovativo per analizzare porzioni minuscole del cibo, analizzando frutta e verdura presa dal biologico e dal supermercato. Hanno trovato microplastiche ovunque, senza distinzione tra bio e meno.
Racconta alla giornalista di Presadiretta una dottoressa dell’università di Catania, “fino a poco tempo fa non immaginavamo che venissero assorbite da questi organismi vegetali, perché la parte che viene assorbita è di difficile osservazione”. Sono le particelle più piccole, quelle di pochi millesimi di mm quelle più spesso trovare nel cibo e anche le più insidiose per la salute, perché capaci di entrare in circolo nel sangue.
Assieme all’università di Messina hanno fatto uno studio su un pesciolino, messo a contatto con le microplastiche: “abbiamo esposto un pesciolino molto piccolo in un acqua ricca di particelle di polietilene blu, le microplastiche, che sono di 10 micron, quindi moto piccole, e sono state assorbite dai tessuti circostanti. ”
Una parte delle larve del pesciolino morivano, non si cibavano più, “ci siamo resi conto che diventavano cechi, non si orientavano più nell’ambiente circostante, non riuscivano a nutrirsi e quindi morivano di stenti e di fame.”
Quando noi assorbiamo delle microplastiche, parte viene eliminata con le feci, ma una parte viene assorbita nei nostri tessuti: se ne sono accorti anche a Catania, con l’analisi del sangue: “in un 1 ml di sangue abbiamo trovato centinaia di particelle dai 3 micron in giù, nonostante io cerchi di eliminare la plastica dalla mia tavola, dalla cosmesi, ma è veramente complicato, perché poi in realtà gli alimenti poi la contengono, quindi noi per via alimentare siamo esposti ma anche per via inalatoria”.

Esiste una correlazione tra microplastiche nel sangue e il tumore nel colon retto? Sappiamo che le microplastiche bene non fanno al nostro organismo: l’analisi della risposta delle cellule staminali sottoposte alle microplastiche ha rilevato effetti di infiammazione, ma gli effetti generali devono ancora essere studiati.
Le cellule di plastica che respiriamo arrivano nel cervello, potrebbero causare malattie degenerative, potrebbero causare malattie come il diabete: dovremmo ridurre al massimo l’utilizzo della plastica, chiedendo sempre meno plastica, perché è il mercato che orienta l’industria.

Ma anziché ridurre la plastica, spediamo tonnellate di plastica in giro nel mondo, pensando che sia riciclata.
Lo ha scoperto Presadiretta in Turchia, ad Adana: in mezzo ai palazzi in costruzione c’è una discarica illegale di rifiuti di plastica, proveniente dall’Italia.
Sono balle di plastica che provengono dalle aziende di riciclo nella zona: plastica europea che i cittadini hanno differenziato e che i paesi hanno venduto alla Turchia perché venisse riciclata, come consente la normativa europea.
Ma alla fine la Turchia non ha riciclato nulla e la plastica è finita nei terreni attorno ai grattacieli di questa città poi colpita dal terremoto.
L’esportazione verso la Turchia è cresciuta del 500% dopo che la Cina ha smesso di prendersi la nostra plastica: le aziende del riciclo devono lavare la plastica quando viene triturata e così si inquinano anche le acque dei fiumi, che in Turchia sono molto inquinati.
Quello che succede in Turchia è che la plastica viene bruciata oppure gettata nel terreno, perché riciclarla veramente costa troppo.
Così nell’ambiente si rilasciano metalli pesanti, in zone dove sono presenti campi coltivati, dove gli animali vengono allevati all’aperto.
“Non ci sono confini, se si inquina una parte del mondo, si inquina tutto il mondo” racconta a Teresa Paolo un ricercatore dell’università di Adana a proposito della plastica europea (e italiana) che finisce qui. Ma arrivano in questi campi anche rifiuti illegali, come pezzi Tetrapak: che conseguenze ci sono per gli abitanti in questo distretto del riciclo?

Le discariche a cielo aperto hanno inquinato i terreni con diossina e furano, raccontano da Greenpeace Turchia: il governo turco sta ora cercando di mettere un freno a questi comportamenti, ma ci sono le pressioni delle aziende del riciclo.
L’Europa non si interessa se queste aziende in Turchia fanno veramente riciclo, pur sapendo che il servizio offerto ha un costo inferiore rispetto ad altri paesi.
Pur sapendo che a lavorare in queste aziende del riciclo ci sono rifugiati siriani e perfino bambini che raccolgono la plastica in strada o che lavorano nelle fabbriche del riciclo.

Sono fabbriche dove ancora si divide la plastica europea a mano, senza nessuna tecnologia sofistica: l’odore che sale da queste fabbriche impesta le case costruite vicino. La plastica viene bruciata di notte, quando la gente dorme, ma le persone se ne accorgono lo stesso, per l’odore.
E i controlli del governo turco? “Noi non ce ne siamo accorti” racconta a Presadiretta una signora che vive attorno a queste aziende del finto riciclo.
Il Parlamento Europa nel gennaio 23 ha votato una norma per vietare l’esportazione della plastica fuori dall’Unione Europea: vedremo cosa succederà dopo la negoziazione, se prevarranno gli interessi ambientali e della salute o altri interessi. E vedremo se si riuscirà a combattere le esportazioni illegali di rifiuti, come quelle che vengono scoperte al porto di Brindisi.

Altro che economia circolare, i consorzi e le aziende dovrebbero verificare gli impianti a cui mandano i loro rifiuti.
Ma in realtà l’Europa ha la coscienza sporca, manda i rifiuti in Turchia a basso prezzo senza vedere come viene riciclata.

Ma quanta plastica può essere riciclata?
Ogni volta che compriamo qualcosa, compriamo anche della plastica, che va differenziata e che arriva negli impianti di recupero come quello di Caivano.
Cosa succede in questi impianti? La verità sul riciclo è amara: non tutta la plastica può essere riciclata, le macchine dell’impianto e i lettori ottici non riescono a gestire tutte le tipologie di plastica, divise per colore e polimero.
C’è molta plastica che non può essere riciclata, come quella nera, come il polistirolo, le reti (come quelle per le patate): questi imballaggi vengono così bruciati.

Il 50% della plastica differenziata viene bruciata: tocca a noi consumatori scegliere i prodotti che hanno un minor impatto sull’ambiente. Per esempio Plastica vuol dire non riciclabile, anche se è presente il simbolo del riciclo. Lo stesso vale per le vaschette degli affettati, le buste della mozzarella …
Il codice di identificazione della plastica è stato inventato in America, ma molte aziende lo usano come prodotto di marketing: l’azienda della plastica non ha fatto abbastanza per il riciclo ed è stata inerte per troppi anni, colpevolmente inerte.
La plastica non è riciclabile, dobbiamo esserne consapevoli: le aziende petrolchimiche in America nel 1991 avevano promesso al Congresso di costruire 15 nuovi impianti di riciclo, ma alla fine ne è rimasto solo uno, perché riciclare veramente ha un costo non sostenibile.

IL professor La Mantia ha studiato la plastica per anni: i polimeri differenziati hanno caratteristiche meccaniche diverse dalla plastica vergine, la plastica mista non ha speranze dunque di utilizzo nel mondo, da una bottiglia di PET si può al massimo creare delle fibre con cui fare il pile.
Non si devono costruire prodotti con più polimeri assieme perché impossibile da riciclare spiega il professore.
Per esempio il brik di Estathè della Ferrero: l’azienda ha firmato un accordo per impegnarsi a produrre altri brik, ma nei prossimi anni.

In Francia la multinazionale Danone è stata accusata da diverse associazioni di consumatori di non fare abbastanza per il riciclo: le minacce di azioni legali però non sempre bastano, servirebbero leggi severe a livello nazionale ed europeo.
Ma le leggi sul riuso hanno sollevato critiche dai paesi europei, come in Italia da parte di Confindustria che si è opposta alla normativa europea: riuso e riciclo però non sono in contrapposizione, possono funzionare assieme.
Dal 2030 sul mercato ci deve essere solo plastica riciclabile o compostabile, l’altra plastica non deve esserci più, almeno questa è la promessa.

Che fine ha fatto la bioplastica?
Poco più del 50 % delle bioplastiche sono biodegradabili, questa è la prima notizia. Le bioplastiche derivano da fonti vegetali, ma non possono essere gettati come rifiuti organici: le bottiglie di bioplastica rimangono tali come quelle di plastica, anzi possono essere anche peggio per l’ambiente.

A Padova hanno fatto degli studi sulla biodegradabilità del PLA: la sua biodegradabilità si ferma però al 40%.

Ci sono impianti, come a Montello, dove la bioplastica diventa compost, attraverso degli enormi “digeritori”: servirebbe una raccolta a parte delle bioplastiche, ma c’è uno scontro tra chi gestisce gli impianti e il consorzio Biorepak.

Meno plastica per tutti

Nonostante le proteste delle nostre industrie, ridurre e riusare la plastica (specie quella usa e getta) si deve e si può fare, come han mostrato i servizi dalla Francia e dalla Norvegia.
In Norvegia la plastica viene messa da parte e portata nei supermercati: è la plastica su cauzione, 20 o 30 centesimi di euro che vengono consegnate alla cassa.
Il sistema di deposito cauzionale funziona in Norvegia: non si vedono bottiglie di plastica in giro perché tutti sanno che queste hanno un valore.
Qualsiasi chiosco, qualsiasi supermercato è obbligato a pagare una cauzione, a prescindere da dove sia stata acquistata la bottiglia, perché il sistema è centralizzata.

A gestire i resi c’è un ente non profit che dalle bottiglie ricava le balle di PET e di alluminio: ogni bottiglietta può essere riciclata, in un ciclo virtuoso, solo l’1% dei contenitori rimane fuori da questo sistema, che coinvolge tutti, dall’industria ai consumatori.
E in Italia? Enzo Favoino racconta di come in Italia si disperdano miliardi di bottigliette ogni anno, con un costo a carico dei comuni, le aziende del settore raccontano che non convenga il deposito cauzionale, ma in realtà senza deposito non si arriverà mai al 90% di plastica riciclata o riusata come chiede l’Europa.

Possiamo riusare le bottiglie con le borracce e lo stesso possiamo fare con i flaconi dei detersivi, con lo shampoo, riempiendo barattoli all’infinito: anche i nostri comportamenti singoli possono fare la differenza.
In Francia hanno bandito le plastiche monouso, anche nei bar, con una legge ancora più ambiziosa della direttiva europea: niente imballaggi per frutta e verdura nel supermercato, niente bottigliette nei bar. È aberrante imballare dentro la plastica la banana o la verdura – racconta la ministra per la transizione energetica in Francia (si, anche da loro esiste un ministero del genere, ma diversamente da noi lavora per l’ambiente).

13 marzo 2023

Cinque blues per la banda Monterossi di Alessandro Robecchi



Scrivere un racconto è tra le cose più deplorevoli che esistano. Come spesso capita con le cose più deplorevoli, è anche tra le cose più divertenti ed eccitanti nella vita di qualcuno che scrive, che per prima cosa sarà obbligato a chiedersi, perché proprio un racconto?

Inizia con queste righe, nel preambolo da titolo “Le deplorevole arte del racconto”, che è una sorta di saggio sul racconto breve, questa raccolta di racconti con Carlo Monterossi, il personaggio inventato dallo scrittore, giornalista, autore televisivo Alessandro Robecchi protagonista di una fortunata serie di gialli (e non solo), nata ormai dieci anni fa. In attesa del prossimo romanzo, che sarà il decimo e dunque, come ha scritto l’autore sul suo canale Twitter, “dovrà essere perfetto”, godiamoci questi cinque blues con la banda Monterossi. Sono racconti molti milanesi e che ci aiutano a raccontare la metropoli con un occhio diverso: quello di una persona agiata col suo bell’appartamento in zona Porta Venezia, cosa che Carlo Monterossi può permettersi grazie ai guadagni come autore di un programma della “grande fabbrica della merda”, la trasmissione dove si fa pornografia dei sentimenti a basso costo pur di prendersi qualche punto di share in più.

«Un vincente involontario che fa il tifo per i perdenti», si è detto del Monterossi..

Dalla sua posizione privilegiata, di benestante, Monterossi riesce a vedere sia la Milano delle persone che vivono in palazzine liberty, con tanto di autista, sia la Milano di quelli che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che vivono di espedienti, che una casa propria non l’avranno mai, né a Milano né altrove probabilmente. Persone e vite che incontra nel corso delle indagine che si trova a dover affrontare, inizialmente per gioco, come rivincita per quel mestiere di autore televisivo che così gli pesa sulla coscienza, poi come finanziatore della Sistemi Integrati, l’agenzia investigativa con dentro l’enigmatico socio Oscar Falcone.

Dentro Monterossi convivono questi due mondi: da buon idealista ha ancora una sua coscienza da difendere, anche ingenuamente, ma anche un tenore di vita da conservare

Soldi, si torna sempre lì. Soldi e coscienza. Soldi e decenza. Darwninismo sociale e il merito dei già meditati, Shakespeare nella Milano di oggi: «siamo fatti della sostanza di cui sono fatti i soldi».
Ecco.
Permettersi qualche dubbio esistenziale su questo assunto ormai inconfutabile è il vero lusso del Monterossi, altro che whisky costosi, macchina da signorotto e appartamento da vip.

In un racconto non puoi permettersi di lasciare le cose a metà
– racconta Robecchi in questa lunga introduzione, ognuno deve avere una sua precisione chirurgica: questo vale per tutti i racconti che leggerete qui, a cominciare dal primo, scritto nella prima fase del Monterossi, in cui Robecchi faceva largo uso dell’autoironia, delle battute, cosa che ha imparato a dosare meglio nel corso degli anni.

Il tavolo

Un investimento sbagliato, anzi una vera e propria truffa, e Carlo Monterossi, l’uomo agiato rischia di diventare l’uomo povero.
Riuscirà a riprendersi il suo grazie ad un tavolo da gioco gestito da un clan calabrese

Serafino Sonnino. Laurea in giurisprudenza. Master ad Harvard. Droga, estorsione sequestri, ma ha smesso, pare. Edilizia, molta, racket più che un po'. Un piccolo esercito collegato alle cosche della locride, ma con legame lasco, non è uno che lavora conto terzi. Hobby: bische. Passatempi correlati: ricatto e usura. Chi gli ha rotto i coglioni non è mai andato in giro a raccontarlo. O forse al becchino, chissà.

Killer

Un cane viene rapito a Milano e Oscar Falcone, assieme a Monterossi, viene incaricato di ritrovarlo. Che indagine potrebbe essere questa? Solo che il cane appartiene ad una ricca e molto bella signora milanese che è anche amica, molto amica, di un banchiere, capo della banca che fa tremare i listini.
Ed ecco spiegato l’interesse per ritrovare quest
o chihuahua: un’indagine che sarà anche un viaggio nella verde Brianza, quella zona che si estende al nord di Milano, indicativamente quando i capannoni e il cemento lasciano lo spazio al verde, alle dolci colline, alle statali invase dai ciclisti della domenica

.. posti che si chiamano Cascina Perego, Cremnago, cartelli che indicano luoghi lontani, druidi, riti pagani, palafitte e capannoni, tipo Pomelasca, Lurago d’Erba, tra qualche chilometro e qualche centinaio di ciclisti. Il Seveso pare ancora un fiume.
Doppio misto

Anche i killer, anche la coppia di killer milanesi protagonisti di questo racconto, possono avere un’etica. Strano no? Oppure non è strano, in un mondo dove non si premiano gli industriali che fanno investimenti, che guardano al futuro, ma invece quelli che puntano al profitto, ai soldi che producono soldi e solo se ce l’hai, puoi mettere sul tavolo le tue fiches, altrimenti quella è la porta si accomodi. Chi solo allora i cattivi, in questa storia? I due committenti della coppia dei killer oppure questi due, l’uomo con la faccia da schiaffi e il professore?

Il marito, la sua stupida fabbrichetta che arranca per il calo degli ordinativi, la proposta di acquisto del terreno per un qualche grattacielo superlusso, magari col bosco sui balconi e una fetta della torta, a metri quadri venditi a peso d’oro.
Soldi, tanti.
E lui, il cretino, che vuole continuare a fare l’industriale, a tirar l’anima coi denti tra bilanci e sindacati, quando bastava firmare una carta e sarebbero stati ricchi. Ricchi veri.
Piccola suite borghese

Si parla ancora della borghesia milanese qui: quella borghesia “con le ville liberty sul lago, la Ferrari in cortile e l’etica del lavoro degli altri”. Si tratta di una famiglia che si occupa di arredamento, ma non per gente qualunque. Arredamento per super-ricchi, quelli che si fanno costruire le ville dagli archistar, che scelgono i tessuto per i tendaggi andando in giro per il mondo. Un’azienda che vive per quel lusso e dove ad un certo punto iniziano a girare delle cartoline, dove qualcuno ben informato inizia a parlare di una futura cessione..
Un omaggio allo scrittore Hans Fallada e al suo capolavo
ro “Ognuno muore solo” che Primo Levi definì "uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo".

Occhi

Nell’ultimo racconto ritroviamo nuovamente una famiglia di industriali, settore della meccanica di precisione questa volta, la morte del capostipite e un testamento che tira in ballo un figlio non riconosciuto che la pregiata ditta Sistemi Integrati deve ritrovare perché, dopo tanti anni, anche a lui spetta un pezzo del patrimonio.

Ma c’è una storia dietro. Una storia di rabbia, di miseria, di frustrazione. E di un idealismo teorico che non ti aiuta a riempire la pancia a cui risponderà il sano pragmatismo del Monterossi, capace di vivere tra i due mondi, le due caste di chi sta sopra e chi vive nei sottofondi, “come un topo nel formaggio”:

Lui, invece, fa il professore, ma in che modo non si è capito bene: «Insegnava, si, ma un giorno, saranno dieci anni fa, è tornato a casa, su è seduto dove è lei adesso» - indica la sedia di Carlo - «e ha detto che non insegnava più, si era dimesso. Campa di ripetizioni, di eterne e inutili riunioni in case editrici che pagano a stento.»

Mai fidarsi di due begli occhi, Monterossi! Per fortuna che c'è il vecchio Bob per consolarsi.

La scheda del libro sul sito dell'editore Sellerio

Il blog dell'autore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Anteprima Presadiretta – mal di plastica

Vi ricordate la battaglia da parte degli industriali (spalleggiati da qualche partito e anche qualche governatore) contro la plastica tax che il governo Conte 1 voleva introdurre anche in Italia?

Non si poteva danneggiare la nostra industria – così dicevano presidenti di regione e politici di centro destra – la stessa industria quella che ha piazzato la plastica in ogni dove, senza preoccuparsi troppo di come riciclarla (sempre che si possa riciclare ogni volta), senza preoccuparsi degli effetti sull’ambiente e sulla nostra salute.
L’inchiesta di Presadiretta di questa sera partirà da una notizia sconcertante: non solo la plastica non è stata riciclata, ma la troviamo gettata nei prati, nei campi, nei boschi. Succede in Italia e succede nei paesi verso cui la spediamo perché la gestiscano per noi.
Ma quanta plastica possiamo riciclare veramente ? Teresa Paoli è andata a visitare una struttura che si occupa di smistamento delle plastiche: il materiale arriva, viene caricato sui rulli e ci sono dei sensori led che capiscono il colore, la dimensione e il polimerco smistando i pezzi sul rullo giusto, discriminando tra quelli riciclabili e quelli no. Purtroppo scarti di polistirolo, il “fresco frigo”, gli imballaggi per i surgelati, perfino la plastica nera è problematica, perché il lettore ottico non è in grado di “leggerla” e così non può essere riciclata, così finisce in discarica.


Si riesce a riciclare solo il 50%, il problema è la plastica usa e getta (le posate, i bicchieri, gli imballaggi), il rapporto tra la plastica che produciamo “vergine” e quella che ricicliamo è 1 a 19, quindi “si pone la radicale diminuzione dell’usa è getta”, come raccontava il conduttore Iacona a Uno Mattina. Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti, rischiamo di rimanere totalmente sommersi da queste microplastiche che ormai abbiamo scoperto nel sangue, nei polmoni, nelle cellule perché le respiriamo, stanno dappertutto.

Quello che ci deve preoccupare infatti è che la plastica non solo è stata rintracciata dentro i pesci ma è arrivata fin dentro di noi, dentro il nostro sangue con gli effetti che verranno raccontati nel servizio, passando per il cibo che mangiamo ogni giorno: “fino a pochi anni fa le microplastiche era presente in tutti i prodotti”, racconta alla giornalista di Presadiretta una dottoressa dell’università di Catania, “fino a poco tempo fa non immaginavamo che venissero assorbite da questi organismi vegetali, perché la parte che viene assorbita è di difficile osservazione”. Sono le particelle più piccole, quelle di pochi millesimi di mm quelle più spesso trovare nel cibo e anche le più insidiose per la salute, perché capaci di entrare in circolo nel sangue.
Sempre la dottoressa intervista da Presadiretta: “abbiamo esposto un pesciolino molto piccolo in un acqua ricca di particelle di polietilene blu, le microplastiche, che sono di 10 micron, quindi moto piccole, e sono state assorbite dai tessuti circostanti. ”
Una parte delle larve del pesciolino morivano, non si cibavano più, “ci siamo resi conto che diventavano cechi, non si orientavano più nell’ambiente circostante, non riuscivano a nutrirsi e quindi morivano di stenti e di fame.”
Ma i ricercatori di Catania hanno trovato le microplastiche anche nel loro sangue, “in un 1 ml di sangue abbiamo trovato centinaia di particelle dai 3 micron in giù, nonostante io cerchi di eliminare la plastica dalla mia tavola, dalla cosmesi, ma è veramente complicato, perché poi in realtà gli alimenti poi la contengono, quindi noi per via alimentare siamo esposti ma anche per via inalatoria”.

All’università di Milano hanno fatto un esperimento, hanno estratto dal filtro di una asciugatrice circa mezzo grammo di microfibre su un kg di capi sintetici messi nel cestello: la piccola matassa è stata poi consegnata al laboratorio di medicina rigenerativa del policlinico di Milano per capire che effetto possa avere sui polmoni respirare queste sottilissime fibre sintetiche.
Lo spiega la dottoressa Lorena Lazzari: nel laboratorio hanno elaborato un modello sofisticato che, partendo da una biopsia che con opportuni a queste cellule staminali presenti in essa, riusciamo ad ottenere quello che è un piccolo organo, vengono infatti chiamati organoidi, che è tridimensionale con tutte le cellule che il polmone umano presenta.
“Una volta ottenuto questo piccolo modello di polmone umano abbiamo unito le microplastiche al nostro organoide” racconta la dottoressa a Presadiretta “scoprendo che all’inizio avevano inglobato la plastica e alla fine abbiamo valutato se funzionalmente producevano dei fattori nocivi, abbiamo visto questo fattore che è peculiare dell’infiammazione.”
Tradotto in termini più semplici significa che le cellule dell’organoide, che è un modello vivente dei nostri polmoni, ha sofferto all’impatto con queste microplastiche.

La scheda del servizio:

Per la prima volta gli scienziati hanno trovato plastica nel sangue umano: una notizia shock. Mentre la battaglia contro l’uso della plastica incontra forti opposizioni, a livello globale i rifiuti sono più che raddoppiati negli ultimi 20 anni. Come ridurre la plastica usa e getta? E quanto si può riciclare davvero la plastica? Meglio il riuso o il riciclo? Presa Diretta, in onda lunedì alle 21.20 su Rai 3, è in viaggio in Turchia, per capire che fine fanno i nostri rifiuti di plastica che dovrebbero essere riciclati. 

La plastica è un materiale che ha cambiato la nostra vita e non potremmo più farne a meno, peccato che quasi la metà degli oggetti di plastica siano monouso: hanno una vita brevissima nelle nostre mani, ma eterna nell'ambiente. Vivono solo un attimo e inquinano per sempre. E la plastica, prodotta per il 98% dal petrolio, inquina fin dall'inizio del suo ciclo di produzione. Lo chiamano: l' inquinamento silenzioso. Cosa fanno per arginare il fenomeno le industrie che producono e lavorano le materie plastiche?
E dove va a finire la plastica che noi differenziamo ogni giorno? A livello mondiale quasi il 90% della plastica non viene riciclata e finisce per essere bruciata o in discarica. Come facciamo allora noi consumatori a scegliere i prodotti giusti e aiutare la filiera del riciclo? L'Europa ha recentemente proposto un regolamento con obiettivi ambiziosi: ridurre del 15% i rifiuti entro il 2040, imballaggi completamente riciclabili entro il 2030 e ha chiesto agli Stati di impegnarsi di più sul riuso. E subito sono cominciate le polemiche, meglio il riciclo o il riuso? PresaDiretta è andata in Turchia, Paese che è diventato uno dei principali importatori di rifiuti di plastica europei da quando la Cina ha chiuso le frontiere a questo prodotto nel 2018. Un viaggio dell'orrore: discariche illegali a cielo aperto, nelle campagne, tra le case, bambini che lavorano nella raccolta dei rifiuti, incendi dolosi che creano nubi di diossina, terra acqua e aria sempre più inquinate. E gli effetti sulla nostra salute?
Un gruppo di ricercatori ha scoperto che la plastica è arrivata fin dentro il corpo umano e che ci scorre letteralmente, nelle vene. Sono le microplastiche, piccolissimi frammenti anche di millesimi di millimetro, che ormai respiriamo perché sono presenti nell'aria e assumiamo attraverso la catena alimentare. Tracce di microplastiche sono state trovate nei nostri organi come i polmoni e nel sangue.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

09 marzo 2023

Favola per rinnegati di Alessandro Bongiorni

 

Ai precari e ai malpagati

PROLOGO
Strappi con la frizione, giri alti, marce ingranate. Il lungo rettilineo e la curva a gomito verso sinistra. Gli pneumatici fischiarono sull’asfalto umido della sera, l’utilitaria pattinò verso l’esterno e finì dritta contro un palo della luce. Un grande botto.
Poi, più nulla: solo il cigolio delle ruote che giravano a vuoto. Il cofano della macchina accartocciato, il parabrezza squarciato sopra il volante.
In una fredda sera di inizio novembre, nel giorno dei morti, a Milano succede l’impensabile: da una macchina due ragazzi sparano diverse raffiche di Kalashnikov contro altri ragazzi seduti davanti un bar nel quartiere di Brera, vicino la chiesa di San Marco. Scappati da quella carneficina, andranno poi a schiantarsi contro un cancello, come raccontano le poche righe dell’incipit.
Ecco perché mentre alcuni dei soccorritori si gettano dentro l’auto per salvarli che la macchina scoppi, altri agenti si mettono ad osservare la scena, gli “ammutinati”. Una scena surreale, inspiegabile senza sapere il perché di quell’incidente:
 ...da una parte, i colleghi in fermento; dall’altra, uomini in divisa con lo sguardo colmo di biasimo. Ammutinati.
Anche a Milano è arrivata l’onda del terrorismo islamico? Quel locale alla moda come il Bataclan a Parigi? Prima che la notizia, con tutte le sue emozioni collegate si allarghi, come un’onda, per Milano e poi per tutta l’Italia, sul luogo della strage arriva il vice commissario Rudi Carrera che, assieme alla collega ispettrice Esposito, inizia a soccorrere i feriti, nel caos generale.
 
Le ambulanze, le volanti, le transenne. Il sangue, i corpi, lo straniamento. I morti e i feriti. Le auto abbandonate in mezzo alla strada. I primi giornalisti, freelance che passavano di lì.
Nonostante le prime voce, qualcuno che avrebbe sentito gridare Allah Akbar, non si tratta di terrorismo islamico. Ad uccidere quei nove ragazzi sono stati due giovani, un disoccupato e uno studente dal carattere chiuso, due ragazzi come tanti che un giorno hanno deciso di aprire il fuoco con un Ak 47 contro altri coetanei. Le indagini vengono affidate dalla Questura di Milano proprio al vice commissario Carrera: la scelta arriva dall’altro, dal triumvirato, il questore Covati che mal sopporta questo poliziotto ruvido che spesso passa sopra le regole, il Prefetto Marta Terrasanta (una che aveva fatto carriera forse troppo in fretta) e il procuratore Rocchetto. Altro che Islam, nel video rivendicazione i due avevano sputato il loro odio contro le donne e i ricchi, contro quella parte di società che viveva felice e che nel loro immaginario si riuniva davanti al bar di Brera.
Ma come hanno fatto due persone così a procurarsi un Kalashnikov?
Carrera assieme alla sua squadra, gli ispettori Esposito e Achilli, viene affiancato da un consulente informatico che arriva dai servizi, che racconta al vice commissario di quello strano mondo che è quello degli Incel. Ragazzi che non sono capaci di coltivare una relazione con l’altro sesso e che sfogano questa frustrazione in modo violento.
È già successo in America e ora tocca anche all’Italia.
 
Tutto così semplice? Possibile che quella strage abbia dietro solo questa motivazione in fondo banale?
Carrera è consapevole di essere solo un parafulmine, se anche dovesse riuscire a capirci qualcosa di questa strage, non si prenderebbe lui le luci della ribalta, che toccherebbero a quel politico del Questore o al Procuratore, futuro politico pure lui.
Ma al minimo errore, il triumvirato gli scaricherebbe addosso tutte le responsabilità, perché Milano vuole i colpevoli, il paese vuole vedere qualcuno con le manette ai polsi. Sembra di essere tornati ai tempi di Piazza Fontana, per chi se li ricorda ancora, con gli anarchici nel ruolo del capro espiatorio.
Carrera si mette in contatto coi suoi informatori sul territorio: un avvocato per cui gli scrupoli sono un lusso costoso, un ex contrabbandiere di armi caduto in disgrazia 
.. negli anni Novanta Rino Corlianò, per tutti “il Pirata”, era stato un grosso trafficante di armi, droga ed esseri umani tra la Puglia e l’Albania.
Nessuno sembra saper niente e questa frustrazione è un altro peso sulle spalle di Carrera che non sta attraversando un momento facile nella sua vita: c’è la separazione da Monica, che ha pagato un prezzo troppo alto per stare vicino a lui, c’è il fantasma di Giada, una ragazza rapita la cui caccia finì in modo tragico sul fondo di un burrone. C’è l’incapacità di saper gestire tutte le cicatrici, il dolore, la violenza e il sangue visto in tutti questi anni. Non bastano le sigarette che fanno sputare catarro o la bottiglia di J&B sulla scrivania per dimenticare.
 
«È arrivato il momento di passare oltre, non credi? Di dimenticarle.
Ane, Sanja, Monica, Giada, tutte loro. Soprattutto Giada. Scrollatele di dosso, [..]
«Io sono i miei fantasmi» disse. Poi si incamminò sotto la pioggia.
Bisognerebbe imparare a lasciarsi alle spalle i propri fantasmi, prima di far la fine di Raimondo, l’amico barbone che dorme davanti il commissariato di piazza San Sepolcro, forse il suo unico amico, oltre la sua squadra.
«Vede, Robin» disse la dottoressa mettendo il tappo alla penna, «io credo che lei porti sulle spalle uno zaino invisibile, e che in questo zaino tenga tutto il peso del mondo.
C’è un altro personaggio che incontriamo in questa storia: si fa chiamare Robin, è un addetto alla sicurezza di un cantiere, ma lo conosciamo la prima volta mentre è in visita dalla sua psichiatra, da cui è in cura dopo essersi dimesso dall’Arma. Non è un ex carabiniere qualunque, Robin Rossi: è stato un undercover per anni, infiltrato dentro le peggiori organizzazioni criminali per contrastare il narcotraffico. Finché un giorno, dopo aver assimilato anche lui una dose di troppo di violenza, la sua testa ha ceduto. Fine del lavoro da undercover, fine del matrimonio.
Si sfiorano per un attimo solo gli sguardi di Carrera e di Rossi:
l’indagine lo ha portato a quel cantiere per una pista che sembra promettente. In realtà sarà molto di più di uno sguardo quello che legherà assieme i due uomini dello Stato con troppe cicatrici addosso:
due schegge impazzite che hanno perso tutto e questo li renderà ancora più pericolosi:
«Voglio solo trovare quello che cerco.»
«Sarebbe a dire?»
«Sarebbe a dire che le nostre strade si stanno incrociando e forse possiamo darci una mano.» «Di cosa stiamo parlando? Chi sono loro?»
Cosa sta cercando l’Arciere, questo il nome in codice di Robin Rossi?
E cosa si nasconde dietro quella strage, chi ha dato quel Kalashnikov a quei due ragazzi? Come mai i servizi si interessano tanto a questa storia?

Ho cercato un aggettivo da associare a Favola per rinnegati, mi è venuto adrenalinico: sono arrivato fino alla fine di questo noir così intenso col fiatone, dopo un racconto pieno di dolore, sangue, vendetta, rimorsi in una Milano diversa da come la immaginiamo, molto più vicina alla Milano calibro 9 raccontata dal padre del giallo milanese, Giorgio Scerbanenco, che compare in questo libro attraverso un articolo firmato da un certo Ugo Piazza (che metterà fuori dai giochi Carrera per un certo periodo).
Una città che non è solo quella delle luci dei grattacieli, ma anche delle piazze dello spaccio, delle ‘ndrine ben introdotte nel tessuto sociale ed economico della metropoli. Delle vie da attraversare a piedi, come ama fare il vice commissario la notte, per sbollire quella rabbia che si porta dentro.
Ma, chissà, forse c’è ancora modo di riscattarsi dal suo passato, giocarsi le sue ultime fiches nella vita e cercare di continuare con quel mestiere che sa fare così bene, il poliziotto.
È solo un giallo, certo, ma con forti attinenze con la realtà di cui qualche volta leggiamo sui giornali, come quelle che scoprirà il vice commissario: i giovani che si isolano dal mondo, i giri sommersi delle armi ..

La scheda del libro sul sito Mondadori e il racconto di questo noir da parte dell’autore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


07 marzo 2023

Presadiretta – la guerra dei chip

La questione di Taiwan riguarda i cinesi – sono le parole del presidente cinese Xi che, secondo il capo della Cia, starebbe organizzando un’invasione di Taiwan.

Attorno a Taiwan si stanno scaldando i motori di una nuova guerra: la visita dell’ex portavoce Nancy Pelosi hanno alzato la tensione tra i due paesi, i cinesi l’hanno considerata una provocazione dando vita ad una risposta diplomatica e ad una azione militare davanti l’isola.
Il presidente Biden, in risposta a queste azioni ha detto che il suo paese è disposto a difendere Taiwan: l’isola oggi vive in uno stato di sospensione perché pochi paesi al mondo la riconoscono come stato autonomo, per paura delle rappresaglie della Cina.
Taiwan ha un parlamento, elezioni libere, ministeri: nell’università di Taipei i muri sono pieni di immagini di Hong Kong, qui temono di fare la stessa fine, racconta il professore Lev Nachmann.
Il conflitto nasce da lontano: su quest’isola si sono rifugiati i soldati sconfitti da Mao, che non hanno riconosciuto la vittoria di Mao e si sono considerati stato a sé.
Presadiretta ha ascoltato il Taiwan New Foundation, il partito che si sta battendo per l’indipendenza dell’isola e per il suo riconoscimento come stato riconosciuto: Xi Jin Ping ha già pronti i piani per l’invasione, ma il vero obiettivo è dare scacco matto all’America nel Pacifico.

Mentre la Cina mette in mostra tutta la sua forza militare con le grandi manovre navali, Taiwan è sotto attacco cibernetico: Presadiretta è andata a visitare il Cyberlab, un edificio governativo di recente apertura dove ci si addestra a combattere gli attacchi informatici, con tanto di esercitazioni per essere pronti ad eventuali attacchi. Su un enorme monitor montato su una parete è proiettata una mappa con tutti i principali attacchi al paese, che arrivano ogni giorno, ogni minuto, la maggior parte dei quali parte dalla Cina. A volte – racconta uno dei responsabili al giornalista – questi attacchi cercano di installare dei malware, programmi che possono controllare i tuoi sistemi, come ad esempio i treni ad alta velocità. Cosa potrebbero cercare di fare, una volta preso il controllo? Potrebbero farli scontrare, distruggere la rete elettrica, sarebbe peggio di un attacco missilistico.
Dopo la visita di Nancy Pelosi, l’ex speaker della Camera degli Stati Uniti e con l’inizio delle esercitazioni cinesi, in un solo giorno abbiamo ricevuto 2,6 ml di attacchi.

Taiwan riceve aiuti militari dagli Stati Uniti, missili, sistemi di sorveglianza, componenti per caccia F16: ma l’esercito potrebbe resistere di fronte a quello cinese? L’analista della difesa taiwanese parla di strategia del porcospino, facendo uso della difesa missilistica contro navi e aerei, con missili in numero sufficiente per scoraggiare attacchi via nave. Oltre a scorte di cibo e di petrolio che li rendano indipendenti per anni.

La popolazione si sta addestrando alla guerra: ci sono campi militari frequentati da civili che si stanno preparando per le emergenze, il conflitto in Ucraina ha cambiato la percezione della guerra dando loro la forza e la consapevolezza di resistere.
Ci sono poi radioamatori che organizzano corsi nelle scuole per poter garantire le comunicazioni in caso di guerra, ci sono organizzazioni che preparano i civili nelle cure da ferite da fuoco, usando lo slogan “sii pronto”: queste persone sono consapevoli di dover rispondere ad una minaccia di un governo come quello cinese capace di tutto.
A Taiwan Presadiretta ha incontrato Wang Dan, uno degli studenti che era in piazza Tien An Men: per combattere il partito comunista cinese oggi è venuto su quest’isola contro l’imperatore Xi Jin Ping, quest’ultimo non può accettare un paese vicino ai suoi confini dove vige una democrazia.

La guerra dei chip

LA Cina ha interrotto l’importazione dei prodotti taiwanesi, mettendo in crisi gli agricoltori e i pescatori dell’isola: la Cina usa le sanzioni contro la frutta ma non contro i chip, perché altrimenti la sua industria si fermerebbe. Ben il 65 % dei chip è fabbricato qui: questo è l’oro di Taiwan che tutti vogliono.

Il destino di Taiwan e del mondo intero dipende dai chip: la loro produzione è la più efficiente al mondo con costi più bassi, hanno ricavi tali da garantire anche forti investimenti.
Il governo si è impegnato su questo fronte, investendo nella ricerca e nella formazione: formano più di cento ingegneri l’anno che poi andranno a lavorare nel processo dei semiconduttori, processo che bisogno di un luogo di lavoro “pulito”, una clean room.
Al dipartimento di nanotecnologie gli studenti lavorano a stretto contatto con le aziende, in modo da essere preparati poi per il lavoro: si parte dal wafer per arrivare, con una struttura a strati, al semiconduttore. Per arrivare a chip sempre più miniaturizzati, sempre più all’avanguardia: il mondo ancora non ha capito l’importanza dei semiconduttori, senza i quali non ci sarebbe l’intelligenza artificiale dentro le auto, dentro gli smartphone.
La tecnologia dei semiconduttori può influenza la geopolitica nel mondo: Nancy Pelosi nella sua visita ha voluto proprio visitare la PSMC, la maggiore industria del settore a Taiwan.
Quella dei microchip è una catena di produzione che tocca tutto il mondo che ha però un anello importante a Taiwan: senza chip, niente Apple, prodotti in Cina.
Taiwan si prepara ad esportare la sua tecnologia in America: si tratta della fabbrica in Arizona che nel giro di pochi anni sarà in grado di produrre i semiconduttori più avanzati anche negli Stati Uniti: questo paese ha capito che i microchip sono un punto focale nella guerra contro Cina, che ha un ritardo di circa sette anni dal punto di vista tecnologico.

Un vantaggio che vale anche nella guerra coi chip dual use: ce ne siamo accorti anche nella stessa guerra in Ucraina, dove i chip sono montati sui droni e l’Ucraina sta vincendo perché è riuscita ad avere i chip migliori.
È quello che si chiama lo scudo di silicio di Taiwan: l’impatto economico di una invasione dell’isola da parte dell’esercito cinese sarebbe devastante, il mondo se ne era accorto già con la pandemia quando le aziende dell’auto aveva dovuto aspettare mesi per i chip, bloccati sull’isola.
Taiwan teme che la Cina possa bloccare le catene di approvvigionamento per i chip, così gli Stati Uniti hanno deciso di importare la tecnologia all’interno, come backup: ma se gli USA diventassero indipendenti da Taiwan, poi vorrebbero difenderla dalla Cina?
Ma ci sono anche esponenti politici favorevoli agli accordi con la Cina: siamo nel mezzo di un equilibrio di rapporti tra Cina, Taiwan e Stati Uniti.
Gli interessi dell’isola potrebbero essere diversi da quelli di Biden e di Zi Jin Ping: senza lo scudo di silicio, cosa ne sarà del futuro di Taiwan?

Al momento la guerra è solo commerciale: Biden ha firmato il chips and science act, una legge per rilanciare il settore del microchip con un investimento da 200miliardi di dollari.
Gli USA vogliono guidare il mondo nella produzione di questi microchip avanzati, America is back – dice Biden con un tono che ricorda Trump.
I chip sono dappertutto, sono dispositivi essenziali anche nel reparto bellico, perché sono capaci di raccogliere e analizzare informazioni per indirizzare droni e missili.
Chris Miller insegna storia: il suo libro Chips War ha vinto un premio, a Presadiretta racconta di come i chip oggi siano essenziali nella vita moderna, una interruzione nella loro fornitura porterebbe ad una crisi dell’industria manifatturiera.
Cina, dopo il chips act, ha risposto in modo drastico: l’hanno vissuta come una misura protezionistica, perché sono sussidi con cui il governo USA convincerà nel tornare a casa dopo la delocalizzazione in Cina. Oggi in casa non si producono chip avanzati, gli USA dipendono dall’Asia centrale per questi: gli Stati Uniti vogliono tagliare le dipendenze dalla Cina, per i chip e anche per le batterie per le auto elettriche (Presadiretta se ne era occupata settimana scorsa).
Nessun paese al mondo sarà mai autonomo per la produzione dei chip, in realtà: obiettivo per Biden è bloccare il progresso tecnologico dell’esercito cinese, su cui il presidente Ping sta investendo miliardi.
Pechino è in ritardo nella produzione di chip avanzati, dipende dai suoi concorrenti come Taiwan e Seul: la storia ha dimostrato di saper raggiungere i suoi obiettivi, come l’atomica o come i satelliti fino al 5g.
Questa guerra, che dietro ha interessi di sicurezza nazionale, si combatte andando a soffocare la tecnologia dell’avversario: sono le sanzioni imposte dall’America nei confronti della Cina.
Ma secondo l’ex sottosegretario Geraci (ai tempi del governo Conte aveva firmato gli accordi sulla via della seta) la pensa in modo diverso: tra cinque anni la Cina sorpasserà l’occidente e noi rischieremo di finire nelle economie stagnanti, noi non abbiamo piani industriali, noi non produciamo nulla. Loro sono statalisti, non sono democrazie, crescono, mentre noi no.
Che impatto avranno le sanzioni sulla Cina? Fermeranno gli sviluppi, come quelli sull’intelligenza artificiale: Nick Bostrom è uno degli esperti di questo settore, il primo a lanciare un allarme sull’uso non controllato dell’AI.
Biden ha bisogno che i suoi alleati seguano la sua battaglia senza offrire nulla: di diversa opinione Chris Miller secondo cui l’Europa per anni ha potuto sviluppare la sua economia (e resistere nella guerra in Ucraina) grazie agli investimenti fatti dagli USA nel settore dei microchip.
Chi vincerà questa guerra dei chip? Si scaldano i motori della guerra, aumentano le spese militari da ambo i fronti..

In studio la sinologa Giada Messetti ha commentato questa guerra: la Cina è l’unico paese che può mettere in discussione l’egemonia economica degli Stati Uniti.
La Cina oggi teme la politica americana che tende a contenere la sua espansione economica e militare, perfino nell’area del Pacifico.
La Cina che in questi mesi non ha condannato la guerra in Ucraina: è una scelta per tenere gli americani lontani dall’indo pacifico, ma dall’altro è meno contenta di questa guerra che le crea problemi economici. La sua posizione ambigua sulla guerra è ideologica e politica, non può mollare la Russa perché non accetta più un mondo sotto il controllo della sola America.

William Reinsch consigliere del SCIS spiega il perché del protezionismo tecnologico voluto da Biden: è uno sgambetto per fermare la Cina, impedirle di crescere e mettere le mani su tecnologie che non vorremmo dare loro.
Presadiretta è entrata nella sede di Nvidia: qui hanno realizzato un chip che è l’oggetto più tecnologicamente avanzato al mondo, si chiama H100 ed è il fulcro di tutti i programmi di intelligenza artificiale. Dalla traduzione multilingua fino alla simulazione dentro le città di come si muovono le persone, l’illuminazione..
Dentro Nvidia lavorano anche per l’auto a guida autonoma: le aziende che non useranno l’intelligenza artificiale rimarranno tagliati fuori dal mondo, spiegano a Presadiretta.
Ci sono poi le applicazioni per uso militare: per questo motivo il governo americano ha proibito la vendita di H100 alla Cina, ma ci sono anche altre aziende nella Silicon Valley che senza il mercato cinese rischiano il fallimento, come la Synaptic.

La lobby dei semiconduttori – SIA - è preoccupata per questa ondata di protezionismo e per il distacco dalla Cina: senza la Cina l’innovazione sarebbe troppo costosa, vorrebbero che il mercato cinese rimanesse aperto, sia per i chip per uso civile sia per i ricercatori e ingegneri dalla Cina.
Con Trump è iniziata una caccia alle streghe contro i cinesi, con la legge “China initiative”: Biden ha cancellato questa legge, ma il clima di sospetto rimane ancora.
All’MIT lavora il professor Chen: è stato arrestato nel 2018 con l’accusa di essere una spia di Pechino, poi è stato rilasciato dopo un anno ma la sua carriera come ricercatore è stata bloccata.
Oggi non vuole più lavorare coi semiconduttori, che considera un ambito troppo sensibile, per le scelte politiche del governo americano, decidendo così di spostare le sue ricerche sull’acqua.
Ma a preoccupare dovrebbe essere il fatto che tutto sta diventando sensibile: la scienza deve rimanere libera, i ricercatori non dovrebbero avere paura per la propria vita, di dover essere accusati di essere spie.
L’America rischia di perdere molti talenti, se molti ingegneri, ricercatori asiatici dovessero abbandonare il paese: non è solo la tecnologia che serve, servono anche i cervelli, come i moltissimi cinesi che vivono e lavorano in America.
La guerra dei chip e le tensioni tra America e Cina hanno generato una guerra nella scienza, tra cervelli: un mondo diviso in blocchi, con questi due paesi egemoni nella loro zona di influenza, non porterà la pace nel mondo anzi, sta bloccando la crescita economica soprattutto in Cina.
Racconta Giada Messetti che la Cina oggi ha grandi problemi interni: il nazionalismo è un’arma che Pechino potrebbe usare per nascondere questi problemi.

Le industrie europee consumano il 20% dei chip ma ne producono solo il 9%: dipendiamo dalle importazioni, anche perché non produzione nessun chip sotto i 4 nanometri, siamo indietro rispetto a Cina, USA, Giappone. Per questo l’UE ha varato l’European Chips Act, ambendo ad arrivare al 20% di quote di mercato nel settore dei chip.
Ma noi stiamo investendo poco e in ogni caso non esiste una industria europea, non esiste una Silicon Valley europea, ogni nazione fa da sé.
Dovremmo cambiare mentalità, dovremmo reperire ingegneri e operai specializzati, investendo anche nell’università.
Ma noi abbiamo un vantaggio: a Eindhoven ha sede la ASML, dove si producono le macchine che incidono la superficie dei wafer che poi portano ai chip.
Qui producono la macchina che tutti vogliono: ogni componente della macchina dei chip ha dietro un componente sviluppato ad hoc, come le lenti Zeiss uniche lenti al mondo per una macchina unica al mondo, per produrre dei microchip unici al mondo…
Gli Stati Uniti hanno impedito di vendere il loro prodotto alla Cina: è stato un colpo per la ASML, è un problema commerciale, sono preoccupati delle limitazioni imposte dalla politica che porterebbero il mondo diviso in blocchi.
L’Europa dovrebbe avere una propria visione, non rimanere in scia di America e Cina, per scivolare in fondo alle posizioni in campo tecnologico.

Nella relazione dei servizi italiani è presente una infografica: si parla anche dei semiconduttori, le tensioni nell’indopacifico hanno creato interruzioni nelle forniture aziendali che hanno impattato anche le nostre aziende.
La Cina ha paura che l’Europa si appiattisca sulle posizione dell’America – racconta Giada Messetti: dobbiamo fare una riflessione sui rischi e sulle opportunità del mercato cinese, infatti per l’Europa la Cina è il primo mercato.

I chip usati dalla Russia

Nonostante le sanzioni europee contro la Russia, le armi russe continuano ad usare i microchip occidentali che arrivano all’est di contrabbando.

Si tratta di chip dual use, possono essere usati sia per uso civile che militare: in questo modo la Russia bypassa le sanzioni.
La Russia inoltre ha fatto scorte di chip prima della guerra, quando preparava l’invasione.
Il drone russo Orlan 10 viene usato per individuare le posizioni ucraine: usa dei componenti sotto sanzione, usando società fittizie e passando anche per Hong Kong, crocevia dei traffici dei chip nel mondo.
Milioni di chip olandesi sono arrivati in Russia senza nessuna violazione, passando per intermediari cinesi: lo hanno scoperto i giornalisti di NOS, che hanno raccontato di come per questa vendita non si siano violate leggi o sanzioni, perché non ne esistono contro la Cina, in un mondo globalizzato, le sanzioni hanno poco effetto.

Ma la Cina è stata attenta in questi mesi a non violare sanzioni vendendo armi alla Russia – racconta alla fine Messetti: sarebbe un suicidio per questo paese, è una situazione da tenere d’occhio, perché quando arrivassimo a questo significherebbe che siamo a ridosso di una guerra mondiale.
Il piano di pace presentato dai cinesi è un “position paper”, una posizione che spiega secondo il loro punto di vista come vivere assieme in una situazione pace, è la visione del nuovo ordine mondiale secondo la Cina. Questo paese si propone come fattore di stabilità nel mondo, in contrapposizione a Russia e Ucraina, percepiti come instabilità.

È un messaggio per il sud del mondo, non per l’Europa.