12 maggio 2024

Anteprima inchieste di Report – i nemici di Moro, gli oligarchi del mare e Fiumicino

I nemici di Aldo Moro (e di Falcone e Borsellino)

Chi erano i nemici di Aldo Moro? C’erano dei burattinai che manovravano i brigatisti, nello Stato o fuori? Report torna sulla morte del presidente della DC, dopo il servizio dello scorso gennaio che aveva suscitato tante reazioni polemiche.
In quel servizio si mettevano in discussioni tutte le lacune della versione ufficiale sul rapimento, la prigionia e l’esecuzione del presidente della DC, si spiegava come ci fossero ancora oggi delle piste non seguite allora dagli investigatori (sui covi dove fu tenuto Moro, come il covo in via Massimi 91).

Il presidente non volle funerali di stato, non volle accanto i dirigenti del suo partito, la famiglia nemmeno partecipò il 13 maggio 1978 alla commemorazione in San Giovanni in Laterano. Nel memoriale, comparso come incanto 12 anni dopo (il secondo ritrovamento nel covo di via Montenevoso a Milano), Moro accusava esplicitamente la DC e Andreotti di averlo abbandonato ai suoi assassini e in una lettera aveva presentato le dimissioni dal partito.
Paolo Mondani ha intervistato l’ex presidente della commissione stragi che gli ha rivelato una confidenza dell’ammiraglio Martini: “.. era stato il più longevo tra i direttori del servizio segreto militare (Sismi) e che all’epoca del sequestro Moro era al numero due del servizio. Mi disse, ‘io non le ho detto la verità’, cioè che aveva avuto uno scontro col ministro della Difesa Ruffilli”.

Pellegrini riporta le parole dell’ex numero due del Sismi: “Mi ero fatto dare delle dichiarazioni dagli uffici in cui si diceva che Moro non era in possesso di segreti sensibili e Ruffilli disse ‘allora possiamo stare tranquilli’ e io sbottai dicendo ‘proprio lei non può stare tranquillo perché da una cassaforte del suo ministero è sparito un documento su Gladio che esisteva soltanto in due copie. Una custodita a Roma e una custodita a Londra..’”.
Andretti, Cossiga, i membri del comitato di crisi tutti avevano la certezza che Moro avesse fatto avere questo documento riservato su Gladio alle br?
Risponde Pellegrini: “Dai comunicati delle br, il numero 3 e il numero 6, l’intelligence alleata capisce che le brigate rosse erano entrate in possesso di quel documento e dal quel momento decidono che non devono fare niente per salvare Moro.”
Nel testo del memoriale trovato in via Monte Nevoso a Milano nel 1990 mancano delle parti? Mondani lo ha chiesto al direttore dell’archivio di Stato a Roma Michele di Sivo: “Ci sono solo due punti in cui sembrano non esserci e tutti e due riguardano i rapporti tra Giulio Andreotti e i servizi segreti ..”

Anche lo storico e scrittore Giovanni Fasanella, autore di un saggio sul caso Moro (Il golpe inglese - Chiarelettere), ha toccato il punto delicato sugli interessi stranieri in Italia:
assieme a Mario Jose Cereghino hanno studiato per anni i documenti via via desecretati dello spionaggio inglese in Italia conservati nei National Archives di Kew Gardens a Londra. Ed è qui che scoprono un tesoro rimasto sepolto per decenni anche sul caso Moro:

Una serie di documenti sulle riunioni di una Commissione segreta del governo britannico che lavorò nei primi sei mesi del 1976. Questa Commissione aveva avuto il compito dal governo britannico di elaborare dei piani di guerra clandestina, di operazioni illegali e clandestine da attuare in Italia per neutralizzare la politica di Aldo Moro. Molte le ipotesi prese in considerazione, alla fine ne rimase una: colpo di Stato militare, classico. Questa opzione venne discussa con la Germania federale, la Francia e gli Stati Uniti d'America. All'epoca era Kissinger il referente di questa Commissione dei quindici del governo britannico. E naturalmente c’erano perplessità, c’era addirittura chi prevedeva il bagno di sangue nel caso in cui ci fosse stato un colpo di stato militare di destra. Alla fine cosa si decise? Si decise per il piano B, appoggio ad una diversa azione sovversiva.
Quali sono queste azioni sovversive nel dettaglio – ha chiesto nel servizio il giornalista di Report?

La propaganda occulta, influenzare i giornali, corromperli, pagare i giornalisti, utilizzarli come strumento per condizionare la politica. Una volta individuato un nemico, a livello più basso, la corruzione. Se non funziona la corruzione, la macchina del fango, l’intimidazione, fino all’eliminazione fisica.”

Il vicesegretario socialista di quegli anni, Claudio Signorile, come raccontato nel precedente servizio di Report, mediò con le Brigate Rosse tramite alcune esponenti dell’autonomia operaia per la liberazione dello statista democristiano. Signorile aveva raccontato che nell’ultima settimana della prigionia le br furono “come affiancate”.
Nella vicenda Moro sono intervenute realtà esterne al brigatismo a condizionare la soluzione finale – è la tesi di Signorile, ma a che cosa si riferisce?
“Le provenienze sono queste, inglesi, americani ma in modo marginale, francesi, ma gli inglesi hanno il primato, perché hanno il coordinamento, sono quelli responsabili dei processi politici. Quando loro dicono ‘i comunisti in Italia sono un problema serio che va affrontato fino alle estreme conseguenze..’”.

Gli inglesi erano anche nei partiti di governo, infiltravano anche i partiti, gli apparati: “mi sorprende che lei si sorprenda, fa parte della tecnica della capacità di infiltrazione inglese che in qualche modo tenevano aperta una porta di dialogo col brigatismo, quando era già passato alla lotta armata. Questo fatto mi è stato detto, mi sono stati indicati i luoghi dove tutto questo avveniva..”
C’erano, secondo quanto racconta l’ex vicesegretario del PSI, uomini dei servizi inglesi che incontravano dei brigatisti.

Per cercare una conferma alla tesi sulla eterodirezione delle br, se ci fosse qualcuno che le manovrava, Paolo Mondani ha sentito il professor Giovanni Maria Ceci – ordinario di storia contemporanea a Roma – che racconta di come dagli archivi americani non emerge alcuna infiltrazione nelle br di uomini dei servizi americani. Ma il professore riporta la testimonianza dell’ambasciatore americano del tempo, Richard Gardner, che avrebbe confermato l’esistenza di un infiltrato dentro le br.

Il generale Jucci, continua il servizio di Mondani, fu inviato da Moro nella Libia di Gheddafi nei primi anni 70: fu capo del controspionaggio comandando i carabinieri poi negli anni 80. Amico di Moro e di Cossiga, oggi a 98 anni racconta che se non ci sono dubbi che ad uccidere Moro siano stati i brigatisti, “ma certamente le br avevano dei burattinai, almeno io lo penso, come i burattinai li avevano chi cercava di liberare Moro”.
Sugli errori commessi dagli investigatori aggiunge: “Quello che mi rammarica è che probabilmente questi errori furono fatti per volontà di farli.”

I nemici di Moro potrebbero essere gli stessi di Falcone e Borsellino, personaggi provenienti dalla zona grigia dello stato: con la caduta del muro di Berlino nel 1989 crolla il patto di omertà che legava centinaia di agenti segreti, gladiatori, professionisti dell’eversione di destra e altrettanti boss mafiosi che avevano collaborato alla strategia della destabilizzazione del nostro paese dal dopoguerra. Giovanni Falcone intuisce questo intreccio proprio mentre, anni dopo, sta indagando sull’omicidio di Piersanti Mattarella. Siamo a dicembre del 1991, Falcone è a cena da Pino Arlacchi, suo collaboratore al ministero degli Interni: “non disse una parola tutta la sera, finché non furono andati via tutti, gli ho detto ‘Giovanni sei stato zitto, molti di questi volevano parlare con te’. Lui disse non ho parlato perché sto appena tornando da Palermo e sono ancora immerso in tanti pensieri tentando di decifrare le informazioni che ho appena avuto, su tutta la situazione di cosa nostra, e su tutta la situazione degli ambienti che circondano cosa nostra, gli ambienti di Andreotti. Sono tutti in un grandissimo allarme, perché si sentono traditi, non si sentono più protetti dalla politica, il governo non fa più niente per loro. E inoltre ho parlato con una fonte molto importante a cui do credito che mi ha raccontato alcuni particolari dell’omicidio Mattarella che ha confermato quello che pensavo da tempo. Cioè che sia stato un caso Moro bis, c’erano la P2, Gladio e la mafia, per eliminare Mattarella in quanto si era messo sulla strada pericolosa, aveva superato la stessa linea rossa che aveva superato Moro, stava cercando un accordo coi comunisti in Sicilia.

Giovanni Falcone salterà in aria il 23 maggio 1992, l’8 giugno successivo il ministro dell’Interno Scotti e di Giustizia Martelli approvarono il decreto che istituiva il 41 bis, un regime di detenzione che prevede l’isolamento dei boss di mafia per impedire il passaggio di ordini tra il carcere e il clan sul territorio. Un mese dopo a luglio, crollato il governo Andreotti, nasce il governo Amato, i due ministri vengono rimossi anche perché dopo il decreto si era scatenato l’inferno.
Lo racconta lo stesso ex ministro Scotti: “immediatamente il giorno dopo fu dichiarato dagli avvocati lo sciopero e la maggioranza alla commissione Affari Costituzionali pose il problema di incostituzionalità del provvedimento ..”
Da ministro dell’Interno – chiede Mondani – ebbe mai la sensazione che esistesse una relazione, addirittura un rapporto sistematico tra mafiosi corleonesi e alcuni componenti degli apparati dello Stato?
“L’ho sempre pensata così”.
Il governo Amato giura nei primi giorni di luglio del 1992, al posto di Scotti all’Interno viene nominato Nicola Mancino, al posto di Martelli al ministero di Grazia e Giustizia fu nominato Giovanni Conso e poi arrivò l’avvicendamento ai vertici del DAP di Niccolò Amato con Alberto Capriotti: in poche settimana furono tutti sostituiti i responsabili della linea dura contro la mafia.

Commenta Scotti oggi: “Prevalse la linea della convivenza che poi degenera facilmente in connivenza con la mafia.”

La scheda del servizio: I NEMICI DI MORO E FALCONE

Di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Le vite di Aldo Moro, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pio La Torre e Piersanti Mattarella sono state sacrificate sull'altare dell'aspirazione italiana verso una maggiore indipendenza? Ma chi sono i veri responsabili delle loro morti? Queste domande, ancora oggi senza risposta, continuano a echeggiare, gettando un'ombra sulla verità storica e minando il legame tra cittadini e politica. È chiaro che le Brigate Rosse, il presunto dossier mafia appalti, o la pista mafiosa nell'omicidio di Mattarella, non bastano a spiegare la complessità di quei momenti cruciali. Per comprendere appieno il contesto, è necessario immergersi nei loro mondi, nei loro sforzi instancabili per un cambiamento. Attraverso testimoni di spicco dell'epoca emergono dettagli di un'Italia sottoposta da sempre a una sorveglianza speciale.

La politica svenduta

Le intercettazioni emerse dall’inchiesta sul presidente della regione Liguria Toti raccontano in modo abbastanza chiaro quale sia la concezione della politica da parte di questi partiti: non un servizio a favore dei cittadini, nel rispetto dei principi costituzionali, delle leggi. Ma un servizio per pochi amici, amici miei, quelli che poi ti ospitano in barca e finanziano le tue fondazioni con cui pagarti le campagne elettorali e comprare consenso.

Report si era occupata già del caso Liguria (che non riguarda solo il centro destra) con l’inchiesta “Gli oligarchi del mare”, dove si raccontava di questo modello, non distante da quello russo, dove potenti imprenditori, Aponte di Msc e Spinelli, hanno un rapporto privilegiato coi vertici dell’amministrazione regionale.
Il servizio raccontava di un viaggio nel 2017 a Givevra dall’armatore Aponte, su un aereo privato di Garrone, presenti il presidente del porto di Genova Signorini, il sindaco Bucci e il Presidente Toti: “un viaggio comodo e a costo zero per l’amministrazione pubblica” si giustificò Toti, ma certamente poco opportuno.
In quell’incontro si discusse della diga davanti al ponte, progetto poi finito nell’inchiesta ligure di queste settimane.
Dal servizio era emerso il rapporto “particolare” degli amministratori locali con l’armatore Aponte, perché “ha una visione strategica..” si era giustificato il presidente dell’autorità di sistema del porto di Genova Signorini: tutto regolare, le cene, i viaggi su aerei privati, come anche i finanziamenti da parte di imprenditori privati come Spinelli all’attività politica di Toti.

Noi facciamo beneficenza da tutte le parti” spiegava al telefono Spinelli col giornalista di Report: aiutano le chiese, i giornali le televisioni.. Ma quando si aiuta la politica lo si fa in modo disinteressato o si aspetta qualcosa in cambio? Anche Aponte ha finanziato con una sua società Toti.

Alla fine la diga, il progetto fermo da 10-20 anni come diceva Spinelli, è stato sbloccato e lo pagheremo noi: avrebbe dovuto portare ricchezza al territorio, al momento la ricchezza l’hanno portata agli imprenditori, per le concessioni.

La scheda del servizio: AGGIORNAMENTO OLIGARCHI DEL MARE

Di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

A gennaio 2023 Report si era occupato di Msc, la più grande compagnia di shipping al mondo, con il cuore in Italia e il portafoglio in Svizzera. Ma se a Ginevra c'è la sede principale, il suo quartier generale italiano di fatto è Genova. Era emerso quanto Msc fosse interessata all'ampliamento dello storico porto per poter far attraccare navi container sempre più grandi.

Un racconto che aveva messo in evidenza i rapporti consolidati tra il più grande armatore al mondo, Gianluigi Aponte di Msc, il più grande armatore genovese, Aldo Spinelli, socio di Msc, la politica regionale guidata da Giovanni Toti e l'allora presidente dell'autorità portuale di Genova, Paolo Emilio Signorini.

Martedì scorso Toti, Spinelli e Signorini sono stati arrestati per corruzione. L’accusa: denaro in cambio di favori. Nel mirino concessioni portuali, l’apertura di supermercati Esselunga, Rolex, cene e presunti finanziamenti illeciti alla politica.

Il sindaco di Fiumicino e il finanziamento fantasma

Fiumicino non è soltanto un aeroporto, è una città di 83mila abitanti divisa in 14 località: da un anno la città ha un nuovo sindaco, l’ex politico Mario Baccini. Il sindaco ha mantenuto la carica di presidente del Microcredito, ente finanziato con fondi pubblici per sostenere le piccole imprese (lo gestiva anche quando era seduto in Parlamento).

Ma come fai a fare il sindaco di una città e poi fare il presidente di un ente che prende i soldi dallo Stato” - si chiede ironicamente il giornalista Sergio Rizzo – “un ente pubblico che hai fatto tu però, che te lo sei creato a tua immagine e somiglianza e ne sei presidente da 20 anni..”
Baccini sindaco si vanta di aver portato in comune la sua esperienza manageriale: “abbiamo fatto una operazione di spending review, di azzeramento di consulenze, c’è posto anche per lei nell’ufficio stampa se vuole assumiamo anche lei” spiega sornione alla giornalista di Report.

Gli uffici comunali sono già affollati racconta a Report la consigliera di opposizione Paola Meloni: “ci è capitato di vedere che mi risulta non abbiano ruoli ufficiali all’interno del comune che hanno addirittura parlato alle conferenze dei capigruppo, alle riunioni di giunta ..”
Chi sono queste persone? Risponde il consigliere PD Ezio di Genesio Pagliuca “il nostro sindaco è anche presidente del Microcredito e quindi sono persone che lo hanno accompagnato in questo percorso”.
Una delle consulenze che il comune non ha azzerato è quella per l’avvocato Graziano: “non è una consulenza” risponde il sindaco “è un incarico che noi abbiamo affidato al capo di gabinetto.. lui è capo di gabinetto e anche consulente giuridico”.
Ma come consulente giuridico in comune esiste già la figura del segretario generale, che per legge ha le funzioni di consulente giuridico: “il segretario generale ha le sue funzioni, io ho il mio gabinetto con le mie persone, i miei consulenti, con le mie persone, con gli esperti..”
Dunque come la mettiamo con le consulenze azzerate?

La scheda del servizio: IL SINDACO E IL DIPARTIMENTO MISTERIOSO

Di Rosamaria Aquino

Collaborazione Marzia Amico

Fiumicino, la città dell'aeroporto sul litorale romano, da un anno ha un nuovo sindaco: Mario Baccini. Baccini è stato deputato, sottosegretario agli Esteri, ministro della Funzione pubblica, vicepresidente del Senato e oggi mantiene ancora la carica di presidente del Microcredito, l’ente pubblico non economico che favorisce l’accesso al credito delle microimprese e delle categorie sociali maggiormente svantaggiate.

Tra consulenze, grandi progetti come quello del porto crocieristico e spese per gli eventi, Report analizza la sua gestione del Comune. Tra i finanziamenti alla sua campagna elettorale però compare il sostegno di un dipartimento di un'università sconosciuta persino al sindaco. Chi c'è dietro?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


09 maggio 2024

Le conseguenze del male di Gian Andrea Cerone

 

Prologo

Resta incantato a osservare la ruota che gira. Nell’aria bollente del tramonto il fruscio dei raggi produce un sibilo soffocato, simile al ronzio di una mosca morente. La bicicletta ha terminato il suo volo oltre il ciglio della strada e ora giace, spaccata in due, sul limitare del fosso. Il manubrio rovesciato all’indietro, le manopole infilzate nella terra riarsa, il triangolo del telaio distorto…

Mettetevi comodi prima di partire con la lettura di questo romanzo, l’ultimo dello scrittore Gian Andrea Cerone, perché sarà un viaggio faticoso, sebbene tutta la storia inizia e finisce nell’ambito di una afosa settimana di fine agosto, quando Milano sembra una città abbandonata e camminare sull’asfalto rovente è quasi una condanna.

Ci sono più storie dentro questa storia: ci sono dei bambini che sono stati rapiti da un uomo, lo chiamano Ifrit, l’uomo del fuoco, come il personaggio del videogioco. Perché sono stati presi, per nulla di buono evidentemente, visto che sono stati strappati alle madri, tenuti al chiuso in uno stanzone in un luogo abbandonato.. Cosa ha in mente quell’uomo e la strega che ogni notte viene a visitarli?

C’è poi un certo personaggio politico che ha deciso di vendicarsi degli investigatori dello UACV della Questura di Milano: è la squadra del commissario Mandelli e dell’ispettore Casalegno, che in questo momento è in una fase transitoria, dopo che il vicequestore Pinduccio è stato ferito nel corso della precedente indagine, una storia di vendette le cui radici affondano nel passato.

Infine, in quel torrido caldo milanese, qualcuno ha rapito la nipote del vecchio boss Lino Porratti, chiamato “il fetta” per la sua abilità nel saper dividere in parti uguali il bottino. Vecchio residuo della criminalità storica milanese, il fetta è riuscito a sopravvivere a tutte le guerre di mafia, all’arrivo delle mafie straniere col suo business delle bische. Ma qualcuno ha deciso di fargli la guerra col rapimento dell’adorata nipote Clara. Così il vecchio Lino Porratti è costretto a rivolgersi al vecchio “nemico”, che però è l’unica persona di cui può fidarsi in questo momento, proprio il commissario Mario Mandelli.

Mandelli che si sta godendo le meritate ferie in Liguria assieme a Isa anzi, sotto la supervisione di Isa che lo tiene sotto controllo per quella pancetta che non deve crescere a colpi di focaccia.

«Buongiorno commissario Mandelli, cosa le do?»
L’uomo dall’altra parte del bancone mastica un saluto in perfetta sintonia con il burbero protocollo ligure

Nonostante il sole, il mare ligure, la pace, la presenza di Marisa a fianco, la testa del commissario non si è del tutto staccata da Milano. Deformazione professionale, certo, ma anche lo strascico dell’ultima indagine (“Il trattamento del silenzio”). Ma sarà la telefonata del “fetta” a strapparlo da quella quiete

«Sono io, il Lino» dice con il tono di chi sa comandare.
«Ciao, Fetta» risponde una voce sporcata da una lieve inflessione lombarda. «Guarda che non c’è mica bisogno che ti presenti...»

Il rapimenti di Clara è una questione personale, non solo per il legame col vecchio criminale che nel passato lo aveva aiutato: con Clara anni prima era successo qualcosa, c’era stata una certa attrazione tra i due e Mario era stato sul punto di cedere. Imbarcato su un treno per Milano, dopo tutte le rassicurazioni alla moglie, il commissario ritorna in quel forno che è Milano in agosto.

«Quanto manca ancora alla cima di ’sto cazzo di monte Sorbetto?» domanda a Caterina Dei Cas, ferma sul ciglio del sentiero a osservare il panorama.

Il braccio destro di Mandelli, Antonio Casalegno, si sta godendo le sue vacanze assieme alla viceispettrice Dei Cas, nella sua casa in Valtellina, con cui forse può cominciare qualcosa di nuovo e forse per la prima volta nella sua vita, di stabile nel senso affettivo.

Ma anche per lui saranno gli ultimi giorni di ferie prima del rientro, anche perché a Milano sono rimaste le due colleghe della squadra, Marica Ambrosio e Gabriella Donati che per superare la noia del momento hanno deciso di approfondire una intuizione dietro una serie di suicidi avvenuti nelle ultime settimane, che hanno delle similitudini che saltano agli occhi:

«Oggi ne è saltata fuori un’altra. È morta nella notte tra sabato 20 e domenica 21. Il cadavere galleggiava nell’ansa del Lambro meridionale, proprio nel punto in cui il fiume interseca il Redefossi..
Sono suicidi di donne, ritrovate senza documenti in luoghi fuori Milano: cos’hanno di particolare tanto da suscitare l’attenzione della giovane poliziotta Donati? Sono avvenuti in posti non facili da raggiungere, non avevano documenti addosso né biancheria intima, nessun altro segno particolare. Nessun biglietto per spiegare il gesto. Sono cinque donne, di cui solo per una è nota l’identità: contravvenendo un po’ alle regole, le due agenti decidono di iniziare una loro indagine senza avvisare la superiore, la dottoressa Santini che ha preso il posto del precedente responsabile, Salvatore Pinduccio ancora in convalescenza.
Meglio non fidarsi troppo di questa nuova vicequestore..

Da dove partire? Dal Centro lombardo per la mediazione sociale: si tratta di un centro a cui si rivolgono le donne vittime di violenze domestiche, come era successo proprio ad una delle vittime a cui è stato possibile dare un nome. Faiza, questo il suo nome, si era dovuta allontanare dal marito, che la perseguitava per la sua ossessione di farle vestire il velo integrale. Dai genitori scoprono pure che aveva un figlio, Malik, pure lui scomparso. Che fine ha fatto?

In un luogo sperduto nella campagna brianzola c’è una cascina, lontano dalle altre case, dove sono reclusi dei bambini. Sono tenuti prigionieri da un uomo che porta loro da mangiare e che alla minima protesta, non esita a far loro del male. Ma c’è di peggio: in questa storia si aggiunge anche una nota horror, perché la notte viene a far loro visita una strega, i bambini la riconoscono per l’odore di muffa, l’odore della paura che si lascia dietro.

«Viene di notte... senza preavviso. E quando se ne va, si porta via uno di noi... per sempre.»

Il commissario Casalegno sarà costretto a seguire il rapimento di Clara Porratti a modo suo, senza coinvolgere i colleghi, senza far troppo rumore, sperando di non dover scendere a troppi compromessi. Sperando anche che non scorra troppo sangue, perché il vecchio boss delle bische e delle sale da gioco ha ingaggiato un altro vecchio “arnese” della mala milanese:

Angelo Preda è da sempre un fuoriclasse nel suo campo, spietato e matto come un cavallo, certo, ma una sicurezza per quanto riguarda i risultati. È quello che viene definito un «correttore», uno di quegli specialisti ingaggiati per risolvere i problemi…
Il fetta, il correttore e poi l’occhio, come viene chiamato il boss della mala cinese che sembra voler aiutare Lino. Sembrano nomi che vengono dal passato, dalla vecchia ligera, ma le pistole e la violenza che si portano dietro sono tremendamente reali.

Ma c’è un altro incubo dal passato che sta cadendo addosso agli agenti della squadra del commissario Mandelli: sui giornali era stata chiamata la Strage di Natale, un padre di famiglia aveva ucciso la moglie e i figli nella sua casa, per poi cercare di suicidarsi con una mossa di harakiri. Avrebbe dovuto essere un caso chiuso, ma forse non è così. Pinduccio e Mandelli dovranno guardarsi le spalle da questo fantasma dal passato.

Cos’hanno in comune tutte queste storie tra di loro? I bambini chiusi dentro una cascina da quest’uomo e dalla strega. Le cinque donne ufficialmente morte per suicidio, ma che forse suicidi non sono. Il rapimento della nipote del boss Porratti, che Mario Mandelli deve liberare stando attendo agli schizzi di fango e di sangue?
Sono tutte storie legate a traumi del passato, conseguenze del male di ieri che ancora oggi portano dolore, sangue, paura in una Milano di fine estate “la stagione che toglie ogni alibi alla città e la denuda impietosamente, svelando la sua anima più sincera”.

Storie di abusi, di violenze, e di vittime che a loro volta si sono tramutati in carnefici:

Dovevano trovare qualcuno che soffrisse al posto loro, qualcuno tanto speciale da meritare il paradiso e accogliere l’abbraccio purificatore del fuoco come una gioiosa liberazione. Lui e Lalla dovevano trasformarsi in predatori.

Sono indagini che metteranno a dura prova i nervi e le capacità investigative della squadra di Mandelli, perché le storie di orrore di cui saranno testimoni salderanno ancora di più i legami tra ciascuno di loro. I giovani agenti, sia i “vecchi” sbirri come il commissario alle prese coi primi segnali di stanchezza per l’età che avanza, per il peso di tutto il male di cui è stato testimone.

Sapendo però alla fine di una giornata di lavoro, c’è sempre una strada verso casa, verso la prima pace:

.. gli tornano alla mente le parole di un romanzo di Cesare Pavese: «In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia». La sintesi perfetta di ciò che prova.

Intenso, scorrevole e con dei rimandi perfino ad un famoso film di Hitchcock (non cito il film per non raccontare troppo): un giallo che colpisce nel segno, buona lettura!

I precedenti romanzi di Gian Andrea Cerone


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06 maggio 2024

Report – il caso Regeni e la lobby della carne

VERITÀ PER GIULIO REGENI di Daniele Autieri

Giulio Regeni è stato rapito il 25 gennaio 2016 in Egitto, mentre stava facendo una ricerca sul mondo del lavoro e sui sindacati. Il suo cadavere, con evidenti segni di tortura, fu ritrovato il 3 febbraio.

Il processo è finalmente partito, dopo 8 anni: ma i responsabili delle torture (4 ufficiali dei servizi segreti egiziani) sono irreperibili e sono processati in contumacia.

L’Egitto non ha collaborato alle indagini, ha messo in atto dei depistaggi, ha celato le identità dei presunti responsabili, poi identificati dagli investigatori italiane.

Nonostante ciò non sono cambiate le politiche di scambio nei suoi confronti, soprattutto da parte dell’Italia, il governo Al Sisi è in buoni rapporti con l’Arabia, con Israele, con gli Stati Uniti.

Abbiamo sacrificato la giustizia per Giulio Regeni in nome di una ragione di stato?
Sul viso di Giulio ho visto tutto il male del mondo, aveva detto la madre: i suoi carnefici non si sono fermati al visto, le ossa dei suoi piedi erano rotte, c'erano bruciature su tutto il corpo, denti spezzati, tagli sulla schiena, tutto questo è avvenuto nei nove giorni dopo il rapimento, il 25 gennaio.

Il servizio di Report ne ha ricostruito le ultime ore e poi i giorni successivi alla sua scomparsa: la sera del 25 gennaio doveva incontrare il professor Gervasio, ma era il giorno dell’anniversario delle proteste di piazza (e l'ambasciata aveva sconsigliato di uscire la sera): quando l'amico si rende conto che Regeni non si presentava all’appuntamento lancia l’allarme all’ambasciatore.

Gervasio aveva rapporti coi servizi egiziani? Un altro ricercatore, amico di Giulio, racconta di aver capito subito che poteva essere stato rapito da una delle agenzie di sicurezza del paese.
Giulio sarebbe stato rapito in una stazione della metropolitana: agli investigatori è stato consegnato un video ma con dei buchi nei minuti in cui Regeni esce di casa.
Racconta a Report un funzionario del ministero degli Esteri: “già dalle prime ore la notizia di un ragazzo scomparso a Il Cairo viene condivisa tra gli agenti in servizio del controspionaggio, il capo centro dell’Aise e ovviamente la Cia e MI6 inglese”.
La mattina del 27 gennaio i genitori di Giulio Regeni ancora non sanno nulla ma nelle stesse ore parte da Roma un volo dell’Aise che porta l’allora numero due Giovanni Caravelli, oggi direttore dell’agenzia, a incontrare i vertici dei servizi egiziani.

Continua il funzionario della Farnesina: “in quei giorni le nostre agenzie hanno continuato a fare ricerche su Giulio Regeni perché volevano capire se era una bomba che stava per esplodergli in mano. Allo stesso tempo volevano tenere lontani i genitori da Il Cairo perché la verità era che alla Farnesina nessuno li voleva tra i piedi in Egitto in quel periodo.”

Alle ore 14 del 28 gennaio partì da Il Cairo una comunicazione criptata sul canale riservato ai diplomatici all’estero, si tratta del messaggio 211 rimasto inedito fino ad oggi, con il quale l’ambasciatore Massari lancia l’allarme ai livelli più alti delle istituzioni. Nel messaggio Massari ricostruisce i fatti al 25 gennaio, scrive chi è Giulio Regeni, utilizzando un tono molto duro e preoccupato dal quale traspare che l’ambasciatore tema il peggio.

Il messaggio 211 è uno dei misteri di questa storia: nella relazione che l’ambasciatore scriverà il 7 febbraio dopo la morte e il ritrovamento del corpo di Regeni, dove ricostruisce nel dettaglio le azioni dell’ambasciata nei giorni della crisi, del messaggio non c’è traccia, nonostante sia un elemento centrale perché dimostra che il presidente del Consiglio Renzi venne informato il 28 gennaio.

Questo contraddice quanto lo stesso Renzi aveva dichiarato davanti la commissione di inchiesta: ai membri della commissione l’ex presidente parla dei rapporti costanti con Al Sisi, di come il governo italiano si sia mobilitato “immediatamente” coi massimi livelli del governo egiziano, dopo essere stati informati il 31 gennaio.

Ma il messaggio 211 prova che Renzi venne informato tre giorni prima, dando un altro significato ad un altro passaggio in commissione: “ecco perché dico, se l’avessimo saputo prima forse avremmo potuto fare prima qualcosa..”
Renzi non ha detto la verità o si è confuso? “Questa è un’ottima domanda” risponde a Report Guido Pettarin membro della commissione.

Renzi a Report racconta che ripeterà la sua versioni davanti ai magistrati: secondo la sua opinione di mezzo ci sono i servizi inglesi, “ho detto a Cameron e Teresa May che serviva rispetto”, facendo riferimento alla tutor inglese che ha mandato Giulio in Egitto.

Regeni era uno strumento dei servizi inglesi? La procura di Roma e la commissione di inchiesta ha smontato questa tesi e portarla avanti – questa opinione – toglierebbe le colpe in carico al governo di Al Sisi. Ma, alla fine, Renzi sapeva del rapimento sin dal 27 gennaio come sembrerebbe?

Noura Wabi è una ricercatrice come Regeni: lo ha aiutato a cercare casa, nei giorni che precedono il sequestro ha contatti frequenti con un uomo dei servizi egiziani. C’è il sospetto che le persone attorno a Giulio fossero informatori dei servizi, che il ricercatore fosse controllato nei suoi movimenti.

Tra i traditori c’è anche il coinquilino di Giulio, un avvocato che apre le porte agli agenti della sicurezza, anche nei giorni in cui nell’appartamento erano presenti i genitori.

Altro traditore è il sindacalista Abdallah (che è stato indicato a Giulio dalle tutor di Regeni), che arriva ad indossare una telecamera per i servizi per incolpare Giulio: chiama al telefono il colonnello Kamal chiedendogli come usare la telecamera che aveva addosso.

Anche Eni, oltre a Cia e MI6, cerca di dare un contributo alle indagini: sono i giorni in cui si stava trattando la concessione per un giacimento di gas nel mare egiziano, il giacimento Zor, il cui negoziato è stato concluso con la firma di un contratto il 21 febbraio 2016. Re comm è venuta in possesso di uno scambio di informazioni tra Eni e ministero degli esteri dove emerge il potere di influenza di Eni nei confronti della politica estera italiani.

Il 29 gennaio il caso Regeni è sul tavolo delle più alte cariche istituzionali: l’Aise ha fatto delle ricerche su Regeni, per capire se fosse una bomba che poteva scoppiargli in mano – spiega la fonte interna alla Farnesina che aggiunge come nessuno volesse i genitori tra i piedi.

Il 30 gennaio i genitori di G.R. arrivano a Il Cairo e lo fanno da privati cittadini, acquistando un biglietto aereo da una agenzia e andando a dormire nella casa di Giulio nel quartiere popolare di Doqqi: “abbiamo pagato tutto noi, ci siamo arrangiati” conferma il padre di Giulio.

La mattina del 31 gennaio la sparizione di Giulio è ancora un segreto: questa la scelta di Farnesina e Palazzo Chigi per evitare che la notizia arrivasse alla stampa creando problemi tra i paesi.
Gentiloni (allora ministro degli esteri) si mette in contatto col ministro degli esteri egiziano, ottenendo solo informazioni generiche: così alla fine si decide di informare la stampa.

Il 3 febbraio il capo dell’intelligence arriva a Il Cairo, un altro volo porta a bordo la ministra Guidi dello sviluppo egiziano che poi si incontrerà anche con Al Sisi.
Tutti danno rassicurazioni agli italiani che si stanno dando da fare per trovare Giulio:
purtroppo il suo corpo, morto, verrà trovato il 3 febbraio stesso su una strada della periferia de Il Cairo
I genitori lo scoprirono leggendo online le notizie sul sito di Repubblica.

Il 3 febbraio è il giorno delle coincidenze: quello della missione italiana in Egitto col volo della ministra Guidi e del capo dell’Aise.
Quello della telefonata ricevuta dall’ambasciatore Massari dalla tutor di Regeni che gli da notizia del ritrovamento del corpo, probabilmente informata dalla CIA, e lo invita a muoversi a prendere il corpo prima che ci mettano le mani i medici egiziani.

Il 4 febbraio partono le indagini sulla morte del ricercatore: gli italiani collaborano ad ufficiali egiziani e continuano i depistaggi tanto che uno di questi ufficiali è oggi imputato.

I genitori hanno incontrato il presidente Renzi: si diceva sicuro della collaborazione dell’Egitto, perché èun paese amico, perché non pensava che Al Sisi avesse ucciso Giulio. Renzi promise anche che avrebbe convinto Al Sisi a rilasciare una intervista per un quotidiano italiano: ma alla fine l’intervista serviva solo a riaccreditare il presidente di fronte alla comunità internazionale.

Avrete verità per Regeni” era il titolo dell’intervista di Calabresi: altro che condoglianze, era solo una mossa per aiutare Al Sisi a rifarsi la sua immagine.

Altri passi di riavvicinamento tra i due governi seguiranno poi dopo i primi attimi di gelo: il ritorno dell’ambasciatore, la vendita di due fregate all’Egitto dal governo Conte, poi altre armi vendute dai governi seguenti.

L’Egitto di Al Sisi è un paese amico – dice oggi Descalzi, AD di Eni.

La ragione di stato ha dettato i passi della politica, per mantenere buoni rapporti con questo partner stategico, con questo paese garante della stabilità politica della zona.

Il 16 marzo scorso la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha incontrato il presidente egiziano Al Sisi assieme alla presidente della commissione europea Ursula von Del Leyen: si è trattato di un incontro storico perché l’Unione Europea ha firmato un’intesa col paese annunciando un sostegno economico pari a 7,4 miliardi di euro, un accordo per cui Meloni ha espresso grande soddisfazione, per il “nuovo modo di portare avanti una cooperazione” coi paesi del nord Africa. Alla domanda fatta dai giornalisti se ha posto ad Al Sisi la questione di Giulio Regeni, Meloni ha risposto che il tema viene “tendenzialmente” affrontato in ogni incontro bilaterale con l’Egitto: “continueremo a tentare di ottenere qualcosa di più ma penso che quello che dovremo fare noi è andare avanti sul fronte della verità e della giustizia ..”

FOOD FOR PROFIT di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi

Il Polesine è una zona di interesse naturalistico non lontano dalla foce del Po: qui in questi ultimi anni sono sorti tanti allevamenti intensivi: sono allevamenti che prendono anche finanziamenti dall’Europa e dove un attivista è riuscito a farsi assumere e riprendere le condizioni in cui crescono i polli. Sono immagini forti: polli uccisi perché considerati “scarti”, perché sono una perdita economica per l’allevatore, uccisi a bastonate o a mani nude.

Ma non esistono vincoli europei sugli scarti, è solo un discorso fatto dall’industria che deve vendere polli tutti uguali, dove gli animali sono considerati solo come merce da vendere spendendoci il meno possibile.

Proviamo empatia per un cane malato, mentre i polli agonizzanti negli allevamenti sollevano solo risate: l’allevatore, l’ufficio stampa dell’azienda non accettano domande su questo punto, figuriamoci le telecamere che riprendono la situazione degli animali, non è stato un lavoro facile quello di Giulia Innocenzi e di Pablo D’Ambrosi.

Se c’è una colpa è solo del singolo allevatore – così si difendono le aziende: tanto in Europa queste aziende sono difese dai loro lobbisti (25mila persone in totale in Unione Europea, la maggior parte lavora nell’agroindustria). Tanto, come dice il ministro Lollobrigida, l’uomo è l’unico animale senziente.

Coi soldi nostri finanziamo allevamenti come quelli mostrati dal filmato: come vengono spesi questi soldi?

Lorenzo fa il lobbista a Bruxelles: per raccontare cosa sia il lobbismo è andato in una "camera di risonanza" dove lobbisti, ricercatori e giornalisti si incontrano per difendere gli interessi delle imprese.

Ci sono ricercatori che presentano studi finanziati dalle aziende zootecniche, per affermare che non è vero che gli allevamenti intensivi causano problemi per le emissioni. Ad uno di questi Lorenzo presenta il suo progetto per modificare il genoma dei maiali.

Ci sono giornalisti come Andrea Bertaglio, pagato per decantare le virtù delle aziende della carne.

Lorenzo si è presentato poi all’europarlamento per cercare di capire come promuovere le sue iniziative: un nome viene fatto spesso nel mondo dei lobbisti è quello dell’europarlamentare De Castro. Un altro nome che gira è quello della spagnola Clara Aguilera: dopo anni in cui ha lavorato con le aziende del settore alimentare oggi in Europa decide su come assegnare i sussidi della PAC (politica agricola comunitaria).

Tramite questi fondi si finanziano allevamenti come quello mostrato nel secondo servizio, a sud di Berlino: il pavimento non viene pulito da anni, col proliferare di germi, animali che soffrono di mastite, una malattia che inizialmente non si vede col rischio di infettare il latte.

Nella stessa regione c’è il più grande allevamento in Germania: prende ogni mezzo milione di euro dall’Europa per il modo in cui si allevano animali. Ma la realtà è diversa: il personale dell’allevamento inietta antibiotici pur non essendo dei medici.

I responsabili degli allevamenti, che sia in Italia o in Germania, non accettano che si riprendano le immagini nelle stalle, non accettano le domande, figuriamoci sui rischi dell’antibiotico resistenza (tanto la gente muore anche per il fumo..).

L’influenza aviaria non può essere curata con gli antibiotici e può essere letale anche per l’uomo, forse un giorno potrebbe saltare da uomo a uomo – racconta David Quammen, uno dei più famosi divulgatori dei virus. I mega allevamenti intensivi sono una bomba virale, perché possono facilitare le condizioni per l’arrivo di una nuova pandemia.

La Polonia è il più grande produttore di polli in continente: gli allevamenti intensivi hanno cambiato per sempre il paesaggio delle regioni agricole, sono causa di emissioni di co2 (anche finanziati da aziende straniere) che causano problemi alla salute delle persone.
È una partita di giro tra aziende del settore alimentare che finanziano i politici che poi regolano (o non regolano) il settore: l’industria sta ora spingendo sull’editing genetico, per aumentare la produttività degli animali e la riduzione dei costi.

Lorenzo, il lobbista a Bruxelles, ha deciso di presentare dei finti progetti sull’editing genetico: mucche senza corna, polli senza piume, in Israele lo stanno già sperimentando e i lobbisti stanno spingendo affinché l’Europa approvi un regolamento sull’editing genetico.

Passando per politici come Di Castro: si usa la leva della ricerca genetica per poter vendere la carne a tutto il mondo (se i cinesi iniziassero a consumare la carne come noi, come faremmo?): in alcuni casi sono proprio i lobbisti che si candidano, come Cassart: a Lorenzo spiega che per far approvare un regolamento è bene tenere lontano l’opinione pubblica, per evitare reazione contrarie.

A Lorenzo danno anche altri suggerimenti: legare questi esperimenti di genetica con l’Africa, con la fame nel mondo, fare esperimenti in Africa è una proposta dal sapore coloniale.

Diversi europarlamentari hanno dato parere positivo, di fronte a questi progetti per la creazione di animali Frankenstein, proponendo di presentare un emendamento perché “l’obiettivo è buono e sul metodo non ho preconcetti” afferma uno di loro.

Serve solo un abile comunicatore per rendere digeribile all’opinione pubblica queste degenerazioni.

Il 90% della carne e del latte che prendiamo è finanziato dall’Europa e arriva da allevamenti intensivi: come ha raccontato il servizio, questo modello di allevamento è potenziale causa di malattie antibiotico resistenti, contribuisce al cambiamento climatico con le emissioni di co2.

La Murcia, una regione della Spagna quasi desertica, è diventata la sede di diversi allevamenti intensivi: i liquami degli animali sono gettati sul terreno, causando inquinamento da nitrati, l’acqua che in questa regione è un bene scarso, è stata dirottata negli allevamenti.

I liquami dei maiali stanno inquinando anche la fauna nel mare: milioni di pesci morti per inquinamento di nitrati, mentre si da la colpa al caldo.

Come in Italia, in Germania, anche in Spagna gli allevatori accusano i giornalisti di fare cattiva informazione, “chiamiamo la polizia”, cercano di allontanare i cameramen. Tutto questo è pagato coi soldi pubblici finiti ad aziende che dovrebbero rispettare gli animali e le regole europee.

Quando la regione della Murcia ha cercato di limitare questi allevamenti, gli allevatori hanno fatto irruzione nel palazzo dove si stava approvando la legge, poi bloccata dai consiglieri.

C’è poi la questione dello sfruttamento dei lavoratori: non solo gli animali sono solo merce, anche le persone che lavorano in queste strutture.

In Germania se ne sono accorti solo con la pandemia, quando si scoprì come vivevano le persone nelle aziende in subappalto nei macelli.

Se non ti presenti al lavoro per malattia vieni sostituito e cacciato via, non ci si può fermare, si è costretti a lavorare di corsa sotto il controllo dei capi: sono lavoratori assunti in cooperative, tollerate perfino nella rigorosa Germania.

Lo sfruttamento accade anche in Italia: lo racconta lo stesso ragazzo che aveva mostrato i maltrattamenti dei polli in Veneto, che spiega come siano tutti assunti in nero per fare un lavoro da inferno: un lavoro fatto di corsa, sotto stress, dove non ci si cura della salute degli animali. Possibile che non ci siano controlli?

Giulia Innocenzi è stata minacciata da un “amico” dell’allevatore (che pure ha preso finanziamenti dall’Europa), assieme alla sua squadra è stata inseguita in auto da persone che forse volevano mettere le mani su quelle immagini che non dovevano essere mostrate agli italiani.

Altro che green deal: il continente Europa sta diventando un inferno, un continente costretto a subire il ricatto dei trattori, della lobby dell’agroalimentare, come Copa Cogeca.

Questa associazione incontra i ministri dell’agricoltura e gli europarlamentari: sono favorevoli agli allevamenti intensivi, perché la priorità è la produttività. Questa viene prima dell’ambiente, prima della nostra salute, prima del benessere degli animali.

Come ha votato l’europarlamento sulla PAC, sui finanziamenti per la politica agricola, pari a 400 miliardi? Sono politiche di cui i cittadini sanno poco e su cui legiferano europarlamentari che prendono soldi dalle aziende dell’industria alimentare, come Paolo De Castro. Tutto regolare, ma poco opportuno.

Oggi non è più candidato al parlamento europeo, tornerà all’insegnamento.

Anche la Aguilera non si candiderà, lei che alle telecamere raccontava di non essere interessata alla salute degli animali.

La PAC, coi suoi 400 miliardi è stata approvata: tutto andrà avanti come prima, con i finanziamenti agli allevamenti intensivi.

05 maggio 2024

Anteprima inchieste di Report – il caso Regeni, la lobby della carne

I depistaggi nel caso Regeni

Con molte difficoltà, dopo 8 anni si è finalmente aperto il processo contro i presunti assassini (processati in contumacia) di Giulio Regeni, il ricercatore italiano morto in Egitto, dopo essere stato rapito e torturato dai servizi egiziani. Il servizio di questa sera riporterà video e documenti inediti che racconteranno cosa è accaduto in quei giorni di fine gennaio 2016, cosa avrebbe potuto fare l’Italia per salvare il ricercatore italiano e che non ha fatto.

Cominciando dalle azioni messe in atto dai nostri di servizi, quando uscì la notizia del rapimento il 25 gennaio 2016.
La notte stessa – racconta l’anteprima del servizio – l’ambasciatore Massari comunica la notizia al capocentro dell’AISE, il servizio segreto estero, il dato rimbalza da Il Cairo a Roma e da quel momento la scomparsa del ricercatore entra nel sistema informativo del nostro controspionaggio.
Giulio Pettarin è membro della commissione parlamentare di inchiesta spiega a Report che “in qualche maniera la ricerca era scattata da parte di un po’ tutti” anche altri servizio occidentali.
Diverse agenzie di sicurezza internazionali si mettono in azione e aprono un dialogo la national security, lo spionaggio militare egiziano che secondo la procura di Roma, ha ordito ed eseguito il rapimento, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni. Uno dei centro operativi che viene attivato è la American University, la culla accademica della élite egiziana, ma anche un punto di interesse per i servizi di sicurezza statunitensi. Dalle 15.37 del 26 gennaio, l’università si adopera per ritrovare Giulio Regeni.
Racconta un funzionario del ministero degli Esteri: “già dalle prime ore la notizia di un ragazzo scomparso a Il Cairo viene condivisa tra gli agenti in servizio del controspionaggio, il capo centro dell’Aise e ovviamente la Cia e MI6 inglese”.
La mattina del 27 gennaio i genitori di Giulio Regeni ancora non sanno nulla ma nelle stesse ore parte da Roma un volo dell’Aise che porta l’allora numero due Giovanni Caravelli, oggi direttore dell’agenzia, a incontrare i vertici dei servizi egiziani. Continua il funzionario della Farnesina: “in quei giorni le nostre agenzie hanno continuato a fare ricerche su Giulio Regeni perché volevano capire se era una bomba che stava per esplodergli in mano. Allo stesso tempo volevano tenere lontani i genitori da Il Cairo perché la verità era che alla Farnesina nessuno li voleva tra i piedi in Egitto in quel periodo.”
Il 30 gennaio i genitori di G.R. arrivano a Il Cairo, lo fanno da privati cittadini, acquistando un biglietto aereo da una agenzia e andando a dormire nella casa di Giulio nel quartiere popolare di Doqqi: “abbiamo pagato tutto noi, ci siamo arrangiati” conferma il padre di Giulio.

Come mai i genitori non sono stati informati subito di quello che era successo a Giulio Regeni, visto che del rapimento erano informati tutti, a Cambridge, in Egitto, a Roma il ministro degli esteri Gentiloni? “Questa è una cosa che indigna sempre più” è stata la risposta della signora Regeni “anche perché tutte queste persone hanno deciso direttamente o indirettamente la vita di Giulio.”

Le indagini sono state ostacolate dal governo e dagli organi di polizia egiziani, con diversi depistaggi, con false prove, depistaggi che forse non sono ancora finiti: a parole, specie dal livello politico, sono tutti favorevoli ad una piena collaborazione tra i paesi per raggiungere la verità, ma il tempo della parole è finito, lo chiedono i familiari di Giulio, lo chiede la loro legale, l’avvocata Alessandra Ballerini.
Quello che è successo a lui potrebbe succedere a qualcuno di noi” racconta a Report uno studente che manifestava assieme alla famiglia Regeni di fronte al Tribunale: in realtà nell’Egitto di Al Sisi sono tanti i casi di persone che da un giorno all’altro spariscono, perché ritenute ostili al regime.

La verità è che l’Egitto di Al Sisi è un nostro partner commerciale strategico, anche per gli ottimi rapporti che ha con la nostra Eni, l’azienda controllata dallo Stato che, nei giorni del rapimento, stava negoziando gli accordi per il ricchissimo giacimento di Zohr, un affari da molti miliardi: anche gli uomini dell’Eni hanno giocato un ruolo in quei giorni dopo il rapimento, nel tentativo di aiutare le nostre autorità per fare ulteriori pressioni.

Come fai a metterti contro un paese con cui hai rapporti a questi livelli?

Il 16 marzo scorso la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha incontrato il presidente egiziano Al Sisi assieme alla presidente della commissione europea Ursula von Del Leyen: si è trattato di un incontro storico perché l’Unione Europea ha firmato un’intesa col paese annunciando un sostegno economico pari a 7,4 miliardi di euro, un accordo per cui Meloni ha espresso grande soddisfazione, per il “nuovo modo di portare avanti una cooperazione” coi paesi del nord Africa. Alla domanda fatta dai giornalisti se ha posto ad Al Sisi la questione di Giulio Regeni, Meloni ha risposto che il tema viene “tendenzialmente” affrontato in ogni incontro bilaterale con l’Egitto: “continueremo a tentare di ottenere qualcosa di più ma penso che quello che dovremo fare noi è andare avanti sul fronte della verità e della giustizia ..”
Che effetto ha fatto questo avverbio “tendenzialmente”: l’avvocata risponde a Report in modo chiaro “abbiamo pensato che abbia sbagliato avverbio, se il nostro governo in questi otto anni e mezzo avesse cercato caparbiamente e ostinatamente, come abbiamo fatto noi, di ottenere verità e giustizia per Giulio, non avremmo aspettato otto anni per iniziare un processo.”
Il 18 marzo a Roma la Corte d’Assise riunita nell’aula Occorsio (il giudice romano ucciso dai terroristi di Ordine Nuovo) da via al processo nei confronti dei 4 egiziani accusati a vario titolo di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni.

Il procuratore Colaiocco usa parole nette: “otto anni fa un nostro concittadino è stato non solo ucciso da quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, secondo quanto da noi ricostruito, ma è stato per nove giorni torturato ..”
Gli imputati, assenti ovviamente in aula, sono difesi da un avvocato italiano che, alla domanda di Report, ammette di non sapere se e come verrà aiutato nel suo compito dalle autorità egiziane aggiungendo anche che sarà un problema del pubblico ministero “per citare i testi avrà bisogno della collaborazione”. Come forse a far intendere che senza questa collaborazione l’accusa non potrà portare avanti la sua linea.
Forse è così che si vuol far naufragare il processo, alla faccia della richiesta di giustizia da parte dei genitori di Giulio Regeni, delle promesse politiche mai mantenute. 


A rispondere delle accuse al processo a Roma ci sono un generale, due colonnelli e un maggiore, tutti irreperibili e appartenenti alla National Security. Nel corso del processo sono emerse nuove prove dei depistaggi: uno degli agenti responsabili del rapimento è stato anche coinvolto nelle indagini iniziali dove collaborava con gli agenti italiani (si tratta del colonnello Uhsam Helmi).

Quando il governo italiano venne a sapere del rapimento di Regeni? Alle ore 14 del 28 gennaio partì da Il Cairo una comunicazione criptata sul canale riservato ai diplomatici all’estero, si tratta del messaggio 211 rimasto inedito fino ad oggi, con il quale l’ambasciatore Massari lancia l’allarme ai livelli più alti delle istituzioni. Nel messaggio Massari ricostruisce i fatti al 25 gennaio, scrive chi è Giulio Regeni, utilizzando un tono molto duro e preoccupato dal quale traspare che l’ambasciatore tema il peggio. Il messaggio 211 è uno dei misteri di questa storia: nella relazione che l’ambasciatore scriverà il 7 febbraio dopo la morte e il ritrovamento del corpo di Regeni, dove ricostruisce nel dettaglio le azioni dell’ambasciata nei giorni della crisi, del messaggio non c’è traccia, nonostante sia un elemento centrale perché dimostra che il presidente del Consiglio Renzi venne informato il 28 gennaio. Diversamente da quanto lo stesso Renzi avrebbe dichiarato davanti la commissione di inchiesta: ai membri della commissione l’ex presidente parla dei rapporti costanti con Al Sisi, di come il governo italiano si sia mobilitato “immediatamente” coi massimi livelli del governo egiziano, dopo essere stati informati il 31 gennaio.


Ma il messaggio 211 prova che Renzi venne informato tre giorni prima, che contraddice un altro passaggio in commissione: “ecco perché dico, se l’avessimo saputo prima forse avremmo potuto fare prima qualcosa..”
Al processo a Roma si è affrontato anche questo punto: l’ambasciatore è stato convocato come testimone e al magistrato riporta quanto fatto, l’essersi attivato con la presidenza del consiglio e tutti i canali diplomatici. Renzi non ha detto la verità o si è confuso? “Questa è un’ottima domanda” risponde a Report Guido Pettarin membro della commissione.
“Quello che ho detto in commissione lo confermerò davanti ai magistrati” è stata l’unica risposta che Report ha ottenuto dall’ex presidente Renzi.

Sul Fatto Quotidiano Marco Franchi aggiunge un altro pezzo su questa incongruenza della dichiarazione di Renzi:

Da dove deriva questa incongruenza? Renzi è nella lista dei testimoni che dovranno essere escussi durante il processo. La sua audizione non è stata programmata, il giudice potrebbe ascoltarlo dopo le elezioni europee dell’8-9 giugno prossimi, a cui il leader di Italia Viva è candidato. Alla richiesta di chiarimenti di Report, Renzi ha assicurato: “Quello che io ho detto in Commissione lo confermerò davanti ai magistrati (…) siccome io devo rispondere di fronte ai magistrati non ho nessuna difficoltà a rispondere anche a voi dopo”.

Renzi, a questo punto, tocca un altro argomento molto sensibile: “La mia opinione su questa vicenda è che ci sia una evidente e clamorosa problematica legata a un signore che… o a dei signori, vediamo a chi, comunque che hanno a che fare con i servizi inglesi. Quando questa vicenda sarà definitivamente chiarita allora sarà possibile fare chiarezza sulla morte di Giulio”.

Il riferimento dell’ex premier, stando anche a quanto analizzato da Report, sembra tornare a una vecchia pista investigativa, in realtà già confutata dalle indagini della Procura di Roma, secondo cui Regeni potesse essere diventato inconsapevolmente una pedina dell’intelligence britannica in Egitto. Si tratta della cosiddetta “pista inglese” – spesso cavalcata dalla destra – che alludeva alla figura di Maha Abdelrahman, la tutor egiziana con base a Cambridge che aveva spedito Giulio al Cairo. “Ho detto a David Cameron e Theresa May – dice ancora Renzi a Report – che bisognava avere rispetto per quello che era successo e dovevano chiarire e quindi tutto questo lo ridirò”.

La scheda del servizio: VERITÀ PER GIULIO REGENI Di Daniele Autieri

Collaborazione Federico Marconi

Spia. Morte. Tortura. Speranza. Le parole che raccontano la drammatica fine di Giulio Regeni vengono ritrovate nella stanza del Cairo di Giulio Regeni. Sono gli appunti del ricercatore, raccolti durante le sue lezioni di arabo, nei quali Giulio aveva messo in fila, in italiano e in arabo, quelle parole trasformate in un triste presagio.

È questo uno dei documenti, rimasti finora inediti, che Report mostrerà ricostruendo i retroscena del rapimento, delle torture e della morte del ricercatore italiano.

Un’inchiesta che – proprio nei giorni in cui si celebra il processo ai quattro presunti sequestratori, torturatori e assassini del ragazzo – racconta per la prima volta che ruolo hanno giocato l’Italia e le sue istituzioni nel corso dei dieci giorni che vanno dal rapimento al ritrovamento del corpo, dimostrando con documenti riservati, che già a 48 ore dalla sparizione di Regeni, la presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri fossero a conoscenza del quadro completo dei fatti.

Report rivelerà che al Cairo in quelle ore erano in azione anche uomini della CIA e soprattutto della security ENI, il colosso energetico italiano che due settimane dopo avrebbe firmato con l’Egitto il contratto miliardario di gestione di Zhor, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo Orientale.

L’inchiesta ricostruisce anche le responsabilità di governo e vertici dei servizi egiziani. Per la prima volta saranno mostrati i video delle telecamere a circuito chiuso della metropolitana del Cairo in prossimità della stazione di Dokki, dove – secondo la Procura di Roma – il giovane italiano è stato rapito.

Dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni le istituzioni italiane hanno fatto di tutto per rinsaldare i rapporti con il prezioso alleato. Oggi la questione Regeni non è più centrale sul tavolo delle relazioni diplomatiche e l’Egitto è tornato ad essere l’amico speciale dell’Italia.

La lobby della carne

Quanto è vasta e profonda l’influenza delle lobby dei produttori di carne nell’Europarlamento?
Come è possibile che certe cattive pratiche negli allevamenti intensivi, nella produzione della carne, siano ancora tollerate?

Sono domande a cui il film documentario di Giulia Innocenzi “Food for profit” cercherà di dare risposta.

Sui canali social di Report si possono vedere alcuni spezzoni, in uno si racconta di un lobbista che si è presentato a diversi eurodeputati per discutere un finto emendamento che potrebbe finanziare una tecnologia inventata che consentirebbe di trasformare gli escrementi delle vacche in mangime, grazie ad un tubo inserito nel retto. Il finto lobbista ha ripreso le loro reazioni, di riso, per alcuni, di opposizione per altri. Ma in diversi hanno dato parere positivo nel presentare un emendamento perché “l’obiettivo è buono e sul metodo non ho preconcetti” afferma uno di loro. Il lobbista, Lorenzo, ha voluto spingersi oltre mostrando altri progetti mostruosi: il primo riguardava un maiale a sei zampe tramite modifiche genetiche, per aver 6 prosciutti e sfamare la popolazione mondiale. “E’ un po’ pesante, ci vorrà del tempo per digerirla” ammette l’europarlamentare De Castro. Oppure una mucca con due organi riproduttivi per aumentare la produzione di latte “noi pregiudizi non ne abbiamo” – risponde sempre De Castro.

Un altro spezzone mostra quanto succede dentro un allevamento intensivo dove i polli vengono fatti crescere fino al peso massimo, e quelli che non crescono vengono uccisi. È quello che raccontano le immagini prese da un ragazzo che si è fatto assumere nell’allevamento: “ogni giorno la persona che mi affiancava decideva in maniera indiscriminata di uccidere dei polli che potevano visibilmente pesare un po’ meno degli altri, questa cosa era avallata dal responsabile della struttura”.
Perché, come sentiremo dalla viva voce di un responsabile di queste strutture, dove si allevano a ciclo continuo fino a 2 ml di polli, ci sono pulcini che hanno la performance e arrivare a fine ciclo per portare a casa i soldini e ci sono quelli che sono lì che non servono a niente, sono solo una perdita.

La scheda del servizio: FOOD FOR PROFIT Di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi

Food for Profit è un'inchiesta rivelatrice che mostra il filo che lega l’industria della carne, le lobby e il potere politico. Al centro ci sono i miliardi di euro che l’Europa destina agli allevamenti intensivi, che maltrattano gli animali, inquinano l’ambiente e rappresentano un pericolo per future pandemie.

Il documentario di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, uscito nelle sale a fine febbraio con una produzione e distribuzione totalmente indipendenti, è diventato un caso cinematografico. Dopo l'anteprima al Parlamento europeo e diverse presentazioni nelle sedi istituzionali, dal Parlamento italiano ai Consigli regionali, Food For Profit ha innescato un vero e proprio dibattito politico, attorno ai sussidi europei agli allevamenti intensivi e alla contiguità di alcuni politici all'industria della carne.

A Bruxelles, per la prima volta in assoluto, un lobbista è riuscito a filmare i suoi colloqui con gli eurodeputati portando con sé una telecamera nascosta dentro il Parlamento europeo. Report potrà mostrare in esclusiva per la televisione italiana questo viaggio illuminante e scioccante in giro per l’Europa.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 maggio 2024

Bye bye Benny – una storia di rap e libertà, di Francesco Filippi

 

Aveva perso anche l’ultimo bus a gasogeno. Era tardi, l’ora stabilita per il rientro stava per scadere e in più stava diventando buio. Prese il littorino e provò a chiamare casa, suo padre era molto rigido negli orari.
“Qui Italvoce. Salve, giovane camerata. Vi informiamo che il vostro credito residuo è pari a zero lire. Vi preghiamo di…”
Interruppe la chiamata trattenendo a stento un’imprecazione. Adesso era davvero nei guai. Si guardò attorno cercando una soluzione possibile. La scritta luminosa Quisibeve all’angolo ronzava a intermittenza e dal locale usciva la luce soffusa dell’enorme italvisione sintonizzato sul programma pre-serale.

Littorino, gasogeno, quisibeve, italvisione.. come sarebbe stata l’Italia di oggi se il fascismo non fosse stato sconfitto con la guerra di Liberazione culminata con l’insurrezione del 25 aprile a Milano e in tutte le città del nord?
Francesco Filippi, autore di diversi saggi sulla propaganda fascista, sul fascismo di ieri e di oggi, prova a raccontarcelo con questo romanzo distopico, come quelli di Orwell o Philip Dick, che è anche un romanzo di formazione.
Perché protagonisti della storia sono due ragazzi che frequentano un liceo artistico in una cittadina di provincia, Italo e Giacomo: nonostante il carattere diverso, impulsivo quello di Giacomo sempre pronto a sdrammatizzare con una battuta, più riflessivo quello di Italo, sono molto amici. Due adolescenti con i problemi comuni ai loro coetanei, ma con una differenza: vivono nell’Italia fascista, un mondo perfetto per qualcuno, niente scioperi, nessuna contestazione, un governo che legifera senza opposizioni che disturbano e che controlla che la vita delle persone scorra serena, perché dispone di orecchie lunghe che entrano nella vita delle persone, delle famiglie. Famiglie fascistissime, come quella di Italo, il cui padre è un funzionario del partito e la madre è la perfetta donna fascista. Madre, angelo del focolare, impegnata come volontaria col partito.

Proprio per proteggere la vita delle persone, nell’Italia perfetta del fascismo non è possibile accedere alle notizie dall’estero, le notizie dal paese arrivano dalle veline del governo (d’altronde cosa può succedere di brutto con un governo fascista che ha sconfitto la criminalità?) e la televisione è divisa su tre canali. Quello della propaganda che loda le meraviglie del paese, la rete coi programmi del partito e quello dello svago, con quiz del tipo “Allora ditemi, signora Giuliana, quale domanda scegliete? Storia italiana, trionfi del partito o pettegolezzi?”.

La scuola, chiaramente, è chiamata a formare i perfetti cittadini dell’Italia fascista: basta con gli inglesismi, nella scuola di deve insegnare l’orgoglio italico senza contaminazioni decadenti da fuori, il cellulare si chiama littorino, il social per comunicare è Cheaccade, il rock è la musica rocciosa. E il regime, le leggi fascistissime, la dittatura? Tutto è stravolto, nel racconto della storia, riscritti sui libri degli studenti: il fascismo, tramite il ducefondatore, ha salvato gli italiani dal comunismo, vero nemico della patria.

"Il 28 ottobre 1922 Benito Mussolini libera l'Italia dalla schiavitù liberale e fonda la via italiana alla libertà, il fascismo. Dopo aver tolto di mezzo le opposizioni, il ducefondatore costruisce il nuovo stato italiano attraverso le leggi fascistissime tanto amate dal popolo itaiano e ancora oggi alla base del nostro stato. Nel 1935 Mussolini regala l'impero agli italiani con la conquista dell'Etiopia. Nel 1938 il ducefondatore salva la pace mondiale convincendo Fermania a Gran Bretagna a venire ai patti.."

"Con gli accordi di..?"

"Monaco, gli accordi di Monaco.. Dicevo: il ducefondatore salva per la prima volta la pace in Europa. Un anno dopo, n1l 1939.."

"Sii più precisa."

"Il primo settembre del 1939 Adolf Hitler decide di liberare i tedeschi schiavi dei polacchi e dichiara guerra alla Polonia, ma il 13 novembre dello stesso anno un falegname comunista, George Elser, mette una bomba sotto il palco da cui dovrà parlare il Fuhrer e lo uccide. Germania e Polonia trovano un accordo con l'aiuto del ducefondatore, che salva la pace in Europa una seconda volta. Purtroppo, senza il Fuhrer, in Germania scoppia la democrazia e Benito Mussolini rimane, assieme al caudillo spagnolo Francisco Franco, l'unico baluardo del fascismo contro le odiate democrazie plutocratiche e i comunisti. Nel 1942, con l'invasione della Polonia da parte di Stalin, le demoplutocrazie costruiscono un muro di difesa anticomunista in Europa, dando il via alla guerra fredda..."

Dovrebbero essere tutti felici gli italiani, nell’impero l’ordine regna sovrano, niente scioperi, schiamazzi, così dice la stampa, così racconta l’italvisione.

Ma Italo e Giacomo, come forse tanti altri italiani, non sono felici: in questa Italia dove è proibito pensare con la propria testa, dove non è possibile spostarsi (d’altronde perché uscire dall’Italia quando si vive nel paese più bello del mondo), quando il Minculpop ti protegge dalle cattive notizie, filtrando le notizie scomode, pardon, le notizie false, Italo si sente come un pollo:

Sì, Italo, è proprio questo il punto! Noi viviamo una società che ci tratta come dei bambini, che ci dice cosa pensare, cosa dobbiamo credere, per cosa dobbiamo morire… invece di insegnarci, a scuola, a distinguere le notizie importanti dalle cavolate, preferiscono chiudere la rete. Secondo me il fascismo vero è proprio questa cosa qua: quando ti convincono a smettere di interessarti al mondo, quando ti fanno capire che è meglio farsi gli affari propri e chi se ne frega degli altri. E questo fascismo è eterno, amico mio...”
“Mah, secondo me stai un po'…”
“Siamo polli da allevamento Italo!”
“Eh?”
“Polli, siamo polli! Siamo chiusi in questo enorme capannone e ci danno tutto il necessario per sopravvivere, acqua cibo luce. Ma ai polli da allevamento non dai quel che serve loro per star bene, dai loro quel che serve per diventare grassi per poterli mangiare.”

Un giorno, i due ragazzi si imbattono in un’arma pericolosa, una di quelle armi capaci di distruggere un regime di cartapesta: un libro. Un libro scritto da una ex professoressa, una “stramba”, diversa, lontana dal modello ideale delle italiane: su questo libro si parla di un’Italia diversa, un paese dove le donne votano, dove il fascismo è stato sconfitto al termine di una guerra nel 1945, dove ci sono (o mio Dio) i diritti allo sciopero, ad associarsi, a manifestare pubblicamente. Ma veramente un mondo del genere esiste, oppure si tratta solo di una favola, come quelle che si raccontano ai bambini? O forse le favole sono quelle del regime che considera gli italiani al pari dei bambini (e anche un po’ stupidi)?

In questo libro si parla anche delle leggi razziali, la vergogna delle leggi razziali è scritto proprio così, capovolgendo il senso comune che vige in quella società: discriminare le persone per il colore della pelle, per la religione, per la razza, è una vergogna, altro che protezione del sangue italiano (o sostituzione etnica, come forse si direbbe oggi). Perché in quell’Italia non c’erano più ebrei. Ma dove erano andati? Che fine avevano fatto quelle persone?

Ma nell’Italia del fascismo a nessun interessavano queste domane, forse anche domande pericolose, meglio farsi i fatti propri, meglio pensare che le leggi contro i diversi, contro gli altri, siano per la nostra sicurezza. In fondo, noi italiani siamo brava gente.

Ma è un altro evento quello che poi farà scattare quel senso di ribellione nei due ragazzi, durante la lezione di “uso conforme di Italnet”: eh già, nell’Italia perfetta del fascismo, che assomiglia tanto alla Cina di oggi, il regime, pardon, il governo, ha deciso di proteggere gli italiani impedendo l’accesso diretto alla rete internet con dei filtri che impediscano loro di cadere nella tentazione di conoscere il mondo là fuori e scoprire che magari le cose non sono proprio come le raccontano..
Ecco, durante la lezione, accade l’imponderabile: facendo una ricerca sull’italianissimo computatore sul trattato di Rapallo, alle prime tre lettere rap ad Italo e Giacomo si apre un mondo nuovo, la vera internet. Milioni di siti indicizzati che parlano del rap. Compresa una notizia che racconta di un concerto di musica rap a Lione, il 24 aprile.

Con l’aiuto proprio della professoressa Gangemi, assieme ad una loro coetanea Sofia, una ragazza che come loro non si sente più a proprio agio in questa gabbia, i due amici decidono di partire per questa avventura, per partecipare a questo raduno europeo di musica rap e vedere com’è questo mondo oltre i sacri confini della patria.

Sarà un viaggio che cambierà definitivamente le cose, la visione del mondo, della vita, sarà perfino la scoperta dell’amore. Esiste un altro modo di vivere, senza la polizia che ti controlla, senza un governo che ti dice cosa dire e cosa non dire. Dove hai libero accesso alle informazioni (e anche alle fake news) da tutto il mondo, dove puoi leggere di tutto e ascoltare tutta la musica che vuoi.

Dove è bello stare assieme a persone che hanno un colore della pelle diverso dal tuo, che si divertono a cantare assieme, a sfidarsi nelle gare di rap, a ballare.

Dove le paure sono finalmente messe sa parte.

Quel cielo era una calamita: tutti i ragazzi nell'oscurità del prato si fermarono ad ammirarlo in silenzio. poi qualcuno cominciò a battere le mani e ben presto si levò un enorme applauso per quel cielo stellato.
A Italo scese una lacrima sulla guancia. “Sono libero” pensò “anche di emozionarmi”.

Come Ciaula che, all'improvviso scopre la luna nel racconto di Pirandello, anche i due protagonisti scoprono il senso della parola libertà.

La libertà di pensare, di fare, anche di sbagliare, certo. La libertà di amare anche qualcuno del proprio sesso, di non essere relegata al ruolo di donna-madre.

Per scoprire questa libertà era servito questa fuga dalla gabbia, dal pollaio.

Questo romanzo parla di un presente che non c’è, ma che ci sarebbe potuto essere. Riflettere sul passato significa anche doversi chiedere quale peso abbiano le scelte compiute da chi ci ha preceduti – sono le parole dell’autore a fine libro.

Si parla delle scelte degli italiani che negli anni del regime e, soprattutto, dopo il crollo nel 1943, hanno fatto una scelta precisa. Una scelta che a molti di loro è costata la vita ma che ci ha permesso oggi di vivere in una democrazia, seppur imperfetta, dove esistono ancora le libertà e i diritti civili.

Viviamo in tempi difficili per la democrazia, sotto attacco da quanti dicono che è un lusso che non possiamo permetterci, che servono governi forti, con poteri senza alcun contrappeso. Ecco che questa domanda “cosa sarebbe successo se..” non è così inutile.
A questo servono i romanzi distopici, a farci capire cosa potrebbe succederci se ci dimentichiamo da dove siamo venuti, per cosa si è combattuto nella guerra di Liberazione, cosa c’è in gioco quando si parla di mettere in discussione i nostri principi.

Altri libri pubblicati da Francesco Filippi sul fascismo e sulla propaganda fascista

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

01 maggio 2024

La futura lezione di storia - da Bye bye Benny

 

"Il 28 ottobre 1922 Benito Mussolini libera l'Italia dalla schiavitù liberale e fonda la via italiana alla libertà, il fascismo. Dopo aver tolto di mezzo le opposizioni, il ducefondatore costruisce il nuovo stato italiano attraverso le leggi fascistissime tanto amate dal popolo itaiano e ancora oggi alla base del nostro stato. Nel 1935 Mussolini regala l'impero agli italiani con la conquista dell'Etiopia. Nel 1938 il ducefondatore salva la pace mondiale convincendo Fermania a Gran Bretagna a venire ai patti.."

"Con gli accordi di..?"

"Monaco, gli accordi di Monaco.. Dicevo: il ducefondatore salva per la prima volta la pace in Europa. Un anno dopo, n1l 1939.."

"Sii più precisa."

"Il primo settembre del 1939 Adolf Hitler decide di liberare i tedeschi schiavi dei polacchi e dichiara guerra alla Polonia, ma il 13 novembre dello stesso anno un falegname comunista, George Elser, mette una bomba sotto il palco da cui dovrà parlare il Fuhrer e lo uccide. Germania e Polonia trovano un accordo con l'aiuto del ducefondatore, che salva la pace in Europa una seconda volta. Purtroppo, senza il Fuhrer, in Germania scoppia la democrazia e Benito mussolini rimane, assieme al caudillo spagnolo Francisco Franco, l'unico baluardo del fascismo contro le odiate democrazie plutocratiche e i comunisti. Nel 1942, con l'invasione della Polonia da parte di Stalin, le demoplutocrazie costruiscono un muro di difesa anticomunista in Europa, dando il via alla guerra fredda..."

"E noi cosa facciamo?"

"Allora, con il famoso discorso detto 'della terza via', Benito Mussolini dichiara che tra la democrazia e il comunismo l'unica soluzione è il fascismo. Da quel discorso nasce l'idea del fascismo eterno, secondo le teorie di grandi studiosi e filosofi.. 

"Dimmene almeno un paio"

"Giovanni Gentile eeee..."

Bye bye Benny di Francesco Filippi - pagine 15-17 Feltrinelli editore

A metà tra i romanzi distopici di George Orwell e di Philip Dick, Francesco Filippi in questo romanzo anche divertente immagina un Italia in cui il fascismo è ancora al governo. Che paese sarebbe? Come vivrebbero gli italiani?

Come verrebbe raccontata la storia del nostro paese?

E' un romanzo, ma a sentire come la storia viene raccontata da illustri ministri, non siamo molto lontani dalla realtà.