20 giugno 2017

Messaggi

Nei giorni in cui escono le motivazioni della sentenza di condanna per il crac del Credito fiorentino, il senatore Verdini rilascia un'intervista alla giornalista del Corriere Meli.
E' un messaggio a Renzi, in vista delle future alleanze.
Lei ormai critica apertamente Renzi, si sente scaricato?«Per essere scaricati bisogna essere prima stati “caricati”. Cosa che a me non è mai successa. Renzi è ancora l’unica speranza per questo Paese. Bisogna aiutarlo a non rintanarsi nel suo Pd e a sinistra. Per il bene del Paese. A me non ne viene niente. E poi forse andrebbe pure salvato da qualche renziano...». 
Intanto Macron ha stravinto anche le legislative…«Lei mette il coltello nella piaga. Macron doveva essere il “Renzi” francese, invece siamo qui a discutere se Renzi potrà mai essere il “Macron” italiano. Macron a un ex premier di 55 anni come Valls ha rifiutato il posto in lista e gli ha offerto solo un accordo di desistenza nel suo collegio. Renzi a un ex sindaco di 68 anni ha offerto una coalizione nazionale, e quello se la tira pure…».
Oggi al Senato si presentano le mozioni su Consip e Marroni: se si dovesse andare al voto perché il tentativo di azzeramento dei vertici da parte di Padoan non verrà accettato dai senatori, i voti dei verdiniani diventeranno pesanti.

Su l'Unità sono riusciti a raccontare della vicenda senza riuscire mai a scrivere le parole corruzione, Romeo, cimici.
Così una vicenda che tocca una società strategica dentro la pubblica amministrazione viene relegata ad una guerra per bande in cui ognuno cerca di ottenere il suo vantaggio.
Meglio non andare alla conta dei voti.
Meglio non fare alcun dibattito.
Che la pentola rimanga col coperchio sopra, che non si scoperchi nulla. Come per la vicenda delle banche popolari e della defunta commissione di inchiesta.

19 giugno 2017

Difendiamo i nostri valori

In Senato, i deputati contrari alla riforma dello "iussoli" agitavano cartelli con su scritto "stop all'invasione".
All'invasione degli immigrati che vogliono imporci altri valori.

Valori di noi italiani.
Come quelli dei caporali che a Brindisi trattavano le braccianti donne come capre (nemmeno come schiave)


O come i valori di quel professore di Mestre che ha invitato a cena la ex, col fidanzato, e li ha poi ammazzati. Lei strozzata lui a bastonate. Come le bestie anche qui.

La guerra attorno al caso Consip

Ieri Liana Milella scriveva su Repubblica come la centrale unica di acquisti Consip, anziché far risparmiare soldi allo stato, si sia trasformata in una fabbrica delle clientele (se ne parla anche qui e sul sole 24 ore).
A vincere sono quasi sempre le stesse imprese, per esempio nel mondo dei global service, quell'Alfredo Romeo da Napoli finito nell'inchiesta Consip.
Quella che, a seconda dei punti di vista, viene vista come un colpo di stato contro Renzi (dunque il PD, dunque lo Stato).
Oppure, come la storia di una presunta tangente fatta fallire per la rivelazione delle indagini (e delle cimici) ai vertici della società del Tesoro.

Nella pagina a fianco dell'articolo di Milella il lettore ne trovava un altro, di Tommaso Ciriaco, dove si parlava delle mozioni di sfiducia a Marroni, AD Consip e teste accusatore del ministro Lotti e dei due generali dell'arma. Sono loro, dice Marroni, ad avermi parlato delle cimici.
Nulla scorre via liscio, in questa storia. La miccia è una mozione di Gaetano Quagliariello, che si propone il reset dell' intero vertice Consip. Quando la discussione viene fissata per martedì prossimo al Senato, nel Pd scatta l' allarme. Il testo, anche grazie al possibile sostegno di Mdp, rischia di essere approvato. Per sminare il caso, il Pd decide di presentare una propria mozione che chiede la testa di Marroni.
Nella mozione di sfiducia del PD, firmata Zanda, Martini, Lepri, Maran, Maturani, Borioli, Marcucci e Mirabelli, c'è scritto: “Dall’analisi dei dati del bilancio consuntivo relativo all’anno 2016 emergono dati positivi sull’operato della Consip con il sostanziale raggiungimento degli obiettivi prefissati”. 

Non si capisce: l'AD ha lavorato bene (a differenza di quanto dice la Corte dei Conti) ma Marroni se deve andare 
"... al fine di garantire la piena funzionalità della società e il raggiungimento degli importanti obiettivi ad essa affidati; ad esercitare tutte le funzioni e le prerogative di vigilanza e di indirizzo di competenza dell'azionista di riferimento al fine di garantire un rigoroso rispetto della legalità da parte degli amministratori della Consip, di salvaguardare l'immagine della società, anche tutelandone il profilo di azienda pubblica"

L'immagine è stata rovinata dalle accuse ai PM o dalle (presunte) mazzette? O da quella gestione dei contratti che hanno favorito pochi e che si sono rivelati pure costosi?
Forse più che del colpo di stato (anche questo presunto), dovremmo preoccuparsi di riformare Consip, perché il paese non può essere paralizzato da queste clientele e lobby (vicine ai vertici dei partiti).

18 giugno 2017

Disuguaglianze

Questa mattina, mentre facevo colazione, seguivo la coda della trasmissione Omnibus.
Diciottenni che possono scegliere (più o meno consapevolmente) se guadagnare tanti milioni cambiando squadra o guadagnarne meno e rimanere al Milan. Solo c'è dietro un procuratore che ragiona secondo le logiche del profitto personale in un mercato calcistico che sta diventando una bolla finanziaria.
È il mercato, dicono. Quando la bolla esploderà, vedremo chi sistema i cocci.

Ci sono altri diciottenni (e ventenni e trentenni) costretti a lavorare con voucher, con contratti a termine, con stipendi che nemmeno arrivano a diciotto anni.
Ma i voucher non ci sono più, il jobs act ha creato occupazione … 
Il mondo fuori è quello che ognuno vede o vuole vedere, coi laureati costretti ad andare all'estero per sentirsi valorizzati (e non essere pagati come partite iva).

Le aspettative di vita crescono e allora il governo, ad ottobre, potrebbe innalzare l'età pensionabile fino a 67 anni. Buon senso dicono.
Tutto questo che influenza ha sul mondo del lavoro?
Avremo sempre più persone occupate anche in lavori usuranti, con contratti più o men veri (perché entrati nel del lavoro prima).
E le fasce più giovani che per entrare nel mondo devono accettare contratti peggiori e condizioni peggiori.
Peccato che siano molti milioni gli italiani che hanno smesso di curarsi perché non ne hanno i mezzi.

Lavoreremo più a lungo, sempre di meno, per un lavoro più stressante.
Questo è il rischio che corriamo se non cambiamo approccio, se non lottiamo contro le disuguaglianze.

E queste non nascono perché c'è l'accoglienza, perché stiamo per approvare lo ius soli, perché ci sono gli immigrati.
E nemmeno perché si fanno scioperi di venerdì (scioperi che passano per un garante, tutelati dalla Costituzione, indetti da sindacati che rappresentano lavoratori, cioè persone).


17 giugno 2017

La staffetta letteraria per Paolo Borsellino

Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell'esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell'intero quartiere, dopo l'ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un'altra storia.
Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c'è ragione ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E' vero, non è militarizzato le strade che sia una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiesa il governo la presenza dell'esercito.
Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi che non mi hanno fatto niente è che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.


La racconta “L'agenda ritrovata” inizia con questa riflessione, che potete leggere nella prefazione.
I militari in piazzale Loreto. La sensazione di insicurezza, come di un qualcosa che non dovrebbe essere lì. Un paradosso, visto che parliamo di militari mandati lì proprio per dare un messaggio di sicurezza contro la criminalità.
Cosa c'entra tutto questo con Borsellino? E cosa c'entra questa raccolta col magistrato morto a Palermo 25 anni fa?

Poteva venire in mente solo ad un matto, in senso buono si intende, come lo scrittore milanese Gianni Biondillo, di ricordare questo 25 esimo anniversario delle stragi dei magistrati Falcone e Borsellino, con una staffetta letteraria composta da sette racconti. Una staffetta letteraria e anche una staffetta nel senso letterale del termine. Assieme all'associazione culturale l'OraBlu, che da anni lavora per fare cultura nella provincia milanese, a Bollate, si sono detti: perché non ricordare Paolo Borsellino con una staffetta dal nord al sud del paese, in bicicletta, facendosi accompagnare in questo viaggio dai racconti di sette scrittori?
Tappa dopo tappa, racconto dopo racconto, questo viaggio che è iniziato questa settimana a Milano, dovrebbe raccogliere testimonianze, aiuti. Fare memoria, fare cultura, dal basso, a partire dalla società civile.
In questo viaggio letterario, Gianni Biondillo ha chiesto l'aiuto di un altro scrittore, di Bollate anche lui.
Gli  autori dei racconti sono:
  • Helena Janeczek
  • Carlo lucarelli
  • Vanni Santoni
  • Alessandro Leogrande
  • Diego de Silva
  • Gioacchino Criaco
  • Evelina Santangelo.

L'altra mattina mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la Piazza fossero tutti di origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m'incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d'Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita, dove per vivere, spesso per sopravvivere sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi è arruolato, chi spacciatore.
Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l'orgoglio di una nazione compromessa. Nell'attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani Rocco Dicillo Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D'Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall'Australia.
Forse alcuni di loro credevano nel l'idea di servire la patria. O avevano un'ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l'affitto, sposarsi, programmarsi una vacanza al mare con gli amici.
Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.Questa ciclo staffetta, questo gesto gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta, se vogliamo guardare negli occhi col giusto disprezzo che ci vuole in ginocchio.
Il futuro è fatto di memoria.
Resto ovviamente dell'idea che sia la cultura e non l'esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo quando passo in Piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l'origine della cadenza. (Quasi sempre quella di mio padre.)
Sono ragazzi. Sono lì per la Patria o per lo stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.[Dalla prefazione di Gianni Biondillo – L'agenda ritrovata Feltrinelli editore]

Mi rendo conto che oggi è anche il 17 giugno, anniversario dell'infrazione al Watergate, il palazzo a Washington sede del Partito democratico americano. Seguendo l'infrazione, la pista del denaro che partiva dai cinque ladri che stavano piazzando delle microspie contro i democratici, i due giornalisti del Post Bob Woodward e Carl Bernstein hanno ricostruito uno degli scandali politici più gravi della storia americana, lo scandalo Watergate che portò all'impeachment del presidente Nixon.
Forse non c'entra nulla con la storia di Falcone, con la morte di Borsellino e degli agenti della scorta.
Ma se questo paese non ha memoria, se è costretto a vivere dovendo fare i conti con i troppi punti neri della sua storia, con i ricatti di qualcuno che sa e che usa i suoi segreti (magari proprio quelli sottratti a Borsellino, quelli che egli scriveva sulla sua agenda rossa, quando vide muoversi la mafia in diretta nei 55 giorni tra Capaci e D'Amelio) è anche colpa di chi ha raccontato la storia di quei giorni fermandosi alle apparenze. Alle verità di comodo. Colpa di un sistema di informazione che non ha fatto il suo lavoro. Colpa di una classe politica che ha posto i due magistrati sull'altare della retorica, continuando a coltivare i suoi rapporti con la mafia.
E raccontando a noi cittadini la favola della lotta alla mafia, della vittoria dello Stato, sancita dai processi e dalle condanne all'ergastolo. Tutto vero, peccato che uno di questi processi sia nato da un depistaggio dello stesso Stato (il finto pentito Scarantino, creato dal poliziotto Arnaldo La Barbera).
Peccato che le condanne abbiano colpito quasi solo l'ala militare di cosa nostra.
Ci hanno trattato come bambini. Bambini che devono essere rassicurati.
Che è poi lo stesso che accade oggi, quando, per placare la paure per la sicurezza delle persone (alimentate dagli stessi giornali, dai nostri stessi amministratori) si mettono i soldati sulle strade, nelle piazze.

Come vedete, tutto è collegato.

16 giugno 2017

La giornata nera

Mettiamoci d'accordo su questo trasporto pubblico.
Se è un servizio essenziale, per i cittadini, per cui bisogna limitare al minimo gli scioperi, allora vorrei che ci si occupasse di treni e pullman non solo quando si vuole attaccare una giunta o i sindacati.
Se un servizio è essenziale allora i disservizi devono essere limitati sempre, a capo delle società di trasporto devono essere messe persone competenti (e non solo per vicinanza politica, come successo a volte a Roma e a Milano, quando sono stati scelti i vertici di Atm o di Trenord).

Altrimenti, e parlo da pendolare, sentire oggi le solite critiche sugli scioperi del venerdì, sul fatto che sia da irresponsabile fare scioperi in estate, mi da fastidio. Sulla pagina FB, il segretario PD Renzi scrive

“L’ennesimo sciopero dei trasporti è uno scandalo. Fatto ancora una volta di venerdì. E proclamato da piccole sigle che utilizzano ancora una volta l’alibi della privatizzazione. A Firenze cinque anni fa abbiamo messo a gara il servizio e lo ha vinto un’azienda pubblica, le Ferrovie dello Stato. Si può fare di più, ma adesso lo gestiscono meglio che in passato. Anziché rincorrere tre funivie forse i romani preferirebbero avere un autobus regolare ogni cinque minuti: mettere a gara il servizio farebbe perdere i voti dei sindacati autonomi ma migliorerebbe la vita dei cittadini”.
Ci si dovrebbe occupare di treni e pullman sempre, non solo quando fa comodo .
Perché per molti pendolare la giornata nera dei trasporti non è solo negli scioperi, ma anche quando i treni si bloccano, quando sono pieni, quando si scontrano sulle linee con sistemi di sicurezza insufficienti..
Tutto questo non significa che le ragioni dello sciopero, indetto dai piccoli sindacati, siano condivisibili.

Chissà se si rendono conto della loro fortuna

Chissà se si rendono conto della fortuna che hanno, i leghisti e i salviniani che ieri in aula hanno messo in scena la tamurriata, l'ammuina durante la votazione dello ius soli.
E lo stesso vale per quelle poche centinaia di fascisti (o sovranisti, chiamateli come vi pare) che sempre ieri in piazza hanno manifestato fuori dal Senato.
Prima gli italiani, non si svende la cittadinanza ...
Pare che alla manifestazione, non quella movimentista, fossero presenti anche Starace, Gasparri, Alemanno, tanto per capire quale fosse il colore politico.




Non si rendono conto i casa pound, i Salvini, i Centinaio della fortuna che hanno nell'essere nati in Italia, magari anche in regioni più fortuna di altre.
Sarebbe bastato nascere qualche centinaio di chilometri più in basso, nei paesi delle carestie e delle siccità, dei paesi in mano a governi corrotti o con guerre civili.
Dalla parte sbagliata del muro.


Bell'esempio di come si rappresentano le istituzioni: con quale coraggio il senatore che ha insultato il presidente del Senato rifiutandosi poi di abbndonare l'aula come un bambino capriccioso, potrà poi parlare di rispetto delle regole, delle leggi?
Tutta un'ammuina contro una legge, presente anche in altri paesi europei, che concede la cittadinanza a cittadini stranieri a patti che siano rispettati dei criteri, come il ciclo di studi.

Di questo stiamo parlando: di un principio di civiltà che non toglie nulla agli italiani e che aiuterà gli immigrati ad integrarsi nel nostro paese.
Prima gli italiani, sventolavano in aula i signori sovranisti.
Mai visti questi signori (che pure hanno avuto l'onore di governare il paese) usare la stessa irruenza contro le mafie, contro la corruzione, contro gli evasori.
O contro i voucher, vecchi o nuovi cambiano di poco: strumenti in mano alle imprese per livellare sempre più verso il basso i diritti sul lavoro.

Prima gli italiani, ma quali italiani?
Ogni volta che l'estrema destra scende in piazza vedo solo una messa in scena.
Un'arma di distrazione di massa, in mano a gente che sfrutta problemi reali (la casa, il lavoro, la crisi), in cui il nemico è sempre quello che viene da fuori.
L'immigrato.

15 giugno 2017

Stop all'invasione


Basta con questa invasione di buffoni : liberiamo il Senato da questi rappresentanti indegni (e che stanno strumentalizzando lo ius soli)!

La Rossa di Daniele Manca

Prologo
Porto Torres, domenica 14 aprile 1963«E ora?» La voce catarrosa di nicotina di Mario Moruzzi quasi si perse nello sferragliare del motore.«E ora niente, volva spaventarci, tutto qua. Stiamo attenti per un po'. Magari lo diciamo a qualcun altro. Lo abbiamo in pugno.» Armando Ortu si voltò a guardare il collega seduto sul sedile del passeggero del Lancia Esatau B.Anche nell'oscurità dell'abitacolo poteva vedere la ricrescita scura della barba rasata di fresco. Avrebbe dovuto farsela due volte al giorno. Gli occhi non dicevano nulla.«E' troppo potente per tenerlo in pugno.»«Sappiamo cosa sta facendo. Non dimenticarlo.»

Inizia a scartamento ridotto questo romanzo del vicedirettore del Corriere Daniele Manca: un po' come succede al protagonista, Carlo Passi, giornalista al Giorno Carlo Passi, che (dopo il prologo) incontriamo mentre si trova alle prese con un post sbronza:
La Michela

Milano, giovedì 2 maggio 1963 
Carlo cercò di mettere a fuoco il marchio del Cynar stampato sull'enorme specchio dietro il bancone del locale della Michela. La donna lo osservava già da un po' con uno sguardo a metà tra il divertito e l'affettuoso. Ironico, o và a sapere. Non le sarebbe mai crollato davanti. Non era soltanto la sua implacabile eleganza, aveva un trucco che in fondo era sempre lo stesso: fissarsi su qualche particolare, ricacciando indietro gli assalti dell'alcol alla bocca dello stomaco e al cervello.Ma c'era poco da fissarsi su quel grosso carciofo, o sul grottesco faccione della spuma Giommi, era chiaro che aveva esagerato.«Ti piacerebbe se rimanessi a dormire qui?»Ci stava tornando troppo spesso in quel sottoscala.E sempre da solo.Di amici non ne vedeva girare molti intorno a sé, ultimamente. Per non parlare di donne. Non gli andava giù che la storia con l'Enrica fosse finita, e quella con l'Elisabetta, poi, gli era valsa giusto un tetto sulla testa e una branda su cui dormire.Gli restava la Giulietta.

Mollato senza troppe spiegazioni dalla fidanzata Enrica, giornalista pure lei, ma alla Rai.
Lo vediamo girare le strade di Milano in questa fresca primavera del 1963. La “Rossa” che da il titolo al libro non è la fidanzata (pure lei dai capelli color rame) ma la sua Alfa Romeo del 1960, rossa fiammante.
Non solo una macchina, ma anche un rifugio dell’anima quando «vuoi stare solo e devi rimettere in ordine le cose», quando ci sono troppe domande a cui non si riesce da dare risposta.
Che fine ha fatto Enrica?
E, altra domanda che si aggiunge alle altre, chi è la ragazza che ora vive nell'appartamento di Enrica, un altra ragazza, una bella morettina che assomiglia all'attrice Natalie Wood.

Alle stranezze se ne aggiunge un'altra: l'incarico che riceve dal suo direttore, Baldori, per un servizio su un petroliere potente, Raminghi, su cui girano tante voci su traffici poco leciti del petrolio e di cui si dice essere molto ammanicato con la politica.
Politica che, appena passate le elezioni politiche, deve ora trovare nuovi equilibri: la Democrazia rimane primo partito ma ha arrestato la sua crescita, diversamente dal partito comunista di Togliatti e dai socialisti di Nenni. Sarà l'inizio dei governi di centro sinistra, con nuovi potenti a dividersi le poltrone e i pezzi di potere in quell'Italia ancora giovane.
Ma tutte queste cose sfuggono al povero Carlo Passi, bravo a buttar giù i pezzi sul foglio bianco ma ingenuo di come funzionano i meccanismi del potere.
All'improvviso la sua vita prende una accelerazione: assieme all'amico giudice Everardo Piccioni (amico del padre, ex fascista, di quelli che non avevano subito cambiato fede politica) va a casa di Enrica per cercare qualche appunto, per capire a cosa stava lavorando; il giudice viene aggredito e lui arrestato mentre insegue uno dei due aggressori, e viene pure sbattuto in cella..
Carlo si sentiva come avvolto in una bolla. Faceva fatica a capire cosa gli era successo nelle ultime 12 ore. Prima la sbronza dalla Michela, poi l'incontro inaspettato con quella femme fatale, e ancora il mistero su che fine avesse fatto l'Enrica, e infine di nuovo lei, quella moretta e il suo strano invito. Chissà se stava davvero giocando con lui. Lo squillo sgraziato del telefono seguito da un "Pronto", lo riportò alla realtà.

Qualcuno inizia a seguirlo, perfino nella nuova casa dell'amica giornalista Elisabetta, un bilocale al “Borg de scigulatt”, il borgo degli ortolani (la zona a nord, attorno a via Canonica).
Cosa sta succedendo? Una vita a stare lontano dai guai, con quella aria da simpaticone che piaceva tanto alle donne, e all'improvviso ti ritrovi in cella, senza aver nemmeno capito in che guai sei andato a finire.
Colpa delle domande su Raminghi? Colpa del servizio a cui sta lavorando Enrica?
E cosa significano quegli articoli di giornale trovati da Enrica dove si parla di due camionisti uccisi a Porto Torres, guarda caso dove si trovano gli impianti del petroliere Raminghi?
C'è forse un collegamento?

Glielo racconterà Saviolli, banchiere e amico di famiglia, chi è Raminghi e quanto è grande il gioco in cui si è infilato: in Italia funziona così, per diventare un imprenditore famoso c'è bisogno di buoni rapporti con le banche e con la politica:
«... Solo che in Italia la politica funziona ancora da passe-partout. Fai una porcata? Dalle una coloritura politica e vedrai che gli italiani romanticoni e coglioni te la lasciano passare. Rubi per te? Sei un ladro. Rubi per te perché sei in lotta per un mondo migliore per tutti? Per un ideale, quale che sia? Vedrai, in fondo non sei proprio un ladro.»«Ma perché Raminghi ruba?»«Ruba. Ruba, parola grossa. Diciamo che si infila nei buchi si uno Stato giovane che ancora non si è abituato a far rispettare i propri interessi. Come un topo nel formaggio. E così, in questa gruviera che è il nostro paese, anche quelli che vogliono rovesciarlo, il Paese, facendolo tornare agli anni del regime, possono prosperare. Se poi questo serve a tenere i comunisti lontano dal governo .. »

Il romanzo di Daniele Manca è un racconto della Milano (e dell'Italia) degli anni sessanta: l'Italia del Cynar, dei televisori Phonola, delle osterie, della grande Inter, dei quartieri nobili come l'appartamento in via Crocetta di Enrica e dei quartieri dormitori come la “Corea.
Dove vivevano tutti i meridionali raccontati da Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli.
Non è l'unico contrasto in questo romanzo: l'Italia degli anni 60 (che già allora aveva perso la sua innocenza ma ancora non se ne era accorta) viene vista attraverso gli occhi dei due giornalisti, con due visioni del loro lavoro diverse.
Da una parte Enrica una giornalista determinata, di quelle che intendono cambiare il mondo col suo lavoro:

Si giocava tutto, con quell'inchiesta. Aveva messo le mani nella tana di uno dei serpenti più velenosi di quel rettilario che era il potere italiano.

E dall'altra parte Carlo, l'ingenuo Carlo, che faceva quel mestiere come fosse un lavoro qualsiasi:
Chissà come stava Carlo. Chissà se avrebbe capito; a volte sembrava solo un ragazzone ingenuo. Pareva non cogliere le connessioni, o non voleva vederle. Faceva il giornalista come se svolgesse un servizio per gli altri, come se l'obiettivo fosse far capire, come un giudice o chissà cosa. Non capiva che il suo lavoro doveva cambiare il mondo. Simpatico e divertente, sì, quello sì. Ma dell'Italia che si stava dividendo tra chi era dalla parte giusta e gli altri non gliene fregava niente.

Carlo l'ingenuo forse, uno “che aveva passato la vita a lasciarsi vivere”. Ma non ingenuo a tal punto dal non rendersi conto di essere stato usato da troppe persone per i loro scopi: di chi deve fidarsi per uscire dal gioco grande in cui è finito?
Dall'amico giudice, che lo mette a conoscenza dei documenti riservati sui potenti, che custodisce nel suo archivio segreto, per colpire qualche suo ex compare?
O del direttore del suo giornale, Baldori, che gli aveva affidato quel servizio per fare bella figura con la proprietà.

Sullo sfondo l'Italia, la sua coscienza opaca, le trame per il potere, degli equilibri politici che nessuna elezione doveva perturbare.
Il finale aperto lascia sperare che questo sia solo un primo capitolo per futuri sviluppi, sull'Italia degli anni del boom.
Quelli che avrebbero potuto modernizzare il nostro paese non solo nella facciata e che invece hanno portato, per usare le parole di Pasolini, ad uno sviluppo senza progresso.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli e qui il primo capitolo del libro.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


Diritti percepiti

Mentre ieri si scatenava la campagna social contro la sindaca Raggi e le dichiarazioni di Grillo (su ius soli e campi rom), il governo approvava con la fiducia la riforma del processo penale.
Mentre oggi verrà approvata la norma che re-introduce i voucher (con l'uscita dall'aula del gruppo MDP per non mettere in crisi il governo).

Ho come l'impressione che i diritti civili che entrano da una parte, come lo norma dello ius soli (che ieri Renzi ad Otto e mezzo chiamava più propriamente ius cultura) servano come cortina fumogena per nascondere le norme più indigeste contenute nella riforma della giustizia e nei nuovi voucher.

Per esempio la blanda riforma sulle prescrizioni, l'avocazione dei procedimenti se il pm non archivia o rinvia a giudizio dopo tre mesi (che significa un ingolfamento delle procure generali), la non divulgazione delle intercettazioni "non penalmente rilevanti".
E la delega al governo sulla riforma delle intercettazioni.

Ancora una volta viene da pensare: se l'avesse fatto il centro destra..
Poi ci sono i voucher: non sono solo lo ius soli e le unioni civili che toccano i diritti delle persone, anche le leggi sul lavoro riguardano i diritti e la vita delle persone.
Sui nuovi voucher che migliorano di poco alcuni aspetti (non si ritirano nelle tabaccherie) dei vecchi e in altri li peggiorano (riguardano le aziende con 5 dipendenti a tempo indeterminato, non hanno limiti sul numero di dipendenti e basta) è già stato detto abbastanza e le persone (specie quanti li hanno sperimentati sulla loro pelle) sono in grado di esprimere in giudizio.

E lo stesso vale per la corsa a destra del M5S, di cui si è parlato nei giorni passati.
Sono peggio le parole della Raggi o gli sgomberi delle persone in stazione centrale a Milano?
E il decreto Minniti coi daspo dei sindaci, basato sulla percezione della sicurezza in che direzione va?

Però, con la riforma del processo penale passata ieri alla Camera sono inasprite le pene per i reati che più sono strumentalizzati dalla politica: non la corruzione, l'evasione, ma il furto in abitazione, il furto con strappo, la rapina.
La politica della percezione e degli slogan trionfa.

14 giugno 2017

La Corea - da La Rossa di Daniele Manca


La Corea si era rianimata, il cortile sapeva riconoscere la pula da chilometri.
La Corea .. chissà come gli era venuto in mente il nome, a quel collega dell'«Europeo». Aveva chiamato così i quartieri di Cinisello, di Sesto, i nuovi orrendi palazzoni che avevano accolto gli emigranti venuti a spaccarsi la schiena alla Falck e alla Breda. Quei meridionali che avevano dato il milione di voti in più ai comunisti.
 
O per meglio dire, che si erano fatti infinocchiare dai comunisti. Chissà cosa si aspettavano. La rivoluzione, come in Russia? E pensavano che coi rossi al governo il lavoro sarebbe stato meno duro? Che in quelle fetide case di ringhiera sarebbero apparsi i bagni, come per miracolo? [da La rossa, di Daniele Manca Rizzoli]
C'è anche questo nel romanzo di Daniele Manca (oltre al racconto del mondo del giornalismo, gli intrighi per il potere e gli equilibri sconquassati dalle elezioni del 1963). La Milano dei contrasti: i quartieri del centro, coi portieri in livrea, e i quartieri delle periferie, per quei meridionali venuti dal sud per spaccarsi la schiena nelle industrie lombarde.
Quella classe operaia che non sarebbe andata in paradiso, nemmeno nel paradiso del comunismo .. 

Scelte a sinistra

Sul Fatto Quotidiano (lo potete trovare anche sul suo blog) Alessandro Robecchi parla della mucca in corridoio diventata mandria, del maiale in cucina che è vero che non si butta via niente, ma inizia pure a puzzare.
Fuori di metafora, la scoperta ipocrita che l'estrema destra (e il suo bacino elettorale) ancora esistono e nemmeno si nascondono. Loro e i loro simboli, come il fascio littorio sulla lista a Mantova, come la torta con la svastica di Casapound a Lodi (postata su Facebook senza alcun problema), come i cartelli contro i negozi stranieri affissi a Roma dai ragazzotti di Azione Frontale.

La destra è un serbatoio di voti molto appetibile a quanto pare: non solo la destra estrema, quella contro gli immigrati, delle ong come taxi, dei rom che rubano.
E' anche la destra dell'elusione, del falso in bilancio da togliere per non bloccare l'economia, della deregulation sulle regole ambientali (vedi decreto Sblocca Italia e l'atteggiamento del PD sul referendum per le Trivelle) e su quelle del mondo del lavoro (vedi jobs act).

Dopo le amministrative il vice di Renzi Martina ha detto che il centro sinistra per vincere deve stare unito, ma deve rimanere a guida democratica.
Ma deve decidersi però da che parte stare.
Non si può stare contemporaneamente con Pisapia e Berlusconi, dalla parte del jobs act con Marchionne e poi chiedere voti a sinistra.
Così come non si può parlare di centro sinistra e poi appoggiare lady Tosi a Verona, solo perché i tosiani hanno votato si al referendum.

Oggi tutti i partiti, non ultimo il M5S di Grillo, vanno a caccia di voti dell'elettorato di destra, col risultato di legittimare certi atteggiamenti che poi sfociano nella xenofobia.
Eppure quante praterie a sinistra.

13 giugno 2017

La Rossa, Daniele Manca - incipit


La Michela  
Milano, giovedì 2 maggio 1963 
Carlo cercò di mettere a fuoco il marchio del Cynar stampato sull'enorme specchio dietro il bancone del locale della Michela. La donna lo osservava già da un po' con uno sguardo a metà tra il divertito e l'affettuoso. Ironico, o và a sapere. Non le sarebbe mai crollato davanti. Non era soltanto la sua implacabile eleganza, aveva un trucco che in fondo era sempre lo stesso: fissarsi su qualche particolare, ricacciando indietro gli assalti dell'alcol alla bocca dello stomaco e al cervello.Ma c'era poco da fissarsi su quel grosso carciofo, o sul grottesco faccione della spuma Giommi, era  chiaro che aveva esagerato. 
«Ti piacerebbe se rimanessi a dormire qui?» 
Ci stava tornando troppo spesso in quel sottoscala. E sempre da solo. Di amici non ne vedeva girare molti intorno a sé, ultimamente. Per non parlare di donne. Non gli andava giù che la storia con l'Enrica fosse finita, e quella con l'Elisabetta, poi, gli era valsa giusto un tetto sulla testa e una branda su cui dormire.Gli restava la Giulietta.
Sembra l'inizio di un romanzo hard boiled americano degli anni '40, col protagonista alle prese con una sbronza.
Ma in questa caso il protagonista non è un investigatore, ma bensì un giornalista de Il giorno. Appena mollato (senza troppe spiegazioni) dalla fidanzata.
E rimasto solo, con la sua auto. La "rossa" Alfa Romeo Giulietta del 1960.


Inizia così il romanzo noir del vicedirettore del Corriere Daniele Manca "La rossa" (Rizzoli).
Un giornalista che poi si ritrova dentro una storia molto più grande di lui.
Uno scandalo nero, come il petrolio.

Dopo le amministrative

Astensione al 40% (a Genova arrivata al 50%).
Il centro destra che torna unito e riesce a tornare alla carica persino a Como, dopo i disastri del lungo Lago e delle paratie.
E non solo il centro destra in cui risorge Berlusconi: a Lucca Casa Pound arriva quasi al 9%.
A Trapani al ballottaggio arriva un candidato sotto inchiesta per corruzione.
A Catanzaro entrambi i candidati al ballottaggio sono sotto inchiesta.

E poi il centro sinistra: perde voti e rischia di perdere anche buona parte delle città ai ballottaggio. L'unica vittoria importante è quella di Orlando a Palermo (per dire, Orlando che dopo la sconfitta alle scorse primarie si era presentato lo stesso).
Non è riuscito a difendere nemmeno la candidata Nicolini a Lampedusa: il sindaco che era stata portata in America come una delle eccellenze italiane, aveva contro anche un altro candidato pd.




Oggi sono tutti a gongolare per la sconfitta del M5S, ma spunti per una riflessione su quello che ci aspetta ce ne sono per tutti.
A cominciare dall'astensione.

12 giugno 2017

La fine dei populismi altrui



Anna Ascani su Twitter 

Flop UKIP, Le Pen, M5S: tripla botta ai populisti. 
Forse l'Europa sta ritrovando l'anima. 
Ed è una buona notizia.

In 140 caratteri quelli che è il sentiment dei vincitori di questa tornata elettorale: il fu centro sinistra (in trasformazione nel partito della nazione) che si rallegra della sconfitta del 5 stelle (e degli altri populisti in Europa) con un messaggio dal sapore populista.
Perché populisti sono sempre gli altri.
Non Berlusconi, quello della rivoluzione liberale, del ghe pensi mi, del contratto con gli italiani, delle sparate contro i comunisti, contro i giudici ..
Nemmeno Renzi, per carità. Il segretario premier del #Matteorisponde, dei gufi e dei rosiconi, dai sindacati (quelli non discliplinati), dagli insegnanti, i giornalisti (quelli che fanno inchieste), alla minoranza (che può rimanere nel partito a patto che si faccia quello che dico io).
Figuriamoci se Salvini poi è populista: il segretario della Lega 2.0 sempre presente sui luoghi delle tragedie, andato a farsi i selfie a Lampedusa (a proposito, peccato Giusi Nicolini), a twittare su migranti in alberghi a 5 stelle.

Spariti i populisti ma spariti anche gli elettori.
Sparita anche la sinistra (specie in Francia, ma tanto siamo tutti Macron).
Può festeggiare il centro destra, fatto resuscitare dal nazareno prima e dall'accordo sulla legge elettorale (poi saltato o fatto saltare dal m5s, chi lo sa).
A Genova il centro destra di Toti ha preso il sostegno di quel mondo degli affari che prima stava col PD (per esempio il costruttore Stefanelli che deve realizzare un ospedale per la regione da 150ml di euro). 

Il m5s invece è bene che faccia una riflessione: il messaggio "fidatevi di me" funziona in rete ma non sulle urne. E questo è un paese dove, grazie al cielo, il voto è democraticamente espresso con un crocetta.

11 giugno 2017

Una volta a sinistra

C'era una volta una famiglia di quelle storicamente dette "di sinistra".
Di sinistra il padre, sindacalista nel settore tessile per anni, anni di battaglie per dare un lavoro alle dipendenti che lavoravano da casa, anni di battaglie anche andando in piazza, negli anni 70. Quando giravano manganelli e chiavi inglesi da una parte e dall'altra.
Battaglie concluse con l'occupazione della fabbrica per cui lavorava, fino al fallimento.
Da Longo, Berlinguer, fino a D'Alema e Veltroni, per passare attraverso Prodi fino a Bersani.
E ora Renzi perché - racconta - per battere Berlusconi serve a sinistra uno spregiudicato come lui. Uno che sa vincere.
La sinistra ha così vinto, ma forse è stata è stata anche lei battuta.
E ora, rivotare Renzi? E chi rimane?

Di sinistra anche la figlia: impegnata a scuola e nel volontariato, libri impegnativi e vacanze per luoghi d'arte.
Poi una famiglia, un marito, due figli.
E poi la parrocchia, l'unico strumento aggregante in questi piccoli paesi.
Altro volontariato, in Chiesa e a scuola.
E i primi disappori con la sinistra.
La sinistra che non sa aiutare chi è in difficoltà col lavoro.
La sinistra che accoglie gli extracomunitari e che si dimentica degli italiani che hanno sempre pagato le tasse.
E così, elezione dopo elezione, si è sempre spostata più verso destra, in modo inconsapevole.
E così la si sentiva discutere, in fondo Salvini ha ragione .. però Putin difende gli interessi dei russi .. 

C'era anche un figlio, in questa famiglia.
Era uno che aveva sempre sbagliato il treno da prendere.
Era diventato di sinistra quando il mondo andava a destra.
Era rimasto contro negli anni del delirio berlusconiano. Comunista comunista comunista ...
Rimasto a sinistra (anche ora, con le larghe intese) perché, alla fine, tutti gli altri posti erano già stati occupati.
Di quella sinistra accusata di aver sempre perso le elezioni.
Di quella sinistra destinata a perdere, zavorra politica, antistorica, ideologica, utopistica.
Con corbyn non andrete da nessuna parte (prima delle elezioni inglese) .. comunque Corbyn ha perso (dopo le elezioni)..

Perchè questo racconto, più o meno inventato?
Perché oggi, in uno strano silenzio, si vota per le elezioni amministrative in molti comuni, alcuni anche importanti capoluoghi di provincia.
E il vento porta lontano, lontano da quell'area che storicamente si chiamava di sinistra.
Paradossale poi, se si pensa che le stesse persone che sposano tesi di destra poi ammirano uomini forti come Putin, l'ex colonnello del Kgb, presidente della confederazione russa.

E che oggi porta avanti la propaganda pro Russia, anti europea, a colpi di fake news, finanziamenti a partiti e movimenti, in una nuova guerra fredda dove però non esiste più alcuna cortina di ferro o muro di Berlino (leggetevi gli articoli usciti sul mensile del Fatto Quotidiano Millenium).

10 giugno 2017

Il ragazzo che leggeva Maigret di Francesco Recami

Incipit (grazie a incipitmania)
L’inverno fu particolarmente freddo e umido. Neve bagnata, pioggia, e poi ancora nevischio che diventava acqua sporca appena toccava terra. Sulle strade si formava uno strato marrone di fanghiglia che la notte si congelava e il giorno dopo si scioglieva di nuovo.L’umidità penetrava nelle ossa di chi doveva per forza uscire di casa, in quelle opache e gelide mattine. L’ultima cosa che Maigret aveva voglia di fare era quella di alzarsi alle sei e un quarto, uscire nel gelo alle sette meno dieci, costeggiare il canale di scolmo, passare lungo la roggia abbandonata, e poi, giù, prendendo la strada bianca, attraversare il canale sul ponte di legno; in?ne, dopo il passaggio sbarrato, arrivare alla fermata della corriera, sul viale alberato. E lì aspettare la corsa delle sette e quattro minuti.Quando suonava la sveglia Maigret guardava fuori dalla finestra e sperava, sperava tanto una cosa sola: che fosse venuta una bella nevicata, di quelle vere, che tutte le strade fossero bloccate per giorni e giorni, che fossero chiusi tutti gli uffici pubblici, a cominciare dalle scuole. Una neve alta metri, che costringesse tutti a starsene a casa, anzi, a letto. Giorni di ozio forzato.E invece no. La grande nevicata non veniva. Cadevano solo quelle rade schegge di ghiaccio, di traverso, sospinte dal vento. Le strade erano scivolose, ma la corriera riusciva tutti i giorni, in qualche modo, a passare, e a portare Maigret a scuola in tempo.

Tutto, in questo romanzo, porta al commissario Maigret: a cominciare dal protagonista del racconto, Giulio, che viene chiamato proprio Maigret per la sua passione per i gialli di Georges Simenon.
Rimandano a Maigret gli altri personaggi del racconto, ambientato in un presente che però, per l'ambientazione di provincia, si fa fatica ad inquadrare in un preciso periodo.
Il guardiano della Chiusa, il commerciante, le tre vedove, il signor Conte.
Rimandano a Maigret (o ad altri romanzi di Simenon), in modo abbastanza esplicito anche i capitoli del romanzo: Il cane giallo, La scala di ferro, L'osteria da due soldi.
Insomma, un romanzo con personaggi alla Maigret, ma non un romanzo di Maigret, la mano e lo stile sono diversi e si sente.
Rimane però una lettura gradevole, non pesante, con una trama che veramente sarebbe potuta uscire dalla mente di Simenon, in uno dei suoi tanti romanzi lontani da Parigi, come Maigret e il caso Saint-Fiacre (anche questo citato in una pagina).

Immaginatevi come poteva essere Jules Maigret da ragazzino: robusto e grosso per la sua età, con un robusto appetito, le guance rosse, l'abilità nei lavori manuali (perché figlio del fattore dei conti di Saint – Fiacre) ma anche capace di perdersi via nei suoi pensieri. Osservatore acuto delle persone, delle loro stranezze (di quello che le rendono uniche nel mondo) e dei fatti strani che possono succedere anche nella campagna..
Ecco, avete di fronte la descrizione del nostro Giulio, detto Maigret, figlio del fattore dei conti di San Vittore.
È così tanta la passione per i gialli che, assieme al figlio del maresciallo dei carabinieri, voleva creare una piccola squadra di investigatori per i casi che capitano nel paese.
Piccoli casi, certamente. Finché, in una mattina di inverno in cui il freddo spingerebbe a rimanersene a letto e la nebbia ricopre tutto il paesaggio, mentre sta aspettando la corriera, Maigret scorge qualcosa:
Poi una folata sgombrò per un istante il campo e poté vedere cosa c'era sull'argine del canale, all'altezza della Chiusa numero 1.La sagoma di un uomo si confondeva con quella di qualcos'altro, che trascinava con sé a fatica. Lo teneva sotto le braccia, come si tiene uno che si sente male, o ubriaco.I due svanirono di nuovo nella nebbia.

Ha visto veramente qualcuno che stava gettando un corpo dentro il canale? Il corpo di un uomo appena ammazzato, magari? A furia di leggere gialli, l'immaginazione fa brutti scherzi .. eppure il nostro Maigret, mentre la corriera lo sta portando a scuola, è sicuro di quello che ha visto.
E non è l'unica stranezza di quella mattina: all'improvviso sulla corriera sale un uomo, mai visto prima (in paese si conoscono tutti). Ben vestito, come uno di città:
L'uomo era fradicio. Portava un lungo impermeabile marrone, sulla testa aveva un cappello, anche quello impermeabile e marrone, grondava acqua.In casi normali Maigret non ci avrebbe minimamente badato. Ma quel giorno quello «straniero» suscitava in lui molti interrogativi.[..]Per Maigret quell'uomo elegante era fuori posto. Sembrava vestito per andare a una prima teatrale, o a una festa danzante, o in crociera.

La testa di Giulio si riempie di tute le domande su questo signore, elegante e fuori posto, con due valigie che tiene strette in mezzo alle gambe e, cosa che lo rende ancor più stonato in quell'ambiente, due scarpe gialle completamente fuori stagione in quella mattina di inverno.

È successo un delitto nel piccolo paese di campagna dove, al massimo, si è arrivati a qualche rissa, alla caccia di frodo, qualche incidente di macchina?
E, se è veramente così, con chi parlarne?
La sua maestra di italiano, l'unica che lo capisce, cerca di convincerlo che si tratta solo di una suggestione.
Forse potrebbe raccontare qualcosa al padre, cercando di nascondere il delitto, facendolo passare per un cacciatore che stava facendo sparire qualche presa cacciata illegalmente.
Ma Maigret non è uno che si dà per vinto: “che cosa farebbe il vero Maigret se fosse al mio posto?” Difficile entrare nella testa del celebre commissario:
Forse questa era una delle ragioni della sua simpatia istintiva per il commissario Maigret. Il commissario parlava poco dei suoi pensieri e lo scrittore, Simenon, non li raccontava mai. E se non li sapeva lui, che aveva inventato quel personaggio .. C'era scritto se era innervosito, appesantito, arrabbiato, ecc., ma non erano mai riportate le sue riflessioni, che il commissario teneva per sé. Figuriamoci se le metteva per iscritto. Certo, uno se le poteva immaginare. Anche perché alla fine arrivava a delle conclusioni che servivano a risolvere i casi.

Maigret inizia una sua indagine personale, partendo dalla Chiusa e della parole allusive della figlia del guardiano. Per andare poi alla Locanda dei due soldi, dove incontra il Carrettiere, un cacciatore di frodo che, stranamente, ha un po' troppi soldi in tasca.
Origliando certe frasi pronunciate in osteria, sente parlare di un certo commerciante di vini, il signor Gottus Gobio, delle tre vedove a cui il commerciante faceva spesso visita (solo per affari?) ...
E forse non è solo suggestione, visto che, di ritorno dalle tre vedove, con un maialino di ceramica sotto il braccio che gli è stato donato, scopre che qualcuno lo sta seguendo.

No, il piccolo e imbranato Giulio, detto Maigret, aveva visto giusto. Sta succedendo qualcosa in quel piccolo paese. Qualcosa che tocca da vicino il Signorino, l'erede dei conti di San Vittore, questo commerciante scomparso, le vedove, il carrettiere in un enigma in cui Maigret si troverà prima vittima ma poi anche arbitro dei destini dei questi strani personaggi. Tutti con qualcosa da nascondere, come nei migliori romanzi noir di Simenon:
Quanti erano i punti che gli davano da pensare, che non tornavano? Quasi tutti.C'era una ragazza che faceva la misteriosa che dava la sensazione di conoscere un sacco di segreti sul canale e sulla Chiusa. C'era un padre che le impediva di raccontare quello che sapeva.Con tutta probabilità era scomparso un commerciante di vini, un certo Cottus Gobio, che tutti cercavano. Questo Cottus Gobio metteva lo scompiglio in mezzo a tre tranquille anziane vedove, che forse non erano così sprovvedute come sembravano.Che rapporto c'era fra quelle vedove e il Cottus Gobio? E che cosa c'entrava il Signorino? E perché cercava Gottus Gobio?Chi era l'attrice della TV.E che rapporto c'era fra le tre vedove e la famiglia Colussig? Perché lo aveva mandato dalla signora Colussig? E perché quel maialino rosa senza coda terrorizzava quella gente? E che c'entrava la signora Lavardet? E perché il Carrettiere aveva tutti questi soldi? ...

La scheda del libro di Sellerio

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09 giugno 2017

La cortesia

Intercettato dalla DIA, nel carcere di Ascoli, il capo famiglia di Brancaccio Giuseppe Graviano parla di Berlusconi, dei suoi esordi, del 1994 e di quella cortesia che gli avrebbe fatto: ne parla Giovanni Bianconi oggi sul Corriere

«Berlusca mi ha chiesto questa cortesia… per questo c’è stata l’urgenza di… Ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni in Sicilia… Lui voleva scendere… Però in quel periodo c’erano i vecchi, e lui mi ha detto ‘ci vorrebbe una bella cosa’». Così parlava il 10 aprile 2016, durante l’ora d’aria nel cortile del carcere di Ascoli Piceno, il boss mafioso Giuseppe Graviano, già condannato per le stragi del 1992 e del 1993, chiacchierando con il detenuto suo compagno di passeggio. E tre mesi prima, il 19 gennaio 2016: «Vuoi sapere la mia osservazione su Berlusconi? Questo ha iniziato, stiamo parlando quando era lui, dal Settanta, ha iniziato con i piedi giusti… ha avuto non dico niente, a fortuna, mettiamoci la fortuna da solo, e si è ritrovato a essere quello che è». Poco dopo Graviano aggiunge: «Quando lui si è ritrovato ad avere… un partito così nel ’94… lui si è ubriacato perché lui dice ma io non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato, mi sono spiegato?... Pigliò le distanze e ha fatto il traditore». 
Le microspie della DiaI dialoghi sono state intercettati nella prigione dove Graviano sta scontando diversi ergastoli al «41 bis», tra la primavera del 2016 e quella del 2017, e oggi i pubblici ministeri di Palermo Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi hanno depositato le trascrizioni di quei dialoghi al processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia a cavallo delle stragi mafiose. Nei dialoghi registrati dalle microspie della Dia, Graviano — il capomafia del quartiere palermitano di Brancaccio, agli ordini del quale si muoveva il pentito Gaspare Spatuzza che ha rivelato i suoi contatti con Berlusconi e Dell’Utri quando stava nascendo il partito di Forza Italia – secondo gli inquirenti sembra riferirsi proprio all’ex presidente del Consiglio quando dice al detenuto con cui passeggia, il 14 marzo scorso: «Venticinque anni mi sono seduto con te, giusto? Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, mi arrestano (Graviano fu arrestato a Milano nel gennaio 1994, ndr), tu cominci a pugnalarmi, per che cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi… dice non lo faccio uscire più, perché sa che io non parlo, perché sa il mio carattere… Perché tu lo sai che io mi sto facendo, mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta e senza soldi… alle buttane (le prostitute, ndr) glieli dà i soldi ogni mese… Io ti ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni, i giorni passano, gli anni passano, io sto invecchiando e tu mi stai facendo morire in galera…».

Anche queste (intercettazioni) finiranno tra le carte del processo sulla trattativa stato mafia (che non è presunta) di Palermo. 
Sono frasi che potrebbero essere interpretati come messaggi del mafioso (come quelli di Riina sempre dal carcere) che si sente deluso dal politico. 
Berlusconi.
Oppure, secondo un'altra interpretazione, sono messaggi inventati, giusto per screditare.

Di certo c'è che c'è ancora abbastanza da scavare su quei mesi tra prima e seconda repubblica. Quando si dovevano rottamare la vecchia classe politica, i vecchi residuati dei servizi, la mafia corleonese che si era permessa di fare la guerra allo Stato e che si era allargata troppo.

Nel suo libro (La strategia dell'inganno Chiarelettere), Stefania Limiti  cita una frase ancora più chiara, di Spatuzza:

un dialogo tra Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza. Alla domanda di Giuliano: «Ma noi perché abbiamo fatto questi attentati? Per Andreotti o per Berlusconi?»
Siamo a fine 1993 ed inizio 1994, Forza Italia stava nascendo e, sempre nello stesso periodo, la mafia abbandonava il progetto secessionista di Sicilia Libera per appoggiare totalmente i candidati della neonata Forza Italia (almeno così dicono i pentiti).
Bisognava far spazio al nuovo, o almeno a quello che appariva al paese come nuovo.