11 marzo 2019

Presadiretta – malati di farmaci


L'ultima puntata della stagione 2018-19di Presadiretta è stata dedicata all'abuso dei farmaci: il servizio di Danilo Procaccianti è partito da un allevamento di maiali, dove un'intera stanza è dedicata ai medicinali per gli animali, tra cui molti, troppi antibiotici

Gli antibiotici consumati in Italia si consumano per lo più in zootecnia: il 70% del venduto è usato negli allevamenti, tre volte tanto di quelli francesi; sono usati non per gli animali malati, ma vengono somministrati a tutti gli animali – raccontava al giornalista Simone, dell'associazione “Essere animali”.

Si danno antibiotici ai cuccioli più deboli, a quelli che sembrano più spossati, senza nessuna indicazione di veterinari

L'abuso di antibiotici non è solo negli allevamenti di maiali, ma si somministrano anche sulle mucche, sui polli: grazie a questo abuso abbiamo creato il fenomeno della antibiotico resistenza.

Altroconsumo fa ogni mese test su prodotti in vendita, tra questi hanno analizzato anche i petti di pollo, dove hanno riscontrato batteri resistenti ali antibiotici: sono batteri che possono essere trasmessi all'uomo se il cibo non è ben cotto, se c'è trasferimento con altri materiali della nostra vita quotidiana.

Anche Presadiretta ha fatto una sua analisi sui petti di pollo, a Torino dall'istituto del SSN che si occupa dell'igiene degli allevamenti.

Si è scoperto che in tutti e 40 i campioni analizzati erano presenti campioni di batteri resistenti agli antibiotici: quello per l'uomo è un rischio potenziale, ovvero che si sviluppi anche nell'uomo l'antibiotico resistenza, cioè dove nessun antibiotico in commercio è più in grado di combattere un'infezione di batteri.
Da notare come alcuni dei campioni provenivano da allevamenti bio, dove si dichiarava niente antibiotici,

Non si vuole fare nessun allarmismo, ma ci sono regole da seguire, come cuocere la carne bene, lavarsi le mani dopo che si sono toccati questi cibi.

Sono 10mila le morti legati all'antibiotico resistenza, persone che si ammalano per un'infezione contratta in un ospedale, che gli antibiotici non sanno più debellare.

Dalla carne all'insalata in busta: sono stati analizzati diversi campioni da un biologo della Bicocca.
Anche qui sono stati trovati batteri resistenti agli antibiotici, come gli enterococchi, l'escherichia coli: come per la carne, c'è il rischio potenziale di trasferire la stessa resistenza ai batteri presenti nel nostro intestino.

Il lago Maggiore e l'analisi dell'acqua: nemmeno l'acqua dei laghi è immune al problema, perché anche nel lago Maggiore, secondo uno studio del CNR, si trovano geni di batteri resistenti agli antibiotici.

Gli antibiotici si prescrivono spesso quando non servono, come contro l'influenza: è un'epidemia silente – spiega il dottor Rezza, dell'istituto superiore di Sanità, un bloproblema che non è ancora un'emergenza ma lo sarà quando non avremo più un antibiotico salva vita.

Solo per una infezione batterica serve l'antibiotico: basterebbe l'analisi del sangue o il test del minilaboratorio che è stato testato nel servizio, dal giornalista stesso.

L'impatto dell'antibiotico resistenza sulla nostra società è pari all'HIV, all'epidemia dell'influenza: un pericolo in termini di morti e di costi per il sistema sanitario, spiegano all'ECDC (Centro di prevenzione delle malattie infettive europee) di Stoccolma.
Si calcolano in 10mila le morti causate per infezioni che non si possono curare o che sono curate male nei nostri ospedali.
Danilo Procaccianti ha raccontato diverse storie dell'orrore di persone molte in un ospedale, per infezioni che non si è stati in grado di debellare, in Italia si muore per una banale infezione

Come hanno risolto il problema in Svezia
In Svezia consumano meno antibiotici in Europa perché controllano le prescrizioni di antibiotici fatte dai medici e perché si fanno ogni anno campagne di sensibilizzazione per le persone.
I medici fanno l'analisi del sangue prima di prescrivere il farmaco: questa è una battaglia che parte dal 1995, quando nel sud del paese si sviluppò un battere resistente.

Gruppi di esperti vanno a dare supporto ai chirurghi, ai medici di base, ai laboratori.
Danno importanza alla prevenzione, negli ospedali: sono 190 le morti per infezioni negli ospedali, in Italia sono 10mila (per una popolazione sei volte tanto).

I medici di base lavorano in laboratori pubblici non in strutture private, così le prescrizioni sono monitorate in modo centrale, in strutture dove ci sono infermiere che tranquillizzano i pazienti, danno loro informazioni su come curarsi senza antibiotici. L'obiettivo è curare le persone, non prescrivere farmaci inutili.

Dal 1986 in Svezia non usano mangimi con antibiotici: negli allevamenti c'è una cura che dovremmo imparare, in termini di standard di sicurezza, dentro un allevamento sembrava di entrare in un ospedale.

I loro sono allevamenti a regola d'arte per i polli e per i maiali: il benessere dell'animale passa dalle condizioni in cui vive, niente gabbie, niente antibiotici.

Il nostro ministero ha un piano contro l'antibiotico resistenza, ma mancano i soldi, così le regioni si muovono da sole, in FVG, in Liguria, in Emilia.

L'abuso di farmaci.

Ci sono cefalee che derivano dall'abuso di farmaci: le studiano al Carlo Besta di Milano.
E ci sono pazienti che pur di non perdere il lavoro, consumano farmaci in modo preventivo, abusandone: un circuito vizioso che provoca l'ansia da cefalea, depressione, dipendenza da farmaci.

Spendiamo 30 miliardi di euro in farmaci, di cui 7,3 miliardi pagati dai cittadini, altri miliardi sono spesi in integratori: noi italiani spendiamo in farmaci quasi 500 euro l'anno.

Tra i farmaci maggiormente venduti, quelli per l'ipertensione, gli inibitori della pompa protonica, l'aspirina.
Sono medicine prescritte in modo inutile: gli antiacidi devono essere usati solo in determinati casi, non quando si usano antinfiammatori o antibiotici.
Altro caso è quello degli spray nasali prescritti o venduti per un banale raffreddore, quando si sa che hanno effetti collaterali sproporzionati rispetto alle malattie da curare.
La cardio-aspirina è un'aspirina normale usata per le malattie cardiovascolari, come infarto e ictus, ma non è utile nei soggetti sani come prevenzione.

L'uso corretto dei farmaci ci farebbe risparmiare almeno 3 miliardi di euro: si prescrivono farmaci in modo inefficace, perché c'è un business dietro, come la prescrizione della vitamina D negli anziani.

L'immunologo Silvio Garattini, intervistato da Riccardo Iacona, ha parlato dell'inutilità di molte prescrizioni di farmaci, con una forte sproporzione tra il sud e il nord.
Garattini ha anche parlato del problema della legislazione europea che predilige la cura delle aziende che li producono meno quella dei pazienti.
Spesso si approvano nuovi farmaci che non sono migliori di farmaci esistenti: oggi i medici sono informati dall'industria farmaceutica, la maggioranza della sperimentazione è fatta dall'industria, servirebbero studi clinici indipendenti.

Siamo di fronti ad un consumismo malsano di medicine: il medico prescrive ma non paga, il paziente non paga e non decide e lo stato paga ma non decide – è quello che racconta il cardiologo Marco Bobbio.

Chi decide i valori soglia di colesterolo o ipertensione (ma vale anche per altre malattie) che poi portano a dover prendere dei farmaci? Sono specialisti che spesso sono in conflitto di interesse perché prendono soldi dalle aziende stesse.

C'è poi chi gioca sporco, come a Parma, regno del professor Fanelli, estensore della legge sulla terapia del dolore, arrestato dai carabinieri con l'accusa di associazione a delinquere per corruzione.
Col suo potere faceva diffondere l'uso di farmaci di aziende farmaceutiche compiacenti, i soldi ricavati venivano poi portati in suo società all'estero.
Sperimentazioni mediche fatte su pazienti ignari: carotaggi le chiamavano, erano esperimenti fatti anche su bambini che poi non potevano lamentarsi degli effetti collaterali.

Ricerche finte che sponsorizzavano i suoi farmaci e attacchi alle ricerche che facevano le pulci al suo lavoro.

La politica deve affrontare la questione del conflitto di interesse tra medici e aziende farmaceutiche e rivedere il prontuario nazionale, i farmaci che sono pagati in parte o in tutto.
Ll prontuario nel 2017 è costato 29,8 miliardi di euro: sono soldi spesi bene?

Liberare risorse per dare più salute, stanno arrivando nuovi principi che sono veramente innovativi – racconta il prof Li Bassi, nuovo D.G. dell'Aifa.

I documenti citati durante il servizio:

I rapporti ufficiali sull'utilizzo dei farmaci in Italia http://www.aifa.gov.it/content/rapporti-osmed-luso-dei-farmaci-italia …
Informazioni utili sull'antibiotico resistenza http://www.salute.gov.it/portale/p5_1_2.jsp?lingua=italiano&id=219 …

10 marzo 2019

La versione di Fenoglio, di Gianrico Carofiglio



Pietro Fenoglio pedalava senza tropo entusiasmo, ma seguendo con disciplina il ritmo assegnato. Sobbalzò leggermente quando si sentì toccare la spalla. Era Bruna, la fisioterapista, 3 lui non si era accorto del suo arrivo per via degli auricolari e della musica. 
- L'ho spaventata, maresciallo? 
- No, cioè, sì. Insomma, mi ha sorpreso. 
- Cosa ascolta oggi? 
- Bach. Quando vengo qui ascolto sempre o Bach o Mozart. Li conosco meglio e non devo impegnarmi troppo a seguire i passaggi, visto che sono già abbastanza impegnato a farmi torturare da voi.Lei gli fece il suo solito sorriso enigmatico. 
Fenoglio non era ancora riuscito a capire cosa significasse. A momenti dava l'impressione di una totale presenza, una consapevolezza profonda della situazione della situazione e dell'interlocutore; a momenti la sensazione di un allegro distacco, di una distrazione gentile: un essere altrove, ma trattando con cortesia chi era lì.

Non è un giallo, quello che vi trovate tra le mani, il romanzo di Gianrico Carofiglio, nemmeno un saggio sulla fisioterapia, state tranquilli: è un racconto di un incontro, tra un signore anziano prossimo alla pensione, Pietro Fenoglio, e un ragazzo di nemmeno vent'anni, Giulio.
Costretti a fare fisioterapia assieme, sotto lo sguardo vigile di Bruna, sguardo che genera qualche sussulto all'anima di Pietro, trovano il modo di conoscersi meglio e di passare quel tempo raccontandosi storie.
Anzi, per la precisione, è quasi solo Pietro Fenoglio, maresciallo dell'arma con tanti, troppi, anni di servizio alle spalle, a raccontare a Giulio storie prese dal suo passato.
Il giovane e il vecchio: il primo si è appena affacciato al mondo degli adulti e ancora non ha capito cosa vuole fare da grande, oppresso in questa scelta anche dalla figura paterna.
Il secondo invece scopre, quasi inaspettatamente il piacere del racconto, con una persona appena conosciuta: una necessità che deriva dal vuoto di entrambi, che li spinge alla confidenza, ad un aprirsi e a raccontare anche aspetti intimi della vita.
La mancanza di un vero padre per Giulio, che lo aiuti ad avere maggiore consapevolezza di sé stesso, meno paura di osare e anche sbagliare.
La mancanza di un figlio, tanto voluto e mai arrivato, per Pietro Fenoglio.

Si parte dai libri, da un libro in particolare, Un anno sull'altipiano, che Giulio sta leggendo e che anche Pietro ha amato e che, come sempre accade tra amanti della lettura, li porta a parlare di altri libri.
- Mi piace molto. In sostanza mi sembra un libro sull'imbecillità e sui danni che può provocare.Fenoglio annuì. 
- L'imbecillità, hai ragione. Sai cosa diceva su questo argomento Alexandre Dumas? Il padre. Stava per precisare chi era Dumas, non era scontato che un ragazzo di quell'età lo conoscesse, ma non fu necessario. 
- Dumas .. ho letto tutto, da piccolo. Mi piacevano le storie di vendetta, ero fissato con Il conte di Montecristo. 
- Ecco, Dumas diceva: preferisco i mascalzoni agli imbecilli, perché a volte si concedono una pausa.

A proposito di libri, come in altri suoi romanzi, Carofiglio ne cita diversi anche in questo: io ho provato, a mo di sfida, ad elencarli tutti, gli autori citati:
  • Alexandre Dumas
  • Emilio Lussu
  • Andrea Camilleri
  • Nietzsche
  • Arthur Conan Doyle
  • Georges Borges
  • Lawrence Block

La lettura lega entrambi, come anche il desiderio di scrivere: Giulio, come un desiderio sopito dal padre, che lo ha indirizzato verso gli studi da avvocato, Pietro, che si è trovato iscritto al corso da sottufficiale dei carabinieri.
“L'unico modo di preservare le storie è raccontarle” - spiega ad un certo punto Pietro a Giulio: le storie da preservare sono la prima indagine, da giovane vicebrigadiere dove fece un'importante scoperta, che portò all'individuazione dell'assassino, perché aveva guardato dove altri non lo avevano fatto.
La prima indagine e la prima menzogna, perché il giovane vicebrigadiere non aveva rispettato molto né la gerarchia né le regole d'indagine.
Ma l'indagine è un qualcosa di complesso: bisogna osservare, senza luoghi comuni, cercando quello che manca nel quadro d'insieme: occorre “osservare lentamente”, cambiare se serve punto di vista, altrimenti si continueranno a vedere le stesse identiche cose.
L'arte di investigare:
- Quindi si potrebbe dire che l'arte di investigare è l'arte di costruire storie? Fenoglio ci pensò un po' su. 
- E' una buona definizione, ma forse ne sceglierei un'altra. Direi che l'investigazione è l'arte del guardarsi attorno; sia in senso materiale che in senso metaforico.
Come funziona un'indagine? Come capire quando un testimone o un pentito, sta mentendo? Come si costruisce una falsa pista a partire da qualche sentito dire che si ingigantisce man mano che passa di persona in persona (come nel gioco del telefono senza fili)?
Come si interroga un testimone senza condizionarlo, senza mettergli in testa quella storia, quella verità che l'investigatore vuole sentirsi confermare?
Pietro racconta dell'indagine in cui, partendo dalla deposizione di un pentito, riuscì a far riaprire un caso, che aveva portato già ad una condanna definitiva contro un innocente che aveva confessato sotto la pressione di due colleghi di Fenoglio.
Succede anche questo, purtroppo nelle caserme (e nei commissariati): le sberle, le urla in faccia, la pressione psicologica, la tecnica dello sbirro buono e dello sbirro cattivo.
A volte funzionano, certo, ma a che prezzo, specie nei confronti della persona sotto indagine? Quante volte portano alla pista sbagliata, solo perché la persona sotto pressione fa quel nome che gli inquirenti vogliono sentire?
Il problema più serio è quando la violenza viene esercitata per chiarire i rapporti di forza: il delinquente deve capire chi comanda e secondo alcuni può capirlo solo così. Oppure per dare al soggetto un anticipo di punizione.

A qualcuno viene in mente quanto successo a Genova col G8?

Tocca poi a Giulio raccontarsi: la difficoltà nel prendere una decisione, la disistima e il poco coraggio, la voglia di scrivere e quel quaderno a cui ha affidato i suoi pensieri. Pensieri in cui raccontava del suo male interiore, della sua dissociazione dalla realtà, una forma di “anestesia” nei confronti del presente.

Anche chi deve avere a che fare ogni giorno coi delitti e col dolore, deve avere questa dissociazione, per motivi diversi però: lo “sconveniente odore della morte” (una frase presa da un poliziesco, Lawrence Block) ti si può appiccicare addosso e condizionare il tuo lavoro.
L'unica morte che Giulio ha visto è quella della nonna, uno dei passaggi più intensi e forse più importanti del libro: le donne, le discriminazione, la caccia alle streghe (come era considerata per un certo senso la nonna)
- .. Secondo lei le streghe erano il simbolo della rivolta femminile. Avevano rappresentato le avanguardie nella lotta contro il potere dell'uomo. I roghi, e in generale la violenza contro sulle donne, erano stati ed erano la risposta dell'uomo che aveva paura di perdere il predominio. [..] 
E aggiungeva che non ci sarà autentica libertà finché un uomo che ha molte donne sarà considerato uno che si gode la vita e una donna che ha molti uomini una prostituta.
Un libro, ancora un libro, sancisce la fine, momentanea, di quei racconti in fisioterapia. È un libro scritto proprio dalla nonna di Giulio che questi regala al maresciallo Fenoglio.
Un libro per dire grazie per quelle storie, per quegli insegnamenti, da padre a figlio, storie che rischiavano di andare perse finché non le hai raccontate a qualcuno disposto ad ascoltarti.
“Le storie non esistono se non vengono raccontate”.

Un incontro, per caso, che cambia (in meglio) il destino di entrambi i protagonisti di questo romanzo, come nella frase finale scelta per chiudere tutto, presa dal film di Bertolucci, Ultimo tango a Parigi: “Cambieremo il caso in destino”.


La scheda del libro sul sito dell'editore Einaudi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

09 marzo 2019

Come l'articolo 18

Il TAV come l'articolo 18: la grande opera, parte di un corridorio ferroviario presente solo sulla carta è diventata un totem, un'arma da usare per una battaglia solamente politica che poco ha a che vedere coi trasporti, con l'economia, con posti di lavoro.
Un'arma di battaglia su cui si sta combattendo una battaglia, tenendo in ostaggio un paese.
O TAV o morte. 

Si sbandierano numeri a caso su occupazione, soldi spesi (o risparmiati col mini TAV), sui camion che sarebbero tolti dalle strade.
L'unica analisi scientifica è stata demonizzata invendandosi pure la fake news sul suo autore, l'architetto Ponti, che avrebbe redatto un parere favorevole al TAV per la commissione europea.

Il TAV o la TAV come simbolo del distacco tra il paese e un pezzo di politica, imprenditoria, di giornalismo (che dovrebbe raccontare il paese, non fare da supporter).
Siamo rimasti fermi al TAV, come siamo rimasti bloccato sull'articolo 18 che, una volta tolto, avrebbe portato in Italia tante imprese pronte ad investire nel nostro paese.
Abbiamo visto come è finita.

Notizia di qualche giorno fa: i dipendenti di una cooperativa che lavorava per Zara, sono stati aggrediti da vigilantes che su di loro hanno pure usato il taser.
Questo è il mondo del lavoro, un mondo dove scopriamo oggi dai giornali, i lavoratori hanno perso potere d'aquisto negli ultimi sette anni per quasi mille euro.
Un mondo dove, per un lungo periodo, bastava gonfiare le statistiche sull'occupazione per dire che andava tutto bene.
Un mondo dove, grazie a quota 100, rischiamo di perdere medici e insegnanti che non verranno recuperati mai.

Lavoro, salari, salute, trasporto pubblico, qualità dell'aria.
Il TAV non impegna e unisce tutti: partiti di destra, sinistra, imprenditori, giornalisti a seguire e madamine.
Non impegna come la lotta contro il precariato, come la lotta contro la corruzione, come la lotta contro i rigurgiti fascisti (guardatevi la prima pagina di Libero).
Il TAV unisce Salvini a Berlusconi a Zingaretti.
A proposito di Zingaretti: faranno la medesima battaglia contro la legittima difesa di Salvini (sconfessando una legge analoga del governo Gentiloni)?.
Faranno la medesima battaglia anche per bloccare l'autonomia regionale?

Consoliamoci, per modo di dire, col servizio di questa sera di Presadiretta che parla dell'abuso dei farmaci:

Un’inchiesta di PresaDiretta sul mondo dei farmaci, tra antibiotico resistenza, iperconsumismo farmaceutico e conseguenze dell’abuso.
L’Oms ha lanciato un allarme sulla diffusione dell’antibiotico resistenza nel nostro Paese. Ogni anno in Italia l’8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione ospedaliera, casi che possono essere letali nel caso in cui l’antibiotico non funzioni. Più di 10.000 morti ogni anno, le infezioni fanno più vittime degli incidenti stradali.I batteri resistenti agli antibiotici possono essere ovunque, negli alimenti, negli ospedali,  ma anche nell’ambiente, nei laghi, nei fiumi. E PresaDiretta ha fatto analizzare in esclusiva campioni di alimenti per cercare la presenza di batteri antibiotico resistenti.PresaDiretta poi, è andata in Svezia, il paese che consuma meno antibiotici in Europa, a capire come si fa a tutelare la salute e usare meno antibiotici.E poi il disordine nell’uso dei farmaci. Secondo l’OMS  i farmaci veramente essenziali sono circa 430, mentre quelli commercializzati sono migliaia. Perché immettiamo sul mercato un nuovo farmaco se non è migliore del precedente? Si usano sempre in modo corretto i gastroprotettori, i farmaci per il mal di testa e per l’emicrania, quelli per il raffreddore, le statine e la vitamina D contro l’osteoporosi?Un viaggio di PresaDiretta, con testimonianze e interviste agli esperti, tra le conseguenze dell’abuso di farmaci. E poi l’Olanda, il Paese dove si prescrivono meno farmaci di tutta Europa. Come si educa a prescrivere e a utilizzare meno medicine?Un’intervista di Riccardo Iacona  a Luca Li Bassi neo direttore generale dell’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco,  sulle nuove linee guida nel settore e l’importante revisione del prontuario farmaceutico.Infine un reportage impressionante dagli Stati Uniti, dove è in atto una vera e propria epidemia da oppioidi da prescrizione, antidolorifici legali, analgesici potentissimi che creano dipendenza.Presa Diretta propone in esclusiva un'intervista al Prof. Rae Brown, Presidente della Commissione sugli analgesici presso l'ente statunitense che regolamenta i farmaci. Il Prof. Brown ha denunciato che le etichette dei farmaci dichiaravano falsamente l’assenza del rischio di dipendenza. E intanto quella degli oppioidi da prescrizione è diventata un’emergenza nazionale che sta uccidendo più persone dell’Aids.

08 marzo 2019

La regola del lupo di Franco Vanni



Più di ogni cosa, detestava la pianta di glicine. Con gli anni era arrivato a odiare tutto quello che un tempo lo aveva reso felice, mattino dopo mattino, nelle sue uscite di pesca. Il fruscio dell'acqua nera sullo scafo della barca. Il vento leggero dell'alba, che spazzava via l'oscurità. La vista del porticciolo che si allontanava, e degli alberi secolari protesi sul lago come volessero specchiarsi sulla superficie.

Un compleanno sul lago in barca che si trasforma in tragedia quando, nell'aria silente del mattino l'ideale per pescare, due colpi di pistola ravvicinati squarciano il silenzio. Un uomo che cade riverso su un canotto legato ad una barca, al largo del porticciolo di Pescallo.
«Proprio nel momento in cui il glicine entrò nel paesaggio, sentì il primo scoppio. Un colpo secco e senza corpo. Uno sparo di pistola. Poi l’incomprensibile urlo di un uomo. Quindi il secondo colpo, simile al primo.»

Steso sul fondo di un canotto si trova il corpo di Filippo Corti, che ora avrà poco da festeggiare essendo stato ucciso con un colpo alla testa: del delitto si occupa il maresciallo Salvatore Cinà, luogotenente della stazione carabinieri di Bellagio nota località turistica, in mezzo ai due rami del lago di Como.
Cinà è un maresciallo all'antica, carabiniere fin nei capelli: catanese trapiantato da anni in riva al Lago, senza alcuna simpatia per le investigazioni della scientifica e per il pesce di lago.
Ma con ancora minor simpatia per i giornalisti, che tiene bene alla lontana e per i poliziotti.
Ma a volte il destino è crudele, perché suo figlio è proprio quel Raffale Cinà poliziotto e miglior amico del giornalista Steno Molteni: bellagini tutti e due, compagni di gioventù e ora entrambi trapiantati a Milano.

Ne La regola del lupo, secondo romanzo del giornalista Franco Vanni, ritroviamo tutti i protagonisti del suo primo romanzo (Il caso Kellan), in un racconto che ha una cornice nuova, sia dal punto di vista temporale che dei luoghi: l'azione si svolge in un continuo avanti e indietro nel tempo e in un continuo cambio di scena, tra Milano, la città dove aveva vissuto il morto, Filippo Corti, rampante manager nel settore delle energie rinnovabili. E Bellagio, dove si svolgono le investigazioni dei carabinieri.

Diceva Agata Christie che in un delitto in una stanza chiusa, l'assassino è il maggiordomo: su una barca in mezzo al lago, isolata rispetto alla terraferma, il ruolo del maggiordomo lo può assumere solo uno dei tre amici di Filippo, presenti anche loro sulla barca per quel compleanno.
Tutti e tre avevano dei motivi di rancore contro la vittima: Andrea Castiglioni perché Filippo gli aveva portato via con l'inganno la villa di famiglia in via Mozart e anche un posto nella sua famiglia, di ricchi indistriali.
Marco Michelini, avvocato, perché in modo anche meschino, Filippo gli aveva fatto saltare la carriera di tennista professionista tanti anni prima, nonché l'amore di Priscilla, la terza persona sulla barca, che Filippo gli aveva portata via su un canotto sulle acque del Danubio in una vacanza a Vienna.
A Priscilla Filippo aveva portato via qualcosa di molto prezioso, lasciandola sola in un momento delicato della sua vita.
Ok, uno dei tre è un assassino, ma chi dei tre? E se si fossero messi d'accordo per fare un tranello all'ex amico?
«Aspetta, prima osservali da qui, poi ci parliamo. Guardare le persone è importante per capirle», disse il vecchio maresciallo.

E' compito del maresciallo Cinà capire la dinamica dell'omicidio, scoprire chi è (o chi sono) l'assassino (o gli assassini), andando ad ascoltare uno per uno i tre testimoni del delitto, cercando di carpirne le incongruenze nei loro racconti.
Lasciarli parlare, senza fare troppe pressioni ma senza aspettare troppo tempo:

«Perché alle persone, se le lasci in pace, viene più voglia di parlare. È come con le vongole, che dopo qualche ora in ammollo nell’acqua aprono il guscio e sputano la sabbia»

I racconti dei tre amici, o ex amici, di Filippo Corti, permettono al maresciallo di capire chi fosse quel quarantenne brillante e ricco, che da figlio dell'ex portinaia di casa Castiglioni era diventato manager di fiducia del patron, il signor Rocco Castiglioni.
«Questa mattina hanno ucciso un uomo a Bellagio. Hanno trovato il cadavere sul tender di una barca a vela fuori dal porticciolo di Pescallo.»

A chilometri di distanza, un'altra persona sta portando avanti una sua indagine, sempre su Filippo Corti: è Steno che, per le sue origini bellagine, viene incaricato di scrivere alcuni articoli per il suo giornale sulla vittima e sul delitto. Ascoltando le persone che gli erano accanto, come Matilde la cameriera della sua casa in via Mozart, ripercorre le tappe della vita del Corti: quando era solo il figlio della portinaia di casa Corti, l'amicizia col figlio dei signori Corti, Andrea, gli anni di scuola assieme.
.. cominciò a raccontare la storia di come Filippo Corti, figlio della portinaia dello stabile, era arrivato a comprare l’enorme casa padronale del suo unico vero amico d’infanzia, Andrea Castiglioni.

Una vita scandita da alcuni episodi che hanno cambiato la vita di Filippo e delle persone che gli stavano accanto: l'episodio del cane e del bullo della scuola, la partita a tennis in cui Michelini dovette rinunciare al tennis, la gita a Vienna...
Vivevano in un mondo fantastico di cui solo loro tre – Andrea, Filippo e Marco– avevano le chiavi. Un regno in cui i coetanei potevano essere inclusi o esclusi secondo il loro capriccio.

Finita l'epoca delle feste e del divertimento, le loro vite iniziarono a prendere strade diverse: Filippo, che non era più il filippino, il figlio della portinaia, aveva conquistato passo dopo passo, una posizione sempre più alta dentro quella famiglia e poi anche dentro l'azienda di famiglia.

In un flash back avanti e indietro nel passato, scopriremo perché quei tre ragazzi, giovani e belli, si erano persi di vista per anni. Fino a quella cena, organizzata da Filippo, che aveva proposto loro di festeggiare i suoi quarant'anni sul lago. Come una volta.

Un delitto, due colpi di pistola, tre sospettati con più di un motivo per detestare (se non peggio) quella persona. Ma chi è l'assassino?
Steno riuscirà a scrivere il suo articolo in tempo? E il maresciallo Cinà potrà chiudere la sua carriera nell'arma con la soluzione del caso?
Quei due colpi, di cui uno sparato dall'alto e l'altro sparato dal morto, quel grido lanciato prima di morire “lo sapevo” ...
A proposito, perché come si è meritato il soprannome di lupo, Cinà?
Da settimane alla stazione dei carabinieri di Bellagio arrivavano segnalazioni di vacche e animali da cortile aggrediti durante la notte.

Un lupo che faceva strage di pecore e mucche? No, un predatore più temibile,
«Non c’è lupo abbastanza forte da sopravvivere a un branco di cani», sentenziò, in tono definitivo.
«È questa la sua famosa regola?» domandò Sala.
Cinà annuì.

Attenzione, ho già detto che questo è un romanzo assolutamente inedito come forma: non aspettatevi una soluzione facile, il finale vi lascerà sbalorditi (e va fatto tanto di cappello all'autore Franco Vanni per la scelta).
Esiste una verità dei fatti? Oppure esistono diverse verità, a seconda di chi è lo spettatore dei fatti?
Buona lettura e, se vi capita, andate anche voi a farvi un giro a Pescallo, magari incrocerete anche voi Steno e la sua amica, la bellissima fotografa Sabine.

La scheda del libro sul sito di Baldini e Castoldi
L'intervista a Franco Vanni su Milanonera
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

07 marzo 2019

(Dis)valori di destra


Chissà ora che diranno i progressisti europeisti dopo che perfino la compagna Carfagna ha espresso soddisfazione per l'approvazione dell'inutile legge propaganda sulla legittima difesa.
Ma come, non era lei (come il compagno Crosetto, come Rotondi) una delle persone da rivalutare?

E, per mettere altra carne al fuoco, non avevamo detto che le ideologie erano morte, che le etichette destra e sinistra erano finite?
Dire "la difesa è sempre legittima" non è ideologia, anche questo? Anzi, a voler veder bene, è proprio una idiozia.
Perché a giudicare se, la persona che ha sparato (magari alle spalle) era in uno stato di turbamento, sarà ancora un giudice.

Le ideologie forse sono morte, visto che tutto ciò che potremmo etichettare "di sinistra" è considerato vecchio e antico: salari dignitosi, tutele per le fasce deboli e via discorrendo.
Non è un caso se una proposta di legge analoga sulla legittima difesa era stata presentata dal PD nel 2017.

Vi ricordate i sempre e soliti progressisti europeisti quando scoprirono che il reddito di cittadinanza era superiore a certi salari da fame? Vogliamo alzare i salari? Ma dove vogliamo arrivare?

No, con la sinistra, stanno morendo anche quelle che una volta erano i suoi valori di sinistra: la scuola libera e di valore per tutti, la sanità per tutti, la lotta contro le discriminazioni (per esempio quelle che costringono le donne a rimanere lontane dal mondo del lavoro).


Sono le idiozie che vivono e lottano insieme a noi.
L'idiozia delle grandi opere a tutti i costi.
Delle mani libere per le imprese.
Dei difensori della famiglia tradizionale, vecchi maschilisti repressi, secondo cui il ruolo della donna è solo partorire e crescere figli.

Ecco, a proposito di progressisti europeisti: stiamo rischiando una sanzione dalla Corte Europea per la qualità dell'aria nelle città italiane.
L'aria inquinata che ci costa migliaia di malati e di morti per malattie respiratorie.
L'Europa ci aveva chiesto di fare qualcosa (come dovevamo far qualcosa per il ciclo virtuoso dei rifiuti).
Ma valori come ambiente, salute, vincoli per le imprese nel ciclo rifiuti sono cose antiche, vecchie, senza appeal.

06 marzo 2019

Grandi opere inutili - l'analisi di Marco Ponti

L'articolo di Marco Ponti pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi, sui venti anni persi a discutere (e a sprecare soldi e tempo) sulle grandi opere:

Le Grandi Opere nascono trionfalmente nel 2001 con Berlusconi, ovviamente senza bisogno di alcuna analisi di alcun tipo: le ha decise lui e tanto basta. Il Pd strilla fortissimo. Poi un po’ meno forte, alla fine contro una sola su 19, il ponte sullo Stretto di Messina. Nei governi successivi emergono voci dissonanti dal “nuovo che avanza”: Matteo Renzi e il suo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio esprimono perplessità su questo uso dei soldi pubblici. Delrio, appena diventato ministro, con molto coraggio dichiara che occorrono accurate valutazioni per decidere, e mette a punto delle linee-guida, basate sull’analisi costi-benefici. Anche lo scrivente, entusiasta, collabora, insieme a molti altri studiosi. 
Improvvisamente arriva la Grande Svolta Operistica di Renzi: deve raccogliere consensi, e cosa c’è di meglio delle Grandi Opere? Anche se risultassero inutili, si saprà tra un decennio, intanto si fanno contenti i costruttori, i sindacati (allora la Fiom di Maurizio Landini era contraria…), i politici locali e gli utenti che, indipendentemente da quanti saranno, non pagano. I contribuenti non sanno e non protestano.
Delrio si adegua e rinuncia a ogni analisi, persino alle previsioni di traffico. C’è grande costernazione tra molti studiosi, ma non tutti. Anche l’introduzione di un po’ di concorrenza nei trasporti, che era nel programma iniziale renziano cui lo scrivente collaborò, si ferma (vedi la fusione tra Ferrovie e Anas per creare un colosso pubblico senza molto senso se non anti-concorrenziale).
 
Con questo nuovo governo il programma iniziale di Delrio riprende la marcia, certo in modo in po’ affrettato: molti cantieri sono stati incautamente avviati o resi difficilmente reversibili. E fare analisi costi-benefici, per la prima volta, potrebbe servire a dire anche dei “No” motivati.
Nere nuvole si addensano su alcune opere pubbliche di dubbia utilità, o almeno priorità. Mai era successo prima: giustamente gli interessati, che a vario titolo si aspettavano i 133 miliardi promessi dal governo precedente, reagiscono attraverso i media. Il sistema delle grandi opere pubbliche in tutto il modo è poco aperto alla concorrenza, per ragioni tecniche sulle quali qui non possiamo dilungarci. La riprova è che quelli delle maggiori imprese nazionali sono sempre in prima linea in queste battaglie: se ci fosse anche una remota possibilità di gare vinte da perfidi stranieri forse si agiterebbero meno.
 
Anche il mondo accademico si mobilita per la causa: studiosi che mai hanno pubblicato qualcosa sul tema, ma soprattutto che mai hanno fatto realmente analisi costi-benefici, si trovano espertissimi della materia, criticando severamente la metodologia che rischia di dire dei “No”. A questi ovviamente si aggiungono studiosi che analisi ne hanno davvero fatte, ma che per ragioni stranissime non hanno mai (mai!) avuto risultati negativi. “Tutto va ben, madamina la marchesa”, perché dubitare dell’avvedutezza dei nostri saggi governanti? Certo le metodologie che dicono dei “No” devono essere sbagliate. Che il settore abbia una fenomenale storia di corruzione e di penetrazione della malavita organizzata è un altro dettaglio del tutto trascurabile.
Ora, val la pena di ricordare qualche aspetto macroeconomico che caratterizza il settore delle grandi opere civili: creano molta poca occupazione per euro speso (sono capital-intensive), tale occupazione è temporanea, ci vogliono dieci anni a finirle (cioè non sono anticicliche), rispetto ad altri settori hanno un modesto contenuto di innovazione tecnologica, sono alquanto impattanti sul territorio, e, come abbiamo già visto, non sono molto apribili alla concorrenza (mentre sono più apribili ad altri attori meno simpatici…). Se hanno un rapporto benefici-costi negativo, fanno diminuire il Pil, non lo aumentano (in realtà la faccenda è più complicata di così, ma non ci si può dilungare qui). Tutto il contrario di investimenti in tecnologia e in manutenzione dell’esistente, soprattutto nel settore dei trasporti.
 
Guardiamo il futuro: lo sviluppo del Mezzogiorno sembra a chi scrive una priorità certo ancora maggiore che intervenire nel Nord sviluppato. E non sono certo opere civili o di trasporto di dubbia utilità che lo faranno crescere. Secondo molti studiosi anzi queste sono un “gelato al veleno”, dati i rischi che, per ragioni geografiche e demografiche, rimangano fortemente sottoutilizzate.
Qui davvero la tecnologia e la manutenzione sembrano scelte irrinunciabili, e le analisi economiche e finanziarie possono essere un fondamentale strumento per migliorare le decisioni, piuttosto che la secolare tradizione dell’“arbitrio del principe”.

05 marzo 2019

Cose criminali

La visita ai cantieri del TAV (del tunnel esplorativo) è il prezzo che Zingaretti deve pagare alle correnti ostili interne, per non passare come amico dei grillini, e anche per le prossime elezioni regionali in Piemonte.
Avrebbe potuto scegliere un altro modo, per cominciare la sua segreteria o un altro posto: una visita a Taranto, al quartiere Tamburi, dove i bambini non possono andare a scuola.
In Sicilia, per capire cosa sta succedendo nel PD siciliano con l'arresto dell'ex deputato Ruggirello, ex deputato regionale e candidato (non eletto) alle ultime elezioni per il Senato.
Oppure in Calabria, dove oggi hanno arrestato degli imprenditori italiani che facevano lavorare a nero, per pochi spicci, dei migranti (con l'aggravante della violenza sessuale.
Dalla Calabria avrebbe potuto fare una puntatina al nord, nel milanese, dove ogni tanto i siti (illegali) di stoccaggio rifiuti vanno a fuoco.
Ecco, queste sì che sono storie criminali.
Il blocco del tunnel in Val di Susa (su cui leggo che nemmeno i francesi hanno ancora messo un euro), è solo una questione di facciata.

04 marzo 2019

Il nome della Rosa, la serie

Le radici cristiane dell'Europa, lo scontro tra papato e impero, la Chiesa (nel periodo della cattività avignonese) preoccupata per il potere che non dei poveri.
E, per contrasto, il crescere dei movimenti minori che, nella loro fede mistica, si lasciavano andare in violenze e saccheggi.
Potremmo rileggere Il nome della rosa in controluce e vederci delle attinenze col presente: elite che si preoccupano solo del perpetuare del loro potere che, per contrasto, alimentano i populisti e le forze contro. 
Le elite e il popolo.

“Cosa vi terrorizza di più della loro purezza?”
“La fretta”.

Questo è uno dei passaggi che più mi ha colpito del libro: il fanatismo religioso, la ricerca di una giustizia terrena ora e adesso, spesso indistinguibile dall'avidità e dalla bramosia dei beni terreni.

Sono proprio curioso di vedere questa sera la serie TV dal libro di Eco

Il nuovo corso di Zingaretti

Se il PD intende veramente fare opposizione a questo governo, riconquistare i suoi elettori, dare una svolta alla politica di questo paese, dovrà scontentare qualcuno.
Il cambiamento non può essere indolore.
Basta leggere tra le righe come la destra commenta l'esito delle primarie e la vittoria di Zingaretti.
E poi i commenti dei renziani (se scrivevano #nicolastaisereno sarebbe stato meglio).

Magari non fermarsi al TAV ma pensare al trasporto pubblico in toto.
Non fermarsi al jobs act (e alle solite guerre dei numeri) ma pensare alle disuguaglianze, alla povertà, ai diritti globali (il salario minimo, per esempio).
Siamo sicuri che non serva una patrimoniale?
Dove vogliamo prendere i soldi per combattere la povertà, per i nuovi investimenti pubblici, per fermare l'emorragia di personale dentro scuole, uffici giudiziari e ospedali?
Vogliamo veramente inseguire la destra sul suo terreno, gli attacchi alla magistratura, il populismo sguaiato, il federalismo regionale che nasconde una secessione delle regioni ricche?

Sono tanti gli osservatori attenti sul nuovo corso della segreteria di Zingaretti, a sinistra ma anche a destra.
Vedremo.

PS: a Modena va a fuoco un altro capannone dove erano stipati rifiuti che forse non dovevano stare lì, l'ennesimo rogo di rifiuti al nord di cui si è occupata la scorsa puntata di Presadiretta.
Altro punto da cui partire: le ecomafie, trasportatori collusi e imprenditori senza scrupoli, qui al nord, nella nuova terra dei fuochi.

03 marzo 2019

Presadiretta – nord, terra dei fuochi


Come mai al nord gli impianti di rifiuti bruciano? Chi gli ha dato fuoco, la criminalità?
E perché i rifiuti non li smaltiamo?

La seconda inchiesta parla del Costarica e dei suoi parchi: un paese che usa solo energie rinnovabili.

L'incendio del 15 ottobre 2018, che coprì il cielo di Milano con un fumo denso: a Quarto Oggiaro andò a fuoco un capannone zeppo di rifiuti, dell'azienda IPB.
Fedrighini, esponente dei comitati ambientali, ha mostrato alla giornalista una foto con tre diversi focolai: forse un incendio doloso in un sito che non doveva contenere rifiuti.
Si voleva nascondere qualche materiale il cui smaltimento poteva avere costi onerosi?
La Mobile di Milano questa settimana ha arrestato 15 persone con l'accusa di traffico di rifiuti: negli ultimi mesi sono 261 gli incendi in impianti che trattano rifiuti, la metà dei quali sono avvenuti al nord.

Colpa dei beni a basso costo prodotti dalla Cina: per imballare i suoi prodotti la Cina ha importato per anni plastica da riciclare. Fino a quando la Cina ha deciso di non importare più queste plastiche per svilupparle in casa: la Cina ha dunque capito che riciclare conviene, ma c'è anche una volontà politica dietro, perché questa scelta discende dai dazi di Trump.

Cosa sta succedendo al nord? Che legame c'è con lo scontro Usa Cina e la guerra dei dazi? Qual è il ruolo delle mafie?
LE inchieste sui rifiuti raccontano dell'arretratezza del nostro ciclo di riciclo dei rifiuti: l'inchiesta di Sabrina Carreras è partita da Asti, dalla Benassi.
Esportavano plastica in Cina, prima del blocco: ora hanno un surplus di materiale che si è deprezzato.
Stesso discorso per la carta riciclata: i magazzini italiani si stanno riempiendo di plastiche e di carta, che non riusciamo ad esportare.
Noi siamo leader nella raccolta della differenziata: ma le aziende italiane non riescono a competere con le concorrenti estere – racconta il capo della rete Relife – perché non riescono a fare gli investimenti necessari per riciclare i materiali.

Il rifiuto del riciclaggio va a smaltimento con un costo a 160euro a tonnellata, un costo che è quasi raddoppiato in pochi anni e sono pochi i siti che li accettano.
Ecco perché bruciano i siti: abbiamo tanti rifiuti che non riusciamo a smaltire, quelli che una volta mandavano in Cina.
E che rimangono stipati in capannoni abbandonati e che oggi vanno a fuoco: ci sono imprenditori criminali nel settore dei rifiuti che oggi stanno cercando di lucrarci sopra, raccontano i carabinieri del nucleo rifiuti.
Il nord attira la maggior parte di rifiuti, perché qui ci sono gli inceneritori: questi imprenditori anziché trattare i rifiuti in modo corretto, li bruciano e così risparmiano i costi.
E possono chiedere prezzi che mettono gli altri imprenditori onesti fuori mercato.

A Corte Leona è stata scoperta una organizzazione che aveva di mezzo trasportatori, un imprenditore che procacciava capannoni dismessi: in questi i camion sversavano rifiuti anche in pieno giorno.
La dottoressa Dolci della DDA, intervistata, spiegava come oggi si stia cercando di capire se c'è una regia unica della mafia: è un traffico che prevede pene molto basse, dunque il traffico di rifiuti conviene, solo pochi anni di carcere (se si prende il carcere).

Sui roghi degli impianti bisogna tenere gli occhi aperti, si ripetono più spesso: dovremmo investire di più nel riciclaggio, ma oggi, chi paga i roghi?

Dopo un rogo bisogna chiedersi cosa si è liberato nell'aria, cosa si è deposita nei terreni: Tiziana Siciliano, capo del pool ambientale di Milano, spiega che la legge sugli ecoreati è poco chiara nello stabilire le soglie di punibilità.
LA Diossina è pericolosa, anche a dosi basse, se si è esposti nel tempo.
Ma a Corte Leona i rifiuti sono ancora lì, all'aperto e sarà il comune a dover bonificare.
Anche a Gessate è stato trovato un capannone di rifiuti in mano a società con strutture complesse, è difficile risalire ai proprietari: così il sindaco ha ora l'onere di gestire quella bomba ecologica, sia per il controllo che per la bonifica.
Un costo stimato in 300 mila euro, una spesa che bloccherebbe la spesa corrente del comune per diversi anni: è un problema che anche altri comuni della Lombardia hanno e servirebbe una legge organica.

Il TMB è un impianto di trattamento rifiuti a Roma, pubblico, nel cuore di un quartiere di Roma: la puzza dei rifiuti ha ammorbato un quartiere. È andato a fuoco nel dicembre scorso e gli investigatori stanno cercando di capire se è stato un rogo doloso o meno.
La gente del quartiere è esasperata per la puzza e non solo per quella: qui arrivava il rifiuto “tal quale” da tutta Italia, un impianto a poche decine di metri dalle case delle persone, da un asilo nido.

L'impianto appartiene all'AMA, ha avuto l'autorizzazione nel 2011: da quella data la puzza dei rifiuti ha impregnato l'aria, le persone che abitavano a fianco erano costrette a rimanere chiuse in casa e a coprirsi la bocca, poi i bruciori agli occhi, alla gola.

Alle proteste dei cittadini l'AMA ha risposto che avrebbe messo dei filtri, ma nel frattempo la gente se poteva scappava, causando anche un danno ai commercianti.
Le istituzioni di Roma non hanno fatto nulla, anche perché manca una legge nazionale che regoli la questione degli impianti vicini alle case: la carenza normativa implica che non si possa chiudere l'impianto, solo perché coi suoi miasmi rende invivibile la vita attorno.
MA il TMB lavorava anche in modo sbagliato i rifiuti: troppi rifiuti che riempivano le fosse, perché Ama non aveva sbocchi per i rifiuti della capitale.
L'impianto era un modo per nascondere i rifiuti della capitale, quando non si poteva portarli fuori regione (visto che nella regione Lazio c'è carenza di inceneritori e di discariche).

L'ex assessore Montanari aveva promesso che l'impianto sarebbe stato convertito, ma le persone non si fidano più del comune.
Il bilancio dell'Ama è stato bocciato, si aspettano nuove nomine: si attende il nuovo piano industriale per la città, visto che la percentuale di raccolta differenziata è sotto la media nazionale.

Se non ricicliamo, se non sfruttiamo l'economia circolare, andiamo a buttare un tesoro.

Il caso Treviso.

Treviso dovrebbe fare scuola per tutta l'Italia: i cittadini virtuosi sono premiati, pagano il 34% in meno rispetto alla tariffa nazionale, perché riciclando i rifiuti si recuperano dei beni, da cui si ricavano dei soldi.
E riciclando si attirano investitori e altre imprese: la Fater smart ricicla i pannolini, per le 900 mila tonnellate che oggi normalmente vanno in discarica. Alla Fater smart recuperano cellulosa, plastica e altri polimeri: tutto con tecnologia italiana.
Si è creata una nuova filiera ecologia in cui tutti ci guadagnano: peccato che manchi una legge che consenta a questa azienda di poter vendere i propri prodotti, che non sono più rifiuti.
In un rimpalleggio di responsabilità si aspetta un decreto da dieci anni.

Ecopneus è un consorzio che si occupa del riciclo dei pneumatici: non si possono più portare in discarica ma da loro si possono tirar fuori tanti prodotti.
Anche qui, come a Treviso, manca una legge che consenta di vendere i prodotti che si ottengono dal riciclo.

Ideaplast ricicla la plastica, per realizzare prodotti come la cassetta in uso nei supermercati, che non avrà mai fine vita, potrà essere riciclata a sua volta, per diventare giocattolo.
Tutti ci guadagnano: i supermercati, i cittadini, la Ideaplast.
Lo Stato e le pubbliche amministrazioni dovrebbero scendere in campo: nel 2016 è stata emanata una legge per invogliare l'acquisto di prodotti riciclati.

Significa, col Green impact procurement, dare mercato ai prodotti green, riciclati, si creano posti di lavoro in aziende che fanno riciclo, si tolgono rifiuti che magari finiscono nelle mani delle mafie.

L'asfalto in plastica riciclata: trent'anni fa era stato sperimentato in Italia l'asfalto in plastica riciclata, l'inventore era il professor Ganapini ed era stato prodotto dalla Enichem.
L'asfalto è stato sperimentato a Ragusa, un posto con le condizioni peggiori, per il caldo e la salinità.
Era un asfalto migliore di quello “normale”: avevamo tutto, il bitume, la tenologia, i rifiuti, ma poi alla fine la politica decise di bruciare quei rifiuti, per fare energia.
E così alla fine non si è fatto nulla: la politica decise che conveniva mangiare sopra le buche nelle strade, nei costi per creare i costosi impianti inceneritori.

Abbiamo perso troppo presto la gara per l'innovazione: fino agli anni 90 avevamo le migliori tecnologie per le pali eoliche, facevano i gestori per i biogas, avevano a Nettuno la fabbrica per fare il silicio, potevamo fare un circuito virtuoso con cui mettere assieme la ricerca, l'industria per il bene dell'ambiente.
Abbiamo perso tutte queste industrie, spendiamo poco in ricerca. E la politica che fa?
Parla di immigrazione, di cantieri da aprire, di TAV, sta dando alle regioni le chiavi per la gestione dell'energia e dei rifiuti, ognuno potrà fare di testa sua ..
No, i temi ambientali sono decisamente fuori moda.

Sulla pagina Facebook di Presadiretta trovate tutti i documenti citati nel servizio.

Il verde Costarica

Il Costarica fa 5 ml di abitanti: tutta l'energia del paese arriva da fonti rinnovabili, una sola bolletta da 50 dollari al mese, per tutti gli elettrodomestici.
Pale eoliche per prendere energia dal vento e realizzate da un'azienda pubblica (il privato non può per legge superare la quota del 30%).
Centrali idroelettriche che sfruttano l'acqua delle grandi riserve idriche.
Batterie che immagazzinano l'energia prodotta che viene messa in rete in modo da non perderla: reti locali che si scambiano energia uno con l'altro.
Tutti gli impianti sono realizzati tenendo conto delle comunità.
L'energia in surplus viene venduta agli altri paesi del centro America.

Altra risorsa che viene sfruttata è il geotermico: ci sono diversi impianti, anche di provenienza italiana, per estrarre il calore dalle profondità sottoterra e che emanano solo vapore nell'aria.

Ci sono poi gli impianti solari, anche quelli dei privati sui tetti delle case e degli hotel: gli impianti solari costano alle famiglie 1000 dollari circa e si rientra nei costi in tre anni.

La Costarica è una democrazia da 200 anni, dal 1949 non ha un esercito e i soldi risparmiati sono investiti in istruzione e ricerca.
Le energie fossili non sono usate, perché li costringerebbero ad importarli dall'estero, diventando dipendenti.
Sono un piccolo paese ma hanno una domanda di energia superiore ad altri paesi della stessa zona: il Costarica è la dimostrazione che è possibile usare in un paese solo energie rinnovabili, basta solo la volontà politica.
E anche i produttori di caffè hanno seguito la scelta ecologista, per la raccolta e la produzione, in modo sostenibile e senza carbone o petrolio.

Rimane da affrontare il problema delle emissioni delle auto che costituiscono il 40% del totale: i trasporti e la mobilità nelle città sono la prossima sfida del paese.
La direzione è quelle delle auto elettriche, entro il 2035 si vieterà la vendita di auto a benzina, che sono tassate per raccogliere soldi per la migrazione all'elettrico anche nel trasporto pubblico.

Il prof. Micangeli ha parlato del sistema minigreed, mini reti con cui scambiare quell'energia che uno è in grado di produrre e che è in surplus: un modello che è applicabile non solo nei paesi in via di sviluppo ma anche qui da noi.

Il Costarica difende e custodisce il proprio patrimonio ambientale: difendono le piante, le biodiversità degli ecosistemi. Si difendono piante e animali come si difendono le persone.
Il tutto per dare al paese (e anche al mondo) un futuro migliore.

02 marzo 2019

Marzo per gli agnelli, di Mimmo Gangemi


Incipit

Zi’ Masi d’aspetto si mostrava più vecchio dei settantatré anni lì lì da compiere. Nei movimenti no, era agile più d’un gatto. Alla minima espressione del volto la pelle gli s’increspava in rughe ravvicinate e sottili, la carnagione se la pattava con quella di un marocchino abbronzato,aveva occhi svelti, cupi e sanguigni e le gambe storte da stagliare, nel mezzo, la luce di un rombo.

Ancora una volta la Calabria, raccontato con l'occhio attento, disincantato di Mimmo Gangemi: il paradiso in terra per la bellezza dei paesaggi, del mare, i boschi e le macchie mediterranee.
L'inferno, invece, per causa di una politica che è scesa a patti con la criminalità organizzata, delegandole il controllo del territorio, mano libera sugli affari, sugli appalti pubblici, sui suoi traffici criminali.
Marzo per gli agnelli prende il nome da un detto calabrese (che in forme simili troviamo in altre regioni) che significa per ogni cosa esiste il suo tempo, come marzo è il mese in cui si macellano gli agnelli per Pasqua.
«Alle serpi bisogna tagliare la testa prima che morsicano», Saso con la sua voce rifiatata a rantolo e che stonava in tanta abbondanza di figura. Il vecchio agitò avanti e indietro la mano fascista e «c’è marzo per gli agnelli» scandì piano.

In gergo ndranghetista vuol dire che certe vendette su persone da mandare all'altro mondo, per uno sgarro, perché si stanno mettendo di mezzo in un affare, perché cercano di espandere il loro potere, va fatta al momento giusto.
Ma forse questa è la ndrangheta di una volta, quella ancora legata ai vecchi riti, Osso Mastrosso e Carcagnosso, le donne e i bambini non si toccano, l'onore dei boss.
La ndrangheta oggi, delle nuove generazioni ha fame di soldi e potere. Subito e senza compromessi: per questi soldi e potere è disposta a passare sopra a certi equilibri tra famiglie. Come il giovane rampollo dei Survara, Carlo:
Un gagarino. Bello di fuori e brutto di dentro, pensò. Non si faceva scrupolo di niente. Rognoso, viscido, spavaldo. Uno ch’era difficile giungesse a godersi la vecchiaia.

In questo ultimo romanzo di Mimmo Gangemi, che possiamo leggere come un giallo senza eroi, senza buoni, al centro del racconto c'è una speculazione edilizia su un tratto di costa, ad uso agricolo, su cui costruire un albergo di lusso con tanto di attrezzature sportive, spiagge private e tutto il necessario per garantire una vacanza di lusso per pochi clienti vip.
.. un’imponente struttura alberghiera gradevolmente inserita nella campagna. Intorno, un edificio a pianta ottagonale con il ristorante e il bar, un altro per i congressi ..

Un affare in cui c'è dentro la ndrangheta, una serie di famiglie legate assieme da antichi rapporti, forse anche di stima, ma che proprio questo affare potrebbe incrinare.
Affare che stanno organizzando mandando avanti dei prestanome per comprare dei terreni, oggi pietraie nemmeno buone per crescere ortaggi, da poi confluire in una società che dietro ha un complicato meccanismo di società anonime, per impedire che qualche curioso voglia risalire ai veri padroni.

Non usa mezzi troppo sofisticati la ndrangheta per convincere gli acquirenti a vendere: ma le minacce non sempre funzionano. Non funzionano per esempio nei confronti di Giorgio Marro, avvocato che dalla vita ha perso tutto e che dunque non ha più nulla da perde.
Due figli di cui uno morto e l'altro ridotto allo stato vegetativo a seguito di un incidente stradale.
Una moglie persa dietro l'ossessione di veder risvegliare quel figlio vivo, ma solo per le macchine. Non un cenno, non un movimento.
Una vita sospesa nell'incertezza
.. Per l’incertezza, per i giorni che non riacquistavano normalità, per il figlio sospeso tra la vita e la morte – in una parvenza di vita ch’era già morte

No, l'uomo dei boss, Chillé, non riesce a strappare il si all'avvocato Marro, nemmeno dopo una bomba fatta scoppiare davanti la casa del fratello. Tanto per lasciare un messaggio.
Anche perché Giorgio è un avvocato cresciuto a pane e ndrangheta (l'avevo detto che questo è un romanzo senza buoni) essendo stato difensore del vecchio zi Masi, antica famiglia dell'onorata società prima che si trasformasse nel sistema delle ndrine e delle locali.
Per via di questi rapporti e per via del suo essere morto vivente, i suoi terreni vengono così risparmiati dalle brame ndranghetiste.
Il vero ruolo di Cosimo, don Lamberto l’aveva intuito fin da ragazzino: Cosimo garantiva; era il prezzo della tranquillità, la soluzione per scansare le prepotenze di quelli come lui;

Marro è quasi testimone di un delitto nei confronti di due malandrini, Cosimo il campiere di don Lamberto e il figlio, chiamati in paese Raspa: uccisi perché in quell'affare dei terreni avevano alzato pretese che non dovevano permettersi.
In quelle pause si chiedeva cosa ci facesse lì, perché si esponesse così al pericolo. Ché non poteva essere soltanto l’intento di distrarre la mente, di occuparla con altro che non fossero Enrico e Luca.

Come il professor Laurana di Sciascia, anche lui si lancia in una indagine personale, sul duplice delitto di lupara bianca e sui nomi dietro questa società di facciata, fatta credere come società del nord che porta capitali puliti nel sud bisognoso di aiuti, è in realtà un sistema di scatole cinesi che dietro ha delle famiglie ndranghetiste, tra cui anche quella di zi Masi.

Un'indagine che lo porta ad intuire un pezzo di verità ma che lo porta anche a rischiare la pelle: perché quei due cadaveri, creduti persi per sempre, vengono ritrovati da alcuni escursionisti e costringono così la magistratura a mettere il naso dentro quell'affare che così pulito non è.
Tanto blaterare e le delazioni affidate alle lettere anonime destarono dalla sonnolenza la procura. E, all’inizio di aprile, un geometra del Comune dovette interrompere bruscamente il solitario al computer al vedersi comparire in ufficio due agenti. Che sequestrarono l’intero incartamento.

E quando la finanza arriva a sequestrare i patrimoni dentro una delle società della speculazione, iniziano a crearsi degli attriti tra le famiglie. Attriti che si risolvono solo col sangue.
Marro, che non è causa di quei sequestri, viene ritenuto dai Survara, una delle due famiglie in guerra, come responsabile della soffiata agli investigatori. Quell'indagine personale fatta non per eroismo, non per sfidare le ndrine, ma per soddisfare una sua curiosità e per dimenticarsi, per un momento, del dramma familiare.
Proprio nel momento in cui la sua vita potrebbe aver nuovamente senso, si ritrova a dover affrontare la morte.

Marzo per gli agnelli è un romanzo che racconta di un mondo, il sud in mano alle mafie, dal di dentro: si sente l'eco dei romanzi di Sciascia nei passaggi in cui gli uomini della Pro Loco commentano i delitti di cui nulla sanno, se a chiederlo è la legge. Ma su cui tutti ricamano teorie su guerre, congiure, lotte di potere tra famiglie.
Un mondo che sembra senza speranza, diffidente nei confronti delle istituzioni, ostili, lontane, di fatto inutili per risolvere i problemi della vita di tutti i giorni.
Dovrei” si disse Giorgio. Sapendo che non lo avrebbe fatto. Era prigioniero ormai. Del dolore. Della disperazione in cui Marta s’era smarrita. Dei ricordi.

Ma il punto di forza, sta nella descrizione dei luoghi, che sembrano scolpiti e immobili nel tempo. E anche nel personaggio al centro del racconto, l'avvocato Giorgio Marro che lo seguiamo nelle sue investigazioni, nel suo sconforto di fronte a cui non riesce ad andare fino in fondo, in un modo o nell'altro.
Un personaggio pieno di passione e di disperazione, proprio figlio della sua terra.
Terra, la loro, che non percorreva i sentieri della civiltà. Colpa dell’aria che vi si respirava. Colpa dell’immutabilità, che si fosse fuori dai confini, barbari di là della Tracia.

La scheda del libro sul sito dell'editore Piemme
Il sito dell'autore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

01 marzo 2019

Portare la gente a votare

Mentre ieri sera guardavo il film di Michael Moore su Trump, un dato mi ha impressionato: il numero dei non votanti in America, che è pari quasi al 60% della popolazione.
Il film da una spiegazione della vittoria di Trump: un partito democratico che tende ad assomigliare ai repubblicani e una massa di popolazione (povera, che non si sente rappresentata dallo Stato) che non va più a votare.
Per cambiare le cose e non vedere più un Trump al governo (metteteci voi gli aggettivi che desiderate) occorre portare i delusi al voto e per questo servono parole e candidato nuovi.
Non basta dire facciamo le primarie (se poi non sono vere) o le elezioni (che in America non significa una testa un voto) perché ci sia democrazia.

Come percentuale di non voto qui in Italia non siamo molto distanti.
Partiti e leader di partito diversi come facciata ma che su molti argomenti tendono ad assomigliarsi (lavoro, ambiente, politica estera, welfare, sanità e scuola pubblica).
La rabbia, la delusione, la povertà portano le persone ad un voto di pancia, di protesta.

Certo non dimentichiamoci ciò che abbiamo visto di già: un presidente imprenditore, padre del populismo, delle leggi ad personam.
La guerra agli immigrati partita con Minniti e continuata con Salvini.
La scomparsa dall'agenda politica della povertà, della scuola pubblica, del diritto alla casa (se non anunnci buoni per prendere qualche like).
L'esperimento a 5 stelle il cui semi fallimento a livello nazionale è sotto gli occhi.
Bisogna portare la gente a votare, dunque, ridando loro la speranza che quel voto conti qualcosa.