26 agosto 2019

La città è dei bianchi, di Thomas Mullen



Era quasi mezzanotte quando uno dei nuovi lampioni installati su Auburn Avenue andò incontro allo sfortunato destino di essere il primo lampione centrato in pieno da una macchina. I frammenti del fanale di una Buick bianca si sparpagliarono sul marciapiede ai piedi del palo colpito e piegato.

Un romanzo che è anche un colpo allo stomaco, per il suo realismo, per la sua brutalità con cui racconta come funzionava la segregazione razziale nell'America post seconda guerra mondiale.
Quella che è considerata la nazione delle libertà, land of opportunity, la nazione che col suo intervento nel conflitto mondiale ha sconfitto il nazifascismo era (e in parte rimane) una nazione dove i neri non erano considerati cittadini a tutti gli effetti, come gli altri.
Anche se potevano iscriversi alle liste elettorali per votare, venivano tenuti lontani a colpi di bastone e di fucile.
Bastonate e fucilate che venivano prese anche dai veterani della guerra che si permettevano di sfilare in divisa dell'esercito americano: no, i “negri” (nel libro l'autore ha scelto consapevolmente di usare questo termine) non erano considerati degni di indossare quella divisa.
La segregazione copriva ogni momento della vita delle persone: negli alberghi c'erano ingressi separati per bianchi e neri, edifici a uso ufficio dove ai neri l'ingresso era consentito solo per lustrare le scarpe, locali con bagni separati. Nemmeno da morti, potevano giacere a fianco, nell'obitorio ..

Se il film “Mississippi burning” ha raccontato la situazione del segregazionismo in una contea della campagna del sud, in questo romanzo Thomas Mullen (romanzato, ma che si basa su storie vere) ci porta in Georgia, ad Atlanta, nel 1948:qui forse le cose sembrano andare meglio, per la comunità, che è riuscita ad ottenere dal sindaco che i quartieri dei neri (separati dai quartieri bianchi) di “Darktown” siano pattugliati da coppie di agenti di colore, otto in tutto.
Possono portare la divisa, perfino una pistola, ma senza disporre di un'auto né della possibilità di fare indagini personali né tanto meno mettere piede nei quartieri bianchi.
E devono sottostare agli insulti dei “colleghi” bianchi che non hanno accettato che la divisa del corpo di polizia sia indossata anche da neri.
Nemmeno nelle aule di un tribunale, davanti ad uno di quei giudici bianchi chiamati a giudicare dei reati degli uomini di colore, assieme ad una giuria di persone bianche:
La prima volta che era stata necessaria la presenza di due agenti di colore a un processo, il giudice si era rifiutato di ammetterli in aula in uniforme, chiedendo che entrassero in abiti da negro.

Il romanzo racconta la storia di due coppie di poliziotti di Atlanta: la coppia di colore Boggs e Smith, che incontriamo sin dall'inizio quando la Buick guidata da un bianco quasi abbatte un palo della luce (in un quartiere di neri, avere l'illuminazione pubblica e avere anche un servizio di raccolta rifiuti non era considerato un diritto).
A fianco dell'uomo, una ragazza di colore che se ne sta zitta e che per questo attira la loro attenzione.

Nemmeno fanno in tempo a chiedere le generalità ai due, che l'auto se ne va via, semplicemente, come se per l'autista (che poi scopriremo essere un ex poliziotto cacciato dal corpo) ritenesse l'essere fermato da uomini di colore sebbene in divisa solo una scocciatura.
La Buick era partita, ma senza nemmeno la decenza di prendere velocità. Il bianco non stava scappando, si era solo stufato di fingere che l’esistenza di quei due contasse qualcosa.

C'è un'altra coppia di poliziotti in pattuglia, quella sera, due uomini bianchi: il veterano Dunlow e il suo partner Rakestraw, ex militare e in polizia da poco.
Dunlow colpì ancora il negro. «Allora, te lo chiedo di nuovo: hai sentito cosa ho detto, muso nero?» 
L’uomo stava cercando di dire qualcosa, notò Rakestraw ...

Sono stati chiamati da Boggs per segnalare quest'auto e l'infrazione commessa: ma a Dainlow, che dimostra una certa confidenza con l'autista, fa andare via l'auto, senza segnare nulla. Né il palo divelto né la ragazza che ha un livido sull'angolo delle labbra.

Benvenuti in Atlanta, Georgia negli anni successivi alla guerra:
Due quinti di Confederati razzisti, due quinti di negri e un quinto di qualcosa che non ha ancora un nome. Né città né campagna, ma un’improbabile combinazione delle due..

La guerra aveva sviluppato le industrie del sud che avevamo richiamato una marea di operai, di colore sottopagati e non sindacalizzati, dalle campagne, nella speranza di una vita migliore, lontano dalle vessazione dei latifondisti.
Una marea di neri che vivevano in tuguri in quartieri senza illuminazione, strade senza pavimentazione: non tutti vedevano di buon occhio la presenza nel quartiere dei poliziotti di colore, perché erano loro che dovevano far rispettare la legge, contrastare i reati commessi dalla loro gente, come il contrabbando di alcolici, il gioco d'azzardo, i piccoli furti. Ma non basta una divisa con dentro un uomo col tuo stesso colore della pelle, per dar fiducia nella giustizia:
Tentare di far capire concetti come quello di rispetto della legge e dell’ordine a persone cui non era mai stata data ragione per crederci, e che pertanto avevano sempre cercato e trovato giustizia in sanguinarie faide

Perché oltre a Boggs e Smith, il figlio di un predicatore istruito e cortese e un veterano della guerra con tanta voglia di vendicare i soprusi, nella città girano poliziotti come Dunlow: un poliziotto sporco, così ce lo presenta fin dall'inizio l'autore, che prende il pizzo (o l'accordo) dai piccoli delinquenti di quartiere tanto da mettere in difficoltà il suo collega Rake, che “lo aveva visto intascare mazzette da contrabbandieri e faccendieri e maîtresse di bordello”.

Dalle campagne era arrivata anche una ragazza di colore, di carnagione più bianca, proprio la ragazza che Boggs e Smith avevano visto in quell'auto, con quel livido, auto da cui era poi scappata. Per finire ammazzata, con un colpo al cuore, e gettata dentro una discarica di rifiuti dentro Darktown.
Poi la vide. La pelle sulle prime non gli sembrò pelle, era completamente priva di colore. Ma il vestito lo riconobbe. Il vestito giallo canarino.

La morte di una ragazza di colore, sparata e gettata in una discarica improvvisata, non interessa a nessuno nella polizia, almeno ai poliziotti bianchi: a nessuno eccetto che ai due poliziotti di colore che l'avevano vista quella sera in auto, con quella persona strana, l'ex poliziotto, il cui nome era stato tolto dal verbale redatto da Boggs.
A nessuno eccetto che a Rake, l'altro poliziotto bianco, il poliziotto a metà (come forse metà poliziotti sono i due uomini di colore) che inizia a mettere assieme i fatti.
L'amicizia tra il suo socio, Dainlow e quell'uomo, che si chiama Brian Underhill, e che forse è stato l'ultimo a vedere la ragazza da viva.
Il fatto che il suo socio non abbia fatto nessun verbale e non lo abbia nemmeno citato per nome.

Inizia così una doppia indagine non autorizzata sulla morte di questa ragazza, la ragazza con vestito giallo: quella di Boogs e Smith, che fanno uscire la notizia del delitto su un quotidiano locale, con un direttore di colore chiaramente, sperando che qualche familiare o conoscente possa riconoscerla.

Che senso ha questa indagine di così importante, su un delitto che per la centrale è solo da archiviare, e che causerà loro non pochi problemi, non solo dal punto di vista disciplinare (gli agenti di colore non possono fare indagini)?
Non solo per dare un esempio alla popolazione, perché loro vogliono essere cittadini esemplari
Per i due poliziotti a metà quella ragazza ha diritto a quella giustizia che è mancata a tutte le vittime della segregazione degli uomini di colore: come Maceo Snipes, “Colpito alla schiena per essere stato il primo elettore nero nella contea di Taylor”.
Per tutti i neri linciati perché si erano permessi di indossare una divisa alla fine delle due guerre mondiali.
Sai cosa è successo solo qualche mese dopo, mentre sfilava in parata con altri fieri veterani? L’hanno linciato. Pestato a sangue e impiccato a un albero. Perché l’uomo bianco non può, anzi no, proprio non sopporta di vedere un negro con una bella uniforme

Per quei neri linciati perché cercavano di registrarsi al voto (e spesso erano gli stessi poliziotti a presenziare a questi delitti).

Anche Rake comincia una sua indagine, mettendosi alle costole di questo Underhill: Rake, il cui cognome completo è Rakestraw, è figlio di immigrati tedeschi, una famiglia che ha sperimentato sua pelle cosa significhi il razzismo.
Sa come si comportano i poliziotti bianchi nei confronti delle persone di colore, sebbene ancora giustifichi la segregazione (e che i quartieri neri siano controllati solo dai neri), quel delitto che tutti vogliono archiviare in fretta, ha dentro qualcosa che lo turba e che lo costringe a capire.

Saranno due indagini complicate in cui i tre agenti arriveranno anche a rischiare la vita, perché effettivamente quel delitto nasconde dietro una brutta storia di stupri, di politici progressisti ma solo di facciata e per raccogliere il voto della comunità nera, di una squadra di ex poliziotti chiamata a fare i lavori sporchi che ufficialmente non si possono fare, per tenere i “negri” al loro posto e per procacciare qualche bella ragazza di colore da far usare a suo piacimento a qualche bianco.

La città è dei bianchi racconta il lato nero dell'America del sud, la sua anima razzista, secondo cui è scritto nella Bibbia che neri e bianchi devono stare separati.
Ma c'è anche il racconto l'anima fascista dentro questa parte della popolazione: l'America che aveva combattuto i fascisti e i nazisti in Europa era anche l'America del Ku Klux Klan, il paese dove ai tempi della depressione erano uscite sui giornali storie inventate di stupri di donne bianche da parte di uomini di colore. Storie che avevano portato alla rivolta, una sorta di progrom, contro le persone di colore.
Prese e impiccate ai pali lungo le strade, su cui erano stati lasciati i cappelli delle persone uccise,
..per anni ricordò quei cappelli, e ripensandoci quando era più grande capì che erano lì perché appartenevano ai negri uccisi o picchiati dalla folla, copricapi legati là sopra come tanti trofei. Una distanza minima separava quelle persone da certe tribù che conficcavano le teste del nemico sulle lance perché gli avvoltoi venissero a beccare.

Era (è) l'America dove i manager degli hotel “erano stati accusati dalle Silver Shirts e dalle Brown Shirts e da altri gruppi fascistoidi di tradire la razza bianca assumendo i negri mentre molti bianchi morivano di fame”.
L'America dove a questi gruppi era consentito a marciare a passo dell'oca per le strade della città, per marcare la loro presenza.

La città è dei bianchi è la storia di una indagine che è anche una sfida alla città, la città dei bianchi razzisti e segregazionisti: una sfida per una rivoluzione che forse ancora si deve completare e che passerà per altre battaglie, come quella di Selma del reverendo Martin Luther King per il diritto di voto.
«Come fai a sopportarlo, Lucius?» gli chiese Percy, come se gli leggesse nella mente. 
«Gli sguardi per strada. Questa follia. Sono matti, qui, tutti. Abbiamo sconfitto i fascisti in Europa, ma qui sono loro che comandano.» 
«Le cose stanno migliorando»

Una rivoluzione che ha ingranaggi lenti ma che almeno consentirà di dare giustizia ad una ragazza di colore che era venuta in città in cerca di un futuro migliore, senza dover convivere con la paura e la violenza. Ingranaggi che passano anche per un lampione acceso:
L’agente Boggs raddrizzò le spalle mentre passava oltre. Non vedeva l’ora di trovare quel lampione acceso, la prossima volta che avrebbe camminato per Auburn Avenue durante il turno.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli
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25 agosto 2019

Psycho, di Robert Bloch


Nel sentire quel rumore improvviso, Norman Bates ebbe un sussulto.Sembrava che qualcuno stesse battendo alla finestra.Alzò lo sguardo, rapido, pronto ad alzarsi, e il libro gli scivolò dalle mani nell'ampio grembo. Era solo la pioggia. La pioggia del tardo pomeriggio, che batteva sulla finestra del salotto.

C'è un ragazzo che sta leggendo nella sua vecchia casa, che domina il motel di famiglia.
Una lettura interrotta dalla pioggia e dall'arrivo della madre, che vive sempre nella stessa casa.
Perché non ha acceso la luce dell'insegna del motel?
Potrebbe essere una scena comune, il litigio tra una madre possessiva e acida, per la vecchiaia o per le amarezze della vita e un figlio, con poco coraggio per decidere da solo la sua sorte.

Non hai avuto il coraggio di andartene da casa. Di cercarti un lavoro, arruolarti nell'esercito, neanche il coraggio di trovarti una ragazza..” 
Non me l'avresti mai permesso!” 
Questo è vero, Norman. Io non te l'avrei permesso. Ma se tu fossi soltanto un mezzo uomo, avresti fatto a modo tuo.” 
Avrebbe potuto gridarle addosso che si sbagliava, ma non poteva. Perché erano tutte cose che lui continuava a ripetersi da anni. Era tutto vero.Lei aveva sempre dettato legge su tutto, ma questo non significava certo che lui dovesse sempre obbedire. Le madri sono spesso molto possessive, ma non tutti i figli si lasciano possedere in quel modo.

C'è una ragazza che sta guidando da ormai diverse ore su un'auto che non è nemmeno la sua, perché quella l'ha scambiata per una usata, perdendoci del denaro.
Perché quella ragazza, Mary, è in fuga dal suo passato, sta cercando di raggiungere il suo ragazzo con 40mila dollari in contanti in una busta. Sono soldi che si è trovata davanti, e che lei ha preso, cogliendo al volo quell'occasione per cambiare vita. Dopo tanti anni di amarezze.
Un piccolo sforzo ed è fatta, ma è troppo stanca e la pioggia troppo forte:
Fu allora che vide l'insegna, proprio sul ciglio di una strada privata che conduceva ad un piccolo edificio sul lato.MOTEL – CAMERE LIBERE. L'insegna era spenta, ma forse avevano dimenticato di accenderla.

Potrebbe essere una scena comune, il proprietario di un motel con pochi clienti che accoglie quella ragazza carina in una serata di pioggia.
Ma siamo al Bates Motel e questa è la storia che Robert Bloch ha raccontato in Psyco in un romanzo che è anche un viaggio da brividi nella mente dell'uomo in un libro inquietante che ha al centro la storia di uno psicopatico, il doppio (o triplo?) Norman Bates.
Il ragazzino che trovava rifugio gettandosi alle ginocchia della madre. E poi l'adulto capace di razionalizzare la sua situazione, andando a leggere libri di psicologia e che cercava di proteggere sé stesso e la madre.
Era un po' come essere due persone, davvero .. il bambino e l'adulto. Ogni volta che pensava a sua madre tornava a essere piccolo, parlava in modo infantile, e aveva riferimenti e reazioni emotive da bambino. Mentre quando era da solo, magari anche non da solo, ma immerso in un libro .. era una persona matura.

Quella madre così particolare, che non accetta che nessuna ragazza, di quelle di oggi, con così strane idee per la testa, si avvicini al figlio Norman, l'impotente.
Donne come Mary, che Norman si trova a spiare dal buco nel muro: la vede spogliarsi, la vede ancheggiare davanti allo specchio, la vede entrare nella doccia ...
Mary cominciò a gridare, la tenda si aprì ancora di più, e poi ecco .. una mano. E un grosso coltello. Lo stesso che un istante dopo, le mozzò il fiato in gola.E la testa.

Tocca a Norman proteggere sua madre dalla sua pazzia, non può lasciarla dentro un istituto per pazzi, dove morirebbe. Sua madre doveva rimanere in quella casa, dove tutto era familiare, dove tutto era rimasto uguale a sé stesso da decenni.
Lei doveva stare lì, con lui. Forse era pazza, e un'assassina, ma era tutto quello che aveva. Tutto quello che desiderava. Tutto quello di cui aveva bisogno. Gli bastava sapere che era lì, accanto a lui, mentre si addormentava.

E le vittime dovevamo sparire per sempre, senza lasciare tracce dietro. Ma nessuna persona è un'isola: anche Mery aveva una sorella Lila, che si preoccupa per la sua scomparsa, e un fidanzato Sam, pure lui preoccupato di non avere notizie da parte sua e risposte alle sue lettere.
Strano, si disse Sam, come si dia sempre per scontato di sapere tutto di un'altra persona, magari solo perché la vediamo spesso o per via di un particolare legame emotivo.

Non ci sono solo Sam e Lila, c'è anche un investigatore, Arbogast, sulle tracce dell'impiegata Mary Crane e di quei 40 mila dollari sottratti.
Arbogast riuscirà a risalire a quell'ultima notte di Mary al Bates Motel e, nella speranza di avere ulteriori notizie, cercherà di interrogare la madre di Norman, che ha visto dalla finestra della casa.

Lila, non riesce a rimanere ferma in attesa di notizie dall'investigatore, perché pensa che in fondo tutti siano interessati più ai soldi che a Mary: assieme a Sam si presenta anche lei al Motel, fingendosi una coppia, per capire cosa sia successo alla sorella.
E così, incontrerà in un agghiacciante pre-finale, la signora Norma Bates, la madre di Norman.
Gridò quando vide la vecchia distesa lì, quella vecchia rinsecchita, con i capelli grigi e la faccia marrone e raggrinzita in un osceno ghigno di saluto. 
Signora Bates!” Lila era senza fiato. 
Si.” 
Ma la voce non veniva da quelle mascelle infossate, color cuoio. Veniva dalle sue spalle..

Sorprende, in questo romanzo, lo stile in cui viene raccontata la storia, con cui vengono eviscerati i caratteri dei personaggi e i loro pensieri.
I dubbi di Mary di fronte alla sua scelta.
E la personalità multipla di Norman, la madre possessiva che ha riversato su di lui il rancore bei confronti del padre, l'essere cresciuto attaccato a questa figura a tal punto da averla quasi inglobata dentro.
Nel film di Hitchcock, che deve tutto a questo libro, queste analisi sono sfiorate e dunque val la pena leggersi il romanzo di Bloch. Fino all'incredibile finale:
Ma come, lei che non avrebbe fatto del male neanche a una mosca....


La scheda del libro sul sito di Bompiani
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24 agosto 2019

Il silenzio sul terremoto e il rumore del pettegolezzo politico


Ad Amatrice, e negli altri comuni colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016, hanno preferito così: ricordare i morti, la distruzione, i paesi distrutti in silenzio, in una celebrazione senza autorità.
Quelle autorità che, nei giorni successivi, avevano fatto passerella sui luoghi colpiti dalle scosse.
Quelle autorità che hanno usato il terremoto e i terremotati (in tenda, mentre diamo soldi ai clandestini, neri ovviamente) per pura speculazione politica.

Bene, il silenzio dello Stato, fermo nell'opera di ricostruzione e fermo anche nell'opera di messa in sicurezza del paese, è la risposta giusta da parte di queste persone, nelle Marche, nell'alto Lazio, la cui vita è oggi sospesa, in perenne attesa di uno sblocco che faccia partire i lavori, che snellisca certe procedure, che ridia vita ai paesi.

Ma questi giorni, queste settimane, non sono state affatto giorni di silenzio.
Sono stati i giorni della ridicola caduta di un governo del cambiamento, il governo del popolo, la cui solidità si poggiava su un contratto di governo e che in venti mesi ha fintamente abolito i clandestini, la povertà, la precarietà sul lavoro, la corruzione e le famigerate ong.

La politica non dovrebbe essere fare comizi in spiaggia, non dovrebbe essere rivolgersi ai social ai propri elettori senza riferire in Parlamento. La politica non si fa parlando alla pancia delle persone (prima gli italiani, prima i terremotati in tenda e si è visto poi..), non si fa senza un programma, una visione comune, uno sguardo ai tempi lunghi.
Il governo giallo-verde era così solido che si è sfaldato come neve al sole appena il ministro della presunta sicurezza ha cercato di passare all'incasso, pensando ai sondaggi e ad un governo con pieni poteri.
Ridicolo, lui e tutti quelli, anche nell'informazione, che hanno costruito questa bolla mediatica.

Ora abbiamo tre possibili scenari: un governo m5s-pd, che nasce male per la pretesa dei 5 stelle di portare avanti il taglio dei parlamentari; andare alle elezioni dove probabilmente vincerebbe l'estrema destra oppure arrivare ad un governo anti-Salvini, che dietro non ha nient'altro e che consentirebbe solo a Salvini (e Renzi) di preparare la campagna elettorale.

Come siamo arrivati a questo?
Un passo per volta, esecutivo dopo esecutivo, a furia di accettare il meno peggio, le dirette social, i politici da salotto, le battute contro giornalisti, magistrati, il nemico dell'occasione (le ong, Carola, la Boldrini, Mattarella che doveva essere messo sotto accusa, i sindacati..).


La copertina de l'Espresso è molto significativa.

Il governo giallo-verde è solo l'ultimo scalino della scala, ne possiamo scendere altri. Teniamolo in mente quando si tratterà di scegliere il prossimo Parlamento.

PS: venti anni fa usciva al cinema Matrix. Chi lo avrebbe mai pensato che, non solo in Italia, avremmo scelto in larga parte la pillola azzurra?

23 agosto 2019

Come una famiglia, di Giampaolo Simi



Sai Luca, oggi ho fatto due conti. 
Novemilacento giorni. In totale fanno poco meno di duecentoventimila ore.Secondo una stima ragionevole è quanto mi rimane da vivere. Sempre che alla Lotteria Nera non estraggano il mio nome prima. 
Novemilacento giorni. È la metà di quanto ho vissuto fino a oggi. Detto così, non da una bella sensazione. Però, dopo diciottomila giorni di vita almeno qualche risposta dovrei averla, magari alle tipiche domande che uno inizia a porsi alla tua età. Quella fondamentale è sempre: chi sono? 
So che mi chiamo Dario Corbo, ho appena compiuto cinquant'anni e sono un giornalista.

E' un lungo racconto confessione, questo romanzo di Giampaolo Simi, di un padre al figlio: una confessione della sua vita, del suo lavoro di giornalista (dove il racconto dei fatti è stato sostituito dal racconto dei fattoidi, per venire incontro al pubblico dei click), del suo lavoro presso la fondazione Thomas Beckford e, infine, la storia di quello che è successo in quei tremendi giorni a partire da quel sei marzo.
Perché prima o poi ce ne dobbiamo andare, ma “le storie sono quello che rimane”.

E questa è la storia di un ragazzo, una giovane promessa delle giovanili del Valdarno, che segna il rigore decisivo nella finale della Viareggio Cup.
Diventando un eroe agli occhi del padre e della madre, che assistono alla partita in tribuna.
Dario Corbo, la moglie Giulia e il figlio Luca, promettente difensore centrale, con un futuro certo nel calcio nazionale.
In quel momento di felicità, tutti assieme, al dopo partita, sembra di essere tornati ad essere una famiglia.
In realtà Dario e Giulia sono separati, da prima che Dario andasse a lavorare per Nora Beckford, la figlio dell'artista inglese che lui stesso aveva accusato di essere l'assassina di Irene Calamai, uccisa nell'estate del 1993: di quel delitto Dario aveva scritto diversi articoli, era un “nerista” di cronaca giudiziaria, articoli che puntavano sulla ricca e viziata ragazza inglese e sui suoi festini alla Scuda.

Ma di quello che è successo quella notte, di quel delitto, è un segreto che rimane tra Dario e Nora.
Quel breve momento di gioia viene interrotto da una telefonata dal direttore sportivo della squadra: deve tornare all'albergo di Luca perché la polizia sta perquisendo la sua stanza.

Nella notte di festeggiamenti, di selfie sorridenti, in cui Luca e Dario sono avvicinati da un procuratore importante, un ex mediano che ha galleggiato nel calcio professionista, è successo qualcosa.
Anita Lopez, una giovane ragazza, è stata picchiata selvaggiamente nel gabbiotto poco lontano dalla discoteca dei festeggiamenti: al pronto soccorso, dove le hanno dovuto ricostruire la mascella, tanta la violenza subita, ha fatto il nome di Luca.
Luca, proprio il figlio di Dario.

La società del Valdarno si muove subito, “come una grande famiglia”, rassicurando il padre e la madre, viene fornito loro un avvocato, che consiglia loro e al ragazzo di non raccontare niente, lui stesso, Luca, nega di averla mai vista né tantomeno di averla violentata e picchiata.
Ma c'è qualcosa di strano in questa storia.

Luca rimane sempre un giornalista e, sebbene creda al figlio, inizia una sua indagine personale, perché intuisce che tra le pieghe della storia raccontata dal figlio si nasconde una menzogna, “ma non sapevo quale né dove”.

E' come se ci fosse un patto tra uomini, tra Luca e gli altri compagni della squadra, i senatori che comandavano sugli altri componenti, tra Luca, Momo, Grigo e Christian e i vertici del Valdarno, per nascondere una verità.
Una verità che la polizia e la pm, della procura dei minori cerca di trovare.
Una verità che forse a Dario non interessa nemmeno, solo capire perché Luca gli abbia rifilato una menzogna:
- Questo patto tra maschi tuo figlio non l'ha voluto stipulare. Non con te, almeno. Ti sei chiesto perché?

Nonostante la polizia e la magistratura non abbia fatto filtrare nulla, la notizia inizia a girare: per proteggere Luca, la società non convoca Luca in prima squadra che, per uno scontro con un compagno, viene pure sospeso.
Sembra che quella che doveva essere una grande famiglia, la squadra, i compagni, sia diventato ora un muro alzato davanti a Dario e a Luca, che fa fatica a sopportare quella tensione.

Gli articoli sui blog e sui social che parlano di promessa del calcio indagata per stupro, di calciatori gonfi di testosterone come polli da combattimento.
Spegnere quell'incendio è inutile, quando la merda inizia a girare, è inutile inseguire ogni articolo, la smentita sarebbe letta come una conferma.

In questi giorni la mia famiglia e io stiamo combattendo una guerra contro le ombre. Una guerra invisibile che nessuno ha il coraggio di dichiararci, ma che sta minando nel profondo la nostra dignità, la nostra serenità, i nostri legami più intimi.

Sono queste le parole che Dario Corbo, quello che era un giornalista e che ora è solo un padre che vuole risposte, lascia scritte per i figlio, in modo che lui in giorno possa sapere.

Possa sapere chi fosse Aurora Lopez e la sua famiglia, disastrata da prima della violenza, con un padre ossessivo e violento e una madre preoccupata solo di sé stessa.
Possa sapere dello schifo del mondo del calcio, dei procuratori che comprano e vendono giocatori gonfiandone il prezzo come strumento di riciclaggio. Trattando i giovani calciatori come pacchi.
Possa sapere dello schifo uscito sui giornali, di quel tritacarne che sono diventati i social capaci di trasformare ogni sospetto in una colpa e ogni indagato in un delinquente, solo per raccogliere click e condivisioni, per raccontare alle persone quello che loro vogliono sentirsi.

L'avvicinarsi alla realtà per Dario Corbo è anche un modo per riscoprire chi fosse diventato ora il figlio, la sua passione per la musica, da Salmo a Janes Joplin, e soprattutto a far cadere il velo di ipocrisia che copriva quel microcosmo attorno alla squadra di calcio.
In questa indagine Dario non si fa scrupoli per smuovere la situazione: far emergere pezzi di storie e darle in pasto all'opinione pubblica e alla polizia, storie che siano sempre più torbide perché “il peggio funziona sempre, il peggio è sempre credibile”.

Fin dove si disposto a spingerti per difendere la persona che ami?
E fin dove sei disposto a far luce, per scoprire se anche dentro questa persona che ami, tuo figlio, si nasconde una bestia feroce?

Non fa sconti a nessuno Giampaolo Simi, in questo secondo romanzo con Dario Corbo (il primo è La ragazza sbagliata): nessuno ne esce veramente pulito da questa storia.

La scheda del libro sul sito di Sellerio
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01 agosto 2019

Il potere è altrove

Pare che il parlamento e anche il governo si siano trasferiti altrove.
Al Papeete, per un bagnetto e un giro con la moto d'acqua.
Su Facebook per interloquire col popolo, direttamente, senza nessun corpo intermedio..

Il potere è altrove, come ci aveva detto Sciascia.
Ma forse non immaginava che avremmo toccato questi livelli di farsa.
Perché è altrove, perché non decide nei tempi lunghi, perché pensa a sé stesso, ai sondaggi, alla convenienza del momento.

31 luglio 2019

Oltre ogni ragionevole dubbio, di Francesco Caringella



Incipit
Un freddo mattino di gennaio 
Il vento s’era placato come d’incanto. 
Un gabbiano planò leggero sul pelo liscio dell’acqua e si bloccò di scatto. Gli occhi avidi intercettarono un uomo e una donna che si aggiravano sullo sterrato appena fuori la spiaggia addossata alla bianca scogliera. Il sole era ancora lontano, il mare avvolto nella foschia lattiginosa dell’alba nascente.
Scostandosi dal viso i capelli neri, la donna si avvicinò nervosa all’acqua e si portò una mano alla bocca, come a soffocare un singhiozzo, o forse un semplice sospiro. Si voltò indietro: l’uomo stava facendo il giro dell’auto e apriva il bagagliaio, e lei lo raggiunse in fretta. Insieme si guardarono intorno a lungo, come ad assicurarsi che non ci fosse nessuno, e solo dopo si chinarono nel vano ad afferrare qualcosa.

Il filone dei legal thriller non ha molta fortuna in Italia, sono pochi i romanzi gialli che appartengono a questo filone, quello successivo alle indagini dove il ruolo di protagonisti spetta ora ai giudici, ai procuratori che sostengono l'accusa e agli avvocati della difesa.
Lo scrittore americano Grisham è uno dei più famosi in questo genere (e La parola ai giurati di Lumet è uno dei film più famosi): il libro del magistrato Francesco Caringella, oggi presidente di sezione del Consiglio di Stato si inserisce in questo filone.
Oltre ogni ragionevole dubbio è il racconto, dal suo interno, dei meccanismi che portano alla sentenza di un processo penale, da parte di una Corte d'Assise.
In che modo otto persone, due giudici e sei persone, estratte a sorte, possono prendere una decisione a maggioranza, dopo aver ascoltato in aula le deposizioni dei testimoni, l'esposizione dei fatti, le arringhe dei difensori e quelle del magistrato che sostiene l'accusa?

Parliamo di otto persone che si trovano assieme per la prima volta, se si escludono i due giudici, il presidente e il giudice.
Sono loro che dovranno prendere una decisione basandosi sui fatti e sulle prove e non sui pregiudizi o sulle prove non ammesse al processo (come le lettere anonime), senza farsi influenzare dalla sua vita personale, dovendo poi fare i conti coi propri dubbi di persona.
.. in quel processo c'era un ulteriore fattore scivoloso: la giuria popolare, le sei persone qualunque che per legge affiancavano i due magistrati togati per comporre la Corte d'Assise. In questo caso erano tre uomini e tre donne diversi per età, studi, esperienze di vita, visioni del mondo.C'è un'alchimia inafferrabile che lega persone normali strappate alla quotidianità per decidere su un caso di omicidio. E' una chimica imprevedibile: può scattare la magia di un'intesa o lo spettro della rivalità.

Il caso riguarda la morte di Michele De Benedictis, imprenditore barese scomparso in una giornata di gennaio: imputati come responsabili della sua morte sono la moglie, Antonella Altavilla, più giovane di lui e sposata dopo aver divorziato dalla prima. E il suo amante, Giulio Maselli.
Non è un caso semplice, sono molte le anomalie, le difficoltà che il giudice e i giurati devono affrontare: il cadavere che manca, le dichiarazioni iniziali date dagli imputati, poi non ripetute di fronte ad un magistrato, dichiarazioni poi contraddittorie tra di loro dove ciascuno dei due scagionava parzialmente l'altro.
Alcune intercettazioni, captate dai due amanti, fanno comprendere che siano stati loro far sparire il cadavere, in quei primi giorni di gennaio.
La stampa, specie quella che segue questi casi di cronaca con delitti “passionali” li ha già dipinto come gli amanti diabolici e ha espresso il suo giudizio di condanna, senza appello.
Il morto sparito, la donna assassina, gli imputati enigmatici, la giuria complessa: quattro anomalie, quattro spessi strati di roccia apparentemente indistruttibili che si aggiungevano alle vertigini già immancabili in ogni Corte d'Assise.

Ma il duro lavoro del presidente, il giudice Virginia della Valle, è proprio quello di tenere lontani giudizi basati su sensazioni, sulla pancia, da quelli che invece emergono dai fatti raccolti: per esempio il comportamento della vittima, De Benedictis, nei mesi precedenti la sparizione:

.. il 7 aprile stipula un contratto di assicurazione sulla vita a beneficio della moglie. Il 10 luglio la sua società è ammessa al concordato preventivo. Il 28 novembre va dal notaio per designare sempre Antonella Altavilla unica erede della quota disponibile. Nei primi giorni di dicembre vende le sue proprietà immobiliari più pregiate. Alla fine del mese ripulisce i suoi conti

Virginia Della Valle si trova in quella situazione che conosce bene, “La solitudine del giudice” la chiama: il dover decidere da sola della vita delle altre persone, il sentirsi addosso il peso e il ricordo di sentenze passate per un verdetto che ancora le pesava, per i rimorsi..
Che giudice era, lei? Aveva l'umiltà necessaria a chi pretende di giudicare gli altri? [..] Lei era davvero più innocente degli uomini e delle donne sottoposti al suo arbitrio?

Si rischia di arrivare ad un nuovo caso Bebawi, un vecchio caso di cronaca giudiziaria in cui grazie alle dichiarazioni contraddittorie, gli imputati (altri “amanti diabolici”) erano stati assolti.
Ora dopo entriamo anche noi in camera di consiglio, assistiamo anche noi al rituale del processo penale, all'incontro scontro di queste persone, tre donne e tre uomini dal carattere completamente divero.
I riflessivo, l'irruento, l'ingegnere metodico, la brillante ricercatrice …

Ma fuori da quella stanza dei giurati, all'interno di una caserma, altri occhi stanno seguendo quel processo: sono quelli del giornalista televisivo Ferdinando Coppolecchia, che aveva pure frequentato un anno di università assieme a Virginia e che ora conduce una trasmissione dove i caso di cronaca sono raccontati, vivisezionati, dove vengono spremuti i sentimenti per raccogliere qualche punto in più di share.
Ospiti della puntata dedicata alla sentenza, la criminologa bionda, il giornalista investigativo e l'ex magistrato che si dividono equamente i ruoli dell'accusa, di quello che deve far sorgere dei dei dubbi e l'innocentista.

Ma Antonella e Giulio sono innocenti? E che fine ha fatto il corpo di Michele? E se non fossero stati loro ad uccidere l'uomo?
Non c'è spazio per queste domanda, nemmeno all'avvocato difensore interessa conoscere la verità, conoscere la storia.
Non interessa all'avvocato difensore, preoccupato della verità processuale; non interessa alla giuria, che deve stabilire se Antonella e Giulio sono colpevoli o meno, “oltre ogni ragionevole dubbio”.
Non interessa nemmeno ai personaggi del circo televisivo, che si nutrono di quella verità che vogliono sentirsi dire, come il popolo romano nell'arena che voleva solo vedere il dolore e il sangue ..

Un bel romanzo, dove la psicologia dei personaggi ha un ruolo predominante, non solo quella dei membri della giuria ma, specie nel formidabile finale, anche quella degli imputati.
Arriveremo anche noi lettori a scoprire la verità, unici depositari di un meccanismo infernale, un piano diabolico degno dei personaggi dello scrittore Simenon:
.. racconti di uomini e donne risucchiati dalle ombre del passato, personaggi mediocri, imperfetti, in fuga da se stessi. Esattamente come il protagonista del libro abbandonato da De Benedictis

La scheda del libro sul sito dell'editore Mondadori e il link per poter leggere il primo capitolo
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Come la rana nella pentola

Alla fine ci si abitua a tutto, alle dirette facebook, al linguaggio da bar, al cambiare idea per convenienza, anzi non averle proprio le idee che è meglio.
Ci abitueremo anche alla moto d'acqua fatta provare al figlio del ministro.
Che sarà mai.
Ci abitueremo alle regioni trasformate in piccoli stati centrali o piccoli feudi dove far crescere il clientelismo locale.
Ci abitueremo al crollo del servizio pubblico, dalla Rai di fatto indistinguibile da una tv privata, alla sanità che diventerà cosa da ricchi e ad una scuola pubblica in cui a fare la differenza sarà la regione in cui cresci.
Ci si abitua a tutto, anche alla corsa alle armi, perché siamo insicuri, avete visto quel povero carabiniere morto? Non poteva sparare altrimenti sarebbe stato incriminato.
Ci si abitua a tutto, al mandato zero e anche a vedere un leader ex secessionista fare campagna elettorale al sud (ma la Padania ora è Italy?). 
Anzi, ci siamo abituati ad una perenne campagna elettorale.

Ci si abitua a tutto, anche al livellamento verso il basso dell'informazione, anche questa indistinguibile dal caos primordiale dei social.
Di chi ti fidi? Chi stai a sentire?
Ci si abitua a tutto, a dimenticare le tragedie del passato: il tamponamento dei due tir sull'autostrada a Bologna, ve lo ricordate?
E il crollo del ponte Morandi? Come stanno gli altri ponti e viadotti? Come siamo messi a sicurezza sulle autostrade, nelle scuole, nelle zone a rischio sismico?

Ci si abitua a tutto.
Come la rana nella pentola.

30 luglio 2019

Peggio di un poliziottesco



La tecnica è sempre la medesima: sbatti il mostro in prima pagina, la polizia arresta ma la magistratura li lascia liberi, la gente ha paura ..
Sembrano i titoli dei poliziotteschi degli anni settanta.
Sono i titoli dei giornali della nostra destra, legalitaria con gli altri, garantista con se stessa e i suoi capi.
A proposito, vi ricordate quando si difendeva il diritto alla tortura contro i terroristi di Al Qaeda?
Ecco, oggi invece su La Verità rinfacciano quelle torture agli americani, come vi permettere di puntare il ditino contro la foto dello studente americano ammanettato e incappucciato?


Zerbini e pure ipocriti.
La nostra destra..

Quella che punta il dito contro immigrati, buonisti, sinistra da salotto e poi fa finta di niente sui cambiamenti climatici, sulla secessione delle regioni ricche del nord, sulla disuguaglianze salariali e sociali che si allargano, sulla sanità pubblica minacciata da tagli, dalla carenza di medici, dai finanziamenti ai privati.
La destra che si lamenta che i carabinieri campano con mille euro al mese mentre i politici (come Meloni, Salvini) ne prendono molti di più.
La destra che si dimentica che i tagli alle forze dell'ordine li ha fatti anche lei, sin dai tempi di Maroni.

E allora Bibbiano? E allora il PD..

29 luglio 2019

Rocco Chinnici - il mostro di cosa nostra


A furia di inseguire fantasmi (l'invasione dei migranti, Soros, l'Europa cattiva..) ci dimentichiamo dei mostri veri che hanno riempito le pagine della nostra storia criminale.
Come il mostro della mafia, che ancora esiste in mezzo a noi sebbene in forma meno riconoscibile: la mafia dei colletti bianchi, quella capace di spostare soldi e usare i nuovi mezzi di comunicazione.
Quella che sposta pacchetti di voti, che dispone di enorme masse di denaro con cui comprarsi protezione e con cui colonizzare il mondo dell'imprenditoria.

Non è più la mafia militare dei Riina, che non si faceva scrupoli di eliminare col piombo e col tritolo i suoi nemici: come Boris Giuliano, il capo della Mobile di Palermo uccisio nel luglio del 1979, colpevole di voler mettere le mani sui soldi della mafia.
Come il capo dell'ufficio istruzione Rocco Chinnici, colpevole di voler colpire la mafia dei capitali, di voler entrare in quei santuari che erano le banche che riciclavano i soldi delle famiglie mafiose, i Bontade e gli Inzerillo e poi dei corleonesi, dopo che questi ultimi avevano sterminato i primi nella mattanza.
Rocco Chinnici aveva intenzione di creare un pool di magistrati specializzati nelle inchieste di mafia, in modo che i reati dei mafiosi, gli omicidi e i reati collegati, non si perdessero in mille processi slegati tra di loro.
«Ma cosa credete di fare all'ufficio istruzione? La devi smettere Chinnici di fare indagini nelle banche, così rovini tutta l'economia siciliana .. ». Giovanni Pizzillo, Procuratore Generale di Palermo nel 1982.

Rocco Chinnici, come anche gli altri magistrati del pool, non era amato dai colleghi e nemmeno dalla classi dirigente dell'isola: la sua ostinazione nel voler combattere la mafia dei colletti bianchi, nel voler toccare i suoi capitali gli costò la vita, il 29 luglio del 1983 quando un'autobomba lo uccise in via Pipitone.

Oggi la mafia non mette più le bombe, se deve uccidere un magistrato importante ci pensa due volte.
Ma non per questo è meno potente: semplicemente è più subdola, più difficile da riconoscere e da distinguere, anche perché, oggi come allora, la politica non ha messo quei filtri per tenere cosa nostra a distanza (e la vicenda Montante ex presidente di Confindustria in Sicilia, ex paladino dell'antimafia, dovrebbe far riflettere in tanti).
Si fa in fretta oggi a parlare di antimafia: ma oltre alle parole di circostanza, il mostro di cosa nostra fa ancora paura. A quelli che veramente vogliono sconfiggere la mafia.

Se questa storia fosse un giallo

Mi sto leggendo gli articoli sull'aggressione al vicebrigadiere Mario Rega.

La bufala degli aggressori nordafricani, uscita anche da siti gestiti da carabinieri e rilanciata da giornali senza nessun controllo.
La destra che cavalca la notizia dell'accoltellamento, avvelenando il clima per la speculazione politica contro gli immigrati.
Le versioni iniziali dei carabinieri stessi, con tante contraddizioni.
E poi i due assalitori americani: bravi ragazzi, dicono dalla famiglia, no dei violenti, secondo altre voci.
Due studenti in visita a Roma, che però hanno aggredito il carabiniere in borghese con una mossa da marine.
Con un coltello da 20 centimetri che si sarebbero portati dietro da casa (?).

E poi la foto di uno dei due indagati (che hanno già confessato) bendato in caserma. Chi l'ha fatta uscire e perché?
Il pusher che denuncia ai carabinieri il furto del borsello da parte dei due americano stessi...

Ci sono talmente tante cose che non tornano in questa storia, da pensare male.
Come se ci fosse un regista che sta volutamente creando questo clima di caos in cui sono tutti coinvolti.
Se fosse la trama di un giallo forse sarebbe anche interessante, ma non è così: quel carabiniere è morto veramente, quei ragazzi hanno confessato l'aggressione.

Di mezzo c'è la credibilità dei giornali, delle forze dell'ordine, delle istituzioni, del paese: fermate il frullatore, fermate questo caos..

28 luglio 2019

Quattro piccole ostriche, di Andrea Purgatori


Incipit

Markus Graf era stato una spia. E da spia aveva tradito. In quel mondo di donne e uomini la cui vita è spesso doppia o tripla e che qualcuno chiama circo, nessuno si è mai scandalizzato per questo. Tradire è uno degli eventi possibili. Come ingannare e uccidere. O essere uccisi.

Una storia di spie, di tradimenti, non solo del proprio campo politico ma anche tradimenti sentimentali.
Una storia di spie cresciute dall'altra parte del muro di Berlino, dentro la Stasi, il servizio segreto della DDR, la repubblica democratica tedesca che si era sgretolata, come il suo muro, nell'arco di poche settimana.

Era il novembre del 1989 e il mondo era diviso nei due blocchi, quello atlantico sotto il controllo americano e quello sovietico, sotto il controllo del russi.
Bastarono quelle parole del portavoce del governo tedesco, Shabowski, nella conferenza in cui annunciava nuove regole per rendere possibile ad ogni cittadini di attraversare i posti di confine, quelli presidiati dai VOPO armati.
Quando verrà applicato questo regolamento, gli chiesero:
«Das tritt nach meiner Kenntnis … ist das sofort, unverzüglich » [Per quanto ne sappia, subito]

Una folla di berlinesi dell'est si riversò in strada, finalmente liberi di poter circolare senza preoccuparsi della polizia, dei check point, liberi di muoversi: tra questi anche il capitano Markus Graf, che aveva appena tradito il paese per cui aveva spiato, interrogato e altro migliaia di berlinesi.
Mescolato nella folla stava scappando verso la sua nuova vita in Svizzera, a Flims nel cantone dei Grigioni con un passaporto nuovo e i soldo del tesoro segreto della Stasi.
Abbastanza per rifarsi una vita nel lusso e lasciarsi il resto alle spalle, la madre malata di Alzheimer e Greta, il suo superiore, con cui aveva (o aveva avuto) una relazione.

Ma ora, passati trent'anni dal crollo del muro, qualcuno lo ha cercato: gli hanno spedito una busta con dentro la copertina di un 45 giri dei Beatles Magical Mistery Tour.
Un messaggio proprio per lui, ex spia, da un'altra spia, proprio Greta: un messaggio che potrebbe essere collegato ad un omicidio appena avvenuto a Berlino, quello del consigliere politico dell'Ambasciata russa in realtà il referente del servizio segreto FSB (erede del KGB).

Per salvare la sua seconda vita e quello che aveva costruito, doveva scoprire perché avessero deciso di tirarlo per i capelli dentro un delitto che anche a distanza di ottocento chilometri puzzava di regolamento di conti tra spie.

Markus è costretto ad abbandonare il suo rifugio e a tornare a Berlino per capire il perché di quel messaggio e forse anche per rivedere Greta, forse l'unica donna di cui si è innamorato.
Abbiamo detto che questa è una storia di spie e di traditori, ma anche di segreti che i personaggi si portano dentro: segreti del loro passato, come quello che lega Markus a Greta.
Segreti come quello di Nina Barbaro, giovane commissario dell'antiterrorismo, sezione scientifica (MEK) che oggi, nel tempo di oggi, deve indagare su quel delitto tanto strano.
L'assassino non ha lasciato tracce e l'unica pista possibile è una vendetta da parte dell'Isis per i bombardamenti in Iraq dei russi.
Ma è una pista flebile che non convince Nina e che invece è ritenuta credibile dal servizio di sicurezza tedesco, ansioso di scavalcare la polizia in questo caso.

Anche Nina ha un segreto, consumato trent'anni prima, che la lega ad un altro personaggio, Peter, oggi addetto presso l'hotel Adlon a Berlino. Un segreto che parla di droga ma da cui ha trovato la forza per riscattarsi e diventare funzionario di polizia, nonostante le sue origini italiane.

Due vecchie spie, una poliziotta giovane, un addetto di un hotel di lusso, uno spione russo ucciso.
C'è tanta pressione sulla polizia tedesca, a breve arriveranno a Berlino i capi di Stato delle maggiori potenze mondiali, compreso lo zar delle Russie, ex spia del KGB tra l'altro, per l'anniversario della caduta del muro...

Una guerra di spie non è tale se non ci sono segreti da nascondere a qualunque costo: in questa storia il segreto dietro il delitto dello spione russo è legato ad un progetto del KGB tenuto nascosto per anni, il progetto Walrus, così chiamato in onore della canzone dei Beatles I’m the Walrus («Io sono il tricheco» dell’album Magical Mystery Tour).
Un progetto in cui l'ipnosi viene usata per addestrare degli assassini inconsapevoli (), da attivare grazie ad una parola chiave pronunciata da uno psichiatra che ha cresciuto questi quattro ragazzi, chiamati semplicemente Uno, due, tre, e quattro, un qualcosa che ricorda Il candidato della Manciuria di Richard Condon.
«Li abbiamo svuotati e poi trasformati in macchine per uccidere. Abbiamo rubato le loro vite, Markus. In nome di un ideale fallito.»

Un progetto delirante, tenuto in vita dal KGB (e da questo psichiatra) anche dopo il crollo del comunismo, anche perché l'allora ispiratore di questo piano a Berlino ora siede sulla poltrona più importante della Russia.
Ma nessun progetto, per quanto ben congegnato, può tener conto di tutte le variabili esterne: per esempio la reazione di Markus a quella lettera da Berlino che lo richiama in azione.
Che proprio uno di questi quattro assassini contravverrà agli ordini tassativi di non innamorarsi.
E che il commissario Barbaro non si fiderà della finta pista dell'Isis ...

In un continuo avanti e indietro nel tempo riviviamo quasi in presa diretta le settimane di quel novembre 1989, il crollo del regime comunista, la paura della caccia all'uomo, la fretta nel bruciare tutti gli archivi degli informatori, degli agenti, delle persone che nel corso di decenni erano stati spiati, messi all'indice e imprigionati.
Per poi tornare al tempo presente, dove sempre in presa diretta, seguiamo la caccia agli assassini del funzionario dell'ambasciata, sia da parte della squadra dell'antiterrorismo di Nina, sia da parte dei due agenti della Stasi, dove le indagini si mescoleranno con le vicende personali dei protagonisti.

«Speriamo non finiscano come la quattro ostriche col tricheco» se ne era uscito Kasprik una domenica, alzando all'improvviso gli occhi da un libro che stava leggendo nel soggiorno. 
«Quali ostriche?» chiese Greta, anche se sapeva benissimo a cosa si stesse riferendo. 
«Quelle del poemetto sul Tricheco e il Falegname di Lewis Carrol, quello di Alice nel paese delle meraviglie». E cominciò a citare a memoria: «”Ostriche, unitevi a noi!” fece il Tricheco con foga latina. “Parliamo, facciamo due passi, vicino alla spiaggia marina: non possiamo accettarne che quattro, per tenervi la mano piccina”» 
«E come va a finire?» domandò Greta. 
«Le ostriche seguono il Tricheco e lui se le mangia.» 
Kasprik sorrise. Ma seguì una lunga pausa di silenzio. E di gelo. 
«Cosa stai cercando di dirmi, Leo?» 
«Niente» rispose Kasprik. «Niente» 
E su quel “niente” riprese a leggere.

Quattro piccole ostriche è un thriller che ci porta dentro il mondo delle spie, dentro la lotta al terrorismo: un romanzo che tiene legato il lettore alle pagine..
Ma perché Purgatori, che avevo già apprezzato anni fa nel romanzo-fiction A un passo dalla guerra, non ha scritto altri thriller?

La scheda del libro sul sito dell'editore Harper Collins
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27 luglio 2019

Il delitto della parola


Il commento più intelligente da parte di un politico è stato quello di Pippo Civati: bisognerebbe aspettare almeno 48 ore, prima di commentare un fatto di cronaca, specie se poi si vuole dare un colore politico a questo fatto.
Il riferimento è alla tragica morte del carabiniere, il brigadiere Mario Cercello Rega, accoltellato durante un'operazione in borghese: sulla morte del carabiniere si sono buttati a pesce tutti i noti soggetti della nostra destra sovranista e populista.
Perfino un ex garantista (almeno di Berlusconi) come Capezzone (pure un ex radicale) se l'è presa coi giornaloni che, nelle prime ore dopo l'accoltellamento, stavano nascondendo il fatto che gli assassini erano nordafricani.

Meglio aspettare almeno qualche ora, capire come stanno le cose e poi, eventualmente se si ha qualcosa di intelligente da dire, si dice.
E invece no: Meloni, Salvini, Gasparri e poi a ruota Di Maio (nella rincorsa con Salvini a chi è più legalitario). Tutti pronti a dare sentenze, contro i nordafricani sicuramente colpevoli.

Ma poi la storia ha preso una piega diversa: i nordafricani mechati erano due turisti americani, giovani, e il signore rapinato era uno spacciatore che aveva venduto roba scadente ai due americani.
Dubito ora che il ministro dell'interno chieda di mandare queste due persone ai lavori forzati...

Lo ripeto: non abbiamo bisogno di leoni da tastiera né di commentatori da bar, in Parlamento e dentro la classe dirigente.
Se volete passare il vostro tempo sui social, nelle dirette, a fomentare rabbia e odio, liberi di farlo. Ma senza ricoprire alcun ruolo pubblico.

26 luglio 2019

Le morti continuano

Ieri è avvenuta la più grave tragedia del 2019 nel Mediterraneo: si parla di 150 morti, migranti che cercavano di attraversare quel braccio di mare tra Libia e Italia.
Tra le prigioni libiche (e tutto ciò da cui stavano scappando) e un futuro diverso.
Non basta bloccare le ONG, rinforzare la guardia costiera libica, minacciare i volontari con multe e sequestri: gli sbarchi continuano, facendo meno rumore rispetto alle navi delle ONG e continuano pure le morti in mare.

Sempre a proposito di morti, nella giornata di ieri sono morte tre persone sul lavoro: quest'anno il numero di morti sul lavoro è aumentato del 6%.

Cosa ne pensano di questo i difensori dei valori cristiani, gli indignados per i ladri di bambini di Bibbiano?
Ci si aspettava, da questo governo così attento al popolo, maggiore attenzione anche a queste tematiche di sicurezza, che forse parlano meno alla pancia delle persone rispetto ai vari decreti sicurezza e daspo (che attirano anche sindaci di sinistra, come Sala a Milano).