24 settembre 2018

La memoria dei pesci rossi

Si dice che il pesce rosso abbia una memoria limitata a pochi secondi.
Forse non è vero, per il pesce.
Ma per molti giornalisti italiani (quelli che dovrebbero raccontare il paese e formare un'opinione pubblica consapevole) è proprio così.

Cominciamo con Sallusti che paragona Casalino alla mafia "Il ricatto mafioso"

Veniamo a oggi. Il boss dei Cinque Stelle, Rocco Casalino, un bullo ex Grande Fratello, al termine di una cena riservata annuncia come svelato ieri da questo giornale: «Noi quelle merde del ministero delle Finanze se non mollano i quattrini per il reddito di cittadinanza l'anno venturo li andiamo a prendere uno a uno con il coltello». Le analogie sono impressionanti, e non sono solo formali. I Cinque Stelle come la mafia, Casalino - braccio destro del premier Conte - come Riina a minacciare organi dello Stato che non si piegano al suo volere.

Farebbe ridere, viste le condanne a Dell'Utri e cosa sta scritto nelle sentenze: non era Casalino a pagare la mafia.

E poi Il foglio, ex house horgan berlusconiano oggi in forza al PD, domani vedremo.

"Salvini e Di Maio, i tronisti del populismo" - titola l'articolo di Andrea Minuz "Salvini entra in studio come un tronista, come un idolo del pubblico della factory D’Urso-Maria De Filippi."

Tronista come Renzi?
O come il berlusca?

Forse il pesce rosso no, ma un pezzo del mondo dell'informazione ha una memoria ferma all'oggi.

Il capitale umano nel lavoro – le inchieste di Presadiretta


L'acqua pubblica (e quella che stiamo perdendo), i cambiamenti climatici (e gli effetti sulle nostre vite), la sicurezza nelle nostre città (cosa si sta sbagliando oggi e cosa si potrebbe fare).
Le inchieste di Presadiretta proseguono stasera con un servizio dedicato al mondo del lavoro: non è la prima volta che Iacona si occupa di lavoro, dopo le inchieste sugli effetti del jobs act (è un modello che crea nuovi posti di lavoro?) e sui lavoratori alla spina,persone che lavorano a ore, a giornate, la domenica, gratis.
Sono passati ormai tre anni dal jobs act, la riforma del governo Renzi, che ha sì creato nuovi contratti di lavoro, dato un impulso alla crescita dell'economia e del PIL.
Ma che ha contribuito a destrutturare un mondo del lavoro con sempre meno regole e tutele: siamo ancora distanti dalle ore di lavoro di prima della crisi e ancora più distanti in termini di salari e tutele.
Perché da noi il “capitale umano”, la benzina che fa andare avanti il mondo del lavoro, è così bistrattato?

Ma il servizio di Presadiretta farà un passo avanti andando a chiedersi cosa serve fare oggi per colmare il gap tra domanda e richiesta: la politica dovrebbe occuparsi di questo, visto che il capitalismo di Stato è un retaggio del passato.
Dovrebbe occuparsi cioè dei centri per l'impiego, di potenziare l'offerta per le scuole che formano quegli studenti che l'industria chiede (ovviamente per l'industria che è sostenibile nel nostro paese), di formazione per far sì che i disoccupati non siano tagliati fuori dal mondo lavorativo.
Di scuola e di università (visto che abbiamo il tasso di laureato tra i più bassi).

Alcuni di questi argomenti sono stati affrontati dai passati governi: l'alternanza scuola lavoro per esempio doveva servire ad avvicinare gli studenti di oggi alle imprese.
Ma senza controlli, si è spesso trasformata in manodopera gratis per fare lavori senza valore aggiunto.
Di centri per l'impiego dovrebbe occuparsi questo governo, che si dice del cambiamento ma che, almeno in ambito lavorativo, sta ancora facendo poco: si parla di flat tax, di reddito di cittadinanza (che dietro ha l'obbligo di svolgere lavori per il tuo comune, di dover valutare le offerte che ti arrivano, pena la perdita del sostegno). Ma non di potenziare questi uffici, che ad oggi hanno fallito il loro obiettivo: solo il 3% delle persone che vi ricorrono ottengono poi un lavoro.

Come per le altre inchieste, Presadiretta ha girato l'Italia per raccontare diverse realtà: come la Bonfiglioli a Rovereto, nel Trentino: si tratta di un'azienda internazionale altamente tecnologica che ha superato gli 800 ml di fatturato, che ha un piano di investimenti per 145 ml di euro in tre anni.
Erano in trenta, tre anni fa e oggi sono arrivati a 90 persone, assumendo persone nel territorio, con un contratto di tipo indeterminato.
Eppure fanno fatica a trovare lavoratori: i profili che servono sono nel ramo dei diplomati tecnici e degli ingegneri, con una esperienza nel settore.
Sono ancora pochi i diplomati dagli istituti tecnici e ancora meno gli ingegneri, ma la formazione specifica chi gliela dovrebbe dare?
Eppure gli investimenti in formazione sono oggetto di sgravi fiscali, per una legge del passato governo.

Presadiretta ha confrontato la situazione nei nostri centri per l'impiego con quelli di altri paesi europei: “in Europa la rete di centri per l’impiego garantisce sostegno e formazione a chi ha perso il posto di lavoro e favorisce l’incontro tra domanda e offerta”.
Dovrebbero offrire per esempio dei corsi di formazione come previsto dalla riforma del lavoro.
Ma, come racconta un dirigente di un centro a Campobasso, “non mi risulta che ci siano corsi organizzati per lavoratori”: in tre anni dal jobs act nemmeno un corso.
Come mai? “E' una domanda che dovremmo fare allo stato e alle regioni” la disarmante risposta.
Come a dire che la riforma di Renzi è stata monca almeno in questo punto e non solo in questo: carente dal punto di vista dei controlli (gli ispettori del lavoro che sono rimasti nel limbo, come raccontato in una precedente inchiesta), i centri con computer vecchi o con computer non in rete.
I sistemi che non dialogano tra loro perché disallineati: “ogni posizione lavorativa va ricostruita a mano sulla base di più banche dati che non sono nemmeno aggiornate”.
Non esiste cioè un unico sistema informatico centralizzato con dentro le domande dei disoccupati (e le loro esperienze lavorative) e le domande.
Così, domanda e offerta di lavoro non si potranno mai incontrare: è un problema che riguarda tutti i 552 centri per l'impiego italiani, mentre – racconta sempre la giornalista nel servizio

Alla Gefran (società che si occupa di automazione e sensori), i corsi di formazione li paga l'azienda e sono svolti durante l'orario di lavoro: come ad esempio il corso per “public speaking” cui Iacona ha potuto assistere.
Se le persone stanno meglio, lavorano meglio – racconta un dirigente dell'azienda: quello che cercano qui non è solo l'esperienza ma l'approccio al lavoro, improntato alla voglia di imparare.
Perché il lavoro che fai oggi non è detto che ci sia domani.
Qui essere donne e madri non è un handicap, non preclude le promozioni: “l'azienda sono le persone” racconta la responsabile del personale, Patrizia Belotti.
E la presidente Maria Chiara Franceschetti aggiunge “le persone hanno imparato ad imparare e questo ha fatto sì che oggi è il nostro capitale umano ..”.

Un'altra bella storia che verrà raccontata stasera riguarderà il Salone del lavoro organizzato a Foggia dall'Università:

Nella puntata di lunedì 24 settembre, intitolata “Capitale umano” e interamente dedicata al mondo del lavoro, la trasmissione “Presa diretta” curata e condotta da Riccardo Iacona (Rai Tre, ore 21,15) si occuperà anche del Salone del Lavoro e della Creatività dell’Università di Foggia. Segnatamente del grande successo della prima edizione, tenuta al Quartiere fieristico di Foggia dal 15 al 17 maggio scorsi (http://jobunifg.it/): oltre 7000 presenze in tre giorni, più di 6000 colloqui che si sono tradotti in 250 tra proposte di contratto e assunzioni vere e proprie, 60 aziende partecipanti che hanno sostenuto in media 50 colloqui al giorno (con punte anche di 250 relativamente alle aziende di dimensioni nazionali e internazionali): un risultato con pochi precedenti nelle politiche di reclutamento adottate dalle università italiane, certamente mai verificatosi prima tra gli atenei del Mezzogiorno. 
Un successo raccontato dall’inviata di “Presa diretta” Roberta Ferrari, che ha realizzato un servizio sul salone ascoltando le voci di aziende, studenti e laureati: umori, prospettive e soprattutto aspettative che lo hanno caratterizzato. Il Salone del Lavoro e della Creatività dell’Università di Foggia, nella puntata del 24 settembre, rappresenterà il “buon esempio” all’interno di un quadro generale – quello del mondo del lavoro in Italia – molto depresso e caratterizzato da burocrazia, incertezze, assenza di meritocrazia e precarietà. «È stata un’esperienza davvero straordinaria – commenta il Rettore dell’Università di Foggia, prof. Maurizio Ricci – che assolutamente dobbiamo ripetere, sempre in sintonia e col sostegno della Regione Puglia e degli altri partner. Un’esperienza che ha fatto registrare un successo enorme perché, chi ha ideato il Salone, ne ha indovinato l’unica possibile chiave di lettura: saltare la filiera della burocrazia, passare direttamente dall’offerta alla domanda di lavoro, mettendo di fronte necessità e bisogno, facendo dialogare persone e professioni che forse, almeno in Capitanata, non avevamo mai dialogato». 
E proprio all’ideatrice e organizzatrice del Salone del Lavoro e della Creatività, la dott.ssa Rita Saraò responsabile dell’Area Orientamento e Placement dell’Università di Foggia, l’Ateneo si sente di “dedicare idealmente” la puntata del 24 settembre di “Presa diretta”. «Se tutto ciò è successo – conclude il Rettore – lo dobbiamo a lei».


Il servizio partirà con un'intervista al presidente della Camera, Roberto Fico.

La scheda della puntata: Capitale umano
PresaDiretta nella puntata in onda su Rai3 lunedì 24 settembre alle 21.15, torna sul tema del lavoro, per capire come interrompere il cortocircuito che si crea quando la domanda e l’offerta non si incontrano e cosa bisogna fare per valorizzare davvero il Capitale Umano. Un viaggio tra le imprese, i lavoratori e i disoccupati, i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro che si occupano di formazione professionale.Un fenomeno che si chiama mismatch occupazionale, cioè la mancanza di incontro tra domanda e offerta. Confindustria ha calcolato che equivale a 250mila posti di lavoro che ogni anno vanno in fumo. Un problema che il mercato del lavoro italiano, con una disoccupazione attorno all’11%, non si può più permettere.
Come mai allora i Centri per l’impiego, le strutture pubbliche che dovrebbero mettere in contatto chi cerca lavoro con chi lo offre, non sono mai decollati? Perché non c’è una banca dati nazionale in grado di mettere in rete il fascicolo di un lavoratore a livello nazionale? I lavoratori italiani sono tra i meno “formati” d’Europa. Quanto perde il Sistema Italia a causa del deficit di investimenti sul Capitale Umano? E come vengono spesi i soldi pubblici destinati alla formazione professionale?
E poi ci sono le imprese che hanno capito che investire risorse e tempo sul Capitale Umano conviene. Imprese che hanno scelto la strada della formazione professionale permanente dei propri lavoratori. E la differenza si vede.
PresaDiretta è andata in un paese dove perdere il lavoro non fa paura. E’ l’Olanda, che ha un tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa e una rete di strutture per il contrasto alla disoccupazione e per la formazione professionale quasi interamente pubblica. Un modello che funziona.
CAPITALE UMANO” è un racconto di Riccardo Iacona con Marcello Brecciaroli, Roberta Ferrari, Paola Vecchia, Massimiliano Torchia, Pablo Castellani.

23 settembre 2018

Tempi duri per i giornalisti


L'audio della telefonata tra il portavoce del governo, Rocco Casalino, e due giornalisti che venivano edotti su cosa scrivere sullo scontro tra pezzi del governo e i burocrati dei ministeri (quelli che “remano contro”) ha scatenato la solita polemica di cui ci dimenticheremo tra qualche giorno.
Casalino non dovrebbe dimettersi per quello che ha detto, ma per il fatto che da un governo del cambiamento ci si aspettava qualcosa di diverso. Se questo governo non ha più la fiducia di questi funzionari del ministero del Tesoro, può cambiarli, ma apertamente.
E questa è la prima cosa da dire.
La seconda riguarda la categoria dei giornalisti: un giornalista con la schiena dritta, di fronte a telefonate (o sms, come quelli di Sensi, l'ex portavoce di Renzi) saprebbe già cosa dire. Ma purtroppo la categoria, non da oggi, è vittima del precariato ed è dunque ricattabile: è molto difficile tenere la schiena dritta se poi il tuo direttore non ti protegge.
Spiace che di questo non se ne parli mai: giornalisti a cottimo, pagati poco, spesso nemmeno senza le giuste tutele legali.

Infine la questione di quei “10 miliardi del cazzo” (sono le parole di Casalino, eh): come scrive Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano, a cosa servono quei soldi?
Sono una parte del bilancio dello Stato e serviranno solo ai ministri di questo governo del finto cambiamento per andare nei talk (la nuova strategia mediatica del M5S, appunto) a fare altre promesse.
Servissero alla messa in sicurezza delle scuole, alla messa in sicurezza del territorio uno potrebbe anche capire.

Tempi duri per i giornalisti e non da oggi, che tra l'altro è pure l'anniversario dell'omicidio di un grande giornalista giornalista, Giancarlo Siani.
Ucciso dalla Camorra perché voleva fare semplicemente il suo mestiere, non scrivere quello che era comodo o quello che gli veniva imbeccato dal pretore o dai carabinieri.
(PS: mi scuso per aver messo Casalino e Siani in uno stesso post)

21 settembre 2018

Il patto sporco - le telefonate di Napolitano

E' uscito per chiarelettere  "Il patto sporco -Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista" scritto dal giornalista Saverio Lodato assieme al procuratore Nino Di Matteo.
Sul Fatto Quotidiano è uscito un estratto relativo al capitolo sulle telefonate tra l'ex presidente Napolitano e l'ex ministro Mancino


Di Matteo: “Sulle chiamate di Napolitano abbiamo la coscienza a posto. Manterremo per sempre il segreto”“Noi conserviamo nitidamente il contenuto delle conversazioni”, dice il sostituto procuratore antimafia a Saverio Lodato nel libro edito da Chiarelettere
di Nino Di Matteo e Saverio Lodato | 16 settembre 2018
 
Pubblichiamo un estratto de “Il patto sporco” (Chiarelettere) di Nino Di Matteo e Saverio Lodato, in libreria dal 18 settembre. 
Tutto quello che è accaduto intorno al processo è singolare, sconcertante ed emblematico. Tutto, tranne ciò che accadeva dentro l’aula. (…) C’è un’accusa che brucia particolarmente a me e ai miei colleghi: quella di essere responsabili della morte di Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del capo dello Stato Napolitano. In quell’occasione fummo definiti “assassini”, “eversori”, “magistrati che agivano con finalità ricattatorie nei confronti del presidente della Repubblica”. 
Ma l’autentica “bomba mediatica” esplose con la pubblicazione sui giornali del contenuto delle telefonate fra Mancino e Loris D’Ambrosio. Che cosa si dissero i due?
Le telefonate non furono poche. E alcune particolarmente utili per le indagini. L’argomento di fondo era la richiesta di Mancino di coinvolgere Napolitano nella vicenda processuale che lo riguardava. Ci rendemmo subito conto che Loris D’Ambrosio, invece di tagliare corto di fronte a quegli argomenti, preferì dare corda al “privato cittadino” Mancino. Lo rassicurò in più occasioni riferendogli di aver prospettato le sue lagnanze e richieste a Napolitano e ai magistrati che si erano succeduti al vertice della procura generale della Cassazione. (…)
 
Ma proprio in quella fase, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, con la violenza di un meteorite cascato dal cielo, piomba sul vostro lavoro con quel suo iroso conflitto di attribuzione. Vi tremarono le gambe e i polsi?
No. Avevamo la coscienza e la forza di chi aveva agito rispettando sempre la legge, e cercando solo la verità. Intercettando Mancino, ci eravamo imbattuti casualmente in alcune sue conversazioni con il presidente della Repubblica. Con la solita professionalità e riservatezza, gli uomini della Dia di Palermo che ascoltavano le telefonate ci avvertirono tempestivamente. E ci chiamarono ad ascoltarle di persona. Valutammo subito che il contenuto era penalmente irrilevante ed estraneo all’inchiesta. Ovviamente, comprendevamo che si trattava di materiale scottante. Ma a noi non doveva interessare l’aspetto politico o etico delle conversazioni. E quindi decidemmo che non le avremmo depositate, insieme alle altre, al momento della chiusura dell’inchiesta e che, come stabilito dalla legge, avremmo attivato la procedura prevista dal codice per la loro distruzione davanti a un giudice. Procedura di legge che avrebbe comportato la possibilità per i difensori degli imputati di valutare anch’essi la loro irrilevanza. Accadde l’imprevedibile. Nei miei confronti si aprì subito un’indagine disciplinare sollecitata alla procura generale della Cassazione.
 
Era stato sufficiente imbattervi nel nome di Napolitano perché lei si ritrovasse sul banco degli incolpati?
Mi faccia fare una premessa. Erano state pubblicate alcune indiscrezioni di stampa che affermavano che, nelle conversazioni con Mancino, Napolitano aveva parlato della Trattativa. Non era vero. Per questo in un’intervista a un quotidiano nazionale mi limitai a dire che le conversazioni erano penalmente irrilevanti ed estranee alla materia del nostro processo. Venni accusato di avere così confermato, anche se indirettamente, l’esistenza di quelle conversazioni. Un paradosso. Proprio io, che avevo spiegato che i primi articoli di stampa attribuivano al presidente della Repubblica conoscenze e ingerenze inesistenti sulla Trattativa. Scoprii dopo, difendendomi nel giudizio disciplinare, che la mia intervista era stata segnalata alla procura generale proprio dagli uffici del Quirinale. La mia posizione venne archiviata dopo oltre un anno. Ricorderò per sempre l’interrogatorio al quale venni sottoposto. Era la prima volta che entravo negli uffici della Cassazione. Era estate, il Palazzaccio era quasi deserto, mentre salivo le scale avvertivo la grande amarezza di entrare per la prima volta in quel “Tempio della Giustizia” in veste di accusato. Ero però sereno e determinato perché sapevo che mi ero comportato da magistrato, certo di aver fatto solo il mio dovere. Ed ero fiero, come lo sono tuttora, di non aver mai rivelato ad alcuno, e sfruttato in alcun modo, i contenuti di quelle telefonate.
 
Fatto sta che su quelle telefonate calò una pietra tombale per decisione della Corte costituzionale. Ma, a conti fatti, con quali conseguenze?
Le telefonate sono state distrutte senza che i difensori degli imputati le abbiano potute ascoltare. Loro non se ne sono rammaricati. Noi e gli uomini della Dia di Palermo conserviamo nitidamente il ricordo del contenuto di quelle conversazioni. Continueremo, ovviamente, a mantenere il segreto. Ma se oggi qualcuno si inventasse contenuti inesistenti, come è già capitato, ci troveremmo di fronte alla impossibilità di smentirlo con le registrazioni. La prova non esiste più.

Il centrodestra è vivo e lotta assieme a noi

Il centrodestra è vivo e lotta assieme a noi: dato per spacciato più volte, il centrodestra italiano ritorna vivo ogni volta.
Altri che "non c'è più destra o sinistra": Berlusconi Salvini e Meloni esistono eccome e porteranno avanti la loro politica.
La difesa dell'impero televisivo, la propaganda salviniana a colpi di sicurezza, la protezione del loro elettorato.
Non bisogna farsi ingannare dalle inutili polemiche su Casalino e il suo stipendio (la stessa cifra di Sensi), sul volo di Stato di Di Maio, la guerra sulle percentuali di deficit.
Doveva esserci un cambiamento e ancora lo stiamo aspettando: il decreto dignità è stato già archiviato, le norme contro la corruzione arenate, sulla Rai si prepara un altro assalto e sulla trasparenza di partiti e fondazioni poco da aggiungere.
Un velo pietoso sul prossimo condono mascherato da pace fiscale.
Lo stesso vale per le politiche sull'immigrazione sull'integrazione che all'atto pratico verranno declinate in respingimenti e carcerazioni nell'attesa di espulsioni (che si vorrebbero rendere più facili).

Fuori dal centrodestra cosa rimane? Il m5s che si scopre impreparato di fronte alle sfide di governo; un PD diviso tra cene che saltano, ex dirigenti alle prese con nuove sfide (Renzi documentarista e la Boschi che riprende la professione di avvocato); gli altri partitini a sinistra sempre divisi e che ora dovranno capire che fare da grandi.

20 settembre 2018

Nonostante tutto


Il governo Salvini Di Maio non andrà mai in Europa per cercare di cambiare la convenzione di Dublino che, di fatto, costringe l'Italia ad occuparsi da sola dei migranti che arrivano via mare.

Il governo Salvini Di Maio non seguirà i consigli del servizio di Presadiretta di lunedì scorso che metteva in luce due fatti: primo, la criminalità straniera (ovvero gli spacciatori per strada, il racket della prostituzione) si rafforza quando lo Stato si ritira dai territori.
Secondo: è il modello dei centri di accoglienza ad aver fallito il suo obiettivo, se confrontato con l'efficacia del modello Sprar, più efficace nell'integrazione degli immigrati.
Serviranno quei “centri per i rimpatri” (delle carceri) a cui i governatori del nord avevano detto no nel 2017, quando lo proposero Gentiloni e Minniti.

Il ministro Salvini, che dovrebbe occuparsi di sicurezza, con la legge sulla legittima difesa, non renderà questo paese più sicuro: aumenteranno solo gli “incidenti” domestici da parte di bravi cittadini armati ma senza nessuna preparazione all'uso di armi.
Il ministro Salvini non si preoccuperà della norma contenuta nel decreto sicurezza (ma ci sono veramente i caratteri di urgenza?) che trasforma i richiedenti asilo in cittadini di serie B, per l'introduzione della norma che revoca la richiesta d'asilo in caso di reati.

Il ministro Di Maio non riuscirà a liberare la Rai dai partiti, si vedrà imposto Foa alla presidenza e poi altre nomine politiche nei TG. E, dopo la cena di Arcore, nemmeno si riuscirà a chiudere la pacchia di Mediaset sul tetto pubblicitario.

Il ministro Di Maio non riuscirà nemmeno a salvarsi dalle accuse di ipocrisia sul prossimo condono: può chiamarlo “pace fiscale” tutte le volte che vuole, ma finché si daranno scappatoie ai furbetti (fino ad 1 milione di euro) non ci sarà pace. Per i contribuenti onesti e i conti dello Stato. Chissà come pensano di discriminare gli evasori per “difficoltà” dai veri evasori?

Nonostante questo il governo Salvini Di Maio andrà avanti.
Fregandosene dei vincoli alla spesa, del fatto che le loro previsioni (flat tax = meno tasse = più soldi in tasca = maggiori consumi) non hanno tutto questo fondamento, del fatto che abbiamo promesso di ridurre il debito e se questo non dovesse succedere i mercati non la prenderebbero bene.
Andrà avanti nonostante tutto, perché per il suo elettorato va bene così.

19 settembre 2018

La prima inchiesta del vicequestore Luca Wu a Roma

Incipit
Dolore e paura. Un dolore vasto e profondo come un abisso, una paura buia e soffocante. Questo è tutto ciò che sente la ragazza. Il suo mondo è soltanto dolore e paura. Però è ancora viva. Il cuore continua a battere ...
Sto leggendo "Il cinese", un bel noir dello scrittore Andrea Crotti, ambientato a Roma nel quartiere di Tor Pignattara, uno strano nome che deriva dal mausoleo di Sant’Elena la madre dell’imperatore Costantino, 
costruito su quella che era l’antica via Labicana, adesso la Casilina, usando vari materiali, tra cui scarti di anfore. Le pignatte. La gente chiama il monumento “Torre delle pignatte”
Ex quartiere operaio e popolare in cui, dagli anni settanta arriva l'eroina e spiazza via un'intera generazione di giovani. Negli anni ottanta è il quartiere della banda della Marranella, lega alla Magliana.
Il quartiere che aveva combattuto contro l'occupazione nazifascista soccombe contro "nemici che non sa più come sconfiggere".
Dal duemila è diventato uno dei quartieri più multietnici di Roma per l'immigrazione di stranieri, cinesi, marocchini, pakistani, bengalesi, indiani, egiziani.
Fiori deposti davanti casa di Zhou Zheng ucciso assieme alla figlia Joy di 9 mesi nel 2012, a Roma

E così l'equilibrio che si era instaurato inizia a vacillare: 
La droga torna a circolare. Lo spaccio in strada è gestito soprattutto dai nordafricani. I cinesi comprano interi capannoni e li riempiono di merce contraffatta. Aprono sale slot, e nel retro dei bar si stipano macchinette videopoker illegali. La crisi diventa disperazione, e la disperazione genera contrasti. Oggi il quartiere combattente ed operaio cerca  una sua identità perduta e stenta a ritrovarla. L'integrazione procede a strappi, alla calma s'alterna lo sgomento, la rabbia esplode e si spegne in fretta, poi torna a fomentare sottopelle. 
Tor Pignattara coi suoi quasi centomila abitanti è un colosso che a volte barcolla. Ma nonostante tutto, in generale rimane un posto pacifico. Molto più di altri. La criminalità è quasi esclusivamente di piccolo taglio, bassa manovalanza.Al Pigneto, sul lato opposto della Casilina, lo spaccio è molto più invasivo e massiccio, attirato dai locali alla moda e dai ragazzi che li frequentano. Il Quadraro, dietro via Tuscolana, è governato dal clan dei Casamonica.Per chi sgarra, scattano i raid punitivi, i pestaggi e le gambizzazioni. Al Tuscolano e alla Magliana le gang sudamericane si stanno facendo spazio seminando morti. A Ostia e sul litorale le cosche mafiose portano avanti una guerra tra loro che si estende fino al centro storico, e sparano e si ammazzano.Qui non accade. 
A Tor Pignattara negli ultimi anni gli omicidi sono stati rari e isolati. Quindi, un duplice omicidio è un evento eccezionale. [Andrea Cotti - Il cinese, Rizzoli]
Il duplice omicidio è quello due cittadini di origine cinese, Wang Jiang, chiamato "abile" Wang assieme alla figlia Wang Fanfang (la "profumata"): uccisi per strada di fronte alla madre in uno strano tentativo di rapina.Se è stata una rapina.

Ad occuparsi di questo caso Luca Wu, vicequestore di Polizia, dirigente del commissariato di Tor Pignattara: nato in Italia da genitori cinesi, cinese a metà o italiano a metà.L'unica persona capace di penetrare dentro il guscio della comunità cinese per capire il perché di quel duplice omicidio.  

L'allegro populista

Ieri sera è stata serata La7, sebbene a macchia di leopardo: prima Otto e mezzo dove mi sono sentito Pansa parlare di allarme golpe e poi con l'intervista di Floris all'allegro Salvini.
Partiamo da Pansa: in questo paese il golpe non c'è stato negli anni settanta, quando era sufficiente far arrivare a chi di dovere l'intenzione del golpe per spostare l'asse politico del paese e vogliamo farlo oggi?
Quella di Pansa, quando parlava di golpe per mano di carabinieri o Guardia di Finanza, mi è sembrata solo una provocazione per far rumore.
Semmai ci sarà un golpe, sarà l'ennesimo golpe al rallentatore nel momento in cui Salvini e Di Maio cominceranno a far approvare a colpi di maggioranze quelle riforme che Orban ha imposto all'Ungheria.
Controllo della stampa, della magistratura, cittadini spiati, divieto di sciopero e via discorrendo ..

Ma prima di arrivare a questo potremmo anche preoccuparci della futura manovra finanziaria: l'allegro Salvini ieri ci ha dato la perfetta definizione di cosa significhi populismo, ovvero l'arte di saper strappare applausi e consensi alla platea.
Meno tasse, meno criminali, meno clandestini, più posti di lavoro.
Mando a casa la gente in pensione e assumo 500mila giovani.
I clandestini li espello e se un richiedente asilo commette un reato lo mando a casa.
Il ponte di Genova? Lo paga Autostrade per l'Italia.
La Fornero? Cancellarla è un dovere morale (certo sentir difendere dall'ex ministro i giovani, fa quasi ridere).
L'aumento dell'IVA? Non ci sarà.

Chi se ne importa dei soldi, del mondo del lavoro che per i giovani è un mondo senza tutele, della Costituzione, degli accordi internazionali e degli avvocati di Aspi.
Che l'aumento dell'IVA è solo rinviato.
L'Ungheria di Orban?
Rideva Salvini, ministro della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione, di fronte all'elenco delle riforme antidemocratiche del presidente ungherese.

Perché parlare di libertà di stampa, di associazione, di espressione, di tutele nel mondo del lavoro, di rispetto dei diritti mica fa strappare qualche applauso.
Loro sono il governo del cambiamento e troveranno i soldi per fare tutto quello che si deve fare: Salvini aveva con sé un lungo elenco di riforme da approvare, dalla legge sulla separazione alla legittima difesa.

18 settembre 2018

Alcune considerazioni sulla sicurezza (quella dei cittadini)

Il servizio di Presa diretta sulla sicurezza dentro le nostre città fa nascere alcune considerazioni: le nostre città, non solo quelle al sud, non sono sufficientemente presidiate, per i vuoti di organico di polizia e carabinieri.
Vuoti che sono riempiti, in alcune città dove la "sensibilità" politica è più alta, con l'esercito.
Ma il vuoto non è solo nelle volanti, nei vigili, nella polizia e nei carabinieri: c'è un vuoto dello stato nei quartieri oggi in mano agli spacciatori.
Vuoto per i palazzoni abbandonati, vuoto per le scuole fatiscenti (quando ci sono), vuoto per gli asili che mancano, vuoto per le case popolari non assegnate, occupate, gestite dal racket. 
Il taglio alle forze dell'ordine (5 miliardi) comincia col governo Berlusconi (e la Lega era alleata) del 2009 e se oggi cambia qualcosa è per merito del precedente governo che ha ripristinato il turnover.
Ma per tutto il resto, non ci sono scuse né a destra né a sinistra, la sinistra della cena saltata che ieri, per voce dell'ex ministro Minniti, ha ammesso di non aver dato risposte alle paure delle persone.
Ma quali paure?
Casa, lavoro, presidio del territorio, servizi pubblici e magari anche piste ciclabili, scuole belle e sicure.
E un percorso di integrazione per gli immigrati che non passi né per i lager libici né per le carceri a cielo aperto in Italia, in mano alle cooperative bianche o nere.

A queste insicurezze si è risposto ieri con gli 80 euro, con i dati Istat, coi numeri del PIL.
E oggi si risponde coi fucili e le pistole in casa.
Ma le paure, le città insicure, i quartieri non curati, sempre lì rimangono.

Presa diretta: la città si cura (per essere sicura)

In queste settimane prenderanno forme le norme dentro il decreto sicurezza, in Parlamento si sta discutendo della nuova legge sulla legittima difesa: sulla sicurezza si sta passando dalle parole ai fatti.
Il 39% degli italiani è favorevole al possesso delle armi in casa, per difesa: crescono le armi e cresce la paura, dicono i sondaggi.
Cresce anche la voglia di usare le armi per la legittima difesa: Salvini si è impegnato col comitato 447, per discutere su tutte le leggi che hanno a che fare con le armi.
Dietro c'è la lobby delle armi, che ha ottenuto da Salvini la ricezione della normativa europea sulle armi più favorevole possibile, per chi vende le armi.

La difesa è sempre legittima dicono i parlamentari della Lega, come Molteni: esiste il diritto di reagire quando è a rischio il bene della vita, nessuna proporzionalità tra offesa e difesa, se ci sono minacce, se c'è infrazione dell'ingresso, ci si può difendere.
Ma la Lega dovrà convincere il M5S, che ha un suo ministro alla giustizia: troveranno un accordo tra alleati, per avere processi più veloci?
Nel caso – dice Gasparri – loro sono favorevoli a questa riforma della legittima difesa.
L'ex ministro Orlando, a nome del PD, è contrario invece: è una norma che creerebbe effetti collaterali difficili da prevedere.
Preoccupato anche Fratojanni di LEU: dobbiamo impedire una liberalizzazione delle armi, un far west dove ognuno si fa giustizia da sé.
Il sindacato SAP della Polizia è favorevole: l'aggredito non deve essere condannato.
Il Siulp è contrario: questa riforma è animata da un senso di vendetta, non da un senso di giustizia. Ci troveremmo di fronte ad un paradosso: il cittadino che non è formato all'uso delle armi può usarle in casa, mentre la polizia no.
Servirebbe colmare il gap negli organici, l'età media dentro la polizia si sta alzando.

Il sindacalista della Siulp aggiunge anche un'altra cosa: sulle paure dei cittadini per anni si è fatta politica, vincendo anche le elezioni.

Che cosa si deve fare per avere più sicurezza nelle nostre città?
Cosa non ha funzionato, del nostro sistema di sicurezza e di accoglienza? Di cosa non ci siamo accorti per tempo?
Queste le domande cui cercherà di dare risposta il servizio di Presa diretta

La città insicura
Parma, quartiere Oltretorrente, un quartiere multietnico: il comitato Oltretutto ha scritto alla redazione, esprimendo un grido di allarme sulla situazione di pericolosità nel quartiere.
Circa tre anni fa è nata una banda che spaccia droga a tutte le ore del giorno: non sono arrivate risposte importanti dalle istituzioni e le cose non sono cambiate.
Gli spacciatori sono giovani nigeriani che si incontrano nel quartiere a tutte le ore: tutti li conoscono e sanno cosa fanno.
Ci sono le foto, i video delle persone del comitato che ritraggono scambi, soldi che passano di mano: la vendita di droga sta diventando normale, nelle vie col risultato che le persone iniziano a disertare la vita nel quartiere.
Le persone si sentono insicure: le minacce, i gesti, le mazze ritrovate nel parco.
Si ha paura se si denuncia qualcosa.

Non c'è un presidio costante da parte delle forze dell'ordine: solo da poche settimane c'è una pattuglia notturna della polizia locale.
Ma gli spacciatori lavorano a tutte le ore, di fronte alle persone: se permettiamo a queste persone di occupare il territorio in questo modo, ci saranno delle reazioni a catena – racconta una psicologa che vive qui, Benedetta.

Di fronte alla palestra della scuola del quartiere è normale trovare studenti che fumano erba: si consuma cocaina già a 14 anni.
Perché ottenere droga è veramente facile, le telecamere di Presa diretta lo hanno testimoniato in modo inequivocabile: droga davanti la scuola, la stazione, nelle strade. Crack, cocaina, fumo. Lo spacciatore ti lascia pure il numero di telefono, professionale ..
Droga alla portata di tutti, per venti euro, tagliata male, che porta ad una dipendenza da cui non esci. E i ragazzi non si rendono conto del pericolo: In Emilia Romagna i sequestri di droga sono decuplicati in un anno e il record spetta proprio a Parma.
La realtà dei numeri, dai dati dell'osservatorio europeo sulle tossicodipendenze, dice che l'Italia è al terzo posto per consumo di droga, si consuma di più dove ci sono più soldi.
Non è solo un problema delle periferie o del sud.

Come mai dopo tre anni non è riuscito a cacciare dal territorio queste bande di nigeriani?
A Parma ci sono due voltanti se va bene – racconta il sindacalista del SIAP. C'è poco controllo del territorio, siamo ai livelli di venti anni fa.
E anche i carabinieri sono nelle stesse condizioni, così sono i cittadini di Oltretorrente devono controllare le vie girando di notte in bici.
LE biciclettate non sono delle ronde, ma un tentativo di riappropriarsi delle vie, dei quartieri, dei parchi: ricominciare ad uscire la sera, stabilire dei rapporti umani.
Cura delle strade e del territorio, una barricata culturale ottenuta con le bici; ma si organizzano anche altre iniziative culturali, presentazioni di libri.
E poi il “disturbo vegetale”, ovvero la consegna di verdure a km zero nelle stesse strade dello spaccio.

E i rappresentanti della comunità nigeriana danno una mano al comitato: sono 1500 persone, su 31000 stranieri, sono pochi ma si sentono chiamati in causa.
Lo spaccio danneggia tutti, anche le persone integrate.

La comunità si occupa anche delle donne nigeriane passate dalla prostituzione: perché oltre alla droga c'è anche questo business.
I capi di queste organizzazioni non sono persone stanziali, sono richiedenti asilo che hanno visto la domanda rifiutata o senza permesso.
Persone contro cui si possono infliggere condanne molto blande, anche perché in genere non portano con sé quantitativi di droga.

Quest'ultimo dato ci indica una cosa: i richiedenti asilo che vengono dagli SPRAR non entrano in questo giro criminale, diversamente dai richiedenti che finiscono nei CAS.
Chi spaccia è chi è fuori dai centri di accoglienza, sono persone che entrano nel giro dello spaccio per debiti, per la difficoltà di vivere in un paese straniero, non conosce la lingua.
Non hanno alcun appiglio giuridico per costruirsi una vita normale.

A livello politico è in atto una guerra tra comune e governo per avere più risorse: Pizzarotti e l'assessore alla legalità accusano il ministro di snobbare Parma.

L'intervista al sindaco Pizzarotti Il sindaco ha ringraziato i cittadini per la loro azione sul territorio: le leggi e le risorse della polizia non sono sufficienti per risolvere il problema. Serve l'esercito di fronte alla stazione, serve espellere in modo definitivo le persone fermate e poi colpire gli spacciatori che hanno a disponibilità denaro ottenuto in modo sospetto.

Serve reprimere per non far crescere la sensazione che tutti gli immigrati e i richiedenti asilo siano criminali.

Cosa poteva fare il comune?
Anche il corpo dei vigili urbani è sotto organico, ora siamo a 40 unità.

Perché non si sono messe le telecamere di sicurezza?
Vogliamo potenziarle e installarne altre: gli spacciatori hanno poche dose dietro, sanno come muoversi per sfuggire alla legge.

I tagli alle forze di sicurezza sono cominciati nel 2009, sotto il governo di Berlusconi e della Lega. Altri tagli li ha fatti Monti, solo col governo Renzi si è sbloccato un piano di turnover, che però non coprirà i buchi fatti prima.
Secondo i sindacati servirebbero 45mila poliziotti in più.
L'intervista a Minniti
Non siamo riusciti a rispondere al sentimento della rabbia e della paura: non si può rispondere coi dati economici dell'economia, col dato dei reati in calo.
La sinistra sta accanto a chi a rabbia e ha paura, per liberali dalla rabbia e dalla paura: serve avere una politica sulla sicurezza che tenga assieme più cose, politiche al degrado urbano, per la costruzione delle case. Non è solo una questione di repressione: la sinistra è l'unica forza politica che può fare queste cose, ma purtroppo l'ha capito in ritardo.

5 miliardi di tagli sono tanti dal 2009: chi li ha fatti ora è al governo.

Nel contratto Lega e M5S si parla di nuovi poliziotti: i 2500 poliziotti del piano Minniti non sono sufficienti, il sottosegretario Molteni parla di nuovi fondi per le assunzioni, soldi presi dal fondo per l'accoglienza.
Espulsioni più facili, tempi dentro i CAS più lunghi, più rimpatri – dice Molteni: un piano che però non sta in piedi e lo sanno anche loro.
Non c'è legame tra immigrazione e criminalità, poiché gli immigrati in carcere sono 20000 circa, come 3 anni fa nonostante l'arrivo di molti nuovi migranti.
C'è però un legame tra irregolari e criminalità: bisogna favorire l'inserimento delle persone, dare loro la possibilità di trovare casa e alloggio.

La soluzione non è espulsioni più facili e frontiere chiuse.
Pizzarotti punta il dito contro la politica di Salvini e anche contro la politica altalenante del suo ex movimento che ora si trova a dover inseguire Salvini e le sue sparate.
M5S che ora ha avallato il taglio dei fondi alle periferie, non un bel segnale per la sicurezza nelle città.

La città che si cura
Mekelen, nel Belgio, regione delle Fiandre: una città storica, della cultura, un gioiello dell'architettura fiamminga.
Una delle città con più stranieri, che sono circa il30% della popolazione, circa 80 lingue parlate, persone che arrivano da tutto il mondo.
Il 49% dei minorenni sono figli di migranti, sono loro che hanno svecchiato la popolazione: qui tutti gli stranieri non provocano tensioni, è diminuita la criminalità ed è migliorata la sicurezza negli ultimi 20 anni.
Tutto merito del sindaco che governa col centro destra: Bart Somers è un liberale che ha pure vinto il premio come miglior sindaco per l'integrazione.
Prima di insediarsi il partito politico di estrema destra era al 40%: Somers ha individuato una soluzione nuova, puntando alla risoluzione dei problemi, per tutti, anche per i migranti.
Hanno investito nella polizia, il sindaco qui è anche capo della polizia; poi ha piazzato telecamere in tutta la città che portano le immagini delle vie nelle sale della polizia.
Gli operatori possono seguire le immagini e aiutare le volanti di polizia se viene segnalato un problema: in questo modo i criminali non possono occupare il territorio.
Il sindaco ha anche investito in più poliziotti: sono diminuiti tutti i reati, furti nelle case e nelle auto, furti con violenza.
Il comune ha realizzato un parco aperto a tutti in un nuovo quartiere popolare, con spazi per fare sport, con gli uffici del comune: l'amministrazione ha investito proprio nei quartieri più poveri, nelle scuole, nel lavoro giovanile, in progetti educativi.
I nuovi arrivati devono poter imparare la lingua comune per poter essere integrate in modo più semplice; altro strumento di integrazione è lo sport.
Così il partito di estrema destra qui è crollato all'8%: i cittadini si sono resi conto che i migranti sono cittadini come loro, che devono crescere con loro, per il bene comune.
Sono parole di un politico di un partito sovranista. Belga non italiano.

In questo comune, nelle scuole si organizzano delle sessioni speciali per i genitori stranieri, che vengono spinti all'integrazione e alla partecipazione: si parte dalla scuola dove si insegna il fiammingo sia ai padri che ai figli.

Ci sono poi centinaia di cittadini che lavorano come volontari, alcuni gratis altri pagati, per insegnare ai bambini la lingua, per aiutarli per fare compiti.
Si costruisce una comunità, che cresce tutta assieme, niente ghetti o persone recluse in casa.
Anche il restauro del bene pubblico, di piazze o strade, è in mano ai cittadini, che hanno rifatto il volto del centro storico di Mekelen.
E man mano che il comune abbelliva gli spazi pubblici, arrivavano gli investimenti dei privati: spazi pubblici puliti portano ad avere persone più civili, perché le persone qui sentono la città come una loro proprietà, una città sicura e rispettosa.
Una città sicura col 30% di stranieri: le persone nate e cresciute qui non sono straniere, dobbiamo vivere tutti integrati nello stesso paese.
Vivere insieme nella diversità può essere un successo – ha concluso il sindaco.

Cosa nelle nel contratto di governo del M5S – l'ultima domanda a Pizzarotti: vedo dei ministri ma non vedo una classe dirigente, la risposta.
Vorrei tornare ad una classe politica più istituzionale che pensi che i problemi si risolvono con l'impegno di tutti i cittadini.

La sicurezza partecipata
Piccole Mekelen ci sono anche in Italia: sono migliaia i cittadini che hanno partecipato ai progetti di sicurezza partecipata.
Limbiate, provincia di Monza: l'associazione controllo del vicinato parla alle persone di controllo del vicinato, una specie di videosorveglianza umana, niente ronde o altro.
Sono più di 1600 le associazioni di controllo in 640 comuni: esperienze che portano poi a benefici come quelli riscontrati a Santa Croce di Carpi.
Qui le persone fanno comunità, comunicano ed è stato registrato un calo dei furti, per le comunicazioni che viaggiano tramite delle chat, c'è sempre qualcuno che si occupa degli altri, specie delle persone anziane, poco avvezze alle nuove tecnologie.
Sempre le associazioni si occupano del risarcimento per le spese accessorie, per il trauma psicologico: alla base di tutto c'è il concetto di sentirsi parte di una comunità che si occupa di te e di cui tu ti occupi.

Per questo è importante l'arredo, come si costruiscono le case e i quartieri: come il quartiere Corviale a Roma, un simbolo di degrado e insicurezza perché oltre alle case (chiuse e con barriere) mancano del tutto spazi comuni e servizi per tutti.
La sicurezza è figlia di uno spazio frequentato: frequentato per fare sport e per fare cultura.
Il calcio qui, nel quartiere Corviale, è sociale: attraverso il calcio si cerca di cambiare il territorio, racconta una persona dell'associazione Calciosociale.

L'equazione della felicità.
Andrea di Nicola, dell'università di Trento ha inventato una equazione sulla felicità: si basa sulla sicurezza e sulla salute e anche sul degrado; appoggiandosi alla statistica e al database dei reati sono arrivati a sviluppare un sw che previene i reati.
Un sw che monitora le zone non vissute, perché non hanno consumi di elettricità e che forse hanno bisogno di riqualificazione.
E' un software che serve a mettere ordine: con l'ordine si migliora anche la percezione dell'insicurezza, eliminiamo un po' di pancia e mettiamoci dentro un po' di cervello.

La feroce mafia nigeriana a Torino
Il quartiere di Barriera è uno dei più multietnici della città: ma il problema è lo spaccio non la presenza di stranieri.
Spaccio di droga, prostituzione, traffico di esseri umani sono i reati in cui sono coinvolte le mafie nigeriane: sono strutture criminali che prevedono dei riti cruenti per i nuovi adepti.
La mafia nigeriana non sarebbe subordinata a quella italiana: non ci sono interferenze ne rapporti di subordinazione.

Sono strutture criminali, “cults”, in forma piramidale, con dentro anche delle donne, per gestire la prostituzione di ragazze: c'è un'intera catena di comando, che gestisce la tratta delle donne.
Ragazze che devono pagare il debito, per il viaggio in Italia, andando per strada.

Ma la roccaforte della mafia nigeriana è al sud, a Castelvolturno, literale domizio, dentro case nate da uno scempio ambientale dei fratelli Coppola.
Il gruppo si chiama Eye: chi cerca di scappare da questo cult rischia la morte.

A questo si è arrivati per l'abbandono del territorio, i degrado, l'assenza di qualsiasi forma di controllo che marchi la presenza dello Stato.
Si è tollerato l'abusivismo, non ci sono strutture di aggregazione: Castelvolturno è l'emblema del fallimento dell'immigrazione come è oggi concepita.
Un modello che crea degli invisibili, braccia per la criminalità.
Altro che la città belga: qui le persone non hanno alcun servizio di aiuto, dalle scuole, ai servizi sanitari, alla formazione lavorativa.

A furia di chiudere gli occhi di fronte alla realtà, le mafie hanno prosperato.
E ora è tardi per chiudere le frontiere o pensare di armare i cittadini.

17 settembre 2018

Per città più sicure – le inchieste di Presa diretta


Questa sera Presadiretta si occuperà del tema più caldo di questo momento, anzi del tema più caldo di questi ultimi anni: la questione sicurezza nelle città italiane.
Cosa è successo alle nostre città in cui oggi abbiamo interi quartieri dove il controllo del territorio sfugge allo Stato ed è sempre più in mano alla criminalità organizzata?
Cosa possiamo fare per rendere le città più sicure (e qui si intende, quali politiche diverse da quelle fino ad oggi applicate)?

L'impressione è che per un problema reale, si siano individuate delle risposte sbagliate.
Partiamo dalla serie di eventi, succedutisi questa estate, di persone di colore sparate mentre erano per strada, mentre stavano lavorando, da parte di cittadini italiani.

Alcuni dei quali si sono pure giustificati in modo puerile: stavo pulendo l'arma, volevo sparare al piccione..
E' un caso, oppure è il frutto avvelenato della campagna di odio, che non è nata oggi, contro l'immigrato con la pelle scura (e le ONG, e i buonisti, e via discorrendo..)?
Immigrati che sono stati indicati come colpevoli di tutti i nostri mali: sono un peso per lo stato, non fanno niente, rubano e stuprano. E siccome lo Stato non può proteggerci, devo pensarci io.

Pregiudizi, false paure che alimentano un clima d'odio: ma che ci siano intere piazze nelle mano di bande criminali, è un dato di fatto che le telecamere di Presa diretta hanno mostrato.
Succede a Torino: “che succede se nella tua città si installa una banda di spacciatori nigeriani che non puoi scacciare?” - si chiede Iacona nel primo della puntata.
E la risposta è che la città si deve curare.


Siamo a Torino, nel quartiere Barriera, che una volta ospitava gli operai del sud che erano emigrati qui per lavorare nelle fabbriche come come la Fiat.
La crisi industriale e l'arrivo di molti stranieri lo hanno trasformato in uno dei quartieri più multietnici: il problema qui non sono gli stranieri ma la delinquenza e la droga.
Se vi capita, leggere il romanzo di Cristian Frascella “Fa troppo freddo per morire”

Barriera era un quartiere operaio di immigrati del sud. Lavoravano all'Iveco, alla Pirelli, alla Michelin, alla Magneti Marelli. Poi quella generazione è quasi sparita, sono scappati altrove o sono morti. Quelli che sono rimasti, per scelte sbagliate o per scalogna, hanno messo al mondo questi figli del buio.Senza lavoro, senza laurea, senza altro destino che girovagare a muso duro da una via all'altra, da un un locale all'altro.L'invasione degli extracomunitari ha spezzato il tenue equilibrio su cui si reggeva il quartiere. La malavita locale si è scontrata con quella albanese, rumena, magrebina, asiatica, è stato versato altro sangue. Sono arrivate le armi. Barriera è diventata un centro di smercio, parte da qui l'eroina che stupidisce mezza città.

La notte è uno spaccio continuo, raccontano le persone intervistate: di sera e di giorno, tutti i giorni, e le retate della polizia servono a poco. Qui, dicono le carte di un'inchiesta della Procura torinese, ha le base una potente organizzazione criminale nigeriana, radicata da molti anni. Organizzazione che è stata considerata mafia, per il suo modo di operare: a Torino operano due delle sette segrete nigeriane (“secret cults”) del mondo: nate come confraternite nei campus, sono diventate oggi strutture criminali.
Strutture in grado di gestire spaccio di droga, prostituzione e traffico di esseri umani.
Mafie moderne con riti antichi di affiliazione, dove l'iniziati viene percosso fino allo sfinimento.

Da Torino a Parma: se per Torino avevo scomodato Frascella, per Parma mi tocca citare Valerio Varesi e il suo commissario Soneri nel libro “La legge del Corano”

«Li conoscete?» chiese poi ai due agenti una volta partiti.
«Le ronde, commissario. Sono bravi diavoli. Girano fino alle tre di notte e ci segnalano i sospetti. Su dieci che ce ne dicono va bene se ce n'è una giusta.»«E' così scesa la fiducia nelle forze dell'ordine?»
«Dottore, c'è da capirli: ormai i politici hanno insegnato a rubare a tutti. Sono arrivati i ladri anche dall'estero! Sbarcano già imparati, ma qui hanno il master!» sghignazzò il poliziotto alla guida.
Soneri tacque intuendo la deriva del discorso.

Quartiere Oltretorrente a Parma: gli abitanti del quartiere hanno scritto a Presa diretta quando si sono resi conto che nel quartiere si stava consolidando il fenomeno dello spaccio, a tutte le ore.
Anche qui lo spaccio è in mano ad una banda di nigeriani che non è difficile incontrare.

IL sindaco di Parma ha scritto al ministro Salvini, chiedendo più risorse per la sicurezza e pene efficaci contro questi reati: il sindaco Pizzarotti sarà ospite della trasmissione.

Cosa è successo dunque, alle nostre città: Torino, Milano (Piero Colaprico ci viene in aiuto), Parma, Roma ..?
E' il fallimento delle politiche di integrazione, di un modello industriale, dei tagli al compartimento della sicurezza (nato dai tempi dei governi di centro destra), dell'abbandono del presidio dei quartieri da parte delle istituzioni: in questo modo gli stranieri irregolari sono manovalanza a costo zero per le mafie.

La scheda della puntata: LA CITTÀ SI CURA
Questa puntata di PresaDiretta affronta uno dei temi al centro dell’agenda politica nel paese, la sicurezza. Cosa bisogna fare per rendere le nostre città più sicure e ridare fiducia ai cittadini? Come superare l’allarme sociale nato con l’arrivo dei migranti e la rabbia che ha assunto le forme del razzismo e dell’intolleranza?PresaDiretta è andata a raccontare come si vive in un quartiere di una città bella, colta e agiata, che si è trasformato in una piazza di spaccio. Cosa fare allora? Come riconquistare gli spazi comuni e il diritto di vivere serenamente nella propria città? Un gruppo di cittadini ha deciso di unire le forze e diventare un punto di riferimento e di inclusione per la lotta contro lo spaccio della droga.E poi, cosa accade quando si abbandona il presidio del territorio? Quando le politiche di integrazione non funzionano e gli stranieri irregolari diventano un bacino di mano d’opera a costo zero per la criminalità? Le organizzazioni criminali hanno campo libero e si organizzano. E’ quello che è successo con la mafia nigeriana. Un inquietante reportage di PresaDiretta su uno dei gruppi criminali meno conosciuti del paese, ma molto organizzato sia al sud che al nord.Eppure c’è chi ha trovato il modello giusto e ha capito come si fa a trasformare le città in luoghi sicuri e accoglienti per tutti. Le telecamere di PresaDiretta sono andate in Belgio a Mechelen, una delle città d’Europa con il maggior numero di stranieri in rapporto agli abitanti. Qui convivono 130 nazionalità diverse. Oggi Mechelen rappresenta un modello, non ci sono tensioni, non ci sono paure, la criminalità è diminuita e la sicurezza aumentata.Tanti i temi sul piatto di questa puntata di PresaDiretta, che si intrecciano con il lavoro dell’Esecutivo e la realizzazione del Contratto di Governo. Sono in arrivo il decreto sicurezza, la riforma della legge sulla legittima difesa, e PresaDiretta ha raccolto le posizioni e le proposte dei diversi partiti sulle politiche dell’integrazione e della sicurezza.
LA CITTA’ SI CURA” è un racconto di Riccardo Iacona con Teresa Paoli, Luigi Mastropaolo, Massimiliano Torchia, Andrea Vignali.