11 marzo 2024

Presadiretta – Sanità SPA

Ospedali dove manca il personale, si lavora su turni massacranti, il personale viene aggredito. In 120 mila se ne sono andati via all’estero, nei concorsi non si presenta nessuno e così avanza la sanità privata. Come i pronto soccorso a pagamento in Lombardia o in Calabria, dove gli ospedali sono al collasso.

Eppure ci sono ancora medici che fanno il loro dovere: dobbiamo difendere la sanità pubblica con tutte le forze.

I medici che vanno all’estero
Silvio Magliano era stato intervistato da Presadiretta nel 2020, ai tempi del covid. Già allora denunciava le carenze di organico, a Sesto San Giovanni: nel suo ospedale gli anestesisti erano pochi, lavoravano senza riposo.

Se questo è il prezzo da pagare non so se ne vale la pena” – così diveva. Dopo tre anni ora lo troviamo in Francia: o rimanevo nel tunnel o cercavo di cambiare qualcosa, alla fine ha deciso di andarsene via dall’Italia.

Lavora a Chamount, in una struttura sovrapponibile come bambini nati a San Giovanni: qui però riesce ad avere i turni in anticipo, può organizzarsi una vita normale, in Italia non poteva. Lo stipendio è aumentato di almeno un migliaio di euro al mese, lavorando di meno.
Ma non se ne è andato via per i soldi, esiste anche una vita personale – racconta a Francesca Nava.

In Francia esiste la figura degli infermieri anestesisti, cosa che in Italia manca: consentono agli anestesisti di lavorare su più sale e hanno uno stipendio che si aggira sui 3000 euro.

Sono diversi gli italiani che lavorano qui in Francia: se ne sono andati per la fatica di lavorare male e tanto, con anche uno stipendio migliore.

In Francia cercano di essere attrattivi – racconta l’ortopedico Avallone – quando se ne è andato dall’Italia nessuno ha chiesto perché te ne vai.
Dopo il covid in Francia hanno investito nella sanità pubblica, hanno investito nell’aumento salariale, non si sciopera come in Italia.

Ma anche gli amministratori locali, come a Chaumont, investono sulla sanità privata per rendere attrattivi i loro paesi.
Conclude Silvio Magliano: “
Se la gente se ne va, forse c’è da dire che si deve fare una valutazione, che non è solo strettamente economica, io non faccio il politico, io faccio il medico, il mio lavoro lo faccio bene, ma non posso fare quello degli altri. Gli altri, che sono quelli che noi votiamo, che noi paghiamo, sono loro che devono fare queste valutazioni. Tu ti rendi conto che tu dai la professionalità e di fronte trovi davanti un quota di dirigenti che non sanno niente di quello che tu fai. Economicamente sono pagato meglio [in Francia], ho più tempo libero, i pazienti mi ringraziano, non mi aspettano fuori che ti fanno delle violenze come succede tutti i giorni. I dirigenti mi rispondono alle mail, rispondono alle chiamate: anche in Italia c’è bisogno dei medici, perché li fate scappare?”.
In Italia così muore il sistema sanitario: perché si mettono i medici nelle condizioni di doversene andare, se vogliono vivere, se vogliono vedere i figli. Se si vogliono fare i figli.

Le aggressione dei medici in corsia

Anna Procida è una infermiera del pronto soccorso di Castellammare che un giorno è tornata a casa dopo essere stata aggredita da un signore che era stato invitato ad uscire.

Presadiretta è stata dentro il pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare: corridoi pieni di gente in attesa, lettighe a terra, scene comuni in gran parte dei nostri pronto soccorso. L’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia è l’unico della ASL ad avere un dipartimento di emergenza e urgenza di primo livello con 60 mila accessi l’anno.
Quando il servizio è stato preparato, a fine gennaio, erano in corso i lavori di ristrutturazione all’ingresso dell’emergenza: dentro sarà presente un ufficio della polizia per una vigilanza armata 24 ore su 24 per proteggere medici, infermieri e operatori sanitari dalle aggressioni.
Sono decine i presidi aperti in questi ultimi mesi dal ministro Piantedosi, sono passati da 126 a 189: in corsia si sta come in trincea e i medici sono nel mezza di questa guerra, dove la disperazione, l’ansia, la difficoltà ad accedere ai servizi, porta a gesti di violenza.

Pietro di Cicco è un medico di questa struttura, a Presadiretta spiega che sta diventando molto pesante lavorare in emergenza, dentro un pronto soccorso: dovrebbero essere in 24 i medici, mentre sono in tutto in sette. Eppure l’ASL di Di Cicco fa tanti concorsi, ma alla fine solo un medico ha scelto di venire a lavorare qui.
Stessa storia all’ASL di Verbania-Cusio-Ossola: concorsi dove non si presenta nemmeno un candidato, così in questo spicchio di Piemonte la maggior parte dei medici è esternalizzata. Sono medici che a volte lavorano in un posto, a volte in altri.

Per anni negli ospedali c’è stato il blocco del turnover, ora che servirebbero nessuno vuole entrare nel pubblico, conviene entrare nella libera professione: sono medici che lavorano dove c’è l’offerta migliore, sono organizzati in cooperative.

Sono i gettonisti: per fare il gettonista nel pronto soccorso non serve nemmeno la specializzazione, tanto è la fame di posti.
Meglio lavorare come libero professionista, scegliendo dove stare, scegliendo i turni, che entrare nel pubblico e non poter respirare.
Ci sono momenti dell’anno dove i pacchetti dei gettonisti vanno all’asta, al miglior offerente: un free lance della sanità quanto arriva a guadagnare? Anche 1400 – 1300 euro al giorno.

Prendiamo più soldi rispetto ai medici assunti in ospedale, è vero – commenta Bruno Salerno, medico ginecologo, ex dipendente pubblico ora libero professionista – ma attenzione non è il gettonista che guadagna di più, è il medico ospedaliero che guadagna poco. Il medico gettonista, tolte le tasse, guadagna il giusto, quello che guadagna un collega in Germania, in Francia, in Olanda”.

La Gazmed è la più grande società di gettonisti, con un fatturato da 8 ml di euro: procura la maggior parte degli anestesisti in regione, il fondatore Bruno Pagano non vuole essere chiamato becchino della sanità pubblica “Noi siamo in questo momento la stampella per una sanità che zoppica già da anni”.

Il fenomeno dei gettonisti è anche uno spreco di risorse pubbliche: l’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. Una montagna di soldi, con cui si sarebbero potuti assumere 34 mila medici ospedalieri. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia.

A spendere di più è proprio la regione Lombardia: come le aziende di Bergamo est o Mantova, che spendono molto in gettonisti.

L’assessore al Welfare in Lombardia Bertolaso ha dichiarato guerra ai gettonisti e ai liberi professionisti che si mettono all’asta: dovrebbero andare dietro tutte le altre regioni per evitare che le cooperative si spostino altrove.
Ma poi come facciamo coi direttori generali che non trovano medici? Secondo Bertolaso è compito dei DG che devono convincere i medici a lavorare in un ospedale, “come se fosse casa tua”, non basta fare bandi.
Ma Bertolaso sta facendo anche altro: anziché assumere e diminuire la pressione sui medici, ha proposto di far lavorare i medici in più strutture per coprire i buchi, con un aumento della paga, facendoli diventare gettonisti a loro volta.

La metà dei gettonisti professionisti che lavorano in Lombardia secondo le regole di Bertolaso non hanno la specializzazione.
Il TAR ha ora bocciato la proposta di Bertolaso, calmierare il mercato dei medici a gettone che sono un salasso sui nostri costi.

L’avanzata del privato
A Brescia ci sono strutture di primo soccorso private, Brescia Med: qui entrano solo codici bianchi e verdi, i pazienti gravi è meglio se vanno al pronto soccorso, non sono aperti h24… La visita di urgenza costa 135 euro, non ci sono servizi in convenzione. Insomma non è un vero e proprio pronto soccorso, ma è un ambulatorio dove lavorano pochi medici e due infermieri, che non affrontano le vere emergenze ma piccoli problemi quotidiani.
Certo, non ci sono code, la gente che arriva si sente trattata bene, viene visitata in tempi certi.
Non si vedono in questa struttura le scene del pronto soccorso nel pubblico: barelle in corsia, gente che aspetta per giorni in attesa di un ricovero perché mancano i posti.
Ci sono persone anziane che hanno subito un trauma, dovrebbero fare una radiografia, una TAC, ma sono costrette a rimanere per giorni in pronto soccorso.
In assenza di strutture sul territorio, non il medico di medicina generale, vanno tutti negli ospedali, oppure si rivolgono alla sanità privata.
Creando un corto circuito perverso, perché poi il medico privato richiede prestazioni che poi finiscono a carico del pubblico.

Francesca Nava racconta di quanto sia difficile prenotare una vista al CUP in regione Lombardia, dove si ritiene che il servizio sanitario sia una eccellenza.

Al CUP la giornalista ha cercato di prenotare una colonscopia in provincia di Bergamo: in agenda non c’era niente, la prima disponibilità è nel 2025, settembre.

Dopo essersi rivolta al CUP regionale, con in mano le impegnative che chiedevano un esame a 60 giorni, la giornalista si è rivolta ad alcune strutture private convenzionate col sistema nazionale in provincia di Varese. In una struttura non accettavano tutti gli esami, eseguivano gli esami richiesti solo da privato – è stata la risposta data dall’impiegata all’accettazione.

Da privato la colon costa 400 euro a cui si sommano 150 euro per eventuali biopsie, la colposcopia costa 1000 euro, l’ecografia 200 euro per la visita: il risultato è che nel privato i 3 esami diagnostici e la visita specialistica costano 1750 euro.

La giornalista si è rivolta ad un’altra clinica convenzionata col servizio regionale, con le stesse impegnative: la risposta non è stata diversa, nessuno degli esami richiesti viene eseguito in convezione, si fa tutto a pagamento.
Non garantire visite ed esami diagnostici con il servizio sanitario nazionale nei tempi previsti dal medico di base è un atto illegittimo.
Sulle ricette le classi di priorità sono indicate con delle lettere, U = urgente, P= programmabile. Il rispetto dei tempi di attesa è un diritto, lo sanno bene i volontari degli sportelli nati spontaneamente in Lombardia grazie all’intuizione di un pensionato di Codogno, città simbolo della pandemia.

Si chiama Fondazione Sportelli SOS Liste di attesa e il fondatore è il signor Andrea Viani: “i cittadini di fronte alla necessità non vanno più neanche al CUP vanno direttamente dai privati. La prospettiva potrebbe essere la distruzione del sistema pubblico”.

Nel 2020 Andrea Viani ha dato via allo sportello SOS Liste d’attesa: obiettivo è spiegare ai cittadini come ottenere le visite nei tempi richiesti.
I volontari ricevono le richieste dei cittadini e li aiutano ad ottenere le prenotazioni: quando ci si sente rispondere che non ci sono le agende aperte, si scrive una PEC al direttore generale, si fa un ricorso e, magicamente, si ottiene l’appuntamento. La legge lo consente, ma nessuno lo sa: se un ospedale non riesce a garantire una visita nei tempi previsti dal medico di base, deve attivarsi a trovare un posto o a rimborsare il ticket.
Questo dice la legge ed è un nostro diritto: la parità tra privato e pubblico non esiste, è una falsa equiparazione, perché pubblico e privato non condividono le rispettive agende.

In Lombardia si arriverà al CUP unico solo nel 2026 e si continuano ad avere le agende chiuse per spostare i cittadini nel privato.
Questo è la causa delle lunghe liste di attesa: Bertolaso a Presadiretta ha raccontato che è sua intenzione sbattere fuori i privati che non intendono lavorare alle sue condizioni, ma non esiste nessun controllo.

Così tocca a dei cittadini privati aiutare altri cittadini a far valere i loro diritti. Non è lo stato, non sono le istituzioni.

Dentro il centro traumatologico di Cesena

Nel servizio sanitario pubblico ci sono delle eccellenze: Presadiretta è entrata nel trauma center di Cesena, il Maurizio Bufalini. Qui lavorano medici che lavorano in equipe con le migliori strumentazioni diagnostiche. Salvano vite umane questi medici, non lasciano i pazienti in osservazione per ore.
La struttura sorge sulle colline sopra Cesena, è una macchina da guerra che offre servizi per tutta la Romagna.

Un lavoro che comincia la mattina alle sette, analizzando i dati dei pazienti ricoverati, pianificando interventi che possono durare anche una giornata intera. Operazioni che una volta si facevano solo all’estero, con costi fino a 150mila dollari e che invece oggi si fanno qui, in Italia, nel pubblico.

Presadiretta ha mostrato una operazione su un tumore al colon, fatta con robot che consentono di operare con precisione: lo racconta
Fausto Catena, chirurgo, a Iacona “la chirurgia altamente tecnologica richiede un forte investimento in termini di risorse, anche risorse umane e pensare che in Italia una persona di qualsiasi ceto, di qualsiasi disponibilità economica, possa avvalersi di tutto questo è una conquista pazzesca, di civiltà. Ti do il massimo che esista, gratis [con la tassazione pubblica]. Lo stesso intervento potrebbe costare negli Stati Uniti 300mila dollari..

Un letto in traumatologia costa 3500 euro giorno: le operazioni fatte al Bufalini non possono essere portate nel privato (perché al privato non sarebbero convenienti, non ci sarebbe profitto), i pazienti sono seguiti da diversi medici, da infermieri che li seguono tutto il giorno. Lavorano per uno stipendio dignitoso – così raccontano a Presadiretta – portandosi a casa tante soddisfazioni.
Questo è quello che rischiamo di perdere se non riprenderemo a finanziare la sanità pubblica. La nostra salute, la cura dei pazienti, la cura di una popolazione che diventa sempre più anziana.

Ma perderemo anche conoscenze e competenze in questi settori, come la chirurgia di emergenza, come quelle del dottor Fausto Catena.

Dovremmo essere orgogliosi di avere medici come il dottor Catena.

La mia preoccupazione e che a furia di togliere pezzettini dal sistema sanitario viene giù tutto – racconta il dottor Vanni Agnoletti: i medici e gli infermieri sono molto richiesti dal privato, che paga anche cifre più alte.
Ma quello che faccio qua ha un valore così enorme da essere impagabile – continua il medico del Bufalini.
Rischiamo di portare trasformare il servizio sanitario in un servizio basato sul reddito: lo spiega il dottor Corradori che a Iacona racconta che è vero che la sanità pubblica costa, ma anche la non sanità ha un costo, se le persone non ci curano anche questo avrà un costo per la società.
Investire nel sistema sanitario, universalistico e gratuito, è un contributo per la nostra democrazia: se non sei in salute non sei libero. Devi essere curato per essere libero.

Nella sanità mancano i soldi: negli ultimi 15 il sistema ha subito un definanziamento per 48 miliardi di euro, il Gimbe ha stabilito che la spesa per PIL è destinata a calare.

Non prendiamo in giro i cittadini: o si investe nel pubblico oppure si deve ammettere davanti al paese che ci si deve rivolgere al pubblico – è l’opinione di Nino Cartabellotta.
Ma poi, il privato funziona veramente meglio del pubblico?

I medici in Calabria devono combattere anche contro la criminalità organizzata e nel frattempo la sanità privata avanza velocemente.

Chi si ammala in questa regione deve subire un calvario, la storia del signor Naccari lo spiega bene, un problema al naso che non si riusciva a risolvere perché nessuno riusciva a guardare il referto dal CD.

Aveva un tumore nel naso, come emerso da una semplice analisi con una sonda: per scoprirlo è dovuto andare a Milano. Doveva morire altrimenti.
In Calabria si spende di meno in sanità e ci si sposta di più per curarsi: il rapporto Svimez parla di un paese a due cure, le regioni del sud hanno versato 14 miliardi alle regioni del nord per le cure dei loro cittadini, 2,7 miliardi sono della Calabria.

In Calabria lavora il primario Vincenzo Amodeo nell’ospedale di Polistena e a Locri: sta portando avanti una battaglia per rilanciare la sanità regionale, con nuove sale ospedaliere, con nuove macchine.
Siamo in guerra – racconta a Francesca Nava - servono medici e infermieri
: alla trasmissione spiega come ci siano forti tendenze da parte della politica che spinge verso il privato. In soccorso alla sanità calabrese sono arrivati 300 medici da Cuba, ma a Polistena si lavora ancora con carenza di organico.

Il cittadino ogni giorno deve combattere una guerra per ottenere i servizi che gli spettano: l’ospedale di Locri dovrebbe essere ristrutturato dal 1998, sono stati spesi 14ml. Per fare cosa?

Anche a Locri, prenotare gli stessi esami come fatto in Lombardia, porta agli stessi risultati, non è possibile prenotare un esame nel pubblico.
Lucia di Furia è direttrice dell’ASL a cui appartiene la struttura di Locri: “Io non sono amica di nessuno da queste parti. Non conoscevo niente della Calabria, ma la parola Locride la conoscevo pure io che vivevo nelle Marche. Appena sono arrivata qui c'è stata una retata, hanno portato via dei medici, già che erano pochi li hanno pure portati via”.

La situazione che ha trovato in questa struttura è pietosa: “Ho avuto paura, devo essere onesta, ho avuto un episodio legato al mio ruolo, per altro poco tempo dopo che ero arrivata. Subite le pressioni ho capito una cosa sola, che stavo nel posto giusto. Ho detto: se è così che mi vogliono mandar via, allora è sicuro che rimango”.

Ci sono le case della salute, ma chi ci mettiamo dentro?
Si fa di tutto per rallentare la struttura sanitaria pubblica per far crescere gli interessi dei privati che pullulano nel territorio.

I laboratori privati crescono in Calabria, come le strutture sanitarie residenziali, salite al 80%.
Anche qui c’è un abbraccio tra politica e sanità che causa anche problemi ai conti pubblici: Presadiretta ha raccontato le storie di dirigenti apicali nella sanità che hanno favorito strutture private, persone nominate dalla politica che è colpevole della carenza nel servizio sanitario.
Politici che nominano i dirigenti, che poi si controllano da soli: il senatore Crisanti ha presentato una norma in Parlamento con cui togliere ai presidenti di Regione il potere di nominare i direttori sanitari, che dovrebbero essere indipendenti dalla politica.
Non mancano i soldi, ma le idee – racconta Crisanti: il costo della sanità è 180 miliardi, quasi il 9% del PIL, come è possibile che non funzioni?

É perché il sistema sanitario è marcio.

La componente privata della spesa sanitaria è salita dal 12 al 24 %, ci sono strutture che oramai sono solo private accreditate in alcune zone d’Italia: lo stato finanzia e amministra la sanità privata al posto del pubblico.

La privatizzazione della sanità è un rischio per la democrazia: uno stato privatizzato non può avere controlli, perché costano, dunque si arriva alla deregolamentazione.

In Italia oggi il gruppo san Donato e l’assicurazione Generali hanno stretto un accordo, per creare nuovi poliambulatori privati che si trovano ovunque.

Sono le smart clinic, un modello che verrà esportato in tutta Italia: il personale sanitario lo metterà San donato, Generali gli immobili e occuperanno gli spazi lasciati liberi dal pubblico.
A questo punto si perde di vista il confine tra pubblico e privato, ci si inizia a chiedere perché votare: la privatizzazione distrugge il senso stesso dello stato.


10 marzo 2024

Anteprima Presadiretta – Sanità SPA

La situazione della sanità pubblica, specie nelle regioni del sud (ma non solo), è sotto gli occhi di tutti. La sperimentiamo ogni volta che abbiamo bisogno del medico di base (con buona pace del ministro Giorgetti, noi comuni cittadini abbiamo ancora bisogno del medico), quando dobbiamo prenotare una visita specialistica e ci viene risposto che non ci sono posti in agenda. Oppure, come capitato a me per una visita oculistica, primo posto a dicembre.

Ancora oggi, nei telegiornali, nei talk, si sente ripetere dai soldatini di fratelli d’Italia che non è vero che questo governo ha tagliato i fondi sulla sanità, questo governo ha messo tre miliardi di euro in più nella sanità… Le bugie hanno le gambe corte e per smascherarle basterebbe avere un giornalista in studio che risponda al politico di turno che, è vero che si sono dei miliardi in più, ma solo per il prossimo anno e che comunque sono insufficienti per tenere in piedi tutto il sistema sanitario, pubblico e universale, per tutti. Come garantisce la Costituzione.

I soldi sono stati messi, ma meno di quanto ne servirebbero per garantire in servizio uguale per tutti, dal nord al sud, per chi ha i soldi e chi non li ha e oggi è costretto a rinunciare a curarsi.

Così, come racconta Riccardo Iacona nell’anticipazione della puntata, mentre gli ospedali pubblici fanno fatica a lavorare e crescono le liste di attesa, la sanità privata avanza e prova a riempire i vuoti lasciati dal pubblico. Da Sanità pubblica a Sanità SPA, come dice il titolo della puntata: Presadiretta torna ad occuparsi della sanità pubblica, del pericolo di perdere questo presidio della democrazia.

La mancanza di risposta da parte del pubblico nel servizio sanitario ha portato, come effetto collaterale, anche ad un aumento delle aggressioni al personale sanitario, tanto da portare alla decisione di aumentare i presidi delle forze dell’ordine dentro degli ospedali: magari dentro queste strutture faremo fatica a trovare un medico, ma non mancheranno gli agenti.
Presadiretta è stata dentro il pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare: corridoi pieni di gente in attesa, lettighe a terra, scene comuni in gran parte dei nostri pronto soccorso. L’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia è l’unico della ASL ad avere un dipartimento di emergenza e urgenza di primo livello con 60 mila accessi l’anno. Quando il servizio è stato preparato, a fine gennaio, erano in corso i lavori di ristrutturazione all’ingresso dell’emergenza: dentro sarà presente un ufficio della polizia per una vigilanza armata 24 ore su 24
per proteggere medici, infermieri e operatori sanitari dalle aggressioni.
Sono decine i presidi aperti in questi ultimi mesi dal ministro Piantedosi, sono passati da 126 a 189: in corsia si sta come in trincea e i medici sono nel mezza di questa guerra, dove la disperazione, l’ansia, la difficoltà ad accedere ai servizi, porta a gesti di violenza.

Mancano medici, mancano infermieri, mancano posti letto. Quelli che ci sono se possono passano al privato, vanno a lavorare all’estero (o nella vicina Svizzera come qui nel comasco, dove vengono pagato bene).
Silvio Magliano è uno di questi: oggi è un anestesista rianimatore Ospedale che lavora nell’ospedale di Chaumont in Francia: a Presadiretta racconta che dove lavora riesce ad avere i turni tre mesi in anticipo e non all’ultimo del mese, riesce così ad organizzarsi una vita normale: “io in Italia non potevo farlo” continua il suo racconto “qui lo stipendio è aumentato di almeno un migliaio di euro di più al mese. Se la gente se ne va, forse c’è da dire che si deve fare una valutazione, che non è solo strettamente economica, io non faccio il politico, io faccio il medico, il mio lavoro lo faccio bene, ma non posso fare quello degli altri. Gli altri, che sono quelli che noi votiamo, che noi paghiamo, sono loro che devono fare queste valutazioni. Tu ti rendi conto che tu dai la professionalità e di fronte trovi davanti un quota di dirigenti che non sanno niente di quello che tu fai. Economicamente sono pagato meglio [in Francia], ho più tempo libero, i pazienti mi ringraziano, non mi aspettano fuori che ti fanno delle violenze come succede tutti i giorni. I dirigenti mi rispondono alle mail, rispondono alle chiamate: anche in Italia c’è bisogno dei medici, perché li fate scappare?”.

Sono tanti gli anestesisti che se ne sono andati e tanti quelli che non hanno trovato il coraggio per andarsene, perché “quella vita là, in Italia, non si può fare”.

Ma così muore il servizio sanitario, se ne vanno tutti: “mi dispiace ma non sono il capitano della nave, non l’abbandono alla fine.. Faccio il topo, però preferisco vivere”.

La sanità italiana si sta trasformando in una società per azioni? Da una buona sanità pubblica non dipende solo la nostra salute, ma anche la salute della democrazia nel nostro paese – racconta Iacona nell’intervista a Radio Radicale.

Avere a disposizione, a prescindere dal reddito, un servizio sanitario nazionale che beneficia delle nuove tecniche e degli strumenti più moderni è un passo in avanti per il nostro paese: sono le parole di Fausto Catena, chirurgo, nell’intervista a Iacona dopo aver mostrato una diagnosi sui linfonodi di un paziente con una macchina di ultima generazione.

La chirurgia altamente tecnologica richiede un forte investimento in termini di risorse, anche risorse umane e pensare che in Italia una persona di qualsiasi ceto, di qualsiasi disponibilità economica, possa avvalersi di tutto questo è una conquista pazzesca, di civiltà. Ti do il massimo che esista, gratis [con la tassazione pubblica]. Lo stesso intervento potrebbe costare negli Stati Uniti 300mila dollari..
E’ anche da queste cose che arriva la soddisfazione per il proprio lavoro.

Ma la realtà è ben diversa: nell’anteprima della puntata Francesca Nava racconta di quanto sia difficile prenotare una vista al CUP in regione Lombardia, dove si ritiene che il servizio sanitario sia una eccellenza.

Al CUP la giornalista ha cercato di prenotare una colonscopia in provincia di Bergamo: in agenda non c’era niente, la prima disponibilità è nel 2025, settembre.

Dopo essersi rivolta al CUP con in mano le impegnative che chiedevano un esame a 60 giorni, la giornalista si è rivolta ad alcune strutture private convenzionate col sistema nazionale in provincia di Varese. In una struttura non accettavano tutti gli esami, eseguivano gli esami richiesti solo da privato – è stata la risposta data dall’impiegata all’accettazione.

Da privato la colon costa 400 euro a cui si sommano 150 euro per eventuali biopsie, la colposcopia costa 1000 euro, l’ecografia 200 euro per la visita: il risultato è che nel privato i 3 esami diagnostici e la visita specialistica costano 1750 euro.

La giornalista si è rivolta ad un’altra clinica convenzionata, con le stesse impegnative: la risposta non è stata diversa, nessuno degli esami richiesti viene eseguito in convezione, si fa tutto a pagamento.
Non garantire visite ed esami diagnostici con il servizio sanitario nazionale nei tempi previsti dal medico di base è un atto illegittimo. Sulle ricette le classi di priorità sono indicate con delle lettere, U = urgente, P= programmabile. Il rispetto dei tempi di attesa è un diritto, lo sanno bene i volontari degli sportelli nati spontaneamente in Lombardia grazie all’intuizione di un pensionato di Codogno, città simbolo della pandemia.

Si chiama Fondazione Sportelli SOS Liste di attesa e il fondatore è il signor Andrea Viani: “i cittadini di fronte alla necessità non vanno più neanche al CUP vanno direttamente dai privati. La prospettiva potrebbe essere la distruzione del sistema pubblico”.

Francesca Nava ha incontrato, Adrian Naranjo cardiologo venuta dall’Havana per supportare i medici dell’ospedale di Locri dal dicembre del 2022: il suo contributo è diventato indispensabile per l’ospedale dove si reca ogni giovedì per svolgere controlli basilari, pacemaker, defibrillatore. Ma come, i medici di Locri che sono qui da tanti anni non li sanno fare questi controlli?
Il primario di cardiologia dell’ospedale di Polistena, il dottor Amodeo, spiega che non può insegnare questi controlli, altrimenti smetterebbe di fare il suo lavoro da responsabile dell’equipe, “ma che faccio il professore di scuola oppure devo venire qua a fare il primario? Bisogna fare una rivoluzione culturale” racconta a Presadiretta “e poi, dopo che avrai fatto la rivoluzione culturale vai a combattere e vincerai la guerra”


Nonostante queste premesse, il tema della sanità pubblica non è ai primi posti nell’agenda politica che oggi sarà presa dall’esito delle elezioni in Abruzzo, dal presunto dossieraggio: si tira fuori la questione del gap sanitario solo come arma di propaganda, sotto le elezioni. La politica si indigna per la violazione della privacy di cittadini (che poi sono vip, politici, persone che per il loro ruolo sotto attenzionate dai sistemi di controllo), ma non per la perdita di questo diritto, il diritto alla cura.
Eppure questo argomento diventerà sempre più importante, perché stiamo diventando un paese di anziani, bisognosi di curi, dove aumenta la distanza tra i ceti abbienti e quello che era l’ex ceto medio:
la secessione dei ricchi, la riforma per l’autonomia differenziata delle regioni, non farà che aumentare questo divario di diritti.

Sui giornali trovate delle anticipazioni dei servizi che andranno in onda domani sera: c’è l’articolo della stessa Francesca Nava uscito ieri su Il Domani

La sanità a pezzi divorata dalla privatocrazia
Dalla Calabria alla Lombardia, dal Piemonte all’Emilia-Romagna. Nella puntata di lunedì 11 marzo, la trasmissione Rai “Presadiretta” di Riccardo Iacona racconterà la deriva occulta del servizio sanitario nazionale, le difficoltà degli ospedali pubblici, lo stato di sofferenza dei pronto soccorso, la diffusione di ambulatori di urgenza a pagamento, la proliferazione di poliambulatori. 

Nell’articolo potrete leggere alcuni dei punti toccati dall’inchiesta: lo sfogo di Lucia Di Furia, DG dell’azienda sanitaria di Reggio Calabria, finita sotto inchiesta per le infiltrazioni mafiose che hanno reso più acuto il problema della carenza di medici.

Del pendolarismo sanitario dalle regioni del sud a quelle del nord, una sorta di tassa occulta pagata dalle regioni più povere – come testimonia il rapporto di Svimez: “Negli ultimi 10 anni tredici regioni del sud hanno versato 14 miliardi di euro a quelle del nord per far curare i propri cittadini, 2,7 miliardi sono della Calabria”.

Si parlerà di come il privato si sia infiltrato dentro i vuoti lasciati dal servizio pubblico, una scelta politica, come qui in Lombardia, per dare ai cittadini un finto diritto di scelta, in realtà solo un modo per arrivare ad una privatizzazione del servizio nei settori più profittevoli (per un approfondimento leggetevi Assalto alla Lombardia del giornalista Marco Sasso).

Infine la questione dei gettonisti, i medici pagati a gettone che le Asl prendono a servizio per colmare i vuoti del personale da cooperative private:

“’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. Una montagna di soldi, con cui si sarebbero potuti assumere 34 mila medici ospedalieri. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia

Sul Corriere di Cesena trovate questo articolo dove si parla del centro traumatologico di Cesena Maurizio Bufalini, un polo di eccellenza (non è un caso che questo articolo sia stato pubblicato su una testata locale, il tema della sanità e dei presidi territoriali è molto più sentito):

Lunedì 11 marzo, in prima serata, su Raitre, torna la trasmissione “Presa diretta” con una puntata interamente dedicata al Servizio Sanitario Nazionale , messo a dura prova dal sottofinanziamento degli ultimi dieci anni e dall’aumento del bisogno di cura . Tra i tanti ospedali attraversati ci sarà un reportage realizzato all’ospedale “Maurizio Bufalini” di Cesena, un viaggio realizzato da Riccardo Iacona che ha seguito per diversi giorni l’attività del Trauma Center Romagna, centro di riferimento per i traumi maggiori dell’intero territorio romagnolo. [..]

E’ stata una esperienza umana incredibile ... – racconta Riccardo Iacona – aver incontrato personale medico, infermieristico e sanitario di altissimo livello. Ho capito veramente quanto è prezioso il servizio sanitario nazionale quando funziona . Non è solo prendersi cura di chi ha bisogno di una risposta di salute, dentro gli ospedali pubblici succede molto di più, si stringe un patto con la comunità che costruisce uguaglianza e democrazia. Riuscire a offrire a chiunque , senza guardare al portafoglio, le cure al più alto livello è una conquista di civiltà enorme e quasi unica nel panorama mondiale della sanità. Ecco perché va difesa con le unghie e con i denti . 

La scheda della puntata:

Ambulatori a pagamento per decongestionare il pronto soccorso degli ospedali, medici pagati con un gettone presenza per sopperire alla carenza di organico delle strutture pubbliche, analisi nei laboratori privati per saltare liste d’attesa di mesi e mesi: la sanità italiana si sta trasformando in una società per azioni? 
“Presadiretta” – in onda lunedì 11 marzo alle 21.20 su Rai 3 con la puntata dal titolo “Sanità S.p.a.” - è andata negli ospedali di Lombardia e Calabria per capire se la trasformazione in atto del sistema sanitario nazionale verso la privatizzazione sia la strada giusta per assicurare il diritto alla salute dei cittadini. 
Nonostante il governo Meloni abbia investito 2,4 miliardi di euro per aumentare gli stipendi, non si ferma la grande fuga del personale sanitario. Tra il 2020 e il 2022 180 mila tra medici e infermieri hanno scelto di lasciare la sanità pubblica, migliaia di loro sono fuggiti in Paesi come la Francia dove guadagnano molto di più e non sono costretti a turni massacranti. A sostituirli negli ospedali sono arrivati i medici e gli infermieri a chiamata, comunemente detti gettonisti, perché lavorano, appunto, a gettone. Sono organizzati in cooperative e si spostano a seconda del bisogno, dell’offerta e delle condizioni. L’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia. Ma c’è chi continua a lavorare nel pubblico, che ha fatto di ospedali come il Maurizio Bufalini di Cesena un polo d’eccellenza, punto di riferimento per tutti. 
“Sanità S.p.a.” è un racconto di Riccardo Iacona, con Francesca Nava, Antonella Bottini, Lisa Iotti, Marianna De Marzi, Fabio Colazzo, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

07 marzo 2024

Tu uccidi: Come ci raccontiamo il crimine di Antonio Paolacci e Paola Ronco

Realtà o rappresentazione? Lo sapremo dopo la pubblicità

È una mattina di febbraio del 2001 e, come ogni altro giorno, milioni di televisori sono accesi su una delle trasmissioni più seguite dalle famiglie italiane. Si chiama Unomattina e fa compagnia a chi si prepara per andare a scuola o in ufficio, a chi resta a casa a fare lavori domestici, a chi fa la colazione in molti bar o salette negli alberghi.

Questa mattina in particolare, milioni di persone stanno guardando Luca Giurato e Paola Saluzzi mentre si abbracciano in studio, lo sguardo al pavimento e il tono di voce drammatico. Alle loro spalle, in collegamento video, c'è il volto serio in primo piano dello psichiatra Raffaele Morelli, ricercatissimo opinionista televisivo di quei tempi.

Siamo veramente sicuri di comprendere o, meglio, di conoscere veramente la realtà dentro cui viviamo?

Bombardati come siamo di informazioni, da tutte le fonti, compreso quel cellulare che ci portiamo sempre appresso, verrebbe da affermare certo che si.

Ma non è vero: Antonio Paolacci e Paola Ronco, due scrittori di gialli che fino ad oggi hanno raccontato il paese e la nostra società attraverso le storie del vicequestore Nigra, in questo saggio ci daranno tutti gli strumenti per comprendere la grande menzogna con cui i mezzi di informazione raccontano la cronaca nera in questo paese.

Stiamo parlando della narrazione dei casi di cronaca dove l'immigrato, di colore se possibile, viene fermato per spaccio, o dopo aver compiuto una violenza contro una donna o. in generale. dove le vittime sono gli elementi più deboli di questa società.

Stiamo parlando della distorsione di come noi cittadini percepiamo la realtà: un fenomeno in corso da molti anni, che si basa sul principio, mutuato dalle fiction, di una società in cui c’è una chiara divisione tra i buoni e i cattivi, noi e loro. Dove loro, i cattivi, l'uomo nero, le bestie senza morale, sono nate per compiere il male, è connaturato in loro.

In questa narrazione la cronaca nera è raccontata come una fiction, dove il male viene da fuori, dove l'omicidio non può essere commesso da uno come noi, brave persone. No l’assassino deve essere uno venuto da fuori, come le bande di albanesi tirate in causa dopo la strage familiare compiuta a Novi Ligure da Erika e Omar (senza dare i cognomi, come fossero due personaggi di una serie televisiva...) nel 2001 di cui si parla nell’incipit.

O come per il delitto di Erba, dove ad uccidere due anziane e un bambino di due anni non possono essere state quelle due persone. Deve essere stato un regolamento di conti all'interno del mondo dello spaccio.

In questo modello non si cerca di raccontare i delitti in modo razionale, facendo leva sulla nostra ragione: questo ci spingerebbe a chiederci il perché del delitto, a interrogarci magari su cosa ha prodotto (all'interno della società, della famiglia) quella rabbia, quel desiderio di morte.
Magari mettendo in discussione questo modello di società dove la forbice tra chi sta sopra e chi sta sotto si allarga, l’ascensore sociale rimane bloccato agli ultimi piani.

Abbiamo alle spalle anni di televisione dove a risolvere delitti magari c'era il bravo maresciallo o il prete in bicicletta, hanno confuso i ruoli, portandoci a vedere il mondo secondo luoghi comuni inquinati da pregiudizi, dalla propaganda dei partiti xenofobi, da quell'istinto giustizialista che ci portiamo dentro senza che ce ne accorgiamo.

Così pensiamo anche noi di poter giudicare l'uomo in manette in base allo sguardo di fronte ai fotografi pronti a cogliere l’attimo, come se - lo raccontano bene i due scrittori - tutti gli innocenti di fronte alle manette si mettessero a piangere. Sto riferendomi al caso di EnzoTortora, raccontato dagli autori nei primi capitoli, come esempio sia di malagiustizia ma anche di linciaggio mediatico partito da come i giornali hanno raccontato questa storia.

La procura agisce senza la minima etica: ha messo in moto una macchina impressionante, ha redatto quasi quattromila pagine di relazione, eppure non ha verificato le accuse. Non ha controllato nemmeno quel numero di telefono che compariva su un’agendina sotto il nome Tortona

Grazie alla nostra memoria corta ci siamo dimenticati oggi del linciaggio mediatico di Tortora: “il mondo giornalistico, da parte sua, salvo pochissime eccezioni come Sciascia, è tutto colpevolista.”

Questo succede – raccontano i due autori - perché c’è una confusione di piani: se seguiamo sullo stesso mezzo, la televisione, sia le serie televisive (la fiction, dove i bravi sono i bravi e gli innocenti si mettono a piangere quando arrestati e non hanno lo sguardo glaciale come è stato scritto per Tortora) che l’informazione sui casi di cronaca, tenderemo a confondere i due mondi, a non accorgerci delle differenze tra la realtà e la finzione.

Applicheremo al mondo reale, quello dove vengono arrestate persone famose, dove si parla di delitti cruenti, le stesse regole della televisione: i buoni da una parte e il male che viene da fuori e che deve essere sconfitto per riportare l’ordine. Ovvero arrestando il colpevole e vissero tutti felici e contenti.

È grazie a questa confusione di ruoli, a questa informazione velenosa, che pensiamo di vivere in un mondo più pericoloso rispetto a venti-trenta anni fa, e tutto questo ha dei riflessi sulla nostra vita quotidiana (oltre che al momento del voto). Quando vediamo una persona di colore per strada pensiamo subito ad uno spacciatore perché non può esserci altro, perché gli abbiamo appiccicato subito l’etichetta addosso.

Invece, di fronte ad uno dei tanti casi di femminicidio dove il colpevole è un maschio bianco, si parla di raptus, di un gesto improvviso perché non è concepibile che un buon padre di famiglia possa uccidere la compagna di fronte ai figli oppure, come nel caso del delitto di Cogne, il proprio figlio. Devono essere state persone da fuori, le bande degli albanesi, oppure gli immigrati, i clandestini.

Nella realtà vera, i numeri dicono il contrario: una delle cose che ho apprezzato di più di questo libro è l’estrema onestà e chiarezza dei due autori, che non si nascondono dietro ad un dito nel raccontare la loro posizione, di persone di sinistra.

I dati riportati dagli autori parlano chiaro: in Italia ci sono meno omicidi ora che in passato e non è affatto vero che gli immigrati che arrivano qui da noi abbiano una attitudine a delinquere maggiore di noi. Lo dicono i numeri, mi dispiace per tutti i benpensanti.

Se nelle patrie galere ci sono molti immigrati è per colpa delle leggi che questa politica ha fatto, costringendo chi in Italia a rimanere sospeso in un limbo, magari a finire rinchiuso in quelli che molti definiscono dei lager, i CPR. E a diventare facile manovalanza per le mafie.

Perché grazie ai nostri pregiudizi e a questa narrazione tossica, noi (e i giornalisti nei talk, i politici che campano con la propaganda anti immigrati) vediamo l’uomo di colore e non i boss della ndrangheta che li sfruttano. Vediamo l’uomo di colore e non le imprese che li fanno lavorare “in nero” nei cantieri.

Diversamente da quanto succede nelle fiction, non esistono regole per riconoscere un criminale da uno sguardo, non esiste nessuna predisposizione genetica per il delitto. Pensiamo, sempre tenendo in testa il canovaccio delle fiction, che il male sarà sempre lontano da noi, i buoni. Non vediamo le persone messe ai margini, non vediamo l’emarginazione, che costringe molti a passare quel confine tra il lecito e l’illecito.

Anche le parole con cui descriviamo i casi di cronaca sono mutate: parliamo di ripulire i quartieri, quando si registrano (come a Caivano) episodi di violenza che ci colpiscono. Con che cosa però? Con maggior uso delle forze dell’ordine, per l’errata convinzione che il male, che non siamo noi ci mancherebbe, si debba combattere solo con la forza, non con servizi pubblici, scuole, presidi dello Stato.

Gli autori dedicano un capitolo a come vengono raccontate le donne in questi casi di omicidi: si usa il modello del “dead girl show”, il modello di Twin Peaks, dove la donna-vittima diventa un’icona impalpabile, che il buono deve vendicare, magari andando a sparare a quelli che considerano i responsabili della sua morte. È così che è stata in parte raccontata (e percepita da una buona parte degli italiani) la storia di Pamela Mastropietro. La cronaca ha raccontato tanto del suo assassino, di come l’ha uccisa e fatta a pezzi. Dimenticandosi degli altri due uomini che ne avevano approfittato.

Il vendicatore, come in un film western ha il volto di Luca Traini che dopo aver quasi ucciso sei persone, innocenti della morte di Pamela, si è costituito ai carabinieri.

Ma il mostro era l’uomo di colore: non importa che nei giorni precedenti e successivi altre donne siano state uccise, magari da uomini dalla pelle bianca.

Il giorno prima a Bellona, in provincia di Caserta, la guardia giurata quarantottenne Davide Mango, militante di Forza Nuova, dopo una lite uccide la moglie Anna Carusone

Quel delitto era funzionale alla propaganda della politica, ad un certo modo di fare informazione, che si ciba delle vittime senza preoccuparsi delle conseguenze.

L’importante è seguire il modello della “bella ragazza morta”.

Chi si ricorda ancora della strage di Firenze – avvenuta nel 2011, quando GianlucaCasseri militante di Casa Pound spara diversi colpi della pistola che deteneva ufficialmente, contro ambulanti nigeriani? Rimossa, perché non collimava col modello bianchi buoni, neri cattivi.

E chi si ricorda del G8 di Genova? Un altro capitolo è dedicato a come l’informazione ha raccontato le violenze da parte di polizia e carabinieri nel 2001 durante il G8 di Genova.

Perché, diversamente dalla realtà, anche nelle forze dell’ordine ci sono icattivi e spesso non sono poche mele marce. Non voglio dilungarmi, mi basta ricordare come ancora oggi Carlo Giuliani sia considerato (da molti, anche in Parlamento) un criminale, per aver cercato di lanciare a quattro metri di distanza un estintore vuoto contro un defender dei carabinieri. Il carabiniere si è solo difeso.

Scomparsi, perché stonavano col modello televisivo, le cariche contro i manifestanti per il G8 a Genova del 2001, il pestaggio del fotografo che stava fotografando il corpo di Giuliano, Paoni. Rimosse le prove false tirate fuori per giustificare il massacro alla Diaz.

Amnesty International definirà le azioni delle forze dell’ordine italiane in quei giorni “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Ma non è solo rimozione di certi dettagli scomodi e che, certe cose non le abbiamo proprio volute vedere. Non abbiamo voluto vedere Cucchi, definito un drogato, come invece una persona con una sua dignità, picchiato in caserma da due carabinieri che solo grazie alla tenacia della sorella sono stati condannati.

Viviamo ancora in questa percezione errata del mondo reale: senza andare troppo lontano, due sabati fa degli studenti a Pisa sono stati manganellati perché avevano cercato di forzare un blocco per una manifestazione non autorizzata. Così è stato raccontato da parte della stampa e da parte del mondo politico. I buoni da una parte e i cattivi, gli studenti, dall’altra.

Studenti a cui è impedito di manifestare il dissenso, perché deve sempre trionfare il bene e l’ordine.

Viviamo “una cultura che smarrisce il senso della realtà ogni volta che fa leva sulle apparenze, una cultura che riduce le persone sempre e in ogni caso a etichette facili”: eppure le persone non sono solo personaggi di un film inventato, sono persone vere, con una storia e una vita che va oltre le etichette che tendiamo ad appiccare addosso.

La ragazza che se l’è cercata.

Il marito che uccide per un raptus.

Cosa si può fare allora? Smetterla di seguire la cronaca limitandosi a questa narrazione, che racconta sempre il dopo, ma iniziare a vedere le persone immaginandosele nel prima. Cosa li ha portati a fare quel gesto? Cosa è successo loro?

Pensateci, è il modello dentro i libri noir, dove non c’è quella linea di demarcazione chiara tra buoni e cattivi. Come ha scritto Carlotto, citato più volte in questo libro, “molte volte il noir è arrivato a fare inchiesta più e meglio del giornalismo”.

Un giornalismo che appiattisce i personaggi, polarizza l’opinione pubblica, non aiuta a comprendere. La comprensione, lo sguardo sulle persone e sul mondo, l’empatia, sono la chiave per detossificarci da questa cattiva narrazione dei crimini:

Per interiorizzare davvero l’idea che ogni omicidio sia esecrabile sempre e comunque, serve una capacità specifica: occorre essere in grado di immedesimarsi in primo luogo nelle vittime.

La scheda del libro sul sito di Effequ

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

04 marzo 2024

Presadiretta – Il salario delle donne

Questa sera quello di Presadiretta è stato un lungo servizio sulla disparità salariale tra uomini e donne: le donne sono costrette ad accettare contratti part time, salari più bassi nello sport, non fanno carriera e guadagnano di meno perché sono madri. In Italia essere madri è una colpa, mancano gli asili nido con cui poter continuare a lavorare.

Le donne sono state costrette a lottare per la parità salariale in Italia e in Europa, come a Glasgow: il più grande furto al mondo, sotto gli occhi di tutti.

Anche dietro le storie di violenza c’è una questione di salario.

Generazione Stem

Generazione Stem è una community di ragazze che segue materie scientifiche, quelle considerate a prevalenza maschile: pubblicano in rete documentari si temi scientifici con grande seguito, nonostante si parli di fisica e meccanica quantistica.

Chiara De Marchi è una delle ambasciatrici della scienza: non ha abbandonato questo lavoro nemmeno per la sua malattia, perché il suo sogno era laurearsi in questo settore. Nonostante i pregiudizi che allontana le ragazze dalle materie scientifiche: il mercato del lavoro si sta orientando sempre più nel mondo Stem, ma le ragazze che si sono laureate in questo settore sono solo il 16%, tra i rettori, le donne sono solo 12.

Le telecamere di Presadiretta sono entrate dentro una delle aule della facoltà di ingegneria di Pavia, ad assistere ad una delle lezioni del professor Alessandro Reali, dove insegna scienza delle costruzioni, dirige il dipartimento di ingegneria civile e architettura. I suoi studenti diventeranno ingegneri civili e ambientali: tra i banchi a seguire la lezione ci sono poche ragazze, lo confermano anche i numeri che il professore riporta. Nel ramo di elettronica ci sono percentuali ancora più basse 13-15%, in questo ramo civile siamo in media, al 20-25%: studiare ingegneria nel 2024 è ancora considerata una facoltà per maschi.

Lo raccontano le stesse studentesse: “quando esprimevo la mia propensione per ingegneria mi dicevano perché non fai infermiera oppure altri percorsi più ‘femminili’..”.

Un’altra racconta che è stato proprio il padre a farle il primo discorso: “mi aveva chiesto perché? - di solito questa è una scelta per maschi..”.

Ovviamente agli studenti maschi questi discorso non sono mai stati fatti.

Nel dipartimento di ingegneria civile si fa ricerca, dentro la presenza delle donne è scarsa, al 30%, tra i professori ordinari c’è una donna su 13 (professori), perché per le donne è più difficile fare carriera.

Le laureate Stem donne sono di meno e, a parità di ruoli, è inferiore a quella degli uomini: anche se sono più brave guadagnano di meno, si tratta di discriminazione, un danno sociale per la nostra società, che non gode del talento delle persone migliori.

Ma è tutto il mercato del lavoro che ruota attorno a questo sfruttamento, questa discriminazione.

Il lavoro delle donne

Cassina De Pecchi, hinterland di Milano: Miriam lavora in una struttura per malati psichiatrici, dopo anni di lavoro guadagna 9 euro l’ora, ovvero 6 euro netti. Avendo dovuto seguire le figlie non ha potuto studiare, cercando fare carriera.

Nel palazzo del lavoro a Pavia Presadiretta ha incontrato Maria, addetta alle pulizie: ha sempre dovuto lavorare in part time, perché alle donne non davano mai contratti full, perché la donna è considerata meno affidabile, “la donna è sempre al servizio, prima con mamma e papà e poi nelle case, noi donne siamo sempre a servizio”.

Quasi una donna su due ha un contratto part time, per gli uomini il livello è uno a sei: i lavori per le donne poi sono quelli a meno qualificazione, con salari più bassi, meno stabili – racconta l’economista Azzurra Rinaldi. Sono lavori che permettono di sopravvivere vicino casa, si deve scegliere tra figli e lavoro: “anche sul lavoro sei sempre donna, mamma..”

Nelle regioni del sud lavora poco più di una donna su 3: in Puglia,a Brindisi, quando si devono raccogliere ortaggi e frutta, molte occupate sono donne. Ma in questo settore c’è molto sommerso: sono donne che si alzano col buio e tornano a casa col buio, dopo una giornata a raccogliere frutta.
Qui al sud non ci sono alternative - racconta la signora Francesca – non ci sono fabbriche: nemmeno puoi lamentarti altrimenti non ti fanno lavorare, anche se prendi poco. Poi a casa l’altro lavoro, col marito, coi figli.

Il lavoro non retribuito è alla base di intere filiere, alla base del sistema capitalistico – spiega Azzurra Rinaldi.

Anche nel settore dei metalmeccanici, ben strutturati, ci sono differenze salariali tra uomini e donne: le donne hanno a che fare coi bambini, coi genitori e questo è un ostacolo alla carriera.

Uno studio della FIM CISL del 2022 realizzato per la prima volta su un campione di 701 aziende metalmeccaniche ha rivelato un dato scioccante: le operaie ricevono meno premi di produzione superminimi rispetto ai loro colleghi uomini, il 15% in meno che arriva addirittura al 43% in meno nelle aziende senza il sindacato, sono in media oltre 600 euro in meno l’anno.
“Perché la donna è più soggetta ad assentarsi sul lavoro per dedicarsi alla famiglia, in quel caso non è che non stava venendo a lavorare ma non fa nulla, no sta dando socialmente un contributo elevatissimo” racconta a Presadiretta Arianna Malandra delegata Fim Cisl.

Nelle trattative il sindacato vorrebbe aggiungere delle clausole per le donne che devono occuparsi anche della famiglia.

“La verità è che per le donne, soprattutto se decidono di avere figli, la progressione di carriera va verso un imbuto inesorabile” è il commento dell’economista Azzurra Rinaldi.

Una donna che ha avuto figli in questo paese, a distanza di quindici hanno guadagna anche il 15% in meno di una che non ha avuto figli – continua Rinaldi – gli uomini guadagnano 8000 euro l’anno in più, c’è poi tutto il mondo delle libere professioni, dove un avvocato guadagna più di una avvocata.

Le ingegnere guadagnano in meno il 45% in meno, le notaie il30% in meno, come le architette.

Bruna Gozzi è una architetta che sta lavorando ad una ristrutturazione a Cremona di una cascina: donna l’architetta e donna anche la responsabile dei lavori, che però sono considerate meno competenti dei colleghi maschi.

Così molte ragazze nella scelta della facoltà, devono considerare anche la possibilità di avere famiglia, non di quello che vogliono fare.

A Milano vive l’avvocata Algarotti: esercita da 12 anni ma ancora oggi fa fatica a far valere le sue competenze, molti clienti fanno fatica a chiamarla avvocata.

Nel 2019 è diventata mamma e si è accorta di un altro problema: la cassa forense da un contributo calcolato in base alla retribuzione.

Così, se si guadagna meno, è più facile abbandonare il lavoro, per seguire la maternità: si fa molta retorica sulla maternità, ma in realtà si fa poco, lo racconta ancora l’economista Rinaldi, tenere le donne al lavoro (a parità salariale) è un vantaggio per tutto il paese, per l’occupazione, per la sua crescita. Avremmo un mondo più libero e ricco.

Anche nel mondo dello sport ci sono le discriminazioni: il servizio racconterà la storia della Geas, una società di Sesto San Giovanni che ha scritto la storia del pallacanestro in Italia, nel suo palmares ci sono 8 scudetti, una coppa Italia e una coppa campioni e oggi è ai primi posti del campionato in A1.
Per gestire le partite della squadra servono 20 persone – racconta l’head coach Cinzia Zanotti – per montare e smontare il campo: “molte volte mi chiedo, ma se noi fossimo una squadra di basket maschile a Sesto San Giovanni, ci lascerebbero in questa palestra”. Perché si allenano e giocano in una palestra in condivisione con una scuola.
Il campionato maschile gode di vantaggi che le donne si sognano: loro di devono accontentare della palestra di questa scuola e non si tratta dell’unica disparità.

“La prima disparità riguarda lo stipendio” spiega Valeria Trucco, una giocatrice della squadra, “perché ci sono ragazzi che giocano in serie C che prendono duemila euro al mese mentre ci sono ragazze in A1 che ne prendono 700 di euro”.

In Italia il basket maschile è uno sport professionistico, pagato di più, mentre alle donne questo non è riconosciuto: difficile però per la Geas andare avanti con un campo disponibile solo tre giorni a settimana.

In Italia lo sport con più tesserati donne è la pallavolo: Lara Lugli è una schiacciatrice di serie A, quando è rimasta incinta è stata licenziata ed è stata pure citata a giudizio dalla sua squadra. Come se la maternità fosse una cosa da pattuire assieme ai capi.

È stato il campionato femminile nel 2019 a lanciare il calcio femminile: dopo anni di lotte nel 2022 il professionismo entra nel calcio femminile, ovvero uno stipendio minimo, le invalidità, ma non ancora una vera parità salariale.

Sara Gama è stata una delle calciatrici che ha portato avanti questi battaglie: abbiamo fatto passi da gigante, siamo un esempio per molti altri settori.

Tutto è nato nel 2015, quando i primi investimenti arrivarono anche al calcio femminile: la Juventus fu una delle prime squadre a seguire questa strada, far giocare le calciatrici nelle stesse condizioni dei maschi.

Il Tavagnacco è stata la prima squadra dilettantistica a portare 7000 persone paganti in uno stadio per una partita di calcio femminile: nel suo vivaio sono cresciute calciatrici poi finite in nazionale, gli allenamenti avvengono solo di sere perché le atlete sono ancora dilettanti, di giorno devono lavorare.

Se la Federazione vuole investire nel calcio femminile, per vincere il mondiale, deve investire nella base, facendo crescere il numero delle tesserate.

Le lotte per la parità salariale

In Gran Bretagna le donne sono scese in piazza, per denunciare le disparità salariali coi colleghi maschi.

Presadiretta ha raccontato le testimonianze di tante donne: Jacky ha fatto causa ad Asda, una catena di supermercati, perché guadagnava meno dei colleghi maschi, fino a 3 sterline l’ora, “noi donne siamo ancora considerate cittadine di serie B”.

Non aver un diritto equo è considerato da Jacky un furto ed è questo che è andata a contestare in Tribunale.

Lavorare di più, lavorare di fretta, avere a che fare con le lamentele dei clienti, un forte stress e poi un salario inferiore: che significa una condizione di inferiorità rispetto ai mariti e compagni, significa una condizione continuare a vivere su una linea di galleggiamento.

Anche nella sede della BBC c’è stata una battaglia per la parità salariale: nel 2022 una sentenza ha stabilito che giornalisti donne e uomini dovevano avere un pari salario, è stata una vittoria storica per le donne e in generale per i diritti di tutti.

Circa 700 giornaliste e impiegate hanno fatto causa alla BBC: ma sono tanti i settori con questi pregiudizi, non solo nel giornalismo o nei supermercati, ci sono altre catene di negozi per arrivare al settore pubblico.

Presadiretta racconterà della protesta dell’ottobre 2018 a Glasgow in Scozia, quando scioperarono le dipendenti del comune. 10 mila donne avevano incrociato le braccia per due giorni bloccando i lavori nelle scuole, negli asili nido e nell’assistenza domiciliare: protestavano perché i dipendenti uomini del comune guadagnavano 3 sterline in più l’ora. Dopo un decennio di battaglie il comune di Glasgow deve ora pagare 770 milioni di sterline alle 19 mila donne che negli anni hanno fatto causa, per saldare il mancato guadagno. La stessa cosa sta succedendo in altri 20 comuni della Gran Bretagna, come Birmingham, la seconda città del Regno Unito, nel secolo scorso capitale dell’industria britannica. Si trova nelle Midlands occidentali e ci vivono quasi 1 milione e duecento mila persone, la metà ha meno di 25 anni. Qui le dipendenti che negli anni hanno fatto causa al comune sono circa 20 mila: il contenzioso è iniziato nel 2008 quando un primo gruppo di donne si era rivolto al tribunale.

Una di loro si chiama Sally Maybury, ed è stata una delle prime dipendenti del comune a fare causa, ora è in pensione ma è una attività del sindacato GMB: “È stato un vero shock per me scoprire che noi donne venivamo pagate meno dei nostri colleghi uomini, che avevano lo stesso livello. Dopo due anni dalla causa il comune ha pagati i soldi richiesti dalle cause”.

Ma il comune di Birminghan continua a pagare le sue dipendenti di meno dei maschi: maestri, cuoche, operatrici per l’assistenza al domicilio, lavori di grande responsabilità, che viene pagata anche il 25% di meno.

Oggi il comune è sotto un commissario, perché ha i conti in rosso: si dovranno tagliare servizi, come l’assistenza agli anziani, non si potranno costruire case popolari e questo si ripercuoterà sulle persone più deboli.

Tutta colpa della passata amministrazione che ha fatto finta di niente, dopo le prime cause, continuando a pagare meno le dipendenti donne.

Avrebbero dovuto affrontare la parità di salari dieci anni fa, non avrebbero così dovuto affrontare le cause.

Equality Act è una legge pubblica che obbliga a pubblicare i salari alle aziende: questa legge ha aiutato le donne, ma servono anche asili, strutture di assistenza per gli anziani.

Il ruolo della politica

La politica deve fare la sua parte, con le politiche per i servizi sociali, per la costruzione di nuovi asili.

Perché non tutte le aziende possono fare come Terna, che ha un suo asilo interno per le tante dipendenti, che tiene i bambini fino alle 18.30 (perché ci sono le riunioni che si prolungano fino a tardi).

Grazie all’asilo, in Terna non ci sono casi di donne che hanno abbandonato il lavoro dopo la maternità: lo scorso anno sono state 44mila, le donne che hanno fatto questa scelta.

Le aziende con asili interne sono medio grandi e sono per lo più al nord: dovrebbe essere lo Stato a garantire l’accesso al nido, nel privato le rette sono care, si arriva a 600 euro al mese.

Gli asili nido sono pochi e per pochi: in Campania il 90% dei bambini è escluso, proprio dove le donne ne avrebbero più bisogno, perché si accompagna al tasso di occupazione femminile più basso.

Gli asili nido curano i bambini ma anche le donne, che possono occuparsi dei loro sogni, di studiare, di cercare un lavoro.

Tutto il sud d’Italia sconta il problema della mancanza di asili: il federalismo fiscale della Lega ha di fatto svantaggiato il sud, si sono contati i mattoni, gli asili già esistenti per suddividere i fondi per nuovi asili.

Il criterio vergognoso della spesa storica è discriminatorio, un vantaggio solo per le regioni ricche del nord: la regola è decaduta solo grazie ad un ricorso al TAR, ma si è perso del tempo.

Il PNRR prevede 4 miliardi per nuovi asili, ma anche qui si danno soldi più ai comuni con già asili: si è scelto il criterio del bando, delegando ai comuni le scelte, penalizzando i comuni meno attrezzati nel gestire i bandi.

Non solo, il governo ha scelto di tagliare il fondo per gli asili, con la scusa dell’aumento dei costi: ancora una volta si è scelto di tagliare gli asili, non considerati una priorità dalla politica, diversamente dagli investimenti dati alle ferrovie.

Ma da dove si prendono i soldi? San Lazzaro di Savena spende 3 ml di euro per il suo asilo: i soldi li hanno trovati dalla lotta all’evasione, dall’efficientamento delle spese energetiche che ha portato un risparmio di 500 mila euro.

Questo comune ha esentato dall’Imu le aziende che assumono mamme, finanzia le startup gestite da donne.

Così nel giro di pochi anni tante famiglie si sono trasferite in questo comune, dove nascono tanti bambini quanti negli anni 80.

Qui le donne possono essere lavoratrici e madri, con una buona qualità della vita.

Complimenti alla sindaca Isabella Conti che ha creduto in questi valori.

Il governo Meloni ha rassicurato che i 264mila posti per gli asili nido ci saranno. Ha poi stanziato il bonus asili nido, ma per il secondo figlio e con vincoli di isee.

Le violenze economiche

Il gap salariale è legato anche alle violenze di genere.

Le donne che guadagnano di meno sono più vulnerabili nei confronti dei loro mariti o compagni.

Presadiretta ha raccolto diverse testimonianze di donne che hanno subito violenze fisiche o psicologiche: una di questa è stata costretta ad abbandonare il lavoro, rinunciando alla propria indipendenza economica, una forma di controllo anche questa: il 37% delle donne non ha un proprio conto corrente, il che rende difficile abbandonare il marito violento.

A Piacenza la provincia, col supporto dell’ordine dei notai, ha organizzato dei corsi per l’indipendenza economica: come si apre un mutuo, un conto, bancomat e carte di credito. Saper gestire i soldi in modo consapevole, saper gestire i propri soldi: tra le testimonianze raccolte c’è stata la storia di Elisa, scappata dal marito col figlio, dopo anni di soprusi.

Il compagno le chiedeva dei soldi per bollette ed affitto, senza permetterle di lavorare: piuttosto vai in strada..

C’erano donne che lavoravano col marito ma non erano assicurate, erano pagate a nero, avevano esperienze lavorative che non potevano essere messe in un curriculum. Donne a cui era impedito di avere un proprio conto corrente, dando tutti i soldi al marito.

12 sono i femminicidi ad oggi in Italia. Troppi.

Una donna uccisa ogni due-tre giorni, diamo troppi pochi soldi ai centri di ascolto, ai centri anti violenza, che raccolgono le prime richieste di aiuto dalle donne. Facciamo poco per cambiare la non cultura del patriarcato, dal basso, dalle scuole.

Il nobel della parità

Il 7 dicembre 2023 il premio nobel in economia è stato vinto per la prima volta da una donna, da sola: Claudia Goldin, 77 anni una cattedra ad Harvard, da sempre si è occupata di gender gap.

Questo riconoscimento ha messo sotto gli occhi dei riflettori il valore del lavoro delle donne: nella conferenza stampa per la premiazione ha raccontato di come la pandemia ci ha insegnato che esiste un modo diverso per lavorare, la tecnologia ha consentito a lavorare da remoto, questo ha consentito un grande risparmio di tempo per chi deve prendersi cura delle persone. Questo può essere di aiuto per le donne.

La dottoressa Goldin ha fatto una importante analisi sull’evoluzione del lavoro femminile: nonostante le evoluzioni del mondo del lavoro, c’è ancora un forte divario tra portare avanti occupazione e famiglia.

Tu uccidi: Come ci raccontiamo il crimine - il circolo vizioso dell'informazione

C'è la politica che crea leggi che favoriscono l'immigrazione illegale. Che a sua volta costringe gli immigrati che arrivano in Italia a rimanere sospesi in un limbo senza diritti. Facile manovalanza per le mafie, italiane e non, che li usano come formichine per lo spaccio, ad esempio.

E queste formichine, di colore, che si aggirano per le nostre città, sono ottima propaganda raccontata nei talk e negli articoli di giornale, che alimenta il consenso per quei partiti che sulla lotta all'immigrazione (e sulla fantomatica sostituzione etnica) basano la loro propaganda.

E il cerchio si chiude.

Il circolo è straordinariamente vizioso.

La politica – e, per chiarezza, parliamo dell’intero arco parlamentare – specula sull’immigrazione, rendendo sempre più difficile l’inserimento delle persone nella società cosiddetta civile, con leggi specifiche che sono sempre peggiori: non solo crudeli o disumane, ma anche perfettamente inutili per risolvere il problema. In questo modo si crea un bacino di invisibili, illegali per definizione, che andranno a costituire un’ottima manodopera a buon mercato per la malavita; nel contempo si esalta la necessità da parte delle imprese di manovalanza straniera per i famosi mestieri che chi nasce qui non vuole più fare, cosicché le poche persone che riescono a restare legalmente si ritrovano stritolate nella lotta per la sopravvivenza comune, nella giungla del lavoro italiano che a volte si muove sul confine dello schiavismo, in cui le morti bianche sono in crescita da anni - a differenza degli omicidi - e lo sfruttamento è all'ordine del giorno.

L’immigrazione, legale e illegale che sia, diventa insomma una manna un po’ per chiunque, in questo paese: da chi lucra sull’accoglienza a chi costruisce la sua propaganda sulla demonizzazione o la santificazione di chi viene da altri paesi; e ovviamente sì, anche per Confindustria.  

Tu uccidi: Come ci raccontiamo il crimine Antonio Paolacci & Paola Ronco.

Perché si racconta di questo in un libro che parla di come si raccontano gli omicidi in Italia sui media?

Perché questa falsa narrazione, oltre a creare consenso politico a partiti di destra, falsa la nostra percezione del presente. Avvelena il dibattito politico.

E poi, ogni tanto, ci scappa il giustiziere, il vendicatore, come quel Luca Traini.

Leggetelo questo saggio della coppia Paolacci e Ronco, capirete meglio le tossicità della nostra informazione.

Anteprima Presadiretta – Il salario delle donne

Lo hanno chiamato il più grande furto della storia – racconta Iacona nell’anteprima della puntata che trovate sui vari canali social – i ladri siamo noi e le derubate sono le donne, che vengono pagate meno degli uomini e fanno una fatica enorme a fare carriera.

A Linea Notte il giornalista ha anticipato alcuni punti: “La puntata di stasera sarà un’ora e mezza di reportage da tutta l’Italia, da vari paesi in Europa, per capire quali siano i meccanismi che schiacciano il lavoro della donna al punto che c’è ancora questo scandalo, che le donne in tutti i posti di lavoro, quelli più alti e quelli più umili, anche in quelli più strutturati come può essere una fabbrica metalmeccanica, guadagnano di meno. Cosa comporta questo per la società? Viviamo in un mondo più ingiusto, meno ricco, meno bello da una parte e dall’altra, proprio adesso che si fa propaganda politica sul corpo delle donne, perché le si dice che devono far figli, possibilmente italiani, non sia mai che ne arrivano troppi di stranieri, mai come in questo momento avere un figlio è diventata una colpa. Neanche nella società patriarcale succedeva questo, almeno questo, fare i figli, rimaneva un valore per la donna”.



Uno studio della FIM CISL del 2022 realizzato per la prima volta su un campione di 701 aziende metalmeccaniche ha rivelato un dato scioccante: le operaie ricevono meno premi di produzione superminimi rispetto ai loro colleghi uomini, il 15% in meno che arriva addirittura al 43% in meno nelle aziende senza il sindacato. Sono in media oltre 600 euro in meno l’anno.
“Perché la donna è più soggetta ad assentarsi sul lavoro per dedicarsi alla famiglia, in quel caso non è che non stava venendo a lavorare ma non fa nulla, no sta dando socialmente un contributo elevatissimo” racconta a Presadiretta Arianna Malandra delegata Fim Cisl.

La verità è che per le donne, soprattutto se decidono di avere figli, la progressione di carriera va verso un imbuto inesorabile.”è il commento dell’economista Azzurra Rinaldi.


Ma questo del gap salariale è un problema non solo italiano: Presadiretta racconterà della protesta dell’ottobre 2018 a Glasgow in Scozia, quando scioperarono le dipendenti del comune. 10 mila donne avevano incrociato le braccia per due giorni bloccando i lavori nelle scuole, negli asili nido e nell’assistenza domiciliare: protestavano perché i dipendenti uomini del comune guadagnavano 3 sterline in più l’ora. Dopo un decennio di battaglie il comune di Glasgow deve ora pagare 770 milioni di sterline alle 19 mila donne che negli anni hanno fatto causa, per saldare il mancato guadagno. La stessa cosa sta succedendo in altri 20 comuni della Gran Bretagna, come Birmingham, la seconda città del Regno Unito, nel secolo scorso capitale dell’industria britannica. Si trova nelle Midlands occidentali e ci vivono quasi 1 milione e duecento mila persone, la metà ha meno di 25 anni. Qui le dipendenti che negli anni hanno fatto causa al comune sono circa 20 mila: il contenzioso è iniziato nel 2008 quando un primo gruppo di donne si era rivolto al tribunale.

Una di loro si chiama Sally Maybury, ed è stata una delle prime dipendenti del comune a fare causa, ora è in pensione ma è una attività del sindacato GMB: “È stato un vero shock scoprire che noi donne venivamo pagate meno dei nostri colleghi uomini.”

Anche nel mondo dell’università, che dovrebbe essere più aperto ai cambiamenti, prevalgono ancora dei pregiudizi sulle donne: le telecamere di Presadiretta sono entrate dentro una delle aule della facoltà di ingegneria di Pavia, ad assistere ad una delle lezioni del professor Alessandro Reali, dove insegna scienza delle costruzioni, dirige il dipartimento di ingegneria civile e architettura. I suoi studenti diventeranno ingegneri civili e ambientali: tra i banchi a seguire la lezione ci sono poche ragazze, lo confermano anche i numeri che il professore riporta. Nel ramo di elettronica ci sono percentuali ancora più basse 13-15%, in questo ramo civile siamo in media, al 20-25%: studiare ingegneria nel 2024 è ancora considerata una facoltà per maschi.

Lo raccontano le stesse studentesse: “quando esprimevo la mia propensione per ingegneria mi dicevano perché non fai infermiera oppure altri percorsi più ‘femminili’..”.

Un’altra racconta che è stato proprio il padre a farle il primo discorso: “mi aveva chiesto perché? - di solito questa è una scelta per maschi..”.

Ovviamente agli studenti maschi questi discorso non sono mai stati fatti.

Ma non va meglio nel mondo dello sport: il servizio racconterà la storia della Geas, una società di Sesto San Giovanni che ha scritto la storia del pallacanestro in Italia, nel suo palmares ci sono 8 scudetti, una coppa Italia e una coppa campioni e oggi è ai primi posti del campionato in A1.
Per gestire le partite della squadra servono 20 persone – racconta l’head coach Cinzia Zanotti – per montare e smontare il campo: “molte volte mi chiedo, ma se noi fossimo una squadra di basket maschile a Sesto San Giovanni, ci lascerebbero in questa palestra”. Perché si allenano e giocano in una palestra in condivisione con una scuola.
Il campionato maschile gode di vantaggi che le donne si sognano: loro di devono accontentare della palestra di questa scuola e non si tratta dell’unica disparità.

La prima disparità riguarda lo stipendio” spiega Valeria Trucco, una giocatrice della squadra, “perché ci sono ragazzi che giocano in serie C che prendono duemila euro al mese mentre ci sono ragazze in A1 che ne prendono 700 di euro”

La scheda del servizio:

La disparità di genere inizia dallo stipendio. In Italia le donne guadagnano in media 8 mila euro in meno all'anno rispetto agli uomini, secondo l'Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato dell'Inps. PresaDiretta affronta la questione salariale femminile attraverso il racconto delle operaie, delle libere professioniste, delle studentesse e anche delle sportive che devono fare i conti con stipendi più bassi e la carenza di strutture a disposizione delle lavoratrici. La mancanza di una politica di sostegno adeguata fa sì che le donne vengano considerate ancora oggi cittadine di serie B. E non solo in Italia, anche nel resto d'Europa. In Gran Bretagna, ad esempio, dove oltre 50 mila lavoratrici hanno fatto causa all'azienda per discriminazione salariale. Una disparità che indebolisce l'economia di un Paese; è stato dimostrato infatti che una retribuzione paritaria rende più ricca l'intera Nazione. Inoltre dietro i casi di violenza sulle donne il più delle volte si ritrova la mancanza di indipendenza economica delle vittime. Non avere un proprio reddito rende molto difficile per le donne lasciare il compagno violento.
La violenza economica è la forma di violenza più subdola e difficile da riconoscere. Il gender pay gap viene ormai studiato in tutto il mondo. A Presadiretta l'intervista a Claudia Goldin, professoressa all'Università di Harward, la prima donna a vincere il premio Nobel in economia da sola, senza averlo dovuto condividere con un uomo.
"Il salario delle donne" è un racconto di Riccardo Iacona, con Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Sabrina Carreras, Eugenio Catalani, Fabio Colazzo, Matteo Del Bò, Alessandro Marcelli.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.