Abbiamo fatto il master .. siamo in guerra .. i movimenti ci conoscono e sapevano cosa volevamo fare ..
Il racconto del nero, intervistato da Repubblica, dà una versione dei fatti che non mi convince.
Se i movimenti sapevano degli scontri programmati, o sono degli ingenui (cui è bene non affidare più la piazza), o sono complici.
Idem per la polizia: se sapeva, perchè ha agito in quel modo? Si vuol dar adito a dietrologie?
E tutta la complessa organizzazione in falangi, batterie (sembra lo slang della banda della ), specialisti, cozza con la giovane età dei manifestanti: che c'entra poi la profanazione della chiesa, lo scempio della statua della Madonna? Era un messaggio?
E, infine, le parole finali: siamo in guerra, "Non l'ho dichiarata io. L'hanno dichiarata loro".
In guerra contro i precari? Contro gli agenti di polizia, contro i carabinieri? Contro i cittadini romani?
Mi sembrano le stesse parole dei terroristi negli anni 70, quando parlavano di guerra civile.
Una guerra asimmettrica, che fece vittime di una guerra che non volevano combattere.
Scrive Aldo Giannuli nel post "La manifestazione di Roma: solito dejavu?"
Dunque, come le immagini documentano, si
è trattato di centinaia e centinaia di persone. Troppi per essere tutti
“collaboratori volontari delle forze dell’ordine”.
Sicuramente una buona dose di provocatori ci sarà stata, ma c’erano
anche altre componenti, ciascuna delle quali merita un discorso a sè. La
prima componente è, appunto, quella dei provocatori organici e dei
teppisti professionali. A loro non ho niente da dire: non sono “compagni
che sbagliano”, ma avversari che fanno il loro mestiere e meritano
solo il disprezzo dovuto ai servi prezzolati ed a quelli che non si
fanno pagare, ma fanno la stessa cosa. Discorso chiuso.
Poi c’è una seconda componente che
definirei dei “militanti arrabbiati”, quella parte di movimento che
pensa (piuttosto ingenuamente) che il problema sia quello di sapere
quale vetrina sfasciare perchè così “si individua il nemico di classe e
si impone un nuovo livello di scontro”.
Più che di “compagni che
sbagliano” si tratta di “compagni che non crescono”, affetti da una
“sindrome da infanzia protratta”, con i quali si impone l’obbligo di
discutere, anche se con tutta la chiarezza necessaria, per cui, cari
compagni:
a- questa pratica della violenza è,
prima di tutto, violenta contro il movimento, cui si impone un livello
di scontro che non ha scelto e non vuol praticare. Se uno crede di dover
scendere su quel terreno lo faccia pure, ma nei suoi cortei e non in
quelli degli altri, prendendo in ostaggio gli altri manifestanti usati
come scudi umani: è una pratica un po’ vigliacca, vi pare?
b- le forme di lotta sono direttamente
finalizzate al risultato che si vuole ottenere ed il nesso fra le due
cose deve essere spiegato razionalmente.
Davvero credete che con venti o anche cento o mille vetrine spaccate si
riesca ad ottenere di non pagare la crisi? Se è così, spiegatemi
attraverso quali passaggi si arriva a questo risultato.
c- le forme di lotta si scelgono anche
in base al momento politico in cui ci si trova: se si è nell’Italia del
1944, con i nazisti che occupano il paese si prendono le armi; se si è
nel luglio 1960 si manifesta e si resiste alle cariche della polizia e
dei carabinieri a cavallo, ma con una azione di massa. Ma se si è
nell’autunno del 2011, quando il problema è far capire alla grande
maggioranza dei cittadini (appunto: “voi siete l’1% e noi il 99%”) quale
rapina stia facendo il capitale finanziario e quale macelleria sociale
stia preparando il governo, fare scontri come quelli di sabato è la cosa
più controproducente che si possa immaginare, perchè allontana la gente
dalla partecipazione politica e perchè solleva un polverone mediatico
che distrae dai termini reali del dibattito.
Molti di voi mi dicono che questo è
l’unico modo di farsi sentire, ma non vi dà nessun sospetto il fatto che
il sistema dei media, così avaro di informazioni sull’antagonismo
sociale, diventa poi così prodigo di spazio in queste occasioni? Oggi
l’80% dello spazio è assorbito dagli scontri di centinaia di persone ed
il 20% va alle centinaia di migliaia che hanno manifestato senza
scatenare violenze gratuite: vi dice niente?
Ragazzi: la testa non serve a dividere le orecchie, ricordatevene.
Quanto alle vetrine fracassate ed ai
bancomat sfasciati: le banche non ne avranno alcun danno perchè è tutto
coperto dalle assicurazioni: tutto Pnl in più. Contenti?
C’è però un’altra componente ancora che merita attenzione: quei ragazzi
che hanno partecipato agli scontri senza particolari motivazioni
politiche ma per pura esasperazione sociale. Certamente sono meno delle
altre due componenti, ma la cosa non va sottovalutata perchè il
fenomeno può crescere rapidamente: l’erba è secca e prende facilmente
fuoco, stiamo attenti.
[..]
Ed ora veniamo alla seconda parte del
discorso, quella meno semplice. Stigmatizzare la violenza, come diceva
don Vitaliano in Tv, è la cosa più facile e più scontata che si possa
fare, ma, in una situazione del genere non è una grande trovata per
uscire dai guai in cui ci troviamo.
Giornali e politici hanno fatto a gara per dire che le violenze sono inammissibili e bisogna rispettare la legalità.
Dunque: siamo in un paese nel quale il Presidente del Consiglio usa
cellulari schermati come i mafiosi e va scampando la galera inseguito da
torme di Procuratori della Repubblica; nel quale il Parlamento da due
anni non fa altro che occuparsi di improbabili riforme della giustizia,
con lo scopo apertamente dichiarato di consentire al summenzionato
statista di restare a piede libero; nel quale un referendum ha bocciato a
valanga una di quelle leggi e la maggioranza prosegue imperterrita a
farne altre ancora più incostituzionali e senza che il Capo dello Stato
rivolga un messaggio alle Camere per dire che, forse, stante l’esito del
referendum, sarebbe il caso di soprassedere.
E voi mi venite a parlare di rispetto della legalità? Riesce difficile mantenersi seri.
Ma voi credete davvero che si possa dare lo spettacolo di un capo del
governo come Berlusconi e non pagare un prezzo? Che messaggio credete
che arrivi ai giovani?
In secondo luogo, i politici hanno fatto a gara a dire che i giovani
vanno ascoltati perchè hanno ragione, ma si sono guardati bene dal dire
perchè e cosa si debba fare per rispondere alle loro domande. Il mio
vecchio amico Nichi ha detto: “oggi la politica non parli ma ascolti”.
Appunto: un bel tacer non fu mai detto. E’ molto facile dare ragione ai
movimenti quando poi non si assume alcun impegno concreto.
Ma veniamo al merito: cari Bersani, Di Pietro e Vendola, fra una
dichiarazione stampa ed una poesia, vi spiacerebbe narrarci cosa avete
intenzione di fare? Insomma, se uno di voi tre fosse al posto di
Berlusconi, i soldi alle banche li darebbe o no? ed a quali condizioni?