20 settembre 2020

Anteprima delle inchieste di Presadiretta – la ripartenza verde

In Italia arriveranno più di 200 miliardi dall'Europa, per il recovery fund: come li spenderemo questi soldi?

Per costruire nuove autostrade? Nuovo cemento per ostruire gli argini dei fiumi? Le nostre città torneranno ad essere intasare di auto, con tutti gli effetti negativi sulla qualità dell'aria (di cui il traffico è una delle cause)?

Oppure daremo finalmente una svolta verde, sostenibile, alla nostra economia?

Che fine ha fatto il new deal europeo per uscire dalla dipendenza delle energie fossili?

Presadiretta si occuperà di questo, della “ripartenza verde”: non ne beneficerà solo l'ambiente e la nostra economia (perché in questo settore giovane ci sono grandi margini di crescita) ma anche la nostra salute.

Ci sono studi (ancora in corso e i cui risultati dovranno essere controllati) che hanno evidenziato una correlazione tra inquinamento e aumento della diffusione del coronavirus: in Italia, analizzando l'aria della città di Bergamo, il virus è stato trovato su diverse estrazioni di RNA.


Presadiretta ha intervistato Jeremy Rifkin, economista e sociologo americano, sul tema delle energie rinnovabili (eolico, solare) che in questi ultimi 25 anni hanno un forte impulso e che oggi costano sempre di meno.

“Negli anni 70 un watt di energia solare costava 78 dollari, oggi ne costa 35-40 centesimi. In Europa grandi società di servizi di energia stanno acquistando energia elettrica a 4 o perfino 2 centesimi per Kw/ora. Al contrario tutti gli investimenti che si continuano a fare sui combustibili fossili sono oggi degli asset non recuperabili. Una grande banca mondiale ha calcolato che siamo seduto su 100 trilioni di dollari di beni irrecuperabili dell'industria del combustibili fossili. E' la più grande bolla economica della storia, perché oggi sole e vento sono più convenienti del fossile.

Tutti i diritti all'esplorazione che le società dei combustibili fossili hanno già acquistato non verranno mai ammortizzati. Tutto il petrolio e il gas trovati non verranno mai estratti perché sarà troppo costoso farlo. Le pipeline che portano gas e petrolio diventeranno inutilizzabili. Non avremo più nemmeno bisogno di tutte le raffinerie petrolchimiche. Non c'è nessun motivo oggi per rimanere con una infrastruttura morente, che non darà alcuna possibilità di investimento, di business e di lavoro.

Siamo seduti su un crollo di proporzioni gigantesche che avverrà entro otto anni e la pandemia potrà solo accelerare il processo, perché il mondo consuma 96 milioni di barili di petrolio al giorno e i due terzi servono per il trasporto. Ma adesso è finita: durante la pandemia per lunghi periodo non abbiamo usato i trasporti e il prezzo del petrolio è crollato 12 dollari al barile. L'industria del petrolio sta perdendo milioni di dollari ed è nel mezzo di un collasso, fra tre anni le auto elettriche saranno competitive con quelle tradizionali e tra cinque anni costeranno meno. Stiamo vedendo in tempo reale le ultime fasi della civiltà dei combustibili fossili che ha dominato gli ultimi 200 anni”

Da Rifkin a Stefano Mancuso, lo scienziato italiano che racconterà del nuovo modello di città con soluzioni naturali:

“abbiamo un modello di città come qualcosa di separato dalla natura, ma questa è una soluzione primitiva, noi non abbiamo più bisogno di proteggerci dalla natura, anzi, dobbiamo rientrare a far parte della natura. Non c'è nessun motivo per cui le nostre città siano completamente edificate. Dobbiamo costruire città che rispondono ai principi della vita vegetale, quindi delle città che siano autonome energeticamente, che non producono rifiuti, che consumino pochissime risorse.

Noi viviamo in un ambiente che è malato, non abbiamo un aria respirabile, una delle brevi e momentanee conseguenze del lockdown è stato che la sera quando ci affacciavamo dalla finestra sentivamo un'aria che non avevamo mai respirato. Quell'aria lì dovrebbe diventare la normalità nei nostri centri urbani. La questione che colpisce è che basterebbe poco, rispetto ai soldi da mettere in campo per riparare ai danni, prevenire da questo punto di vista è assolutamente irrilevante in termini economici. Ma noi abbiamo una storia di interventi fatti post disastro.”

Bus elettrici, piste ciclabili, car sharing con auto elettriche, un trasporto pubblico che funziona in modo dignitoso, incentivare lo smart working.

A proposito di piste ciclabili in città, Alessandro Macina è andato a Roma a vedere a che punto sta il progetto partecipato per un'area ciclopedonale attorno a Roma e che si sviluppa per 45km.

Sebastiano Venneri di Legambiente ha portato il giornalista lungo il percorso del GRAB (il grande raccordo delle biciclette) che parte dall'Arco di Costantino, al Colosseo fino alle Terme di Caracalla, la più grande area pedonale al mondo che oggi è invece solo una strada per le auto, in pieno centro di Roma.

Oggi l'area pedonale è solo sulla carta: sull'Appia Antica, la strada antica, è oggi usata dalle auto, rendendo la vita difficile alle bici.

Dopo aver passato il centro il GRAB sbuca a est in periferia raggiungendo quartieri densamente popolati, come il Collatino: la pista ciclabile sarebbe una alternativa per gli spostamenti e consentirebbe a questi quartieri di essere ripensati.

A compensazione dell'alta velocità che passa qui vicino, coi sei milioni anziché un parco è stata fatta una colata di cemento, un parcheggio inutilizzato.

Il Grab passerebbe vicino ai piloni della A24, l'autostrada Roma – l'Aquila, altra zona che verrebbe riqualificata.

L'obiezione che si fa di solito è che Roma (ma anche Milano) non è una città per le bici:

“Questa è una stupidaggine, anche Amsterdam o Copenaghen non sono nate come città per le bici, le e-bike che sono la vera rivoluzione anche dal punto di vista della ciclabilità, tutta la mobilità elettrica ha eliminato qualsiasi alibi. Non c'è colle che tenga.”

La Sardegna è diventata tristemente famosa, questa estate, per le infezioni i cluster esplosi per colpa di comportamenti scorretti di alcuni turisti nelle discoteche (come quelle di Briatore).

La regione Sardegna, secondo alcuni, dovrebbe diventare un enorme resort per ricchi, i cui benefici però non rimarrebbero sull'isola. Eppure questa regione è ricca di sole e di vento, l'energia pulita e rinnovabile: potrebbe essere la prima regione in Europa libera dai combustibili e dalle raffinerie.

Ma nonostante questo la Sardegna dipende ancora per due terzi dal peggior combustibile fossile, il carbone: sono due le centrali ancora in funzione, a Fiumesanto a Porto Torres di un privato e la centrale Grazia Deledda del Sulcis dell'Enel. Quest'ultimo è uno degli impianti meno efficienti d'Italia con oltre 1 milione di emissioni di co2 nell'aria nell'anno. Secondo gli accordi di Parigi e secondo il nostro piano energetico, dovranno essere entrambe chiuse entro il 2025.

Enel si dice possibilista per la chiusura: di deve però trovare una alternativa al carbone, visto che sull'isola il metano non c'è. Come alternativa c'è quella di Terna che ha progettato un cavo per portare il gas.

Ma ancora non è stato scelto niente e il 2025 è vicino: c'è il rischio che dire addio al carbone in Sardegna possa essere impossibile.

Perché non passare direttamente alle energie rinnovabili? C'è uno studio del Politecnico di Milano sulla decarbonizzazione dove si sostiene che il salto dal fossile al rinnovabile si possa fare senza passare per il metano.

La scheda della puntata:

Sarà una puntata dedicata allo sforzo di ripartire e ricostruire il Paese nella direzione di un’economia sostenibile quella di “PresaDiretta”, eccezionalmente in onda domenica 20 settembre alle 21.20 su Rai3. L’accelerazione dei cambiamenti climatici uniti alla crisi economica provocata dal Covid-19 impongono una svolta immediata: la rivoluzione verde non può più aspettare. “La ripartenza verde” ha raccolto l’allarme di importanti equipe di scienziati che hanno indagato, fin dalle prime settimane della pandemia, sulla correlazione tra inquinamento atmosferico e propagazione del virus. Le polveri sottili e il particolato delle aree più inquinate del nord Italia potrebbero essere stati vettori del virus? “PresaDiretta” vuole raccontare l’urgenza di trasformare radicalmente l’economia e i modelli produttivi, mentre purtroppo, le fonti fossili e l’inquinamento prodotto dalle città, dalle industrie, dall’agricoltura e dall’allevamento intensivi, continuano a produrre milioni di tonnellate di Co2 ogni anno. 
Il grande progetto del New Green Deal, fondamentale per trasformare l’Europa nel primo continente a impatto climatico zero, riuscirà a decollare? E il Piano di Ripresa su cui sta lavorando il Governo per ottenere i fondi del Recovery Fund si muovono nella direzione giusta?
Nel programma, le testimonianze di scienziati ed esperti, climatologi ed economisti e le storie delle imprese virtuose che hanno già cambiato passo. “Non c'è nessun motivo oggi di rimanere in una infrastruttura morente, quella dei combustibili fossili, che non darà nessuna opportunità di investimento, di business e di lavoro.  Ecco perché questo è il momento più importante della storia umana: la nascita di  una terza rivoluzione industriale che potrà creare nuove imprese, nuova occupazione e nuovi investimenti. È il Green Deal.” ha detto Jeremy Rifkin - economista e ambientalista di fama mondiale – in un’intervista in esclusiva.
E poi un viaggio in Sardegna, l’isola del sole e del vento, che con le sue fonti di energia rinnovabile potrebbe diventare la prima Regione d’Europa libera dai combustibili fossili. Quali sono gli ostacoli su questa strada?
In studio in diretta con Riccardo Iacona gli ospiti: Enrico Giovannini il portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile e membro della Commissione Colao, convinto sostenitore dell’uscita verde dalla crisi; Fabrizio Bianchi, epidemiologo e scienziato del Cnr esperto sulle conseguenze dell’inquinamento sulla salute; Donatella Spano, agrometeorologa dell’Università di Sassari e coordinatrice del primo studio che simula gli scenari di quello che potrebbe accadere nel nostro Paese con un aumento della temperatura di 5 gradi.
“La ripartenza verde” è un racconto di Riccardo Iacona con Alessandro Macina, Silvia Bacci, Fabrizio Lazzaretti

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

19 settembre 2020

Il criminale pallido di Philip Kerr

 


La torta di fragole del caffè Kranzler capita sempre sotto gli occhi quando si è a dieta e se ne deve fare a meno.

Be’, di recente ho cominciato a provare la stessa sensazione verso le donne. L’unica differenza è che non sono a dieta: ma mi ritrovo lo stesso a essere ignorato dalle cameriere. E ce ne sono di carine, in giro. Di donne, voglio dire, anche se potrei scoparmi benissimo una cameriera, come una qualsiasi altra creatura di sesso femminile. Ce n’è stata una, un paio di anni fa. Ne ero innamorato, ma scomparve. Be’, è una cosa che capita a parecchia gente in questa città. Ma da allora in poi ho avuto soltanto rapporti occasionali. E ora, a vedermi girare la testa di qua e di là sull’Unter den Linden, si direbbe che segua il pendolo di un ipnotizzatore. Non lo so, forse è il caldo. Quest’estate Berlino ribolle come l’ascella di un fornaio.

Berlino settembre 1938

Il secondo capitolo della trilogia di Philip Kerr con protagonista il detective berlinese Bernie Gunther si svolge alla fine di un'afosa estate inizio autunno nel 1938. La Germania è saldamente nelle mani del partito nazista e di Adolf Hitler che, dopo aver chiesto la Renania e la Lorena, dopo aver invaso l'Austria senza che nessuno in Europa glielo impedisse, sta ora puntando la regione dei Sudeti in Cecoslovacchia.

Sono i mesi in cui le democrazie europee, in particolare i governatori di Francia e Inghilterra, temono lo scoppio di una nuova guerra. Hitler non fa paura, anche se tutti conoscono le sue idee contro gli ebrei, tutti conoscono le violenze e i progrom che sono costretti a subire.

Tutto questo porterà poi agli sciagurati accordi di Monaco, epilogo della seconda guerra mondiale che scoppierà l'anno successivo.

Ma nel frattempo a Berlino si vive questo periodo senza troppe paure anzi, quando Hitler fa sfilare i reparti della divisione meccanizzata Pomerania, questa viene accolta con freddezza dalla popolazione.

Servirà ancora un po' di propaganda per scaldare i cuori dei tedeschi per mandarli al massacro: “nichts für uns alles fur Deutschland”.

Il detective Bernie Gunther è uno di quelli che la vive con distacco: ex ispettore della polizia criminale (anche in gamba), è uscito anni prima per non dover avere a che fare con quegli schizzi di fango che non vanno più via.

La repressione degli ebrei, degli omosessuali, dei comunisti, di tutti i nemici del Reich. Un corpo di polizia diventato un manipolo di squadracce col compito di ripulire la Germania dai criminali di strada. Perché i ladri e i criminali dentro il partito nazista, dentro la classe dirigente corrotta e complice del regime potesse continuare a fare i loro affari.

Meglio indagare in privato, su piccoli casi di persone scomparse (nella Germania di Hitler non mancavano certo) o, come gli succede in questo caso, su una storia di ricatti.

Si tratta del figlio della proprietaria della casa editrice Lange, ricattato da qualcuno che è venuto in possesso di una serie di lettere scambiate col suo amante.

Si finisce in un campo di concentramento, un KZ, per questo, con una bella stella rosa sul petto. A meno di non aver i soldi per un investigatore che metta le cose a tacere.

Contemporaneamente a questa indagine, a Bernie arriva una proposta dal capo della Kripo, Arthur Nebe, che lo convoca di notte sulle rovine del Reichstag e gli fa uno strano discorso: “ho creduto che il nazionalsocialismo avrebbe riportato il rispetto per la legge e l’ordine in questo paese.”

C'è qualcuno che vorrebbe che rientrasse nella Kripo, si tratta nientedimeno che del capo della RSHA (il servizio di sicurezza delle SS), il generale Heydrich.

L'indagine sul ricatto, porta Bernie, col suo assistente, ad entrare nel mondo della psicoterapia, qualcosa di molto vicino alla psicoanalisi che il partito nazista aveva messo fuorilegge in quanto teoria partorita da un ebreo, Freud.

Ma nella clinica del dottor Kindermann, a Wansee (poco lontano dalla villa dove qualche anno dopo verrà pianificata la soluzione finale, ma questa è un altra storia) non si indaga sulla psiche, alla clinica si lavora per “eliminare i sintomi dei disturbi mentali trattando quei comportamenti che hanno portato al loro manifestarsi.”

Un hotel di lusso dove chi ha i soldi poteva evitare di incappare nel Comma 175, quella parte del codice penale che identifica la psicoanalisi come reato.

Anche perché questo Kindermann è un medico importante negli alti ranghi del partito, “docente alla Scuola di Medicina della Luftwaffe e specialista alla clinica privata del partito”.

Il fiuto di Bernie lo porta sulla pista giusta: usando come esca un pacchetto con cui pagare il ricatto, in coppia col socio Bruno Stahlecker, trovano la persona che sta ricattando Reinhard Lange e la ricca madre.

Ma non fa in tempo a chiudere il caso perché viene portato all'Alex (il nome del palazzo della Kripo a Berlino), ma non per la convocazione di Heydrich: qualcuno ha pugnalato il suo socio mentre stava sorvegliando la persona sospettata del ricatto contro i Lange.

Nemmeno il tempo di realizzare la morte dell'amico, che Bernie viene portato alla sede della SD, il servizio di sicurezza delle SS, da Heydrich stesso: “Alto, scheletrico, con il lungo e pallido viso privo di qualsiasi espressione, come una maschera mortuaria di gesso”.

L'aspetto da guerriero ariano e anche un cuore di ghiaccio: la ragione della convocazione è presto detta, a Berlino un assassino sta uccidendo diverse giovani ragazze, uccise, mutilate e violentate, senza che l'efficiente polizia del Reich sia riuscita a catturarlo.

O, meglio, qualche funzionario zelante della Kripo avrebbe pure fatto confessare un ebreo (non a caso) come responsabile delle morti, ma mentre era in carcere un nuovo delitto con le stesse modalità fa capire che l'assassino sia ancora libero.

«In altre parole voglio che lei rientri nella Kripo, Gunther, e che acciuffi questo pazzo criminale prima che uccida di nuovo».

Non si può dire no ad uno come Heydrich, non si sa mai come può andare a finire. E poi non c'è più nienre da fare nemmeno per catturare l'assassino di Bruno, visto che si sarebbe suicidato in casa.

Dopo aver pugnalato Bruno con una baionetta.

Tutto limpido. O forse no, perché quel suicidio, quell'uomo impiccato lasciano in Bernie una sensazione strana. Perché quell'uomo è stato strangolato, prima di essere stato impiccato ..

Ma ora Bernie Gunther è il commissario Gunther: rientrato alla Kripo con un nuovo grado, si trova a capo di una sua squadra che ha dentro alcuni funzionari della Kripo e dell'Orpo (la polizia di strada). E poi un medico legale, il dottor Illman che pure lui aveva lasciato la professione di medico legale perché contrario al nazismo e una donna, frau Kalau vom Hofe una brillante psichiatra legale, entrambi amici di Nebe.

Un commissario piazzato nella squadra da Heydrich, un medico non nazista e una donna: ce n'era abbastanza affinché nella Kripo fossero visti con sospetto:

Una spia, una donna e un dissidente politico. Mancava solo che lo stenografo si alzasse in piedi a cantare Bandiera Rossa, ..

Le quattro ragazze erano tutte giovani, la rappresentazione della bellezza ariana, non avevano grossi problemi, e sono state trovate con la gola tagliata. Uccise, spiega il dottor IllmanCon uno strano rituale

« ..ritengo che la ragazza debba essere stata appesa a testa in giù quando le hanno tagliato la gola. Come si fa con i maiali».

Un particolare che fa scattare qualcosa, in seguito, nella mente di Bernie.

Una strana associazione di idee con una brutta vignetta vista su Der Sturmer, il giornale fortemente antisemita di Julius Streicher, governatore della Franconia.

Otto bionde ragazze tedesche erano appese a testa in giù, nude e con la gola tagliata. Il sangue colava in un vassoio liturgico, tenuto dalla grottesca caricatura di un ebreo.



Possibile che la mano dietro quelle morti porti all'interno dell'entourage del partito nazionalsocialista, verso qualcuno che vuole sollevare l'opinione pubblica contro gli ebrei?

Si tratta di un'indagine complicata, perché qui si tratta di indagare di un membro del partito, anche amico di Hitler,ed entrare dentro il terreno minato della guerra per bande tra le varie anime del nazismo.

Quella di Himmler e della sua cerchia e quella di Goring. In lotta per conquistarsi i favori di Hitler e conquistare maggiore potere.

Se in “Violette di marzo” Philip Kerr ci raccontava del cinico opportunismo dei tanti tedeschi che si convertivano al nazismo, in questa indagine di Bernie scopriamo il lato nascosto della società tedesca, quella che Hitler ha sollevato dal baratro di Weimar e reso felice e ridente. Un lato oscuro di sesso prostituzione e pornografia, di corruzione, di una povertà diffusa (perfino per la classe media).

Nel frattempo, con l'accordo di Monaco, Francia e Inghilterra assecondavano nuovamente le brame del “dannato cuculo”, rompendo gli accordi con la Cecoslovacchia per una “pace dei nostri tempi” che sarebbe durata solo un anno.

Il mondo stava precipitando verso la guerra al passo dell'oca e di lì a poco la notte dei cristalli avrebbe mostrato, ancora una volta, il volto mostruoso della Germania nazista. E Bernie?

Bernie Gunther che pure ha avrà il coraggio di portare a termine la sua indagine, fin dentro al castello di Wewelsburg, coi riti paganici delle SS, sarà testimone disincantato e impotente di tutto questo.

Un eroe? No, ce lo dice egli stesso

Non sono un cavaliere senza macchia e senza paura. Sono solamente un uomo su cui il tempo ha lasciato il segno, che se ne sta all'angolo della strada con indosso un cappotto sgualcito e che ha solo una vaga idea di quello che si può anche definire morale.

Non un eroe, solo un uomo disincantato, duro ma onesto , con una certa ironia pungente buona per sopravvivere agli eventi. Ma anche un investigatore capace di osservare e di mettere assieme fatti all'apparenza scollegati e di sbrogliare quella “matassa ingarbugliata” che è il suo caso. Ma forse nella Germania nazista, dove il sonno della ragione stava generando giovani mostri in divisa da gioventù hitleriana, anche una persona così è un eroe.

Il primo capitolo della trilogia di Bernie Gunther, “Violette di marzo”

La scheda del libro su sito di Fazi Editore e il link da cui scaricare il pdf del primo capitolo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

18 settembre 2020

Avremmo dovuto imparare

Avremmo dovuto imparare qualcosa da questa pandemia, da questo virus che non se ne è ancora andato (e di cui sappiamo ancora poco dei suoi effetti sull'organismo).

Cambiare la sanità, smontando il modello dei grandi ospedali, delle grandi strutture, del ti pago per quante prestazioni fai (la sanità a cottimo).

Cambiare il modello di lavoro, puntando ad un vero smart working dove il lavoratore è responsabilizzato in quello che fa, dove si regalano alle persone ore della propria giornata, evitando gli spostamenti verso le grandi città.

Durante il lockdown abbiamo rivisto l'acqua di Venezia pulita, l'aria delle grandi metropoli sempre più pulita.

Quanto sarebbe bello riuscire a conciliare turismo, industria e rispetto per l'aria, l'acqua e la terra.

Smetterla col cemento, con le città ingolfate dal traffico perché questo è l'unico modello di spostamento concepibile.

Investire in ricerca (quella a cui adesso chiediamo il vaccino), sulla professionalità, sulla scuola, sulla salute, sulla messa in sicurezza del territorio (quante altre alluvioni, tempeste sui vitigni, fiumi straripare dovremo vedere?).

E invece.

Gli articoli acchiappa gonzi sul reddito di cittadinanza. 
Ma le discoteche sono di destra o di sinistra?
Se vince il no il governo va a casa?
E se vince il si la democrazia viene meno, perché la rappresentanza, perché non basta tagliare gli onorevoli per far lavorare meglio il Parlamento..
Come facciamo a tenere in piedi la bolla economica di Milano se la gente sta a casa?
Cosa ne facciamo delle Torri, delle case da dare in affitto ai giovani dal sud, alle insegnanti (che non si possono permettere il costo della vita per il loro stipendio), dei tanti bar spuntati attorno ai vecchi luoghi di lavoro?

Potevamo scegliere se cambiare le cose, invece sembra che si voglia tornare a come si stava prima. E non si stava bene.
L'Italia dei mille contratti di lavoro e del precariato (anche nella sanità privata).
L'Italia dei pendolari sui treni stipati.
L'Italia dove mancano gli insegnanti di sostegno, ogni anno, anche questo.
L'Italia delle grandi opere, del TAV e del Ponte sullo Stretto.
L'Italia delle mafie che sono diventate un pezzo dell'economia, dell'imprenditoria.
L'Italia dove si aspetta la fine del blocco dei licenziamenti per rinnovare le imprese (?).

16 settembre 2020

Il gioco dell'opposizione

 E' un gioco facile quello dell'opposizione a questo governo "strano": qualunque cosa succeda vince sempre, come il banco nelle sale da gioco.

Non scoppiano le infezioni nelle scuole? Ecco, ti dicono, il virus non esiste.

Una classe viene messa in quarantena? Ecco, avete visto, governo di incapaci.

Chiaro, non stiamo parlando del miglior governo possibile, Azzolina non è la Montessori come Conte non passerà alla storia come grande statista.

Ma i problemi sui mezzi di trasporto sono da imputare alle regioni (e qui in Lombardia si viaggia a pieno carico).

I vuoti nelle cattedre, specie negli insegnanti di sostegno, sono un problema che ci trasciniamo da anni: l'anno scorso abbiamo investito 11 ml sugli insegnanti di sostegno, meno delle multe che paghiamo per i risarcimenti alle famiglie.

Questa opposizione è brava a portare il discorso solo su quello che interessa: le sterili polemiche sui banchi, sulle assunzioni non fatte (vi ricordate le polemiche dei mesi passati quando la ministra voleva fare il concorso mentre il PD voleva assumere i precari?) e quando non ci sono fatti da usare se li inventa, come la foto pubblicato dal presidente Toti coi bambini in ginocchio nella scuola di Genova.

E i temi relativi allo smart working, al riscaldamento climatico, all'aria delle nostre città, a come cambiare la sanità pubblica?

Tutto in secondo piano: nel fine settimana comincerà il campionato e il prossimo assillo per il governo sarà aprire gli stadi.

Dopo aver chiuso lo smart working (ps: e la banda larga per tutti?) perché mica possiamo lasciare le Torri di Milano vuote.. 

15 settembre 2020

Presadiretta – Sars-Cov2 l'identikit di un killer

A nove mesi dalla comparsa del Sars-Cov2 sono ancora tante le cose che non sappiamo, eppure i virus di questa famiglia li studiamo da anni, dai tempi della Sars: tra gli scienziati che li studiano anche quelli del laboratorio di Wuhan in Cina, la metropoli al centro della pandemia.

In Cina tutto è cominciato e qui iniziano le prime cose poco chiare su questa pandemia: presso il laboratorio lavora la dottoressa Shi Zhengli, che ha studiato i casi di spillover dagli animali, i pipistrelli all'uomo.

In un articolo a Nature ha espresso i suoi dubbi in merito alla possibilità che il virus sia passato all'uomo proprio a Wuhan, respingendo le accuse rivolte al suo laboratorio.

Ma come è arrivato allora nelle città il virus, partito da una delle grotte del sud della Cina? Dai wet market che si trovano proprio a Wuhan? No, oggi sappiamo che il virus nei mercati degli animali è passato solo in modo secondario: il salto non è avvenuto nei mercati dove si uccidono i pipistrelli, spiega lo studioso Matt Ridley.

E se fosse uscito per errore dal laboratorio da Wuham? Oppure se derivasse dal commercio illegale di animali?

E' importante saperlo, perché questo ci aiuterebbe per capire come combattere le prossime pandemie.

Scrive la CNN che da aprile la Cina ha ristretto le libertà per la pubblicazione dei paper sul virus: prima si deve passare per la censura del governo.

Servirebbe maggiore trasparenza dalla Cina, servirebbe una commissione internazionale sulle origini della pandemia: lo chiede il ministro della salute dell'Australia, lo chiede l'Europa.

E poi lo ha chiesto anche l'assemblea dell'organizzazione della Sanità, l'organo dell'OMS: nonostante il presidente Xi Jinping si sia difeso dalle accuse di scarsa trasparenza, il direttore dell'organizzazione ha deciso di far partire una indagine sul campo a giugno. Ma niente indagine sui laboratori, niente analisi sul campo: così a settembre dell'indagine sul coronavirus non c'è nessuna traccia.

La Cina pensa che si stia strumentalizzando la questione del virus e così sta rifiutando ogni indagine indipendente per capire se ha ben agito o meno.

Game over allora?

L'articolo di Nature

Il 3 febbraio del 2020 uscì un articolo sulla rivista Nature sulle possibili origini del Covid-19 di cui non se ne accorse nessuno: nell'articolo era scritto che all'istituto di virologia di Wuhan avevano trovato un virus nei pipistrelli che condivideva col nuovo coronavirus il 96,2% del genoma, di tutti i coronavirus è quello più vicino al nostro Sars-Cov-2.

Nel paper questo virus viene chiamato Ratg13, che era stato trovato in un pipistrello nella regione dello Yunnan e che il laboratorio di Wuhan ne aveva sequenziato un gene: confrontando quest'ultimo con quello del Sars-Cov-2 i ricercatori hanno notato la somiglianza e così decidono di sequenziare l'intero genoma del vecchio virus.

Stupisce – racconta sempre Lisa Iotti – che data l'eccezionalità della scoperta non sia stata data altra informazione circa le sue origini. Prima di questo articolo, nessuno aveva mai sentito parlare di Ratg13.

Questa scoperta non è passata inosservata da altri ricercatori nel mondo, come l'indiana Monali Rahalkar che racconta di averlo trovato in una delle banche dati consultate, ma che si chiama in altro modo, RAVT-COV4-991. Questo virus è anche citato in un paper del 2016 firmato anche della dottoressa Shi Zhengli, la dottoressa a capo del gruppo di Wuhan.

Nel paper era scritto che quel virus era stato trovato in una miniera abbandonata dello Yunnan, nel 2013. Ma perché – continua la ricercatrice indiana Monali Rahalkar– nel paper del 2020 non è stato menzionato lo studio del 2016? Perché è stato cambiato il nome al virus, da Ratg13 a RAVT-COV4-991?

Nell'articolo del 2016 la dottoressa Shi aveva descritto centinaia di virus trovati nelle miniere dello Yunnan: si ipotizza che questo, Ratg13, fosse un nuovo ceppo.

Perché se lo sono dimenticati per anni? Perché erano diversi dalla Sars (e in quegli anni si stava indagando su questo virus)?

Ad aprile 2020 si scopre un altro tassello della storia, frutto della ricerca di alcuni account su twitter, anonimi e no, che hanno scandagliato la rete.

In due tesi si parla di una miniera ai confini col Laos, dove era stato scoperto il virus Ratg13 e della morte di alcuni minatori per polmonite.

Nel 2012 diversi minatori erano scesi dentro per ripulirla, ma pochi giorni dopo si erano ammalati di polmonite (con sintomi come febbre alta, tosse, dolori articolari, difficoltà respiratorie) e tre di loro erano poi morti.

Nella seconda tesi si parla di due minatori, uno morto dopo 12 giorni e l'altro dopo settimane, ma nessuno dei minatori era risultato positivo alla SARS (il virus della precedente pandemia) ma tutti avevano gli anticorpi IGM, segno di una infezione virale recente.

A fare i test sierologico sui campioni di sangue era stato proprio l'istituto di Wuhan: la dottoressa Shi in un articolo di giugno, sosteneva che i minatori erano morti per un fungo. Ma sapevano probabilmente già tutto, delle responsabilità di quel virus, ma nel paper del 2016 non hanno detto una parola su quelle polmoniti.

Questa storia – è sempre la ricercatrice indiana a parlare – è interessante perché ci aiuta a capire le origini del virus: magari nella miniera c'erano altri virus simili da cui quello attuale è derivato. Scoprire se esiste un legame tra il Ratg13 e il Sars-Cov2 sarebbe utile.

L'istituto di Wuhan ha sequenziato il virus Ratg13 già nel 2017 (ed era a loro noto dal 2013), non l'ha dimenticato nel cassetto: conoscevano la sequenza del virus da anni, ma non l'hanno detto nell'articolo del febbraio 2020.

Alcuni studiosi hanno chiesto ai ricercatori di Wuhan di condividere i campioni del Ratg13 (il virus cugino del Sars-Cov2) per poterlo analizzare, ma il campione non c'è più, secondo la dottoressa Shing dopo l'ultimo sequenziamento si è esaurito.

Perché è così pericoloso il Sars-Cov2?

Con questo virus avremo a che fare nei prossimi anni, perché nel nostro organismo si trova bene – spiega Giorgio Palù dell'istituto di Padova. E' subdolo perché è silente quando la sua carica virale è alta, si trasmette da persona a persona.

Sembra preadattato al nostro corpo, è abile nell'infettare le nostre cellule, ha un alta affinità col nostro corpo: forse perché era in circolazione da tempo?

Ancora oggi, spiega il professor Nikolay Petrovski non sappiamo come mai si è ben adattato a noi:

“analizzando la proteina spike che è la parte del virus che si lega al recettore umano, abbiamo visto alcune caratteristiche insolite, che la rendevano particolarmente adatta agli uomini.. Quello che dobbiamo capire è da dove provengono queste caratteristiche del virus, sono insorte in maniera naturale o potrebbero essere state inserite? Non conosciamo la risposta”

Deriva da qualche forma di manipolazione di laboratorio? Non possiamo escluderlo, non possiamo dire né se sia creato dall'uomo né il contrario.

Esiste la possibilità di creare una copia del genoma di un virus naturale, manipolarlo e renderlo adattabile al nostro corpo: si può fare ma è molto pericoloso.

Ci sono due possibilità, sostiene Ridley: il virus è mutato in modo che sia più efficiente e che ce ne siamo accorti troppo tardi per colpa del nostro sistema sanitario; oppure è frutta di una manipolazione in laboratorio.

La direttrice di Wuhan parla di menzogna, negando la possibilità che il virus arrivi da loro: non sono loro l'origine del virus.

Ma sono loro ad aver condotto esperimenti in laboratorio per capire se i virus simili alla Sars potessero infettare anche animali diversi dai pipistrelli. C'erano segnali che i virus stessero cambiando, quando sotto le lenti dalla ricerca arriva la proteina spike, la chiave con cui il virus entra nell'organismo.

Ci sono stati studi, nel 2015, condotti dagli scienziati cinesi assieme a scienziati americani, che cercavano di capire se qualcuno dei ceppi dei virus potesse causare una epidemia che colpisse l'uomo: è il servizio di cui aveva parlato Tg Leonardo, che ha poi suscitato tutte le polemiche che abbiamo visto.

Due team hanno lavorato su questi virus: quello del dottor Baric in Nord Carolina e quello di Wuhan. Avevano avvisato il mondo che il loro era una ricerca rischiosa: i virus prodotti dai loro laboratori avevano un marcatore particolare che faceva capire che fosse generato in laboratorio.

Per generare un virus, senza marcatori speciali, serve un lavoro particolare: serve partire da una sequenza del genoma e nel mondo ne esistono migliaia. Da dove partire allora? Dal cugino del Sars-Cov2?

Lisa Iotti ha scoperto il database messo a disposizione della comunità scientifica dalla dottoressa Shi Zhengli, una banda dati specializzata sui virus di pipistrelli e roditori che conteneva dati relativi a più di ventimila campioni e i virus raccolti in diversi posti della Cina.

Nel database sono riportate informazioni dettagliate: le coordinate gps dei campioni, il tipo di virus trovato, se il virus era stato sequenziato o isolato, cioè fatto crescere in culture cellulari. Il database era protetto da password per essere consultato sui virus non ancora pubblicati, col solo obbligo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.

Da giugno 2020 la pagina internet da cui era possibile consultarlo è stata rimossa: secondo un altro sito che monitora le base dati scientifiche, questo sito era inaccessibile già dal settembre 2019.

Matt Ridly il giornalista scientifico sentito dalla giornalista è tornato sul tema della trasparenza:

“il resto del mondo, compresa l'OMS, deve chiedere alle autorità cinesi di essere molto più trasparente su quali esperimenti siano stati fatti al laboratorio di virulogia di Wuhan. Se questo virus non è stato creato lì, o coltivato lì, allora non hanno nulla da nascondere e dovrebbero aiutarci a chiarire questo mistero.”

Si deve andare ad indagare dentro il laboratorio cinese allora, ma se i cinesi non vogliono farci sapere cosa è successo, non lo sapremo mai.

Il laboratorio di Wuhan

Se ne parla da quando l'epidemia è arrivata in Italia, del laboratorio di massima sicurezza (P4) di Wuhan, accusato di aver fatto uscire il virus: pochi sanno però che è stato realizzato grazie alla collaborazione tra esponenti del mondo scientifico di Stati Uniti, Cina e Francia.

E' stata proprio la Francia, con una decisione presa dai vertici della Repubblica, a vendere al laboratorio gli strumenti per fare le sperimentazioni. Questo laboratorio è ben protetto, posti in alto per evitare le inondazioni del fiume, costruito in modo antisismico.

L'idea era aiutare la Cina ad avere un centro di ricerca di massima sicurezza nel mondo dei virus: dopo 17 anni, racconta un giornalista di “Challenges” Antoine Izambard, possiamo dire che è stato un fallimento.

Antoine è stato uno dei pochi giornalisti ad aver potuto visitare il centro nel 2019: nel suo libro “Francia Cina, le relazioni pericolose” racconta in un capitolo come la collaborazione tra i due paesi non sia mai partita.

“La Cina era molto poco trasparente e la Francia non si fidava, non c'è nessuna cooperazione tra gli istituti francesi e cinesi, nessun programma di scambi scientifici, la Cina decide da sola cosa si fa nel laboratorio e qui da noi c'è una grande preoccupazione sulla preparazione dei ricercatori cinesi, sul fato che siano capaci di manipolare in sicurezza dei patogeni, i più pericolosi al mondo. ”

Pechino metteva i soldi e i francesi metteva le tecnologie e le stanze a tenuta stagna: doveva mettere anche gli scienziati, ma in realtà tra Francia e Cina non c'è stato alcuno scambio.

In un articolo del 2017, sempre la rivista Nature riportava le preoccupazioni di osservatori internazionali sul laboratorio di Wuhan relativamente alla sua sicurezza: molti ricercatori tra cui la dottoressa Shi avevano studiato al P4 di Lione, il centro gemello di Wuhan e questo rassicurava gli scienziati.

Ma la Cina non aveva esperienze in questo tipo di ricerche e il timore era che un patogeno potesse fuoriuscire dall'impianto. E non sarebbe stata la prima volta: il virus della SARS era sfuggito 4 volte dai laboratori ad alto contenimento, nel 2003 a Singapore, a dicembre 2003 a Taiwan, 2 volte ad aprile 2004 a Pechino.

Nel 2018 due ufficiali dell'ambasciata statunitense a Pechino visitano l'impianto di Wuhan e allertano il Dipartimento di Stato americano sulla grave carenza dei tecnici e dei ricercatori non adeguatamente addestrati, necessari per operare in sicurezza.

Gene Olinger è il direttore scientifico di una società che si occupa di verificare i livelli di sicurezza dei laboratori P3 e P4 nel mondo: “l'incidente classico, oltre a quello di contenimento, è quello di un tecnico che si infetti e non sappia di essere contagiato o si rifiuti di ammettere di avere avuto un incidente. Ecco perché insistiamo sui dispositivi di protezione individuali, perché gli incidenti capitano.”

I rapporti scientifici tra Usa e Cine erano intensi prima della pandemia: la dottoressa Shi fino ad aprile faceva parte di un progetto di ricerca americano, per catalogare i vari virus dei pipistrelli. Hanno fatto esperimenti di gain of function su questi virus, considerati da molti scienziati come un rischio, perché di fatto li potenziano.

Gli esperimenti di tipo “gain of function”, guadagno di funzioni sono i più controversi della ricerca scientifica – prosegue il servizio di Lisa Iotti: questi esperimenti forniscono ai virus qualche funzione in più, per esempio rendendoli più contagiosi o più aggressivi, per motivi di studio.

Il dibattito su questi esperimenti spacca in due la scienza: secondo molti scienziati questi esperimento sono l'unico modo che abbiamo per prepararci alle prossime pandemie. Secondo altri sono invece pericolosi, perché di fatto potenziano i virus, dando loro nuove capacità.

Il professor Attaran dell'università di Ottawa fa parte di un comitato etico che vuole bloccare questi esperimenti:

“immaginate un virus che combini l'alta contagiosità del covid-19 e l'alta mortalità del virus della Mers, che uccide il 30% degli infetti. Cosa succederebbe se ci fosse un incidente nel laboratorio? Non sto dicendo che l'attuale pandemia sia causata da un esperimento di gain of function, ma dal Covid-19 possiamo farci una idea esatta di quello che potrebbe accadere se qualcosa andasse storto in un esperimento di questo tipo.”

Ci sono stati errori, nel passato, in questi laboratori: virus dell'Antrace trovato in fialette in un magazzino, personale infetto per uno scambio di fiale.

Sulla base di questi incidenti, per i timori di possibili rischi per l'uomo per incidenti in esperimenti come questo con un virus potenziato, nell'ottobre del 2014 il presidente Obama bloccò i fondi per questi esperimenti, chiedendo agli altri paesi una pausa volontaria, in attesa che siano valutati i pro e i contro e siano fissate delle regole ferree.

Tre anni dopo però, nel 2017, sotto la presidenza Trump, il governo americano ha ripreso a finanziare questi esperimenti nel mondo.

Quello che mi preoccupa – concludeva il suo ragionamento il dottor Attaran, è che la Cina stia eseguendo questi esperimenti, perché è un paese molto poco trasparente, non abbiamo idea di cosa stia facendo. Ma anche in America e in Europa li fanno, dobbiamo assolutamente bloccarli.

Lisa Iotti nel suo servizio ha citato i caso di esperimenti fatti in Olanda, ai tempi dell'aviaria, fatti su furetti in cui si era potenziato il virus. A Rotterdam si sono rispettate tutte le norme sulla sicurezza. Ma che succede nel resto del mondo?

Se vogliamo prepararci a nuove epidemie, serve fare esperimenti di tipo gain of function, sostiene il professor Baric. Di diverso avviso il dottor Attaran: tutti questi esperimenti, di potenziamento, non hanno impedito al virus dell'influenza di essere meno infettivo.

Al laboratorio di Wuhan si facevano esperimenti di tipo gain of function? Nel 2015 la dottoressa Shi e il dottor Baric hanno creato la chimera, in laboratorio.

E gli ultimi esperimenti in Cina sono stati finanziati anche dagli Stati Uniti, dalla Eco Health Alliance.

Finanziamenti terminati ad aprile, perché? Il dottor Fauci ha spiegato di non conoscerne le ragioni. C'è una ragione politica dietro?

Gli effetti della malattia causati dal Sars-Cov2

Sars-Cov2 è il virus e Covid19 è la malattia che causa: cosa abbiamo scoperto fino ad oggi dei danni che causa al nostro organismo? Parlare di sindrome respiratoria è limitante.

Da marzo ad aprile sono state eseguite un centinaio di autopsie sulle salme nell'ospedale di Bergamo: un numero elevato se confrontato con quanto fatto in altri paesi.

Servivano, però, quelle informazioni, per avere maggiori informazioni sul virus e per capire meglio i danni causati sul nostro corpo.

Colpisce il cuore, i polmoni e il fegato e questi sono i campioni presi in fase di autopsia: Andrea Giannati, medico a Bergamo, ha raccontato il lavoro fatto che è poi stato pubblicato su Nature.

I polmoni hanno subito un cambiamento così importante che non erano riconoscibili.

La malattia causata dal Sars-Cov2 è una di quelle sistemiche: si muore per una deficienza respiratoria, per danni sistemici come l'alterazione alla coagulazione, un impatto molto più forte rispetto ad altri virus della stessa famiglia.

Altra zona d'ombra che preoccupa gli studiosi (e molto meno i politici e chi ne scrive sui giornali) sono gli effetti del virus sull'organismo, tra cui gli effetti sul cervello.

Il Niguarda neurocenter, uno dei centri di riferimento della Lombardia, durante i mesi dell'emergenza era stato trasformato in un hub per le patologie neurologiche.

Prima dell'emergenza venivano ricoverati qui, dal Pronto Soccorso cioè non interventi programmati, circa 80 pazienti ogni tre settimane, dall'8 al 31 marzo sono state ricoverate 200 persone.

Sono aumentate le sincopi, le crisi epilettiche, le emorragie celebrali, gli ictus ischemici: Elio Agostoni è il direttore del centro neurologico, alla giornalista ha spiegato come a preoccupare sia il fatto che erano ictus di giovani, persone tra 47 e 55 anni.

In questi casi il cervello si ingrossa e come estrema ratio abbiamo la procedura in cui viene tolto l'osso per dare spazio al cervello in modo che possa gonfiarsi senza far morire il paziente.

“In dieci giorni ne abbiamo fatte dieci: normalmente se facciamo in un anno”.

Già dai primi report di febbraio dalla Cina si era visto che circa il 37% dei pazienti aveva avuto complicanze neurologiche, una cifra altissima per una pandemia che viene descritta come malattia respiratoria.

“Questo virus è capace di aumentare la coagulabilità del sangue, tant'è che questi pazienti che arrivavano per un ictus, avevano anche un quadro polmonare strano, ma non era così grave, non c'era il polmone tutto bianco. I radiologi la definivano inizialmente polmonite interstiziale, per noi erano micro-embolie polmonari. E queste micro-ebolie erano capaci di aggravare l'ictus che ci arrivavano per i grossi emboli che partivano e finivano per occludere le arterie del cervello. Tant'è che noi non diamo la terapia anti coagulante, ad un ictus ischemico, cioè all'occlusione di un vaso. Ma qua l'abbiamo data e abbiamo fatto bene.”

In queste emergenze neurologiche la tempestività è importante: il 118 ha un codice di massima gravità, ideato proprio qui al Niguarda, chiamato codice ictus.

“Col Covid c'era un tale sovraffollamento di chiamate al 118 che questi venivano messi in lista d'attesa così, quando arrivavano facevamo la costatazione di morte. Non abbiamo dei numeri, ma verranno fuori”.

Sono stati poi rilevati dei disturbi al cervello, casi di pazzia in cui le persone cambiano in modo drammatico il loro comportamento: ci vorranno anni per capire tutti gli effetti sull'uomo, sul cervello, sui polmoni.

Ci sono studi che sostengono che gli effetti non si esauriscono dopo la fase acuta: si inizia a parlare di sindrome post-covid, persone che hanno problemi di memoria, che si dimenticano le cose.

La corsa al vaccino

Tutto il mondo aspetta il vaccino contro il Covid-19: un vaccino che non crei effetti collaterali e che stimoli la risposta immunitaria, anche protettiva contro il coronavirus, protegga dall'infezione o almeno dalla malattia.

Presadiretta è entrata dentro lo studio Spallanzani di Roma, dove stanno lavorando proprio ad un vaccino: è lo stesso team che anni fa ha sviluppato il vaccino contro l'Ebola.

Stefano Colloca è il responsabile della ricerca: questo vaccino è parte di una sfida enorme, racconta.

Al mondo sono più di 200 i progetti di ricerca in campo e 35 candidati vaccini sono già arrivati alla sperimentazione umana, di questi 8 hanno raggiunto la fase finale. E' un'impresa senza precedenti nella storia, sia per i numeri che per la velocità: “questa è una prova del fuoco per tutti” ammette Stefano Colloca.

Per sviluppare un vaccino servono almeno dieci, venti anni: lo spiega il dottor Rappuoli, microbiologo, ma in tempi di pandemia non possiamo aspettare questi anni.

Si è lavorato sui virus sintetici, si prende un piccolo pezzo e lo si inserisce in un virus inerte: i vaccini genetici sono più rapidi, per il loro studio, ma non sono mai stati usati.

Il vaccino non solo è un arma medica, ma sarà anche un arma politica che metterà il paese che lo troverà per primo in una condizione di vantaggio: questo spiega l'annuncio di Putin, i soldi investiti sul vaccino da Trump (che spera di arrivarci prima delle elezioni).

Ma correre troppo in fretta rischia di essere pericoloso: non si deve saltare nessuna fase dello sviluppo clinico, nemmeno i test sui volontari che devono durare almeno tre o quattro mesi. Ma molti paesi, tra cui l'Italia, si sono già prenotati per le prime dosi dei vaccini, ma queste potrebbero non essere efficaci all'inizio.

In studio era presente Silvio Garattini, uno dei firmatari di un appello ai politici del mondo: evitiamo che all'ultimo momento non ci siano vaccini per tutti, ma solo per i paesi che hanno pagato gli studi.

Con questo Sars-Cov2 dovremmo imparare a convivere: significa ricordarsi di mascherine, del distanziamento, della pulizia delle mani ancora per mesi, perché il vaccino non arriverà subito e sarà disponibile per tutti.

L'ultima parte del servizio era dedicata ai farmaci sperimentati sul Covid19, a farmaci che hanno dimostrato efficacia come un cortisonico o il Remdevisir, le cui scorte sono state acquistate dall'America quasi al 100%.

Pur di salvare le persone, i medici nel mondo hanno usato farmaci diversi: come l'idrossiclorichina, che poi si è dimostrata inefficace.

A Siena stanno lavorando sugli anticorpi monoclonali: sono molecole naturali riprodotte in laboratorio capaci di neutralizzare il coronavirus.

Si deve ancora sperimentare l'efficacia del plasma superimmune, l'iter delle sperimentazioni è troppo ferraginoso, il nostro sistema scientifico e l'AIFA ha forse perso un'occasione, sono poche le sperimentazioni controllate.

Abbiamo pochi lavoratori nella ricerca, meno fondi rispetto ad altri paesi europei: ma la ricerca non è una spesa, ma un investimento – spiegava Garattini – è anche un modo per creare occupazione, oltre che salvare vite umane.

14 settembre 2020

Anteprima delle inchieste di Presadiretta – identikit di un killer

Puntata che si presterà ad interpretazioni complottiste, quella di questa sera di Presadiretta: si parlerà della Cina, del laboratorio di Wuhan, della poca trasparenza delle autorità cinesi. Da dove è partito il Covid-19 o Sars-Cov2?

Ancora oggi, a sette mesi dai primi casi in Italia, sappiamo ancora poco della sua origine: Presadiretta cercherà di capire quali siano gli animali attraverso i quali è partito lo spillover, che tipi di esperimenti si facevano nel laboratorio di alta sicurezza di Wuhan in Cina e a che punto sono le ricerche sulle cure del Covid e per trovare un vaccino.



Sui canali social, è possibile leggere le anticipazioni del servizio, tra queste un passaggio dove si sollevano dei dubbi su quanto ci hanno detto le autorità cinesi del virus.

Lisa Iotti ha scoperto il database messo a disposizione della comunità scientifica dalla dottoressa Shi Zhengli, una banda dati specializzata sui virus di pipistrelli e roditori che conteneva dati relativi a più di ventimila campioni e i virus raccolti in diversi posti della Cina.

Nel database sono riportate informazioni dettagliate: le coordinate gps dei campioni, il tipo di virus trovato, se il virus era stato sequenziato o isolato, cioè fatto crescere in culture cellulari.

Il database era protetto da password per essere consultato sui virus non ancora pubblicati, col solo obbligo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.

Da giugno 2020 la pagina internet da cui era possibile consultarlo è stata rimossa: secondo un altro sito che monitora le base dati scientifiche, questo sito era inaccessibile già dal settembre 2019.

Matt Ridly è un giornalista scientifico sentito dalla giornalista:

“il resto del mondo, compresa l'OMS, deve chiedere alle autorità cinesi di essere molto più trasparente su quali esperimenti siano stati fatti al laboratorio di virulogia di Wuhan. Se questo virus non è stato creato lì, o coltivato lì, allora non hanno nulla da nascondere e dovrebbero aiutarci a chiarire questo mistero. ”

Il mistero della genesi del virus è un enigma che anche altri paesi vogliono risolvere, compresa l'Australia, tramite la ministra degli Esteri Marise Payne:

“abbiamo bisogno di una indagine indipendente che identifichi la genesi di questo virus, come è stato affrontato e gestito, i rapporti con l'OMS”.

Questa richiesta è di metà aprile: l'Australia è stata uno dei primi paesi a chiedere trasparenza alla Cina e da parte di tutti i paesi chiave nel mondo. Ai primi di maggio anche l'Unione Europea prende posizione, chiedendo una valutazione indipendente, esaustiva e imparziale che indaghi sulla pandemia.

Il 18 maggio è la volta dell'Assemblea Mondiale per la Sanità, l'organo decisionale dell'OMS: in videoconferenza sono collegati i rappresentanti del mondo, da Angela Merkel a Ursula von der Leyen, a Macrona al nostro presidente Conte. Collegato è anche il presidente della Cina, che si è difeso spiegango come la Cina in tutto questo tempo abbia agito con cura, trasparenza e responsabilità.

Il direttore dell'OMS, l'etiope Ghebreyesus, ha in quella sede annunciato l'avvio di una indagine al primo momento opportuno: a fine giugno infatti viene annunciato dallo stesso direttore che in Cina sarà inviato un team per preparare questa indagine “sperando che questo porti a comprendere come il virus si sia originato”.

Lisa Iotti ha intervistato il professore di medicina all'università di Adelaide Nikolay Petrovski:

“analizzando la proteina spike che è la parte del virus che si lega al recettore umano, abbiamo visto alcune caratteristiche insolite, che la rendevano particolarmente adatta agli uomini. Quello che dobbiamo capire è da dove provengono queste caratteristiche del virus, sono insorte in maniera naturale o potrebbero essere state inserite?”

E' frutto della volontà dell'uomo il coronavirus oppure è frutto di altre cause?

Il virus è frutto di un esperimento volontario, oppure di un errore in laboratorio, di qualcosa che è sfuggito di mano?

Gli esperimenti di tipo “gain of function”, guadagno di funzioni sono i più controversi della ricerca scientifica – prosegue il servizio di Lisa Iotti: questi esperimenti forniscono ai virus qualche funzione in più, per esempio rendendoli più contagiosi o più aggressivi, per motivi di studio.

Il dibattito su questi esperimenti spacca in due la scienza: secondo molti scienziati questi esperimento sono l'unico modo che abbiamo per prepararci alle prossime pandemie. Secondo altri sono invece pericolosi, perché di fatto potenziano i virus, dando loro nuove capacità.

Di questo è convinto l'epidemiologo dell'università di Ottawa Amir Attaran:

“immaginate un virus che combini l'alta contagiosità del covid-19 e l'alta mortalità del virus della Mers, che uccide il 30% degli infetti. Cosa succederebbe se ci fosse un incidente nel laboratorio? Non sto dicendo che l'attuale pandemia sia causata da un esperimento di gain of function, ma dal Covid-19 possiamo farci una idea esatta di quello che potrebbe accadere se qualcosa andasse storto in un esperimento di questo tipo.”

Proprio per questi timori, sugli esiti di un incidente in esperimenti come questo, con un virus potenziato, nell'ottobre del 2014 il presidente Obama bloccò i fondi per questi esperimenti, chiedendo agli altri paesi una pausa volontaria, in attesa che siano valutati i pro e i contro e siano fissate delle regole ferree.

Tre anni dopo però, nel 2017, sotto la presidenza Trump, il governo americano ha ripreso a finanziare questi esperimenti nel mondo.

Quello che mi preoccupa – concludeva il suo ragionamento il dottor Attaran, è che la Cina stia eseguendo questi esperimenti, pperché è un paese molto poco trasparente, non abbiamo idea di cosa stia facendo. Ma anche in America e in Europa li fanno, dobbiamo assolutamente bloccarli.

Il 3 febbraio del 2020 uscì un articolo sulla rivista Nature sulle possibili origini del Covid-19 di cui non se ne accorse nessuno: nell'articolo era scritto che all'istituto di virologia di Wuhan avevano trovato un virus nei pipistrelli che condivideva col nuovo coronavirus il 96,2% del genoma, di tutti i coronavirus è quello più vicino al nostro Sars-Cov-2.

Nel paper questo virus viene chiamato Ratg13 e che il laboratorio di Wuhan ne aveva sequenziato un gene: confrontando quest'ultimo con quello del Sars-Cov-2 i ricercatori hanno notato la somiglianza e così decidono di sequenziare l'intero genoma del vecchio virus.

Stupisce – racconta sempre Lisa Iotti – che data l'eccezionalità della scoperta non sia stata data altra informazione circa le sue origini.

Questa scoperta non è passata inosservata da altri ricercatori nel mondo: una di queste racconta che questo virus in una delle banche dati consultate si chiama in altro modo, RAVT-COV4-991 ed è citato in un paper del 2016 firmato anche della dottoressa Shi Zhengli, la dottoressa a capo del gruppo di Wuhan.

Nel paper era scritto che quel virus era stato trovato in una miniera abbandonata dello Yunnan, ma perché – continua la ricercatrice indiana Monali Rahalkar– nel paper del 2020 non è stato menzionato lo studio del 2016?

Ad aprile 2020 si scopre un altro tassello della storia: nella stessa miniera dove era stato scoperto il virus Ratg13 erano morte delle persone per polmonite.

E' una miniera in una regione al confine col Laos: nel 2012 diversi minatori erano scesi dentro per ripulirla, pochi giorni dopo si erano ammalati di polmonite (con sintomi come febbre alta, tosse, dolori articolari, difficoltà respiratorie) e tre di loro erano poi morti.

Nessuno di loro era risultato positivo alla SARS (il virus della precedente pandemia) ma tutti avevano gli anticorpi IGM, segno di una infezione virale recente.

A fare i test sierologico sui campioni di sangue era stato proprio l'istituto di Wuhan: sapevano probabilmente tutto ma nel paper del 2016 non hanno detto una parola su quelle polmoniti.

Questa storia – è sempre la ricercatrice indiana a parlare – è interessante perché ci aiuta a capire le origini del virus: magari nella miniera c'erano altri virus simili da cui quello attuale è derivato. Scoprire se esiste un legame tra il Ratg13 e il Sars-Cov2 sia utile.

Alcuni studiosi hanno chiesto ai ricercatori di Wughan di condividere i campioni del Ratg13 per poterlo analizzare, ma il campione non c'è più, secondo la dottoressa Shing dopo l'ultimo sequenziamento si è esaurito.

Il laboratorio di Wuhan

Se ne parla da quando l'epidemia è arrivata in Italia, del laboratorio di massima sicurezza (P4) di Wuhan, accusato di aver fatto uscire il virus: pochi sanno però che è stato realizzato grazie alla collaborazione tra esponenti del mondo scientifico di Stati Uniti, Cina e Francia. E' stata proprio la Francia, con una decisione presa dai vertici della Repubblica, a vendere al laboratorio gli strumenti per fare le sperimentazioni. L'idea era aiutare la Cina ad avere un centro di ricerca di massima sicurezza nel mondo dei virus: dopo 17 anni, racconta un giornalista di “Challenges” Antoine Izambard, possiamo dire che è stato un fallimento.

Antoine è stato uno dei pochi giornalisti ad aver potuto visitare il centro nel 2019: nel suo libro “Francia Cina, le relazioni pericolose” racconta in un capitolo come la collaborazione tra i due paesi non sia mai partita.

“La Cina era molto poco trasparente e la Francia non si fidava, non c'è nessuna cooperazione tra gli istituti francesi e cinesi, nessun programma di scambi scientifici, la Cina decide da sola cosa si fa nel laboratorio e qui da noi c'è una grande preoccupazione sulla preparazione dei ricercatori cinesi, sul fato che siano capaci di manipolare in sicurezza dei patogeni, i più pericolosi al mondo. ”

In un articolo del 2017, sempre la rivista Nature riportava le preoccupazioni di osservatori internazionali sul laboratorio di Wuha, sulla sua sicurezza: molti ricercatori tra cui la dottoressa Shi avevano studiato al P4 di Lione, il centro gemello di Wuhan e questo rassicurava gli scienziati.

Ma la Cina non aveva esperienze in questo tipo di ricerche e il timore era che un patogeno potesse fuoriuscire dall'impianto. E non sarebbe stata la prima volta: il virus della SARS era sfuggito 4 volte dai laboratori ad alto contenimento, nel 2003 a Singapore, a dicembre 2003 a Taiwan, 2 volte ad aprile 2004 a Pechino.

Nel 2018 due ufficiali dell'ambasciata statunitense visitano l'impianto di Wuhan e allertano il Dipartimento di Stato americano sulla grave carenza dei tecnici e dei ricercatori non adeguatamente addestrati, necessari per operare in sicurezza.

Gene Olinger è il direttore scientifico di una società che si occupa di verificare i livelli di sicurezza dei laboratori P3 e P4 nel mondo: “l'incidente classico, oltre a quello di contenimento, è quello di un tecnico che si infetti e non sappia di essere contagiato o si rifiuti di ammettere di avere avuto un incidente”.

E' quanto è successo a Wuhan?

Gli effetti del virus sul cervello

Altra zona d'ombra che preoccupa gli studiosi (e molto meno i politici e chi ne scrive sui giornali) sono gli effetti del virus sull'organismo, tra cui gli effetti sul cervello.

Il Niguarda neurocenter, uno dei centri di riferimento della Lombardia, durante i mesi dell'emergenza era stato trasformato in un hub per le patologie neurologiche.

Prima dell'emergenza venivano ricoverati qui, dal Pronto Soccorso, circa 80 pazienti ogni tre settimane, dall'8 al 31 marzo sono state ricoverate 200 persone.

Sono aumentate le sincopi, le crisi epilettiche, le emorragie celebrali, gli ictus ischemici: Elio Agostoni è il direttore del centro neurologico, alla giornalista ha spiegato come a preoccupare sia il fatto che erano ictus di giovani, persone tra 47 e 55 anni.

In questi casi il cervello si ingrossa e come estrema ratio c'è la procedura in cui viene tolto l'osso per dare spazio al cervello in modo che possa gonfiarsi senza far morire il paziente.

Già dai primi report di febbraio dalla Cina si era visto che circa il 37% dei pazienti aveva avuto complicanze neurologiche, una cifra altissima per una pandemia che viene descritta come malattia respiratoria.

“Questo virus è capace di aumentare la coagulabilità del sangue, tant'è che questi pazienti che arrivavano per un ictus, avevano anche un quadro polmonare strano, ma non era così grave, non c'era il polmone tutto bianco. I radiologi la definivano inizialmente polmonite interstiziale, per noi erano micro-embolie polmonari. E queste micro-ebolie erano capaci di aggravare l'ictus che ci arrivavano per i grossi emboli che partivano e finivano per occludere le arterie del cervello. Tant'è che noi non diamo la terapia anti coagulante, ad un ictus ischemico, cioè all'occlusione di un vaso. Ma qua l'abbiamo data e abbiamo fatto bene.”

In queste emergenze neurologiche la tempestività è importante: il 118 ha un codice di massima gravità, ideato proprio qui al Niguarda, chiamato codice ictus.

“Col Covid c'era un tale sovraffollamento di chiamate al 118 che questi venivano messi in lista d'attesa così, quando arrivavano facevamo la costatazione di morte”.

La ricerca del vaccino

Tutto il mondo aspetta il vaccino contro il Covid-19: un vaccino che non crei effetti collaterali e che stimoli la risposta immunitaria, anche protettiva contro il coronavirus, protegga dall'infezione o almeno dalla malattia.

Presadiretta è entrata dentro lo studio Spallanzani di Roma, dove stanno lavorando proprio ad un vaccino: è lo stesso team che anni fa ha sviluppato il vaccino contro l'Ebola.

Stefano Colloca è il responsabile della ricerca: questo vaccino è parte di una sfida enorme, racconta.

Al mondo sono più di 200 i progetti di ricerca in campo e 35 candidati vaccini sono già arrivati alla sperimentazione umana, di questi 8 hanno raggiunto la fase finale. E' un'impresa senza precedenti nella storia, sia per i numeri che per la velocità: “questa è una prova del fuoco per tutti” ammette Stefano Colloca.

Dopo il vaccino, Presadiretta farà un approfondimento sugli anticorpi monoclonali: sono molecole naturali riprodotte in laboratorio capaci di neutralizzare il coronavirus.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.