“Misteri d’Italia” è un marchio di successo. La
declinazione oscura del made in Italy appare non meno seducente
dell’alta moda e del buon cibo, negli anni in cui trionfano le
serie televisive crime, sia fiction sia documentarie, mentre gialli e
thrille dominano le classifiche dei libri più venduti. Nel calderone
entra di tutto: dal sequestro Moro alla morte di Enrico Mattei,
all’omicidio Pasolini, e chi più ne ha più ne metta. Un posto
d’onore spetta al racconto delle grandi stragi di terrorismo
avvenute tra il 1969 e l’80, i Misteri d’Italia per eccellenza,
come le bombe di piazza Fontana, Brescia, Bologna.
Dobbiamo essere
grati a ricercatrici (e scrittrici) come Benedetta Tobagi per
l’impegno che mettono nel ricostruire, studiare, la storia recente
italiana e a volerla raccontare in volumi come questo – uscito per
Laterza – una sorta di “cassetta per gli attrezzi” per muoversi
con maggiore consapevolezza in quelli che vengono, erroneamente,
chiamati, misteri d’Italia.
Ustica, piazza
Fontana, piazza della Loggia .. eh, non sapremo mai chi è stato .. è
tutto un mistero, sono stati i fascisti, no sono state le Brigate
Rosse… c’è stato un grande vecchio dietro la stagione degli
anni di piombo (altra formula di successo usata e strausata dal mondo
dell’informazione per raccontare gli anni ‘70), il doppio
stato..
Benedetta Tobagi ci aiuta a mettere dei punti di fermi
sulle stragi avvenute nel nostro paese tra il 1969 e il 1980, ovvero
tra la bomba di Milano alla banca dell’Agricoltura e la bomba
scoppiata il 2 agosto a Bologna. Nonostante ci siano voluti molti
anni, nonostante il fatto che le inchieste spesso abbiano portato a
giudizi contrastanti, nonostante l’ostacolo dei depistaggi portati
avanti delle stesse istituzioni per bloccare le azioni dei magistrati
(uomini dello Stato anche loro), sappiamo molto.
Sappiamo che le
bombe le hanno messe le formazioni dell’estrema destra, fascista,
godendo di un senso di impunità per le coperture ottenute da
apparati dei servizi nazionali e anche oltre oceano.
Parliamo
dell’arcipelago nero della destra extra parlamentare, Ordine Nuovo,
La Fenice, Ordine nero, Avanguardia nazionale e per ultimi i Nar,
Terza posizione: come racconta l’autrice, c’era una forte
porosità tra i vari gruppi per lo scambio di armi e per i legami tra
loro.
Forte porosità che c’era anche nei confronti del
Movimento Sociale italiano: sebbene tutte le inchieste hanno poi
portato al proscioglimenti degli esponenti del MSI indagati per le
stragi, i rapporti tra esponenti del partito (che funzionava come un
ombrello per le garanzie costituzionali dei deputati) e i membri di
questi gruppi. Uno tra tutti Pino Rauti, presentato ancora oggi come
uno studioso, punto di riferimento per tanti politici di destra –
tra cui anche l’attuale presidente del Consiglio – ma anche
fondatore del Centro studi Ordine Nuovo, lo stesso di Carlo Maria
Maggi, condannato per la strage di Brescia. E di Franco Freda e
Giovanni Ventura, ritenuti responsabili della strage di Milano ma non
condannabili per il principio del nostro ordinamento giudiziario, “ne
bis in idem”.
Non esistono i
misteri dunque, esistono i segreti, gelosamente custoditi in qualche
archivio, ben al riparo dalla magistratura “impicciona”, questi
magistrati che pensano di voler applicare la legge, o forse solo
nella testa di qualcuno dei pochi sopravvissuti di quegli anni.
Come
non esistono nemmeno i servizi deviati, poche mele marce su cui
scaricare tutte le colpe (i Miceli, i Maletti, i Santovito): sono
esistiti uomini dei servizi che hanno dovuto dare fedeltà
all’alleanza atlantica e poi, in secondo ordine, anche alla
Costituzione.
Ma sono esistiti
anche uomini dello Stato che hanno voluto fare luce su quelle stragi,
che alla ragione di Stato (abusata) hanno messo davanti la carta
costituzionale, la giustizia per le vittime: Tobagi cita, tra i
tanti, l’ex generale del Sismi Pasquale Notarnicola, in
contrapposizione ai colleghi del Sismi Benedetto Santovito e
Francesco Belmonte (condannati per i depistaggi sulla strage di
Bologna). Ecco perché non è corretto parlare di “strage di stato”
o di “doppio stato” (altre due formule molto in voga quando si
parla di stragismo, ma poco corrette). Lo Stato sono stati anche i
magistrati di Milano che hanno seguito la pista nera, i giudici di
Catanzaro che con mille difficoltà hanno portato alla sbarra
politici e uomini dei servizi.
Come mai allora tutta
questa confusione, questo parlare di misteri, questo continuo voler
intorbidire le acque, quando si parla della storia repubblicana del
nostro paese?
Una democrazia
forte da i conti con le proprie ombre e le pagine oscure, per
denunciarle, per correggerle, farle conoscere, analizzarle, vedere
come funziona il nostro presente – e fa tutto questo in modo civile
e non violento, per e non contro la Costituzione.
Ecco
il punto nodale: non siamo (ancora) una democrazia forte, non avendo
voluto e saputo fare i conti con questo passato. Questo vale ancora
di più oggi, con questa destra al governo, la destra di Meloni,
quella delle radici profonde che non congelano. Radici così profonde
da arrivare al movimento sociale e a quell’arcipelago nero con cui
sono ben legate.
Ancora
deve iniziare a sfogliare il proprio album di famiglia, la destra di
Fratelli d’Italia, fare i conti con le proprie origini, con quello
che scrivevano sulla democrazia, sulle libertà, sugli strumenti di
lotta auspicabili per fermare la deriva comunista in questo paese.
Sempre citando l’autrice, Rauti è stato maestro, o cattivo
maestro, “anche degli ordinovisti veneti responsabili delle
stragi di piazza Fontana e di Brescia”.
In
questo saggio c’è spazio anche per raccontare del ruolo dei
servizi americani sulle stragi: un ruolo di osservatore non neutrale,
per dichiarazioni degli stessi ordinovisti pentiti (pochi ma
sufficienti a descrivere quel contesto): i servizi americani sapevano
delle attività di Ordine Nuovo (e delle altre sigle) ma non hanno
ostacolato le loro azioni.
Come del resto fecero i vertici dei
nostri servizi (dentro cui mettiamo anche l’Ufficio Affari
Riservati, l’intelligence del Viminale): quelle bombe erano un
segnale, uno strumento per condizionare la politica, per spostarne il
baricentro politico. Erano gli anni della guerra fredda, si doveva
fermare l’avanzata delle sinistre tramite la “guerra non
ortodossa”. Come in Grecia col golpe dei colonnelli. Con la
violenza, con le bombe, con le stragi.
Bombe di provocazione,
in una prima fase, da addossare alle sinistre. Bombe di
intimidazione, da Brescia, all’Italicus, fino a Bologna.
Creare
terrore per bloccare ogni tentativo di riforma di questo paese, in
senso progressista: riforme che poi, sempre grazie all’azione di
uomini dello Stato, sono comunque andate in porto. Dalla riforma
sulla sanità, allo Statuto dei lavoratori, all’abrogazione della
legge sul delitto d’onore..
No,
troppo imbarazzante sfogliare questo album, meglio continuare a
negare, a portare avanti la storiella dei ragazzi di destra
perseguiti per le loro idee da magistrati comunisti. Meglio portare
avanti la finta verità della pista palestinese per la strage di
Bologna: “e se fossero innocenti” – ripetono ipocritamente da
destra ma anche a sinistra, per una ossessione contro certi
magistrati comune anche in certa sinistra.
La
storia non si fa nei tribunali, ma purtroppo, anche per colpa della
classe dirigente (e del contesto geopolitico che abbiamo avuto alle
spalle), le sentenze dei tribunali, anche grazie al lavoro degli
storici e dei ricercatori, ci hanno raccontato molto della nostra
storia, molto di più di quanto hanno fatto i passati governi. Per
spiegarci meglio, se non ci fosse stato il prezioso lavoro delle
parti civili e dei giudici di Bologna dietro il processo a Bellini e ai mandanti, non sapremmo del
coinvolgimento della P2, di Licio Gelli, di pezzi dello stato (il
potentissimo prefetto Federico Umberto D’Amato a capo dell’Ufficio
Affari Riservati), e della politica (come il senatore missino
Tedeschi) per la preparazione della strage alla stazione di Bologna.
Una storia che mette in luce le ambiguità dei Nar, del supposto
spontaneismo, del vero potere della loggia P2.
La
conclusione di questo libro è un invito al lettore a non rassegnarci
del tutto al fatto di avere ancora tutta la verità:
.. dobbiamo
realisticamente rassegnarci al fatto che non potremo mai sapere tutta
la verità sulle stragi, in particolare sui livelli politici e
istituzionali che hanno coperto e con ogni probabilità
strumentalizzato questi delitti. Ma dobbiamo continuare a scavare e
studiare per portare alla luce quanta più verità possibile, senza
abbandonarci alla sfiducia o al cinismo.
[..] Spesso sento
dire che “lo dobbiamo alle vittime innocenti delle stragi” e di
certo loro si meritano tutta la giustizia e la verità che possiamo
dar loro; però io credo che lo dobbiamo innanzitutto e soprattutto
a noi stessi, ed eventualmente alle generazioni che verranno. Perché
le stragi, insieme alle vittime, volevano colpire tutti. Perché
dalle macerie lasciate dalle stragi possiamo capire e imparare molto,
quanto alla manutenzione e alla maturazione della democrazia, e
magari anche svelenire il clima della società in cui viviamo. La
strage, alla fine, non è “di Stato” perché, ieri come oggi, lo
Stato siamo anche noi, anche – o forse soprattutto -quando i
rappresentanti delle istituzioni ci fanno venire da piangere per la
rabbia.
Gli
altri libri di Benedetta Tobagi dedicati alle stragi avvenute in
Italia
Una
stella incoronata di buio – la strage di Brescia
Segreti
e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e
governo
Piazza
Fontana il processo impossibile
La scheda del libro sul sito di Laterza
editore
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e Amazon