08 giugno 2014

Alla fine di un giorno noioso .. (deja vu di letture passate)

L'incipit del libro:
Alla fine di un giorno noioso l'avvocato, nonché onorevole della Repubblica, Sante Brianese entrò alla Nena con il suo solito passo deciso.Un attimo dopo apparvero sulla porta la segretaria e il portaborse. Ylenia e Nicola. Belli, eleganti, giovani, sorridenti. Sembravano usciti da una serie televisiva americana.
Era l'ora dell'aperitivo, un viavai continuo di gente, bicchieri e stuzzichini. All'esterno stufe a forma di fungo riscaldavano una fitta schiera di fumatori.Conoscevo quasi tutti. Avevo selezionato la clientela negli anni con pazienza certosina.
Nel mio locale non giravano coca, troie e teste di cazzo e pagavo un tizio, che si era fottuto il cervello con gli anabolizzanti, per stare alla porta con discrezione e tenere alla larga venditori di fiori, accendini e mercanzia varia. Alla Nena entravi solo se avevi voglia di spendere il giusto per goderti un'atmosfera tranquilla, raffinata ma al lo stesso tempo “frizzante e divertente”. La mattina, dal le 8 alle 10, offrivamo tè pregiati, fragranti croissant e cappuccini con latte che arrivava direttamente da un paesino delle Dolomiti.
Alle dodici spaccate l'aperitivo. Dalle 12.30 alle 13 il pranzo: leggero e dinamico per impiegati e professionisti, minimalista vegetariano per ciccione perennemente a dieta oppure luculliano, seppur rispettoso delle tradizioni venete, per rappresentanti e clienti non ossessionati dalla linea.
L'aperitivo serale partiva alle 18.45 e la cena alle 19.30. Per i comuni mortali la cucina chiudeva alle 22.30.
Per quelli come Brianese il locale era sempre aperto.
L'avvocato si sedette al solito tavolo e la sua cameriera preferita si affrettò a portargli il solito bicchiere di bollicine pregiate che da undici anni gli servivo gratuitamente.
Poi, come sempre, i clienti si misero in fila per porgere gli omaggi di rito al loro eletto. Non tutti. Una volta non ci sarebbero state eccezioni, ma il suo partito rischiava seriamente di perdere le elezioni regionali a favore dei padanos, come venivano affettuosamente chiamati dai loro stessi alleati, e qualcuno stava già annunciando discretamente il passaggio ai futuri padroni. Brianese, con il solito sorriso stampato sul volto, incassò le manifestazioni di fedeltà e prese nota delle defezioni.
Alla fine venne il mio turno. Mi versai un prosecco, uscii dal bancone e mi sedetti al suo fianco.
«Sempre dura a Roma?» domandai.
Alzò le spalle. «Non più del solito. I veri casini adesso sono qui» rispose osservando i suoi collaboratori che chiacchieravano con diverse persone.
Tra una battuta e un pettegolezzo tentavano di recuperare i delusi. Era il loro lavoro e lo facevano bene, ma l'esito era comunque scontato.
Bisognava attendere il voto per valutare esattamente la portata della sconfitta e dei danni collaterali nel campo degli affari.
Poi si voltò e mi fissò dritto negli occhi. «Ti devo parlare».
«Quando vuole, avvocato».
Inizia così, in modo asciutto, il romanzo di Massimo Carlotto “Alla fine di un giorno noioso”: un affresco impietoso del nordest, con protagonista l'ex terrorista ora imprenditore nella ristorazione Giorgio Pellegrini. Che è riuscito a farsi una verginità sociale, dopo il carcere, con l'aiuto dell'avvocato Sante Brianese (“Arrivederci amore, ciao” sempre di Massimo Carlotto).
Bastava leggersi questi romanzi, per capire cosa era diventato l'ex ricco nordest, prima ancora che ce lo dicessero le carte delle inchieste su corruzione e appalti (vedi caso Mose): un territorio dove tutto è mischiato: imprenditoria, politica, criminalità (organizzata). Collante di tutto sono i soldi che girano, nelle mazzette, per concludere gli affari, per comprarsi delle escort.
Un blocco di potere dove ai vecchi partiti sono subentrati direttamente quei personaggi che prima erano costretti ai margini (e ad osservare la grande abbuffata): commercianti, avvocati, commercialisti che ora hanno voglia di contare qualcosa nel Veneto e a Roma.
«Vede signor Pellegrini, il Veneto si regge su un blocco di potere definito, composto dalle varie associazioni degli industriali, i padanos, il partito in cui milita Brianese e settori responsabili dei sindacati. Nessuno è particolarmente simpatico all'altro, ma sono le reciproche convenienze a cementare la loro alleanza. Mi segue?»Annuii, ma in realtà non riuscivo a capire che cazzo c'entrassero tutte quelle menate politiche con i miei soldi e i Palamara.«La situazione nel paese è molto fluida, ma non vi sarà nessun cambiamento in Veneto, per il semplice motivo che nessuno è in grado di modificare la realtà. Non scoppieranno scandali simili a quelli che affliggono questa povera Italia e tantomeno vi saranno inchieste della magistratura. Di nessun tipo. Assisteremo a brevi aggiustamenti degli equilibri tra i padanos e i loro alleati a causa dei problemi interni che svilupperanno una spaccatura nel fronte del nord, problemi alimentati da alcune iniziative giudiziarie che coinvolgeranno dirigenti territoriali per reati finanziari».«Ora mi sono perso» lo interruppi con un certo disagio.«Non capisco dove vuole andare a parare».«Le stavo semplicemente spiegando perché Brianese è intoccabile e insostituibile e le posso anche confidare che è destinato ad essere nominato ministro».
Ecco, è tutto qui il nocciolo della questione. Se i Brianese (dietro cui non è difficile intuire a chi si sia ispirato Carlotto), diventano insostituibili, per garantire la continuità di un certo potere marcio, la situazione si imputridisce, come l'acqua di uno stagno. Chi fa parte del gruppo di potere pensa di essere intoccabile, si stacca dalla realtà, agisce e pensa nel suo stesso interesse sostituendosi allo stato.
Perché man mano pezzi dello stato si staccano dalle istituzioni per mettersi a libro paga di questi nuovi padroni, che si comportano come signorotti medioevali.
Tutto è cosa loro. Giornalisti, professionisti, uomini delle forze dell'ordine, sindacalisti, politici locali, magistrati.
E anche confindustria e sindacati, che dovrebbero fare meno convegni sulla legalità e più verifiche interne sullo standard etico (lo scrive questa mattina Antonio Polito sul corriere).
Sono i Galan in Veneto (di cui stiamo leggendo dalle cronache dei giornali), gli Scajola in Liguria (assieme ai Burlando, ai Bertone), i Riva a Taranto (intoccabili e non criticabili), i Ligresti a Milano (quelli che potevano telefonare ad un ministro per perorare la scarcerazione di un familiare) e tutto il gruppo che ruotava attorno a Formigoni per la sanità. I Caltagirone (quelli del mattone, dell'acqua pubblica) e gli Angelucci (quelli della sanità privata in convenzione e dei giornali) a Roma. Solo per citare i principali, e mettendo da parte l'ex presidente in nero Berlusconi.

Da qui parte il declino del paese. Progetti che non finiscono mai, gare al massimo ribasso perché poi i costi vengono fatti lievitare artificialmente. Infrastrutture che non ci sono e il debito pubblico, che come la faccia tosta di questi potenti, non smette mai di crescere.

Bastava leggersi qualche buon libro.

Uccidi il padre, di Sandrone Dazieri

Incipit
Il mondo è una parete curva di cemento grigio. Il mondo ha suoni ovattati ed echi. Il mondo è un cerchio largo due volte le sue braccia aperte. La prima cosa che il ragazzo ha imparato in quel mondo circolare sono stati i suoi nuovi nomi. Ne ha due. Figlio é il nome che preferisce. Ne ha diritto quando fa le cose giuste, quando obbedisce, quando i suoi pensieri sono limpidi e veloci. Altrimenti il suo nome è Bestia. Quando si chiama Bestia, il ragazzo viene punito. Quando si chiama Bestia, il ragazzo ha freddo e fame. Quando si chiama Bestia, il mondo circolare puzza. Se Figlio non vuole diventare Bestia, deve ricordare il posto giusto delle cose che gli sono state affidate e averne cura. Il secchio per i bisogni deve stare sempre appeso alla trave, in attesa di essere svuotato. La brocca per l’acqua deve stare sempre al centro del tavolo. Il letto deve rimanere sempre in ordine e pulito, con la coperta ben rimboccata. Il vassoio del mangiare deve stare sempre accanto allo sportello. Lo sportello è il centro del mondo circolare. Il ragazzo lo teme e lo venera come una divinità capricciosa. Lo sportello può aprirsi all’improvviso, o rimanere chiuso per giorni. Lo sportello può far passare cibo, vestiti puliti e coperte, libri e matite, oppure dispensare punizioni. L’errore viene sempre punito. Per gli errori piccoli c’è la fame. Per gli errori più grandi il freddo o il caldo atroce. Una volta ha avuto così caldo che ha smesso di sudare. E’ caduto sul cemento pensando di morire. E’ stato perdonato con un getto di acqua fredda. Era di nuovo Figlio.
Confesso, sperando anche nella clemenza dell'autore, di aver iniziato a leggere “Uccidi il padre” con un certo scetticismo. Ma come si fa a passare ad un romanzo con un killer seriale, un rapitore di bambini, il solito poliziotto che non sbaglia mai e che resiste a tutti i colpi, venendo dai racconti col Gorilla? Mi rivedevo già sotto le finestre di casa Dazieri col cartello “Ridateci er gorilla”.E invece …Invece questo romanzo è uno di quelli che ti conquista pian piano, pagina dopo pagina. Che ti obbliga a rimanere incollato alle pagine, nell'attesa di comprendere l'enigma, la chiave del mistero, e invece arriva il colpo di scena che scombussola le poche certezze che ti eri fatto prima.

Non siamo più dentro un noir metropolitano, tra i quartieri di Milano, tra spacciatori, ladri e politici corrotti. Uccidi il padre è un romanzo pieno di azione, che spazia da Milano a Cremona, la città natale dell'autore, con due protagonisti, un uomo e una donna, che devono curarsi dalle ferite del loro passato.
Colomba Caselli, giovane funzionario di polizia della Mobile di Roma, in aspettativa dopo il giorno del disastro. Un'operazione di polizia internazionale conclusa in modo drammatico i cui contorni vengono chiariti più avanti nella storia.
Dante Torre, un uomo costretto a vivere in una casa di vetro, per colpa delle fobie che gli sono rimaste addosso: è stato undici anni recluso dentro un silos, dopo essere stato rapito a sei anni.
In tutti questi anni il suo mondo è stato ridotto ad una stanza curva di cemento, dentro cui ha dovuto seguire docilmente le istruzioni e gli insegnamenti del Padre. La persona che l'ha educato, mutilando il suo sviluppo psicologico e anche il suo fisico, per punirlo delle sue disubbedienze.
Un giorno è riuscito miracolosamente a scappare da quella prigione.
E da allora vive una vita nel lusso, imprigionato dalle sue paure. 
L’orrore cominciò alle cinque del pomeriggio di un sabato d’inizio settembre con un uomo in shorts che si sbracciava cercando di fermare le auto. L’uomo aveva una T-shirt sulla testa per proteggersi dal sole e ai piedi un paio di infradito distrutti. Guardandolo mentre faceva accostare la volante al ciglio della provinciale, l’agente anziano classificò l’uomo in shorts come un “fuori di testa”. Dopo diciassette anni di servizio e qualche centinaio di alcolizzati e persone in delirio calmati con le buone o le cattive, i fuori di testa li sapeva distinguere a colpo d’occhio. E quello lì lo era senza alcun dubbio. I due agenti scesero dall’auto e l’uomo in shorts si accucciò farfugliando qualcosa. Era sfinito e disidratato, e l’agente giovane gli diede un po’ d’acqua dalla bottiglietta che teneva nella portiera, ignorando lo sguardo schifato del collega.A quel punto le parole dell’uomo in shorts diventarono comprensibili. “Ho perso mia moglie.” disse. “E mio figlio”. Si chiamava Stefano Maugeri e quella mattina era andato a fare un picnic con la famiglia qualche chilometro più su, ai Pratoni del Vivaro. Avevano pranzato presto e lui si era appisolato cullato dalla brezza. Quando si era svegliato, sua moglie e suo figlio non c’erano più. Per tre ore si era mosso in cerchio cercando senza risultati, fino a trovarsi a camminare sul ciglio della provinciale, prossimo all’insolazione e completamente perso. L’agente anziano, che cominciava a tentennare nelle sue certezze, gli chiese per quale motivo non avesse chiamato la moglie sul cellulare, e Maugeri rispose che l’aveva fatto, ottenendo solo lo scatto della segreteria fino a quando il suo telefono si era scaricato. L’agente anziano guardò Maugeri con un po’ meno scetticismo.

Colomba e Dante vengono coinvolti loro malgrado, dal capo della Mobile Rovere (e anche capo di Colomba), nel caso del rapimento del piccolo Maugeri. Un bambino scomparso mentre la sua famiglia sta facendo una scampagnata ai “Pratoni” fuori Roma. Che diventa un caso di omicidio quando viene ritrovato il corpo della madre, in una zona dal forte significato esoterico: l'assassino le ha staccato di netto la testa.
Cosa c'entra Colomba e cosa c'entra Dante?

Il procuratore Franco de Angelis era sempre troppo contento di finire sui giornali”: la pista seguita dagli inquirenti è la più semplice. Responsabile della morte della madre e della scomparsa del piccolo è il padre, che viene subito arrestato. Così la pensa il procuratore De Angelis e il vicequestore Santini del Sic (sistema investigativo centrale della polizia), suffragato dalle prove raccolte dalla scientifica. 

Ma l'ex capo di Colomba Rovere, ha un'altra idea: il piccolo potrebbe essere stato rapito da un'altra persona. Per questo le chiede di indagare discretamente sul caso, senza farsi troppo notare. E le mette a fianco, come aiutante, Dante Torre:
«C’è qualcuno che potrebbe darti una mano» disse Rovere. «Qualcuno che se tu fossi un poliziotto che tiene alla carriera non dovresti neanche avvicinare [..]«Hai mai sentito parlare del bambino del silo?»
Cos'ha di speciale Torre? Perché potrebbe aiutare l'indagine non autorizzata sul rapitore di bambini? Il bambino rapito nel silos, come lo hanno chiamato i giornali, ha sviluppato negli anni, delle doti speciali. Dovendo intuire le reazioni, violente spesso, del Padre, ha imparato a riconoscere i segnali del corpo.
Mentre studiavo il mondo fuori, scoprivo di capirne alcuni meccanismi meglio di chi vi era cresciuto. Per vedere qualcosa occorre tenere la giusta distanza da essa.[..] «E legge i segnali del corpo, come ha fatto con me.» Dante annuì. «Il mio rapitore aveva sempre i guanti e il volto coperto. Cercavo di capire dalla sua postura se stavo facendo bene o mi voleva punire.
Ma c'è un altro motivo, che lega Torre alla scomparsa del piccolo Maugeri: sul luogo del delitto viene infatti ritrovato un particolare oggetto:
«Quando mi ha preso... Quando il Padre mi ha preso, avevo con me un oggetto che avevo trovato nel prato dove giocavo. Era un fischietto da boy-scout.»[..] Spostò gli occhi su di lei. Ma non la vedeva. Stava guardando un terrore antico, immenso. «Quello» disse indicandolo.
Questo fischietto significa una sola cosa: il Padre, che tutti credevano morto (il proprietario della cascina a Cremona dove era stato tenuto segregato) è invece ancora vivo, e sta continuando a fare il suo lavoro. Prendere dei bambini piccoli e trattarli come cavie, come strumenti da plasmare secondo i suoi voleri.
Nemmeno Colomba riesce a credere a questa storia, il Padre, morto che ritorna dopo tanti anni e lascia un segnale così particolare per Torre: e se lui stesse semplicemente inseguendo i suoi fantasmi?
Ma i fantasmi in questa storia non ci sono: le indagini non autorizzate li portano a scoprire un traffico di video di bambini, video venduti su internet. Di diversi casi di bambini, dati per dispersi, i cui cadaveri non sono mai stati recuperati o riconosciuti. Bambini con difficoltà di apprendimento, bambini che venivano seguiti da medici e da un'organizzazione speciale per le cure.
E il caso di rapimento si trasforma sempre più in qualcosa di enorme. Di più grosso e più spaventoso. Qualcosa che fa paura.
Un mistero per cui, ancora oggi, si è disposti ad uccidere. E Colomba e Dante arriveranno a scoprirlo troppo da vicino, mettendo a rischio le loro vite.

Il mistero, dunque, è il primo ingrediente di questo romanzo intenso: il mistero dei personaggi, del loro passato, delle paure che si portano dentro e con cui devono convivere. Gli attacchi di panico per la poliziotta, la claustrofobia per Dante.

Il mistero del Padre: chi è il padre? Perché ha fatto quello che ha fatto? Quale è il suo vero obiettivo?
Qui si può apprezzare la “crudeltà” (in senso bouon) dello scrittore che ha centellinato piano piano tutte le informazioni e gli indizi per il lettore.
E poi l'azione, tanta azione, che è il secondo ingrediente della miscela. Azione che avrà un primo epilogo a Cremona, vicino le acque del Pò
Oltre l’argine, scorreva l’acqua del Po. Pareva insidiosa, piena di mulinelli e correnti, capace di tirarti sotto e non lasciarti più andare. Come questa storia dove siamo finiti
Ma forse, come capirete arrivando al finale, questa è una storia che non ha una vera fine …

Il video di presentazione di Sandrone Dazieri : 


Qui potete leggere i primi due capitoli, sul blog dell'autore . Qui la scheda del libro su Mondadori.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

06 giugno 2014

Orsoni chi - reloaded

Siamo forse alla resa dei conti tra le correnti, i renziani che si sono presi tutto (anche grazie all'aiuto conversione degli ex): Chiara Geloni, l'ex giornalista del canale Youdem, risponde a Lotti, sottosegretario renziano (della prima ora) che ieri se ne era uscito dicendo che "Orsoni non è del PD" (a differenza di Greganti):
Caro Luca Lotti, scusami tanto. Ma come fai a dire che Giorgio Orsoni non è del Pd? Orsoni, il sindaco di Venezia. Quello che ha vinto le primarie, sostenuto dal Pd. E poi le elezioni, al primo turno, sostenuto e festeggiato da tutto il Pd. Uno dei mitici sindaci del Pd, hai presente? Quelli che volete fare senatori, per il cambiamento. Ma ora lungi da me rinfacciartelo, figuriamoci.
Non eri tu, scusa, il Luca Lotti che in segreteria (segreteria Epifani) da responsabile Enti locali caldeggiava "primarie aperte, apertissime", sottintendendo che "quelli di prima" l'altra volta non le avevano aperte abbastanza? Ecco, volevo chiederti: chi è del Pd allora scusa? Solo chi ha la tessera è del Pd adesso? E come mai allora anche chi non ce l'ha, la tessera, partecipa alle primarie per eleggere il segretario del Pd, dove uno vale uno, e il voto di Orsoni conta come il mio, e come il tuo? Orsoni, ricorderai, ha partecipato da sindaco di Venezia alle primarie per il segretario del Pd, schierandosi apertamente per Matteo Renzi, ma ora lungi da me rinfacciartelo, figuriamoci. È che mi domando, e non capisco, se ora improvvisamente per essere del Pd si debba essere iscritti, e allora perché mai chi non è iscritto decide chi dev'essere il nostro segretario, se non è del Pd. Hai detto che non è del Pd perché "non è mai venuto alla direzione", ma ti ricorderai che anche Matteo, quando era sindaco di Firenze, alla direzione non ci veniva, pur avendone diritto. Alla "seduta di autocoscienza" anzi. Non ci veniva. Eppure Matteo era un sindaco del Pd no?
Nel frattempo guardatevi l'intervista di Report ad Andreina Zitelli, ex componente della commissione nazionale di valutazione d'impatto ambientale del Mose, che racconta del ruolo di Prodi nel progetto, delle parentoli dentro il consorzio e le società di controllo e dei tanti dubbi sull'efficacia dell'opera:


Il giorno più lungo, 70 anni dopo


Forse l'unico modo per comprendere, a distanza di 70 anni, cosa sia successo la mattina del 6 giugno 1944 sulle spiagge della Normandia, è rivedere le foto di Robert Capa scattate nel D-Day.
Sono foto in bianco e nero che raccontano bene del caos dei primi sbarchi, del cielo livido, dei mostri meccanici piazzati nella sabbia di Omaha beach, inventati da Rommel per bloccare gli alleati sulla spiaggia. L'unica strada per bloccare l'invasione.

Queste le memorie del fotografo, sbarcato sulla "easy red beach" assieme al 1 reggimento della 1 divisione di fanteria americana:
"The flat bottom of our barge hit the earth of France," Capa remembered in his book Slightly Out of Focus. "The boatswain lowered the steel-covered barge front, and there, between the grotesque designs of steel obstacles sticking out of the water, was a thin line of land covered with smoke — our Europe, the 'Easy Red' beach.

"My beautiful France looked sordid and uninviting, and a German machine gun, spitting bullets around the barge, fully spoiled my return. The men from my barge waded in the water. Waist-deep, with rifles ready to shoot, with the invasion obstacles and the smoking beach in the background gangplank to take my first real picture of the invasion. The boatswain, who was in an understandable hurry to get the hell out of there, mistook my picture-taking attitude for explicable hesitation, and helped me make up my mind with a well-aimed kick in the rear. The water was cold, and the beach still more than a hundred yards away. The bullets tore holes in the water around me, and I made for the nearest steel obstacle. A soldier got there at the same time, and for a few minutes we shared its cover. He took the waterproofing off his rifle and began to shoot without much aiming at the smoke-hidden beach. The sound of his rifle gave him enough courage to move forward, and he left the obstacle to me. It was a foot larger now, and I felt safe enough to take pictures of the other guys hiding just like I was."

Announo - speranza = Renzi?

Possiamo fidarci di Renzi, ovvero, è Renzi l'ennesima ultima speranza per questo paese?
Tema dell'ultima puntata di Announo era la risposta a questa domanda: puntata che non poteva non trattare, oltre a Renzi, anche dei casi di cronaca di questi giorni (il Mose e l'Expo), dello sciopero Rai, delle solite chiacchiere post scandalo (servono altre leggi, no le leggi che ci sono bastano, serve un commissario con poteri speciali, non si può fare di tutta l'erba, ...).

Nella copertina, Santoro si è rivolto direttamente a Renzi, per chiedergli che idea ha della Rai. La rai cui ha chiesto 150 ml di euro di tagli (tutti devono contribuire ai sacrifici).
La stessa Rai difesa oggi solo dai sindacati, non a caso, quelli che ieri non si sono mossi per Biagi, Luttazzi, Santoro o Celentano.
Che non hanno scioperato per la perdita di trasmissioni che facevano share, sostituite con altre che perdevano solo ascolti e soldi. Trasmissioni affidate a giornalisti governativi, berlusconiani, più comodi.

Succede questo nel paese del Mose, che doveva costare 1,5 miliardi e ne costerà più di 5. Che è iniziato nel 1985 e finire nel 1995 e che invece finirà nel 2017, forse. E tutto questo può succedere perché non funzionano le regole?
Semmai il problema sono le regole a cui si va in deroga.
"Caro presidente, io mi fido di te" - sempre Santoro, ma in che modo riusciremo a garantire opere pubbliche trasparenti, con tempi e costi certi?

Renzi deve aiutarci a distinguere bouni e cattivi, nella politica e in Rai: in Rai quelli cattivi sono stati promossi  dai suoi compagni di partito.
Che Rai ha in mente Renzi? Chi racconterà oggi la corruzione del Mose? si racconterà la storia tirando un ballo un prete che arriva e scopere un colpevole?
Questa è la Rai delle fiction e delle telenovelas: che rinuncia a Gomorra di Saviano, a produrre il film di Sorrentino.
La Rai dove i dirigenti dicono o questa minestra o ti butti dalla finestra.
Ma, e qui concludeva Santoro, o la Rai cambia in fretta o saranno gli italiani a buttarla via, quelli che ritengono che non valga la pena pagare il canone.
E Santoro ha detto che è pronto a vedere se c'è ancora filo da tessere per la sua tele.

In studio si sono alternati come ospiti prima Travaglio e poi Sgarbi, oltre alla professoressa Gualmini.
In studio, a commentare di Rai, corruzione e grandi opere, i ragazzi scelti da Giulia Innocenzi.



Fa un pò tristezza vedere dei ragazzi di poco più di venti anni parlare come una Santanché o un Gasparri.
Sono quelli di destra (presunta tale), che non riescono proprio a smarcarsi dal gergo berlusconiano.



Quelli che, rivolti a Travaglio, lo accusano di fare giornalismo sulle disgrazie, di campare sui reati, di sventolare condanne. Sarebbe come dire che Saviano è campato sulla camorra.

Semmai è Berlusconi che è campato alle nostre spalle per anni...
Travaglio ha risposto all'obiezione tirando in ballo l'informazione stessa che si è concentrata su argomenti futili, in campagna elettorale, mentre questi qua rubano. E continuano a rubare ancora adesso.
Bisognerebbe chiedere scusa a Grillo - ha scritto sul F.Q., ma era un paradosso.
Grattiamo il fondo del barile, per trovare gli 80 euro, e poi sprechiamo miliardi per il Mose.
Fanno le grandi opere per rubarci sopra: Tav e Mose risalgono agli anni 80, primi anni 90, sono opere nate in un'altra epoca.
Serve inventare una politica che non ha bisogno di soldi, sia per lavorare che per prendere voti.

Gualmini ha indicato nel blocco politico una delle cause della corruzione: quando i politici che si sentono intoccabili, iniziano ad alimentare questi sistemi di corruzione.
E le regole così come sono non vanno bene: a Milano molti appalti sono stati fatti senza gare.

Come uscirne allora?



Basta grandi opere come chiedeva Marta , l'attività no Mose?
Oppure dobbiamo andare avanti comunque, come replicava l'ala berlusconiana, perché è tutta colpa dello Stato, che quando mette mano lo stato ...

Oppure meglio non fare proprio niente, come provocatoriamente chiedeva Sgarbi?




Insomma, non riusciamo proprio ad essere un paese normale: dove si fanno le grandi opere solo se servono. Dove chi prende un appalto è il migliore sul mercato e chi controlla non ha rapporti col controllato.
Dove le leggi contro la corruzione si fanno prima, e non si promettono e basta.
Come ora, dove la legge è rinviata perché da fastidio a Forza Italia.

Questi scandali allungano la distanza tra cittadini e istituzioni: istituzioni che non sono credibili, che non sanno dare risposte ai ragazzi di Scampia, di Taranto, delle periferie di Milano.
Speriamo in Renzi?

05 giugno 2014

Orsoni chi?

In ogni caso ci provano: Orsoni, chi è costui?
A cominciare dai renziani che, almeno per ora, possono ancora spacciarsi per nuovo: dice il sottosegretario Lotti che nella vicenda del Mose

"c'è un accanimento sul fatto che il sindaco è del Pd. Non è per scaricarlo, ma Giorgio Orsoni non è del Pd, non ha mai avuto la tessera del Pd, non ha mai votato alle primarie del Pd, non è mai venuto in direzione del Pd". Lo afferma Luca Lotti, responsabile organizzazione del Pd e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, parlando con i giornalisti a Livorno a margine di una conferenza stampa con il candidato sindaco dem Marco Ruggeri".
Basta andare indietro nei mesi.
Quando si parlava di Orsoni ministro in un governo Bersani, assieme a Moretti.
Di Orsoni che, assieme a Fassino, Zanonato e Gotor facevano campagna per Bersani.



Ora e sempre Tangentopoli

Che sfiga però.
Era da pochi mesi presidente del Consiglio, che sono scattate le manette per Expo.
Prende il 40% alle europee, plebiscito per le riforme, e scatta l'operazione Mose.
Sembra che tutti vogliano rovinare la festa a Renzi e al suo governo giovane che, certo non ha colpe, non ha governato prima, non ha nominato i vertici di Expo a Milano, né fatto le leggi che han permesso scandali e ruberie.
Ma, di questo passo, Renzi & c. rischiano di diventare la foglia di fico di un sistema corrotto.

Ma chi se lo aspettava che dietro il Mose ci fossero storie di tangenti? Un'opera che doveva costare 2 miliardi e che ne costerà 6 miliardi.
Un'opera che non può essere criticata, perché se la critichi sei contro il paese. Come il Tav il val di Susa, come i caccia F35, come l'alta velocità, come le centrali nucleari (grazie al cielo che il referendum le ha stoppate), alle mega discariche ....
Sarà un caso, ma sono tutti progetti che si sono svolti senza molta trasparenza, che si trascinano da anni, i cui tempi di lavorazione crescono, come i costi.
Progetti o opere che non hanno valore per il paese ma solo per chi prende gli appalti.

Del Mose di Venezia se ne era occupata Report in una inchiesta del 2007 ("Lavori sfiniti"): questo quello che avevo scritto a commento della puntata

"Per il progetto del Mose si sono spesi finora 4 miliardi e 271 milioni di euro. Per un'opera che (forse) sarà pronta tra 4 anni. Che non si potrà testare prima. Sulla quale non esiste verifica di impatti ambientale. Che non sappiamo nemmeno (lo dice il ministro Di Pietro) se servirà al caso quando arriverà l'alluvione.
Chi ha fatto la scelta politica di affidarsi ad un unico consorzio, il Consorzio Venezia Nuova, che ha il monopolio degli studi e della progettazione dell'opera? Consorzio che ha dietro ditte private (Impregilo, Astaldi, Fincosit, Condotte, Mantovani ) pagate con soldi pubblici dal 1987?
Era il 1987 e De Michelis (proprio lui) era già ministro. Dal 1983 al 1992 hanno fatto degli studi di indagine. Poi non si sa ... La gara di appalto non si è fatta. Abbiamo preso a scatola chiusa. Ma servirà allo scopo, il sistema delle chiuse del Mose? Esistevano alternative?
A Rotterdam (dove hanno problemi simili a Venezia) hanno scartato il Mose: hanno preferito costruire, in 10 anni, una diga a due bracci.
Costo di manutenzione: 4 ml di euro/anno.
Costo di manutenzione del Mose: 12 ml di euro/anno. Che potrebbe aumentare, visto che le piene previste potrebbero aumentare e che i sistemi meccanici delle chiuse sono prevalentemente sott'acqua.

Chi ci garantisce? Il comune di Venezia non lo vuole il Mose. Cacciari, intervistato, ha detto che preferirebbe lavori come il rialzo delle fondamenta degli edifici pubblici. Ma tutte le risorse sono date al Mose.
Opera (o mostro, a seconda del punto di vista), che è stata confermata da un consiglio dei ministri, del governo Prodi, con un voto a maggioranza. Pur avendo due ministri con voto contrario ed un terzo (Bianchi, trasporti) che si è astenuto non avendo avuto tempo di visionare le carte. Pur non essendoci una valutazione di impatto ambientale.
Ma Prodi ha dato il via libera. È stata una decisione politica su un'opera costosa che potrebbe riguardare la salute e la sicurezza dei veneziani. Difficile non creare diffidenza o sospetto.
Torniamo alla domanda iniziale: come possiamo rendere i tempi e i costi delle opere pubbliche, certi? Bisogna creare delle regole più semplici; bisogna passare da del personale delle pubbliche amministrazioni senza rigore e responsabilità a del personale competente e orientato al risultato. Anche loro dovrebbero pagare i costi.
Le aziende che non rispettano preventivi e tempi di rilascio dovrebbero pagare penali".

Report era tornata a Venezia con un'inchiesta del 2012 "Off the report" a cura di Claudia di Pasquale
"Il Mose (Report ne aveva già parlato in "Lavori sfiniti"): costruito dal consorzio Venezia Nuova, dovrà completare (quando?) un'opera che costerà al pubblico 5,7 miliardi (su una stima iniziale poco superiore al miliardo).
Dentro questo consorzio diverse società, tra cui la Mantovani.
La giornalista ha chiesto conto al ministro Passera di come sono spesi i soldi per il Mose: speriamo almeno che si sia registrato la puntata.
A controllare i lavori c'è il magistrato delle acque: fino al 2008 presidente di questo ente era Maria Piva, che sostiene di aver perso il suo lavoro proprio per il Mose e per le “cerniere” dell'opera.
Cerniere che l'azienda costruttrice ha modificato, passando dal sistema per fusione, a quello delle lamiere saldate.
C'è qualcuno, dentro il comitato dell'opera, che sostiene che così si rischia il “grippaggio” del dado (e altre criticità), insomma il Mose così non sarebbe sicuro.
Di diverso avviso sia il Consorzio che il magistrato che ha sostituito la Piva, Cuccioletta: “le prove sono state perfette”.
Forse non è un caso che la FIP, società del gruppo Mantovani è specializzata in saldarture: saldature che, rispetto al progetto originale, costeranno un 38% in più.

C'è anche in questo caso una situazione da conflitto di interessi? Dove controllato e controllore coincidono?
Secondo alcune voci, riportate dalla giornalista, sembrerebbe di si: Thetis, che lavora per il Consorzio Venezia Nuova è amministrata dalla signora Brotto (oltre a essere vicedirettore del Consorzio e amministratore di Thetis è anche il direttore dei lavori del Mose), il marito fa lavori di consulenza per il consorzio stesso, per Thetis lavorano la figlia di Cuccioletta. Ma è tutto normale, assicurano da Venezia.
E intanto i soldi continuano ad arrivare per questa grande opera, ma non per Venezia".

Che cosa ha fatto la politica, i controllori, gli amministratori locali? A parte rubare, si intende. Fondi neri, appalti tra amici, controlli e controllati assieme, costi che lievitano.
Si sapeva già tutto.
E ora dobbiamo ancora sorbirci la favoletta delle mele marce, dei lavori che non si possono fermare, della giustizia ad orologeria?
Ci sono poche cose, chiare a tutti da anni: smetterla con le procedure in emergenza, ripristinare il falso in bilancio, alzare le pene per la corruzione, togliere dalla politica la scelta dei manager, rendere trasparente ogni singolo atto dove si spendono soldi pubblici.
Altro che commissario anti corruzione senza poteri.
Sono solo chiacchiere.

04 giugno 2014

Ancora e sempre grazie, Massimo!

"Ho capito perchè lo chiamano Mezzogiorno : perchè sanno che a qualunque ora vengono, trovano sempre pronto per mangiare".
Massimo Troisi, morto il 4 giugno 1994

NoDday

Chissà in quanti aderiranno oggi allo sciopero dei Call center in outsourcing, per la protesta in corso a Roma contro le delocalizzazioni selvagge e la spinta al ribasso (sugli stipendi) e al rialzo (sui profitti per le aziende)?
Temo che, per gli utenti del servizio, non cambi nulla. Per molti di loro, messi di fronte alla scelta tra scioperare (e subirne le conseguenze) o starsene buoni al proprio (posto perché quel posto è l'unica fonte di reddito), la scelta sarà stata quasi obbligata.
Sui giornali questa notizia oggi è surclassata dall'inchiesta sul Mose, l'effetto degli 80 euro e gli effetti della crisi su industria e occupazione.

Huffington post ha intervistato il sindacalista Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil:

Il mondo dei call center è una giungla dove, più che in altri settori, è difficile se non impossibile avere delle tutele. Nel settore lavorano almeno 80mila addetti, molti dei quali giovani. "Si tratta di una generazione - spiega il sindacalista - che quando è entrata, circa 10 anni fa, era appena laureata. Adesso hanno 35-40 anni, in molti casi sono sposati e con famiglia e quello che doveva essere un lavoretto è diventato con gli anni spesso l'unica fonte di sostentamento". Per oltre il 60% questi lavoratori hanno una laurea e sono ormai a tutti gli effetti specializzati e qualificati. Difficile però darne una fotografia precisa, considerando un’ampia parte di sommerso: in totale, infatti, in Italia ci sono 2.270 aziende e soltanto le prime sei contano 30mila dipendenti.

Tra gli aspetti più critici i sindacati denunciano gare al massimo ribasso, rivisitazioni in calo delle tariffe d'appalto, cambi d'appalto continui che determinano una spinta verso il basso delle condizioni di lavoro, e la tendenza a delocalizzare parte delle attività verso paesi in cui il costo del lavoro risulta significativamente più basso (dall’India all’Albania, dove la paga per chi lavora di notte rispondendo alle telefonate italiane è di 2-3 euro all’ora).

"C'è una delocalizzazione selvaggia a vantaggio esclusivo delle aziende e a carico delle casse dello Stato", aggiunge Azzola. Solo in Italia, infatti, esistono vuoti legislativi che permettono a queste aziende di licenziare e assumere senza vincoli. E tutto questo costa allo Stato 480 milioni in tre anni. "L'Italia spende una prima volta quando gli operatori vengono licenziati e aiutati grazie agli ammortizzatori sociali. Poi spende una seconda volta quando prevede incentivi per nuove assunzioni che in realtà non sono nuove per niente". Un vero spreco - conclude il sindacalista - "forse Renzi farebbe bene a occuparsi anche di queste cifre".

Forse in molti oggi avranno riso, di fronte alla protesta. Ma cosa scioperano a fare, andate a lavorare ..
E' proprio per mantenere un lavoro dignitoso che si sciopera.
E poi, vorrei aggiungere un'altra cosa.
Oggi delocalizzano loro, gli operatori telefonici.
Domani potrebbero delocalizzare altri impiegati, magari proprio quelli che se ne fregano del collega che rispondeva al telefono e che oggi è senza posto.

Dammi il cinque

La disoccupazione è giovanile in crescita, così come il debito pubblico.
La tanto attesa ripresa si fa attendere: siamo ancora a guardare i punti percentuali.
Non solo, ma le tanto sbandierate buone notizie, non sono così buone: gli arabi salveranno Alitalia (e meteranno piede ufficialmente in un grande hub europeo), ma ci costeranno altri 2000-3000 esuberi.
A questi costi si potrebbe aggiungere la tassa sul biglietto, sempre a spese nostre, per contenere i costi degli esuberi.

Ma ora arriveranno le riforme, perché lo chiede l'Europa (ma forse non parliamo delle stesse riforme) e perché le aspettano gli italiani, dopo l'esito quasi plebiscitario delle elezioni europee.
Mi chiedo fino a quando potremo campare sugli 80 euro e sull'effetto ottimismo, scaturito dal dinamismo del primo ministro.
Quello che, almeno per il momento, nasconde tutte le difficoltà del paese. Le tangenti di Milano e di Venezia (per il Mose).
Le inchieste che coinvolgono i maggiori gruppi bancari e gli enti di vigilanza che non hanno vigilato.
E queste riforme, appese ai desiderata del partito di Berlusconi.

Chiaro che, messe così le cose, è meglio prendersela con la Rai. Che si rivela per quello che è: una società di proprietà dell'esecutivo e governata dai sindacati interni.

03 giugno 2014

Sullo sciopero Rai

Non vorrei che si parlasse dello sciopero Rai in modo strumentale (per attaccare sindacati) e ci si dimenticasse di una cosa: che la Rai da un pezzo non svolge più (o comunque lo fa sempre meno) il ruolo di servizio pubblico.
Vogliamo tagliare gli sprechi Rai? Benissimo. Non penso che i tagli chiesti a Renzi riescano a centrare l'obiettivo, che dovebbe invece passare dalle cariche nei TG, i contratti milionari, i prodotti acquistati all'esterno.
I giornalisti vogliono scioperare? Bene, ma che non tirino in ballo il servizio pubblico. Dov'erano quando venivano cacciati Santoro (due volte), Biagi e Luttazzi?
Quando venivano imposti dirigenti, direttori, trasmissioni, giornalisti?
Paradossalmente, il servizio pubblico lo fa più una trasmissione come Report, comporta da giornalisti free lance.

PS: ma avete capito quale è la visione che Renzi ha della Rai?
Togliere la Rai dai partiti, bene. Ma come?
Facendo un trucco come per il Senato? Si fa ritornare la Rai sotto il controllo dell'esecutivo o di nominati?


Ps2: sempre a proposito di Servizio pubblico, ieri su Rai3 alle 20.00 è andato in onda una puntata di uno sceneggiato del 1958 "Ai confini della realtà"....

Giù al nord

"Basta con la retorica sterile, basta con la demagogia e le polemiche, basta con l'indolenza, l'incapacità e la mancanza di serietà - ha sottolineato nel parco della prefettura - con una burocrazia negativa che tutto complica e tutto rallenta, basta con la corruzione, con le logiche delle raccomandazioni e con le cordate clientelari, basta con la criminalità organizzata, basta con l'intolleranza verso ogni tipo di diversità, basta con gli atti di inciviltà non più sopportabili, basta con la disperazione per l'impossibilità di trovare un lavoro, basta con l'evasione fiscale, basta con l'irresponsabilità sociale".
A parlare così, con toni molto duri, non è un grillino qualsiasi, o uno dei magistrati "toghe rosse", di quelli che si impicciano della finanza.
E' il discorso tenuto ieri dal prefetto Tronca di Milano, nel giorno della festa della Repubblica.
Discorso duro, che viene fuori dai giorni dell'inchiesta su Expo, degli appalti fatti senza rispettare le regole, in deroga perché si deve fare in fretta.
Inchiesta che abbraccia Expo, la sanità, i servizi. Le cordate politico imprenditoriali.
I Frigerio, i Greganti, i pizzini a Maroni e Berlusconi.
Coop bianche e rosse.

Chissà se il prefetto ha letto l'articolo di Alberto Statera di ieri, su repubblica: si parla dell'assessore alla Sanità Mantovani

In una combinazione di impudenza e insipienza, Mario Mantovani, vicepresidente e assessore alla Sanità della Regione Lombardia, ha proclamato in un comizio nel suo paese: ”Ho trovato tanti posti di lavoro, adesso per esempio ho nelle disponibilità anche di segnalare delle persone. Ho bisogno di direttori generali, ho bisogno di persone che me lo chiedono. Io come prima cosa mi vien da segnalare la gente di Arconate”. Una gaffe? Macché.
Nel successivo comizio di chiusura della campagna di Forza Italia per le elezioni europee, con Jerry Calà e Iva Zanicchi che intonava “Zingara”, Mantovani ribadiva lo stesso probo concetto: votateci che io vi raccomando per posti di pregio nella sanità pubblica regionale. Di fronte alle polemiche, alla mozione di sfiducia del centrosinistra e alla timida irritazione del presidente lombardo Roberto Maroni, il Mantovani ha replicato che non ha alcuna intenzione di dimettersi perché lui ha “la fiducia di Berlusconi”. L'episodio è interessante perché non solo descrive la qualità di alcuni degli uomini che governano la più ricca regione d'Italia, ma soprattutto perché rivela meglio di ogni altro discorso lo stato della sanità lombarda dopo diciotto anni di presidenza di Roberto Formigoni: una terra di saccheggio di potere, di posti clientelari e di miliardi. Per l'esattezza una mangiatoia su risorse pari a 18 miliardi all'anno, l'uno per cento del Pil italiano.

L'”eccellenza” sanitaria vantata per anni dal Celeste, che pure non manca in qualche struttura medica, è imbrattata da una gestione “politica” scientificamente delinquenziale che l'ex presidente ha creato e che la giunta Maroni sembra incapace di smontare. Una delle ultime retate della procura di Milano, quella che ha portato all'arresto delle vecchie glorie di Tangentopoli Gianstefano Frigerio e Primo Greganti, ha attirato l'attenzione soprattutto sulle tangenti per gli appalti sull'Expo 2015. Ma le intercettazioni raccontano meglio di un trattato di criminologia anche il funzionamento della sanità lombarda. Lo spiega a un interlocutore il collaboratore di Frigerio Giovanni Rodighiero: “I primari...i primari...i medici che gareggiano vengono e vanno dai politici...perché la sanità è gestita dai politici...allora se tu hai il santo protettore, il santo protettore ne prende atto...e poi va a parlare con chi di dovere...fa la gara e vince lui... lui è riconoscente a Gianstefano... Gianstefano è riconoscente al direttore generale...” Dalle nomine dei direttori generali a quelle dei primari e, a cascata, agli appalti truccati per i lavori e gli acquisti ospedalieri. I magistrati, con note a margine delle intercettazioni, descrivono così il meccanismo: ”Si provvede in primo luogo al confezionamento dei bandi di gara e capitolati ad hoc”; ”in seguito si concorda preventivamente il prezzo che deve pagare l'imprenditore avente quale causa la consumata corruzione oltre che l'effettuata turbativa”; “aggiudicato l'appalto, si effettuano le conseguenti dazioni di denaro corruttive ai dirigenti sanitari, eventualmente scaglionate nel tempo in caso di appalti pluriennali”, con “detrazione” della quota spettante al faccendiere, nella fattispecie Frigerio. Il quale, in un'intercettazione si lamenta: “per un po' di corruzione (non puoi) distruggere tutto”, “l'illegalità bisogna trattarla con normalità”. Se Maroni non vuole perpetuare la “normalità” formigoniana ha un'ottima occasione per cominciare: licenzi domattina il suo vicepresidente e assessore alla Sanità Mario Mantovani.

Report - cassa continua

Se è stato difficile perfino per i giornalisti di Report capirci qualcosa, dentro le società che gestiscono i fondi pensione per gli ordini professionali, significa che c'è veramente bisogno di accendere una luce su questo sistema.
Dove in pochi vogliono parlare, in pochi concedono interviste, sia dentro le casse che dentro gli enti di controllo. Ministeri e authority.
Eppure sono le pensioni di giornalisti, medici, agenti di commercio, ragionieri ..: come sono stati usati i loro soldi, quelli che dovrebbero garantire il loro futuro?

L'inchiesta di Alberto Nerazzini ha mostrato come questi soldi siano stati usati per operazioni spericolate, in fondi offshore, per scalate bancarie (su input politico).

Della cassa Enpam, che gestisce i fondi per i medici, 250 ml sono finiti nelle tasche di banche d'affari, per un investimento rischioso.
E' indagato per truffa anche un professore della Bocconi che avrebbe ideato l'operazione , il prof Dallocchio (che conferì la laurea a Sara Tommasi).

20 ml della cassa dei medici sono finiti dentro la DGPA, una società dello stesso professore (operazione decisa dal cda dove sedeva lo stesso)
Un medico ha firmato un esposto di denuncia, ma è stato cacciato dal cda della cassa (prof. Sciacchitano).

Nell'inchiesta che ha portato all'arresto di due pezzi grossi della finanza milanese, i fratelli Magnoni, c'erano dentro anche le casse di risparmio dell'ordine dei medici, dei ragionieri e dei giornalisti.
Il presidente dell'Inpgi, Camporese, ha comprato delle quote di questa società, rimettendoci.

Tutti investimenti che rendono, si sono difesi gli interessati: ma sono investimenti rishiosi: è corretto che una società privata ma con finalità pubbliche si metta a giocare al casinò?

La vicenda Enasarco: è il fondo degli agenti di commercio. 70 milioni dalle sue casse sono finiti in un fondo in Lussemburgo, il fondo Athena. Dal fondo Athena, Enasarco ha chiesto 100 milioni in prestito: per cosa?
Dal servizio, sembra di capire che quei soldi servissero per comprare azioni della BPM, per scalare la banca.
La scalata fu fatta da un altro uomo della finanza, Mincione, presidente di Time & Life, amico di Dini (il padre della riforma delle pensioni).

Altri soldi della cassa sono finiti per salvare MPS.
E poi ci sono i fondi strutturati, il fondo Europa, gestiti da una società offsshore, la GWM. Per garanzia di questi soldi investiti in fondi strutturati (rischiosi, dunque), Enasarco ha comprato BTP al 6%.
Ma non sarebbero coperture sicure.

Infine la storia dei beni immobili dismessi nell'operazione Mercurio: una storia dove si parla di rogiti fatti al bar, appartamenti venduti in contanti, immobili svenduti per fare affari.

Forse, concludeva Milena Gabanelli, potrebbe essere arrivato il momento di commissariare l'ente.

02 giugno 2014

Per un 2 giugno di tutto il paese

Il 2 giugno 1946 gli italiani tornarono al voto, per esprimersi tramite referendum su monarchia o repubblica: un voto che fu esteso anche alle donne, per la prima volta.
L'affluenza fu quasi del 90%, una percentuale che se paragonata con quelle delle elezioni di oggi, fa riflettere.
Perché, a prescindere dalla vittoria della repubblica, quel voto in massa esprimeva la voglia degli italiani di partecipare, di dire la loro, forse per la prima volta, sulla questione pubblica.
Forse per la prima volta, ogni italiano contava qualcosa. Non solo se era ricco, se era maschio, se aveva un certo livello di istruzione.


Da quel voto, bisogna ripartire, se veramente si vuole cambiare questa repubblica che oggi appassiona sempre meno. Una repubblica, e le sue istituzioni, percepite come troppo lontane, come vessatorie (per le tasse, per gli adempimenti), come espressione di lobby e centri di potere che sono altro rispetto al parlamento.
Cosa fa il paese per me, ci si chiede? Per creare posti di lavoro, per far funzionare scuole e ospedali. Per far funzionare la macchina della giustizia e le macchine delle forze dell'ordine.
Non si può più rispondere in modo kennediano, ma tu cosa hai fatto per il tuo paese.
Per troppo tempo, paese e istituzioni marciavano separati.


Torniamo a quella voglia di esserci del 1946. Dopo le macerie della guerra, con lo spirito di cambiare e voltare pagina.
Gli italiani non andarono a votare per poi vedere gli appalti di Expo assegnati in deroga alle leggi. Le auto blu finite agli amici (come l'ex onorevole Papa) per essere invece negate a chi ne aveva bisogno (il prof. Biagi). Non bastano i moniti, le promesse, per ricucire quel rapporto coi territori e quelle fasce di popolazione, che si sentono altro dall'Italia.
Dalla Val di Susa, a Taranto, alla terra dei fuochi. E ci metto anche il nordest che all'improvviso si riscopre povero.

È forse l'ultima occasione per tenere insieme questo paese.

L'assalto ai fondi pensione

I fondi pensioni degli ordini professionali sono gli ultimi fortini da assaltare? Al loro interno si conservano circa 60 miliardi, e la loro gestione non si è rivelata molto trasparente.
Anziché gestire in modo oculato i risparmi, per garantire ai lavoratori una futura pensione, questi soldi sono stati usati in operazioni speculative e rischiose.
Come i 70 milioni di euro dei pensionati Enasarco, finiti in un paese offshore. Nel fondo Atena delle Mauritius, con una delibera firmata dal presidente dell'ordine.
Con i soldi degli agenti di commercio si fanno affari incredibili: la cassa dell'ordine è vuota, ma arrivano soldi in prestito dalle Mauritius. Per fare cosa? Per scalare una banca.
Il resto lo scoprirete stasera dall'inchiesta di Nerazzini e Davide Fonda.


La scheda della puntata, Cassa continua di Alberto Nerazzini con la collaborazione di Davide Fonda
Le Casse previdenziali, tutte assieme, rappresentano un patrimonio immenso: oltre 61 miliardi di euro. In mano hanno il futuro dei lavoratori, che sono i loro creditori, i loro unici stakeholders. E invece – in un intreccio clamoroso tra finanza, immobiliare, sindacati, politica e strutture offshore – succede che le Casse si rendono protagoniste di operazioni spregiudicate e dannose, e magari si mettono a disposizione del predone di turno. Rischiano perdite devastanti nella finanza strutturata e contraddicono la natura pubblica della loro attività. Eppure festeggiano il ventennale di una privatizzazione squisitamente gestionale e i “rendimenti” sulle truffe più recenti. Senza generalizzare, ogni Ente fa storia a sé. Ma sullo sfondo dell’inchiesta Cassa Continua di Alberto Nerazzini ci sono i medici, gli agenti di commercio, gli psicologi, i giornalisti, i ragionieri che vogliono vederci chiaro e sapere dove sono investiti i loro soldi. Chi gestisce i sette miliardi di Enasarco? E i 14 dell’Enpam? Che fine hanno fatto i 780 milioni della nota Anthracite targata Lehman che la Cassa degli agenti di commercio acquista nel 2007? Perché non si vedono le perdite?Cassa Continua è un’inchiesta sugli amministratori, i bilanci, i conflitti d’interesse, le dismissioni immobiliari di alcuni Enti. E svela i restroscena di alcune misteriose scalate bancarie e operazioni offshore.

L'anteprima su Reportime

La seconda inchiesta: Il grande fratellino di Paolo Mondani:

Sono aerei senza pilota a controllo remoto, pronti a vigilare, spiare e bombardare. Un affare gigantesco per le multinazionali delle Armi, Italia compresa. Da poco se ne fa un uso anche "civile", in agricoltura, nella protezione civile, nel giornalismo, nella distribuzione dei prodotti. Tra qualche anno i cieli saranno oscurati da sciami di Droni. Pronti a osservare qualsiasi nostro movimento. 

01 giugno 2014

Post berlusconiani

Da Reportime - Il terzo segreto di satira

Vi aspettavo, di Antonella Mascali


Le ultime parole di chi ha sacrificato la propria vita per tutti noi
Dalla prefazione di Gian Carlo Caselli:
L’elenco delle vittime della violenza omicidiaria terroristica o mafiosa, in Italia, è purtroppo sterminato. In questo libro – bello nella sua tragica cupezza – Antonella Mascali ne rievoca molte sull’uno e sull’altro versante, dedicando a ciascuna un lucido e preciso commento, intrecciato con citazioni – anche inedite o poco conosciute – di interventi degli stessi protagonisti, spesso struggenti perché testimoniano la consapevolezza dei rischi incombenti che si sarebbero poi concretizzati in un attentato mortale. Le fasce professionali e sociali cui appartenevano le vittime sono le più diverse: preti, magistrati, giornalisti, forze dell’ordine, esponenti della società civile, amministratori e politici onesti. La scia di sangue che unisce quasi tutte le persone colpite qui ricordate dalla Mascali è segnata dalla loro solitudine, con conseguente «logica» e ineluttabile sovraesposizione alla rappresaglia criminale. 

Me l'aspettavo” sono le ultime parole pronunciate da don Pino Puglisi, rivolto ai suoi killer la sera del suo ultimo compleanno, il 15 settembre 1993. Ucciso per la sua opera pastorale nel quartiere di Brancaccio che dava così fastidio alla mafia, ai fratelli Graviano (quelli di Milano, quelli delle bombe del 1992- 1993). Sono parole che colpirono il suo assassino, Salvatore Grigoli, che poi arriverà a percorrere la via del pentimento, e forse è questo l'ultimo miracolo del prete di Brancaccio.


Don Pino Puglisi, come don Peppe Diana e gli altri protagonisti di questo lungo saggio di Antonella Mascali si aspettavano la morte. Chi per mano di un killer mafioso (come Dalla Chiesa, Ambrosoli, Borsellino e Falcone, i poliziotti Montana e Antiochia), chi per mano del terrorismo, rosso o nero (i giudici Amato e Galli, il giornalista Tobagi ..). 

Uno, Liguori, della polizia ambientale di Acerra, ucciso pure in modo ancora più subdolo: per via di un tumore contratto andando a monitorare i terreni su cui la Camorra (con la complicità delle istituzioni) aveva sversato per anni rifiuti industriali.
Sapevano che il loro lavoro, il modo onesto e retto con cui stavano portando avanti il loro lavoro, nelle aulee dei tribunali, nella strada, nelle Questure (i poliziotti Beppe Montana, Roberto Antiochia), in un giornale (come Tobagi, Siani, Fava), alla radio (Peppino Impastato), in una tv locale (Mauro Rostagno), dentro una banca (l'eroe borghese Giorgio Ambrosoli), dentro una fabbrica (come Guido Rossa o Libero Grassi), nei consigli comunali, in regione, in Parlamento (Renata Forte, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Aldo Moro, Marcello Torre) o nelle aule di una università (come Galli e Bachelet) poteva costare loro la vita.

Si sono sacrificati per noi, le persone di cui parla in questo libro la giornalista Mascali: si sono sacrificati per consegnarci un paese migliore, più civile, più democratico, con meno soprusi, violenza, inciviltà.

Ma le loro vite non sono storie solo di sacrifici: sono storie anche di battaglie solitarie, lasciati soli dai colleghi, paurosi o vili come don Abbondio.

Lasciati soli dalle istituzioni che pure rappresentavano. Solitudine che in alcuni casi è anche sintomo di complicità, per queste morti: poteva la mafia da sola decidere di uccidere il superprefetto Dalla Chiesa, a soli 100 giorni dal suo insediamento a Palermo?

Poteva la Camorra trasformare parte della Campania una bomba atomica, per i rifiuti, senza il silenzio e la complicità di sindaci e assessori? Sindaci e assessori che negarono aiuti e rinforzi a Michele Liguori, ad Acerra.

Quali convergenze di interessi hanno armato la mafia degli assassini di Falcone e Borsellino? Solo la mafia o anche altri interessi, dentro la parte malata del nostro stato, dei nostri partiti, dei nostri rappresentanti, legati alla trattativa stato mafia?

Che prima, da vivi, li ha attaccati, calunniati, per poi trasformarli da eroi, post mortem.


A chi davano fastidio le inchieste di Rostagno a Trapani? Solo ai mafiosi o anche alle logge coperte che, assieme a pezzi dei servizi, avevano messo in pista un traffico di armi verso paesi del terzo mondo?

L'ostinazione con cui Renata Fonte voleva difendere le coste della sua amata Nardò dalla speculazione, non dava fastidio solo alla criminalità, ma anche a colleghi del suo stesso partito (il Partito Repubblicano).


Quanti altri sindaci hanno avuto il coraggio di resistere alle tangenti sulla ricostruzione, post terremoto, come fece Marcello Torre a Pagani?

Lo stesso discorso vale per gli altri omicidi politico mafiosi: Mattarella, La Torre volevano dare un taglio col passato dei rispettini partiti, in Sicilia. Cacciare i compagni troppo collusi con la mafia (Gioia e Lima, della corrente Andreottiana). Chiudere le cooperative rosse che facevano affari con la mafia.


Aldo Moro, poi, fu l'emblema della solitudine in cui fu lasciato morire, perfino dalla maggior parte dei colleghi che lo vollero come presidente del suo partito Democrazia Cristiana. Nelle sue ultime lettere traspare tutta la delusione per esser stato abbandonato, sacrificato verso una pena di morte, in nome di una ragione di Stato senza senso. 

Sono anche storie di coraggio: storie di uomini e donne che non si sono voltati dall'altra parte, che non hanno scelto la comoda strada del far finta di niente. A partite da Ambrosoli che scelse la strada di far prevalere il rispetto del bene comune, rispetto agli interessi privati di Sindona.

Al coraggio di Antiochia, Cassarà, Montana che, diversamente da altri colleghi in polizia, scelsero dare la caccia ai mafiosi. Con mezzi propri, pagando di tasca loro confidenti, sapendo che stesso all'interno della questura di Palermo c'erano colleghi che li spiavano, li sorvegliavano.
Coraggio dimostrato dai giudici Amato, Livatino, Minervini, Galli, consapevoli del rischio che le loro indagini (su terrorismo e mafia) potevano portargli, non smisero di andare avanti.
Come non smisero di fare il loro mestiere, di giornalista che racconta i fatti, che denuncia i malaffari, nemmeno Peppino Impastato e Giancarlo Siani.

Sono storie di uomini soli, ma anche uomini liberi.


I magistrati


I giornalisti

I preti

I professori

Gli avvocati

Gli imprenditori

I politici

Gli investigatori

I sindacalisti


Antonella Mascali presenta il suo libro

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Vi aspettavo – Roberto Antiochia

La storia dell'agente di polizia Roberto Antiochia racconta della dedizione al lavoro, dell'amicizia che si crea tra colleghi, a non lasciarli soli specie nei momenti di difficoltà.
Dopo l'omicidio del commissario Beppe Montana, Antiochia tornò a Palermo da Ninni Cassarà, capo della Mobile, nonostante avesse già ottenuto il trasferimento a Roma dalla fidanzata.
Entrambi sapevano che, in quell'avanposto dello stato in terra di mafia, erano pochi quelli di cui potersi fidare.
“Qui c'è un'atmosfera di piombo. Noi comunichiamo con dei pezzetti di carta, che poi facciamo sparire .. Mamma, Cassarà è stato tenuto fuori da tutto, non gli hanno dato l'inchiesta su Montana”.
Questo scriveva ai genitori.
I suoi killer lo uccisero, assieme a Cassarà, mentre stavano andando a pranzare a casa di quest'ultimo il 6 agosto 1985. Come faceva il commando a sapere che sarebbero tornati a casa?

Dopo l'omicidio, la madre scrisse al ministro degli interni Oscar Luigi Scalfaro, rinfaccianfogli l'inerzia dello stato nella lotta alla mafia, “Li avete abbandonati”.
Giusto, signor ministro, niente bugie di Stato, e lasciamo da parte la retorica del sacrificio fatto per servire lo Stato. Mio figlio è morto per la Squadra mobile di Palermo, per la sua Squadra mobile. E’ morto nel volontario, disperato tentativo di dare al suo superiore e amico Cassarà un po’ di quella protezione che altri avrebbero dovuto dargli (…) Per questo provo tanta amarezza e tanto rancore verso questo potere governativo cieco e sordo che è pronto, rapido ed efficiente per i decreti “Berlusconi” o per trovare i fondi che raddoppiano il finanziamento ai partiti, mentre manda a morire indifesi, per carenza di mezzi e di volontà, uno dopo l’altro, gli uomini migliori delle forze dell’ordine e della magistratura.”
Roberto Antiochia è uno degli eroi di Stato, raccontati da Antonella Mascali nel libro “Vi aspettavo”.