11 settembre 2017

Prevenire le tragedie

Viviamo nell'epoca della paura e delle minacce: ma mentre osservavamo con ansia quanto si stava preprando in centro America con l'uragano Florida o anche quello che succede in Corea col dittatore che sta sfidando il mondo, la minaccia dal cielo è caduta su Livorno.

250 mm di acqua in poche ore, una bomba d'acqua che ha gonfiato torrenti che, usciti dagli argini, hanno spazzato via cose e case che si sono trovate davanti.
Era arrivata sì l'allerta arancione, ma ne arrivano tante, che nessuno si aspettava quello che è successo.
Un'intera famiglia uccisa nella propria casa, sommersa da acqua e fango.
Ora leggiamo delle polemiche tra sindaco e protezione civile: hanno torto entrambi e forse il sindaco qualche torto in più.
Perché ormai lo sappiamo come vanno le cose: non piove per mesi e poi arriva la bomba e allora si deve essere preparati.
Andando a sistemare problemi causati da altri, come le costruzioni a ridosso di torrenti o sotto il livello dell'acqua.
Andando a ripulire gli argini, i tombini. Creare dei piani di intervento in modo che le persone siano preparate.

Come a Genova, anche a Livorno si è costruito dove non si sarebbe dovuto, cementificando e intombando torrenti: Gian antonio Stella sul corriere

Spiega l’ Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale in uno studio recente che il consumo di suolo effettivo «a meno di 150 metri da corpi idrici permanenti» vede una media italiana del 5,2%, col Veneto al 6,9%, il Piemonte al 7,2%, il Trentino all’8,0%. Per non dire della Liguria (dove Rapallo chiede da anni l’abolizione dai dizionari della parola «rapallizzazione») che svetta addirittura al 19,2%. Quanto al cemento «all’interno delle aree a pericolosità idraulica» nel Veneto occupa il 9,6% del territorio, in Trentino il 10%, in Emilia-Romagna e in Toscana l’11%, nelle Marche il 13%. Con uno stratosferico 30,1% in Liguria. Prova provata, se mai ce ne fosse bisogno, della cecità con cui per anni si è costruito e si continua a costruire. Confidando nella buona sorte. Il tutto in un Paese dove «le aree a elevata criticità idrogeologica (rischi frana e/o alluvione) rappresentano circa il 10% della superficie del territorio nazionale (29.500 chilometri quadrati)», «riguardano l’89% dei comuni (6.631)» e sono colpite dal «68% delle frane europee».  
C’è chi dirà: è colpa del clima che cambia! No, non tutta. I nubifragi, anche se il sommo poeta non avrebbe potuto chiamarle bombe d’acqua, c’erano anche ai tempi di Dante Alighieri che nell’Inferno descrive una tempesta in Lunigiana: «Tragge Marte vapor di Val di Magra / ch’è di torbidi nuvoli involuto; / e con tempesta impetuosa e agra». E un secolo e mezzo fa Jessie White Mario, nella cronaca dei funerali di Garibaldi, confermava: «Il cielo quasi si velò come alla morte del Giusto, e gli elementi scatenati aggiunsero il loro fragore a quello del cannone, e i venti schiantarono le bandiere...». Ci sono sempre stati, gli improvvisi diluvi. È l’ambiente, che troppo spesso non è più in grado di sopportare i cazzotti più violenti della natura. Perché siamo noi ad averlo stravolto. Per poi piangere, Dio ci perdoni, lacrime di coccodrillo.

Dopo ogni tragedia, da Genova a l'Aquila alle ultime scosse ad Ischia, si parla sempre di prevenzione, di cura del territorio, di mettere in sicurezza le abitazioni.
Sarebbe anche arrivato il momento di dare effetto a queste parole.

10 settembre 2017

Quanto siamo fragili

Ogni tanto la terra trema, le inondazioni arrivano, e così tutti ci ricordiamo quanto siamo fragili.
In centro Italia, a Ischia e oggi a Livorno.
Domani?

La politica e l'informazione

A cosa si è ridotta l'informazione oggi? E a cosa si è ridotta la politica, in questi anni?
L'informazione che segue le mode, che racconta le notizie che la gente vuole sentirsi (e nascondendo quelle che non interessano) e la politica che usa l'informazione per validare le proprio teorie e lanciare i propri slogan.

Informazione e politica, politica e informazione: due mondi che si reggono l'uno con l'altro; la politica ha così bisogno di controllare l'informazione affinché nessun giornalista stecchi e se ne esca dallo spartito.
L'informazione, d'altro canto, si presta bene a fare da cassa da risonanza alle promesse, alle proposte di riforma, ai numeri tirati fuori dal cilindro senza alcun commento, analisi, fact-checking.

Prendiamo alcune delle notizie di queste settimane, per come sono state raccontate: mentre a Mortara bruciava un sito di stoccaggio rifiuti, l'Italia si allarmava per un caso di malaria che, purtroppo, ha portato alla morte di una bambina.
Ogni anno capitano casi di malaria, magari non mortali, causati da persone (anche italiani) che hanno viaggiato all'estero.
Come è morta la bambina italiana? Questa era la domanda. La non domanda e il sottinteso di una buona parte del giornalismo è stato, in che modo le bambine immigrate hanno causato la morte della bambina a Brescia?
Chissà, forse un giorno scopriremo che è stato un errore medico. Oppure, passata un'altra settimana, sarà tutto dimenticato.

Come tutto dimenticato sarà il caos di questi giorni nelle scuole, per la legge Lorenzin, che obbliga i genitori a vaccinare i figli per iscriverli alle scuole.
Tutta la questione vaccini è stata trasformata nello scontro pro-vax vs no-vax.
Uno scontro tra tifosi dove il principio di trasparenza sull'efficacia dei vaccini è sparito dall'orizzonte.

Uno stupro è diverso dall'altro: diversamente dal punto di vista delle vittime (per cui una violenza è sempre una violenza), per il giornalismo ci sono stupri e stupri.
A Rimini erano e sono bestie: i ragazzini (immigrati, con qualche reato sulle spalle) che soggiogati da un maggiorenne (immigrato anche lui) hanno fatto violenza contro la coppia di ragazzi polacchi.

A Firenze, purtroppo, un altro episodio di violenza contro delle donne: vittime delle ragazze americane, presunti violentatori, due carabinieri.
Sono fioccati i distinguo: erano drogate, avevano anche una assicurazione (una bassa speculazione fatta da chi ha scritto quelle parole), le ragazze erano consenzienti.
Il fatto che fossero persone in divisa, armati, in servizio, non era importante, per chi ha raccontato questo fatto di cronaca.
Colpa dei ragazzi che si divertono: il sindaco di Firenze ha proprio scelto male le parole per commentare questa brutta storia.
Mentre Salvini ha invece tirato fuori la teoria del complotto: strano eh, un caso di stupro dove i colpevoli sono italiani, proprio per distrarre gli italiani dal caso di Rimini..

Così, dei roghi nei siti di stoccaggio rifiuti, dei terremotati in centro Italia, del disastro ambientale a Taranto, in Sicilia, in Basilicata, della crisi delle banche, dei controlli di Bankitalia, nessuno ne parla.
Come anche degli altri casi di violenza contro le donne.
C'è di mezzo un immigrato? Allora la notizia serve alla narrazione politica che l'informazione delle fare.
E lo stesso vale per i flussi degli immigrati verso l'Italia: li abbiamo bloccati lontano dalle nostre coste, nei lager libici (in alcuni non ci può mettere il naso nemmeno l'Onu) e negli altri paesi africani (con cui abbiamo fatto accordi, dando dei soldi a dei trafficanti patentati) che si trovano lungo le rotte migratorie.
Noi, che ci siamo inalberati per la difesa dei nostri valori (il presepe? La busecca? ..) di buoni cristiani, abbiamo messo così a posto la nostra coscienza.
L'importante è che stiano lontano da noi.

Ieri, chi ha avuto la forza di seguire il TG1 dell'edizione delle 13.30, ha sentito le parole del Presidente Gentiloni a Bari: siamo fuori dalla crisi, la ripresa va meglio di quanto ci aspettavamo, abbiamo recuperato i livelli dell'occupazione (quei 23 milioni di occupati).
Numeri dati senza alcun filtro, senza alcun commento. Numeri che sono usati anche da Renzi nella sua campagna elettorale (che ogni mese diventa sempre più complicata).
La CGIA di Mestre ha fatto la tara: ci sono è vero i 23 milioni di posti di lavoro, ma c'è anche più di 1 miliardo di ore lavorate in meno, c'è il 5% di occupazione stabile in meno e, soprattutto, c'è il dato sui salari, che sono diminuiti.
Colpa di come Istat rileva i dati dell'occupazione. Il risultato? Un paese in cui la luce in fondo al tunnel è ben lontana da vedersi.

Così, se l'informazione non ha più il compito di raccontare, verificare, controllare, se la politica è diventata immagine e non più sostanza (si pensa all'oggi e non al domani, si ragiona per messaggi brevi), ecco spiegato due cose: l'insofferenza verso giornaliste come Milena Gabanelli (che non trova posto in Rai) e il proliferare di copertine di quotidiani di gossip che ritraggono i nostri rappresentanti.
Il culto dell'immagine è un qualcosa che arriva da lontano, quello sì, fascista. Il culto del capo, le corporazioni, il motto, il nemico esterno..

Ecco una carrellata:






08 settembre 2017

Il governo che sta lavorando bene

Non c'è stato tempo per lo ius soli e per una legge elettorale decente, i vitalizi verranno bloccati, i voucher sono stati tolti per poi tornare in vita.
Questo governo passerà alla storia per il decisionismo del ministro dell'Interno Minniti e forse anche per la riforma del codice penale, che la legge delega mette nelle mani del governo, quella che sta lavorando bene (frutto del governo dei mille giorni .. dicono).
In questa potrebbe finire la riforma delle intercettazioni, non più pubblicabili in modo integrale, ma solo in forma di riassunto.

Esempi di riassunto:

Piscicelli dice: «...si».Gagliardi risponde: «...oh ma alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito...non è che c’è un terremoto al giorno».Piscicelli: «..no...lo so (ride)».Gagliardi: «...così per dire per carità...poveracci».Piscicelli: «..va buò ciao».Gagliardi: «...o no?».Piscicelli: «...eh certo...io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto».Gagliardi: «...io pure...va buò...ciao».

Due imprenditori si dicono soddisfatti per le nuove opportunità che emergono a seguito di un evento sismico a l'Aquila.

Stefano Ricucci: "Ma che stiamo a fa' i furbetti del quartierino?"

Fransoni: «Ma poi, cosa c'entri tu con gli hedge found?». Ricucci: «Hedge found? Non so, ma io non so manco sono questi. (...) L’assemblea è saltata lunedì, no? Il problema è che...è di riappropriarci dei nostri diritti di voto per fare l’assemblea il 5 agosto». Fransoni: «Certo». Ricucci: «L’avevo detto, io... Guarda che... La cosa de ’a lista, famo la lista propria, famo tutte ’ste cazzate, che tanto non serve a niente tutta ’sta roba, ’stamo a fa’ i furbetti del quartierino». Fransoni: «Dici proprio parole sante... sono cose da avvocati di provincia, non da avvocati seri». 
Due signori discutono al telefono: il secondo critica le modalità con cui prendere possesso di azioni di banche e della RCS.

L'attentatuni:
Gioacchino la Barbera a Nino Gioè: 
" .....in sustanza .... ti ricordi u carruzzeri vicinu unni aspittai ddocu, ddocu a Capaci unni ci fici l'attentatuni, avia l'officina ...." 
Due presunti mafioso conversano su un luogo dove avvenne un attentato.

Per i diritti c'è tempo

Sui diritti civili mi gioco la faccia - ha raccontato ai giornalisti e al paese il ministro dell'Interno Minniti, tanto apprezzato a destra come a sinistra.
E' la risposta a quanti rinfacciavano al ministro e al governo italiano di essersi preoccupato solo di bloccare gli sbarchi in Italia, delegando i respingimenti alla guardia costiera libica (e forse anche ai trafficanti).

Insomma, come al solito, la politica italiana ha cercato di dare una risposta alle paure della gente, alla sua pancia, piuttosto che cercar di dare una soluzione strutturale al fenomeno.
Occhio non vede, gli invasori, pancia non duole.

Per il momento, su immigrati, sbarchi e flussi dai paesi africani, l'unica cosa certa è che sono diminuiti, grazie agli accordi non proprio trasparenti tra il ministro Minniti che si è comportato anche da ministro degli esteri.
Alle denunce fatte da Medici senza frontiere sulle condizioni delle carceri libiche, il governo ha promesso che le condizioni delle carceri libiche miglioreranno:
"L'allarme umanitario non solo lo condividiamo ma è uno dei nostri impegni maggiori da molto tempo e mi auguro che gli sviluppi che abbiamo avuto in queste settimane con le autorità libiche ci consentano di avere nei rapporti con la Libia la possibilità di chiedere e forse anche ottenere condizioni umanitarie che sei mesi fa neanche ci sognavamo di chiedere".
Una promessa è una promessa.
Servirebbe anche un sistema di informazione che controllasse l'azione del governo, ma visto l'aria che tira in Rai (caso Gabanelli, costretta ad autosospendersi) dovremmo solo fidarci.
Di giornalisti che hanno voglia di ficcare il naso in quello che fanno le milizie libiche (o in Niger, o anche in Egitto) non ce ne sono molti.

C'è un'altra riflessione da fare: non possiamo rispondere (come vedo che in molti fanno) che non sono problemi nostri.
Gli accordi con la Libia e il Niger li abbiamo fatti noi. I soldi per le motovedette sono nostri, come i soldi per bloccare i migranti lontano dalle coste.
Come fa notare Alessandro Gilioli, ci siamo questi dove stavano i bravi tedeschi quando vedevano gli ebrei sparire dalle città, finire ad est per poi non tornare più indietro.
"Questo è stato", ed è successo anche perché in molti non han voluto vedere.

In sostanza, prima i clan libici prendevano soldi dai migranti per trasportarli oltre il Mediterraneo; ora prendono soldi dai governi europei, Italia in testa, per tenerli chiusi nei lager.Di solito le persone finite lì dentro erano partite dai vari Paesi dell'Africa occidentale e prima di entrare in Libia hanno attraversato il Niger.Anche qui la Ue è intervenuta per sovvenzionare il governo e le tribù affinché bloccassero i migranti. Le varie autorità così remunerate hanno preso sul serio l'impegno e le carceri del Niger sono piene. Altrove, i militari hanno circondato i pozzi d'acqua sulle piste nel deserto, per evitare che i migranti li usassero per bere dopo aver percorso centinaia di chilometri nel deserto con temperature tra i 40 e i 50 gradi. I "passeurs" allora hanno spostato il traffico su altre piste secondarie, più pericolose perché prive di punti d'acqua. Anche qui riporto la cronaca sull'Espresso di Giacomo Zandonini, collega che il Niger lo conosce bene: «Ho scavato con le mie mani una fossa per venti persone morte di sete», gli ha raccontato un migrante.Qualche anno fa noi occidentali giustificavamo l'intervento armato in altri Paesi - Afghanistan, Iraq, Libia - come "operazione umanitaria": la nostra coscienza non poteva accettare che feroci dittatori insanguinassero il loro paese. Adesso invece, curiosamente, prevale "l'interesse nazionale", quindi delle peggiori violazioni dei diritti umani in altri Paesi non ci interessiamo più. Benché questa volta ci sia l'aggravante che siamo stati noi stessi - con la svolta politica Ue per impedire gli sbarchi - a essere causa o almeno concausa di questa carneficina. Si vede che abbiamo la coscienza a giorni alterni.«Meditate che questo è stato», ci diceva Primo Levi sull'Olocausto.Noi invece siamo costretti a meditare che questo è, ora, adesso.Meditiamo che questo è. O ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.

Ecco, un giorno quella domanda potrebbe essere rivolta a noi: dove eravate mentre migliaia di esseri umani venivano ammassati nei lager in Libia?

Cosa avete fatto?


07 settembre 2017

Pulvis et umbra, di Antonio Manzini



Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne fanno una realtà 
CIORAN 
Domenica
Le luci della sera erano calate da una mezz’ora e l’aria era fresca e piacevole. Qualche ritardatario con passo affrettato rientrava a casa. Lui invece se ne stava lì, fermo, sul marciapiede di via Brean. Non si decideva. Bastava solo attraversare e suonare il citofono, il resto sarebbe venuto da sé. Eppure quel piccolo passo non riusciva a farlo. Le mani nelle tasche, continuava a stropicciare il foglietto di carta con l’indirizzo: via Brean 12, Studio Emme.
Cosa lo bloccava?
 
Chi gli aveva inchiodato le scarpe sul marciapiede? 
«Ciao amico, vuoi?»Una voce lo fece voltare. Un africano carico di roba incellofanata gli offriva un pacco di calzini di filo di Scozia.
«Come stai? Dieci euro, amigo ..».
 
E allungò la mano libera, Marco come un automa gliela strinse. 
«Allora vuoi? Dieci euro!».Marco fece di no con la testa. 
«Mi dai qualche spiccio? Pe' caffè?». 
Marco fece sì con la testa ma rimase con le mani in tasca, immobile, una sentinella con una consegna precisa, un palo della luce in mezzo alla strada. Il nero aspettava e lo guardava, poi sorrise coi suoi denti bianchi e scosse la testa un paio di volte. 
«Amigo, dai spicci?» ripetè. 
Lento Marco tirò fuori il portafogli. Dentro c'erano due banconote da 50 e una da 10. Prese quella da 10 euro e gliel'allungò. 
Il venditore senza fiatare acchiappò quei soldi e in cambio gli mollò i calzini che Marco afferrò senza guardare. 
«Ciao amigo...» e con un passo dinoccolato se ne andò. 
Marco tornò a guardare il civico 12.

C'è un uomo fermo sul marciapiede al civico 12 di via Brean, ad Aosta, indeciso se entrare o meno nello stabile dove lo attende una escort trovata su uno dei tanti siti di incontri.
Comincia con questa immagine, un uomo indeciso se compiere quel passo così imbarazzante, il nuovo noir di Manzini con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone: una serie in crescendo, romanzo dopo romanzo, dove abbiamo via via conosciuto il passato di Rocco, i suoi segreti, la morte dell'amata moglie Marina come vendetta per un arresto in una operazione antidroga sui fratelli Baiocchi.
L'omicidio di Luigi Baiocchi, fatto da Rocco assieme ai suoi amici, come vendetta per la morte di Marina.
E poi la morte di Adele, per mano di Enzo Baiocchi, uccisa in casa di Rocco per errore. Vendetta della vendetta...

Sta diventando sempre più bravo Antonio Manzini, nella scrittura, nello sviluppo della trama e nel raccontarci altri aspetti della vita di questo poliziotto con una morale tutta sua.
Un uomo cinico e disincantato, con una morale molto elastica nei confronti della legge.
Ma è pur sempre un poliziotto, Schiavone, uno di quelli che difende i deboli dai soprusi del più forte. Un poliziotto capace di fare il suo mestiere: seguire una traccia, intuire una bugia da una sguardo della persona davanti, ricostruire quanto successo sulla scena del crimine.
“.. si trovò a pensare che ogni essere umano, dal più giovane al più vecchio, s'è impantanato da qualche parte, e lotta, nella stanza segreta del suo cuore, per guarire un gatto malato, per non perdere un appuntamento, per prendere in mano la propria vita. Alzò gli occhi. Il sole era sempre lì, come il cielo. E mai come in quella mattinata di inizio estate Rocco Schiavone si sentì solo. Neanche Marina veniva più a trovarlo.”

In “Pulvis et umbra” scopriremo anche un suo lato protettivo, da chioccia: nei confronti di Gabriele, il ragazzo adolescente vicino di casa, con problemi a scuola e anche in famiglia, cui insegnerà come stare al mondo (come un padre verrebbe da dire), che si prende cura del figlio
Era questo che intendeva Marina quando parlava di sicurezza e protezione? Avere un angolo di mondo dove pensieri e paure restano fuori e rimane solo la dolcezza di un sonno tranquillo?
Avrebbe voluto chiederglielo, ma non veniva più a trovarlo.

Nei confronti di Caterina, la viceispettrice, di cui scopriremo una pagina brutta del passato da cui ancora non è riuscita a staccarsi.
Scappò in camera e si chiuse dentro, mise una sedia per bloccare la porta. Poi pianse per tutta la notte. Non sapeva che quella non sarebbe stata l'ultima, solo la prima notte dei segreti.

Protettivo anche nei confronti dei suoi agenti, perché nell'inchiesta sull'omicidio della trans, dovranno guardarsi da un nemico che sta anche alle loro spalle ...

Il vento cambia in questo inizio d'estate ad Aosta e le cose sono destinate a cambiare anche per Rocco Schiavone: significa staccarsi dal passato, fare a meno di Marina che non viene più a visitarlo, smettere di “nascondersi dentro una piega del tempo” e iniziare a pensare ad un futuro vero.

Il delitto di via Brean
Sulla riva della Dora viene ritrovato il cadavere di una trans, senza documenti o altri particolare che ne consentano il riconoscimento.
È morta per soffocamento, con dei lividi circolari sulle gambe.
Per vendetta nei confronti dei superiori (il Questore in primis e il Procuratore), che hanno spostato il suo ufficio in una specie di sgabuzzino per scope, Rocco manda i suoi collaboratori ad indagare sul campo.
Vi immaginate D'Intino e Deruta a girare per Aosta e provincia a chiedere “conoscete questo trams”?
Ecco.

Per un intuizione, riescono a risalire al nominativo della morta, Juana Perez in arte Sonya, che svolgeva la professione proprio in via Brean al 12.
Qui le prime stranezze: l'appartamento della morta, dove probabilmente è stata anche uccisa, è stato svuotato.
Ma nessuno dei vicini, che Schiavone e i suoi interrogano, ha sentito alcun rumore, sia per il delitto che per il trasloco di mobili e oggetti. Possibile?
Seconda stranezza: l'elenco delle chiamate della morta è vuoto o, meglio, è stato svuotato da qualcuno nelle ore successive alla morte di Juana.
Qualcuno di molto in alto.
L'uomo scosse la testa. «Sei rimasto un ragazzino di Trastevere, Rocco. La storia, se deve finire, finisce come diciamo noi e quando diciamo noi. [..]  Goditi Aosta, Schiavone, e pensa solo a mantenerti in vita, che è già una cosa piuttosto complicata. Puoi dire al negoziante di tornare a casa tranquillo, non ha niente da temere. Mica siamo assassini, noi ..» 
«No?»

Rocco e anche il procuratore sentono puzza di servizi: quel delitto non è un caso su cui la polizia può indagare e viene pertanto indirizzato verso una soluzione di “comodo” in cui nessuno si fa male.
Ma sarà una soluzione che lascerà una forte bruciatura sulla pelle.
Ora doveva cercare di preservare l'incolumità dei suoi uomini e cercare di proteggerli, come Costa con lui.Ragion di Stato, erano le parole impresse nel cervello.Si, avrebbe parlato chiaro, senza peli sulla lingua. Erano giovani, si sarebbero arrabbiati, forse Antonio Scipioni avrebbe urlato, ma avevano ancora parecchia strada da fare. Era giunto anche per loro il momento di ingoiare una bella badilata di merda.

Il morto di Castel di Decima.
C'è un altro delitto che riguarda, questa volta molto più da vicino Rocco: nelle campagne fuori Roma, a Castel di Decima viene trovato il cadavere di un uomo che in tasca ha due bigliettini.
Nel primo uno scontrino per un caffè. Nel secondo il numero telefonico di Schiavone, scritto a mano.
Cosa vuol dire?
È un messaggio per Rocco oppure una trappola da parte di Enzo Baiocchi (il fratello di Enzo, che ha cercato di ucciderlo dopo essere evaso dal carcere di Velletri)?
Questo secondo caso deve risolverselo da solo: non può coinvolgere i suoi agenti e nemmeno può fare affidamento su Sebastiano, il fidanzato di Adele, pure lui sulle tracce di Enzo Baiocchi.
Sebastiano, assieme a Brizio e Furio, l'amico di una vita. Uno di quelli a cui non deve dire niente, perché già tutto sanno.

I due casi in cui Rocco è coinvolto si muovono in parallelo: due indagini contro delle ombre, tutte e due.
L'ombra del suo passato, l'uomo in fuga che ha appena ucciso Adele e che è comunque responsabile della morte di Marina, in quel 7-7-2007. Due donne uccise per colpa sua, un peso enorme da sopportare.

E anche l'ombra dei servizi, altrettanto sfuggente e pericolosa.
Perché si rischia di rimanere intrappolati nella sindrome dei complotti, come il nuovo sostituto capo del gabinetto della scientifica, Michela Gambino.
Una contraddizione, forse: una persona di scienza può credere alle teorie dei complotti (i 300 che controllano il mondo), le scie chimiche?
Eppure siamo (e lo siamo stati veramente, non solo nei noir) il paese dei misteri, dei servizi deviati, delle stragi senza colpevoli (condannati dalla giustizia), dei depistaggi e dei comodi capri espiatori.
Da Valpreda (per la strage di Piazza Fontana) al pentito Scarantino (per la strage di via D'Amelio).
E, infine, anche l'ombra che Rocco sente alle sue spalle, come se ci fosse qualcuno alle sue spalle che segue le sue mosse, sia nel caso di via Brean, sia nella sua caccia a Baiocchi (e che lo porterà su in Friuli).

Contro queste ombre Rocco Schiavone è costretto a lottare:
“Tenta di afferrarle e gli sembra che si trasformino in polvere. La polvere che lascia ogni tradimento.”

Altri post sul libro

La scheda del libro sul sito di Sellerio editore.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

L'emergenza che non si vede


Il sindaco di Mortara ha dovuto emanare due ordinanze in cui chiedeva agli abitanti del suo comune di rimanere chiusi in casa, non mangiare prodotti dell'orto, non far pascolare animali, in attesa di ulteriori verifiche.
Sono le veriche che l'ARPA (l'agenzia regionale che si occupa del monitoraggio della qualità dell'aria, tra le altre cose) a seguito dell'incendio nel deposito rifiuti che ieri si è incendiato.
Proprio nel giorno in cui la stessa ARPA avrebbe dovuto fare i suoi monitoraggi.

E' stata un'estate particolarmente sfortunata questa, per i depositi di rifiuti: sono decine i casi di incendi, in diversi rsiti in diverse regioni d'Italia.
Quelli che hanno fatto più rumore sono stati l'incendio alle porte di Milano, che ha spaventato i milanesi (ma solo per un giorno) e l'incendio a Pomezia, vicino Roma. Sempre impianti per rifiuti speciali.
Sempre in provincia di Pavia, a Sannazzaro, nel febbraio scorso era scoppiato un incendio alla raffineria Eni.
Come negli altri casi, nessun morto, nessun ferito, solo tanta paura per le persone che vivono a fianco di queste strutture per quelle nubi di fumo che si alzano verso il cielo.
Il rischio è l'inquinamento di diossina, con tutte le conseguenze per la nostra salute.

Quali le cause di questi roghi?
Se escludiamo, per non offendere la nostra intelligenza, il caso e l'autocombustione, rimane l'ipotesi di incendi appiccati per nascondere una cattiva gestione di rifiuti industriali.
Un bel fuoco e via, nessuno controllo: per molti impianti la spazzatura è oro, finanziata col soldi pubblici, mentre il corretto smaltimento è solo un costo.
E tutto questo poi spinge anche alla realizzazione di altri inceneritori, come hanno fatto tutti gli ultimi governi.
Certo, potrebbe anche essere un caso, a Mortara come negli altri casi: vista la vastità dell'aria colpita sarà difficile capire se l'incendio è veramente doloso. 

In ogni caso la magistratura aprirà una indagine sull'ipotesi di disastro ambientale: esiste una legge del 2013 sui roghi che però punisce solo chi appicca il fuoco su rifiuti abbandonati, la solita scappatoia all'italiana.

Di certo c'è che questa non è una vera emergenza, come l'invasione degli immigrati, le malattie che portano, i terroristi che sbarcano sui barconi ...

06 settembre 2017

L'articolo 7 della costituzione romana – da Pulvis et umbra, Manzini


Non solo esiste il decalogo delle rotture di c.. di Rocco Schiavone (al decimo livello, i casi di omicidio).
Leggendo i romanzi di Antonio Manzini con protagonista il vicequestore romano trasferito per punizione a Roma, esiste anche una vera e propria costituzione romana, che insegna come vivere a sto mondo.

Per cominciare, una dissertazione su quando usare l'espressione gergale “sticazzi”:

«Allora bisogna che qui al nord incominciate a imparare l'uso esatto dei termini e delle lucuzioni romane. Sticazzi si usa quando di una cosa non ce ne frega niente. Per esempio: La sai che Saint Vincent ha 4000 abitanti? Sticazzi, puoi dire. Cioè, chissenefrega. Come lo usate voi, Italo, è sbagliato. Devi cercare un ago nel pagliaio? Allora devi dire: mecojoni! Mecojoni indica stupore, lo usi per dire: accidenti! Capisci la differenza Italo? Non puoi usare sticazzi per esprimere meraviglia, sorpresa. Sticazzi lo usi per dire chissenefrega. Ho vinto alla lotteria 40 milioni di euro? Mecojoni, devi dire! Se dici sticazzi significa: non me ne frega niente. Deruta e D'Intino devono cercare tutti i trans di Aosta e provincia. Tu che devi dire?» 
«Mei cojoni?» 
«Mecojoni» lo corresse. 
«Mecojoni». 
«Bravo Italo. Invece che a Courmayeur c'è la funivia?» 
«Sticazzi». 
«Perfetto, hai appena imparato l'articolo sette della Costituzione romana che recita: uno sticazzi al momento giusto risolve mille problemi...» 
[Da Pulvis et umbra di Antonio Manzini – Sellerio]


L'ultimo problema è la salute

Nei mesi e negli anni passati sono stati pubblicati report e analisi sugli effetti dell'inquinamento in Sicilia e in Basilicata, per le raffinerie Eni, a Taranto per l'Ilva, a Brescia per la Caffaro, in Veneto per il PFAS che ha inquinato la falda ..

Notizie che passano senza interessare molto i giornali (esclusi quelli locali) o la politica.
Come per la morte della bambina per malaria a Brescia: forse perché questa storia da modo ai molti di fare le solite speculazioni contro gli immigrati?
Intendiamoci, non ci sono morti meno importanti di altre, non bisogno mettere una storia contro l'altra.
Ma l'impressione, vedendo le reazioni di ministri e politici, è che la salute sia l'ultimo dei loro problemi.

PS: sempre in tema di salute, un giorno bisognerà parlare di come è stata gestita male la questione dei vaccini, introdotti dalla legge Lorenzin. 
Le regioni che hanno voluto specularci sopra, il legislatore che non aveva pensato a come gestire i casi dei ritardatari, i ricorsi che si stanno apprestando su questa legge..

05 settembre 2017

L'intervento dei magistrati Scarpinato e Di Matteo alla festa del Fatto Quotidiano

L'intervento dei due magistrati Nino di Matteo e Roberto Scarpinato alla festa del Fatto Quotidiano, su mafia e malaffare.


Di Matteo e Scarpinato: “La mafia non spara più, i politici se li compra”

“Criminalità organizzata e corruzione stanno vincendo, i governi garantiscono impunità e la globalizzazione offre nuovi affari”. Pubblichiamo la trascrizione dei principali interventi di Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo, e di Nino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, al confronto che si è svolto il 1 settembre alla festa del Fatto alla Versiliana.

di Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato, da Il Fatto quotidiano, 5 settembre 2017

Roberto Scarpinato. 25 anni fa cade il Muro di Berlino, finisce l’Impero sovietico, finisce la Guerra fredda, il bipolarismo internazionale che aveva ingessato la storia italiana dentro la camicia di forza della Guerra fredda e il sistema di potere politico che si era fondato sulla paura dell’avvento dei comunisti al potere collassa improvvisamente, si sciolgono i serbatoi del voto ideologico, il voto d’opinione viene messo in libertà e all’improvviso quel sistema di potere si trova senza più le leve del comando. Un vuoto di potere che allora abbiamo scambiato per l’inizio di una nuova storia, ma oggi possiamo dire che è stata l’apertura di una parentesi, che forse si va a chiudere, in cui la magistratura riesce a fare indagini che prima non erano possibili.

La magistratura non scopre Tangentopoli all’inizio degli anni 90, l’aveva scoperta anche prima, ma il Parlamento aveva sistematicamente negato tutte le autorizzazioni a procedere, quindi non era stato possibile avviare indagini sulla corruzione. E Tommaso Buscetta, per anni, si rifiutò di rivelare a Falcone quali erano i rapporti tra mafia e politica, ripetendogli che l’Italia non era pronta. Buscetta inizia a parlare dopo le stragi, quando il sistema di potere crolla e molti collaboratori di giustizia ritengono che quegli uomini potentissimi che dovevano accusare, non hanno più il potere che avevano prima e si apre una nuova stagione dell’antimafia, e non è un caso che proprio in quel frangente si verificò lo stragismo, negli anni ‘92 e ‘93, ultimo colpo di coda di un sistema di potere che, nel momento in cui collassa, cerca con le stragi di interferire col nuovo corso della storia italiana.

Nino Di Matteo. Quello del 1992 è un periodo che nessuno di noi potrà mai dimenticare. Io muovevo i primi passi da magistrato, da giovane siciliano palermitano avevo coltivato quel sogno avendo come punto di riferimento orazioni di Falcone e Borsellino, avevo fatto il tirocinio a Palermo, li avevo conosciuti. Mentre facevo il tirocinio sono stati uccisi nelle stragi di maggio e luglio.

Già Roberto Scarpinato ha rilevato i punti di analogia tra l’azione delle Procure di Milano e di Palermo, una magistratura che riacquista coscienza del valore della propria indipendenza, della propria autonomia dalla politica, che riacquista coraggio, una magistratura siciliana che sul sangue dei morti si ricompatta, opera una svolta che per alcuni anni produrrà i suoi frutti e i cui effetti purtroppo nella magistratura siciliana, ma in generale, si sono esauriti da qualche anno. Ci sono tanti punti di contatto tra mafia e corruzione. Sono due fenomeni che segnano la fine della Prima Repubblica. E la mafia siciliana, quando inizia la propria strategia stragista con l’omicidio Lima (marzo ‘92) intende – utilizzo parole di Riina come ci sono state raccontate da pentiti di mafia – “fare la guerra per poi fare la pace”, giocare un ruolo decisivo nel delineare nuovi assetti di potere mafioso, politico, imprenditoriale. Intende, attraverso gli omicidi eccellenti e le stragi, rinegoziare il proprio ruolo di potere. Le stragi sono stragi politiche. Quelle del ‘92 e ancora di più quelle del ‘93, quelle di Roma, Firenze e Milano. Con una natura terroristica che è anomala perfino per Cosa Nostra. In quel momento – lo dice anche uno degli autori principali delle stragi del ‘93, Giuseppe Graviano –, bisognava fare le stragi per creare un nuovo tipo di rapporto intenso, duraturo, importante, con la politica di alto livello.

Il procuratore Scarpinato ha subito delineato il fatto della ricerca di nuovi equilibri politici in quel momento da parte della mafia. Fa impressione un dato oggettivo, pesante, lo sancisce una sentenza passata in giudicato di cui pochi parlano e pochi vogliono parlare e su cui pochi vogliono riflettere. Mi riferisco alla sentenza del tribunale, e poi appello e Cassazione, su Marcello Dell’Utri. Quella sentenza sancisce in maniera definitiva cioè che Dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia, è stato condannato per concorso esterno perché è stato il tramite della stipula e poi del mantenimento di un accordo intervenuto nel ‘74 e rispettato – così dice la sentenza –, almeno fino al ‘92, tra l’allora imprenditore Berlusconi, di lì a poco presidente del Consiglio, e le famiglie mafiose più potenti di Palermo. Io mi chiedo se questa conclusione definitiva di Cassazione abbia avuto un peso nella politica italiana. E la risposta non può che essere negativa, se è vero che nei giorni in cui quella sentenza della Cassazione veniva emessa e quelle motivazioni rese note, il presidente del Consiglio Renzi discuteva con Berlusconi di come riformare la Costituzione.

Scarpinato. Le stragi del ‘92 e ‘93 sono un prolungamento della strategia della tensione, che come accertato in varie sentenze, come quella su Bologna, è stata posta in essere nelle fasi storiche in cui si temeva che il Partito comunista potesse arrivare al governo. La storia italiana nasce con una strage, quella di Portella della Ginestra (1 maggio ‘47) in un momento in cui si teme che il blocco delle sinistre possa arrivare al potere. A fine anni 80 e inizio 90 la situazione è analoga. Il sistema di potere della Prima Repubblica crolla e avanza la “gioiosa macchina da guerra” degli eredi di Pci e sinistra Dc che si pronosticava potesse andare al governo. Erano in molti a temere quest’evento. Non solo i mafiosi, ma anche tutti quelli che, approfittando della Guerra fredda e della protezione Usa, si erano resi responsabili delle stragi neofasciste e avevano coperto gli esecutori materiali. Tutti costoro temono che un avvento delle sinistre al potere possa determinare l’apertura di scenari per loro terribili.

Vari collaboratori di giustizia ci dicono che i capi di Cosa Nostra, prima di lanciare l’offensiva stragista, si sono riuniti mesi per discutere del nuovo assetto politico dell’Italia e abbiamo anche risultanze processuali che ci fanno capire che c’è stato qualcosa che è andato al di là della mafia. Per esempio prima che inizi la strategia stragista, prima di Lima, abbiamo Elio Ciolini, implicato nella strage di Bologna, che scrive una lettera al giudice istruttore di Bologna annunciando che di lì a poco sarebbe stato assassinato un importante esponente della Dc, che da maggio a luglio si sarebbero verificate delle stragi e che poi la strategia sarebbe stata portata al Nord per distrarre l’opinione pubblica dalla mafia. O questo signore aveva la palla di vetro o, evidentemente, era stata pensata anche altrove. Pensiamo ancora che poi l’agenzia Repubblica, vicina ai Servizi segreti, 48 ore prima della strage di Capaci annuncia che di lì a poco ci sarà un grande botto. Gaspare Spatuzza ha rivelato che, quando stavano riempiendo di esplosivo la macchina poi lasciata sotto casa della madre di Borsellino, era presente un soggetto che non era di Cosa Nostra che non gli fu presentato.

Quando viene rapito il figlio del collaboratore Di Matteo, Giuseppe, si mette sotto intercettazione Di Matteo e la moglie. Lei gli dice: “Tu hai capito perché hanno rapito nostro figlio, dobbiamo salvare l’altro figlio, non parlare mai degli infiltrati della polizia nella strage di via D’Amelio”. Questi e altri fattori aprono scenari inquietanti perché sono indicativi del fatto che, così come avvenuto nella strategia della tensione negli anni 70, anche nelle stragi del ‘92-’93 in momenti cruciali di pianificazione politica e scelta obiettivi e anche nelle fasi esecutive, ci sono stati soggetti esterni alla mafia che hanno svolto un ruolo importante.

Di Matteo. La strage di via D’Amelio è stata accelerata rispetto ai programmi originali dei mafiosi. Non era prevista l’eliminazione di Borsellino a 57 giorni soltanto dalla strage di Capaci e in un momento in cui, credetemi, la reazione dello Stato, manifestata con il decreto legge 8 giugno ‘92, si stava spegnendo. A livello politico stava prevalendo l’ipotesi di non convertire in legge il decreto che aveva introdotto il 41 bis. I mafiosi erano consapevoli che Falcone era un nemico per molti, anche all’interno delle istituzioni, e la sua eliminazione, purtroppo, era stata gradita anche in molti ambienti di potere. Nonostante questa consapevolezza, i mafiosi hanno ritenuto di fare un’altra strage. Bisogna capire il perché di questa accelerazione, per capire se riguarda per caso anche quello sciagurato dialogo che alcuni ufficiali dei carabinieri del Ros instaurarono con la mente politica di Cosa Nostra, Vito Ciancimino, che una sentenza definitiva di Firenze dice che oggettivamente provocò in Cosa Nostra la consapevolezza che la strategia delle bombe pagasse. I primi omicidi eccellenti avevano fatto sì che agli occhi di Totò Riina qualcuno dello Stato si fosse fatto avanti. Aveva creato consapevolezza che le bombe stavano costringendo lo Stato al dialogo, legittimando definitivamente Cosa Nostra come forza politica. Bisogna insistere su questo, capire a fondo l’attentato a Maurizio Costanzo, quello di via dei Georgofili, le stragi in contemporanea a Roma e a Milano il 28 luglio, dirette contro due chiese, capire perché le informative dei Servizi, venute fuori solo ultimamente grazie al nostro lavoro a Palermo nell’ambito del processo sulla Trattativa, avevano informato tutti di un possibile imminente attentato nei confronti o del presidente della Camera Napolitano o del presidente del Senato Spadolini. Ma bisogna capire anche, soprattutto, l’ultimo anello della strategia stragista, l’attentato allo Stadio Olimpico, quello in cui dovevano morire centinaia di carabinieri dopo una partita di calcio.

Le indagini hanno dimostrato che quell’attentato era pronto ed era stato materialmente predisposto per il 23 gennaio ‘94 in occasione di Roma-Udinese. L’attentato fallisce per un cattivo funzionamento del telecomando, ma tutti coloro che erano già presenti a Roma erano pronti a ripeterlo la settimana successiva. C’è un nesso tra questo fallito attentato e il fatto che 4 giorni dopo i principali protagonisti – Giuseppe e Filippo Graviano – a Milano, dove si erano recati per una vicenda relativa al provino nel Milan di un loro adepto, vengono arrestati? C’è un nesso col fatto che gli equilibri politici cambino di lì a poco? Ormai abbiamo capito il perché delle stragi, bisogna capire perché improvvisamente, e non credo che l’arresto dei fratelli Graviano possa essere il solo elemento, quelle stragi cessano. In Cosa Nostra si diffonde il convincimento di aver raggiunto l’obiettivo: far la guerra per la pace. Cosa Nostra si è dimostrata capace di uccidere magistrati, politici di governo e di opposizione, ufficiali dei carabinieri, questori, commissari, sacerdoti, imprenditori, giornalisti. E ha nel suo Dna, da sempre, la ricerca costante di rapporti di altissimo livello con la politica nazionale: Andreotti, Dell’Utri (sentenze definitive lo attestano), Contrada, e con il potere regionale (Cuffaro e Lombardo, per citare due casi).

Scarpinato. La corruzione è oggi il principale strumento di penetrazione delle mafie nelle istituzioni. Si è ridotto il tasso di violenza perché non c’è più bisogno di uccidere, corrompi. Abbiamo un ceto politico che, dopo il crollo della Prima Repubblica, ha progressivamente emanato una serie di leggi che hanno impedito il contrasto giudiziario alla corruzione. Oggi la corruzione è sostanzialmente impunita: su 60.000 detenuti, quelli condannati in sede definitiva per corruzione sono talmente pochi che non sono statisticamente riportati. E c’è una differenza fondamentale tra la corruzione della Prima Repubblica e quella della Seconda. Nella prima, quando lo Stato italiano aveva il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato, poteva finanziare la spesa pubblica in modo illimitato e finanziava anche la corruzione. Dopo la fine della Prima Repubblica e poi con i trattati di Maastricht, e l’importanza dell’Ue manifestata in rigorosi vincoli di bilancio, non è più possibile finanziare la corruzione con la spesa pubblica. La corruzione però è rimasta e, anzi, è aumentata, ma ora si finanzia con il taglio ai servizi dello Stato sociale. Uno dei più famosi casi di corruzione è il Mose di Venezia, 2 miliardi il costo iniziale previsto e costo finale, invece, di 6 miliardi, di cui 4 di spesa di corruzione. Nella Prima Repubblica questi 4 miliardi erano di spesa pubblica in più, nella Seconda sono tagli agli ospedali, alle scuole, alle pensioni… Non serve a niente minacciare delle pene severe, perché i colletti bianchi che delinquono sono operatori razionali e prendono in considerazione il concreto rischio di essere scoperti e le concrete conseguenze penali. Oggi il rischio e il costo penale sono prossimi allo zero. Il rischio di essere scoperto è ridotto perché nel mondo dei colletti bianchi c’è un’omertà superiore a quella della mafia, tanto è vero che non abbiamo quasi mai collaboratori. E il rischio è ridotto anche dalla prescrizione, che l’Unione europea ha detto essere criminogena per come è stabilita, perché impedisce di combattere la corruzione, perché non decorre dal momento in cui io pubblico ministero accerto il reato, ma dal momento in cui il reato è stato commesso. Quindi, tutta una serie di reati, dall’abuso d’ufficio al traffico di influenze illecite, il pilotaggio di gare d’appalto, il reato di frode nelle pubbliche forniture, essendo puniti con pene inferiori a 5 anni, si prescrivono in 7 anni e mezzo da quando il reato è stato consumato. Se i reati sono stati consumati 3 o 4 anni fa, a me restano uno o due anni per una sentenza definitiva, impresa impossibile, e non c’è verso di avere una normativa che sia ragionevole. Tutte le riforme che hanno fatto ultimamente non servono, perché sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado non serve, tenuto conto che i pm, di solito, vengono a conoscenza dei reati qualche anno dopo che sono stati compiuti.

Di Matteo. Il sistema mafioso, la sua integrazione col suo sistema corruttivo, la diffusione di metodi mafiosi persino nell’esercizio del potere istituzionale, costituiscono un fattore gravissimo di compromissione della democrazia. Da magistrati, abbiamo una sensazione sgradevole, quella di guidare una macchina della giustizia che ha due velocità: potente ed efficiente quando vuole, perfino spietata, nei confronti della criminalità comune, e assolutamente incapace di sanzionare la criminalità dei colletti bianchi. Penso, ad esempio, alla riforma della prescrizione, che deve decorrere da quando il reato viene scoperto, oppure deve terminare quando il magistrato esercita l’azione penale. In quel modo, ogni intento dilatorio e di fuggire al processo, nonostante i corrotti si possano avvalere degli avvocati più bravi, sarebbe inutile. Penso a una riforma che, sulla falsariga di ciò che è previsto negli Usa, preveda la possibilità di usare gli agenti provocatori per scoprire i corrotti nella PA. Penso alla previsione di benefici sostanziali sulla falsariga di quelli previsti per i collaboratori di giustizia per mafia per chi collabora per reati di corruzione o contro la PA. Penso all’estensione della normativa sulle misure di prevenzione patrimoniali per gli indiziati di mafia nei confronti degli indiziati di fatti gravi di corruzione. Sono tante le possibilità di riforma normativa di cui pure si è parlato ma che normalmente si infrangono contro quella che è una mancanza di volontà di considerare questi problemi come prioritari. Ma oggi, addirittura, e torno a parlare di mafie, non solo non si vuole andare avanti, ma si stanno mettendo in discussione quei capisaldi della normativa che hanno fatto sì che comunque, almeno nei confronti della mafia militare, i passi in avanti siano stati importanti. Si sta nuovamente mettendo in discussione l’ergastolo, l’ergastolo ostativo, cioè l’impossibilità per i condannati per mafia, di godere benefici. Si sta cominciando nuovamente a mettere in discussione, attraverso anche, purtroppo, un sempre più diffuso lassismo nell'applicazione, l’istituto del 41 bis, il carcere duro. Oggi, paradossalmente, ci tocca difendere quegli strumenti normativi che tutto il resto del mondo ci invidia, perché li riconosce come strumenti efficaci contro la mafia.

Oggi gli attacchi all'autonomia della magistratura, che ci sono sempre stati, non provengono solo dal ceto politico. Oggi quegli attacchi portati avanti con campagne ventennali di delegittimazione non della magistratura in generale, ma di quei magistrati che, intendendo il principio della legge uguale per tutti veramente come tale, hanno osato indagare anche sul potere, oggi quegli attacchi non provengono solo dalla politica, ma hanno fatto breccia anche all’interno della magistratura e dell’organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Si stanno creando condizioni pericolose non per la magistratura, ma per i cittadini. Nel 2006 è stata approvata la riforma dell’ordinamento giudiziario che ha previsto una accentuazione della gerarchizzazione delle procure e dei poteri dei pm. Si è venuta a creare una condizione tale per cui gli organi di autogoverno hanno mutuato dalla peggiore politica gli stessi meccanismi spartitori del potere, per esempio nelle nomine dei capi degli uffici, che subiscono sempre di più la volontà di un ceto politico che pregiudizialmente non vuole che certi uffici nevralgici nella struttura giudiziaria complessiva del Paese vengano affidati a magistrati realmente autonomi, coraggiosi, indipendenti, che non tengano in nessun conto il principio di opportunità delle loro iniziative politiche, ma solo il principio della doverosità delle loro iniziative giudiziarie.

Sento sempre più nel nostro ambiente affermare l’importanza della valutazione del principio di opportunità di certe scelte giudiziarie. Per esempio, nell’ambito del Processo per la trattativa, ci siamo sentiti dire “avete agito correttamente, rispettando le norme quando avete citato Napolitano nel processo, avete fatto bene, però non era opportuno”. Sapete quante volte, in indagini come quella su Ilva o in altre, il criterio dell’opportunità finisce per prevalere sugli altri? E quante volte il Csm tende ad assecondare i desiderata politici di nomina nei posti direttivi di magistrati sensibili a quel criterio? Questa è la fine dell’indipendenza della magistratura e fino a quando crediamo nei valori costituzionali anche noi magistrati dobbiamo avere il coraggio di dirlo.

Scarpinato. Qualche anno fa, Time ha pubblicato una graduatoria dei giganti del capitalismo americano. Nei primi 20, accanto a Rockefeller e Bill Gates, ha messo anche Lucky Luciano. Ho chiesto ad alcuni giornalisti del Time il perché della loro scelta. Risposta: “Prima di Lucky Luciano la mafia americana era come quella siciliana, predatrice, quella delle estorsioni, del racket. Lucky Luciano ha un colpo di genio: negli anni del proibizionismo si rende conto che milioni di americani volevano beni e servizi vietati e si inventa la mafia mercatista, che offre sul libero mercato beni e servizi per cui c’è una domanda di massa. A fronte di questa offerta, introita capitali che immette nel circuito produttivo, aiutando il capitalismo americano a decollare”. Questa è diventata una storia italiana.

Dal 2014, l’Ue ha stabilito che nel calcolare il Pil dei Paesi membri bisogna calcolare anche il fatturato della droga, della prostituzione e del contrabbando. Me lo sono fatto spiegare da alcuni economisti: la mafia delle estorsioni sottrae risorse al ciclo produttivo, se impone il suo monopolio è contro la concorrenza e zavorra il Pil, la mafia mercatista invece, che offre droga e prostituzione, a fronte della libera trattazione riceve una prestazione monetaria che fa crescere il Pil. Quindi, ormai, la distinzione di base è tra una mafia predatrice violenta classica e quella nuova, che aumenta il Pil. La mafia russa, in un momento di crisi dell’economia spagnola, ha cominciato a investire nella costruzione di villaggi, facendo girare l’economia, e io credo che molti Paesi dell’Ue, in momenti di recessione come questo, non abbiano interessi a fare l’analisi del sangue ai capitali esteri che investono.
Perché non c’è una reazione popolare? Io non credo sia per paura, credo che invece la mafia mercatista, che si è insediata al Nord, si rapporti alle popolazioni come un’agenzia che offre beni e servizi, immette capitali, fa girare l’economia e che quindi sta diventando molto più pericolosa di quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Dopo la globalizzazione, la creazione di un mercato unico delle merci, la crescita di reddito dei Paesi emergenti consente milioni di nuovi ricchi nel mondo che vogliono imitare lo stile di vita occidentale, il volume globale degli affari di mafia è cresciuto in maniera tale che non è gestibile penalmente. Questo è il terreno di riflessione che manca.

Di Matteo. C’è speranza di capire chi sono quelli che hanno collaborato con Cosa Nostra per le stragi? Chi siano i mandanti? Bisogna leggere le sentenze dei giudici per comprendere che quelli che i mandanti a volto coperto ci sono. Ma finora non c’è stata volontà di dare un nome. In questo momento storico la ricerca dell’approfondimento della verità sulla stagione stragista è rimasta sulle spalle di pochissimi magistrati e pochi investigatori, che pagano prezzi altissimi, primo dei quali la solitudine assoluta, trattati come gli ultimi giapponesi che non capivano che la guerra fosse finita. Vengono denigrati, messi in ridicolo, così come abilmente vengono delegittimati quei pochi collaboratori di giustizia che ancora sono rimasti disponibili a cercare di aprire spiragli di verità.
Oggi ci vorrebbe una mobilitazione forte, anche politica, un’iniziativa non estemporanea da parte di una Commissione parlamentare. Tutto questo non c’è. Non c’è la volontà, al di là di quello che si dice in occasione degli anniversari del 23 maggio e 19 luglio, di completare quel percorso di verità, anzi, quando c’è qualche iniziativa giudiziaria, che al di là delle critiche che si possono muovere e che quindi si possono accettare, come a noi a Palermo col processo alla Trattativa, che ha portato alla sbarra contemporaneamente mafiosi riconosciuti come Riina, Bagarella, Brusca, esponenti delle istituzioni e delle forze di polizia, ed esponenti politici, ecco, quel processo è diventato il bersaglio preferito da colpire, perché è il simbolo di quella pretesa della magistratura di fare luce a 360 gradi.

Quando il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha mosso un conflitto di attribuzioni nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, quel processo è diventato ancor più un bersaglio, anche all’interno della magistratura. Ci sono stati perfino procuratori generali di altri distretti, che nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario in Alto Distretto, hanno criticato l’iniziativa della Procura della Repubblica e della Corte d’Assise (fu Giovanni Canzio, a Milano). Quando si parla del processo sulla Trattativa e di possibili mandanti occulti, tutto si può fare, tutto si può criticare, anzi, chi muove delle critiche o degli attacchi calunniosi è sempre da apprezzare.

Non è importante l’azione del singolo magistrato o l’esito di questo o quel processo, certe volte da questo punto di vista, nei momenti anche di maggiore scoramento, ho l’orgoglio di essere appartenuto a un ufficio che comunque, negli anni, al di là del fatto se le sentenze siano state di condanna o assoluzione, ha fatto venire fuori determinati fatti che il potere non voleva far venire fuori.
Avere stabilito, grazie alle iniziative giudiziarie della Procura di Palermo, con sentenze definitive, che un politico sette volte presidente del Consiglio ha trattato e incontrato personalmente i capi della mafia palermitana prima e dopo l’omicidio di Pier Santi Mattarella, parlandone prima e dopo, non è una cosa da poco. Avere scoperto che uno dei fondatori del partito Forza Italia, Marcello Dell’Utri, è stato colui il quale ha fatto da garante di un patto tra Silvio Berlusconi e i mafiosi, non è cosa da poco. Non è cosa da poco nemmeno aver stabilito, al di là di quella che sarà la sentenza, che nel momento in cui i mafiosi mettevano le bombe, qualcuno dello Stato andava a cercare i mafiosi e chiedeva loro – utilizzo le loro stesse parole nel processo di Firenze –, “Cos’è questo muro contro muro? Cosa si deve fare per far finire queste stragi?”.

Questi sono fatti che l’opinione pubblica deve conoscere e che sono venuti fuori non grazie a un impegno politico, ma grazie all’azione testarda e incisiva della Procura della Repubblica di Palermo negli anni. I fatti sono fatti, anche quando vengono giudicati in sentenza come non sufficienti per condannare qualcuno, perché non c’è la prova del dolo, come avvenuto anche in altri processi recentemente a Palermo, questo significa che i fatti comunque si sono verificati. Adesso la partita è questa: vogliamo una magistratura che si accontenti di perseguire in maniera efficace i criminali comuni o, come accadde miracolosamente all’indomani delle stragi, possiamo aspettarci ancora che l’azione della magistratura si diriga anche nel controllare il modo in cui il potere viene esercitato in Italia? Questa è una partita decisiva per la nostra democrazia e per il nostro futuro.

(5 settembre 2017)

04 settembre 2017

Vedi alla voce ineludibile



Il rapporto con l'Egito è "ineludibile": così dice il nostro ministro degli esteri in commissione, riferendo sul caso Regeni (e Il Foglio ci ricama sopra addirittura un bel complotto con Al Sisi, leader necessario).

ineludìbile agg. [der. di eludere, col pref. in-2], non com. – Che non si può eludere, che non può essere evitato: sorveglianza i.; una i. attesa.

In effetti, alla morte uno non può scappare. E' ineludibile.
Quello che non deve succedere è che una persona venga rapita e torturata: questo non è né accettabile né ineludibile.

Fa specie sentire queste parole da esponenti politici che si dicono pure cattolici.
Il relativismo una volta era condannato.
Evidentemente oggi viene prima la ragion di stato.