09 giugno 2024

Anteprima inchieste di Report - la sicurezza sulle strade, gli abbattimenti indiscriminati delle bufale e il rischio sismico dei Campi Flegrei

Report tornerà ad occuparsi di bufale (dopo il servizio del 2022), non le false notizie fatte uscire sui giornali o sui social, ma gli animali fatti abbattere in Campania dopo l’infezione da Brucellosi e Tubercolosi.

Poi un servizio sulla sicurezza sulle ns strade.

L’abbattimento delle bufale in Campania

Dopo la scoperta dei focolai di brucellosi, erano partite dalla regione Campania le ordinanze per l’abbattimento dei capi infetti, nel frattempo sono state chieste ulteriori analisi sugli animali da parte dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’istituto Zooprofilattico di Brescia. A marzo 2024 erano state annullate da due sentenze del Consiglio di Stato che annullano gli abbattimenti e che riguardano 700 bufale, ancora vive e che vivono non isolate dagli altri animali – come racconta l’avvocato Sasso – perché il Consiglio di Stato ha annullato i provvedimenti anche per l’isolamento.

Vincenzo Caporale è il presidente dell’istituto Zooprofilattico di Teramo, a Report spiega come queste sentenze dicono molte cose: “non è pensabile che si possa procedere ad abbattere se prima non si è davvero avuta la certezza che in quell’allevamento è davvero presente l’infezione”.
Fino ad oggi bastava il sospetto: il Consiglio di Stato ha riconosciuto che l’abbattimento totale non era una misura proporzionale al rischio esistente.
Quindi per abbattere intere mandrie servono analisi di verificazione con metodi diversi per la conferma, la controprova ed è quella che cerca il signor il signor Windisch-Graetz, un allevatore le cui bufale sono in isolamento ormai da 4 anni: la storia delle sue bufale è paradossale, dopo le prime analisi positive, la ASL le aveva rifatte per un errore formale e in quel caso uscirono tutte negative, però non hanno mai ritirato l’ordinanza di abbattimento.
Quindi, spiega il servizio di Bernardo Iovene, nel caso in cui siano state rifatte le analisi con lo stesso metodo o con incroci diversi l’infezione è sparita.

Cosa rispondono di quanto successo Copagri e Coldiretti: tutte e due le associazioni si rifanno a quanto è stato scritto dalle ASL, coi capi da abbattere per il “sospetto” del contagio, senza nessuna remora sul dover uccidere animali “senzienti” che non si sa se siano veramente malati.
Ma dietro questi abbattimenti imposti dal’ASL c’è anche la beffa: nel caso delle bufale dell’allevamento della famiglia Noviello, la carne delle bufale abbattute è stata destinata al consumo: un qualcosa che aveva stupito, negativamente, perfino lo stesso presidente Frattini.
Per la famiglia Noviello è stata una beffa: le loro bufale considerate positive col beneficio del dubbio sono state destinate all’abbattimento, ma nel certificato di abbattimento l’ASL scrive che la carne poteva essere destinata al consumo. Come è possibile che carne proveniente da animale sospettati di essere positivi alla brucellosi siano finiti sulle nostre tavole?

“Come è possibile che questi controlli veterinari scriva nero su bianco che la carne di un animale malato di brucellosi, magari non è una medicina ma non fa niente? Io una cosa del genere non l’ho mai letta” è stato il commento di Frattini (l’ex presidente del Consiglio di Stato deceduto nel dicembre 2022).

Alcuni allevatori sono arrivati allo sciopero della fame, come forma di protesta contro la decisione dell’abbattimento delle bufale: “quando si arriva a questo punto c’è davvero qualcosa di cui preoccuparsi e i parlamentari che stanno sul territorio non possono girare la testa dall’altra parte” commenta il deputato di AVS Francesco Mari. Sotto la sede del ministero della salute il 16 aprile gli allevatori hanno cominciato lo sciopero della fame uniti in un coordinamento per la difesa degli allevatori bufalini presieduto da Gianni Fabris: “abbiamo costituito comitati tecnico scientifici, siamo andati a Bruxelles a porre le questioni, il parlamento si è espresso, ora bisogna agire e per agire va nominato il commissario nazionale dandogli i compiti precisi ..”
Dopo 14 giorni di sciopero della fame, Fabris ha accusato un malore, viene soccorso e gli viene consigliato di riprendere l’alimentazione, ma decide di continuare la sua protesta, in attesa di una risposta dal ministero che ancora non era arrivata.
“Abbiamo fame, fame di soluzioni, fame di diritti, fame di democrazia ..” il commento amaro.
A sorpresa il 7 maggio alla conferenza stampa sul DL sull’agricoltura e pesca finalmente arriva la risposta: il ministro Lollobrigida annuncia la nomina di un commissario per il contrasto alla brucellosi, ponendo fine così alla propesta di Fabris e degli altri allevatori campani.
Ma cosa è cambiato nella sostanza? Risponde Fabris: “Abbiamo trovato una chiusura totale, fino al fatto i nostri interlocutori invece di risponderci o chiudevano la porta in faccia o raccontavano bugie: persino davanti alla commissione di indagine del parlamento, agli atti, sta scritto che l’Europa è contraria, impedisce la vaccinazione, sapendo di sostenere il falso. Questi nominano il commissario Cortellessa per applicare un piano che fallisce.. non è quello il suo mandato, applicare il piano della regione o di cambiare i piani della regione ”

La scheda del servizio: BUFALE SENZIENTI

Di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

Brucellosi e Tubercolosi sono le infezioni che stanno decimando gli allevamenti di bufale in provincia di Caserta. Fino al 2013 i capi si potevano vaccinare e le malattie erano quasi sparite, dal 2014 il nuovo piano ha stabilito di adottare l’abbattimento per eradicare le infezioni e ha abolito la vaccinazione, da allora sono andate al macello quasi centomila bufale e hanno chiuso oltre 300 aziende. Gli allevatori sono sul lastrico e chiedono nuovi metodi di analisi visto che il 98,5 per cento delle bufale post mortem risulta sano e va sul mercato della carne bovina gestito dai macelli che ne traggono vantaggio. L’inchiesta parte dalla situazione degli allevamenti sul territorio e si sviluppa sulle contraddizioni riscontrate dal Consiglio di Stato che ha ordinato ulteriori analisi per 2 allevamenti che hanno fatto ricorso, da cui è emerso che quelle 700 bufale condannate alla macellazione in realtà erano sane. La Regione Campania non indietreggia e, sotto la spinta degli allevatori, il ministro della Salute ha nominato un commissario nazionale che secondo gli allevatori dovrebbe sancire il fallimento del piano regionale

La sicurezza sulle strade

Mandiamo i militari a pattugliare le strade delle città italiane perché i cittadini chiedono sicurezza. Ma poi, sulle strade, sui marciapiedi, ciclisti, pedoni, automobilisti non sono al sicuro. Come non era al sicuro Francesco ValdiserriFrancesco Valdiserri che la sera del 19 ottobre 2022 mentre camminava sul marciapiede di via Colombo a Roma venne travolto da un’auto che gli piombò alle spalle, uccidendolo sul colpo. Alla guida c’era una ragazza di 22 anni che poi risulterà essere positiva all’alcol test.


“La cosa che personalmente mi fa più male è pensare a quante cose gli sono state tolte , quante esperienze, quanta musica non ha potuto sentire, quante cose non ha potuto scrivere ” racconta il padre Luca a Report. Francesco era un appassionato di calcio, nella vita come nello sport stava dalla parte dei più deboli, per lui un giorno anche la nazionale del Togo avrebbe potuto vincere i mondiali di calcio. Si era iscritto al primo anno di università, studiava musica, letteratura e spettacolo, aveva scelto le note delle canzoni per esprimersi, con la sua band di cui era il cantante.
È stato un incidente quello di Francesco? “Francesco era sul posto giusto, su un marciapiede” ha risposto il padre “oggettivamente pensi di essere al sicuro, era una delle raccomandazioni che non gli ho mai fatto .. era la ragazza che l’ha ammazzato, lei era nel posto sbagliato, per cui no, non è stato un incidente. È stato un errore dovuto all’immensa sopravvalutazione delle proprie capacità. Ha cercato di fare una manovra per girare a destra, poi a quella velocità e nelle condizioni in cui era nemmeno Lecrerc o Verstappen avrebbero potuto controllare la macchina.. ”.
La macchina andava tra i 70 e gli 80 km all’ora: viale Cristoforo Colombo è una sorta di autodromo urbano con limiti di velocità tra i 30 e i 50 km/ora che però quasi nessuno rispetta, soprattutto la notte: su questa strada sarebbero serviti gli autovelox, “però noi non possiamo pensare di ridurre il numero dei morti se non riduciamo la velocità. Mentre io sono sicuro al 100% che non tutti sono alla guida ubriachi o alla guida drogati o con lo smartphone, penso che un buon 80% degli italiani non rispetti i limiti di velocità. Per cui statisticamente credo che la velocità sia il primo problema in questo caso..”

Eppure la politica di questo governo sta andando in direzione diversa: il consiglio dei ministri ha dato mandato al ministero delle infrastrutture di emanare un regolamento che metta un po’ di ordine nella giungla degli autovelox, quelli poco amati da parte degli automobilisti, quelli abbattuto da fleximan e per questo considerato da alcuni di loro come un eroe.

Per accompagnare il provvedimento il ministero delle infrastrutture ha pubblicato delle slide, in una si accusano i comuni di usare gli autovelox in modo truffaldino, “basta la truffa degli autovelox, via gli impianti mangiasoldi..”
Ma è veramente così? “è una cosa offensiva” risponde il comandante della polizia locale di Verona Luigi Altamura “noi abbiamo dei dati statistici che ci indicano un numero di morti e feriti che è crollato dopo che sono state installate le postazioni con autovelox”.
Non è vero che a Verona si fa cassa con gli autovelox: “abbiamo avuto una ispezione dal ministero e l’abbiamo superata dimostrando che il 50% delle somme incassate dal nostro comune sono state impiegate per la sicurezza stradale e lo devono fare tutti i comuni italiani..”
Marco Granelli, assessore a Milano, ha rappresentato l’Anci in un’audizione davanti le commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera sul tema della sicurezza urbana: “che ci sia stato qualche elemento nel passato, non tarato che ha causato problemi è vero, oggi però tutti gli autovelox vengono posizionati in determinate località sulla base di uno studio ..”

L’autovelox, con i segnali che ne indicano la presenza, sono in deterrente per limitare gli eccessi di velocità, sono uno strumento che salva vite umane: in una prima di fase di installazione possono esserci degli aumenti degli introiti, ma poi questi calano vertiginosamente – spiega a Report la comandante della polizia municipale di Ravenna.
Col decreto legge di Salvini sugli autovelox non si potranno più mettere questi controlli vicino a scuole ed ospedali, per salvare il portafoglio degli italiani e l’anarchia dell’autovelox ovunque – spiega il ministro sui social (ormai sdoganati a canale di comunicazione istituzionale): “la sicurezza prima di tutto ma senza tassare e tartassare gli italiani”.

Basta autovelox sugli stradoni dunque, sebbene siano queste le strade più a rischio per le violazioni dei limiti di velocità, col nuovo decreto Salvini, davanti a luoghi a rischio come scuole ed ospedali dove i limiti spesso sono già scesi a 30km/ora, in base al nuovo testo i comuni non potranno più usare gli autovelox.

Sotto i 50km orari nelle città non si può controllare con autovelox il rispetto della velocità – spiega l’esperto di mobilità sostenibile Andrea Colombo – ma è possibile farlo solo con la pattuglia dei vigili che contesta sul momento che significa ridurre enormemente l’efficacia deterrente.
In una città servirebbero decine di pattuglie che fermano un guidatore alla volta, cosa impensabile, dunque la maggior parte delle scuole non sarà protetta.
Inoltre il DL Salvini prevede che per le postazioni mobili di autovelox che oggi non devono essere concordate saranno sottoposte anch’esse ad un accordo con la prefettura.
Ad Olbia il sindaco di centrodestra Settimo Nizzi è stato il primo ad abbassare nella sua città i limiti a 30 km /ora nel 90% del territorio comunale.
Il decreto Salvini azzoppa il suo provvedimento? “Metto l’autovelox mobile, metto il telelaser e il controllo lo faccio, non possono essere vietati, altrimenti quando muore un bambino perché uno stava correndo, chi paga? Paga il ministero? Io non penso che il DG del ministero dei traporti che ha predisposto la direttiva abbia voglia di avere sulla propria coscienza un morto in più.”

“La destra fa un codice della strada di destra” è il commento di Luca Valdisseri “dove la parte repressiva e punitiva è molto forte, la parte di controllo della velocità è assente. Ringrazio Salvini di essersi occupato del tema, però ci volevano dei correttivi anche su quella parte che il suo elettorato vede con meno piacere ..”
Noi siamo uno dei pochi paesi che segnalano prima la presenza di un autovelox: “la gestione in Italia degli autovelox è demenziale ”

Vincenzo Iurillo ha pubblicato una anticipazione del servizio sul Fatto Quotidiano:

Il senso di Salvini per la sicurezza stradale: guerra agli autovelox e alle città 30 all’ora

DI VINCENZO IURILLO

La guerra di Matteo Salvini agli autovelox ed alle “città 30” (dove il limite di velocità è stato ridotto a 30 km/h), e il ritardo ultratrentennale del suo ministero ad emanare le specifiche tecniche per l’omologazione dei rilevatori di velocità, sono al centro della puntata di Report che andrà in onda stasera su Rai 3. Il servizio di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella spiega perché nel 2024 in Italia è in corso una nuova impennata di morti e feriti per incidenti, e siamo precipitati dal 13° al 19° posto nella classifica europea per la sicurezza stradale. È purtroppo anche il frutto di una volontà politica che ritiene gli autovelox strumenti “truffa” – definizione mutuata da una slide del ministero dei Trasporti che ne illustra il nuovo regolamento –, usati solo per far cassa ai danni dei cittadini, e finisce così per incitare un clima di illegalità.

Tanto che nel nord est qualcuno ha cominciato ad abbatterli, ed è nato il mito di “Fleximan”. Lo ricorda Marco Scarponi, della fondazione intitolata al fratello Michele Scarponi e vincitore del Giro d’Italia 2011, ucciso nel 2017 da un furgone che non aveva rispettato un segnale di stop. Scarponi gira per le scuole incontrando i ragazzi per sensibilizzarli contro la guida spericolata, e in una scuola ha scoperto che alcuni disegnavano Fleximan come un eroe: “Il nostro – dice – è il Paese che continua a dire che la morte sulla strada è accettata”.

La scheda del servizio: NEL POSTO GIUSTO

Di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Collaborazione Evanthia Georganopoulou

In Italia nel 2022 sono stati registrati 3159 morti e più di 223mila feriti per incidenti stradali. In tutta Europa nello stesso anno quasi 21mila persone sono morte per collisioni stradali, i feriti sono diversi milioni. Per questo la Commissione Europea ha lanciato una serie di azioni per dimezzare morti e feriti entro il 2030. Anche l’Italia partecipa con un suo piano nazionale, che però stenta a partire. Anzi, il comitato di indirizzo non ha mai fatto una riunione operativa. Così, se nel resto d’Europa la riduzione delle vittime fra il 2019 e il 2022 è del 9%, l’Italia invece non ha visto alcun miglioramento. Anzi la tendenza del 2024 mostra un importante aumento di morti e feriti. È una pura fatalità? No. Le cause sono guida distratta o sotto effetto di stupefacenti, tecnologie pericolose, il mito della velocità. Ma anche città progettate male, leggi ormai datate, carenza di organico delle forze dell’ordine e una guerra culturale alle multe che ha prodotto il fenomeno Fleximan, l’antieroe che distrugge gli autovelox. Nei primi anni duemila invece con l'introduzione del tutor e della patente a punti i morti erano stati dimezzati. Report dedica una inchiesta speciale al tema della sicurezza stradale, mentre il Senato sta per approvare un nuovo codice della strada che non è esente da contraddizioni. Vedremo anche alcune nuove coraggiose politiche della mobilità che sono capaci di fare la differenza.

Il rischio sismico attorno al Vesuvio

Inutile nasconderci: la zona attorno ai campi Flegrei è una zona sismica, ma nonostante questo negli anni si è costruito tantissimo. Sotto quel terreno c’è una profonda pressione che preme e rigonfia, creando spaccature e fratture nella terra che generano dei piccoli o grandi sisma.
I geologi, come Mario Tozzi, sono convinti che queste scosse continueranno, potrebbero anche crescere come magnitudo, fino a livello 5.
Sotto questa terra a premere si sono fluidi e gas generati dal magma che sta in profondità: quella dei Campi Flegrei è una enorme caldera, una depressione vulcanica larga 12-15 km che comprende i comuni di Monte di Procida, Bacoli, Pozzuoli e Quarto, parte di Giuliano e Marano più i quartieri di Bagnoli, Fuorigrotta, Posillipo, Soccavo e Pianura a Napoli. All’interno della caldera si trovano 30 bocche eruttive, la solfatara è una delle più note perché assomiglia ad un vulcano, gli altri sono stati cancellati, in uno c’è un ippodromo, in un altro c’è un ospedale, una base militare – spiega Mario Tozzi alla giornalista di Report.

Sulle bocche eruttive abbiamo costruito, quella è una zona densamente popolata: ci sono 500-600mila persone a rischio, dove per rischio si intende la probabilità che un evento arrivi e i beni e le persone che sono esposte, dunque è l’area a maggiore rischio vulcanico del Mediterraneo.

Se parliamo del rischio sismico – continua Mario Tozzi - è bene mettere a posto le case, non è il terremoto che ti ammazza, è sempre la casa costruita male.

La scheda del servizio: SEDUTI SUL VULCANO

Di Giulia Presutti

Collaborazione Norma Ferrara

A Pozzuoli il 20 maggio la terra ha tremato 150 volte: la scossa più forte ha raggiunto magnitudo 4.4 con epicentro a circa due chilometri dalla superficie. Gli abitanti sono dovuti uscire da casa e alcuni, per i danni subiti dagli edifici, non sono più rientrati.

Ai Campi Flegrei vivono circa 500mila persone, in un'area che insiste su una caldera vulcanica larga dai 12 ai 15 chilometri e comprende i comuni di Pozzuoli, Bacoli, Quarto, parte di Giugliano e Marano e diversi quartieri di Napoli. L'attività del magma e dei gas nel sottosuolo provoca un innalzamento del terreno di 2 cm al mese e, di conseguenza, le scosse di terremoto che negli ultimi mesi sono state avvertite continuamente dai residenti. Cosa stanno facendo le istituzioni per mettere in sicurezza gli edifici? Il Decreto-legge Campi Flegrei approvato a ottobre 2023 prevedeva uno stanziamento di circa 45 milioni di euro per le verifiche sull'edificato pubblico e privato. Le verifiche sono state fatte? E nel caso di uno scenario ancor più grave, quello dell'eruzione vulcanica, quali sono le misure previste per mettere in sicurezza 500mila persone? Esiste un piano di evacuazione messo a punto dalla Protezione Civile, con gemellaggi stipulati tra ogni Comune dei Campi Flegrei e una Regione nel resto d'Italia. Ma le Regioni sono pronte?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 giugno 2024

Il sangue dei peccatori di S.A. Cosby

 


Charon
Charon fu fondata sul sangue e sulle tenebre. Letteralmente e metaforicamente. Persino l’origine del suo nome è oscura e rivela un certo gusto per la morte. Narra la leggenda che la contea avrebbe dovuto chiamarsi Charlotte o Charles, ma i padri fondatori indugiarono troppo a lungo [..] La storia che si racconta è che qualcuno semplicemente continuò a scorrere il dito lungo l’elenco dei nomi fino ad arrivare a Charon, Caronte, colui che traghetta le anime dei defunti nel regno dei morti.

Charon, come Caronte, il traghettatore delle anime nell’inferno: forse non poteva esserci nome più indicato per ambientare questo racconto che ci porta dritto dentro l’anima nera dell’America profonda. Se nel primo romanzo, Deserto d’asfalto a farla da padrone era l’adrenalina dell’azione, già nel secondo si toccavano temi legati all’odio contro le minoranze, che siano le persone di colore o gli omosessuali. Questo terzo romanzo tocca ci porta dritti dentro l’inferno, ma non quello descritto da Dante, quello che abbiamo costruito noi umani, come i primi coloni che hanno messo terra su questo lembo della Virginia e hanno preso possesso delle terre con la violenza. Che poi hanno coltivato i campi con gli schiavi razziati dalle coste africani, perché tanto erano esseri inferiori. Tanto diversi da doverli tenere segregati, lontani dall’uomo bianco, perché lo dice anche la Bibbia, perché questi sono i nostri valori da difendere, qui si è sempre fatto così.. Uccidere, violentare, spargere sangue, sangue che poi si infetta, generazione dopo generazione. Fino a che il male esplode all’improvviso. L’inferno esiste come esiste anche il diavolo, che vive in mezzo a noi, non ha le corna in testa. Ma a volte indossa la maschera di un lupo…

«Il Sud non cambia. Si può provare a nascondere il passato, ma quello ritorna, in forme anche peggiori. Forme tremende».

Parola di Titus Crown, sceriffo della contea di Charon, Virginia.

UNO

Titus si alzò cinque minuti prima che la sveglia iniziasse a suonare, alle 7:00, e si fece una tazza di caffè con la Keurig che gli aveva regalato Darlene per Natale.

Non è facile essere uno sceriffo di colore in una piccola contea del sud come Charon, specie se sei stato eletto prendendo il posto di un vecchio sceriffo che aveva usato la stella e il suo ruolo per nascondere le prepotenze e le violenze contro le persone di colore.
Specie se sei uno come Titus Crown, con un passato brillante come agente dell’FBI, prima che gli accadesse qualcosa che lo ha costretto ad abbandonare il bureau, tornare dal padre nel suo paese d’origine, provare a fare qualcosa di buono per proteggere la gente del suo paese.

E magari cercare di mettersi alle spalle vecchi incubi: come il volto di quel suprematista bianco che si era fatto esplodere davanti a lui, o come il rimorso per non aver fatto abbastanza per salvare la madre, morta anni prima dopo una lunga malattia.

Titus è una di quelle persone che si portano addosso tutto il dolore, senza riuscire a condividerlo con altri. Col padre, che si era perso nell’alcool o col fratello Maquis, con cui non si parlavano più, o perfino con la religione.

E ora, su Titus e su Charon sta per abbattersi una nuova tragedia, altre ferite lasceranno sul suo corpo la testimonianza di quanto può essere malvagio l’uomo.
Tutto parte con una telefonata:

Proprio per quello la disperazione che trasudava dalla voce e usciva dalla radio innervosì Titus all’istante. «Qui Titus, passo» disse, dopo aver premuto il pulsante per parlare. «Titus… c’è un uomo armato all’interno del liceo. Mi stanno arrivando cento chiamate al minuto, qui… »

A Charon è successo quello che era già successo in altre città in America: qualcuno che fa irruzione nella scuola con un’arma, la cui detenzione è garantita dal secondo emendamento, per uccidere.
Ma in questo caso l’assassino, un ragazzo di colore, ha sparato solo una volta, al professor Spearman, un professore molto amato dagli studenti.

.. le porte si aprirono e ne uscì un uomo che teneva nella mano sinistra una maschera di cuoio con il muso da lupo e nel braccio destro cullava come un neonato un fucile calibro .30-30.

Latrell, questo il nome del ragazzo, viene abbattuto dalla polizia, quando questi fa il gesto di avventarsi addosso col suo fucile.
L’ennesima tragedia causata dalle troppe armi che girano nel paese, quelle che dovrebbero renderci tutti più sicuri? Sarebbe già difficile da spiegare così per Titus, sceriffo di colore che deve spiegare alla comunità nera che non è trattato dell’ennesimo caso di eccesso di violenza.

Ma c’è qualcos’altro: Latrell prima di morire ha gridato delle frasi come se fosse in preda ad un delirio, il suo sguardo era come di uno che si è già perso nel suo inferno. E poi quelle parole:

«Latrell, aspetta» disse Titus. Latrell aprì gli occhi. «Guardategli nel telefono» disse. Titus abbassò il tiro di un altro centimetro.
Per scrupolo, per evitare di essere accusato di voler insabbiare le eventuali responsabilità dei poliziotti nell’ennesimo scontro dove a morire è un ragazzo di colore, Titus chiede un’indagine interna sulla dinamica dei fatti, basandosi anche sui tanti video girati dagli studenti. Anche se sembra tutto chiaro, un ragazzo di colore, uno sbandato con problemi di droga, che ha ucciso un docente, bianco, idolo degli studenti professore.

Quanto al resto della comunità nera di Charon, per alcuni di loro sarebbe sempre stato il nemico. Era il prezzo del distintivo. La decisione di candidarsi implicava la scelta di vivere in una terra di nessuno

Si trova in una posizione scomoda Titus, a metà tra la comunità nera che aveva votato per lui e che ora si aspetta da lui che blocchi le manifestazioni dei nostalgici della segregazione, e dall’altra parte le pressioni dell’amministrazione comunale, come il presidente del consiglio municipale, Scott, un imprenditore di una importante azienda locale che vorrebbe avere nell’ufficio dello sceriffo una sua marionetta

Gli uomini come Scott, consumati dall’ego e dal desiderio di affermare il proprio dominio in cima a gerarchie che vedevano soltanto loro, non riuscivano a mettere da parte le proprie meschine aspirazioni nemmeno di fronte alla morte.

Sempre per scrupolo, Titus decide di verificare le parole di Latrell: cosa c’è dentro il cellulare del professore?

Le immagini sul telefono di Jeff Spearman erano la cosa peggiore che avesse mai visto. Non riusciva a togliersi dalla testa l’idea della purificazione per immolazione.

Sono video e foto che riprendono violenze contro ragazzini, tutti di colore, portate avanti da tre uomini. Uno è il tanto amato professore di geografia, che nei video ha il volto nascosto da una maschera di lupo, come quella che teneva Lattrell in mano, pure lui presente nelle immagini e nei video.

Chi sono questi ragazzini? Come sono finiti dentro questo inferno? Che fine hanno fatto i loro corpi, alla fine di queste violenze (che saranno l’ennesimo incubo che accompagnerà i sogni di Titus)?

«Come ci convivi, con quella roba in testa?» chiese Carla.
Titus si rimise gli occhiali da sole. «Cerco di non sognare» disse, entrando nella casa.

Lo sceriffo Titus decide di mobilitare tutta la sua squadra in questa indagine, per dare giustizia a quei ragazzini indifesi: la caccia all’ultimo lupo, come chiama il terzo uomo dei video diventa quasi subito un caso personale, non solo per il suo coinvolgimento personale, ma anche perché questo “lupo” inizia a contattarlo, lanciando messaggi, come volesse lanciargli una sfida.
Una sfida che lascerà sul corpo, e nell’anima, dello sceriffo altre cicatrici da parte di questo “demone”, un altro frutto del sangue avvelenato, il “sangue dei peccatori” di Charon.

Nel frattempo le tensioni tra i suprematisti bianchi e la comunità di colore, iniziano a montare, anche con l’avvicinarsi della festa organizzata dai “figli della congregazione”: suprematisti bianchi che pensano di difendere le loro radici e la loro “cultura” andando a sfilare sotto le statue dei generali sudisti, sconfitti nella guerra di secessione e che dovrebbero essere considerati traditori della patria. Quella statue che dovrebbero essere abbattute o quanto meno contestualizzate e che invece vengono difese tirando in ballo la “cancel culture”

Quelle effigi avevano due scopi: creare una falsa narrazione che parlasse di onore e sacrificio alla quale i nostalgici confederati potessero aggrapparsi,[..] ricordare ai neri del Sud che per alcuni dei loro vicini bianchi non erano che bovini fuggiti dal recinto, pronti per essere sacrificati sull’altare della Causa Persa.

Eccola l’anima nera del sud, dove circolano più armi che criminali, dove si difendono le statue di generali segregazionisti parlando di cultura, dove girano più bibbie che veri cristiani:

«Flannery O’Connor diceva che il Sud è infestato da Cristo. È infestato, non c’è dubbio. Dall’ipocrisia del cristianesimo. Tutte queste chiese, tutte queste Bibbie, e poi è proprio in posti come Charon che i poveri sono ostracizzati.»

In questo terzo romanzo, come i precedenti molto duro e teso, si parla di segregazione, di odio razziale, di povertà, della religione strumentalizzata per giustificare le posizioni di privilegio dei bianchi, ricchi, punta il dito contro quella visione falsa del sud degli Stati Uniti

Le cittadine di provincia sono come la gente che le abita. Piene di segreti. Segreti carnali, segreti di sangue. Giuramenti nascosti e promesse sussurrate che diventano menzogne più in fretta di quanto si guasti il latte al sole caldo dell’estate.
Il mito di un Sud con gente rispettabile che passeggia per la via principale del centro è sempre stato una casta fantasia da puritani. La realtà si trova nelle stradine di campagna, per i sentieri sterrati, sotto il cielo quando diventa nero. Sul sedile posteriore di una Buick chiazzata di ruggine e sul pianale di un pick-up sgangherato. Il cuore di Charon e della sua contea batte al ritmo degli spiritual che si cantano in chiesa la domenica mattina, ma la sua anima è una verità che si può leggere nel sudore degli amanti clandestini, nel sangue che cola dalle labbra della presidentessa dell’associazione genitori e insegnanti dopo che il marito ha bevuto un bicchiere di troppo, ben più d’una volta di troppo.

Il sangue dei peccatori è un romanzo molto politico (e molto utile per comprendere certe dinamiche politiche nell’ottica delle prossime elezioni presidenziali americane): alla fine di emerge l’immagine del protagonista, Titus Crown, un uomo che si porta sulle spalle il peso delle sconfitte subite, la perdita della madre, la disillusione della religione, l’essere uscito dall’FBI. Ho pensato, leggendo le pagine dove Titus condivide i suoi pensieri, a quanto ci sia dell’autore dentro questo sceriffo “anomalo” e leggendo questo articolo su publishersweekly ho avuto conferma delle mie sensazioni.


I precedenti romanzi di S.A. Cosby
Deserto d’asfalto
Legittima vendetta

La scheda del libro sul sito di Rizzoli, il link per scaricare il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

02 giugno 2024

Report - l’intervista ad Edi Rama, Giulio Regeni e il ruolo della politica dietro Cutro

LA CAMPAGNA D’ALBANIA Di Giorgio Mottola

La presidente Meloni è disposta a mettere una mano su Edi Rama e sulla bontà del progetto sui centri per i migranti in Albania: il servizio di Report è stato un linciaggio, così ha detto.
Anche ad Edi Rama il servizio di Report non è piaciuto, è stato definito schifoso: così per sciogliere i punti sospesi Report ha chiesto una intervista alla presidente Meloni e al premier Edi Rama, la prima non ha accettato mentre Edi Rama ha accettato tutte le domande fatte.
Una bella lezione di cultura politica, nonostante tutto, da parte di Edi Rama all’amica Meloni.
Nonostante le promesse e le rassicurazioni di ministri vari, i centri non sono pronti oggi:
Report è tornato in Albania, nella vecchia base militare di Gjader costruita negli anni settanta durante la dittatura comunista: l’area è ancora un cantiere aperto, di lavoro da fare sembra essercene ancora tanto.
I giornalisti non sono stati ammessi a visitare il cantiere (anche il deputato Bonelli ha avuto difficoltà a visitare l’hot spot di Schengjin): i lavori finiranno a novembre racconta un operaio, ma intanto i costi continuano ad aumentare se dai 39 ml di euro previsti inizialmente siamo passati a 66 ml, con l’ultimo decreto inserito nel pnrr.
A chi andranno questi soldi? Report ha scoperto che in cantiere sono presenti gli uffici temporanei di una azienda italiana che finora non era presente nei documenti resi pubblici dal governo, la Ri Group SPA: l’azienda gestirà i prefabbricati nella struttura.

Questa ditta leccese è specializzata in prefabbricati ed è controllata dall’imprenditore Salvatore Tafuro, rinviato a giudizio nel 2018 in una indagine per turbativa d’asta e corruzione di alti ufficiali dell’aeronautica militare per un appalto da 1,5 ml di euro per il CIE di Foggia, procedimento finito in prescrizione nel 2019. Il ministero della Difesa ha assegnato i lavori alla sua azienda per la posa dei prefabbricati nel centro albanese, per un totale di 6,5 ml di euro.
Al porto di Schengjin i lavori sono già avanti: sembra un carcere la struttura che stanno costruendo.

I lavori di gestione dei migranti sono affidati
(con un ribasso del 4,9%) alla Medihospes, una cooperativa che si occupa di accoglienza migranti in Italia e in particolare a Roma. La sede legale è a Roma ma il suo quartier generale è a Bari in un piccolo fortino protetto da un muretto e vetri oscurati: questa cooperativa nasce dalle ceneri de La Cascina, fondata negli anni 70 da Comunione e Liberazione: era l’avamposto più importante del potere e del cooperativismo di CL, dove si è mossa sempre tenendo saldi rapporti con la politica, per anni ha finanziato economicamente sia il PDL che il PD, con un occhio di riguardo ai ciellini doc come Maurizio Lupi.
Poi però nel 2015 è arrivata l’inchiesta mafia capitale che ha svelato le pericolose relazioni tra La Cascina e il mondo di mezzo di Massimo Carminati costringendo i vertici della coop a patteggiare in Tribunale per corruzione.
Filippo Miraglia è il responsabile di ARCI immigrazione e conosce bene questa storia: con la condanna non finisce l’esperienza de La Cascina perché compare spesso assieme a Medihospes nelle gare in giro per l’ITalia (per gli appalti nella gestione dei migranti), “di fatto è una derivazione, anche se adesso Medihospes è diventata una organizzazione molto più grossa nella gestione dell’accoglienza.”
Così, se l’immagine de La Cascina è stata bruciata dall’inchiesta Mafia Capitale, le attività del gruppo continuano sotto le insegne di altre aziende satellite, come Medihospes appunto, presieduta da Camillo Aceto, dirigente ciellino. Sotto la sua direzione è diventata un colosso nell’accoglienza dei migranti: secondo il rapporto di Open Polis, Medihospes gestisce circa l’80% delle strutture ricettive destinate ai richiedenti asilo. Così se nel 2015 fatturava 26 ml di euro, nel 2022 grazie soprattutto ai finanziamenti statali è arrivata ad incassare 127 ml di euro.
C’è un rapporto stretto tra prefettura di Roma e Medihospes?
Sicuramente è il principale gestore sul territorio romano, e la gara d’appalto per la gestione dei centri in Albania è stata gestita proprio dalla prefettura capitolina.
Grazie a questo appalto
in Albania nei prossimi cinque anni il bilancio di Medihospes crescerà di altri 133ml di euro. Il segreto del successo di questa cooperativa lo può spiegare il presidente: alla richiesta di una intervista da parte del giornalista ha risposto al telefono che è meglio di no, “essendoci una procedura di gara in corso”.
Il giornalista Fabrizio Gatti aveva raccontato un un servizio su l’Espresso della situazione del centro per migranti di Foggia gestito dalla Medihospes, ma nonostante questo tutto andrà avanti, in Italia e anche in Albania.

L’Albania non è il paese del narcotraffico: di fronte allo stato maggiore del partito, la presidente Meloni si è lanciata contro Report, invece di ringraziare l’Albania che accoglie (a pagamento) i migranti, il servizio pubblico ha fatto un linciaggio su Edi Rama e su questo paese..
Ma l’allarme sull’Albania lo lanciano in tanti, compreso Francesco Giubilei che sul Giornale descriveva questo paese come “narco stato”, stesso giudizio di Zemour, compagno di gruppo in Europa di Meloni.

Così si arriva all’intervista riparatoria, che forse non è stata riparatoria: nella precedente inchiesta Report aveva raccontato dei rapporti tra membri del governo con esponenti della mafia albanese.
Il potere della mafia albanese è cresciuto, ha ammesso il premier, perché è una mafia internazionale, non è più una mafia nazionale.
La mafia c’è in Albania, ma non tocca la politica, questa è l’unica ammissione di Rama che si è arrabbiato quando è stato toccato il tasto dell’inchiesta sul fratello.

Ma qual è la situazione in Albania? Basta andare in Albania e vedere quante torri sono state costruite, con quali soldi, negli ultimi anni (anni in cui sindaco era Edi Rama).
Lo scrittore Lubonja parla chiaro: per costruire questi palazzi sono stati chiamati i migliori architetti, senza tener conto dei vincoli, ma non si conosce l’origine dei soldi con cui sono stati realizzati i palazzi.
In Albania i soldi non sono arrivati dai prestiti delle banche, dei 3,7 miliardi di euro investiti in edilizia, solo 800 ml di euro arrivano dalle banche: secondo la giornalista Ola Xama i soldi sono arrivati dalla mafia, che ha riciclato i suoi soldi nell’edilizia.
No, risponde Edi Rama, i soldi sono arrivati dagli albanesi che vivono fuori dalla nazione: è finita la fase calabrese quando la ndrangheta comprava cash le case..

Ma purtroppo i dati smentiscono il premier: dall’estero, dai risparmi dei migranti, sono arrivati solo 800 ml, un po’ poco per costruire le torri avveniristiche di Tirana.
Il boom edilizio è arrivato dopo la crescita nel settore della droga delle mafie albanesi, per le tante piantagioni di mari
juana che spuntavano nel paese.
Su questo punto ha accettato di parlare l’ex ministro Ahmetaj, ex appartenente della cerchia di Edi Rama, oggi scappato in Svizzera dopo aver ricevuto delle accuse di tangenti per la costruzione di inceneritori: oggi Ahmetaj è il grande accusatore di Edi Rama, parla di un coordinamento tra le organizzazioni mafiosi su cui garantisce Edi Rama, che ha chiesto loro di interrompere la guerra.
L’ex ministro fa il nome di un imprenditore a Durazzo, Agasi: attraverso Agasi Edi Rama avrebbe rapporti coi mafiosi che incontrerebbe perfino nel suo ufficio.
Tutte queste accuse non sono mai state oggetto di procedimenti penali e di indagini: sono solo calunnie dell’ex delfino, spiega Edi Rama nell’intervista, la fonte di Report è una fonte inquinata.
Edi Rama respinge tutte le accuse, compresa quella per cui Agasi sarebbe il suo uomo ombra (come scrivono anche dei media albanesi di opposizione), “solo una vendetta di uno che ha perso il posto”.

Ci sono poi i rapporti tra imprenditori italiani e l’Albania: sono imprenditori vicini all’avvocato Agaci, che come professionista aveva difeso dei narcotrafficanti albanesi.
Nel passato servizio di Report si parlava di un ruolo da mediatore tra Agaci nell’acquisto di un terreno da parte di un ufficiale della Dia che lavorava in Albania.
Agaci ha molti amici in Italia, compreso Massimo D’Alema: “uno dei più grandi statisti del dopo guerra fredda”, il rapporto tra Edi Rama e D’Alema è cresciuto negli anni in cui era presidente del Consiglio.
Secondo l’ex vicepremier Ahmetaj però D’Alema è prima di tutto un lobbista: in Albania c’è una sua azienda che offre servizi di consulenza alle aziende che vogliono lavorare in questo paese.
Come si concilia il vecchio Marx con l’attività di lobbying in favore delle imprese? “Non è il luogo per le domande” la risposta di D’Alema.
Non ci sarebbe nulla da nascondere, basterebbe un minimo di trasparenza: spiegare come mai abbia aperto in Albania una società simile a quella che aveva già in Italia, se è vero che faccia consulenza per società che si occupano di criptovalute..
Di criptovalute si occupa Consulcesi, società fondata da un ex socio di D’Alema, Massimo Tortorella: nel 2019, D’Alema e Rama tennero insieme a battesimo l’avvio delle attività a Tirana di Consulcesi Tech, partecipando a un convegno sulle blockchain.

Casualmente il governo Rama ha reso obbligatoria la formazione dei medici, proprio un settore in cui lavora Consulcesi.

Oltre a D’Alema, anche il ministro per le imprese Urso qualche anno fa è sbarcato a Tirana. Nel 2015, come aveva rivelato Report, l’attuale ministro faceva consulenza per le aziende dell’imprenditore Becchetti, il proprietario della TV albanese Agon Channel.
Becchetti è un criminale condannato dalla legge albanese – è stato il commento di Edi Rama.

Dopo essere caduto in disgrazia in Albania Francesco Becchetti sostiene di aver perso non solo l’appoggio professionale ma anche l’amicizia di Adolfo Urso, che proprio in quel periodo avrebbe instaurato un rapporto di grande cordialità e intesa col primo ministro albanese.
Ad un commento su questa vicenda il ministro se l’è cavata rispondendo “io sto sempre dalla parte dell’Italia”.
Fino a
d una decina di giorni prima del giuramento da ministro, Adolfo Urso era proprietario della Italian World Services, poi ceduta al figlio Pietro: si tratta di una società che effettua operazioni di lobbying per le aziende. Becchetti a Report racconta dell’idea che si è fatta (sul perché sia starto abbandonato da Urso), su quello che chiama abbandono di Urso: “se lei prende e valuta gli interessi che ci sono state in campo, le imprese italiane che sono state accompagnate da Rama..” che è la mission della società della famiglia Urso.

Il figlio del ministro risulta intestatario della Asigest Broker Albania, che sembra legata ad una società italiana in un settore (broker assicurativo) di cui si occupa Urso.
Pietro Urso accompagna le aziende che vogliono investire in Albania, è anche titolare di una socitù che si occupa di brokeraggio, ha la sede in un hotel assieme al suo socio, Canaj, che vanterebbe entrature politiche. Qui entra in gioco un ex parlamentare, Gaci: dall’anticipazione del servizio pubblicata da Alessandro Mantovani sul Fatto

Altri italiani, racconta Report, fanno affari in Albania. Un filo rosso collega Pietro Urso, a capo di una società di lobbying – Italian World Service – dalla quale il padre Adolfo si è sganciato prima di assumere l’incarico di ministro del Made in Italy, al potente ex politico albanese Artan Gaci e allo stesso Rama. Ne parla a Report Francesco Becchetti, il discusso imprenditore romano che aprì il canale Agon Tv a Tirana, fu condannato a 17 anni in Albania e ora però reclama 135 milioni di euro dal governo albanese sulla base di un lodo arbitrale internazionale.

Alla Camera di commercio albanese Urso jr. risulta titolare della Asigest Broker Albania, nome simile all’italiana Asigest Broker spa che opera nel settore assicurativo di competenza del ministero del Made in Italy, un tempo dello Sviluppo economico e guidato appunto da Urso padre. Nella Asigest albanese c’è anche un’altra società di Tirana, la Generate, di proprietà di un certo Andi Canaj, socio anche di altri italiani sulle due sponde dell’Adriatico. Ha conosciuto Pietro Urso, ha spiegato a Report, “con amici… comuni”. Mentre Urso jr. dice di non conoscere il socio. Misteri. Canaj è legato a Gaci: è “suo dipendente” ha confermato a Report. Del resto usa un indirizzo mail di Atcc, società di Gaci.

Non è uno qualsiasi, Gaci. Socialista, vicino al primo ministro, già parlamentare e presidente della commissione di amicizia italo-albanese e marito dell’ex ministra degli Esteri di Rama, Olta Xhacka. Gaci stava costruendo un resort di lusso da oltre 5 milioni di euro a pochi metri dal mare, a Sud di Valona, ma l’operazione è finita al centro di un’inchiesta per corruzione e il cantiere è stato sequestrato dalla magistratura albanese. La spiaggia di fronte è stata concessa in uso esclusivo dal governo, di cui faceva parte la moglie di Gaci, alla società Agtcc Hotel Manager di un uomo legato all’ex politico. Che ha sede allo stesso indirizzo di Generate, la società di Canaj che a sua volta è socia di Pietro Urso.

VERITÀ NASCOSTE PER GIULIO REGENI Di Daniele Autieri

Passano dieci giorni tra la scomparsa di Giulio Regeni e il suo ritrovamento: il governo italiano, secondo quanto racconta l’ex ambasciatore Massari, sarebbe stato informato il 28 gennaio 2016, quando il ricercatore era torturato dai servizi egiziani.
Ma il governo egiziani ha sempre negato le responsabilità: Report ha raccolto una testimonianza di un testimone che invece li inchioda alle loro colpe.
All’ambasciata sanno che Regeni potrebbe essere nelle mani dei servizi, sebbene i dinieghi ricevuti.
Dopo la scomparsa di Regeni, i servizi italiani e americani si mettono in contatto con la American University per fare delle ricerche, appoggiandosi ad un generale egiziano Ebeid.
Ma in quelle ore, come ha ricostruito Report analizzando le tracce del cellulare del professor Gervasio, si apre un canale parallelo di ricerca che vede come protagonista una donna, Zena Spinelli, che vantava vaste conoscenze in Egitto.
Un funzionario dell’ambasciata italiana in Egitto ha raccontato tutta questa storia a Report: leggendo questi messaggi si capisce che c’è stata una seconda partita coi servizi che avevano tagliato fuori Massari.
Zena Spinelli venne a sapere del ritrovamento del cadavere di Regeni poco dopo l’incontro tra la ministra Guidi e Al Sisi.
Lo stesso giorno in cui il direttore dell’Aise Manenti era volato a Il Cairo per incontrare il suo omologo egiziano: secondo la testimonianza del funzionario dell’ambasciata italiana, i servizi italiani avrebbe visto Giulio Regeni, non si capisce se vivo o già morto, e hanno chiesto agli egiziani di restituire il corpo.
Il 13 febbraio l’ambasciatore convoca il funzionario e spiega come il loro lavoro, fare pressioni al governo egiziano per metterli di fronte alle loro responsabilità, debba essere interrotto. Meglio non andare oltre – ha commentato Sigfrido Ranucci in studio – anche in nome della ragione di stato.
Ragione di Stato che ha portato, purtroppo, a riconoscere l'Egitto come paese sicuro ovvero un paese che non viola i diritti umani, con un decreto voluto dalla presidente Meloni. 
Nonostante le torture sul corpo di Regeni portino la firma dei servizi egiziani. Nonostante il messaggio mostrato dal funzionario dell'ambasciata, che gli sarebbe arrivato dalla lobbista Spinelli, "Regeni non l'abbiamo noi, ma è ancora vivo".

Se arrivi, come migrante, dall'Egitto, diventerà impossibile ottenere l'asilo in Italia, mentre si verrà mandati in Albania, per riempire i centri migranti. 

GLI IRRESPONSABILI DEL NAUFRAGIO Di Rosamaria Aquino

Paolo è stato testimone della tragedia di Cutro: a mio figlio cosa racconterò, si chiede?

Report stasera si è occupata della morte dei 94 migranti a Cutro: erano famiglie che scappavano dall’Afghanistan in maggior parte, partendo col barcone dalla Turchia.
È stata solo colpa del cattivo tempo? Si poteva fare qualcosa per salvare queste persone, non solo un carico residuale? Quella notte sulla spiaggia di Cutro c’erano solo 3 pescatori, tra cui Paolo: la barca era ferma a 60 metri dalla riva, prima di sfracellarsi. LA guardia costiera sapeva di quella nave, sapeva di quelle persone, ma non fu chiamata in soccorso e la mattina dopo erano lì a raccogliere i corpi.
Ma, come racconta l’avvocato delle vittime del naufragio, a sapere della posizione della nave c’era anche la guardia di finanza e l’aereo di Frontex che stava sorvolando lo Ionio.
I dati della nave erano analizzati dagli analisti di Frontex a Varsavia: non era un peschereccio, era stato rilevato del calore attorno alla nave, era stata classificata come in una situazione di non rischio, sebbene in mare ci fossero onde alte.
Ma per capire quale fosse la situazione in mare Report ha intervistato un superstite della nave: nel pomeriggio del 25 la situazione del viaggio è iniziata a peggiorare, quando l’acqua è iniziata ad entrare dentro, creando il panico a bordo.

La barca non era in pericolo ma la situazione del mare stava peggiorando, conferma la mediatrice di Frontex in UE Emily O’Reilly: la scelta di non intervenire in soccorso della barca è stata una scelta politica.
Dunque Frontex sapeva, le autorità italiane sapevano, perché informate da Frontex, perché nel quartier generale di Varsavia erano presenti due ufficiali italiani: nessuno era autorizzato ad intervenire senza il consenso degli stati membri, cioè noi.
L’Italia ha scelti di non intervenire, non ha lanciato l’allarme, il segnale SAR: perché la nave galleggiava bene, così era scritto nei rapporti di Frontex, così l’intervento diventa di polizia, ovvero per bloccare e arrestare gli scafisti.
Ma anche il pattugliatore della finanza deve tornare in porto, perché il mare è mosso e non può procedere nel suo giro: come potevano pensare che un caicco avrebbe resistito alle onde?
E se su quella nave ci fossero stati dei terroristi o dei trafficanti di droga?
Sarebbero stati fatti sbarcare?
Così la guardia costiera non è uscita (non c’era evento SAR e non è stata chiamata dalla finanza): si arriva così a ridosso del momento del naufragio, quando però era troppo tardi.

Come racconta il giornalista Bruno Palermo, dopo Cutro, tutte le operazioni sui migranti sono state di Search and Rescue, la guardia costiera è sempre uscita.
Ma allora cosa ha portato a quella decisione nel pomeriggio sera del 25 febbraio 2023?
Bisogna tornare a 8 mesi prima, il 27 giugno 2022, dalla centrale operativa della guardia costiera parte una mail a quella di Crotone dove è scritto che “a seguito di tavoli tecnici interministeriali il livello politico ha impartito nuove disposizioni tattiche ..”, la guardia costiera avrebbe potuto uscire in mare per un intervento diretto solo in caso di evento SAR (search and rescue): prima di quella mail si pensava a salvarli e poi se c’erano degli scafisti, ad arrestarli – commenta sempre Palermo – con questa mail si invertono queste due cose, li andiamo a prendere per arrestare e poi vediamo se li possiamo salvare. La mail è firmata dal capocentro di Roma Gianluca D’Agostino e fa riferimento ad un accordo tecnico del 2003 che spiega quando interviene la guardia di finanza e quando la guardia costiera. Ma perché c’è bisogno di ribardirlo?
In quella mail D’Agostino ribadiva che prima di fare un intervento di salvataggio occorreva che vi fosse stata la dichiarazione dell’evento SAR , lasciando intendere che questa dichiarazione dovesse venire dalla centrale operativa di Roma – spiega a Report una fonte anonima dentro la guardia costiera – “quella mail è una vera e propria abdicazione, se la politica ingerisce nel livello tattico crea un corto circuito di responsabilità, per cui rimane responsabile il livello tattico, ma le decisioni sono prese da un’altra parte.”
E’ stata una scelta politica – come faceva intendere la mediatrice in UE di Frontex?
“Io voglio sapere da Roma chi non ha dato l’ordine o chi ha dato l’ordine di rientro, il problema è a Roma non è a Crotone” è la richiesta dell’ex dirigente medico della polizia di Stato Orlando Amodeo.

Vittorio Aloi ha comandato la guardia costiera fino alla tragedia di Cutro: chi ha preso la decisione di non uscire quella sera – è stata la domanda posta da Report.

Il comandante non ha voluto rispondere, rimandando tutto alle scelte del comando generale a Roma: si intuisce la difficoltà nel dover rispondere a domande difficile, nel sentirsi messi in mezzo tra Roma e i tuoi uomini e il dovere di salvare le persone in mare.

Sarebbe bene togliere il discriminante tra azione di law enforcement e SAR, come riteneva fosse corretto il comandante generale della guardia costiera Carlone (anche in una audizione alla Camera nel 2017).
La commissaria europea per i diritti umani aveva chiesto di considerare ogni barcone in crisi, già dal momento della partenza: ma i tempi sono cambiati, alla fine quella sera ha deciso tutto una mail del 2022, che si rifaceva ad una norma del 2002, governo Berlusconi.

Anteprima inchieste di Report - l’intervista ad Edi Rama, Giulio Regeni e il ruolo della politica dietro Cutro

L’accordo (spot) con l’Albania – l’intervista con Edi Rama

Il presidente albanese aveva definito il servizio di Report sull’accordo tra Italia e Albania per la gestione dei migranti come uno schifo.
Giudizio a parte, aveva cercato di mettersi in contatto coi vertici Rai per lamentarsi dell’immagine data da Report: così alla fine si è arrivati a questo nuovo servizio che forse nelle intenzioni del presidente albanese dovrebbe essere riparatorio.
Forse per qualcuno quell’accordo, quei contratti, quegli appalti in Albania non sono uno schifo, ma un buon affare, coi soldi pubblici.
Chiacchiere e propaganda a parte, i fatti non possono essere nascosti: i lavori che sono indietro, l’enorme costo per il nostro paese (fino ad 1 miliardo nei 5 anni, col rischio che con una maggioranza diversa si blocchi tutto) e l’inutilità del tutto per snellire il carico in Italia dei migranti (che andranno avanti e indietro verso il nostro paese).
“Invece di ringraziarlo per avere agito in nome della solidarietà europea lo hanno linciato” urlava il presidente Meloni dal palco della conferenza programmatica di FDI – “addirittura il servizio pubblico italiano, telemeloni, ha confezionato un servizio sui centri in Albania sui quali in buona sostanza si dipingeva l’intera Albania come una sorta di narcostato. Aiutatemi per cortesia a mandare ad Edi Rama e a tutto il popolo albanese la nostra solidarietà per venire linciati solo per aver cercato di aiutare la nostra nazione”.
Così Report ha chiesto nuovamente la disponibilità del presidente Rama per una intervista, perché in occasione della prima inchiesta non aveva accettato. Ma stavolta Rama ha ricevuto nel palazzo del governo il giornalista Giorgio Mottola, con tanto di offerta di una tazza di caffè.
Dopo il siparietto sul caffè rifiutato, Mottola è tornato sul giudizio dato al passato servizio, “schifoso”: non è stato un errore di traduzione.

La scorsa settimana Report è tornato in Albania, nella vecchia base militare di
Gjader costruita negli anni settanta durante la dittatura comunista: l’area è ancora un cantiere aperto, di lavoro da fare sembra essercene ancora tanto.
I giornalisti non sono stati ammessi a visitare il cantiere (anche il deputato Bonelli ha avuto difficoltà a visitare l’hot spot di Schengjin): i lavori finiranno a novembre racconta un operaio, ma intanto i costi continuano ad aumentare se dai 39 ml di euro previsti inizialmente siamo passati a 66 ml, con l’ultimo decreto inserito nel pnrr.

A chi andranno questi soldi? Report ha scoperto che in cantiere sono presenti gli uffici temporanei di una azienda italiana che finora non era presente nei documenti resi pubblici dal governo, la Ri Group SPA: l’azienda gestirà i prefabbricati nella struttura.

Questa ditta leccese è specializzata in prefabbricati e, continua il servizio, è controllata dall’imprenditore Salvatore Tafuro, rinviato a giudizio nel 2018 in una indagine per turbativa d’asta e corruzione di alti ufficiali dell’aeronautica militare per un appalto da 1,5 ml di euro per il CIE di Foggia. Il ministero della Difesa ha però assegnato i lavori alla sua azienda per la posa dei prefabbricati nel centro albanese, per un totale di 6,5 ml di euro.
Ma tutto questo è meglio non farlo sapere agli italiani, che devono essere solo informati dalla propaganda del governo.


E chi gestirà i migranti in questi hotspot? Li seguirà una cooperativa italiana che si è già occupata di migranti nel passato: Medihospes è uno dei principali gestori in Italia, è in questo settore in nove province, ma è a Roma dove diventa il gestore più importante. La sede legale è a Roma ma il suo quartier generale è a Bari in un piccolo fortino protetto da un muretto e vetri oscurati: questa cooperativa nasce dalle ceneri de La Cascina, fondata negli anni 70 da Comunione e Liberazione: era l’avamposto più importante del potere e del cooperativismo di CL, dove si è mossa sempre tenendo saldi rapporti con la politica, per anni ha finanziato economicamente sia il PDL che il PD, con un occhio di riguardo ai ciellini doc come Maurizio Lupi. Poi però nel 2015 è arrivata l’inchiesta mafia capitale che ha svelato le pericolose relazioni tra La Cascina e il mondo di mezzo di Massimo Carminati costringendo i vertici della coop a patteggiare in Tribunale per corruzione.

Filippo Miraglia è il responsabile di ARCI immigrazione e conosce bene questa storia: con la condanna non finisce l’esperienza de La Cascina perché compare spesso assieme a Medihospes nelle gare in giro per l’ITalia (per gli appalti nella gestione dei migranti), “di fatto è una derivazione, anche se adesso Medihospes è diventata una organizzazione molto più grossa nella gestione dell’accoglienza.”
Così, se l’immagine de La Cascina è stata bruciata dall’inchiesta Mafia Capitale, le attività del gruppo continuano sotto le insegne di altre aziende satellite, come Medihospes appunto, presieduta da Camillo Aceto, dirigente ciellino. Sotto la sua direzione è diventata un colosso nell’accoglienza dei migranti: secondo il rapporto di Open Polis, Medihospes gestisce circa l’80% delle strutture ricettive destinate ai richiedenti asilo. Così se nel 2015 fatturava 26 ml di euro, nel 2022 grazie soprattutto ai finanziamenti statali è arrivata ad incassare 127 ml di euro.
C’è un rapporto stretto tra prefettura di Roma e Medihospes? Sicuramente è il principale gestore sul territorio romano, e la gara d’appalto per la gestione dei centri in Albania è stata gestita proprio dalla prefettura capitolina.

Grazie a questo appalto nei prossimi cinque anni il bilancio di Medihospes crescerà di altri 133ml di euro. Il segreto del successo di questa cooperativa lo può spiegare il presidente: alla richiesta di una intervista da parte del giornalista ha risposto che è meglio di no, “essendoci una procedura di gara in corso”.

Non accettano, dentro questo governo, di passare per quelli cinici, che godono dopo un naufragio. Se i barconi si rovesciano è colpa dei criminali senza scrupoli che il governo Meloni vuole, almeno a parole, combattere. Ne è così convinta, la presidente, da ripetere ogni volta che in Europa in tanti stanno copiando gli accordi coi paesi del nordafrica o come l’accordo Italia Albania. Quello dei cantieri ancora aperti. Dove tanti imprenditori hanno trovato un eldorado.

"Mandiamo un abbraccio al primo ministro socialista albanese che stanno massacrando solo perché ha tentato di dare una mano all'Italia".

Chi sono questi imprenditori che stanno portando avanti affari in Albania: oltre a D’Alema, anche il ministro per le imprese Urso qualche anno fa è sbarcato a Tirana. Nel 2015, come aveva rivelato Report, l’attuale ministro faceva consulenza per le aziende dell’imprenditore Becchetti, il proprietario della TV albanese Agon Channel. Dopo essere caduto in disgrazia in Albania Francesco Becchetti sostiene di aver perso non solo l’appoggio professionale ma anche l’amicizia di Adolfo Urso che proprio in quel periodo avrebbe instaurato un rapporto di grande cordialità e intesa col primo ministro albanese. Ad un commento su questa vicenda il ministro se l’è cavata rispondendo “io sto sempre dalla parte dell’Italia”.
Fino a tre giorni prima del giuramento da ministro, Adolfo Urso era proprietario della Italian World Services, poi ceduta al figlio Pietro: si tratta di una società che effettua operazioni di lobbying per le aziende. Becchetti a Report racconta dell’idea che si è fatta, su quello che chiama abbandono di Urso: “se lei prende e valuta gli interessi che ci sono state in campo, le imprese italiane che sono state accompagnate da Rama..” ovvero la mission della società della famiglia Urso.

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione del servizio e dell’intervista a Edi Rama, che respinge le accuse di corruzione sollevate dal servizio di Report

L’Albania dei narcos e gli affari di Urso jr. con gli amici di Rama

STASERA SU RAI 3 - Viaggio al di là dell’Adriatico, a pochi giorni dal (finto) spot di Meloni sui migranti

Stasera Report torna in Albania a pochi giorni dallo spot di Giorgia Meloni sui centri di detenzione per migranti. Sarà uno spot dimezzato, quello del 5 giugno. I centri delocalizzati nell’ex colonia, che il governo prometteva di aprire il 20 maggio, come sappiamo non ci sono ancora. “I lavori finiranno a novembre”, ha detto il guardiano del cantiere a Giorgio Mottola di Report. Però c’è Edi Rama, il primo ministro albanese che ha fatto l’accordo con la presidente del Consiglio italiana e ha definito “schifosa” la prima puntata della trasmissione di Sigfrido Ranucci: in una gustosa intervista, quasi un corpo a corpo, Rama respinge con sdegno l’accusa di guidare uno Stato inquinato dai denari del narcotraffico. Meloni, invece, non ha accettato di parlare con Report. O Telemeloni o niente. Intanto, ancora ieri, mandava “un abbraccio” a Rama e ricordava che altri 14 Paesi dell’Unione europea sono pronti a seguire l’Italia nella delocalizzazione dei migranti.

Ma l’Albania parla da sola. Nella Tirana dei grattacieli, dove Rama era sindaco prima di essere premier, ogni tre torri ce n’è una sotto inchiesta per corruzione o presunti legami col narcotraffico. E il 60% dei 3,7 miliardi di euro di investimenti immobiliari del 2023, spiega Report con l’aiuto di Ola Xama che è una giornalista economica albanese, non proviene dal circuito bancario e non è, quindi, tracciato. Quanto ai centri di detenzione italiana, i costi sono passati da 39 a oltre 65 milioni: uno sproposito per 3.000 posti. L’appalto per il posizionamento dei prefabbricati a Gajder l’ha vinto Ri Group Spa, ditta leccese che fa riferimento a Salvatore Tafuro, rinviato a giudizio nel 2018 e poi prescritto nel 2019 per turbativa d’asta e corruzione di alti ufficiali dell’aeronautica militare in relazione al centro di identificazione di di Foggia. L’appalto per la gestione, con un ribasso del 4,9% che lo porta a 134 milioni di euro in 4 anni, è andato a Medihospes. È un colosso del settore, legato a La Cascina, la storica cooperativa di Comunione e Liberazione che ha prosperato per decenni finché i suoi dirigenti non hanno patteggiato per corruzione nell’inchiesta nota come Mafia capitale anche se poi non era mafia. Medihospes è il principale gestore di centri per migranti a Roma, ne gestisce anche altrove e le condizioni disumane in cui vivevano gli stranieri nel suo centro di Foggia furono documentate da Fabrizio Gatti sull’Espresso.

La scheda del servizio: LA CAMPAGNA D’ALBANIA

Di Giorgio Mottola

Consulenza Thimi Samarxhiu

Collaborazione Greta Orsi

Dopo la precedente inchiesta sull’accordo tra Italia e Albania sui migranti, Report e’ stata fortemente criticata da due presidenti del Consiglio: quello italiano, Giorgia Meloni, e quello albanese, Edi Rama. Nonostante ciò, prosegue il nostro viaggio sull’altra sponda dell’Adriatico dove abbiamo raccolto nuove prove e testimonianze dell’ingerenza nella politica e nell’economia albanese delle organizzazioni mafiose, arrivate a condizionare le più alte sfere istituzionali. L’Albania negli ultimi anni è diventata terreno di conquista anche di politici ed ex politici italiani a caccia di affari. Report rivela come un ex presidente del consiglio italiano e un attuale ministro hanno messo in piedi a Tirana proprie attività nel settore della consulenza istituzionale e del lobbismo, conseguendo ottimi risultati. Risultati che finora non può invece vantare la missione italiana sbarcata in Albania per la costruzione dei centri che ospiteranno i migranti. L’inizio delle attività era previsto per il 20 maggio, ma, da quello che abbiamo scoperto visitando i cantieri, non se ne parlerà prima di novembre. Intanto le spese continuano ad aumentare e quasi tutti gli appalti sono stati già assegnati. Cominciano così a spuntare fuori i nomi di aziende coinvolte in indagini per corruzione e turbative d’asta o legate all’inchiesta Mafia capitale. Sulla questione dell’accordo con l’Italia, la forte pressione mafiosa e gli interessi dei politici italiani in Albania, il primo ministro albanese Edi Rama ha rilasciato per la prima volta un’intervista a Report.

Cosa non è stato fatto in Italia nei giorni del rapimento di Giulio Regeni

Report, leggendo i messaggi scambiati tra Il Cairo e Roma, nei giorni del rapimento Regeni, aveva scoperto che l’allora presidente Renzi era stato informato di quanto era successo ben prima del 31 gennaio, il 28 gennaio tramite una comunicazione criptata inviata in Italia dall’ambasciatore a Il Cairo Maurizio Massari.
Il nuovo servizio di Daniele Autieri cercherà di ricostruire nuovamente quanto successo in quei giorni di fine febbraio 2016, per capire se si è veramente fatto tutto per salve il ricercatore italiano.

Una cosa è certa: sul corpo di Giulio Regeni sono stati trovati i segni di torture riconducibili ai servizi egiziani, la firma è loro, lo sostiene anche la donna individuata dall’American University per sostenere Giulio nelle sue ricerche. È la stessa donna che lo presenta ad Abdallah, il sindacalista che lo avrebbe tradito indossando una telecamera nascosta su richiesta dei servizi.
Hoda Kamel, il nome di questa donna che lavora per un centro di diritti civili, in un video inedito racconta ai genitori di Giulio di come la verità la conosce solo il circolo ristretto del potere, attorno al regime, “perché è stato torturato in modo professionale, è la tecnica della polizia e dell’intelligence, non c’è nessuno fuori dalla polizia che può fare quello che han fatto a Giulio. Ancora adesso la società civile in Egitto ha un enorme problema. Ieri hanno arrestato una donna a capo di una organizzazione e l’hanno accusata di tre reati gravi. Queste accuse potrebbero portarla a una condanna a vita..”
Accuse indiscriminate, violenza politica, torture sembrano ancora all’ordine del giorno e portano la firma della polizia e della National Security la longa manus del presidente Al Sisi negli appartati di sicurezza che controllano il paese.

La scheda del servizio: VERITÀ NASCOSTE PER GIULIO REGENI

Di Daniele Autieri

Collaborazione Federico Marconi

Nei giorni in cui il mondo si chiedeva dove fosse Giulio Regeni, qualcuno – ai più alti livelli delle istituzioni – sapeva. È questa la verità che emerge da alcuni documenti inediti e dal racconto di un super testimone che per la prima volta dopo otto anni ha deciso di parlare e lo fa a Report.

Dalla scomparsa di Giulio Regeni, il 25 gennaio del 2016, al ritrovamento del suo corpo senza vita passano dieci giorni. Dieci giorni nel corso dei quali le istituzioni italiane si muovono ai livelli più alti, dal Presidente del Consiglio al direttore dell’Aise, il nostro servizio segreto estero, senza però riuscire a salvare il ragazzo. Negli stessi giorni, mentre il ricercatore italiano viene torturato, il governo egiziano nega ogni responsabilità e in più occasioni ripete di non sapere che fine abbia fatto Giulio Regeni. Lo ribadisce ad esempio al Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni e all’Ambasciatore d’Italia al Cairo Maurizio Massari.

Questa è la verità sostenuta fino a oggi, la stessa verità incardinata nel processo che si sta celebrando a Roma nei confronti dei quattro ufficiali della National Security, il servizio segreto militare egiziano, accusati a vario titolo di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni. Ma il racconto ufficiale corrisponde davvero a quanto accaduto in quei giorni?

La tragedia di Cutro e le responsabilità italiane

Cosa è successo quella notte del 25 febbraio 2023 di fronte alla coste italiane a Cutro? Report ricostruisce la catena di eventi che hanno portato al mancato soccorso in mare della barca dove erano stipati profughi afgani.
Come mai non è uscita la capitaneria di Porto, che poteva andare a soccorrerli prima che la nave sbattesse sulla secca sfasciandosi? Era sempre uscita dal porto di Crotone per salvare i migranti in qualsiasi condizione di mare e a qualsiasi distanza, spiega a Report il giornalista Bruno Palermo, “ma qualcuno quella notte doveva chiamare la capitaneria di porto e non l’ha chiamata”.
Se quei migranti avessero avuto la pelle di un altro colore – aggiunge l’avvocato Bertone, legale delle vittime del naufragio – “se fossero stati duecento canadesi, duecento americani, avrebbero fatto la stessa scelta”.
Report ha ascoltato Manuelita Scigliano che a Crotone, assieme ad altri volontari, accorre immediatamente al palazzetto dello sport per dare sostegno alle famiglie delle vittime del naufragio di Cutro: “erano famiglie che scappavano la maggior parte dell’Afghanistan, quindi erano passati dai campi profughi in Pakistan, Turchia. Già in tarda notte vedevano le coste italiane, quindi hanno iniziato a chiamare, a mandare foto, mandare video ai familiari.. erano pronti a scendere”.

Ma quella barca è stata vista dagli aerei di Frontex , è stata vista anche da personale italiano che, dentro questa struttura, si occupa dei rapporti con gli stati membri tra cui l’Italia. Frontex sapeva che stava per arrivare cattivo tempo, come lo sapeva la capitaneria di porto: lo spiega bene a Report la mediatrice UE Emily O’Reilly che ha indagato il ruolo di Frontex nel caso del naufragio della nave Adriana, avvenuto in Grecia 4 mesi dopo il quello di Cutro. In quel caso l’aereo di Frontex ha chiesto alla guardia costiera greca se potessero intervenire, quando è tornata sul mare, dopo un rifornimento, la barca non c’era più perché affondata e 600 persone erano annegate.
Frontex non può intervenire, ma può mandare un segnale di soccorso e nel caso della nave Adriana in Grecia, come nel caso di Crotone non lo ha fatto: la barca non era immediatamente in pericolo, eppure sapevano che il tempo stava per peggiorare: “ancora una volta, tutta questa storia, è una storia politica”.

Il portavoce di Frontex conferma a Report di aver comunicato all’Italia le condizioni meteo della sera del 25 febbraio, erano tutti consapevoli di quello che stava succedendo, anche gli operatori italiani che lavorano nella sala di monitoraggio, uno della Guardia di Finanza e uno della Guardia Costiera, i cui nomi non sono stati comunicati ai giornalisti per privacy.
Queste due persone sono un canale di collegamento con le autorità italiane con cui condividono tutte le informazioni di cui Frontex è in possesso: “spetta alle autorità italiane decidere come agire se considerare l’operazione come una operazione di ricerca e salvataggio o una operazione di polizia.”
Una questione politica dunque: eppure nella conferenza stampa a Cutro il presidente Meloni aveva detto chiaramente “Qualcuno qui ritiene che le autorità italiane non abbiano fatto qualcosa che potevano fare? ” riferendosi alla scelta di non far intervenire la guardia costiera ma classificare l’intervento come operazione di polizia.

La giornalista di Report che ha curato il servizio, Rosamaria Aquino, è andata fino in Belgio a sentire un sopravvissuto della tragedia, per capire quali fossero le condizioni della barca quella notte. Mohamed è un ragazzo palestinese, nel 2021 è partito da Gaza attraversando l’Egitto, la Turchia da cui si è imbarcato per l’Italia: a Report racconta della situazione a Gaza, senza scuole e ospedali, “volevo una vita diversa e mi sono messo in viaggio, eravamo in duecento persone tutti uno sull’altro, persino sedersi era un problema. Ricordo il pianto dei bambini, costante. Per quattro giorni abbiamo mangiato datteri e acqua, quello che c’era da mangiare lo davamo soprattutto a loro [i bambini]”.
Chi li stava aspettando in Italia? “L’accordo era che dovevano lasciarci in un porto e consegnarci alla polizia per chiedere l’asilo, eravamo tutti stipati sotto coperta, ci hanno fatto uscire solo dopo due giorni e mezzo, e solo per due ore per prendere aria. Nemmeno l’ultimo giorno ce lo hanno permesso, quando stavamo arrivando e stavamo festeggiando, poi il tempo è cambiato.”
Da quando eravate in pericolo?
“L’ultimo giorno, già dalle 3 del pomeriggio quando abbiamo iniziato ad avvicinarci è diventato molto pericoloso, entrava acqua dalla finestra della barca, perché le onde erano molto alte, faceva molto freddo, sono state ore di terrore..”
In queste ore le autorità italiane avrebbero potuto gestire la situazione in modo diverso?
Torna sul punto il giornalista Bruno Palermo: dopo Cutro la guardia costiera è sempre intervenuta per operazioni di search and rescue (non di polizia) per portare a terra persone che rischiavano di affogare. Ma allora cosa ha portato a quella decisione nel pomeriggio sera del 25 febbraio 2023?
Bisogna tornare a 8 mesi prima, il 27 giugno 2022, dalla centrale operativa della guardia costiera parte una mail a quella di Crotone dove è scritto che “a seguito di tavoli tecnici interministeriali il livello politico ha impartito nuove disposizioni tattiche ..”, la guardia costiera avrebbe potuto uscire in mare per un intervento diretto solo in caso di evento SAR (search and rescue): prima di quella mail si pensava a salvarli e poi se c’erano degli scafisti, ad arrestarli – commenta sempre Palermo – con questa mail si invertono queste due cose, li andiamo a prendere per arrestare e poi vediamo se li possiamo salvare. La mail è firmata dal capocentro di Roma Gianluca D’Agostino e fa riferimento ad un accordo tecnico del 2003 che spiega quando interviene la guardia di finanza e quando la guardia costiera. Ma perché c’è bisogno di ribadirlo?
In quella mail D’Agostino ribadiva che prima di fare un intervento di salvataggio occorreva che vi fosse stata la dichiarazione dell’evento SAR , lasciando intendere che questa dichiarazione dovesse venire dalla centrale operativa di Roma – spiega a Report una fonte anonima dentro la guardia costiera – “quella mail è una vera e propria abdicazione, se la politica ingerisce nel livello tattico crea un corto circuito di responsabilità, per cui rimane responsabile il livello tattico, ma le decisioni sono prese da un’altra parte.” E’ stata una scelta politica – come faceva intendere la mediatrice in UE di Frontex?
“Io voglio sapere da Roma chi non ha dato l’ordine o chi ha dato l’ordine di rientro, il problema è a Roma non è a Crotone” è la richiesta dell’ex dirigente medico della polizia di Stato Orlando Amodeo.

La scheda del servizio: GLI IRRESPONSABILI DEL NAUFRAGIO

Di Rosamaria Aquino

Collaborazione Chiara D’Ambros, Alessia Marzi

Il naufragio a largo della spiaggia di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, ha sconvolto l'opinione pubblica mondiale. Novantaquattro morti, tra cui donne e tantissimi bambini, hanno perso la vita nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 dopo uno schianto su una secca. Su quella spiaggia però, nonostante il caicco proveniente dalla Turchia fosse stato avvistato molte ore prima, c'erano solo tre ignari pescatori che si sono trovati di fronte a un'immane tragedia, dovendo recuperare i vivi e i morti con le sole proprie forze. Da quante ore le istituzioni europee e quelle italiane, presenti nel quartier generale di Frontex a Varsavia, avevano visto la barca? Chi doveva dare l'allarme e chi materialmente intervenire tra Guardia di finanza e Guardia costiera? Report ripercorre le ore precedenti al naufragio e, tramite interviste ai protagonisti, ricostruisce la catena di decisioni che sono state prese quella notte a tutti i livelli.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

30 maggio 2024

Brescia 28 maggio 1974 - il discorso del sindacalista contro il ritorno del fascismo

Manlio Milani, mentre soccorre la moglie Livia morente, per la bomba in piazza della Loggia

Normalmente, del discorso che il sindacalista Castrezzati stava pronunciando dal palco di piazza della Loggia quel 28 maggio 1974, si riportano solo le ultime parole "a Milano ...". Poi si sente il rumore dello scoppio della bomba, messa da esponenti di  Ordine Nuovo, che non avevano agito isolati consapevoli delle coperture nello Stato e perfino dentro la Nato (leggete il servizio pubblicato da Repubblica qualche anno fa).

Ma l'intero discorso è veramente molto interessante e anche attuale, perché parla del ruolo ambiguo del Movimento Sociale e di Almirante: il partito da cui è nato l'attuale partito che governa il paese e il segretario di quel partito che il presidente Meloni ancora considera suo riferimento politico.

L'intero discorso è stato pubblicato qui e andrebbe riletto attentamente anche oggi (grazie al sito Casa della Memoria):

Amici e compagni lavoratori, studenti. Siamo in piazza perché, in questi ultimi tempi, una serie di attentati di marca fascista ha posto la nostra città e la nostra città provincia all’attenzione preoccupata di tutte le forze antifasciste. E le preoccupazioni sono tante più acute ove si tenga conto che la macchina difensiva delle istituzioni democratiche della repubblica sia messa in moto solo dopo che alcune fortuite circostanze hanno rivelato l’esistenza di un’organizzazione eversiva ampiamente finanziata e dotata di mezzi micidiali sufficienti comunque a creare il terrore e sbandamento. Il drammatico episodio di Piazza Mercato ha imposto un colpo di acceleratore nelle indagini sulle trame nere. Sono così venuti alla luce uomini di primo piano, già legati alla Repubblica di Salò che hanno rapporti con gli attentatori di Piazza Fontana e del direttissimo Torino-Roma, con il disciolto gruppo di ordine nuovo risolto poi sotto la sigla di Ordine Nero, con le squadracce d’azione Mussolini e con il Movimento d’Azione Rivoluzionaria, con le organizzazioni “La Rosa dei Venti” e “Riscossa” e con lo stesso Movimento Sociale Italiano. Si scopre così un fortino alla periferia della città, una sorta di campo di addestramento messo a disposizione dall’ingegnere di Collebeato, ufficialmente povero in canna, ma in realtà accasato una villa principesca. Vengono pure alla luce bombe, ami, tritolo, esplosivi di ogni genere, perfino cannoncini, anche se rudimentali. Qualcosa di più di quanto non sappiano mettere insieme quattro ragazzini esaltati dalla droga di ideologie assurde, ai quali viene cinicamente affidata l’esecuzione di attentati che spesso falliscono e si ritorcono come boomerang contro gli inesperti bombardieri. Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente da chi ha mezzi ed obiettivi precisi. Si vogliono, cioè, sovvertire le istituzioni democratiche della nostra Repubblica nate dalla Resistenza. A questo fine si strumentalizzano i giovani, le loro menti vengono imbottite di droga che sconvolge ogni valore universalmente accolto. Così si attenta alla vita umana che è un diritto naturale, si innescano ordigni esplosivi contro le sedi di partiti, di sindacati, di cooperative col proposito di intimidire. Il propellente per queste imprese banditesche è ancora una volta l’ideologia fascista. All’insegna del nazionalismo e del razzismo, la Repubblica di Salò ha intruppato nelle brigate nere giovani, spesso ancora adolescenti, inviandoli alla carneficina mentre deliranti e farneticanti urlavano slogan insensati. Oggi ancora si insiste su questa strada approfittando dell’inesperienza; ed è così che i mandanti, i finanziatori dell’eversione possono seminare distruzione e morte senza scoprirsi, possono camuffare le loro trame con tinte diverse da quella nera, come avvenuto per l’attentato di Piazza Fontana o del treno Torino-Roma, oppure, come avviene in ogni parte del mondo quando si vogliono soffocare le aspirazioni di progresso, di giustizia e di democrazia dei popoli. i titoli dei giornali dell’immediato dopoguerra mettevano ripetutamente in evidenza che a pagare per le colpe, per i misfatti, per i crimini del Fascismo erano normalmente i meno responsabili. Gli stracci così venivano definiti punto ed è a me che sembra che la storia si ripeta e cioè che anche oggi si scavi, non si scavi in profondità, che non si affondi il bisturi risanatore fino alla radice del male. La nostra Costituzione, voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista; eppure il movimento sociale italiano vive e vegeta. Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della Repubblica Sociale Italiana ordiva fucilazioni e ordinava spietate repressioni, oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale. A Milano…[SCOPPIO DELLA BOMBA]…

Fermi…..state fermi……compagni e amici state fermi…..calma….compagni e amici state fermi….state calmi….state all’interno della piazza….il servizio d’ordine faccia cordone…..intorno alla piazza…..state all’interno della piazza…all’interno della piazza….lavoratori state all’interno della piazza…il servizio d’ordine…state calmi…state calmi…state calmi…invitiamo tutti a portarsi sotto il palco….venite sotto il palco….lavoratori venite sotto il palco…il servizio dell’ordine…venite sotto il palco….lavoratori venite sotto il palco….state calmi…vi preghiamo di venire sotto il palco…lasciate posto alla croce bianca.