Penso che già il nome Italicum non porti bene: a me fa venire in mente l'Italicus (ma è deformazione storica), o anche Titanic (e non è che porti bene).
Del resto nel passato, chi ha proposto riforme di leggi elettorali è stato poi penalizzato alle successive elezioni (anche se il Porcellum è stato fatto (a maggioranza da quelli che oggi si lamentano delle riforme fatte a maggioranza) per danneggiare la vittoria di Prodi, non è detto che l'Italicum porterà alla vittoria di Renzi.
Certo, l'alta soglia di sbarramento costringerà le formazioni piccole a sinistra ad entrare nel Pd o perdersi.
Ma lo stesso vale dall'altra parte: tutti assieme, gli orfani di B. potrebbero superare il partito di Renzi (per dirla alla cuperlo).
Di certo c'è che non sapremo ancora chi verrà eletto né potremmo scegliere i nominati (certo ci sono le primarie, ma anche quelli eletti nei listini blindati e i partiti che le primarie non le fanno).
L'unica cosa certa è l'IMU, che è viva è lotta insieme a noi.
Non solo la tassa sulla casa, che rimane in altre vesti, ma la mini Imu per i comuni che hanno alzato le aliquote l'anno passato.
Per cercare di toglierla di mezzo il governo ha cercato di grattare il fondo del barile. Richiedendo i soldi agli insegnanti che avevano ottenuto un aumento (che esosi).
Come il governo Monti, anche Letta si sta dimenticando dei fondamentali (in senso negativo) del paese Italicum.
Uno ce lo ha ricordato Iacona lunedì scorso: il controllo di grossi pezzi del territorio da parte della criminalità organizzata, che entra nell'economia, pretende il pizzo, si compra pacchetti di voti.
Con la compiacenza della politica e con la burocrazia dello Stato che strozza chi decide di collaborare con la giustizia.
L'altro antifondamentale che nessun governo vuole affrontare è quello dell'evasione: notizia di questi giorni, la maxi evasione di donna Armellini, proprietaria (ad insaputa dello stato) di qualche migliaio di apparmenti. Tasse non pagate allo stato per 190 milioni.
Considerando che questo governo (quello che ha invertito la tendenza) ha messo solo 150 milioni nel fondo per l'università, fatevi voi i conti.
Lo stato italiano non ha incassato, in 10 anni, 545 miliardi di evaso accertato: non sono bruscolini, se anche riuscissimo a mettere le mani su un 10%, sarebbe tanto.
Non credo che gli italiani riusciranno ad appassionarsi molto allo scontro Renzi-partitini, Cuperlo chi e alle altre tante proposte di riforma.
Nessuno io mi chiamo; nessuno è il nome che mi danno il padre e la madre e inoltre tutti gli amici
22 gennaio 2014
20 gennaio 2014
Quel patto con lo stato
Ad ogni arresto eccellente, ad ogni operazione contro la mafia che
finisce sui giornali c'è sempre qualche ministro, o politico, che se
ne prende il merito.
Come se i mafiosi li arrestassero loro, i mafioso: se fossero loro a coordinare le indagini, ad ascoltare ore di intercettazioni (quelle che danno fastidio quando riguardano uno di loro), a passare ore in attesa dell'azione.
La lotta contro la mafia è frutto del lavoro di tante persone, dentro le forze dell'ordine, dentro la magistratura. E perfino dentro la società civile, quella che alla mafia, non si rassegna proprio.
Verrebbe da dire, in risposta a quel ministro del nord che ad ogni arresto eccellente squadernava cifre, che quelle operazioni contro cosa nostra, la camorra, i casalesi sono riuscite nonostante il lavoro della politica. Che taglia i mezzi, che cerca di rendere sempre più impossibili le intercettazioni, che intrappola dentro la burocrazia la gestione dei beni confiscati alla mafia. Che fa leggi a favore la corruzione, l'evasione, il voto di scambio, il riciclaggio (per non dire dell'autoriciclaggio, del tutto assente nel nostro codice penale). Tutti reati satelliti del 416 bis.
E poi ci sono i pentiti: è anche grazie al lavoro dei pentiti che si è riusciti a combattere la mafia, comprendendone i meccanismi, i modi di operare, le gerarchie, le alleanze, le coperture.
Senza Buscetta (e gli altri boss della mafia perdente), il boss dei due mondi, né Falcone né Borsellino e tutto il pool avrebbero mai potuto istruire il maxi processo a cosa nostra.
Lo stato, in cambio del pentimento, delle rivelazioni dei segreti, ha concesso loro una nuova vita, una nuova identità. Ci sono stati sicuramente degli abusi: mi viene in mente quanto raccontava Gianni Palagonia nel suo libro “Il silenzio”, quando molti e mafiosi approfittarono dell'offerta dello stato per fare la bella vita. Mentre i poliziotti rischiavano la loro per poche lire.
Ma senza il contributo dei collaboratori di giustizia, non ci sarebbe verso di fare la lotta alle mafie.
Questi collaboratori sono persone che mettono in gioco le loro vite: le loro e quelle delle famiglie. Non è più possibile rimanere a vivere in un territorio che considera i pentiti dei traditori, infami.
Tra loro e lo stato si instaura un patto di fiducia: ma lo stato ha sempre rispettato questo patto?
La legge dei pentiti, voluta anche dall'allora ministro dell'interno Napolitano, ha abbassato a 6 mesi il tempo in cui un collaboratore può raccontare quello che sa dell'organizzazione. Questa legge è stata fatta (e votata dal centrosinistra a fine legislatura nel 2000) “perché ci sono troppi pentiti” (così disse). Sembrava come se l'obiettivo fosse silenziare i pentiti, scoraggiarli.
Ancora oggi, quando i mafiosi che collaborano alzano il tiro parlando del rapporto mafia e politica, c'è sempre la solita polemica di chi parla di calunniatori. Gente che dice cose false solo per avere soldi. Basta pensare al caso del pentito Spatuzza (e le bombe della stagione 1992 1993).
Non credo che Lea Garofalo, moglie di un boss della ndrangheta, che ha pagato con la vita la sua collaborazione, si sia mossa per denaro. O come anche Pino Masciari, abbandonato dallo stato.
Loro, in quel patto di fiducia con lo stato ci hanno creduto: ma lo stato ha creduto in loro?
Anche da questi racconti, che farà stasera Iacona a Presa diretta, si capisce a che punto è la lotta alle mafie.
La scheda della puntata: Presa diretta - testimoni di giustizia
Il terzo appuntamento di PRESADIRETTA dal titolo “TESTIMONI DI GIUSTIZIA”, in onda lunedì 20 gennaio alle 21.05 su Rai3, è un’inchiesta particolarmente delicata, in cui gli inviati del programma di Riccardo Iacona sono andati a conoscere i tanti testimoni di giustizia che con le loro denunce hanno contribuito a fare arrestare centinaia e centinaia di mafiosi.
Sono emerse storie davvero incredibili, mai viste prima: non solo quelle dei testimoni di giustizia che hanno pagato con la vita la scelta di raccontare allo Stato quello che sapevano, quello che avevano visto, come Lea Garofalo, moglie di un boss della ‘ndrangheta, uccisa nel 2009. Verranno raccontate anche le storie dei testimoni di giustizia che, da quando sono entrati nel “programma di protezione”, hanno perso tutto: casa, lavoro, città, senza avere in cambio la possibilità di una vita diversa. Come Carmelina Prisco o Pino Masciari. E le storie di chi ha rinunciato alla propria identità, come Piera Aiello o Giuseppe Carini, che oggi vivono con nomi diversi.
Verranno mostrate le difficili esistenze dei testimoni di giustizia che ancora vivono, sotto scorta, nei loro luoghi di origine. Isolati dalle comunità e dimenticati dallo Stato. Sono le storie di Tiberio Bentivoglio di Reggio Calabria, di Nello Ruello di Vibo Valentia, di Ignazio Cutrò di Bivona, in provincia di Agrigento. Nel frattempo, gli organici dei magistrati e degli uomini delle forze dell’Ordine che combattono la battaglia contro la Mafia, vengono progressivamente ridotti.
Storie di veri “eroi” civili, che lo Stato sembra aver dimenticato. Una vera e propria sconfitta per l’Antimafia, una vittoria per la Mafia.
“TESTIMONI DI GIUSTIZIA” è un racconto di Riccardo Iacona, con Federico Ruffo ed Elena
Come se i mafiosi li arrestassero loro, i mafioso: se fossero loro a coordinare le indagini, ad ascoltare ore di intercettazioni (quelle che danno fastidio quando riguardano uno di loro), a passare ore in attesa dell'azione.
La lotta contro la mafia è frutto del lavoro di tante persone, dentro le forze dell'ordine, dentro la magistratura. E perfino dentro la società civile, quella che alla mafia, non si rassegna proprio.
Verrebbe da dire, in risposta a quel ministro del nord che ad ogni arresto eccellente squadernava cifre, che quelle operazioni contro cosa nostra, la camorra, i casalesi sono riuscite nonostante il lavoro della politica. Che taglia i mezzi, che cerca di rendere sempre più impossibili le intercettazioni, che intrappola dentro la burocrazia la gestione dei beni confiscati alla mafia. Che fa leggi a favore la corruzione, l'evasione, il voto di scambio, il riciclaggio (per non dire dell'autoriciclaggio, del tutto assente nel nostro codice penale). Tutti reati satelliti del 416 bis.
E poi ci sono i pentiti: è anche grazie al lavoro dei pentiti che si è riusciti a combattere la mafia, comprendendone i meccanismi, i modi di operare, le gerarchie, le alleanze, le coperture.
Senza Buscetta (e gli altri boss della mafia perdente), il boss dei due mondi, né Falcone né Borsellino e tutto il pool avrebbero mai potuto istruire il maxi processo a cosa nostra.
Lo stato, in cambio del pentimento, delle rivelazioni dei segreti, ha concesso loro una nuova vita, una nuova identità. Ci sono stati sicuramente degli abusi: mi viene in mente quanto raccontava Gianni Palagonia nel suo libro “Il silenzio”, quando molti e mafiosi approfittarono dell'offerta dello stato per fare la bella vita. Mentre i poliziotti rischiavano la loro per poche lire.
Ma senza il contributo dei collaboratori di giustizia, non ci sarebbe verso di fare la lotta alle mafie.
Questi collaboratori sono persone che mettono in gioco le loro vite: le loro e quelle delle famiglie. Non è più possibile rimanere a vivere in un territorio che considera i pentiti dei traditori, infami.
Tra loro e lo stato si instaura un patto di fiducia: ma lo stato ha sempre rispettato questo patto?
La legge dei pentiti, voluta anche dall'allora ministro dell'interno Napolitano, ha abbassato a 6 mesi il tempo in cui un collaboratore può raccontare quello che sa dell'organizzazione. Questa legge è stata fatta (e votata dal centrosinistra a fine legislatura nel 2000) “perché ci sono troppi pentiti” (così disse). Sembrava come se l'obiettivo fosse silenziare i pentiti, scoraggiarli.
Ancora oggi, quando i mafiosi che collaborano alzano il tiro parlando del rapporto mafia e politica, c'è sempre la solita polemica di chi parla di calunniatori. Gente che dice cose false solo per avere soldi. Basta pensare al caso del pentito Spatuzza (e le bombe della stagione 1992 1993).
Non credo che Lea Garofalo, moglie di un boss della ndrangheta, che ha pagato con la vita la sua collaborazione, si sia mossa per denaro. O come anche Pino Masciari, abbandonato dallo stato.
Loro, in quel patto di fiducia con lo stato ci hanno creduto: ma lo stato ha creduto in loro?
Anche da questi racconti, che farà stasera Iacona a Presa diretta, si capisce a che punto è la lotta alle mafie.
La scheda della puntata: Presa diretta - testimoni di giustizia
Il terzo appuntamento di PRESADIRETTA dal titolo “TESTIMONI DI GIUSTIZIA”, in onda lunedì 20 gennaio alle 21.05 su Rai3, è un’inchiesta particolarmente delicata, in cui gli inviati del programma di Riccardo Iacona sono andati a conoscere i tanti testimoni di giustizia che con le loro denunce hanno contribuito a fare arrestare centinaia e centinaia di mafiosi.
Sono emerse storie davvero incredibili, mai viste prima: non solo quelle dei testimoni di giustizia che hanno pagato con la vita la scelta di raccontare allo Stato quello che sapevano, quello che avevano visto, come Lea Garofalo, moglie di un boss della ‘ndrangheta, uccisa nel 2009. Verranno raccontate anche le storie dei testimoni di giustizia che, da quando sono entrati nel “programma di protezione”, hanno perso tutto: casa, lavoro, città, senza avere in cambio la possibilità di una vita diversa. Come Carmelina Prisco o Pino Masciari. E le storie di chi ha rinunciato alla propria identità, come Piera Aiello o Giuseppe Carini, che oggi vivono con nomi diversi.
Verranno mostrate le difficili esistenze dei testimoni di giustizia che ancora vivono, sotto scorta, nei loro luoghi di origine. Isolati dalle comunità e dimenticati dallo Stato. Sono le storie di Tiberio Bentivoglio di Reggio Calabria, di Nello Ruello di Vibo Valentia, di Ignazio Cutrò di Bivona, in provincia di Agrigento. Nel frattempo, gli organici dei magistrati e degli uomini delle forze dell’Ordine che combattono la battaglia contro la Mafia, vengono progressivamente ridotti.
Storie di veri “eroi” civili, che lo Stato sembra aver dimenticato. Una vera e propria sconfitta per l’Antimafia, una vittoria per la Mafia.
“TESTIMONI DI GIUSTIZIA” è un racconto di Riccardo Iacona, con Federico Ruffo ed Elena
19 gennaio 2014
Quelli che hanno scommesso sulla rovina del paese
Alla fine sono riuscito a vedere il film di Virzì “Ilcapitale umano”: penso che, chi lo ha criticato perché
parla male della Brianza, non lo ha nemmeno visto.
Si tratta della Brianza, ma potrebbe anche essere una qualsiasi
regione del nord, ricche e agiate famiglie vivono in ville piene di
sfarzo, al riparo dalle intemperie del paese in cui vivono.
Non è un caso se la frase clou del film, nel finale è:
“Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”.
Lo dice Carla la moglie del
finanziere al marito, Giovanni Bernaschi, durante la festa in cui si festeggia la
vittoria, per i risultato del loro fondo speculativo.
E il marito risponde, "abbiamo vinto".
La vittoria a spese nostre: a spese di quel paese che hanno
contribuito a portare alla rovina.
Con la speculazione finanziaria, con la ricerca del profitto e del
guadagno a tutti i costi.
Guadagni che abbagliano i poveri allocchi (come Dino Ossola), affascinati dal lusso, dal guadagno facile, come Pinocchio di fronte al gatto e alla volpe:
Per cui un teatro è buono solo se abbattuto e ricostruito per
farci villette per altri ricche famiglie.
Per cui i figli vanno educati solo sul principio della
competizione, perché solo chi vince vale qualcosa.
Il capitale umano racconta
di un paese che è quello dove un assessore e un costruttore parlano
al telefono complimentandosi perché c'è stato un terremoto: “che
culo”, si dicono, ora ci pappiamo tutti i soldi per la
ricostruzione.
Lo stesso terremoto per cui due palazzinari ridono sotto le
coperte, pensando a tutti i soldi che faranno con la ricostruzione.
È il paese dove chi può permetterselo, porta i soldi (o la sede
fiscale della società) in Lussemburgo, in Svizzera, nei paradisi
fiscali, perché chi se ne frega se il mio paese va in rovina.
È il paese dove la cultura va bene solo se ci si può mangiare
sopra.
Dove se stai sopra, hai tutte le possibilità di questo mondo:
possibilità di carriera (perché sei figlio di qualcuno che ha un
nome importante), e diventare dirigente, medico, chirurgo,
ricercatore universitario.
Se stai sotto, se invece uno sfigato qualsiasi.
E la tua vita viene valutata in base a regole precise:
l'aspettativa, le relazioni, la qualità della vita. Il tuo capitale
umano.
La consistenza dell'acqua di Eleonora Carta
Incipit
Elisa non parla, non fa rumore, non si muove. La porta si apre e il suo corpo diventa un profilo scuro, confuso tra molte ombre, nel silenzio rotto dal ronzio meccanico di un compressore. La porta si chiude, il silenzio si ricompone, e lei non si sveglia. Supina, i capelli sparsi sotto le spalle. Sono di un biondo dorato, ma sembrano scuri in quella poca luce. Gli occhi sono chiusi, e c’è un’ombra all’altezza dello zigomo.[..]Elisa è chiusa in una gabbia di scaffalature metalliche, stesa su un tavolo d’acciaio. Sembra quasi che le si possano contare le costole attraverso il tessuto leggero del vestito, che le segna il punto vita e le copre appena le gambe.
Non è frequente imbattersi in legal thriller come questo, molto
originale per la sua costruzione e accurato nella descrizione dei
tempi e dei modi della giustizia penale. Del resto l'autrice, prima
di dedicarsi alla scrittura, aveva studiato legge: forse ci siamo
persi un magistrato, ma di sicuro abbiamo guadagnato una promettente
scrittrice.
“La consistenza dell'acqua” è ambientato in una grigia
e piovosa Torino, nell'inverno 2011: una professoressa del
museo di Scienze Naturali scopre il cadavere di una ragazza, dentro
la cella frigorifera dove sono conservati i corpi imbalsamati di
diversi animali.
Sul corpo, vestito in un abito da sera, nessuna traccia evidente
di violenza.
Unico particolare è quello che scopre la scientifica: il disegno
di una stella a sei punti, che l'assassino (presumibilmente) ha
inciso poco sopra il seno, con un oggetto affilato.
Successivamente si scopre che Elisa Giordano, questo il suo nome,
era una studentessa che stava portando avanti la tesi di laurea
lavorando nel museo.
Non ci sono molti elementi per gli inquirenti: il commissario
Cesare Sermonti e il sostituto procuratore Giovanni Rizzo,
che devono trovare le risposte alle troppe domande che si accumulano
sul caso.
Chi ha ucciso questa studentessa dalla vita apparentemente
tranquilla?
Come ha fatto l'assassino ad entrare in quella cella frigorifera,
oltrepassando i sistemi di allarme?
Che significato può avere quella stella incisa sul petto: è un
omicidio rituale, oppure solo un depistaggio?
Le indagini si complicano: la notizia dell'omicidio arriva sui
giornali (per i soliti buchi tra gli agenti che conducono il caso) e
questo porta ad una certa pressione su polizia e magistratura
affinché si arrivi ad una soluzione e ad un assassino.
Ma c'è un altro problema: il carattere così diverso di Sermonti
e Rizzo. Tanto il primo è riflessivo, apparentemente distaccato
dagli eventi e dal caso, quanto il secondo (un magistrato che ha
fatto carriera nell'antimafia in Sicilia, da dove è originario) è
istintivo, quasi emotivo.
I due si muovono inizialmente nell'ambito delle conoscenze della
vittima: la compagna di casa, Alessia Terzani, ex studentessa
universitaria. Il professor Grimaldi, con cui Elisa stava facendo la
tesi.
Ma soprattutto, è Tommaso Parodi, il padrone di casa di
Alessia e Elisa, a suscitare l'interesse del pm per lo strano
rapporto che si era creato tra lui e la ragazza.
Un rapporto d'amore, non corrisposto: i disturbi caratteriali del
ragazzo, che pure lavorava come stagista al museo, il fatto che è
stato Tommaso ad accompagnare Elisa alla Villa sul Po, nella sera in
cui è stata uccisa, convincono Rizzo di essere sulla strada giusta.
Tommaso diventa così il colpevole perfetto: aveva un
movente (la gelosia), il modo (era presente alla Villa, fuori dei
cancelli) e soffre di una malattia che lo porta a momenti d'ira.
Il racconto si muove in parallelo su più piani: c'è l'inchiesta
sull'omicidio, con le diffidenze reciproche tra commissario e
magistrato. Ma c'è anche un piano privato, per il racconto della
vita privata di Rizzo assieme alla compagna, l'avvocato Anna Ferrari.
Un rapporto complicato, per il non detto della coppia: ciascuno
dei due si sente in difetto con l'altro, in special modo Rizzo
vorrebbe acquistare credito per le sue capacità professionali, in
quella città in cui non riesce ad ambientarsi:
“Mancava una corrispondenza tra sé e quel che gli si muoveva intorno, e non era sicuro dipendesse dal suo essere così profondamente meridionale. In fondo Torino era fatta di tanti meridionali come lui”.
Mentre la compagna soffre per il non poter seguire sempre quello
che fa il suo uomo: “Anna non si sente amata, e questo potrebbe
perfino accettarlo. In fondo chi dice che dobbiamo essere per forza
corrisposti? Ma Giovanni la usa.”
Il rapporto è destinato a guastarsi: dopo una lite dentro
l'ufficio, dove ciascuno dei due dice all'altro quelle parole di
impeto che non si dovrebbero proprio dire, Anna decide di assumere la
difesa di Tommaso. Quasi per ripicca, contro la scelta insensata di
Giovanni di portare a processo il ragazzo.
Per lei è una scelta che si rivela quasi disperata, sia per le
prove contro Tommaso che sembrano schiaccianti, sia perché Anna è
al suo primo caso di omicidio.
Ma Anna è una persone determinata.
E saprà trovare la pista giusta, scoprendo quanto anche le tracce
lasciate dall'acqua, sappiano essere consistenti.
Bella la descrizione dello scontro tra pm e avvocato in aula, con
un finale in crescendo per tensione emotiva e anche bella la
descrizione della città di Torino, piena di storia e di misteri:
“sollevò gli occhi, a contemplare la facciata juvarriana di
palazzo Madama, quindi si voltò ancora verso San Lorenzo. Una chiesa
senza facciata, e una facciata senza un palazzo. Torino non avrebbe
mai smesso di stupirlo”.
La scheda del libro sul
sito di eNewton Narrativa
17 gennaio 2014
L'immagine del paese
Non per fare il solito catastrofista, ma il paese è questo.
In bilico tra promesse e presente: il paese dei condoni e della speculazione edilizia, della perenne emergenza.
Dell'incapacità degli amministratori, rapaci e incompetenti, poltronisti e sciacalli.
Che si tratti della Liguria o dell'Aquila della vergogna delle mazzette sulla ricostruzione.
Fino a quando si può raccontare agli italiani, in bilico, la favola della stagione delle riforme?
Mai e poi mai
Il ministro si è difeso, utilizzando il caro e veccgio refrain complottistico:
«La mia vita è stata travolta da un linciaggio senza precedenti: sono qui per spiegare che mai, mai e e poi mai ho abusato del ruolo di deputato e mai mai e poi mai ho violato la costituzione».
Mai e poi mai: pressioni, telefonate, controlli
«Non ho mai fatto alcuna telefonata per annullare una multa della Asl a un venditore di mozzarelle»
Neppure i figli sono stati risparmiati:
«Voglio che mia figlia possa andare a testa alta e sapere che sua madre mai e poi mai ha abusato del suo ruolo di deputato e mai e poi mai ha calpestato la bandiera cui si inchina ogni mattina quando entra nel suo ufficio»
Per finire, come Craxi, come Berlusconi con la chiamata a correo:
«Quello che è successo a me potrebbe accadere a ciascuno di voi»
«La mia vita è stata travolta da un linciaggio senza precedenti: sono qui per spiegare che mai, mai e e poi mai ho abusato del ruolo di deputato e mai mai e poi mai ho violato la costituzione».
Mai e poi mai: pressioni, telefonate, controlli
«Non ho mai fatto alcuna telefonata per annullare una multa della Asl a un venditore di mozzarelle»
Neppure i figli sono stati risparmiati:
«Voglio che mia figlia possa andare a testa alta e sapere che sua madre mai e poi mai ha abusato del suo ruolo di deputato e mai e poi mai ha calpestato la bandiera cui si inchina ogni mattina quando entra nel suo ufficio»
Per finire, come Craxi, come Berlusconi con la chiamata a correo:
«Quello che è successo a me potrebbe accadere a ciascuno di voi»
Servizio pubblico la solita ministra
Servono le riforme per cambiare gli assetti istituzionali, la forma che daremo alla nostra democrazia.
E sperare che i figli di questi nuovi assetti, nelle regioni, nei comuni, in Parlamento, portino ad uno stato dove la coruzzione e il malaffare non siano più sistema, come ha spiegato ieri sera Cacciari in collegamento.
Peccato che a fare queste riforme debbano essere proprio le persone che hanno così mal governato in questi anni, oppure i loro figli: come altro definire Alfano e Letta? E anche Renzi.
In un paese normale una persona come Berlusconi sarebbe già da tempo in galera e comunque fuori dalla scena politica: è un concetto più o meno ripetutto da tutti gli ospiti della puntata di Servizio pubblico (dedicata al caso De Girolamo). Peccato che l'Italia non sia un paese normale e dunque, ci sta anche che il segretario neo eletto di un partito di governo, si incontri con un condannato per frode fiscale (e non per evasione, come criticano i non renziani nel PD).
A questo siamo ridotti: a dover anche ingoiare questi incontri, per sperare di vedere la fine di un porcellum, sperando che il nuovo che avanza non sia peggio. Trattandosi di B. nulla è scontato.
Che poi, Berlusconi andava bene quando si trattava di stravolgere la Costituzione (anche senza referendum), di cambiare la giustizia, mettere i magistrati sotto controllo della politica. Togliere di mezzo le intercettazioni, perché alla casta non piace vedere i loro intrallazzi messi in piazza.
Ma ora, i centristi, gli alfanidi, i montiani, i casiniani "noti frequentatori di se stessi" (citando Travaglio) temono l'accordo Renzi Berlusconi: temono che si arrivi ad una nuova legge e che questa metta fine al governo di larghe intese.
Quello che ieri è andato sotto sulla nomina di Padoan all'Istat e sulla legge della frutta nelle bibite.
Quello delle larghe promesse e della stabilità.
Nella copertina, Santoro ha commentato la storia del ministro dell'agricoltura: nel governo della spending review, dei tweets, del fiscal compact, del jobs, poi si scopre che i ministri parlano da italiani veraci.
Alfano che parla di violazione della privacy si dimentica di essere stato ministro della giustizia: se l'intercettazione serve per difendersi non è reato.
E comunque il problema è cosa si dicono politici, dirigenti di Asl, avvocati in quelle intercettazioni.
Quelle contro il ministro sono proibite, quelle registrate da lei, nella telefonata con Pisapia, invece sono la prova del complotto (mandate in onda dal TG5)? Ma scherziamo?
Cosa farà Letta ora? L'italiano o l'americano?
La ricostruzione degli incontri nel servizio di Bertazzoni
Quello della De Girolamo è l'ennesimo sistema: c'è CL al nord, le coop nelle regioni rosse, le scuole di formazione in Sicilia. E c'è anche la gestione del 118 nel beneventano.
Dove l'azienda che ha finanziato il congresso PDL deve lavorare, mentre la Sanit, che non è vicina al PDL, sarebbe stata danneggiata, con pagamenti in ritardo.
I lavoratori della Modisan dovevano prendere la tessera del PDL: un bel pacchetto di voti.
Sarebbe tutto sotto i nostri occhi, eppure, a sentire gli interessati, nessuno è colpevole.
E' così che il sud sprofonda: soldi pubblici che dovevano servire a creare posti di lavoro (come i 12 milioni per il servizio 118) e poi ci sono lavoratori che non prendono stipendio da mesi.
Gli ospiti in studio erano la deputata PD Moretti, il segretario Salvini, l'ex capogruppo in regione Lazio Fiorito e il filosofo Cacciari.
Moretti ha parlato della necessità di una politica in discontinuità col passato (il passato che costa 87 miliardi di corruzione al paese), riferendosi al ministro NCD De Girolamo. che farebbe bene a dimettersi.
Salvini non ha pregiudizi contro il ministro, che però è bocciata per quello che non ha fatto per l'agricoltura.
Cacciari ha sempre sponsorizzato le grandi riforme: pur di arrivarci, va bene anche l'incontro Renzi Berlusconi. Purché si cambi ceto politico (e qui vale quanto detto prima). Che affronti il tema del conflitto di interessi, contro gli intrecci affari politica, per arrivare ad un federalismo vero.
Perché, ha continuato, "è un reato politico come funzionano le regioni oggi in Italia", riferendosi ai vari scandali sui rimborsi elettorali.
La seconda parte del servizio di Bertazzoni
L'intervento di Travaglio
E sperare che i figli di questi nuovi assetti, nelle regioni, nei comuni, in Parlamento, portino ad uno stato dove la coruzzione e il malaffare non siano più sistema, come ha spiegato ieri sera Cacciari in collegamento.
Peccato che a fare queste riforme debbano essere proprio le persone che hanno così mal governato in questi anni, oppure i loro figli: come altro definire Alfano e Letta? E anche Renzi.
In un paese normale una persona come Berlusconi sarebbe già da tempo in galera e comunque fuori dalla scena politica: è un concetto più o meno ripetutto da tutti gli ospiti della puntata di Servizio pubblico (dedicata al caso De Girolamo). Peccato che l'Italia non sia un paese normale e dunque, ci sta anche che il segretario neo eletto di un partito di governo, si incontri con un condannato per frode fiscale (e non per evasione, come criticano i non renziani nel PD).
A questo siamo ridotti: a dover anche ingoiare questi incontri, per sperare di vedere la fine di un porcellum, sperando che il nuovo che avanza non sia peggio. Trattandosi di B. nulla è scontato.
Che poi, Berlusconi andava bene quando si trattava di stravolgere la Costituzione (anche senza referendum), di cambiare la giustizia, mettere i magistrati sotto controllo della politica. Togliere di mezzo le intercettazioni, perché alla casta non piace vedere i loro intrallazzi messi in piazza.
Ma ora, i centristi, gli alfanidi, i montiani, i casiniani "noti frequentatori di se stessi" (citando Travaglio) temono l'accordo Renzi Berlusconi: temono che si arrivi ad una nuova legge e che questa metta fine al governo di larghe intese.
Quello che ieri è andato sotto sulla nomina di Padoan all'Istat e sulla legge della frutta nelle bibite.
Quello delle larghe promesse e della stabilità.
Nella copertina, Santoro ha commentato la storia del ministro dell'agricoltura: nel governo della spending review, dei tweets, del fiscal compact, del jobs, poi si scopre che i ministri parlano da italiani veraci.
Alfano che parla di violazione della privacy si dimentica di essere stato ministro della giustizia: se l'intercettazione serve per difendersi non è reato.
E comunque il problema è cosa si dicono politici, dirigenti di Asl, avvocati in quelle intercettazioni.
Quelle contro il ministro sono proibite, quelle registrate da lei, nella telefonata con Pisapia, invece sono la prova del complotto (mandate in onda dal TG5)? Ma scherziamo?
Cosa farà Letta ora? L'italiano o l'americano?
La ricostruzione degli incontri nel servizio di Bertazzoni
Quello della De Girolamo è l'ennesimo sistema: c'è CL al nord, le coop nelle regioni rosse, le scuole di formazione in Sicilia. E c'è anche la gestione del 118 nel beneventano.
Dove l'azienda che ha finanziato il congresso PDL deve lavorare, mentre la Sanit, che non è vicina al PDL, sarebbe stata danneggiata, con pagamenti in ritardo.
I lavoratori della Modisan dovevano prendere la tessera del PDL: un bel pacchetto di voti.
Sarebbe tutto sotto i nostri occhi, eppure, a sentire gli interessati, nessuno è colpevole.
E' così che il sud sprofonda: soldi pubblici che dovevano servire a creare posti di lavoro (come i 12 milioni per il servizio 118) e poi ci sono lavoratori che non prendono stipendio da mesi.
Gli ospiti in studio erano la deputata PD Moretti, il segretario Salvini, l'ex capogruppo in regione Lazio Fiorito e il filosofo Cacciari.
Moretti ha parlato della necessità di una politica in discontinuità col passato (il passato che costa 87 miliardi di corruzione al paese), riferendosi al ministro NCD De Girolamo. che farebbe bene a dimettersi.
Salvini non ha pregiudizi contro il ministro, che però è bocciata per quello che non ha fatto per l'agricoltura.
Cacciari ha sempre sponsorizzato le grandi riforme: pur di arrivarci, va bene anche l'incontro Renzi Berlusconi. Purché si cambi ceto politico (e qui vale quanto detto prima). Che affronti il tema del conflitto di interessi, contro gli intrecci affari politica, per arrivare ad un federalismo vero.
Perché, ha continuato, "è un reato politico come funzionano le regioni oggi in Italia", riferendosi ai vari scandali sui rimborsi elettorali.
La seconda parte del servizio di Bertazzoni
L'intervento di Travaglio
16 gennaio 2014
Non è solo ragione contro sentimento
Non sono del tutto d'accordo con quanto dice Grasso sul corriere, a proposito del caso Stamina per come l'hanno affrontato Golia de Le Iene e Iacona per Presa diretta.
Perché non è solo ragione contro setimento, non è vero che Vannoni ha scelto di stare dalla parte dei malati.
Dietro questa storia ci sono anche soldi pubblici, e non pochi.
Ci sono le promesse di guarigione fatte da un non medico a persone malate, dunque più fragili.
Perché non è solo ragione contro setimento, non è vero che Vannoni ha scelto di stare dalla parte dei malati.
Dietro questa storia ci sono anche soldi pubblici, e non pochi.
Ci sono le promesse di guarigione fatte da un non medico a persone malate, dunque più fragili.
Relazioni pericolose
Campeggia sulle prime pagine la notizia delle relazioni pericolose tra Renzi e Berlusconi, per discutere (ancora) di legge elettorale.
Quella riforma che deve essere fatta assolutamente, ripetono da mesi partiti e presidenti.
Che non deve essere fatta a colpi di maggioranza, ripete in tono minaccioso Alfano: non come fece il PDL per minare le elezioni del 2006 contro Prodi.
Ma viviamo in un'epoca di relazioni pericolose: c'è quella tra Boccia e il ministro De Girolamo.
C'è la relazione pericolosa tra il ministro della giustizia Cancellieri e i Ligresti. Ma anche altri politici coltivano la relazione col costruttore milanese.
La relazione pericolosa tra la Lega e l'estrema destra di Le Pen (e noi che preoccupavano dei commentatori anonimi del web .. e invece li abbiamo dentro il Parlamento, nelle regioni, gli estremisti).
Altre relazioni non si riescono proprio a spezzare in questi anni di crisi: la relazione tra i deputati regionali e i rimborsi. Togli da una parte ma i soldi riappaiono dall'altra.
La relazione pericolosa tra i politici di tutti gli schieramenti e gli affari personali, che spiega la loro allergia a intercettazioni (quelle che la Cancellieri vorrebbe riformare) e inchieste giornalistiche.
Un deja vu già visto e rivisto: il politico che si difende dalle accuse parlando di complotto e di intercettazioni illegali.
Ieri Gomez ha rivolto queste parole al ministro Lorenzin:
Ecco: se cade Nunzia cade il governo. se cambia la legge elettorale cade il governo. Se si sfiducia Cancellieri cade il governo.
E poi ci si chiede perché la gente è incazzata.
Quella riforma che deve essere fatta assolutamente, ripetono da mesi partiti e presidenti.
Che non deve essere fatta a colpi di maggioranza, ripete in tono minaccioso Alfano: non come fece il PDL per minare le elezioni del 2006 contro Prodi.
Ma viviamo in un'epoca di relazioni pericolose: c'è quella tra Boccia e il ministro De Girolamo.
C'è la relazione pericolosa tra il ministro della giustizia Cancellieri e i Ligresti. Ma anche altri politici coltivano la relazione col costruttore milanese.
La relazione pericolosa tra la Lega e l'estrema destra di Le Pen (e noi che preoccupavano dei commentatori anonimi del web .. e invece li abbiamo dentro il Parlamento, nelle regioni, gli estremisti).
Altre relazioni non si riescono proprio a spezzare in questi anni di crisi: la relazione tra i deputati regionali e i rimborsi. Togli da una parte ma i soldi riappaiono dall'altra.
La relazione pericolosa tra i politici di tutti gli schieramenti e gli affari personali, che spiega la loro allergia a intercettazioni (quelle che la Cancellieri vorrebbe riformare) e inchieste giornalistiche.
Un deja vu già visto e rivisto: il politico che si difende dalle accuse parlando di complotto e di intercettazioni illegali.
Ieri Gomez ha rivolto queste parole al ministro Lorenzin:
"Quello che emerge è una progressiva mafiosizzazione della classe dirigente italiana. Qui non ci sono gli omicidi, però ci sono degli atteggiamenti che impressionano. C’è una similitudine fortissima tra alcuni clan politici e le organizzazioni criminali".
Ecco: se cade Nunzia cade il governo. se cambia la legge elettorale cade il governo. Se si sfiducia Cancellieri cade il governo.
E poi ci si chiede perché la gente è incazzata.
15 gennaio 2014
Ci siamo pappati tutto
La top ten delle meglio porcate dei rimborsi elettorali di Mattia Feltri:
La ministra che si fa venire a prendere dalla Forestale:
Dove c'è gente che non può più aspettare le riforme, di cui troppo si parla.
I due intercettati de l'Aquila, che parlavano al telefono della ricostruzione, hanno detto una frase che entra di diritto nella storia, al pari di quelle dei "furbetti del quartierino": per questi sciacalli il terremoto è un colpo di fortuna perché “ci pappiamo gli appalti”.
Dalle ormai celeberrime mutande verde padania di Roberto Cota agli spazzolini con nome inciso di Renzo Bossi, dagli aperitivi di Nicole Minetti alle trenta pecore di Salvatore Ladu, passando per la tintura per capelli e la Barbie, sino alle multe e ai gadget juventini.
La ministra che si fa venire a prendere dalla Forestale:
“Lei lo sa che ho una bambina piccola di un anno?”, si giustifica il ministro appena salito sulla Lancia.Forse non si rendono conto, nel palazzo, dell'effetto che certe notizie fanno fuori.
Dove c'è gente che non può più aspettare le riforme, di cui troppo si parla.
I due intercettati de l'Aquila, che parlavano al telefono della ricostruzione, hanno detto una frase che entra di diritto nella storia, al pari di quelle dei "furbetti del quartierino": per questi sciacalli il terremoto è un colpo di fortuna perché “ci pappiamo gli appalti”.
14 gennaio 2014
Il festaiolo
Fatto Quotidiano, pagina 12: si parla del caso Hollande, il premier pescato francese fotografato con l'amante
Il quotidiano Telegraph commenta "Al G8 prenderà il posto del festaiolo Berlusconi" ("François Hollande has stepped into Silvio Berlusconi’s role as G8 merrymaker-in-chief. ")
Il quotidiano Telegraph commenta "Al G8 prenderà il posto del festaiolo Berlusconi" ("François Hollande has stepped into Silvio Berlusconi’s role as G8 merrymaker-in-chief. ")
Presa diretta - il metodo stamina
Penso che dopo la puntata di ieri sera di Presa diretta ci siano pochi dubbi, su cosa sia il metodo Stamina e sui rischi che stiamo correndo, in ambito sanitario.
Per il non medico Vannoni, che è stato ottimo promotore del suo prodotto, è sufficiente che un comitato etico dia il suo benestare, e lui potrebbe anche inoculare del cioccolato nei pazienti.
Come metodo di cura caritatevole: la patria di Galileo si è ridotta a questo.
Niente sperimentazione scientifica, niente protoccoli ben validati. Niente ricerca o produzione scientifica che dia la certezza che una certa cura non danneggi i pazienti e porti dei benefici, anche solo in una percentuale di casi.
A fine puntata, il professore Bianco parlava di venditore di olio di serpente (come succedeva nell'america del secolo scorso quando dei ciarlatani giravano il paese cercando di convincere la gente della bontà di questo olio): l'Italia grazie al decreto Balduzzi stava per diventare la Mecca di tutti questi venditori di speranza.
Il ministro della salute aveva di fatto aperto delle autostrade a quanti proponevano cure caritatevoli a spese dello stato.
A spese nostre.
Grazie al cielo il governo Monti (altro sedicente medico dei mali del paese) è caduto.
L'inchiesta di Iacona e Liza Boschin ha mostrato in che modo questo metodo di cura, non sperimentato né brevettato, è entrato negli ospedali pubblici. Per le pressioni della politica che ha piegato l'interesse sanitario pubblico a interessi privati, arrivando a creare delle corsie per curare i raccomandati regionali.
Si è parlato di come siano stati "curati" alcuni pazienti del professor Vannoni, in istituti di bellezza o a San Marino.
Di come, a molti di questi sia stato prospettata una certa guarigione, se si fossero curati subito, senza aspettare.
Le richieste di soldi, tanti soldi per le punture e il prelievo di cellule staminali.
ci sono le persone che, per disperazione, scendono in piazza a protestare contro la politica che non concede loro la cura Vannoni, a spese dello stato. Gente che lo stesso stato ha lasciate sole, con la loro malattia neuro degenerative al momento ancora incurabili.
Ma ci sono anche tante famiglie che di vannoni si sono fidate e che, dalla cura non hanno avuto benefici, ma solo spese. Altri invece, hanno pure rischiato la vita, come Carmine Vona che di fronte alle telecamere di Presa diretta ha raccontato la sua incredibile storia.
Il TAR ha bocciato la prima relazione del ministero della salute: siamo il paese dove dopo la sentenza di condanna agli esperti della commissione grandi rischi (che aveva sottovalutato i segnali premonitori del terremoto dell'Aquila) si è parlato di processo alla scienza.
Oggi, alcuni giudici dei tribunali amministrativi impongono delle cure mediche, dove però non si sa cosa si inietta ai pazienti.
Tutto questo è incredibile: ho fiducia nel ministro Lorenzin che ieri, intervistata da Iacona, ha garantito la massima attenzione nei confronti di questa storia.
Ora una nuova commissione giudicherà sulla valenza medica di Stamina: il TAR ha imposto la par condicio per i membri della commissione.
Il rischio è che Stamina abbia sottratto risorse alla sanità pubblica, quella che in questi anni ha subito dei tagli lineari: tagli per la vera ricerca scientifica, quella fatta al San Raffaele dal professor Naldini.
Quella fatta dal professoressa Cattaneo, la senatrice a vita che pure ha criticato la cura di Vannoni.
Soldi sottratte a centri di cura come la Sapre, il centro di cura per bambini malati di SMA, dove lavorano persone come Chiara Mastella.
Lei si, un'angelo.
Per il non medico Vannoni, che è stato ottimo promotore del suo prodotto, è sufficiente che un comitato etico dia il suo benestare, e lui potrebbe anche inoculare del cioccolato nei pazienti.
Come metodo di cura caritatevole: la patria di Galileo si è ridotta a questo.
Niente sperimentazione scientifica, niente protoccoli ben validati. Niente ricerca o produzione scientifica che dia la certezza che una certa cura non danneggi i pazienti e porti dei benefici, anche solo in una percentuale di casi.
A fine puntata, il professore Bianco parlava di venditore di olio di serpente (come succedeva nell'america del secolo scorso quando dei ciarlatani giravano il paese cercando di convincere la gente della bontà di questo olio): l'Italia grazie al decreto Balduzzi stava per diventare la Mecca di tutti questi venditori di speranza.
Il ministro della salute aveva di fatto aperto delle autostrade a quanti proponevano cure caritatevoli a spese dello stato.
A spese nostre.
Grazie al cielo il governo Monti (altro sedicente medico dei mali del paese) è caduto.
L'inchiesta di Iacona e Liza Boschin ha mostrato in che modo questo metodo di cura, non sperimentato né brevettato, è entrato negli ospedali pubblici. Per le pressioni della politica che ha piegato l'interesse sanitario pubblico a interessi privati, arrivando a creare delle corsie per curare i raccomandati regionali.
Si è parlato di come siano stati "curati" alcuni pazienti del professor Vannoni, in istituti di bellezza o a San Marino.
Di come, a molti di questi sia stato prospettata una certa guarigione, se si fossero curati subito, senza aspettare.
Le richieste di soldi, tanti soldi per le punture e il prelievo di cellule staminali.
ci sono le persone che, per disperazione, scendono in piazza a protestare contro la politica che non concede loro la cura Vannoni, a spese dello stato. Gente che lo stesso stato ha lasciate sole, con la loro malattia neuro degenerative al momento ancora incurabili.
Ma ci sono anche tante famiglie che di vannoni si sono fidate e che, dalla cura non hanno avuto benefici, ma solo spese. Altri invece, hanno pure rischiato la vita, come Carmine Vona che di fronte alle telecamere di Presa diretta ha raccontato la sua incredibile storia.
Il TAR ha bocciato la prima relazione del ministero della salute: siamo il paese dove dopo la sentenza di condanna agli esperti della commissione grandi rischi (che aveva sottovalutato i segnali premonitori del terremoto dell'Aquila) si è parlato di processo alla scienza.
Oggi, alcuni giudici dei tribunali amministrativi impongono delle cure mediche, dove però non si sa cosa si inietta ai pazienti.
Tutto questo è incredibile: ho fiducia nel ministro Lorenzin che ieri, intervistata da Iacona, ha garantito la massima attenzione nei confronti di questa storia.
Ora una nuova commissione giudicherà sulla valenza medica di Stamina: il TAR ha imposto la par condicio per i membri della commissione.
Il rischio è che Stamina abbia sottratto risorse alla sanità pubblica, quella che in questi anni ha subito dei tagli lineari: tagli per la vera ricerca scientifica, quella fatta al San Raffaele dal professor Naldini.
Quella fatta dal professoressa Cattaneo, la senatrice a vita che pure ha criticato la cura di Vannoni.
Soldi sottratte a centri di cura come la Sapre, il centro di cura per bambini malati di SMA, dove lavorano persone come Chiara Mastella.
Lei si, un'angelo.
13 gennaio 2014
Il caso Stamina
Che cos'è il metodo Stamina, una truffa o un metodo di cura che ha veramente portato giovamento per curare gravi malattie?
E' solo marketing per vendere un prodotto oppure dietro questo protocollo di cura c'è veramente qualcosa di scientifico?
La cura Stamina è diventato "il caso stamina" grazie all'attenzione mediatica (come era già successo per il metodo Di Bella), per le proteste dei malati che chiedevano allo Stato di finanziare la cura, in nome della libertà di scelta.
L'inchiesta di Presa diretta parlerà del rischio di sfruttare il dolore delle famiglie per portare avanti metodi che non hanno valenza medica: un'inchiesta importante, perché si parla di tante famiglie e dei loro figli.
Ma anche di come vengono spesi i soldi pubblici per la sanità, dello scontro tra la comunità scientifica (molto critica nei confronti del metodo) e la Stamina foundation.
Delle inchieste tutt'ora aperte da vari tribunali su Vannoni e la sua terapia, sperimentata nell'ospedale di Brescia: su Repubblica e La Stampa si fanno alcune anticipazioni sulle pressioni fatte dalla regione Lombardia, per far partire le cure a Brescia:
La Stampa:
E' solo marketing per vendere un prodotto oppure dietro questo protocollo di cura c'è veramente qualcosa di scientifico?
La cura Stamina è diventato "il caso stamina" grazie all'attenzione mediatica (come era già successo per il metodo Di Bella), per le proteste dei malati che chiedevano allo Stato di finanziare la cura, in nome della libertà di scelta.
L'inchiesta di Presa diretta parlerà del rischio di sfruttare il dolore delle famiglie per portare avanti metodi che non hanno valenza medica: un'inchiesta importante, perché si parla di tante famiglie e dei loro figli.
Ma anche di come vengono spesi i soldi pubblici per la sanità, dello scontro tra la comunità scientifica (molto critica nei confronti del metodo) e la Stamina foundation.
Delle inchieste tutt'ora aperte da vari tribunali su Vannoni e la sua terapia, sperimentata nell'ospedale di Brescia: su Repubblica e La Stampa si fanno alcune anticipazioni sulle pressioni fatte dalla regione Lombardia, per far partire le cure a Brescia:
La Stampa:
Un dirigente della Regione Lombardia aveva un problema, una malattia neurologica progressiva. Ha pensato che potevamo curarlo e ha favorito l’ingresso del nostro metodo negli Spedali di Brescia. Anche i dirigenti locali avevano qualche fratello, cognato o marito da curare, col morbo di Parkinson. Abbiamo perciò deciso di curare prima i raccomandati, così poi saremmo riuscire a far entrare i nostri bambini».Repubblica:
Dunque, nella migliore tradizione italica, «prima i raccomandati». In modo da aderire alla mission sbandierata fin dal 2010 da Vannoni nel suo blog Cellule staminali adulte: «Ottenere la prosecuzione delle terapie già intraprese... fare pressione affinché tali cure divengano applicabili in Italia presso ospedali pubblici e rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale». Un progetto che, se messo in pratica, stando ai dati forniti da Stamina sulle richieste di pazienti, 25 mila domande, costerebbe allo Stato circa 4 miliardi di euro (fonte: Sole 24 ore).
ROMA - "Se fosse vero che Vannoni e i suoi ci hanno dato un protocollo diverso da quello utilizzato a Brescia, ci sarebbero gli elementi per una truffa ai danni dello Stato. Sarebbe un atto gravissimo che tradisce il Parlamento. E' più che grave, è inaccettabile. E' una presa in giro nei confronti di tutto il popolo italiano contro la quale ci rivarremo sicuramente". Sono le parole del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nell'intervista concessa a Riccardo Iacona e in onda domani sera nella puntata del programma "Presa diretta" dedicata interamente al caso Stamina.La scheda della puntata:
Non è l'unica dichiarazione forte dell'inchiesta televisiva. Con gli inviati del programma ha parlato anche Marino Andolina, vicepresidente di Stamina foundation, il quale ha rivelato che le somministrazioni del metodo promosso da Davide Vannoni di fatto iniziarono agli Spedali civili di Brescia per una vicenda di raccomandazioni e da pazienti "raccomandati": a Brescia, dice Andolina, c'era interesse di importanti personaggi della Regione e dell'ospedale di vedere curati se stessi e i propri congiunti: "Abbiamo perciò deciso di curare prima i raccomandati, così poi saremmo riusciti a far entrare i nostri bambini".
Andolina risponde dunque indirettamente a uno dei quesiti posti nell'intervista dallo stesso ministro Lorenzin: "Come è possibile che un metodo che non sia stato né brevettato né sperimentato sia potuto entrare in una struttura pubblica italiana? Anche su questo dovremo fare chiarezza".
"Un dirigente della Regione Lombardia - ha spiegato Andolina - aveva un problema, una malattia neurologica progressiva. Ha pensato che potevamo curarlo e ha favorito l'ingresso del nostro metodo negli Spedali di Brescia. Anche alcuni dirigenti locali avevano qualche fratello, cognato o marito da curare, col morbo di Parkinson".
"Presa diretta" dà spazio anche alla drammatica testimonianza di una famiglia che si era rivolta a Vannoni per curare una figlia affetta da tetraparesi spastica sin dalla nascita: "In tutto, il trattamento Stamina ci è costato 50mila euro, dobbiamo ancora finire di pagare e mia figlia è ancora sulla carrozzella, racconta il papà di Nicole De Matteis durante la trasmissione. La bimba, 11 anni, ha fatto una serie di infusioni Stamina, prima al Burlo Garofalo di Trieste e poi agli Spedali di Brescia: "La prima infusione ci è costata 27 mila euro" ha aggiunto la mamma mostrando copia dei bonifici inviati alla Rewind Biotech srl, società con sede a San Marino.
"I bonifici andavano fatti prima delle infusioni - dice nel suo racconto il padre della bambina - e in tutto il trattamento Stamina ci è costato 50mila euro e dobbiamo ancora finire di pagare perchè questi soldi li abbiamo presi in prestito dalla banca". "Vannoni - aggiunge la mamma - ci aveva promesso che la bambina avrebbe lasciato la carrozzella e che avrebbe camminato, tutto il contrario di quello che dicono adesso. Adesso dicono che Stamina serve a migliorare la vita dei malati, ma a noi ci aveva promesso la guarigione".
I due genitori raccontano anche cosa avvenne dopo la prima infusione fatta a Trieste: "La bambina ha cominciato a vomitare al punto che l'abbiamo dovuta portare in ospedale a Torino". Qui però ai medici non venne detto nulla della infusione: "Non glielo abbiamo detto - spiega il padre di Nicole - perché ho chiamato Vannoni chiedendogli come mi dovevo comportare e lui mi ha detto che secondo lui era meglio non dire niente, perché sennò avrebbero bloccato tutto. Ci aveva spiegato che andava fatto il ciclo completo perché facessero effetto, due non sarebbero servite a niente".
Nella seconda puntata di PRESADIRETTA andrà in onda con “IL METODO STAMINA”, la prima inchiesta televisiva sulla discussa “terapia” a base di cellule staminali del professor Davide Vannoni, che promette di curare tante gravi malattie.In questo momento potete seguire l'intervista in diretta di Iacona su Il fatto quotidiano TV: “Stamina? Caso italiano. Negli Usa non sarebbe mai successo”
Una vicenda di cui si è parlato moltissimo nelle ultime settimane e che sta dividendo il pubblico e i media come capitò col caso Di Bella.
PRESADIRETTA ha cercato di capire cosa sia davvero il “metodo Stamina”, chi sia il professor Vannoni, quali siano gli effettivi utilizzi delle cellule staminali. Una vicenda estremamente controversa che si sta giocando purtroppo, sulla pelle di tanti malati e delle loro famiglie.
A PRESADIRETTA vi racconteremo lo scontro durissimo tra la Comunità scientifica internazionale, che considera il “metodo Stamina” una truffa e la Stamina Foundation, che difende la bontà della sua terapia. Le battaglie legali delle famiglie che vogliono ricorrere alla cura presso l’Ospedale di Brescia, combattute nei Tribunali di tutto il paese.
L’autorevole parere di chi ha bocciato il “metodo Stamina”per totale mancanza di requisiti scientifici. Vi racconteremo le storie clamorose di chi si è sottoposto al “metodo Stamina” e naturalmente anche il suo inventore, il professor Vannoni.
Nella puntata “IL METODO STAMINA” Riccardo Iacona intervisterà su questa controversa situazione il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. A PRESADIRETTA, un viaggio all’interno dei meccanismi non sempre trasparenti, che regolano i rapporti tra politica e scelte sanitarie. Perché la voce della scienza conta così poco quando bisogna scegliere sulla salute pubblica?
“METODO STAMINA” è un racconto di Riccardo Iacona e Liza Boschin con la collaborazione di Marco Piazza
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Il rimpastino
Non ha nemmeno festeggiato il compleanno il governo di larghe intese.
La maggioranza che l'appoggia è già cambiata, con lo sfilamento tattico di Forza Italia e la nascita dei diversamente (miracolati) berlusconiani del nuovo centrodestra.
La larghe intese, anziché rafforzare l'azione del governo per uscire da questa crisi, per affrontare i problemi generali del paese, lo hanno indebolito.
Per tenere in piedi questa "cosa", che in un anno di governo ha partorito solo l'abolizione dell'IMU (rinata come l'araba fenica in altre forme) sono nati diversi partitini, nella grande corsa al centro e ai moderati.
Letta, nel discorso autocelebrativo di fine anno, ha rivendicato la svolta generazionale dei quarantenni, come la grande novità della politica.
Ministri come Alfano, il ministro che non sapeva cosa combinava nel suo ministero l'ambasciatore Kazako. Che spera che B. possa ricandidarsi.
Lupi, che per tagliare i costi dei traporti ha aumentato i pedaggi autostradali e che gestirà gli appalti dell'Expo.
De Girolamo, un altro ministro che non ha ben chiari i confini tra affari e politica.
Se le cose sono cambiate, o si ha l'impressione che cambino, è perché nella scena politica è entrato Renzi, con le sue idee su legge elettorale e lavoro.
Al decisionismo renziano ha risposto prontamente Alfano col suo piano del lavoro (della serie io ce l'ho più lungo): meno regole per creare più posti di lavoro. C'era bisogno di una conferenza stampa per presentare queste ricette già vecchie?
Dice il diversamente berlusconiano, che il jobs act di Renzi è roba del novecento.
Come la Costituzione, lo statuto dei lavoratori, la fine dell'Apartheid, il crollo del muro di Berlino. Le garanzie costituzionali di deputati e senatori.
Non necessariamente il modernariato è più moderno.
La ex Cirielli è del secolo presente, la legge Biagi e la miriade dei contratti anomali sono riforme di questi anni: in America la Chrysler è stata salvata non solo dalle regole, ma dai soldi pubblici, dei brevetti portati dall'Italia, dallo sforzo comune di sindacati, lavoratori, azienda.
Pensare ancora che la deregolarizzazione del mercato sia la soluzione, è semplicemente offensivo per la nostra intelligenza.
Che c'è di coraggioso nell'abolire l'articolo 18 (che è una tutela contro le discriminazioni)?
Quando si dimostrerà questo coraggio contro la corruzione, evasione, lotta alle mafie, alle lobby ...
12 gennaio 2014
Macerie
Ci sono voluti anni per avere una sentenza contro l'elezione di Cota in Piemonte, a quanto pare illegittima. Ancora non è certo cosa succederà, in Italia i tempi della giustizia sono quelli che sono.
Di certo Cota e la Lega non lasceranno la cadrega: è un golpe, toghe rosse, tremi chi attacca la Lega. Ancora non hanno usato l'espressione "giustizia ad orologeria".
D'altronde, se B. può continuare a fare la vittima dopo la sentenza di condanna per frode fiscale, perché lui si e loro no?
Sorprende, in questo clima di incertezza politica e di non assunzione di responsabilità, che il sindaco de l'Aquila si sia dimesso, dopo l'uscita delle intercettazioni sul dopo sisma ("ci pappiamo tutto quanto").
Non dia la colpa alla macchina del fango, sindaco: non sporchi il gesto di responsabilità che ha fatto.
Non faccia come il ministro che è stata presa al telefono a parlare non come persona delle istituzioni ma piuttosto come persona interessata a piazzare amici suoi dentro le Asl.
Non ci sono solo le macerie della palazzina di Matera, crollata su se stessa ammazzando una ragazza. Anche qui, come in altri episodi, tutti sapevano delle crepe, che erano visibili a tutti.
Polizia di Joe Nesbø
L'incipit
Dormiva là dentro, dietro la porta.L’interno del cantonale odorava di legno vecchio, residui di polvere da sparo e olio per armi. Quando i raggi del sole si riversavano dentro la stanza dalla finestra, un fascio di luce a forma di clessidra penetrava nel mobile dalla toppa e, se l’inclinazione era quella giusta, faceva luccicare debolmente la pistola sul ripiano centrale.La pistola era un’Odessa russa, una copia della piú conosciuta Stechkin.L’arma aveva avuto una vita vagabonda, aveva viaggiato con i kulaki dalla Lituania alla Siberia, si era spostata da un quartier generale degli urka all’altro nella Siberia meridionale, era appartenuta a un ataman, un capo cosacco ucciso dalla polizia mentre la impugnava, per poi capitare in casa di un direttore carcerario di Tagil collezionista d’armi.
Infine, l’orrenda, spigolosa pistola mitragliatrice era stata portata in Norvegia da Rudolf Asajev il quale,prima di scomparire, aveva monopolizzato il mercato degli stupefacenti di Oslo con la violina, un oppioide simile all’eroina. E adesso l’arma si trovava proprio in quella città, per la precisione in Holmenkollveien, nella casa di Rakel Fauke. L’Odessa era dotata di un caricatore predisposto per venti cartucce calibro nove per diciotto millimetri Makarov e sparava sia colpi singoli sia raffiche. Ne restavano dodici.
Immaginate di trovarvi di fronte ad un puzzle, siete riusciti a
mettere assieme alcuni pezzettini che mostrano alcune parti del
disegno, ma ancora è oscuro l'immagine finale che verrà fuori.
E,
sembra anche che qualcuno si diverta a nascondere apposta dei
pezzettini, per rendere tutto più complicato.
Un bel rompicapo,
vero?
Ecco "Polizia" è un po' come questo gigantesco
puzzle, dove rimangono ancora molti pezzi da incastrare: tanto per
iniziare, qualcuno sta uccidendo, a distanza di poche settimane,
alcuni poliziotti del distretto di Oslo. Che relazione c'è tra le
vittime, con che criterio sono state scelte? Quale è il legame tra
questi agenti?
Come mai sono stati uccisi su luoghi così
particolari: su vecchie scene di crimini sessuali, su cui loro stessi
avevano indagato.
Chi è l'uomo che sta dormendo, in un
sonno di coma, dentro l'ospedale di Rikshospital? Perché in tanti
sperano che questa persona non si svegli mai?
Che fine ha fatto il commissario Harry Hole, dopo aver
preso tre colpi di pistola, alla fine dell'indagine sul traffico
della droga del boss russo Asajev, e sulla morte di Gusto
Hanssen?
Come andrà a finire il rapporto ambiguo tra il nuovo capo della
polizia, l'ambizioso Mikael Bellman e la sua ombra, l'agente Truls
Berntsen?
E ancora, Harry Hole è morto? Chi è il “macellaio dei
poliziotti”, così viene chiamato dalla stampa? Un detenuto in
un carcere per reati sessuali, appena scappato dalla prigione?
Qualcuno che ha subito un torto così grande, dalla polizia, da
dover portare avanti una vendetta così violenta?
Agli agenti, per trovare una risposta a tutte queste domande,
servirebbe proprio una persona come Harry, capace di guardare la
scena del crimine sotto una nuova luce. Anzi, come diceva sempre lui
stessa, la prima regola era quella di iniziare “a cercare là
dove c’è luce”.
Capace di fare le domande giuste: cosa ha spinto i poliziotti a
recarsi senza difese su vecchie scene del crimine?
“Rimpiangeva il suo ruolo attivo, di quello che interviene, che salva l’innocente dal colpevole, che fa ciò di cui nessun altro è capace perché lui, Ståle Aune, è il migliore. Era tanto semplice. Sí, aveva nostalgia di Harry Hole. Aveva nostalgia di sentire al telefono la voce di quell’uomo alto, scontroso, alcolizzato, dal grande cuore incitarlo, o meglio, chiamarlo al servizio della comunità, pretendere che sacrificasse la vita familiare e il sonno per catturare uno scarto della società. Ma all’Anticrimine non c’era piú un commissario di nome Harry Hole, e nessun altro lo aveva cercato”.
Joe Nesbo ha ingegnato un grandioso rompicapo, in questo suo
ultimo romanzo: romanzo nel cui percorso sono disseminate diverse
trappole, fatte apposta per disorientare il lettore.
Come ad esempio i tanti personaggi inseriti nella storia,
rendendola forse un po' troppo complessa, con un ruolo di potenziale
colpevole.
A molti di questi, pur avendo un ruolo non apparentemente
fondamentale, l'autore è riuscito comunque a disegnarne il
carattere.La studentessa del corso di polizia col la foto di Harry in camera.
Il paziente dello psicologo nonché perito della polizia Ståle Aune.
Il detenuto nel carcere da depravati, con quel tatuaggio particolare sul torso.
Polizia è un noir in cui i protagonisti, buoni e cattivi, sono
agenti della polizia. Sono poliziotti le vittime. Sono poliziotti,
anzi, cattivi poliziotti Bellman, capo della polizia riuscito ad
arrivare in cima alla piramide grazie ai suoi intrallazzi col boss
della droga Asajev e all'assessore comunale Isabelle Skøyen (“un
puma che prendeva l’iniziativa e amava il rischio”):
– E allora? – Isabelle aveva accostato le labbra alle sue. – Hai paura di lui? – Non ho paura di lui, ma di quello che potrebbe raccontare. Su di noi.
Sono agenti anche Beate Lønn, Bjorn Holm, Stale Aune, Katrine
Bratt, che comporranno la squadra “ridotta” per catturare questo
serial killer e il loro capo Gunnar Hagen, capo dell'anticrimine:
“Ecco perché vi ho riuniti qui oggi. Voglio che formiate una piccola unità speciale che segua questa e soltanto questa pista. Il resto lo dovrete lasciare alla squadra grande”.
E, dopo un episodio che lo colpirà da
vicino, anche Harry, che seppure ha lasciato il corpo, rimane un
poliziotto dentro. Un poliziotto con una spiccata tendenza
all'autodistruzione, nonostante in questa fase della sua vita stia
cercando di ricostruire un rapporto con Rakel, la sua compagna. Non
senza qualche difficoltà, per tutti i mostri che si è portato
dentro:
“Se lei avesse potuto passare cinque secondi dentro la sua testa, e vedere chi era veramente, sarebbe scappata a gambe levate? Oppure dentro siamo tutti pazzi allo stesso modo, con l’unica differenza che c’è chi libera il mostro e chi no?”.
Sarà Harry, costretto a non mantenere
un giuramento, ad indirizzare la squadra nella giusta direzione:
“– L’assassino è un vendicatore e Harry ha ragione, uccide per amore, non per odio, per profitto o per sadismo. Qualcuno gli ha tolto qualcosa che amava, e ora toglie alle vittime ciò che amano di piú. La vita”.
Assassini efferati, che vengono
descritti con gli occhi delle vittime. Le violenze della polizia. La
corruzione dei politici. Ma anche lo spirito di corpo,.
Le paure dell'uomo, i suoi demoni, ma
anche le passioni. L'odio e l'amore.
Sono questi gli ingredienti per questo
giallo complicato, ma che lascia in chi legge, tante soprese e
soddisfazioni. Sempre che riusciate a sopravvivere ai tanti colpi di
scena dell'autore.
PS: un consiglio, conviene che vi siate letti il precedente libro
con Harry Hole, “Lo
spettro”, altrimenti alcune parti di questa storia
potrebbero sfuggirvi.
La scheda del libro sul sito dell'editore Einaudi
Qui
potete leggere il primo capitolo
11 gennaio 2014
Viva il re – la presentazione a Milano
C'era veramente tante gente ad assistere alla presentazione dell'ultimo libro di Marco Travaglio, “Viva il re”, alla Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano: a fianco all'autore c'erano i due giornalisti del Fatto Massimo Fini e Peter Gomez.
Tutta gente colpevole del reato di vilipendio al capo dello stato? Quello che i giornali e forse anche gli italiani (una volta) definivano baluardo della Costituzione.
Nel suo libro si racconta della sua storia passata, da migliorista vicino al PSI di Craxi, fino alla carica da Presidente della Repubblica.
Da difensore della carta costituzionale, a difensore della casta, del sistema dei partiti. Dello status quo.
Il presidente della grazie concesse senza nessuna ragione, contro la Costituzione.
Il presidente che ha aperto uno scontro contro una procura in prima linea contro la mafia.
Che non riesce a pronunciare la parola Di Matteo, nel suo ultimo discorso.
Il presidente che ha interpretato in modo politico il suo mandato e che, dunque, deve subire un giudizio politico.
Il presidente dai mille moniti. Pochi contro gli scandali. Molti contro giornali e procure che ancora si oppongono alla grande pacificazione. Tra l'antipolitica e quelle persone dentro le istituzioni e i giornali che ancora credono nella democrazia e in una giustizia uguale per tutti.
La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
10 gennaio 2014
Ministro, non crede sia opportuno
L'intervista del ministro sul corriere:
Ministro, non crede sia opportuno spiegare cosa...No, il ministro non crede che sia opportuno.
«Quello che dovevo dire, l’ho detto. Punto e basta!».
Punto e basta? Parlavate come un «comitato d’affari»...
«Macché! Quegli stralci di intercettazione ambientale abusiva non sono contestualizzati, non si colgono le sfumature, i colori... emergono sono le negatività».
Lei fornisce la netta sensazione di dare ordini, di parlare come qualcuno che comanda sui dirigenti della Asl.
«Senta: la vicenda su cui in molti si sono gettati come avvoltoi è nelle mani della magistratura e io, le ricordo, non sono indagata!».
Ripeto: lei fornisce la netta sensazione di dare ordini...
«Ma a chi? Su cosa? Non faccio mai riferimento a promozioni, non chiedo di avvantaggiare... affronto, piuttosto, le questioni del territorio: medici che rivendicano, ospedali chiusi...».
Poi però perde la pazienza per il bar interno al Fatebenefratelli gestito da suoi parenti.
«Vabbé... ho usato parole non esattamente consoni a una signora di classe? E che ci posso fare? Quanto perbenismo... Stavo a casa mia, potrò parlare come mi pare a casa mia, sì o no?».
Servizio pubblico - o la borsa o la vita
Alla fine del tunnel, anziché la luce che indica la fine della crisi, c'è Mario Draghi che ci spiega che la crisi non è finita. Ancora presto per esultare.
E, aggiungo io, nemmeno è certo che siamo sulla strada giusta.
Quella dell'Imu cancellata e poi rimessa in forma ancora più complicata.
I soldi investiti in incentivi, mancette, finte semplificazioni. Un cuneo fiscale da pochi euro.
Da quanti mesi Servizio pubblico parla di questa crisi, di come le ricette impiegate per curarla siano sbagliate, di come bisognerebbe affrontare alla radice i nostri problemi, anziché continuare con i tavoli per le riforme che si annunciano a basta.
Nella copertina di una puntata dove si è parlato delle origini della crisi finanziaria e della de industrializzazione nel nord, Santoro ha citato l'ultimo film di Scorsese: protagonista è un "lupo" della finanza, capace di creare soldi dai soldi, in un gioco spregiudicato per cui se non hai le fiches giuste, sei fuori.
Fuori dalla ricchezza: non quella dei nostri padri, conquista col lavoro e col sudore della fronte.
La questione lavoro.
Forse ai ragazzi di Nichelino, della cintura torinese che lavorava nella Fiat o nel suo indotto, del job act interessa poco.
Servizio pubblico ha mostrato, nel primo servizio, i giovani italiani costretti ad andare all'estero per conquistarsi una dignità e un lavoro.
E altri italiani rimasti in Italia con la loro rabbia.
Altri ragazzi si sono rimboccati le maniche e non si sono rassegnati ad un destino già scritto: sono i giovani imprenditori che hanno realizzato il prototipo (che può circolare) dell'auto ad idrogeno.
In un altro paese avrebbero tutto l'aiuto necessario da banche, governo, regioni.
Così si creano posti di lavoro, con la politica che guida e aiuta le imprese. Non che fa il tifo come successo con Marchionne.
In studio, Santoro ha mostrato alcuni pezzi del documentario “Inequality for all”, vincitore del Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2013
Come siamo arrivati a tali livelli di disuguaglianza sociale?
Servizio Pubblico presenta in esclusiva alcuni estratti dal documentario “Inequality for all”, vincitore del Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2013.
Sulla scia lunga della crisi economica, il divario crescente tra ricchi e poveri ha raggiunto livelli senza precedenti di allarme pubblico. Il nostro narratore d’eccezione, Robert Reich, ministro del lavoro dell’amministrazione Clinton, ci aiuta a capire come l'estrema disuguaglianza che stiamo fronteggiando abbia radici nei cambiamenti politici ed economici che iniziarono 30 anni fa. Attraverso il suo racconto, riusciamo a comprendere dove siamo e dove potremmo arrivare se non interveniamo subito. Reich si espone in prima persona, manifestando il suo grande impegno per il ritorno a una società in cui il sogno americano sia ancora possibile per tutti.
Gli ospiti in studio erano Maurizio Landini, Renato Brunetta e Federico Rampini.
Brunetta è stato cauto sul lavoro: se anche arrivasse la ripresa, passerà un altro anno prima che questa crei posti di lavoro. Più che le leggi del lavoro, serve la crescita del sistema e Renzi dovrebbe spiegare come fare questa crescita.
Landini ha parlato della troppa prudenza che c'è stata fin'ora: le ricette non funzionano e non hanno funzionato. Servono investimenti pubblici e privati, serve una chiara indicazione su quali prodotti e aziende investire.
E risolvere il nodo delle disuguaglianze e della distribuzione della ricchezza: l'1% delle famiglie italiane possiede il 46% della ricchezza.
I governi hanno assistito alla crisi, hanno fatto il tifo: in America Obama ha messo soldi pubblici in cambio della difesa dei posti di lavoro e delle tecnologie che Fiat ha portato lì.
In Sicilia 2000 operai dell'indotto perderanno il posto di lavoro, dopo anni che si è parlato di potenziali acquirenti.
Federico Rampini, ha commentato lo spezzono del documentario di Robert Reich (ex ministro di Clinton): perfino negli USA, dove comunque c'è crescita, questa sta avvenendo in modo malsano, strozzando il ceto medio.
C'è un nesso tra la crisi e la finanziarizzazione dell'economia e le diseguaglianze sociali.
Da dove prendiamo i soldi?
I vecchi governi Berlusconi, Monti e anche Letta dicono che i soldi non ci sono.
Qualcosa si può recuperare tagliando le spese militari (i caccia F35) e le grandi opere.
I tagli ai costi della politica (non quelli finti).
Ma il grosso dovrebbe arrivare dalla lotta ai capitali evasi: il governo non dovrebbe perdere tempo - ha spiegato Landini - con l'Imu.
L'intervento di Travaglio su Saccomanni
Mi ha fatto impressione vedere Landini e Brunetta sulla stessa lunghezza d'onda: dove stiamo sbagliando, mi sono chiesto?
Forse stare all'opposizione fa bene all'ex ministro, nemico di precari e fannulloni.
Che considera Saccomanni uno che ha paura dei burocrati europei: lui che ha fatto parte di un governo che ha firmato le leggi su pareggio di bilancio e fiscal compact.
Bisogna ripensare il modello industriale, il modello dei consumi, il rapporto tra Stato e cittadini.
Peccato che ci sia gente ancora in cerca di quella luce in fondo al tunnel.
Gente che litiga sulla legge elettorale, sui diritti alle coppie gay, sulle droghe leggere, sui mini indulti per liberare le carceri ..
E, aggiungo io, nemmeno è certo che siamo sulla strada giusta.
Quella dell'Imu cancellata e poi rimessa in forma ancora più complicata.
I soldi investiti in incentivi, mancette, finte semplificazioni. Un cuneo fiscale da pochi euro.
Da quanti mesi Servizio pubblico parla di questa crisi, di come le ricette impiegate per curarla siano sbagliate, di come bisognerebbe affrontare alla radice i nostri problemi, anziché continuare con i tavoli per le riforme che si annunciano a basta.
Nella copertina di una puntata dove si è parlato delle origini della crisi finanziaria e della de industrializzazione nel nord, Santoro ha citato l'ultimo film di Scorsese: protagonista è un "lupo" della finanza, capace di creare soldi dai soldi, in un gioco spregiudicato per cui se non hai le fiches giuste, sei fuori.
Fuori dalla ricchezza: non quella dei nostri padri, conquista col lavoro e col sudore della fronte.
La questione lavoro.
Forse ai ragazzi di Nichelino, della cintura torinese che lavorava nella Fiat o nel suo indotto, del job act interessa poco.
Servizio pubblico ha mostrato, nel primo servizio, i giovani italiani costretti ad andare all'estero per conquistarsi una dignità e un lavoro.
E altri italiani rimasti in Italia con la loro rabbia.
Altri ragazzi si sono rimboccati le maniche e non si sono rassegnati ad un destino già scritto: sono i giovani imprenditori che hanno realizzato il prototipo (che può circolare) dell'auto ad idrogeno.
In un altro paese avrebbero tutto l'aiuto necessario da banche, governo, regioni.
Così si creano posti di lavoro, con la politica che guida e aiuta le imprese. Non che fa il tifo come successo con Marchionne.
In studio, Santoro ha mostrato alcuni pezzi del documentario “Inequality for all”, vincitore del Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2013
Come siamo arrivati a tali livelli di disuguaglianza sociale?
Servizio Pubblico presenta in esclusiva alcuni estratti dal documentario “Inequality for all”, vincitore del Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2013.
Sulla scia lunga della crisi economica, il divario crescente tra ricchi e poveri ha raggiunto livelli senza precedenti di allarme pubblico. Il nostro narratore d’eccezione, Robert Reich, ministro del lavoro dell’amministrazione Clinton, ci aiuta a capire come l'estrema disuguaglianza che stiamo fronteggiando abbia radici nei cambiamenti politici ed economici che iniziarono 30 anni fa. Attraverso il suo racconto, riusciamo a comprendere dove siamo e dove potremmo arrivare se non interveniamo subito. Reich si espone in prima persona, manifestando il suo grande impegno per il ritorno a una società in cui il sogno americano sia ancora possibile per tutti.
Gli ospiti in studio erano Maurizio Landini, Renato Brunetta e Federico Rampini.
Brunetta è stato cauto sul lavoro: se anche arrivasse la ripresa, passerà un altro anno prima che questa crei posti di lavoro. Più che le leggi del lavoro, serve la crescita del sistema e Renzi dovrebbe spiegare come fare questa crescita.
Landini ha parlato della troppa prudenza che c'è stata fin'ora: le ricette non funzionano e non hanno funzionato. Servono investimenti pubblici e privati, serve una chiara indicazione su quali prodotti e aziende investire.
E risolvere il nodo delle disuguaglianze e della distribuzione della ricchezza: l'1% delle famiglie italiane possiede il 46% della ricchezza.
I governi hanno assistito alla crisi, hanno fatto il tifo: in America Obama ha messo soldi pubblici in cambio della difesa dei posti di lavoro e delle tecnologie che Fiat ha portato lì.
In Sicilia 2000 operai dell'indotto perderanno il posto di lavoro, dopo anni che si è parlato di potenziali acquirenti.
Federico Rampini, ha commentato lo spezzono del documentario di Robert Reich (ex ministro di Clinton): perfino negli USA, dove comunque c'è crescita, questa sta avvenendo in modo malsano, strozzando il ceto medio.
C'è un nesso tra la crisi e la finanziarizzazione dell'economia e le diseguaglianze sociali.
Da dove prendiamo i soldi?
I vecchi governi Berlusconi, Monti e anche Letta dicono che i soldi non ci sono.
Qualcosa si può recuperare tagliando le spese militari (i caccia F35) e le grandi opere.
I tagli ai costi della politica (non quelli finti).
Ma il grosso dovrebbe arrivare dalla lotta ai capitali evasi: il governo non dovrebbe perdere tempo - ha spiegato Landini - con l'Imu.
L'intervento di Travaglio su Saccomanni
Mi ha fatto impressione vedere Landini e Brunetta sulla stessa lunghezza d'onda: dove stiamo sbagliando, mi sono chiesto?
Forse stare all'opposizione fa bene all'ex ministro, nemico di precari e fannulloni.
Che considera Saccomanni uno che ha paura dei burocrati europei: lui che ha fatto parte di un governo che ha firmato le leggi su pareggio di bilancio e fiscal compact.
Bisogna ripensare il modello industriale, il modello dei consumi, il rapporto tra Stato e cittadini.
Peccato che ci sia gente ancora in cerca di quella luce in fondo al tunnel.
Gente che litiga sulla legge elettorale, sui diritti alle coppie gay, sulle droghe leggere, sui mini indulti per liberare le carceri ..
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