12 ottobre 2020

Anteprima delle inchieste di Presadiretta – il prezzo ingiusto

L'ultima puntata della stagione 2020 di Presadiretta sarà dedicata alla catena del valore del cibo: una catena che arricchisce pochi e produce diseguaglianza, sofferenza, schiavitù e sfruttamento.

Nell'anteprima si parte da questo dato: durante il lockdown i supermercati hanno fatto un +9% di vendite, mentre gli agricoltori hanno venduto i loro prodotti ad un prezzo inferiore dei costi di produzione.

Quali le cause di questa stortura, di questa piramide il cui peso grava sui 600mila braccianti irregolari (che la sanatoria della ministra Bellanova ha regolarizzato per metà) di cui almeno 130 mila vivono in condizioni di schiavitù nelle baraccopoli del sud?



Nelle anticipazioni del servizio, Giulia Bosetti racconta cosa sta dietro i volantini e le offerte 3 X 2 fatte da tutte le catene della GDO, concepiti per spingere i consumatori a comprare.

Sono volantini preparati mesi prima, poi magari i prodotti per questioni climatiche non c'è in quel periodo quindi il prezzo indicato sul volantino è al di sotto del prezzo di produzione- lo racconta un grossista del settore ortofrutticolo Marco Stravato.

Quest'estate si è scatenata la guerra delle angurie, che venivano vendute a 1 centesimo al kg, ma ad un agricoltore produrre un kg di anguria di qualità costa 4 centesimi solo la cesta, poi ci sono altri costi per le piantine, la crescita, il concime .. eppure nel volantino è scritto che “alla filiera alimentare è stato corrisposto il giusto prezzo”.

Quando voi comprate le melanzane ad un euro, significa che a noi ce le pagano a 20,30 centesimi – racconta un agricoltore: le offerte dei supermercati sono fatte sulle spalle di chi produce e non dalla distribuzione, che non ci rimette mai e impone la sua posizione di forza, cacciando fuori (anche con espedienti poco puliti) gli agricoltori che chiedono prezzi più alti.

La giornalista si è messa in contatto con un produttore che ha lavorato con importanti catene alimentari: le loro strategie di vendita lo hanno portato a dover vendere l'impresa: “le scontistiche aumentavano sempre e addirittura si facevano retroattive, ci sono catene che ti impiccano..”.

I produttori sono costretti a dover vendere ciò che producono in modo che finisca sugli scaffali, altrimenti si rischia di dover licenziare dipendenti, a dover usare più chimica per aumentare la resa, a sfruttare maggiormente lavoratori e lavoratrici.

Eppure queste catene di supermercati non stanno male economicamente: nei mesi del lockdown la spesa degli italiani è cresciuta del 17,8%, spesso in quei mesi trovavamo gli scaffali vuoti, alcuni prodotti sono diventati merce rara come farine e miscele (la cui vendita è schizzata ad un +105,8%).

Le vendite sono cresciute del 9%, del 22% per i prodotti freschi, quando la gente era costretta a stare a casa: i supermercati facevano fatica a reperire i prodotti come frutta e ortaggi – spiega il direttore di Megamarket – e così il loro prezzo è lievitato.

Secondo i dati dell'Istituto per i servizi del mercato agricolo e alimentare, le arance tarocco sono arrivate a costare un +32% rispetto ad un anno fa, i limoni sono cresciuti di prezzo del +116%, i kiwi del +53%, le albicocche del +91%, le pesche nettarine del 75%, i cavolfiori del +51%.

Secondo le analisi di Coldiretti e Istat tutto ciò si è tradotto in un aumento dei prezzi di frutta e verdura 40 volte superiore a quello dell'inflazione.

Un aumento che non è in linea con quello dei prezzi all'origine – spiega Lorenzo Bazzana di Coldiretti. Ad un aumento per il consumatore si è registrata una contrazione dei prezzi per i produttori.

Qualcuno ha approfittato dell'emergenza per speculare sul nostro cibo?

Altroconsumo ha fatto un'indagine sul prezzo di questi beni, ne parla Ivo Tarantino: nelle prime settimane del lockdown c'è stata una diminuzione delle offerte per beni come prodotti per la pulizia, il cibo o le farine, con un conseguente aumento medio del loro prezzo.

“La nostra ipotesi è che i supermercati hanno deciso di fare meno promozioni perché sapendo che le persone si potevano spostare poco, non c'era bisogno di attrarre altri clienti, hanno diminuito la quantità di prodotti venduti a sconto.”

Grazie alle denunce delle associazioni di consumatori l'Antitrust ha aperto un'indagine sui prezzi dei beni di prima necessità, concentrandosi sulla grande distribuzione.

Altro tema affrontato dal servizio quello della guerra dei prezzi, con le aste al ribasso: è lo stesso principio delle gare d'appalto dove è consentito il massimo ribasso.

Solo che con la grande distribuzione si chiama asta al doppio ribasso: la spiega alla giornalista Fabio Ciconte, direttore dell'associazione Terra!.

“Ci sono due battute d'asta, nella prima sono invitati i singoli fornitori per fare una prima offerta su un quantitativo molto importante di prodotti. Dopo qualche settimana gli stessi produttori vengono invitati a fare una seconda offerta il cui prezzo di partenza è il presso più basso della prima asta. A partire dal quel momento il singolo fornitore si trova davanti uno schermo del computer in cui ha alcuni minuti per ribassare la propria offerta, mentre un altro concorrente, di cui è garantito l'anonimato, fa un'offerta ancora più al ribasso. Continua questo gioco perverso in cui i produttori abbassano e abbassano pur di accaparrarsi quell'offerta, ma questo determina che tu hai svenduto il tuo prodotto pur di stare sul mercato".

Uno di questi ha accettato di parlare con Presadiretta, si chiama Francesco Franzese, amministratore de La Fiammante: la sua azienda si trova a Buccino, in provincia di Salerno: qui si lavorano solo pomodori italiani che sono trasformati per fare passate e conserve.

Ha mostrato alle telecamere una di queste aste, per una fornitura annuale, del valore di qualche milione: le aste le conosce bene e sa quanti danni possono fare: ha raccontato l'unica volta che ha vinto, si partiva da una base di 6,5 ml ed a causa dei ribassi, cronometrati da un timer del sistema, si poteva arrivare anche a 4 milioni. In pochi minuti si perdono anche due milioni di euro: il problema è che poi quest'asta diventa un riferimento per l'intero mercato, livellando al ribasso il prezzo dei prodotti e mandando in crisi i produttori.

Eppure nel 2019 l'agroalimentare è stato uno dei settori che hanno trainato la nostra economia con una crescita record del 6,9% per un fatturato di 538 miliardi di euro, pari al PIL di Norvegia e Danimarca assieme.

Perché allora da anni l'agricoltura lancia un grido d'allarme disperato?


Iacona era stato in Sicilia nel 2005 e nel 2011, dagli agricoltori che si lamentavano del prezzo troppo basso dei pomodori, che li costringeva ad indebitarsi per continuare la produzione. In Veneto, stessa musica da parte dei produttori delle mele. In Sardegna sono ancora fresche le immagini dei pastori che gettavano il latte per strada, troppo basso il prezzo che veniva loro riconosciuto dai consorzi.

Poco dopo è toccato agli agricoltori della Basilicata che hanno buttato via tutti i loro prodotti: “quando arriva il commerciante che mi paga 9 centesimi al kg il pomodoro, mettendomi il coltello alla gola, può non sapere il commerciante e la grande distribuzione che sta facendo una estorsione nei miei confronti?” sono le parole di Gianni Fabris di Altraagricoltura.

Si torna sempre alla grande distribuzione e ai produttori che, per le calamità naturali (ormai sempre più frequenti) poi, in Basilicata, non hanno i soldi per ricostruire le serre per le fragole.

Sul banco del supermercato vedo le fragole a 12 euro al kg, ma al contadino arrivano solo 2 euro o anche 1,5 euro.


E oggi la battaglia degli agricoltori è diventata anche quella dei braccianti che lavorano nei loro campi: quest'estate a Foggia sono scesi in piazza contro il caporalato ma anche contro il sistema della GDO.

Portavoce il sindacalista Aboubakar Soumahoro: 

“se la grande distribuzione ha un fatturato di 83 miliardi annui e un raccoglitore di asparagi percepisce al giorno, per 12 ore di lavoro, appena 35 euro, quando da contratto sono 50 euro circa, vuol dire che qualcuno ci guadagna. E noi coi contadini con cui lavoriamo, ci rendiamo conto che a loro volta che qualcuno li sta comandando. Non è una mano invisibile, c'è una concentrazione di potere. Per quanto riguarda la GDO, sono loro che stanno sottoponendo contadini e braccianti a dei meccanismi di immiserimento. I caporali si inseriscono dentro questo mondo di foresta, ma il caporale è un albero dentro la foresta.”

Sono tante le domande che emergono da queste anticipazioni: se dovessero arrivare altri lockdown, dobbiamo aspettarci altri rincari?

Come mai i prezzi aumentano al banco ma agli agricoltori arrivano sempre meno soldi?

Chi controlla la GDO, che altera il mercato livellando al ribasso il prezzo delle merci fino a livelli insostenibili?

Se si fa un'asta per la fornitura di un pomodoro e un supermercato spunta un prezzo di 0,17 euro, poi tutti gli altri supermercati vorranno lo stesso prezzo, a prescindere da come è andata la produzione, se ci sono state calamità o altro.

Come possiamo tutelare il settore alimentare che, specie in momenti di crisi come questo, è fondamentale ed è pure uno dei pochi che non si è mai fermato nemmeno durante il blocco a marzo.

Continuare ad abbassare il prezzo di un prodotto va a discapito della sua qualità: il guadagno del consumatore è solo effimero, perché dietro potrebbe esserci un maggior uso di pesticidi, meno controlli.

I luoghi, anzi, i ghetti dove spesso devono vivere i braccianti, sono bombe sanitarie: sono persone che non vivono in condizioni di sicurezza e che poi raccolgono il cibo che mangiamo.

Come pensiamo di andare avanti con queste situazioni?

Su 600 mila irregolari di cui parlava la ministra Bellanova, sono solo 30mila quelli che hanno avuto accesso alla sanatoria.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

09 ottobre 2020

9 ottobre 1963, la diga del Vajont

 


9 ottobre 1963, 9 ottobre 2020. Sono passati 57 anni dalla tragedia del Vajont, la grande frana staccatasi dal monte Toc che causò 1917  vittime tra Longarone e i paesini vicini, in provincia di Belluno.

Sono passati 57 anni e le montagne continuano a franare, i fiumi ad uscire dai loro argini, spesso cementificati. Fenomeni che i cambiamenti climatici hanno reso sempre più frequenti.

Oggi, come 57 anni fa, la cura dell'ambiente è vista ancora come un ostacolo allo sviluppo, al progresso, al profitto.

Il ponte sul Sesia crollato il 2 ottobre 2020

Succedeva allora, succede anche oggi e succederà domani, per le prossime olimpiadi invernali tra Cortina e Milano.

Ma ce ne accorgiamo solo quando la tragedia è già avvenuta, quando i morti ci sono già stati, quando le case delle persone sono già state invase dal fango. Quando ponti e strade sono già crollati o sott'acqua.

Quella marea di fango che causò quell'onda spaventosa che, sorpassata la diga del Vajont, andò a schiantarsi sulle povere vittime di Longarone.

« Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. [...] Solo la metà scavalca di là della diga, solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Duemila i morti. »

Peccato non ci sia più un Marco Paolini col suo teatro civile a raccontarci la storia della costruzione della diga. In quella storia c'è tutto il marcio del nostro paese.

L'arroganza del concessionario privato che nella valle (e dentro le istituzioni) si comportava da padrone. Uno stato nello stato.

Il silenzio dei giornali su quanto stava accadendo sulla diga (e la vergogna di alcuni giornalisti per quanto scrissero a caldo dopo il disastro) eccetto gli articoli che Tina Merlin, che era stata staffetta partigiana, scriveva su l'Unità (e che le costarono una causa in Tribunale poi archiviata)-

Lo scarso senso etico di esponenti delle istituzioni, dalla provincia, al genio civile, al ministero di Roma e fin dentro questa Sade.

La messa in produzione della diga, per rientrare nelle spese (la metà delle quali erano state pagate dallo Stato, ricordiamolo) a qualunque costo, anche a costo della vita.

Fin che ci si ostinerà a pensare solo al cemento, a nuove autostrade, a grandi opere come il Mose che diventano utili sono dopo anni e dopo miliardi spesi forse inutilmente, saremo costretti a rivivere le stesse scene.

Gente con le mani nei capelli. Case crollate o sommerse da acqua, fango e detriti. Persone travolte da fiumi che improvvisamente si gonfiano ed esplodono.

Provate a controllare, sulle prime pagine dei giornali, di cosa si parla oggi. Certo, c'è il virus, i contagi, il timore di un lockdown. Farete fatica a trovare proposte su temi ambientali (veri, non di facciata) per i 209 miliardi che arriveranno l'anno prossima dall'Europa per il recovery fund.

Perché piuttosto che mettere in sicurezza prima, si preferisce spendere dopo, di fretta e male, e piangere sulle proprie colpe.

08 ottobre 2020

Confine di Stato, di Simone Sarasso

 


Sandro Arlacchi

Il 12 dicembre smisi di essere un ragazzino. Mio padre quel giorno non aveva in programma di andare a Milano. Verso mezzogiorno lo chiamò invece un suo collaboratore dicendo di raggiungerlo nella piazza della banca, dove ogni venerdì si svolgeva il mercato degli allevatori. C'era un affare da concludere, gli disse.

La vendita di un terreno: doveva fare da mediatore. Il primo a sapere cos'era successo fu il parroco, ma non ebbe il coraggio di dircelo. Incaricò il medico, che alle 19.30 venne a casa nostra.

Ci disse che in mezzo ai feriti c'era anche mio padre ...

Ogni tanto serve voltarsi indietro, per vedere da dove si è arrivati, per comprendere il presente serve conoscere il passato.

E il passato del nostro paese, se ci limitiamo al periodo del secondo dopoguerra, è un intreccio di storie di spionaggio, ricatti, cadaveri eccellenti, stragi, tentate stragi e tentati colpi di Stato.

Uno Stato che ha dovuto fare i patti col diavolo sin dall'inizio, sin dallo sbarco degli americani e della guerra ai comunisti nella Sicilia di Portella della Ginestra.

Uno Stato che era dal lato degli Alleati, dell'America liberale e che però aveva al suo interno il più grande e importante partito comunista europeo.

Uno Stato che, lo dice la storia, lo dicono gli stessi testimoni, almeno fino alla caduta del muro di Berlino, viveva in una situazione di sovranità limitata. Nessuna autonomia politica, nessuna possibilità di alternanza politica tra destra e sinistra, nessuna indipendenza energetica, tanto meno di geopolitica.

Certo, negli anni del dopoguerra ci siamo sollevati dalle macerie, abbiamo avuto il boom che ha arricchito il paese in modo diseguale, portando al nord una marea di italiani del sud in cerca di fortuna.

Abbiamo fatto scoperte scientifiche importanti, nel settore chimico, nella medicina.

Ma.

C'è sempre un ma. C'è sempre quello stato che ha trattato con mafiosi, con tagliagole, con parassiti, che ha preso ordini da oltre atlantico dall'ambasciatore di turno (sin dai tempi di Clare Boothe Luce che voleva mettere fuorilegge il PCI), dal fratello massone di turno.

Simone Sarasso in questo romanzo (primo di una trilogia) scritto nemmeno troppi anni fa, racconta questa storia, in modo nuovo, prendendo spunto dalla storia reale e mettendoci dentro delle sue invenzioni, nei buchi.

In Confine di Stato si racconta un ventennio, dai primi anni cinquanta ai primi anni settanta, attraverso tre diversi episodi che hanno segnato la nostra storia: la morte di Wilma Montesi (il caso Montesi), l'attentato sui cieli di Bascapè al presidente dell'Eni Enrico Mattei e la strage di Piazza Fontana.

Lo fa in modo diverso, prendendo spunto dai romanzi di Carlo Lucarelli (e dai suoi racconti nella trasmissione Blu Notte), dal maestro James Ellroy (da cui ruba letteralmente dei personaggi) e dal Giuseppe Genna.

L'incipit del romanzo, una carrellata verso la banca dell'Agricoltura, in quel maledetto 12 dicembre del 1969, è ispirato a Grande madre rossa.

Milano 12 dicembre 1969

Camera a volo d'uccello sulla città.

Sfere gassose anonime, grigio chiaro.

Nessun sonoro. Solo il sibilo del vento, tagliente.

La camera scende, scende sulla città, da piazza del Duomo fino a piazza Fontana, fino a dentro alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, dove un uomo ha posato la sua borsa sotto il tavolo al centro della stanza all'ingresso, per poi andarsene. 
Tic tic, fino alle 16.47. Poi lo scoppio.

Un ragazzo in divisa è il primo dei soccorritori.
Scorge una mano che si agita. Stringe quella mano. Tira forte. Stretto nel suo palmo rimane giusto un braccio. 
E' scoppiata la bomba in piazza Fontana.

I personaggi del libro sono riconoscibili dietro i nomi inventati dall'autore. Nella prima parte, Operazione sorpasso, si parte con la scoperta del cadavere di una giovane donna, sulla spiaggia di Torvajanica.

Si chiama Ester Conti, era uscita di casa due giorni prima e ora è morta: si intuisce subito che si sta parlando di Wilma Montesi, la ragazzo romana che, in una prima istruttoria si disse fosse morta per un pediluvio.

Sarasso è bravo a raccontare la storia del caso Montesi (il clamore sulla stampa, nell'Italia contadina e bigotta degli anni '50, le accuse al figlio del senatore Piccioni, il processo al giornalista che aveva parlato delle cene a base di sesso e droga a Capocotta con notabili della DC). E poi il dietro le quinte.

Le menzogne fatte uscire sui giornali, per una guerra interna alla DC per la successione di De Gasperi.

Chiunque si avvicini alla verità, come il giornalista che bazzica nei bassifondi Lorenzo Trama, deve essere fermato. Il potere, quel potere marcio e violento, sarà spietato.

Nella seconda parte, Il gioco pesante, l'obiettivo è invece annientare il "padrone d'Italia", presidente dell'ente petrolifero Riviera, che ha deciso che l'Italia deve avere la sua autonomia energetica, anche andando a trattare coi paesi produttori, tagliando fuori le sette sorelle.

Chiaro il riferimento ad Enrico Mattei e alla sua Eni.

“Una ventina di anni fa ero un buon cacciatore. Avevo due cani — un bracco tedesco e un setter — e cominciando all’alba e finendo a sera, su e giù per i canaloni, i cani erano stanchissimi. Ritornando a casa dei contadini, la prima cosa che veniva fatta era dare da mangiare ai cani e gli veniva dato un catino di zuppa, che forse bastava per cinque. Vidi arrivare un gattino grande così, magro, affamato, debole. Aveva una gran paura, e si avvicinò piano piano. Guardò ancora i cani, fece un miagolio e appoggiò uno zampino al bordo del catino. Il bracco tedesco gli dette un colpo lanciando il gattino a tre o quattro metri, con la spina dorsale rotta. Questo episodio mi fece una grande impressione… Ora però ci siamo fatti più scaltri. Nel catino della zuppa degli Americani adesso ci infiliamo tutto il muso. Dovranno dividerla con noi, volenti o nolenti…”

Ancora una volta, quello stato nello Stato, per fermare Mattei, o Riviera, si muoverà in modo spietato, un braccio armato che vede a fianco mafiosi, il re della droga (Il mago, un personaggio che ricorda Ronald Stark), e quell'Andrea Sterling, filo rosso, o nero, che organizza il sabotaggio all'aeroporto di Catania.

Perché quello che va fatto, va fatto, perché è la scelta giusta, come quella di Abramo che stava per sacrificare il figlio. Non si può fare la guerra all'America.

Infine la madre di tutte le stragi, nella terza parte "Alzo zero", la strage di Piazza Fontana. Siamo a fine anni 70, dopo un autunno caldo, segnato dalle manifestazioni della sinistra e degli studenti delle università. Serve un segnale forte, affinché la rivoluzione dei comunisti venga bloccata. Un segnale che permetta la svolta autoritaria a destra dello stato.

E il segnale è la bomba, anzi le bombe di quel 12 dicembre 1969: e non importa se devono morire delle persone. È nell'interesse superiore dello stato, per la causa.

Il personaggio dell'editore e facilmente individuabile in Giangiacomo Feltrinelli, trovato morto sotto un traliccio dell'Enel. Finanziatore dei movimenti extraparlamentari e diventato ideologo della rivoluzione a sinistra.

Morto in uno strano suicidio: come quello di Giuseppe Pinelli (colpevole della strage perché anarchico); come quello di Peppino Impastato ...

Anche qui i personaggi sono nascosti dietro nomi fittizi: Ismaele Voltri è Valpreda (il mostro da sbattere in prima pagina); dietro i neofascisti Mario Gelo e Leone ci sono gli ordinovisti Freda e Ventura. Si riescono a riconoscere (dietro le quinte) Pino Rauti e un giovane commissario della questura di Milano, Achille Serra.

Queste le storie, in mezzo alle quali si muove Andrea Sterling, un personaggio che è la personificazione del Male, il filo nero che unisce i delitti più efferati e oscuri compiuti nel nostro Paese.

Confine di Stato racconta un pezzo della storia del nostro paese, è il primo volute di una trilogia che dagli anni cinquanta arriva fino agli anni novanta.

La storia di una guerra, una guerra sotterranea, a bassa intensità, asimmetrica, che però ha ucciso, ferito, distrutto le vite di molte persone. Non solo Ester Conti, Riviera o il padre di Sandro Arlacchi.

Sterling faceva delle domande: «Perché facciamo fuori dei civili?»

Leone, calmo: «Se vuoi una frittata devi rompere qualche uovo. E poi non siamo noi ad ucciderli. Sono i rossi che fanno fuori gli innocenti. I rossi, gli anarchici del cazzo, i cinesi. Noi siamo quelli che rimettono le cose a posto dopo che loro hanno fatto il casino. Si chiama “strategia della tensione”, Sterling. Andrà un sacco di moda quest'anno.»

Una guerra che ha ucciso il futuro del nostro paese, la possibilità di una trasformazione progressista delle istituzioni e dei suoi rappresentanti.

Una guerra combattuta con le armi, col ricatto, col sesso, coi bordelli, con lo scandalo, con la droga, con la mafia. Con le menzogne sui giornali.

Una guerra combattuta con le spie:

"Cosa serve per fare una guerra? Non servono né pistole, né bombe, né coltelli .. La guerra si fa con le spie".

Questo l'insegnamento che viene dato ad un agente da parte del suo istruttore. Spie in grado di fare le operazioni sporche che chi comanda non può compiere. Spie in grado di uccidere e successivamente depistare le indagini. Spie al servizio di un potere che è riuscito, in quegli anni, a tenere in pugno il paese col ricatto, il terrore e l'omicidio.

Non leggetelo come un libro di storie, alcune conclusioni sono veramente forzate (come nello stile dell'autore): non c'è mai stato un agente dei servizi con un passato in manicomio.

Certi ordini per eliminare delle persone non possono essere arrivati dall'alto, vale sempre la regola dei cerchi concentrici, pure citata nel romanzo

Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare. Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così. Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere. Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare? Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.Poi succede quello che deve succedere. Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.

Ma questo è un libro da leggere, per ricordarsi da dove arriviamo, per ricordarsi come certi vizi derivino da lontano: il potere per il potere, il rapporto stato mafia, certa stampa al servizio del potere e non di chi legge.

La trilogia sulla storia d'Italia

La scheda sul sito di Marsilio

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

07 ottobre 2020

A proposito di libertà

Come il figlio del falegname di Nazareth, anche Trump risorge dopo pochi giorni di oscurità.

Certo, nel suo caso non è un miracolo, anzi, è la rappresentazione diretta di cosa significhi in America (e non solo, vedi caso Berlusconi) avere amici che sono anche azionisti di case farmaceutiche che possono darti delle cure innovative in ospedale.

DELLE CURE, È PRESTO DETTO: nessuno al mondo ha mai ricevuto il cocktail di farmaci somministrato a Trump. Regeneron e Remdesivir non sono bruscolini, e tra l’altro il presidente ha una certa consuetudine con il fabbricante: il Ceo di Regeneron, Leonard Schleifer, è socio dello stesso circolo di golf di Trump a Westchester (New York) e il presidente è stato azionista in prima persona. Il mix di anticorpi sintetici RegnCov2 è ancora sperimentale e non è autorizzato dalla Fda, l’ente americano che certifica farmaci e cibi, ma gli è stato ugualmente fornito in compassionate use – a differenza degli altri 210mila contagiati americani – e Regeneron quel giorno ha fatto un gradito salto in borsa del 7%.

Non come quei pezzenti che nella terra delle opportunità non hanno le cure mediche che qui da noi sono di base.

Più che di presidente degli Stati Uniti, dovremmo parlare di padrone degli Stati Uniti: decide chi infettare, come e quando.

Dai collaboratori della casa bianca agli agenti del servizio di sicurezza. Che sia un agente silente delle potenze nemiche?



Appena varcata la soglia del Campidoglio Trump si è tolto la mascherina per farsi vedere, forte e potente, dai suoi fan elettori.

Che fastidio quella mascherina, come dicono anche i sovranisti di casa nostra, è un attacco alle nostre libertà. La libertà di infettare gli altri per esempio.

A proposito di libertà, strano come proprio i paladini delle libertà (di farsi gli affari propri) siano anche poi gli artefici dei decreti sicurezza, quelle leggi che hanno trasformato in reati picchetti e blocchi stradali.

Come i blocchi dei pastori sardi che protestavano contro il prezzo del latte.

No, se sei di un ceto inferiore, certe libertà non le hai.

Schiavo.

06 ottobre 2020

Presadiretta – la tempesta perfetta

La tempesta perfetta è quella che si sta per abbattere sulla nostra economia e per questo diventa urgente decidere cosa finanziamo con i 209 miliardi di euro che arriveranno dall'Europa.

Iacona ne ha parlato con Paolo Gentiloni, commissario degli affari economici, la struttura che dovrà valutare i nostri progetti.

Cosa può fare l'Europa per contenere il contagio?

L'Europa – ha risposto Gentiloni – deve dare standard comuni, le zone arancio, le zone rosse, anche se non è nei poteri.

L'altra cosa è la grandissima e inaspettata disciplina nel rispettare le norme pubbliche e che dovremo continuare a rispettare.

Le spese sostenute dall'Italia, per la cassa integrazione, per l'extra deficit, pregiudicheranno la ripresa?

Secondo Gentiloni questa spesa era prevista e incoraggiata: in tutta Europa si sono visti applicare gli stessi meccanismi di cassa integrazione visti in Italia.

C'è incertezza, fino ad agosto c'è stata una ripresa forte, ma da settembre l'incertezza ha rallentato il ritmo.


L'Unione Europea ha sospeso il patto di stabilità, per la prima volta. L'Europa abbandonerà l'austerità?

Nessuno dei paesi europei starà nei parametri del 3% del deficit, Gentiloni ha detto che difficilmente si cambieranno le norme sul deficit ma potrebbero cambiare i percorsi per avvicinarsi alle soglie previste.

Il fondo cerca di ridurre queste differenze tra paesi: i soldi non devono essere usati per abbassare le tasse, non un taglio generalizzato per abbassarle a tutti, ma in modo mirato per certi settori.

Il governo dovrà prendere delle decisioni che avranno un impatto nel lungo periodo, che risolvano problemi che stanno strozzando la nostra crescita. Ma il governo deve prendere le decisioni a breve termine, per le prossime generazioni. Ci vuole molto coraggio.

Il next generation Ue è legato a controlli sulla democrazia: ci sono paesi che stanno osteggiando questi vincoli (come l'Ungheria). Il fondo potrebbe essere bloccato?

Gentiloni è ottimista, i negoziati e gli accordi non hanno tolto le divisioni tra i paesi, l'Europa non è uno stato federale, ma il progetto comune si è dimostrato più forte degli stati singoli.

Abbiamo bisogno di qualità nei piani e abbiamo bisogno che ci si sbrighi per evitare che il contributo europeo sia spostato avanti nel tempo.


E' l'ultimo treno per l'Italia e per l'Europa?

Se non cogliamo questa opportunità, potremmo non averne un'altra, ammette Gentiloni, che in questo piano ha una “fiducia battagliera.”

Nei primi sei mesi l'Italia ha esportato meno merci per un valore di 36 miliardi di euro in meno, un caso rispetto al 2019 del 15% che non si registrava dalla crisi del 2008. Dopo il tonfo di aprile i dati sono in risalita, ma siamo ancora lontani dai valori pre-covid.

Dal porto di Venezia transitano 180mila container l'anno, di merci verso l'Africa o verso i mercati asiatici, lo sbocco primarie delle filiere produttive del Veneto, una delle regioni più votate al commercio internazionale e dunque più colpite dalla crisi.

Il porto è l'area di sbocco di un'area che produce il 10% del PIL: oggi il piazzale del porto non è trafficato e serviranno altri tre anni per tornare ai vecchi volumi di merci.

Meno merci significa meno lavoratori che lavorano nel porto: persone che ora con la cassa integrazione fanno fatica ad arrivare a fine mese.

Le difficoltà del porto sono solo un assaggio della crisi nel Veneto: nell'entroterra ci sono infatti ben 17 distretti industriali che raggruppano migliaia di aziende che esportano praticamente tutto ciò che producono, è la piccola e media impresa che è riuscita negli anni ad inserirsi con successo nelle cosiddette catene globali del valore e a conquistare il mondo con i propri prodotti. Ma è proprio questa vocazione all'export che oggi le rende vulnerabili.

Presadiretta ha sentito l'opinione di Gianluca Tocchi della Fondazione Nord Est: “Se l'export non riparte è un problema, per tutta l'Italia, ma un problema particolarmente per quest'area”.

Prima si sono fermati i paesi produttori delle materie prime usate dalle industrie venete, poi si sono fermati gli ordini.

Quali le catene del valore che, in Veneto, sono state maggiormente danneggiate: è sempre Gianluca Tocchi a rispondere, raccontando che nel mercato asiatico è molto sensibile il settore della moda, ma sicuramente una delle più danneggiate è quella della meccanica.

Il 20% dell'export del Veneto è generato da macchinari e impianti: una di queste aziende nel settore metalmeccanico è la Ravagnan, che da Rovigo esporta in tutto il mondo: i cilindri in acciaio che hanno prodotto rimangono a far ruggine perché i clienti internazionali sono in crisi. Non solo non ordinano più, stanno anche cancellando ordini passati.

Qui lavorano sulle poche commesse rimaste: se normalmente l'azienda occupa 50 persone, adesso ce ne sono solo 15 e il grande capannone di assemblaggio è quasi vuoto.

Qui sono in cassa integrazione, perché il 50% delle merci sono per l'estero ed è quasi tutto bloccato: si è perso moltissimo come produzione, circa il 30% sul budget annuale.

E la ripresa non darà benefici nell'immediato: il mercato domestico è diventato un po' più presente, ma hanno dovuto chiudere cantieri in Messico, in Perù, in Brasile, non hanno ancora un'idea delle riaperture. “Il mondo è diventato all'improvviso molto grande”.

Hanno bisogno del mondo anche nel distretto calzaturiero della Valle del Brenta che esporta più del 90% della produzione. Parliamo di 10 mila lavoratori su 500 azienda che producono 19 milioni di paia di scarpe all'anno.

Parliamo di 1,5 miliardi in export, una miniera d'oro per la bilancia commerciale italiana che ora rischia di esaurirsi.

Qui parliamo di manifattura di precisione che lavora per un mercato specifico: il mercato russo chiede un prodotto carico di accessori, quello cinese chiede prodotti sobri. Cambiare mercato è difficile.

Gilberto Ballin racconta che questo settore ha perso il 40% della produzione ed è ora preoccupato per il futuro.

“Non nascondo che in questo momento gli aiuti statali sono cruciali ” - dice Gilberto Ballin presidente Acrib - “quello che ci preoccupa di più è che venga sospesa la cassa integrazione, questo è stato un ammortizzatore sociale che ha tenuto a galla molte aziende in questo momento.”

Elena Terrin è una imprenditrice di questo distretto e sta già subendo il mancato arrivo di ordini per la prossima stagione. Per avere aggiornamenti si collega in video conferenza coi suoi responsabili vendite da Mosca e da New York.

Da Mosca, parla la responsabile: “i negozi sono aperti ma le vendite non ci sono, la gente non cammina per le strade quindi anche se ci sono stati ordini a febbraio e marzo, sono stati annullati.

Anche settembre e ottobre, tutto cancellato. Per il momento la Russia è chiusa.”

Da New York, il collega: “parlavo ieri con clienti della west coast ma anche del midwest e non pensano neanche a fare visite allo show room.”

C'è una caduta delle domanda estera senza precedenti: la crisi avrà effetti per tutta la prossima stagione, il governo ha parametrato gli aiuti col fatturato dei mesi passati.

Ma per queste aziende, aprile non è un mese di fatturazione e dunque molte aziende non hanno ricevuto nessun aiuto.

La crisi delle aziende si ripercuote poi sulla società: molti clienti, raccontano dalla banca, hanno congelato il mutuo.

Altre famiglie hanno chiesto aiuto alle banche: è stata una crisi dagli effetti immediati, raccontano dalla banca, e ci si aspetta un autunno difficile, perché gli interventi del governo (il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione) hanno procrastinato gli effetti.Qui temono che la crisi in questa regione possa poi toccare tutto il paese.

A Rovigo c'è il distretto delle macchine da parco giochi: ma poiché questo settore è fermo, si lavora solo per ordini vecchi.

Anche qui vedono un autunno nero, hanno pochi ordini: al governo chiedono aiuti a fondo perduto e una ulteriore moratoria da parte delle banche, non per pochi mesi, ma per anni.

Senza ordini, non si possono fare investimenti, in nuove tecnologie e in nuove idee: significa rimanere fermi e rischiare così che altre aziende ti passino avanti. Significa tagliare lavoro che si da ad altre aziende.

La pandemia spezza le catene globali del lavoro, facendo contrarre sia la domanda che l'offerta. E i prossimi mesi saranno ancora brutti, ci dice il servizio dal Veneto.

Ci sono però settori che già oggi possono fare i conti della crisi: come il turismo a Firenze.

Strade e piazze vuote, musei vuoti, nessun turista, serrande dei negozi chiusi e alberghi chiusi.

Nell'albergo del signor Barbarisi si lavora molto coi turisti, il 70% stranieri: ha perso tutto il fatturato nei mesi del lockdown. Se si riapre ci saranno solo costi e pochi ricavi: il rischio è non aprire più.

A Firenze ci sono circa 600 alberghi: sono 41mila le persone nel turismo l'8,5% degli occupati: solo nei 2000 ristoranti lavorano 15mila persone. Pasquale Naccari è uno dei ristoratori della città: da lui lavorano 24 persone, in condizioni normali, oggi invece ne lavorano dieci. Gli altri verranno lasciati a casa.

La sua banca non ha aderito al decreto Covid e ha fatto fatica ad accedere al credito bancario (molti hanno un reddito superiore ai centomila euro).

La crisi dei ristoranti ha messo in crisi tutta la filiera, partendo dai fornitori di birra e bevande che hanno ancora la merce invenduta nei depositi.

Uno di questi è stato intervistato da Presadiretta: Matteo Magherini ha raccontato delle spese a cui deve far fronte, della cassa integrazione, la merce che dovrà essere buttata via.

“Se io ero in difficoltà economiche avrei già chiuso.. ho fatto la richiesta di finanziamento per il 25% del fatturato , quindi 1,7 ml di euro da restituire in sette anni, per pagare fornitori e magazzini .. ma se i milioni di turisti non arriveranno tra un anno e ne passeranno due?”

Avrebbe bisogno di un contributo per far fronte al calo degli incassi, alle tasse: “non posso aspettare le banche per 4 mesi che erogano un prestito”. Se si aspetta troppo per i prestiti, è troppo tardi, si chiude.

Dietro questo imprenditore, ci sono persone, i dipendenti amministrativi, gli autisti, gli agenti di commercio a partita Iva.

Quelle che hanno preso ad oggi i 600 euro del governo con cui far fronte alle spese di casa, mutuo o affitto: “non si chiede elemosina, si chiede soldi a fondo perduto, avevo dei soldi da parte però ora stanno finendo, se non arrivano altri soldi sarò costretto ad andare a mangiare alla Caritas.”

Come tante altre persone, non solo a Firenze e non solo dall'arrivo della pandemia.

Alla Caritas arrivano persone che all'improvviso si sono trovati senza lavoro, stagionali, persone con contratto precario o persone a nero: secondo una stima della CGIL, nel mondo del turismo le persone coinvolte da questa crisi sono circa 120 mila.

Scomparsi i turisti sono andati in crisi i piccoli artigiani, i farmacisti, gli affittuari del b&b: una città in ginocchio, dicono.

Anche l'industria degli eventi è andata in crisi: col covid non si fanno concerti, non si fanno i circa 16mila eventi l'anno che si erano fatti nel passato.

Concerti rock o congressi dedicati a tematiche diverse: dalla scienza, al wedding planner, alla moda. Eventi che richiamano turisti, che poi spendono nella città, che portano anche conoscenza.

Quanto è stata la perdita di fatturato a Firenze? A maggio il comune aveva problemi di liquidi, per cui si rischiava di spegnere le luci. Il sindaco Nardella ha dato dei numeri: sono mancati 48ml dell'imposta di soggiorno, per esempio, per un totale da 200ml come disavanzo.

In totale i comuni italiani hanno un disavanzo di 7 miliardi.

Quattro mesi dopo come sono andate a finire le storie delle persone intervistate a Firenze?

Barbarisi, l'albergatore ha dovuto licenziare due collaboratori.

Magherini il grossista di bevande ha dovuto gettare merce scaduta e si è indebitato con le banche.

Bellucci, organizzatore di Firenze Rocks non lavora da mesi e ancora ora non si sa quando si potrà cominciare.

Pitti uomo ha dovuto creare una piattaforma online per far incontrare venditori e compratori.

In studio era collegato il sindaco Nardella, che parlava a nome di tante città d'arte: ai comuni servono soldi e non possono essere tenuti fuori dai fondi europei, devono poter presentare le loro proposte.

Città dinamiche e internazionali come Firenze e Milano sono state colpite – ha spiegato Nardella: abbiamo bisogno di guardare con speranza al futuro, sapendo che arriveranno delle risorse a breve (1 miliardo di perdita nel turismo, nella città metropolitana).

Niente risorse a pioggia, ma va puntato su infrastrutture: i comuni potrebbero essere più efficienti nello spendere i soldi, racconta Nardella.

Ai comuni arrivano i bisogni di cittadini e delle imprese; i comuni si sono dimostrati capaci di spendere le prime risorse messe dal governo, come i buoni pasto.

Nardella sta lavorando col ministro Amendola per far sì che i soldi arrivino alle città, in modo che queste possano fare il grande salto.

Ma tutto passa dalla battaglia per la salute, va fermato il contagio: Nardella ha lanciato il suo appello ai cittadini, va evitato un secondo lockdown, rispettando le regole basilari.

Mascherine da indossare, va data priorità a scuola e salute, rinunciando ad alcune attività del nostro tempo libero.

C'è poi il fattore m. La mafia.

La mafia ha tanti soldi e tanta intelligenza per utilizzarli. Quando ha capito che le aziende avevano bisogno, si è subito organizzata.

A Palermo, allo Zen, molte persone lavorano in condizioni di povertà: per le famiglie bisognose si organizzano pacchi della spesa, ma i carabinieri hanno scoperto che dietro c'è un signore, fratello di un mafioso.

La mafia che cerca consenso? “Qua siamo solo per giocare” dicono alla bocciofila, l'associazione che ha organizzato i pacchi per la spesa.

I carabinieri, per bloccare questo tentativo demagogico, ha fatto le sue indagini: il rischio è che la mafia si infili negli spazi lasciati liberi dallo Stato e dai bisogni delle persone.

A Palermo c'è lavoro nero per un terzo della popolazione e la mafia cerca consenso dando aiuti, dando lavoro.

Aprendo un locale ortofrutticolo abusivo, grande 2000 metri quadri: a gestirlo c'era una persona con precedenti, col beneplacito della mafia, del mandamento della Noce.

Nel maggio scorso la Guardia di Finanza a Palermo in un blitz ha arrestato 91 persone tra cui i rampolli dello storico clan dei Fontana, delocalizzato in Lombardia.

Un clan che aveva accumulato con le estorsioni tanti soldi: per il gip che ha firmato gli arresti la mafia è pronta a sfruttare la crisi del covid, le aziende (anche al nord) con l'acqua alla gola, perché gli aiuti dello Stato potrebbero arrivare in ritardo.

Lo ha anche ripetuto davanti ai microfoni di Presadiretta, il giudice Piergiorgio Morosini: “è un rischio concreto, parlo soprattutto delle piccole e medie imprese, di aziende che operano nel settore del turismo, i bar, la ristorazione, le strutture di ricezione. Queste strutture stanno soffrendo la crisi di liquidità per il pagamento degli stipendi ai dipendenti, per i pagamenti dei canoni di affitto e degli oneri fiscali. Potrebbero trovarsi nella condizione di doversi rivolgere a soccorsi impropri che poi potrebbero trasformarsi in forme di aggressione del loro capitale, del loro patrimonio, della loro azienda.”

La mafia ha messo in piedi un sistema bancario parallelo: la crisi del covid gli ha spalancato la strada. Non serve minaccia, non serve praticare tassi di usura alti, sono le aziende che ora ti cercano. Queste cose le raccolta da Sos Impresa (www.sosimpresa.it).

Non è solo un problema di Palermo e del sud: la costa riminese coi suoi alberghi è da sempre terra di conquista per la criminalità organizzata e per i suoi capitali da riciclare.

Nel 2019 la GDF ha intercettato 29 passaggi di proprietà sospetti e sequestrato beni per 110 milioni di euro: qui stanno arrivando strane offerte dietro cui si potrebbe nascondere la criminalità organizzata.

Lo racconta Filippo Donati, presidente Assohotel Emilia Romagna: ci sono annunci di prestiti urgenti, con denaro disponibile che arrivano e chi ha un minimo di lucidità deve starne al largo.

“E' chiaro che qualcuno in difficoltà potrebbe dire, vabbè guardiamo di cosa si tratta, ci vuole coraggio, ma più che coraggio è la disperazione.”

Dietro questi annunci ci sono offerte predatorie che puntano sulla disperazione delle persone, in molti casi c'è anche la mafia.

Dove non arriva lo Stato ad aiutare, c'è un altro stato che magari arriva col sorriso e poi ti uccide: gli usurai di cui è stato vittima un imprenditore intervistato da Danilo Procaccianti.

Piena di soldi è la ndrangheta, che opera in tutti i settori: villaggi turistici, stoccaggio rifiuti, supermercati.

Un'inchiesta della procura di Reggio si era occupata proprio di questo: l'operazione Malapianta ha smantellato una locale a Crotone, con 35 arrestati.

Mafiosi che si occupavano di estorsione, alla luce del sole, a Crotone.

Traffico di droga, usura, estorsione: è questo il core business della ndrangheta che porta tanto denaro liquido che poi a sua volta, le da quella forza economica per far fuori gli altri imprenditori. Il tutto condito con la violenza criminale delle mafie.

Sotto questa locale, quella di San Leonardo di Cutro, tutta l'economia era TUTTA sotto il controllo della locale: decidevano chi lavorava, dove si compravano i beni.

LA ndrangheta ha spolpato tutta l'economia sana della zona: tutti gli imprenditori venivano minacciati, come Giovanni Notarianni, che oggi vive sotto scorta.

Per anni Giovanni ha pagato il pizzo, fino a che ha deciso di denunciare: al giornalista ha spiegato come la ndrangheta penetra nelle società, come minaccia le persone, come controlla tutto il territorio. Questa pandemia, questa emergenza per loro è un vantaggio.

Roberto Saviano lo spiega in un collegamento video intervistato da Danilo Procaccianti: “le organizzazioni mafiose cercano l'emergenza, l'emergenza crea velocità negli affari, stato di eccezione, ..”

Nelle passate emergenze c'è stato un doppio guadagno per loro: “la maggior parte delle organizzazioni mafiose investe nelle pompe funebri, nelle lavanderie ospedaliere, nella distribuzione di benzina e generi alimentari. Quanto è iniziata la pandemia questi settori hanno iniziato a fatturare moltissimo. Dall'altro lato però c'è stato anche il guadagno illegale, nuovo: il picco di usura è stato già provato dalla procura di Napoli, su Napoli abbiamo già una prova importantissima, tenendo gli interessi bassissimi, in alcuni casi togliendoli proprio, cioè ti servono tremila, eccoti tremila e mi devi ridare tremila. E qual è il vantaggio? Ci sarà dopo. Busseranno dopo, chiederanno dopo”.

Danilo Procaccianti ha chiesto allo scrittore di commentare la dichiarazione del procuratore Lombardo, di Reggio Calabria: alla fine dell'emergenza ci sarà la più grande operazione di doping finanziario che abbiamo mai visto nella storia.

“Oggi le organizzazioni hanno la capacità di fare cappotto, prendersi tutto a costo zero. Nei prossimi mesi sarà talmente evidente che ci saremo trasformati in una economia mafiosa. Lo so che sembra radicale quello che sto dicendo, ma è proprio oggettivo che si vada in questa direzione.”

Il governo ha peccato sulla velocità: può ancora fare qualcosa?

“Soldi, soldi, soldi. Sì, l'elicottero che lancia i soldi. Sento già la voce, eh ma così una parte va ai soliti banditi. Certo, è un rischio che dobbiamo correre, è l'unica possibilità, tenendo conto che loro una parte di quei soldi se li prenderà comunque. Se non si fa così succederà che loro si prenderanno tutto. Con niente.”

Il governo ha messo, in vari provvedimenti, i soldi per coprire e proteggere gli italiani: cassa integrazioni, prestiti garantiti che dovevano essere erogati dalle banche. Ma tra il dire e il fare è passato il tempo.

Presadiretta ha ricostruito quanto è successo tra aprile e maggio: a Treviso, la crisi ha colpito gente come Andrea, barista in centro.

Molte attività sono andate in crisi per mancanza di liquidità: non sono state in gradi pagare fornitori, collaboratori, in quei mesi.

Questo problema ha colpito per lo più imprese piccole: queste avevano due fondi per avere liquidi, le risorse personali e le banche.

Le banche dovevano mettere liquidi con prestiti garantiti dallo Stato, fino al 90%: i soldi dovevano arrivare subito, doveva essere un “atto d'amore”.

Ma invece molte banche si sono comportate in modo diverso: i soldi facili non sono sempre arrivati, molte hanno chiesto il rientro di debiti agli imprenditori.

A Palermo nessuna impresa ha avuto i 25mila euro promessi: così oggi 40 ristoratori hanno depositato le licenze, le piccole imprese non sopravviveranno.

E se hanno già chiuso, non riapriranno.

Marco di Giovanni è uno di questi: a febbraio si è trovato senza soldi liquidi e la banca non gli ha concesso il blocco del mutuo, nessuna flessibilità, solo un muro.

L'Istat parla di una caduta del PIL del 12%, a rischio ci sono 2 ml di posti di lavoro: tornando nei capannoni del nordest,a Verona, Danilo Procaccianti ha incontrato imprese che non stanno ricevendo ordini e che ora rischiano rimanere bloccati.

In un anno si parla di un calo di fatturato del 40%, significa non essere in grado di sostenere costi, di mandare a casa i dipendenti.

A Legnano Silvia Gorlini parlava della sua azienda, che quest'anno compie 70 anni: sono specializzati in serramenti in legno poi col covid zero ordini.

Si sono rivolti alle banche, ma siccome avevano già in fido aperto, hanno concesso solo un finanziamento irrisorio nonostante la sua azienda fosse sempre stata affidabile.

I 400 miliardi del governo sono solo di carta: dovevano arrivare ad aziende in sofferenza, che sono state segnalate alle centrali di rischio per cifre irrisorie.

Ad aprile sono stati erogati solo 5 miliardi di euro di crediti: come mai le banche non hanno erogato subito i soldi necessari, il bazooka da 400 miliardi?

A luglio 2020, Danilo Procaccianti ha intervistato Lando Maria Sileoni del sindacato FABI: quella del governo è stata solo una operazione di marketing, non ha messo nessun vincolo alle banche, che hanno preferito tutelare sé stesse bloccando il credito. Sono cose note dal governo, dalla Consob, da Bankitalia, dicono dalla FABI.

Queste storie le conosce Carla Ruocco, presidente della commissione parlamentare sul sistema bancario: si conoscono le banche che si sono comportate male (come Monte dei Paschi) e quelle che hanno concesso crediti.

Le banche si sono giustificate dicendo che per loro concedere crediti come richiesto non era economico: ma se il tessuto produttivo muore, muore anche il sistema bancario.

Cosa dice Abi? Gianfranco Torriero vice direttore, da la colpa alla norma del governo, troppo complessa, la norma poi non escludeva il controllo del credito, anche per 25 mila euro.

La realtà è che le grandi imprese sono state privilegiate: a loro i prestiti sono stati garantiti dalla SACE (come successo a FCA per il suo dividendo).

Le grandi imprese in Italia stavano bene, prima della crisi, erano già pronte a spartirsi i dividendi, non avrebbero bisogno degli aiuti dello Stato, ma lo chiedono lo stesso perché i soldi dello Stato costano loro meno.

Ma la sostenibilità del sistema è però minata: i dividendi finiscono ai privati, ma se poi chiedono la cassa integrazione, sono soldi pubblici. E questo non è eticamente non accettabile.

La stima dei prestiti erogati alle banche è oggi salita al 70%, 13,9 miliardi euro sono finiti nelle grandi imprese: c'è voluto tempo, nel frattempo si è arricchita la mafia, in questi mesi il reato di usura è cresciuta.

E per la cassa integrazione ci sono ancora 300 mila domande da verificare: in totale siamo arrivati a 3 miliardi di ore in totale, una cifra mai vista prima.

Ma la coperta del governo, seppur parziale, non sarà infinita: ecco perché non possiamo più permetterci un nuovo lockdown, ecco perché servono strutture che soffochino i nuovi cluster, che consentano di tracciare i contagi.

La prossima puntata toccherà il tema della filiera alimentare, con altri imprenditori strozzati dal sistema della grande distribuzione.

Pensiamoci quando troviamo in un supermercato offerte super scontate di frutta e verdura: il sistema della grande distribuzione oggi uccide i piccoli produttori. Il prezzo ingiusto del cibo.

05 ottobre 2020

Anteprima delle inchieste di Presadiretta – la tempesta perfetta

La pandemia per il coronavirus ha avuto effetti anche sulla nostra economia: dopo aver dedicato una puntata agli effetti sulla salute (e alle sue possibili origini), questa sera Presa diretta sera si occuperà dei suoi effetti economici. Il crollo del PIL al 12%, 500 mila posti di lavoro persi (molti dei quali di persone giovani), la più forte contrazione in Italia dal 1995 (lo riporta l'Istat) e gli altri paesi europei non sono messi meglio:

Germania -9,7%

Francia -13,8%,

Spagna -18,5%,

Regno Unito -20%,

Stati Uniti -33%.

Che soluzioni possiamo adottare per uscire da quella che Iacona definisce la “tempesta perfetta”?

Tra i dati negati c'è anche quello dell'Export: nei primi sei mesi l'Italia ha esportato meno merci per un valore di 36 miliardi di euro in meno, un caso rispetto al 2019 del 15% che non si registrava dalla crisi del 2008. Dopo il tonfo di aprile i dati sono in risalita, ma siamo ancora lontani dai valori pre-covid.


Dal porto di Venezia transitano 180mila container l'anno verso l'Africa o verso i mercati asiatici, lo sbocco primarie delle filiere produttive del Veneto, una delle regioni più votate al commercio internazionale e dunque più colpite dalla crisi.

Le compagnie portuali lavorano a chiamata – racconta il servizio – e se calano i volumi sono le prime ad essere colpite dalla crisi: il presidente di queste cooperative racconta che oggi nel porta lavorano 20 persone nelle 24 ore, ormai le chiamate si sono ridotte del 50%.

“Stare in cassa integrazione non piace a nessuno, anche perché tutti qua hanno un mutuo, famiglia, e con 900 euro, 700 euro a volte non arrivano a fine mese. Siamo in emergenza pura.”


Le difficoltà del porto sono solo un assaggio della crisi nel Veneto: nell'entroterra ci sono infatti ben 17 distretti industriali che raggruppano migliaia di aziende che esportano praticamente tutto ciò che producono, è la piccola e media impresa che è riuscita negli anni ad inserirsi con successo nelle cosiddette catene globali del valore e a conquistare il mondo con i propri prodotti. Ma è proprio questa vocazione all'export che oggi le rende vulnerabili.

Presadiretta ha sentito l'opinione di Gianluca Tocchi della Fondazione Nord Est: “Se l'export non riparte è un problema, per tutta l'Italia, ma un problema particolarmente per quest'area”.

Quali le catene del valore che, in Veneto, sono state maggiormente danneggiate: è sempre Gianluca Tocchi a rispondere, raccontando che nel mercato asiatico è molto sensibile il settore della moda, ma sicuramente una delle più danneggiate è quella della meccanica.

Il 20% dell'export del Veneto è generato da macchinari e impianti: una di queste aziende nel settore metalmeccanico è la Ravagnan, che da Rovigo esporta in tutto il mondo: i cilindri in acciaio che hanno prodotto rimangono a far ruggine perché i clienti internazionali sono in crisi. Non solo non ordinano più, stanno anche cancellando ordini passati.

Qui lavorano sulle poche commesse rimaste: se normalmente l'azienda occupa 50 persone, adesso ce ne sono solo 15 e il grande capannone di assemblaggio è quasi vuoto.

La crisi la racconta l'AD dell'azienda: il mercato domestico è diventato un po' più presente, ma hanno dovuto chiudere cantieri in Messico, in Perù, in Brasile, non hanno ancora un'idea delle riaperture. “Il mondo è diventato all'improvviso molto grande”.

Hanno bisogno del mondo anche nel distretto calzaturiero della Valle del Brenta che esporta più del 90% della produzione. Parliamo di 10 mila lavoratori su 500 azienda che producono 19 milioni di paia di scarpe all'anno.

Parliamo di 1,5 miliardi in export, una miniera d'oro per la bilancia commerciale italiana che ora rischia di esaurirsi.

Elena Terrin è una imprenditrice di questo distretto e sta già subendo il mancato arrivo di ordini per la prossima stagione. Per avere aggiornamenti si collega in video conferenza coi suoi responsabili vendite da Mosca e da New York.

Da Mosca, parla la responsabile: “i negozi sono aperti ma le vendite non ci sono, la gente non cammina per le strade quindi anche se ci sono stati ordini a febbraio e marzo, sono stati annullati.

Anche settembre e ottobre, tutto cancellato. Per il momento la Russia è chiusa.”

Da New York, il collega: “parlavo ieri con clienti della west coast ma anche del midwest e non pensano neanche a fare visite allo show room.”

“Non nascondo che in questo momento gli aiuti statali sono cruciali ” - dice Gilberto Ballin presidente Acrib - “quello che ci preoccupa di più è che venga sospesa la cassa integrazione, questo è stato un ammortizzatore sociale che ha tenuto a galla molte aziende in questo momento.”

Ma, attenzione, i soldi pubblici interessano anche a qualcuno che dovrebbe starne alla larga, ovvero le organizzazioni mafiose. Roberto Saviano lo spiega in un collegamento video intervistato da Danilo Procaccianti: “le organizzazioni mafiose cercano l'emergenza, l'emergenza crea velocità negli affari, stato di eccezione, ..”

Nelle passate emergenze c'è stato un doppio guadagno per loro: “la maggior parte delle organizzazioni mafiose investe nelle pompe funebri, nelle lavanderie ospedaliere, nella distribuzione di benzina e generi alimentari. Quanto è iniziata la pandemia questi settori hanno iniziato a fatturare moltissimo. Dall'altro lato però c'è stato anche il guadagno illegale, nuovo: il picco di usura è stato già provato dalla procura di Napoli, su Napoli abbiamo già una prova importantissima, tenendo gli interessi bassissimi, in alcuni casi togliendoli proprio, cioè ti servono tremila, eccoti tremila e mi devi ridare tremila. E qual è il vantaggio? Ci sarà dopo. Busseranno dopo, chiederanno dopo”.

Danilo Procaccianti ha chiesto allo scrittore di commentare la dichiarazione del procuratore Lombardo, di Reggio Calabria: alla fine dell'emergenza ci sarà la più grande operazione di doping finanziario che abbiamo mai visto nella storia.

“Oggi le organizzazioni hanno la capacità di fare cappotto, prendersi tutto a costo zero. Nei prossimi mesi sarà talmente evidente che ci saremo trasformati in una economia mafiosa. Lo so che sembra radicale quello che sto dicendo, ma è proprio oggettivo che si vada in questa direzione.”

Il governo ha peccato sulla velocità: può ancora fare qualcosa?

“Soldi, soldi, soldi. Sì, l'elicottero che lancia i soldi. Sento già la voce, eh ma così una parte va ai soliti banditi. Certo., è un rischio che dobbiamo correre, è l'unica possibilità, tenendo conto che loro una parte di quei soldi se li prenderà comunque. Se non si fa così succederà che loro si prenderanno tutto. Con niente.”

Solo allarmismo quello di Saviano?

Nel maggio scorso la Guardia di Finanza a Palermo in un blitz ha arrestato 91 persone tra cui i rampolli dello storico clan dei Fontana, delocalizzato in Lombardia.

Un clan che aveva accumulato con le estorsioni tanti soldi: per il gip che ha firmato gli arresti la mafia è pronta a sfruttare la crisi del covid.

Lo ha anche ripetuto davanti ai microfoni di Presadiretta, il giudice Piergiorgio Morosini: “è un rischio concreto, parlo soprattutto delle piccole e medie imprese, di aziende che operano nel settore del turismo, i bar, la ristorazione, le strutture di ricezione. Queste strutture stanno soffrendo la crisi di liquidità per il pagamento degli stipendi ai dipendenti, per i pagamenti dei canoni di affitto e degli oneri fiscali. Potrebbero trovarsi nella condizione di doversi rivolgere a soccorsi impropri che poi potrebbero trasformarsi in forme di aggressione del loro capitale, del loro patrimonio, della loro azienda.”

Non è solo un problema di Palermo e del sud: la costa riminese coi suoi alberghi è da sempre terra di conquista per la criminalità organizzata e per i suoi capitali da riciclare.

Nel 2019 la GDF ha intercettato 29 passaggi di proprietà sospetti e sequestrato beni per 110 milioni di euro: qui stanno arrivando strane offerte dietro cui si potrebbe nascondere la criminalità organizzata.

Lo racconta Filippo Donati, presidente Assohotel Emilia Romagna: ci sono annunci di prestiti urgenti, con denaro disponibile che arrivano e chi ha un minimo di lucidità deve starne al largo.

“E' chiaro che qualcuno in difficoltà potrebbe dire, vabbè guardiamo di cosa si tratta, ci vuole coraggio, ma più che coraggio è la disperazione.”

Se il Veneto ha problemi con l'export, altre regioni, altre città devono ora fare i conti col calo dei turisti.

Come Firenze, dove 21mila persone sono impiegate nel turismo, l'8,5% degli occupati: solo nei 2000 ristoranti lavorano 15mila persone. Pasquale Naccari è uno dei ristoratori della città: da lui lavorano 24 persone, in condizioni normali, oggi invece ne lavorano dieci. Gli altri verranno lasciati a casa.

La sua banca non ha aderito al decreto Covid e ha fatto fatica ad accedere al credito bancario.

La crisi dei ristoranti ha messo in crisi tutta la filiera, partendo dai fornitori di birra e bevande che hanno ancora la merce invenduta nei depositi.

Uno di questi è stato intervistato da Presadiretta: Matteo Magherini ha raccontato delle spese a cui deve far fronte, della cassa integrazione, la merce che dovrà essere buttata via.

“Se io fossi in difficoltà economiche avrei già chiuso.. ho fatto la richiesta di finanziamento per il 25% del fatturato , 1,7 ml di euro, ma se i milioni di turisti non arriveranno tra un anno e ne passeranno due?”

Avrebbe bisogno di un contributo per far fronte al calo degli incassi, alle tasse: “non posso aspettare le banche per 4 mesi che erogano un prestito”.

Dietro questo imprenditore, ci sono persone, i dipendenti amministrativi, gli autisti, gli agenti di commercio a partita Iva.

Quelle che hanno preso ad oggi i 600 euro del governo con cui far fronte alle spese di casa, mutuo o affitto: “non si chiede elemosina, si chiede soldi a fondo perduto, avevo dei soldi da parte però ora stanno finendo, se non arrivano altri soldi sarò costretto ad andare a mangiare alla Caritas.”

Come tante altre persone, non solo a Firenze e non solo dall'arrivo della pandemia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

04 ottobre 2020

Nel frattempo là fuori

E' stato un caso certo, se negli stessi giorni in cui si ricordava la peggiore sciagura marittima capitata nei nostri mare (il naufragio davanti Lampedusa dell'ottobre 2013), il segretario del partito dei finti blocchi navali, dei porti chiusi, abbia fatto la sua passerella mediatica sfruttando l'udienza di un processo che lo vede imputato per sequestro e abuso d'ufficio.

Da una parte si ricordavano le 368 vittime.
Dall'altra il partito del rosario, del cattolicesimo sbandierato come arma di battaglia faceva il solito giochetto del vittimismo.

Processo politico, processo per attaccate la Lega. Ho solo difeso i confini: quei confini che mentre faceva le scenette a favore di telecamere bloccando navi (anche militari) lontano dai porti, altre navi più piccole continuavano a far sbarcare migranti in Italia.

Il processo finirà in archiviazione, come il ricordo delle vittime. L'attuale ministra Lamorgese dirà davanti al GUP che anche adesso si seguono le stesse procedure (aspettare che ci siano altri porti sicuri dove far sbarcare) e tutto finirà in niente.

Mentre giornali e TG seguivano la buffonata leghista in Sicilia, nel paese fuori aumentano i contagi, le regioni hanno ripreso a muoversi a macchia di leopardo, iniziano a sentirsi i primi problemi (si attrezzano nuovamente i posti in terapia, ci si domanda se i vaccini basteranno..).

Nelle scuole ci si deve arrangiare, ma lo show calcistico non può interrompersi, perché al popolino va dato il suo panem et circenses (al limite, solo circenses).

Nel paese dove si discute sui soldi del MES da prendere subito per abbassare le tasse a capoccia, per costruire altre autostrade, altri mega progetti faraonici, le piogge torrenziali (che ormai non sono più eventi sporadici) ci fanno scoprire quanto vulnerabile sia il nostro territorio. E' successo nei giorni scorsi nel nord Italia e in special modo nel nord ovest. Succederà di nuovo alle prossime piogge. 

Perfino Lupi (quello dell'orologio regalato al figlio da un imprenditore che prendeva appalti dal MISE) ieri twittava felice perché il Mose aveva bloccato l'acqua alta a Venezia.
Vedete? Le grandi opere funzionano.

Dopo quanti anni?

Dopo quanti miliardi?

Strano, nessuno si quelli che punta il dito sul reddito di cittadinanza, si lamenta dei soldi buttati in opere inutili (dalla Brebemi alla Pedemontana Veneta). Ragionateci sopra..

02 ottobre 2020

E ora a chi daremo la colpa?

Con i contagi abbiamo superato quota 2000, alcune regioni hanno imposto l'uso della mascherina anche all'aperto, per tutti.

Il governo si appresta a prorogare l'emergenza fino al 31 gennaio.

Perché magari non saremo al collasso, ma le persone continuano ad essere contagiate, abbiamo una decina di morti al giorno.

A chi daremo la colpa ora?

Ancora agli immigrati?

Ai runner?

Ai ragazzi che la sera se ne vanno in giro con la movida?

Oppure agli spostamenti sui bus e sulla metro non sempre sicuri?

O ai focolai che ogni tanto scoppiano nelle aziende (specie quelle legate all'alimentare)?

01 ottobre 2020

Destra e sinistra oggi con la pandemia

Daniela Ranieri scrive oggi sul Fatto che, di fronte alla platea degli industriali, si sono sentite finalmente cose di sinistra.

Evitiamo subito l'equivoco: il presidente Conte non è uno di sinistra, non verrà mai inserito in un eventuale Pantheon a fianco di Pertini e Gramsci.

Ma, abituati ai predecessori a Palazzo Chigi, il senso delle parole pronunciate era chiaro: non c'è solo il profitto a tutti i costi, il ridurre tutto a solo una questione economica, di PIL, di produttività.

C'è anche altro.

Riporto qui il passaggio più interessante, sul significato di destra e sinistra oggi: due concetti la cui differenza, con buona pace di Grillo e dei liberali ferocemente anti-sinistra, esiste ancora

Norberto Bobbio, in Destra e Sinistra (1994), scrisse che la diade destra/sinistra va vista nell’ottica della dicotomia tra eguaglianza e diseguaglianza; per ironia crudele della sorte, l’edizione del 2014 uscì con un commento di Matteo Renzi, che dichiarava “superati” i confini stabiliti da Bobbio e li sostituiva con altri: “Aperto/chiuso”, come “dice oggi Blair. Avanti/indietro, chissà, innovazione/conservazione, movimento/stagnazione”. E invece no: la pandemia ha reso vieppiù chiaro che esiste una destra, nazionalista, individualista, antiscientifica, che difende il profitto a ogni costo ed è tarata sul singolo (persino sulla sua presunta libertà di infettare), e una sinistra che tutela la collettività e i diritti sociali, prevede l’intervento dello Stato in economia e a soccorso dell’indigenza e valuta le autonomie regionali nell’ottica di un’amministrazione pragmatica e funzionale, non di un’egemonia monetaria su questioni fondamentali di salute pubblica. Ci voleva un evento mondiale di portata catastrofica per demolire le farneticazioni su terze vie e “problemi né di destra né di sinistra”, perché se è vero che il virus non fa distinzioni di ceto, i suoi effetti sono diversi su fasce diverse della popolazione (e per fortuna il Reddito di cittadinanza dei “grillini” ha attutito il colpo per 3 milioni di cittadini), e le soluzioni per contenerlo e limitare i danni economici del lockdown sono eccome di destra o di sinistra