24 aprile 2017

Lo scandalo al Sole (24 ore), gli influencer e le banane bio


Lo scorso marzo la Guardia di Finanza ha perquisito gli uffici milanesi del Sole 24 ore: l'ipotesi di reato è falso in bilancio, ipotesi in cui sono coinvolti i recenti vertici del giornale, dal direttore Napoletano, l'AD Donatella Treu, al cavaliere Benadini (presidente).
Cosa è successo al quotidiano di Confindustria? Chi ha truccato le carte del giornale, chi ha gonfiato il numero copie vendute?
I giornalisti del Sole hanno scioperato (proprio loro, i casi della storia) finché l'ex direttore Napoletano non si è sospeso dalla carica: non si fidavano più della passata gestione e ora, probabilmente come tutti, vorrebbero capire quale futuro li aspetta.
L'inchiesta sul Sole è indice di una situazione generale nel mondo dei giornali, dove non è chiara la separazione tra editori e imprenditori (spesso padroni dei giornali): questo vale a maggior ragione per Confindustria. Il Sole 24 ore è uno dei più importanti quotidiani economici, le sue valutazioni su finanza, mercato, aziende pubbliche e private, sono autorevoli se provengono da una fonte indipendente.
Negli ultimi anni, racconta il servizio di Giovanna Boursier, il quotidiano è diventato sempre più organo di Confindustria, ovvero delle grandi aziende.

Possiamo fidarci ancora del Sole 24 ore quando parla di occupazione, di Euro e di Europa, della crescita e della crisi? Il Sole 24 ore significa il quotidiano, ma anche l'agenzia Radiocor, Radio 24, la Business School ..

La giornalista ha intervistato anche l'attuale presidente di Confindustria Boccia, chiedendo se vorrà prendere delle iniziative di “responsabilità” nei confronti della passata gestione.
Valuteremo, in base a quello che dirà la magistratura .. Un risposta che suona molto in politichese.


La scheda del servizio: SCANDALO AL SOLE Di Giovanna Boursier
Il Sole 24 Ore è in crisi da anni e adesso perde 90 milioni di euro. Per risanarlo Confindustria deve fare senza indugio l'aumento di capitale, ma anche l’associazione degli industriali non naviga in buone acque, e non è detto che riesca a mantenere la sua quota del 67%. La procura di Milano sta indagando per falso in bilancio l’ex amministratore delegato Donatella Treu, l’ex presidente Benito Benedini e anche l’ex direttore, Roberto Napoletano, come amministratore di fatto. E indaga anche su Di Source, la società inglese blindata in un trust che doveva distribuire gratuitamente migliaia di copie digitali all'estero, e invece erano false. Tra gli indagati anche il deputato Stefano Quintarelli, per appropriazione indebita. Giovanna Boursier intervista il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia per capire perché a settembre ha deciso di sostituire l’allora amministratore delegato Gabriele Del Torchio che stava facendo chiarezza nei conti. Chi e come ha truccato le carte nel più importante quotidiano economico italiano?In democrazia l’informazione economica è un bene di tutti, ma deve essere indipendente anche dal suo azionista di maggioranza, che nel caso del Sole 24 Ore è Confindustria, determinata a non perderne il controllo. In Italia mai come in questo periodo abbiamo avuto bisogno di capirci qualcosa di economia e finanza. In banca ci rifilano le obbligazioni subordinate, su internet ci bombardano di bufale su cosa comporterebbe uscire dall’euro, in televisione il governo di turno ci può raccontare che l’occupazione è aumentata o che il debito pubblico calerà e noi gli dobbiamo credere e votare di conseguenza.


Il secondo servizio riguarda i food influencer, i personaggi sui social e i siti che consigliano questo o quel locale, questo o quel prodotto.
Ce ne sono tanti e il problema è che spesso queste persone sono anche consulenti delle aziende che recensiscono.

Dietro gli influencer le stelle del web, dietro le recensioni di Tripadvisor c'è un giro d'affari importante, oltre che un problema di concorrenza: come nel passato servizio fatto dallo stesso Bernando Iovene sugli chef stellati (dove non è tutt'oro quel che luccica e dove è emerso un certo miscuglio tra chef e aziende del cibo) l'obiettivo è fare chiarezza.

Qui un'anticipazione su Raiplay: la prima ricetta messa online sul sito Giallozafferano.it da Sonia Peronaci, i locali aperti nel mondo da Gino Sorbillo (e le sue apparizioni dalla Clerici sulla Rai), le pizzaiole Iorio (“la pizza è femmena” dicono). Come hanno raggiunto quella visibilità, come hanno raggiunto il successo col pubblico? La risposta è nell'uso dei social: foto su istangram: follower, like, condivisioni, la forma più veloce e oggi funzionante, di pubblicità (e reddito).

Sul fronte trip advisor, Iovene ha sentito alcuni ristoratori “no-trip advisor” che contestano il metodo delle recensioni anonime fatte, così sostengono queste persone, da gente che nemmeno si è seduta nel ristorante.
Ci sono infatti agenzie che fanno recensioni (positive si presume) a pagamento: Adam Medros, vice presidente di Trip advisor, racconta al giornalista come anche loro stiano combattendo queste agenzie, fornendo supporto alle autorità, perché danneggiano anche la loro immagine..

La scheda del servizio: FOOD INFLUENCER Di Bernardo Iovene
Nel 2006 Sonia Peronaci e suo marito fondano Giallo Zafferano, è un sito dove pubblicano ricette. Nel 2016 è letto da sei milioni e mezzo di utenti unici al mese e viene incorporato dalla Mondadori, dove pubblicano ormai 9000 food blogger. Sonia invece è diventata un personaggio e ha aperto la strada a un fenomeno: gli influencer.Oggi l’influencer più seguita è Chiara Maci, ha un milione di follower, numerose grandi aziende investono sui suoi social dove pubblica foto di ricette ma anche momenti privati con sua figlia. Anche Gino Sorbillo è diventato un influencer, tracciando la strada a migliaia di pizzaioli che tentano di diventare a loro volta “personaggi”. Ma qual è la strategia con cui si riesce a creare il "pizzaiolo-personaggio”? Ce la svelerà il presidente di Rossopomodoro, che deve far marciare una catena di 135 pizzerie.
Il problema però è: cosa succede quando l’influencer o il giornalista di settore è anche consulente delle aziende di cui scrive? Naturalmente ci occuperemo anche di TripAdvisor, il servizio che è riuscito a saltare la mediazione del giornalista raccogliendo direttamente i giudizi che i consumatori esprimono sui ristoranti. Questo provoca malumore nei ristoratori che si sentono vittime di giudizi pretestuosi, di insulti e diffamazione e si vedrà come per difendersi alcuni ricorrano a recensioni false, spesso vendute da agenzie in modo illegale.


Il servizio di Sabrina Giannini, per “Indovina chi viene a cena” riguarderà le banane col bollino biologico: ma possiamo veramente fidarci del bollino bio, e della sostenibilità vantata dalle aziende?

23 aprile 2017

I guardiani, di Maurizio De Giovanni

L'incipit:
Il panorama. La vista.Forse, sa, la differenza è tutta lì.Lo penso spesso, anche quando mi ritrovo a cercare di ricostruire ogni cosa, a scavare nei dati e a elaborare la miriade di notizie e di numeri. Per capire il cammino che è stato fatto e quello che resta da fare. Quando mi chiedo il perché, anche se Dio sa quanto e come io cerchi di evitare di pormi questa terribile domanda....

Alla presentazione di Serenata senza nome, Maurizio De Giovanni aveva annunciato che, a breve, avrebbe iniziato a scrivere su un nuovo filone, lasciando temporaneamente da parte i suoi personaggi storici, Ricciardi e I Bastardi di Pizzofalcone.
Vorrei raccontare del rapporto tra Napoli e l'esoterismo, della Napoli che non si vede, quella sotto terra, la città legata ad antichi culti.
Una bella sorpresa, anche se poi, a bene vedere, già con Ricciardi, aveva raccontato di un personaggio condannato a vedere vivi e morti. I morti nei loro ultimi istanti prima di morire.
Anche qui, con questo primo romanzo di una serie, I guardiani, ci troviamo di fronte al mistero, alla morte e a persone che hanno attraversato indenni secoli della nostra storia, continuando a morire e risorgere a nuova gioventù.

Chi sono i Guardiani che danno titolo a questo romanzo? Chi sono i protagonisti di questa storia, un mix di Dan Brown, Valerio Massimo Manfredi (mi viene in mente Chimaira) e Asimov? Quale mistero si nasconde questa volta, tra le pagine del libro? Se ne I Bastardi si raccontava delle mille anime della Napoli di sopra, quella dove si vive e si muore per odio, per amore, per invidia (e non solo per Camorra, come ha spiegato De Giovanni in Pane), qui andremo a fare un lungo viaggio nella Napoli di sotto.
Quella dei cunicoli, dei mille percorsi sotterranei, delle caverne: una Napoli rovesciata rispetto a quella che vediamo alla luce del sole.
La Napoli che nasconde antichi culti, come quello di Iside o di Diana cacciatrice.
Ma sarà anche un viaggio nel tempo, oltre che nelle profondità della terra.
Un viaggio alla scoperta delle nostre origini, forse: da dove ha origine la nostra specie, quale Dio ha eletto l'uomo a specie superiore alle altre, dandole intelletto e capacità per costruirsi un suo mondo. Governando le sue scoperte con la curiosità e la paura?

Spero di avervi fatto incuriosire abbastanza.
Sebbene debba aggiungere anche una mia impressione personale, ora che sono arrivato all'ultima pagina di questo primo capitolo del filone che mette assieme fantasy e fanta archeologia.
Manca qualcosa a questo romanzo: qualcosa nel modo in cui sono delineati e mostrati i personaggi (del mondo vero) al lettore.
Manca qualcosa nel modo in cui il lettore è introdotto nel mistero del libro, che si arriva ad intuire a fine pagine.

Partiamo dalla trama.
Come ne I Bastardi, anche qui ci troviamo di fronte ad un gruppo inedito di persone, costrette volenti o nolenti, a fare squadra. Cominciando dall'antropologo Marco Di Giacomo, di cui l'autore ci dà subito un quadro esteriore: quarant’anni, trasandato, interessato più ai suoi studi personali che non all'insegnamento, per seguire la sua teoria, quella teoria sulle religioni antiche (e quel qualcosa che le lega tutte assieme) che l'ha di fatto isolato dal mondo accademico:
Quell'idea, quella singola idea lo aveva bloccato. Zavorrato. Affondato. Col passare del tempo la ricerca di elementi a conforto della teoria che aveva elaborato lo aveva allontanato dal resto del lavoro, e soprattutto dai contatti che gli altri accademici mantenevano; e n po' alla volta gli aveva attirato disistima, maldicenze, ironie. Aveva perso amicizie e considerazione professionale, e più questo avveniva, più cocciuto lui diventava nell'intestardirsi nel dimostrare quello che aveva in mente. Una volta, prima di abbandonarlo al suo destino, un collega gli aveva chiesto la ragione di tanta ostinazione. «In fondo» gli aveva detto, «non siamo certo ricercatori di oncologia. Studiamo religioni antiche, siamo archeologi delle idee. Non dobbiamo sentirci come se dovessimo cambiare la storia del genere umano».Invece sì, pensava Marco. Invece sì.

Il suo assistente, Brazo Moscati, ne fa le veci per quanto riguarda l'insegnamento e i rapporti coi dottorandi.
Lo protegge soprattutto da sé stesso.
Ad entrambi, il capo dipartimento Fusco, l'odioso Fusco, dà il compito di accompagnare la giornalista tedesca Ingrid Shultz per la città. Un compito ingrato per Di Giacomo, che deve distogliere la sua attenzione dagli studi, ma proprio per questo, Fusco, che non ha stima dei due, glielo impone.
Ingrid Shultz forse è qualcosa di più che una giornalista esperta di archeologia e storia antica: apprezza e conosce Napoli molto di più di quanto Marco e Brazo, i suoi accompagnatori, si aspettano, avendo nei suoi confronti molti pregiudizi.
.. non potè fare a meno di riflettere su quanto fosse stretta quella città in rapporto alla gente che ospitava. Sembrava un liquido, un flusso inarrestabile che brulicava attorno a quei palazzi incoerenti fra loro, tutti diversi e belli allo stesso modo, che se ne stavano un po' in bilico in attesa di crollare rovinosamente.

Infine Lisi, la nipote di Marco, figlia della sorella, di cui di fatto, ne è stato padre.
Anche lei studiosa di religioni antiche a Napoli e nel mondo, dei riti e dei loro misteri: come lo zio, anche lei ha preso la malattia di quell'assurda teoria, secondo cui esiste un legame tra i diversi luoghi storici, dove si celebravano riti di culto, in tutto il mondo.
Assieme ad un gruppo di amici, hacker e cacciatori di notizie nel mondo, sta mettendo assieme tutti i fatti, per comprovare questa sua teoria:
Rudy annuì, ma sembrava un po' perplesso: «Quello che non capisco è .. Insomma, ammettiamo di aver ragione e che in certo luoghi si tengano ancora riti di religioni e culti antichissimi. E immaginiamo che questi fedeli siano in contatto fra loro, secondo qualche forma di associazionismo che non conosciamo. Ora la mia domanda è ..».Lisi concluse per lui: «Quale rito, culto o religione prevede una celebrazione comune e contemporanea ogni trent'anni, all'alba del solstizio d'inverno?»«Precisamente. E soprattutto: dove si tengono le assemblee comuni di questi sacerdoti o fedeli? Per coordinarsi con tale precisione a distanza di trent'anni esatti devono per forza organizzarsi, no?»

Questa squadra improvvisata inizia la sua ricerca, partendo negli antichi siti dove venivano celebrati i culti delle delle divinità femminili: il tempio di Iside cui si accede da sotto una friggitoria, il culto di Diana, il triangolo egizio e il dio persiano Mithra.

Cappella San Severo
La chiesa di San Domenico Maggiore

È questa la Napoli nascosta, sotterranea, poiché questi luoghi sacri si trovano sotto chiese storiche, come la cappella di San Severo nella chiesa di Pietrasanta, la chiesa di San Domenico Maggiore. Un viaggio che terminerà ai campi Flegrei, altro luogo importante perché in contatto con l'energia del pianeta (e che viene considerato “il cielo sottoterra”, ovvero la discesa agli inferi).
Lungo questo viaggio, i nostri incappano in strane morti, apparentemente per cause naturali, di persone legate tra loro solo dal fatto che vivevano attorno a questi posti.

C'è qualcuno che sta seguendo da vicino la loro indagine. Occhi interessati come quelli dei Guardiani, i custodi dei luoghi sacri, il “padre” che li ha scelti per questo compito e che da loro la vita perenne, coi cicli di resurrezione ma anche la morte ..
I Guardiani hanno un compito. I Guardiani devono salvaguardare i Luoghi ...”

E altri occhi, più lontano (o più vicino) che seguono proprio Lisi, perché una ragazza speciale.
Occhi che osservano “il panorama”, capaci di seguire le mappe della vita, attraversare cicli ed ere storiche.
E poi, un terribile rischio per l'umanità, la fine del mondo come nemmeno ai tempi di Hitler o Stalin, l'essere “madre” e “l'essere padre” in un contrasto ineludibile...
Un romanzo che mescola storia, fantascienza, religione (il Dio o il superuomo sceso sulla terra a plasmare l'uomo ….), suscitando forti suggestioni, che però non sempre tiene vivo il ritmo e la tensione nella lettura. Come anche i personaggi, troppo stereotipati, anche per gli scontati legami sentimentali.
Viene voglia di visitare Napoli e di scendere nelle sue viscere.
Ma questo romanzo, primo della serie, non mi ha convinto come gli altri di De Giovanni.
Aspettiamo i prossimi, nel frattempo buona lettura!

La scheda sul sito dell'editore Rizzoli.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

21 aprile 2017

Sarebbe stato bello se questo 25 aprile ..

Mi sarebbe piaciuto se, almeno a questo giro, fosse stato possibile raccontare la storia della guerra di liberazione: quella guerra che ha messo eserciti uno contro l'altro ma anche italiani contro italiani.
Quelli che l'8 settembre (e anche nei mesi successivi) fecero la scelta giusta di combattere il regime e l'occupazione nazifascista, in tutte le forme possibili.
Quelli che, magari in buona fede, ma scelsero la strada sbagliata della Repubblica di Salò e che consideravano traditori gli altri (il Re che era scappato in primis).

In mezzo i tanti che rimasero a guardare e che poi andarono ad ingrossare le fila dei partigiani del 26 aprile.
Sarebbe stato bello raccontare degli anni difficili della guerra, la guerra in cui Mussolini ci aveva infilato dentro: mi bastano qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo dei vincitori, aveva cinicamente detto a Badoglio.
Gli anni delle fame, delle bombe, dei diritti che non c'erano, della polizia di Stato che ti spiava, che origliava a quello che dicevi, che pensavi.
E poi l'otto settembre.
La guerra di liberazione, con l'esercito alleato che risaliva a fatica la penisola, le prime forme di resistenza, i primi episodi di eroismo (come la Quattro giornate di Napoli), le prime rappresaglie, vigliacche di nazisti e fascisti.
La scia di sangue sull'Appenino: S Anna di Stazzema, Civitella, Marzabotto,.. l'armadio della vergogna e l'oblio nei confronti dei responsabili di queste stragi.
Le violenze da parte dei militari marocchini sotto bandiera francese.
E le violenze dei soldati italiani nell'allora Jugoslavia.

Eppure furono tanti i giovani che con tanta passione, decisero che dovevano fare qualcosa. Non potevano stare a guardare: volevano combattere per un paese libero, dove nessuno potesse essere rinchiuso per le sue idee e parole.

Ecco, sarebbe stato bello raccontare la storia degli scugnizzi napoletani, di Irma Bandiera, di Carla Capponi.
Della battaglia di Montecassino, dell'insurrezione milanese del 25 aprile quando, con ancora i tedeschi in città, si decise lo sciopero generale.
Degli eroi di Cefalonia.

Sarebbe stato bello.
E invece le miserie del nostro presente vengono e verranno fuori.
La polemica sull'Anpi romana divisiva, perché, dice la comunità ebraica di Roma, ha invitato i palestinesi (gli eredi del gran Muftì, come se noi italiani fossimo tutti eredi di Mussolini, i tedeschi di Hitler).
La polemica su chi protesterà per i negozi aperti, le persone costrette a lavorare (senza svolgere un servizio essenziale) e quanti chiederanno il diritto di fare shopping il 25 aprile.
Dei risultati delle imminenti elezioni in Francia col rischio attentati.

Essere antifascisti è divisivo e lo si è di più se si conosce la storia: una conoscenza che rende immuni da tutti i fascismi, dalle finte nostalgie del quando c'era lui, che rende consapevoli delle strade che hanno portato ai regimi del novecento.
Avremo perso nuovamente un'occasione. 

Il convitato di pietra


Lo sapevamo già, ma è bene che ci prepariamo anche per le prossime elezioni, a gestire come convitato di pietra, i terroristi dell'Isis, quelli che pianificano con cura i luoghi e le date dei loro colpi. Non è una novità, già nel 2004 le elezioni spagnole furono anticipate dalle bombe alla stazione di Atocha.
Ieri, i colpi di Kalashnikov sugli Champs-Élysées, con la rivendicazione dello Stato Islamico.

Votano anche loro e infuiscono sulle elezioni.

20 aprile 2017

Dove si creano lavoro e PIL

A marzo, in visita a Torino, l'ex segretario ed ex presidente aveva rivendicato la sia vicinanza a Marchionne, rispondendo a chi lo criticava per questo:
"Il fatto che ci siano degli investimenti e dei programmi vuol dire che ci sono uomini e donne che sono tornati in fabbrica a lavorare Pomigliano, uomini e donne che sono tornati in fabbrica a lavorare a Melfi e uomini e donne che sono tornati a lavorare a Mirafiori. Se volete difenderlo il lavoro bisogna crearlo, non fare convegni. Io difendo chi crea lavoro"

E in effetti i numeri per FCA sono buoni, come utili, lavoro e PIL: lo confermano i vertici di FCA all'assemblea degli azionisti ad Amsterdam.


Ma stanno parlando di una multinazionale che paga le tasse all'estero e crea (nuovo) lavoro fuori dall'Italia. Furio Colombo sul FQ di oggi:

Infatti tutte le buone notizie di Elkann e Marchionne non riguardano l’Italia, riguardano le tasse altrove, il lavoro altrove, il profitto altrove, il made in altrove, salvo frammenti di limitate produzioni locali, qui (Italia) o in Messico, o in Brasile. Naturalmente ci possono essere mutamenti e anche variazioni improvvise sull’uso delle filiali. Per esempio, in Italia, improvvisamente, è stata portata via la produzione della Panda (che naturalmente richiede lavoro di massa) ed è stato annunciato l’arrivo di produzioni di lusso, grandi automobili non Fiat estranee a impianti, a lavoratori e a distribuzione locale, e comunque in sospeso. Il lontano quartier generale americano vede e non vede l’urgenza di ciò che accade lontano (Torino) e, soprattutto, sente il fiato pesante della vita politica americana, persino se non fosse Trump il presidente. Tutto ciò non è fuori legge e non è immorale. È una scelta poco patriottica ma conveniente per gli azionisti. È una scelta che governo, Parlamento e fisco italiani hanno scelto di non notare. Ma perché non dovrebbero farlo notare i giornalisti, quando riferiscono dei buoni risultati di Detroit, e fingono invece di parlare della “casa di Torino”, del Lingotto, dove comincia a crescere l’erba fra i sassi del selciato?

Essere divisivi

In un paese conformista dove si tende sempre a stare dalla parte del più forte e a seguire il branco, a costituire un problema sono le persone e gli enti "divisivi".
Divisivi come l'Anpi, l'associazione partigiana accusata di non rappresentare più i veri partigiani.
Divisivi come come il 25 aprile, giornata in cui si festeggia la liberazione dal nazifascismo, nel giorno dell'insurrezione generale del 25 aprile 1945.
Ma anche la giornata in cui si deve consentire ai fascisti di manifestare con bandiere e simboli e sfilare nella sezione del cimitero di Milano dedicata ai loro morti.
Vietare la loro manifestazione sarebbe da fascisti, dicono i sedicenti liberali all'italiana.
Quelli che guai a manifestare contro il gasdotto TAP o, peggio ancora, contro il TAV in val di Susa.
Quelli che guai a manifestare contro le aperture nei centri commerciali la domenica di Pasqua.

Essere antifascisti, dunque dalla parte della Costituzione e delle Istituzioni e dalle loro radici che affondano nella Resistenza significa sì, essere divisivi.
Vietare i raduni fascisti è illiberale? E cosa diremmo se a radunarsi fossero nostalgici del terrorismo (una delle tante sigle nate negli anni settanta)?
E perché allora si vietano gli inchini delle processioni religiose sotto casa dei mafiosi?
Forse perché così si manifesta, in pubbilco, l'autorevolezza del mafioso, lo si rende uguale e superiore agli altri cittadini.
E lo stesso vale per questi gruppi, gli stessi che appiccicano manifesti per boicottare negozi di stranieri a Roma.

Non possiamo stare dalla parte dello Stato e dire che vigileremo con le forze dell'ordine ..
Non rimane altra strada, visto che si è scelto di non insegnare la storia, di non spiegare alle persone cosa è stato il fascismo veramente.
L'assenza di diritti, delle libertà di pensiero e di espressione, di radunarsi in associazioni.
Di poter raccontare il paese, quello che si vede sui giornali.

Come voleva fare Gabriele del Grande in Turchia e Siria. Due paesi dove immagino che i nostri liberali non vorrebbero vivere, o sbaglio?

19 aprile 2017

Il gioco della guerra

NINNA NANNA DELLA GUERRA
Ninna nanna, nanna ninna,er pupetto vò la zinna:dormi, dormi, cocco bello,sennò chiamo FarfarelloFarfarello e Gujermoneche se mette a pecorone,Gujermone e Ceccopeppeche se regge co le zeppe,co le zeppe dun imperomezzo giallo e mezzo nero.

Trump si è congratulato con Erdogan dopo la vittoria del suo referendum che trasformerà la Turchia in repubblica presidenziale (di Erdogan).
Putin si era già congratulato col presidente (sultano) turco.
Insomma, ora Erdogan non ha nulla di cui temere per il riconoscimento della sua leadership, del suo potere.

Trump che fa finta di litigare con Putin e che manda missili (alcuni dei quali mancano il bersaglio) contro Assad, protetto da Putin.
Putin che racconta che i "Rapporti Usa-Russia peggiorati con Trump". Ma chi ci crede..
Erdogan che tutti guardano con sospetto ma su cui nessuno in Europa ha il coraggio di dire alcun che.

Nei giorni passati si sentiva aria di guerra, per le tensioni tra USA (e Trump, che ha dietro la lobby delle armi) con la Corea.

Il mondo sta per andare in guerra e stiamo qui a parlare dello sciopero dei dipendenti dell'outlet Serravalle .. Il mondo è in guerra e parliamo di Consip .. della tesi del ministro .. dei vaccini .. 

Perché non parliamo di questa nuova classe di leader che oggi siedono sui posti di comando, nelle grandi nazioni.
Leader come Trump, Putin, Erdogan che dietro non hanno ideologie, non hanno politiche e visioni del mondo diverse ma solo interessi economici (come il gasdotto TAP, di cui ha raccontato l'Espresso in un bel servizio di Biondani e Sisti).
Forse sbaglio, ma fanno finta di farsi questa guerra. 

Mi è tornata in mente la poesia di Trilussa, Ninna nanna della guerra
Ninna nanna, pija sonnoché se dormi nun vedraitante infamie e tanti guaiche succedeno ner monnofra le spade e li fucilide li popoli civili 
Ninna nanna, tu nun sentili sospiri e li lamentide la gente che se scannaper un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazzaa vantaggio de la razzao a vantaggio d'una fedeper un Dio che nun se vede,ma che serve da riparoar Sovrano macellaro.
 
Ché quer covo d’ assassiniche c'insanguina la terrasa benone che la guerraè un gran giro de quatriniche prepara le risorsepe li ladri de le Borse. 

Fa la ninna, cocco bello,finché dura sto macello:fa la ninna, ché domanirivedremo li sovraniche se scambieno la stimaboni amichi come prima.
 
So cuggini e fra parentinun se fanno comprimenti:torneranno più cordialili rapporti personali.
E riuniti fra de lorosenza l'ombra d'un rimorso,ce faranno un ber discorsosu la Pace e sul Lavorope quer popolo cojonerisparmiato dar cannone!

La guerra all'informazione

Quando Di Maio aveva fatto l'esposto all'Ordine dei giornalisti, lamentandosi di diversi articoli critici (secondo la sua valutazione) col movimento si era parlato di censura, di lista di proscrizione.
Che diranno ora che si è aperta la caccia a Report, dopo il servizio sui rischi correlati ad un vaccino, quello contro il papilloma virus?

Su molti giornali leggo titoli di critica e sdegno: sul servizio pubblico una trasmissione contro i vaccini, vergogna..
Eppure Sigfrido Ranucci, ad inizio del servizio di Alessandra Borella, aveva scelto con cura le parole:
Allora, la prima cosa importante che diciamo è che questa inchiesta non è contro l’utilità dei vaccini, si tratta in tema di prevenzione probabilmente della scoperta più importante degli ultimi 300 anni. Parliamo però di farmacovigilanza. Cioè che cosa accade quando ti inietti il vaccino e hai una reazione avversa. La legge prevede che il medico, appena venuto a conoscenza, debba informarel’ufficio di farmacovigilanza entro 36 ore. Ma in quanti lo fanno? 
Il servizio trattava degli effetti collaterali di un vaccino, dell'assenza di trasparenza sulle reazioni avverse al vaccino, sulla discordanza dei dati sulla farmaco vigilanza tra Aifa e Regioni, dell'assenza di studi indipendenti su questi, come ammette la stessa Aifa nel servizio.
Studi che oggi sono redatti dalle industrie farmaceutiche che, tra l'altro finanziano anche l'EMA, l'agenzia europea per i medicinali.
La giornalista ricordava (anche alla ministra Lorenzin, anche lei critica contro la trasmissione) come nei comitati di valutazione anche di elementi condannati per favori alle case farmaceutiche e alle loro lobby:
ALESSANDRA BORELLA FUORI CAMPODurante il processo di revisione sono emerse anomalie. I nomi di alcuni consulenti sono oscurati dai report. Impossibile capire chi è stato critico nei confronti del vaccino. Nel rapporto confidenziale del Comitato, mai pubblicato, c’è l’ipotesi della correlazione con due sindromi diagnosticate ad alcune pazienti vaccinate. Ma nelle conclusioni divulgate l’Agenzia dice soltanto: “Non c’è prova che il vaccino sia la causa: non sulla base dei dati a disposizione, che però, riconosce, sono limitati”.Troppe incongruenze, dunque, secondo i ricercatori danesi, che si sono rivolti a ottobre al Mediatore europeo, che giudica sulle denunce contro gli enti dell’Unione. Nel dossier, accolto l’8 novembre, la prima accusa è: mancanza di trasparenza.ALESSANDRA BORELLAIl punto cruciale è proprio la mancanza della possibilità di consultare quello che è accaduto, o il disaccordo.ENRICA ALTERI – DIRETTORE RICERCA E SVILUPPO MEDICINALI A USO UMANO (EMA)Ci sono dei rapporti iniziali del relatore, che sono stati a seguito chiarificat,i discussi nel comitato, in questo caso il PRAC, il comitato della farmacovigilanza e il rapporto finale eraconsensuale… ALESSANDRA BORELLA FUORI CAMPOSulle modalità di valutazione dell’EMA è critico anche Silvio Garattini, direttore dell’istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Milano. C’è anche la sua firma sul reclamo al Mediatore europeo. 

Di questo si è parlato nel servizio, se si vuole entrare nel merito e non fare la solita speculazione contro una trasmissione come Report, parliamo di questo.
Della scarsa trasparenza nel settore della farmaco-vigilanza: girano molti soldi attorno ai farmaci e alla salute.

L'accusa del ministro Lorenzin a Report, di aver dato spazio a tesi antiscientifiche è dunque sbagliata. Non solo, i giornalisti avevano contattato per avere il loro parere il virologo Roberto Burioni (che il giorno dopo ha pubblicato un  post su Facebook contro la trasmissione), l’Aifa, l’Iss e il ministero che però non hanno accettato di intervenire.
Oggi Sebastiano Messina su Repubblica parla di bufale, di salvare Report da se stessa, di una imboscata tesa a Benigni..
Povero Roberto, gli han fatto una domanda.

L'informazione piace solo quando fa comodo, quando attacca l'altro magari la Casaleggio o i pasticci della giunta romana facendo pure delle imboscate al sindaco Raggi, ma in quel caso va bene.

PS: ieri il GUP di Potenza ha rinviato a giudizio 57 persone tra cui dirigenti Eni, per l'inchiesta sul centro Oli di Viggiano.
Se ne era occupato un servizio di Presa diretta due anni fa, anni in cui sono continuati gli sversamenti..

18 aprile 2017

Report – che spettacolo

L'inchiesta di Giorgio Mottola sui fondi pubblici alcinema ha già fatto rumore, prima che fosse mandata in onda: colpa della parte del servizio su Papigno, lo studio voluto da Benigni e che è finito in perdita.

Al cinema abbiamo dato 1,2 miliardi l'anno: che qualità di film abbiamo prodotto?
La casa del Cinema Cinecittà: è stata in parte privatizzata da Prodi nel 1997, oggi lo Stato se la sta riprendendo e troviamo il banchiere Abete in due vesti, da privato e da pubblico interessato.
Il film di cui ci parla Mottola è un film che parte proprio da qui: dalla finta privatizzazione del 97, con Ente Cinema di Abete venduta a Cinecittà studios, sempre di Abete (con Della Valle e De Laurentiis).

Abete che affitta se stesso ad una società privata: pieno conflitto di interesse dove però ai tre signori non interessava solo il cinema. L'area di Cinecittà interessava per realizzare centri commerciali e cinema.

Poi l'interesse si è spostato fuori Roma, sulla Pontina: con Cinecittà Parchi si doveva creare lavoro, con parchi giochi, studios, ma oggi le imprese che qui hanno lavorato ancora attendono di essere pagate.

Anche a Cinecittà (quella vera) le cose non vanno bene: qui ci sono le migliori maestranze, potremmo fare i migliori film al mondo, ma attorno agli studi ci sono solo scene di abbandono.
Cosa direbbero Fellini e Sergio Leone?

Abete & C., in un momento di grandeur, hanno deciso di comprare gli studi di Papigno, dove Benigni aveva girato La vita è bella.
Qui nell'ex fabbrica di Papigno ci sono soldi dello Stato, della regione e del comune, oltre a fondi europei: complessivamente più di 10 ml.
Molti di più, dice il vicesindaco, per le opere aggiuntive nel comune.
La città era in fermento per gli studi, qui stava per arrivare anche l'università di Perugia, con una nuova sede: nel 2005, dopo il mancato successo dei suoi ultimi film, Benigni vende le sue quote di Papigno a Cinecittà studios di Abete.

Oggi la situazione degli studi è di abbandono: molte maestranze sono rimaste senza lavoro, raccontano ex dipendenti.
E' finito tutto – con un esito favorevole per i lavoratori diretti, dice l'avvocato di Benigni.
Meno favorevole per chi si è iscritto alla facoltà di cinema: ha chiuso e molti studenti si sono trovati in mezzo al guado, perché finiti i primi anni ora non possono finire il corso in altre università.

Quante perdite ci sono state per Benigni? Rischiava di perdere fino a 5 ml, ma Cinecittà si è accolta il suo debito, salvando l'attore.

E ora Cinecittà studios sta per cambiare proprietario: lo Stato sta comprando gli studi per 20 ml di euro, conferma il ministro Franceschini.
Anche i soldi di Papigno e gli studi tornano ai contribuenti italiani, come i 32 ml di debiti di Cinecittà studios.

C'è un contenzioso tra ministero e Abete? Il ministro dice sì, Abete dice di no. Non si capisce.
Cosa troveremo nei nuovi studi di Cinecittà? Magari i robot, prodotti da IBM, che hanno realizzato il trailer di un film, Morgan.

Hanno preso e memorizzato scene “forti” da film horror: da questa mole di dati, hanno estratto una sintesi da 10 minuti.
Trailer che è stato recensito da un altro robot: una macchina potrà forse fare sceneggiature, o forse prepararle. Magari un giorno anche vincere un oscar..

Come sono stati spesi i fondi pubblici del cinema?
Quel 1,2 miliardi di euro sono stati spesi in tax credit: un investitore mette 100 nella produzione di un film e ne prende subito 40 come sgravio.
Ad investire sono state per lo più banche: non hanno fatto solo il bene del cinema, ma è stato un investimento finanziario.
Alcuni registi hanno scelto di non parlare, come Sorrentino.
Mainetti ha invece deciso di raccontare quello che in molti hanno visto: del tax credit molti ne hanno approfittato.
Anche delle truffe, ci sono state: parte dei soldi versati, non sono nemmeno stati versati per la vera produzione del film.

Sono arrivate proposte indecenti anche a case di produzione importanti come la Indigo, che ha prodotto i film di Sorrentino.
Nel film di Pupi Avati è arrivato un 1 ml di euro sulla carta del Casinò di Campione: ma era solo sulla carta 1 ml, alla produzione sono finiti solo 300mila euro.
In realtà era un socio di Campione, la signora Parnasi.

Chi vigila su questi fondi è la direzione cinema del MIBACT: intorno al tax credit è nato un mercato parallelo, gente che vendeva dei fondi ai produttori, come fossero società di intermediazione.
Una di queste è Cinefinance: ha lavorato a molti film italiani, tra i soci anche Franco Tatò.

Al ministero sono al corrente di tutto – racconta una fonte interna al ministero, nella commissione interna: dal 2014 il dottor Bonnelli si era accorto che metà dei tax credit era stato abusato, perché non è stato fatto niente per controllare l'uso dei fondi?

Non dormivano – assicura il direttore al MIBACT che dà la colpa a quei cialtroni dei produttori.
Peccato che quei soldi sono finiti, in maggior parte a banche ed assicurazioni.

Quali sono i film finanziati per motivi culturali?

Abbiamo finanziato il film di Zalone, Quo Vado, che è il film che ha incassato di più nel 2016.
Un film che fa bene al botteghino non avrebbe bisogno di fondi statali: dalle tabelle ministeriali risulta un contributo di 1,9 ml per gli incassi per “Cado dalle nuvole”.

Esiste un apposito finanziamento per aiutare gli incassi di film dal valore culturale: soldi finiti al film “Manuale d'amore 3”.

Le grandi società di produzione sembrerebbero favorite rispetto ai piccoli: è il caso di Cattleya, che produce film importanti e prende molti finanziamenti.
Diverso il caso del regista Mainetti, che ha impiegato anni prima di trovare un produttore.
Il produttore indipendente e il distributore indipendente fanno fatica a produrre e distribuire i film: i grandi decidono cosa produrre e cosa proiettare nelle sale.

In Francia è tutto un altro film: gli spettatori sono il doppio rispetto a noi, nel cinema francese sono stati investiti 1,4mld di euro, più di 4 volte tanto rispetto a quello investito in Italia.
Soldi presi dalle società di produzione: chi incassa di più al botteghino versa di più allo stato, tramite le tasse, soldi che vengono poi ridistribuiti ai produttori più piccoli.
In questo modo si tengono aperti i cinema e si riescono a proiettare anche film non da cassetta.

Il ministeri intende riformare il modo in cui si finanzia il cinema: ci saranno finanziamenti automatici, che rischiano di premiare la casta del cinema, perché legati alle scelte della politica.
Ai parenti dei politici piace fare cinema (e a volte prendere fondi pubblici).
A capo di Medusa c'è il figlio di Gianni Letta.
Le fiction di Mediaset sono prodotte da Taodue, Don Matteo è prodotto da Lux Vide, dell'ex presidente della Rai.


Non sono inciuci, rassicura i l figlio di Bernabei. Sarà.

17 aprile 2017

I fondi per il cinema e il vaccino contro il papilloma virus

I fondi pubblici che hanno finanziato il cinema italiano, gli studi sugli effetti del vaccino anti-papilloma virus e, ad aprire la puntata di Report, il servizio di Sabrina Giannini sull'alimentazione.



Indovina chi viene a cena: cosa rimane delle uova nei prodotti industriali che mangiamo?
In Italia si producono 12 miliardi di uova l'anno, tutte uguali da fuori quando le compriamo fresche, con tanto di classificazione in base alla loro freschezza e al tipo di allevamento.
Quando invece mangiamo merendine, o pasta all'uovo, cosa sappiamo dell'identità delle uova con cui sono stati prodotti? Sono stati aggiunti additivi?
Secondo la legge sono tutte uova fresche. Ma non è tutt'oro quel che luccica...

I finanziamenti pubblici al cinema.

La domanda da cui si è partiti è “che fine hanno fatto i finanziamenti pubblici al cinema italiano”? In cinque anni il cinema italiano è stato finanziato per 1,2 miliardi di euro.
Soldi spesi per un principio nobile e importante: produrre film di interesse culturale, riempire le sale cinema, tenere vivo un settore, quello dello spettacolo, che da lavoro a molte persone.
Non tutti i film finanziati ne avevano veramente bisogno, perché film della categoria “cinepanettoni” dove l'interesse culturale sembra carente.
Con che criterio sono stati scelti allora, questi film?
In altri casi, il finanziamento tramite la forma del tax credit, ha nascosto un altro fine: non finanziare un film, ma fare un semplice investimento.
Tramite lo strumento del tax credit, il privato che investe soldi nel cinema, riceve dallo Stato il 40% di quanto investito: a farlo sono state soprattutto le banche (anche quelle poi finite nei guai come Popolare di Vicenza).
Riassumendo: non sempre sono stati prodotti buoni film, i cinema perdono spettatori e gli studi cinematografici cadono a pezzi.
Parte del servizio di Giorgio Mottola sarà dedicata alla storia dello studio cinematografico di “Papigno”: ancora prima di andare in onda, il servizio è costato una diffida da parte dell'attore Roberto Benigni che, come Berlusconi prima e Renzi ora, ha mandato tramite i suoi legali una lettera alla Rai.
Quel servizio non deve andare in onda.

Si parla dell'investimento che Benigni ha fatto per rilanciare gli studi di Papigno, a Terni: Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano ne ha parlato ieri

La puntata di domani racconta, tra le altre, la vicenda degli studi di Papigno, una frazione di Terni, dove il regista toscano ha girato La vita è bella e il meno fortunato Pinocchio. Benigni aveva un progetto ambizioso: trasformare Papigno negli Umbria studios, un nuovo prestigioso polo cinematografico in grado di fare concorrenza anche a Cinecittà, come racconta lui stesso ridendo. La scelta imprenditoriale si rivela sciagurata, nono-stante gli onerosi investimenti pubblici, tra fondi europei, statali e degli enti locali (Report li stima in 16 milioni di euro, anche se la cifra è contestata dall’avvocato di Benigni).

Papigno si trasforma in un pozzo senza fondo, Benigni e Braschi –racconta Report accumulano un passivo di ben 5 milioni di euro. A quel punto arriva un intervento inaspettato: nel 2005 è proprio Cinecittà Studios, la società di Luigi Abete, Aurelio De Laurentiis e Andrea Della Valle, a rilevare gli studi ternani e a farsi carico dei debiti di Benigni (a oggi avrebbero versato 3,9 dei 5milioni di rosso). Papigno però non è stata rilanciata: oggi l’area è completamente abbandonata a se stessa, ha perso valore. Non si gira più un film e sono scomparsi i posti di lavoro (secondo le fonti consultate da Report almeno 200).
Adesso Cinecittà sta per tornare in mani pubbliche. Oltre a un’imponente mole di debiti accumulati da Abete e soci – spiega il giornalista Giorgio Mottola –lo Stato si ritroverà in pancia anche l’investimento in perdita di Benigni e Braschi.L’A RT I STA non ha voluto rispondere alle domande del cronista di Report, limitandosi a una battuta: “Non sa quanti soldi ci ho perso”. Anche lui, come Renzi, ha preferito far parlare gli avvocati.

Oltre ad una possibile situazione da conflitto di interesse per Abete, nell'articolo di Rodano si ricordava quando Benigni aveva difeso Report dagli attacchi di Berlusconi (quando voleva censurarla e togliere la manleva), in nome dell'articolo 21 della Costituzione. La più bella del mondo..

La scheda del servizio: “CHE SPETTACOLO!” Di Giorgio Mottola
Un miliardo e duecento milioni: è il contributo di cui ha beneficiato l’industria cinematografica italiana negli ultimi cinque anni, più di tanti altri settori a cui è precluso l’aiuto di Stato. Con i soldi del contribuente è discutibile salvare una banca, secondo l’Unione Europea, ma sovvenzionare il cinema si può: è una questione di identità culturale. Che film abbiamo finanziato per il loro interesse culturale? Si va da “Sapore di te” di Carlo Vanzina, ad “Amici miei – come tutto ebbe inizio” di Neri Parenti, a “Il ricco, il povero e il maggiordomo” di Aldo Giovanni e Giacomo. E poi ci sono i contributi sull’incasso. “Cado dalle nubi” di Checco Zalone, una delle rare pellicole italiane che al botteghino è andata benissimo, ha ricevuto un milione e novecentomila euro: ne aveva bisogno? Ma la principale forma di sostegno che noi contribuenti garantiamo al cinema è il “tax credit” che vuol dire oltre cento milioni di sconti fiscali ai privati che decidono di investire nel cinema. Per ogni euro investito, lo Stato restituisce loro il 40%. Si scopre che a investire sono state soprattutto le banche: Unicredit, Bnl, Monte dei Paschi, la Popolare di Vicenza. Quanti dei soldi del tax credit sono finiti veramente ai film?
Intanto i leggendari studi cinematografici di Cinecittà cadono a pezzi nel degrado e hanno accumulato debiti per oltre 32 milioni. Come siamo arrivati a questo, in una realtà che è stata gestita da super manager come Luigi Abete, Diego Della Valle e Aurelio De Laurentiis? Anche Roberto Benigni è uno che ha investito del suo, ma quando le cose si sono messe male è riuscito a sfilarsi. Cinecittà invece pare che ce la dovremo ricomprare noi contribuenti.

Il secondo servizio di Alessandra Borella tocca il tema del vaccini, oggi molto attuale per le polemiche nate dall'obbligo di sottoporre i bambini ai vaccini per evitare il ritorno di malattie che pensavamo aver eliminato.
Nel servizio si parlerà del vaccino contro il papilloma virus: se sulla necessità dei vaccini c'è poco da aggiungere, altro discorso sono i test cui questi devono essere sottoposti per essere certi della loro efficacia, che non portino ad effetti collaterali.
Un team di ricercatori indipendenti ritiene che l'Agenzia del Farmaco non abbia fatto quanto necessario, per questi test e che ci sarebbe pure una situazione di conflitto di interesse.

La scheda del servizio: “EFFETTI INDESIDERATI” Di Alessandra Borella


Il papilloma virus (HPV) è stato collegato all’insorgere del tumore al collo dell'utero. Per prevenirlo l’Italia è stata il primo paese in Europa ad introdurre il vaccino anti-papilloma virus, tra i più costosi in età pediatrica. Le nostre autorità sanitarie hanno potuto contare su una valutazione positiva dell’Agenzia Europea del Farmaco, che ha dichiarato sicuro questo tipo di vaccini. Ma le segnalazioni sui possibili danni causati dal vaccino anti HPV sono state correttamente valutate? Se lo chiede un team di ricercatori indipendenti danesi della rete “Cochrane Collaboration”, che ha presentato un reclamo ufficiale a Strasburgo. L’accusa è contro l’Agenzia Europea del Farmaco: avrebbe sottovalutato le reazioni avverse e ci sarebbero anche dei conflitti d’interesse che non sono stati dichiarati.

16 aprile 2017

La prossima guerra

La guerra che verrà di BertoltBrecht
La guerra che verrànon è la prima. Primaci sono state altre guerre.Alla fine dell’ultimac’erano vincitori e vinti.Fra i vinti la povera gentefaceva la fame. Fra i vincitorifaceva la fame la povera genteegualmente.

La storia si ripete, in forme e modi diversi, ma uguali nella sostanza.
La guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi, immantata da missioni umanitarie o missioni di pace.
La guerra come strumento per combattere il terrorismo, per abbattere regimi quando diventano scomodi (e se non hanno l'atomica).
La guerra sola igiene del mondo, come declamavano i futuristi (che almeno in guerra, nella grande guerra, c'erano andati).
Perché siamo in guerra, ci dicono. Come vuoi combattere l'Isis? Coi gessetti, con le preghiere, con la diplomazia, col buonismo?

Da una parte lasciamo crescere i regimi antidemocratici, in nome di una finta ragione di stato che nasconde semplici ragioni economiche che di volta in volta sono petrolio, armi, opere di ingegneria, flusso di migranti (usati come arma di ricatto).

Dall'altra parte continuiamo a sbandierare questi valori europei, di civiltà, che nemmeno sappiamo più cosa siano. Non sono l'accoglienza, non sono il rispetto della dignità delle persone, nemmeno l'eguaglianza sociale.

Oggi si vota in Turchia per incoronare, una volta per sempre, il sultanato di Erdogan. Dopo lo zar Putin (e gli altri zarini come Alyiev) e il generale Al Sisi. Tutti amici nostri, come l'Arabia cui vendiamo le armi poi usate per bombardare i ribelli yemeniti.
Tra pochi giorni si vota in Francia, dove si dovrà scegliere tra una destra fintamente liberale, che porta avanti le politiche economiche che hanno creato diseguaglianze e preparato il terreno per i populismi.
Come Marine Le Pen.

In Italia si fa finta di discutere di legge elettorale (peggio della tela di Penelope), della manovra correttiva da qualche miliardo, con tanti propositi ma nessuna sostanza. Rimaniamo, come al solito, osservatori silenti di quello che succede nel mondo: Trump che minaccia la Corea del nord, dopo aver sganciato la madre di tutte le bombe (da milioni di dollari) sopra un bunker usato dai terroristi che risale ai tempi dell'invasione russa in Afghanistan.
Osserviamo la politica internazionale come se discutessimo di una partita di calcio, schierati come tifosi allo stadio. Gli amici di Trump. Gli amici di Putin. Perché bisogna schierarsi da una parte o dall'altra.

La guerra, la minaccia della guerra, la soluzione della guerra. La guerra che sembra inevitabile, come la crescita di questi movimenti sovranisti che pensano veramente che un'Europa divisa possa contare qualcosa nel mondo.

E cosa cambierà, dopo questa guerra? I poveri (anche in America, come ai tempi della guerra al terrore di Bush) saranno sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi e felici. Sia tra i vincitori che tra i vinti.
Come aveva scritto Brecht tanti anni fa.

15 aprile 2017

Il principe della risata che voleva vendere la Fontana di Trevi



Toto': "Sei pronto? Avanti, scrivi, incomincia: «Signorina' ...».
Peppino de Filippo: "Dove sta la signorina?".
"Ma che, è entrata la signorina? Va’ avanti, animale, signorina è l’intestazione autonoma della lettera".
"«Signorina, veniamo noi con questa mia a dirvi una parola che scusate se sono poche, ma settecentomila lire a noi ci fanno specie quest’anno, c’è stato una grande morìa delle vacche come voi ben sapete ...». Punto, due punti, ma sì, fai vedere che abbondiamo .. abondantis adbondandum. «Questa moneta servono a che voi vi consolate, vi consolate», scrivi, che aspetti?".
"Avevo capito l’insalata ...".
"Non mi far perdere il filo ... «vi consolate dal dispiacere che avreta, che avreta, che avreta», già, è femmina e va al femminile, «perché lo dovrete lasciare»".
"Non so ... perché che?".
"Che è non so? Perché è aggettivo qualificativo ... «perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona vi mandano questo perché il giovanotto è studente che studia che si deve prendere la laura, che deve tenere la testa al suo posto e cioè sul collo ...», punto, punto e virgola, punto e un punto e virgola".
"Troppa roba!".
"Lascia fare, se no dicono che siamo provinciali, siamo tirati ... «Salutandovi indistintamente, salutandovi indistintamente ... i fratelli Caponi» ... apri una parente, «che siamo noi».
Hai aperte la parente? Chiudila". (da "Totò, Peppino e la ... malafemmina" di Camillo Mastrocinque)

50 anni fa, in un pomeriggio romano, moriva Antonio de Curtis, il principe della risata. Era il 15 aprile 1967: quasi un'era geologica fa, coi televisori in bianco e nero, i film in bianco e nero, il mondo diviso in blocchi ..
Eppure, nonostante siano passati così tanti anni, la scena della lettera dei fratelli Caponi, scritta alla fidanzata del nipote che deve studiare e “prendere la laura”, a me fa ancora ridere.


Così come la scena del riconoscimento dei connotati della pernacchia contro il tenente delle SS ne I due marescialli ("Individuata la pernacchia... troveremo il colpevole!"), la celeberrima scena dentro il Wagon lits (“ma perché mi vuol mandare lì se ho il biglietto per qui..”). L'incontro con l'onorevole Cosimo Trombetta:
"Mi presento, sono l' onorevole Cosimo Trombetta".
"Trombetta? Oh perbacco! Questo nome non mi giunge nuovo!".
"Beh, modestamente io sono molto conosciuto...".
"Eccome! Io ho conosciuto anche suo padre, sa? E chi non lo conosce quel trombone di suo padre!". "Scusate, c'è un errore... avete detto trombone... Se io faccio Trombetta di cognome, è evidente e logico che anche mio padre faccia Trombetta...".
"Ohibò, non si sa mai. A volte c'è la magagna... lasci che glielo dica io... sono uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo...".
"Ma che magagna e magagna! Trombetta è padre, Trombetta è figlio... Viceversa mia sorella...".
"Fa trombone...".
"Come trombone!! Mia sorella fa Trombetta, come me! Anzi, meglio dire faceva Trombetta, da signorina. Adesso è sposata con un Bocca e fa Trombetta in Bocca...".
"Per forza, la trombetta si mette in bocca!".
"Ma che trombetta in bocca! Mia sorella non si mette la trombetta in bocca...".
"Se la mette!". "Non se la mette...". "Se la mette, se lo faccia dire da me, io sono uomo di mondo. Lei esce da casa e sua sorella si mette la trombetta in bocca...". (segue lo starnuto abortito)
(Totò e M.Castellani in "Totò a colori")

Le sue battute, i suoi sketch con gli attori che di volta in volta gli facevano da spalla (Nino Taranto, Peppino De Filippo, Mario Castellani) e con cui spesso improvvisava sul set sono ancora vive perché sono come le maschere del teatro, Arlecchino, Pantalone, Pulcinella. Immortali perché rappresentano un archetipo, un tratto del nostro essere italiani e che ancora oggi ci portiamo dentro.
"Te sparo sai".
"Non puoi".
"E perché?".
"Puoi sparare solo per legittima difesa: io non offendo".
"Va be’, allora sparo in aria a scopo intimidatorio".
"E va be’, io non mi intimido e resto qua".
(Aldo Fabrizi e Toto' dopo un’estenuante inseguimento in "Guardie e ladri")

Il perenne soffrire la fame e l'arte di arrangiarsi, la diffidenza contro il potente, l'avere le pezze al culo ma sentirsi nobile dentro.
"Pensi che mettiamo il burro persino nel caffellatte!".
"Ah,no! Noi nel caffellatte non mettiamo niente! Né latte, nè caffè!
(Toto' in "Miseria e nobiltà")

A proposito di culo, non posso non ricordare la battuta, anche questa scolpita nelle pagine del cinema comico italiano, dal film “I due colonnelli”
Colonnello tedesco: "Badi che io ho carta bianca!".
Toto': "E CI SI PULISCA IL CULO !!!!".
(Toto' in "I due colonnelli")

Totò ha indossato tanti panni nei suoi film: il povero, il ladro, il nobile decaduto senza una lira. Ha sfidato l'ira dei tedeschi e l'ira di Maciste

Totò a Taratankamen: "Basta con questo incenso! Quante volte devo dirti che sono incensurato?"
(Da "Totò contro Maciste")

Ha cercato perfino di vendere la Fontana di Trevi ad un ingenuo emigrante, il signor Deciocavallo (“avevo capito cacio cavallo..”). Trovarsi un lavoro onesto? 
Lo so, dovrei lavorare invece di cercare dei fessi da imbrogliare, ma non posso, perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro. (Toto' da "Tototruffa ’62" di Camillo Mastrocinque)

Il finto torero per sposare una ricca signora americana e prendersi l'eredità
A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?
(Toto' in "Fifa e Arena")

Ha fatto il monaco cercatore, per cercare di rimediare qualcosa da mangiare, per lui e per i “figli della provvidenza”, fino ad arrivare al castello del marchese de Lattanzis
Abbiamo vegliato la salma per tutta la notte: è stato un veglione.
(Toto' in "Il monaco di Monza", 1963)

Ben prima che lo scoprissimo dalle inchieste giudiziarie come Tangentopoli, aveva raccontato della spartizione degli appalti
Do ut des, ossia tu dai tre voti a me, che io do tre appalti a te. (Antonio La Trippa, alias Toto' in "Gli onorevoli")

Erano film che facevano e fanno ridere, nonostante le cattive recensioni dell'epoca (e la scarsa attenzione della Rai che si è ricordata di Totò solo ieri sera, con I soliti ignoti di Monicelli).
Battute facili, volgari per l'epoca. In tanti storcevano il naso.. Eppure alcuni suoi film furono colpiti dalla censura, come Totò e Carolina, sempre di Monicelli.
Il poliziotto che salva una ragazza rimasta incinta, scambiata per una prostituta e che intende suicidarsi. Troppo per la morale bigotta dell'epoca.
Quella per cui si fa ma non si dice, delle feste di Capocotta, delle famiglie felici, del clero preconciliare. Degli Andreotti e degli Scelba.

Totò ci ha insegnato che per andare dove dobbiamo andare, serve sapere dove dobbiamo andare

Al vigile milanese: "Bitte, scien noio volevon savuar l'indiriss ja!!! parla italiano... molto bene... noi vorremmo sapere per andare dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare".
(in "Totò, Peppino e la Malafemmina")

Che a Milano, che non fa così freddo, quando non ci si vede, è perchè c'è la nebbia:
Castellani: "A Milano quando c'è la nebbia non si vede!".
Totò: "Ma come facciamo a capire che c'è questa nebbia se non si vede?!".
(in "Totò, Peppino e la Malafemmina")

Ma, soprattutto, ci ha insegnato a ridere, ci ha fatto il dono della risata. Un dono generoso da parte di una persona che era principe veramente: figlio riconosciuto di un nobile napoletano, cresciuto povero e rimasto povero anche quando divenne molto ricco.
Ricco e generoso, di quella generosità che non ha bisogno di essere ostentata. Girava per i quartieri di notte, mettendo delle banconote sotto la porta dei bassi, come regalo.

Ancora oggi, possiamo solo dirti (mi permetto il tu) grazie!