17 ottobre 2021

Fate presto

Anche ieri due morti sul lavoro, dopo i 4 morti di venerdì. Fate presto, governo dei competenti, perché questa strage è intollerabile, anche una morta è troppo.

Il tempo per le discussioni e per le attese è finito: va creata una banca dati nazionale sugli infortuni, va creata l'aggravante del delitto colpo sul lavoro, va posta attenzione al tema dell'amianto (che continua ad uccidere gli operai che lavorano alle vecchie fabbriche e alle vecchie case costruite negli anni sessanta).

Mentre in Germania la coalizione tra verdi, social democratici e liberali (tedeschi, non italiani) sta discutendo di alzare il salario minimo a 12 euro (e a superare il modello Hartz 4), in Italia ancora non abbiamo un salario minimo, ci sono intere sacche di lavoratori che pur avendo un lavoro e un salario sono in una situazione di semi povertà.

Fate presto ad approvare questo salario minimo. Capisco che questo tema non appassioni (per usare un eufemismo) la destra italiana, e nemmeno parte del PD troppo attento a non scomodare le imprese.

Ma fate presto, questa povertà, queste situazioni di difficoltà, associate a chi sta perdendo il lavoro (magari per colpa delle delocalizzazioni) porteranno ad un clima di maggiore tensione nei prossimi mesi.

Fate presto. Qui non si tratta di Green pass, ma di vivere e lavorare dignitosamente, di tornare a casa dopo una giornata di lavoro. Qui è in ballo il collante di questa repubblica fondata sul lavoro, che deve essere ben retribuito, sicuro, tutelato.

15 ottobre 2021

E venne il giorno del green pass

E venne il giorno del green pass, obbligatorio per legge per poter accedere ai luoghi di lavoro.

Il governo tira dritto, niente green pass, niente lavoro, vaccinatevi oppure fare il tampone. 

Dice Salvini che non si possono lasciare le persone a casa senza lavoro, riferendosi alle persone senza green pass che, per le decisioni del suo governo, non potranno presentarsi al lavoro e nemmeno giustificarsi con lo smart working.

Eppure già ad oggi sono tante le persone lasciate a casa, per le delocalizzazioni oppure le ristrutturazioni delle aziende (solitamente fatte tagliando il personale). Anche la nuova compagnia di bandiera, ITA, parte con meno personale (8000 esuberi) e con contratti più competitivi (=meno salari).

Mai sentito prendersi cura di questi lavoratori. E nemmeno di quelli che ogni giorno subiscono incidenti o peggio.
C'è una certa confusione, su libertà, dittatura sanitaria, diritti sul lavoro..

14 ottobre 2021

Il cuore nero dello stato - da I soldi della P2

Esce per Paper First il libro I soldi della P2 (PaperFirst, pp. 502, euro 18) di Antonella Beccaria, Fabio Repici e Mario Vaudano, un viaggio nel cuore nero dello stato, seguendo il filone dei soldi passati attraverso la loggia P2 di Licio Gelli



Qui una anticipazione uscita sul Fatto Quotidiano:

I soldi della P2 (Paperfirst) – Neofascisti, mafia e casinò: gli sporchi traffici della loggia

Massoni tra sequestri e omicidi. Bruno Caccia, il magistrato ucciso a Torino dalle ’ndrine, è uno degli snodi di una storia da ricucire

Come in una fiction criminale, ma invece nei contorni sfumati eppure implacabili della realtà, cercare “i soldi della P2” significa mettere in fila morti ammazzati, coincidenze a un primo esame inspiegabili, depistaggi devastanti per una qualunque verità, complicità che affondano nel “cuore dello Stato”.

Follow the money, dunque, e per l’ennesima volta. Ma anche due magistrati uccisi (e all’apparenza dei processi, quelli sui loro omicidi, solo per le vendette del terrorismo fascista il primo, della ’ndrangheta salita alla conquista del Nord industriale il secondo): Vittorio Occorsio, pm di Roma, nel 1976, e Bruno Caccia, procuratore capo di Torino, nel 1983. Poi, un altro giudice scampato a un’autobomba, forse la prima nella storia del dopoguerra italiano, e infine morto suicida: il pretore di Aosta Giovanni Selis, nel 1982. Che cosa mai è in grado, però, di collegare quelle vicende, di andare oltre l’unico elemento comune dell’eliminazione riuscita o tentata di tre “servitori dello Stato”, di tessere il filo capace di portare tutto “a un livello superiore”, riconducendolo a uno scenario ben più ampio e che riguarda l’attacco alla Repubblica democratica?

I soldi della P2 (PaperFirst, pp. 502, euro 18), appunto, prova a cercarlo. Non con la certificazione impossibile di una sentenza penale, ma invece con la bussola, quasi la lampada sul casco di un minatore, indispensabile per trovare un qualche squarcio di luce, un possibile sentiero di intrecci nell’oscurità dell’universo criminale e assieme eversivo e più pericoloso della nostra storia repubblicana.

I suoi autori posseggono le “chiavi inglesi” per smontare e rimontare quei misteri, grazie alle loro esperienze di lavoro, a una ricerca accuratissima e alla memoria diretta. Antonella Beccaria, giornalista che da anni dedica il suo impegno allo studio dell’Italia delle stragi; Mario Vaudano, giudice in pensione che, all’inizio degli anni 80, guidò da Torino una delle più importanti inchieste sulla corruzione della politica e delle istituzioni, lo “scandalo dei petroli”, coinvolgendo i vertici della Guardia di Finanza, ministri e sottosegretari dc, il gotha dell’imprenditoria petrolifera italiana, il Vaticano, Licio Gelli e la P2, lambendo addirittura il “caso Moro” e l’omicidio Pecorelli; Fabio Repici, avvocato siciliano e legale delle famiglie delle vittime delle mafie, come quella del procuratore Caccia, il magistrato che aveva condiviso e difeso le indagini di Vaudano.

Torino e Roma, Selis, Caccia, Vaudano e Occorsio: luoghi, nomi e ruoli che per tutto il libro si intersecano senza sosta, ma con improvvisi cortocircuiti, assieme alle connessioni con il denaro della mafia e i casinò italiani e della Costa Azzurra, i sequestri di persona compiuti dalle ’ndrine nel Nord, l’uso dei sicari “neri” per regolare conti ed eliminare avversari. E infine il fiume di soldi gestito sotto l’egida della P2 di Gelli: la potente organizzazione massonica ed eversiva infiltrata all’interno dello Stato.

Gli scarti improvvisi e le ricostruzioni più difficili sono continui nell’opera di Beccaria, Repici e Vaudano. Nella quale anche l’uccisione di Occorsio, la più indagata nel tempo, offre nuovi spunti e pone altrettanti interrogativi. Ma è soprattutto l’omicidio Caccia quello indicato, ancora oggi, come il più deprivato della verità e di un’attenzione nazionale spesso negatagli dai media, trascorsa l’urgenza della sua attualità. Ci sono due sentenze, in epoche diverse, che hanno attribuito la sua morte agli uomini delle ’ndrine. Bruno Caccia, unico magistrato ucciso dalla ’ndrangheta e nella città della Fiat: quanto dovrebbe bastare perché rimanga fissato nell’agenda di uno Stato che vuol sapere come e perché sono stati uccisi i suoi servitori.

Torino e la vicina Aosta paiono allora quasi il baricentro, le “capitali”. dei misteri del libro. Caccia aveva cominciato la sua carriera in Vallée, indagando per primo su vicende legate al casinò di Saint Vincent: la stessa casa da gioco su cui stava lavorando Selis, prima dell’attentato. Sempre Caccia, poi, era stato il procuratore che aveva affiancato a Torino Gian Carlo Caselli nelle indagini sulle Brigate Rosse, aveva appoggiato quelle di Vaudano sul contrabbando petrolifero, aveva avviato l’inchiesta sullo “scandalo delle Tangenti” nel Comune di Torino e nella Regione Piemonte (anticipatrice di Mani Pulite), aveva incrociato la mafia catanese trapiantata in città e gli “alleati” calabresi con i sequestri di persona e il traffico di droga, aveva cominciato con la Procura di Milano a cercare le prove sull’infiltrazione di Cosa Nostra italo-americana nei casinò italiani. Aveva intuito infine (forse la sua “colpa” più grave) i rapporti tra alcuni colleghi del Palazzo di Giustizia subalpino e la criminalità locale.

Gli autori ripropongono così, tra le pagine, un interrogativo che dura da anni: può essere il suo omicidio solo riconducibile a una vendetta del milieu mafioso torinese? O non è invece quasi l’archetipo di quel fil rouge che Beccaria, Repici e Vaudano hanno provato a intrecciare nel sottotitolo del loro libro: “Sequestri, casinò, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli”?


13 ottobre 2021

Non basta sciogliere forza nuova

Dal mio giornalaio di fiducia questa mattina ho trovato, esposti assieme ad altri, anche il calendario di Mussolini.

Curioso ho chiesto se ci fosse ancora qualcuno che si compra questi calendari.

La risposta mi ha lasciato di stucco: "ma non sono dei nostalgici dei fascismo, sono persone nostalgiche di un tempo in cui c'era più ordine..".

Devo precisare che questa persona non ha simpatie del ventennio e nemmeno di Mussolini, semplicemente come tanti italiani, la propaganda neofascista ha fatto presa.

Avete presente?

Mussolini ha fatto anche cose buone.

Ai quei tempi le cose che dovevano essere fatte venivano fatte.

A quei tempi c'era più ordine.

Mussoli ha dato le pensioni agli italiani.

Tutte sciocchezze, frutto avvelenato di una propaganda che, complice anche la nostra ignoranza in storia, funzionano ancora.

Se questa è la situazione nel paese, lo scioglimento di Forza Nuova da solo serve a poco.

Serve rimettere mano ai libri di storia: come scrive oggi Robecchi, dopo aver mandato in onda in prima serata i virologi superstar, è ora il compito degli storici.

A tutti i nostalgici dei tempi di una volta, dove non è vero nemmeno che i treni arrivavano in orario, consiglio il libro "Mussolini ha fatto anche cose buone", di Francesco Filippi.

A proposito di pensioni, lo storico scrive che il fascismo creò un suo carrozzone pubblico Infps per controllare i fondi erogati in modo clientelare:

“Un tentativo propagandistico di impossessarsi di quello che nei fatti era stato il frutto di decenni di contrattazioni e lotte sindacali, di riforme attuate dai governi liberali e di iniziative delle associazioni di categoria dei lavoratori”

Altro che pensioni a tutti.

L'ultimo lupo di Corrado Fortuna

 


Prologo

Ma cu m’u fici fari? Era una notte calma e serena, rischiarata da una luna cinematografica: grande come quella davanti alla quale ET ed Elliott volavano in bicicletta. Amir aveva finito il conteggio serale, di nuovo con un piccolo brivido di freddo alle ossa.

Conoscevo Corrado Fortuna come attore (nella serie del commissario De Luca, ad esempio, dove interpretava il maresciallo Pugliese) e ora ho il piacere di conoscere Corrado Fortuna anche come scrittore, autore di questo giallo che mi è molto piaciuto.

E' stato scritto in questi due anni di pandemia, racconta l'autore nelle pagine dei ringraziamenti: un romanzo nero per questi due anni che sono stati neri per tutti gli italiani e magari anche un auspicio per un futuro migliore.

Un romanzo nero, dunque, che si apre con un pastore sui monti delle Madonie in Sicilia: regione che non è solo mare e sole, ci sono località come Piano Battaglia dove anche nelle sere di agosto senti i brividi per il fresco dalle montagne, ma non solo.

Ci sono i brividi nel trovarsi di fronte l'ultimo lupo, sopravvissuto su queste montagne. E quello che capita ad Amir, uno dei tanti immigrati sbarcati in Italia dall'altra sponda del Mediterraneo che ha avuto la fortuna di potersi integrare, pastore era nella sua terra e pastore è ancora qua in Sicilia.

Tancredi Pisciotta invece è un quarantenne nato e cresciuto tra quelle montagne e poi emigrato su al nord. Il suo ritorno al paese di Piano Battaglia, alla casa del nonno su due ruote è un modo per sfuggire ai suoi pensieri, a quella che lui chiama Camurrìa. Una storia di tensione interna, un “un frizzare tra le tempie”, per uno dei tanti rovelli che capitano ad una persona. E a lui di cose ne erano capitate in questo anno: la difficoltà nell'avere un figlio, dopo i tanti sforzi con la moglie, la morte improvvisa del fratello, per un tumore che nemmeno gli aveva lasciato tempo di accettare la cosa.

E ora il ritorno alla casa del nonno, alla fine di tutti i tornanti della montagna, al limite del bosco, lontano dalla città, dal mondo. In mezzo a tanti ricordi ..

Tancredi Pisciotta faceva lo stesso pensiero arrivando nella sua città natale. Quando l’aereo atterrava a Palermo, prima di toccare la pista, a sporgersi verso il finestrino gli sembrava di vedere una strada fatta di mare.

Purtroppo la Camurrìa non è finita per Tancredi: è lui ad imbattersi nella prima sera nella casa su ruote nel corpo di Amir, steso a terra con evidenti segni di un colpo alla nuca.

Un giallo in quel paese dove vivono quattro anime in croce, anzi sei per la precisione e tutti o quasi anziani? Che significato hanno quelle due parole, pronunciate da Amir, “il lupo”?

Chi poteva avercela col povero Amir, che era un ragazzo benvoluto da tutti?

Il nonno di Tancredi, Adelmo, che poi è anche il cacciatore che ha ucciso l'ultimo lupo su quelle montagne?

Oppure Abele, uno dei vecchi del paese, assieme ad Adelmo e Gaetano, il proprietario dell'ostello dove la sera si ritrovano tutti per bere qualcosa?

Oppure Piero, il figlio di Gaetano e Angela, sua figlia, una bella ragazza bionda ma un po' strana?

Sembra il classico delitto in una stanza chiusa, ma chi allora potrebbe avere il ruolo del maggiordomo? Forse quei ragazzi venuti da fuori ospiti nell'ostello, con tante idee sbagliate per la testa?

No, la soluzione dell'enigma sarà da ritrovare dal passato di quei vecchietti della montagna: in un alternarsi tra passato e presente, l'autore ci porta alla scoperta di un terribile segreto legato ad una brutta storia avvenuta tanti anni prima, giusto l'anno in cui Adelmo raccontò di aver ammazzato l'ultimo lupo, con grande rammarico del piccolo Tancredi e del fratello Ruggero.

Una storia di amore e di violenza e di un dolore rimasto dentro a covare, giorno dopo giorno, fino a farne una malattia.

.. non si può vivere coi mostri dentro, Angela, non si deve. Perché i mostri dentro di noi sono più pericolosi di quelli lì fuori. Ci cambiano piano piano, ci mangiano la felicità, la leggerezza. Ci logorano lentamente. Ci logorano lentamente. Ci addolorano. E con noi addolorano le persone che abbiamo intorno.

L'ultimo lupo è un romanzo nero che parla di lupi (immaginari, poiché in Sicilia questo predatore non esista più) ma anche della nostra vita, dei ricordi belli e brutti che ci portiamo dentro e di come, a volte, sia importante lasciarli scorrere via, questi ricordi, perché la vita è come un fiume che continua a scorrere nonostante le nostre preoccupazioni, le nostre paure, “a volte travolgendo tutto quello che trova, come un fiume esondato. A volte accarezzandolo ..”.

La scheda sul sito di Rizzoli e il pdf del primo capitolo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


12 ottobre 2021

Presadiretta – la fabbrica dei vaccini

Tutto sul mondo dei vaccini: come funziona la loro produzione, il ruolo della ricerca, a che punto è il vaccino italiano, chi ci ha guadagnato tanto dai vaccini e infine lo scandalo dei paesi poveri, lasciati soli con la pandemia.

I vaccini basati su mRNA sono nati grazie al lavoro di ricerca di scienziati incredibili: tra questi la biochimica ungherese Katalin Karikò, la pioniera dell'RNA messaggero, la prima ad averne intuito le capacità ben prima dell'arrivo del covid.

“Ero ossessionato da questa proteina” racconta a Presadiretta, partendo dalla sua infanzia, dalla scelta di diventare scienziata da grande, gli studi in Biologia. La scoperta del RNA messaggero fatta nel 1961 iniziò subito ad interessarla: ci si chiedeva chi trasporta le informazioni del DNA fuori dal nucleo alle cellule? E' proprio il mRNA che venne sintetizzato in laboratorio in Ungheria da Katalin Karikò.

Col crollo del muro di Berlino e la realizzazione che in Ungheria non avrebbe potuto proseguire le ricerche, Katalin mise da parte i soldi e riuscì ad andare in America per poter riprendere i suoi studi.

Ma anche in America i primi anni sono stati difficili, per lo scetticismo nei confronti dell'RNA, ma lei sapeva che poteva servire a qualcosa, Katalin.

Ci sono voluti tanti sforzi, tanti fallimenti, prima di poter iniettare un mRNA artificiale dentro un organismo senza che si scatenasse nessuna infiammazione: dal 2005 la svolta, la sua ricerca inizia ad interessare anche altre aziende, come Biontech che inizialmente usarono questa scoperta contro il cancro.

Ma poi, nel 2020, l'arrivo del Sars Cov2, gli studi di Biontech “mutano” verso la sperimentazione di un vaccino contro questo virus, per arrivare poi al vaccino Biontech, il primo vaccino mRNA della storia.

Ci sono effetti a lungo termine per questo vaccino? Nel corpo si inietta solo una piccola parte del virus, per scatenare una reazione immunitaria, il virus è molto più pericoloso – la risposta immediata della scienziata ungherese.

Viva la ricerca, dunque: la gara al vaccino l'hanno vinta i paesi che nella ricerca hanno creduto e investito, ma come mai l'Italia a questa gara non ha nemmeno partecipato?

In Italia si fa solo “infialamento”, la fase finale della produzione, quella a minor valore aggiunto, seppur importante: i siti di produzione esteri portano in Italia la materia prima, che viene custodita in caveau, tanto è importante.

I vaccini sono prodotti biologici, sviluppati attraverso cellule viventi, non sono prodotti di sintesi chimica come l'aspirina: per produrre vaccini servono competenze e investimenti, servono i bioreattori per realizzarli, diventati oggi quasi un bene introvabile.

Dietro ogni fiala c'è una lavorazione di cento giorni, con 5000 passaggi diversi: le aziende specializzate per la produzione di questi vaccini sono altamente specializzati, con reparti asettici, con controlli ossessivi, come nello stabilimento belga GSK che Presadiretta ha visitato.

GSK non è riuscita a produrre un suo vaccino, ma ha stretto accordi con altre aziende per la produzione: inizialmente fu scelta Sanofi, per un vaccino proteico, per poi tornare indietro da questa scelta dopo il fallimento di questa strada.

Altri vaccini non sono andati avanti, dopo le prime sperimentazioni: il vaccino tedesco di Kurevac è fallito, così come la procedura per autorizzare Sputnik è ferma, racconta Guido Rasi, ex direttore Ema.

La primavera scorsa, per rafforzare una campagna vaccinale a singhiozzo, tra ritardi di consegna dei vaccini autorizzati e incognite sugli altri candidati, il commissario all’industria europeo, Thierry Breton, chiama a raccolta le aziende di tutta Europa per chiedere rinforzi alla filiera e anche l’Italia si dice pronta.

E il 4 marzo 2021 il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti lancia il piano di produzione di vaccini made in Italy, da realizzarsi nel nostro Paese in tempi rapidi e con obiettivo ambizioso: indipendenza vaccinale entro l’anno.

Sul piatto si mettono anche i soldi: 200 milioni di euro sono sbloccati subito nel decreto sostegni “per interventi di ricerca e riconversione industriale nella produzione di vaccini”. Altri finanziamenti, fino a 400 milioni, arrivano nel decreto sostegni bis, ma il consorzio italiano ancora è fermo oggi.

Cosa resta dei proclami del governo? Dei quattro vaccini contro il Covid finora autorizzati in Europa, nessuno è fabbricato in Italia a partire dal principio attivo. Da noi, si fa l’ultima parte della filiera, quella che in gergo tecnico si chiama “fill and finish”, cioè la fase di infialamento e confezionamento.

“Quella dell’infialamento non è alta tecnologia. Quindi l’Italia non ha voce in capitolo sulla parte produttiva. La parte produttiva rimane in capo al produttore”. Per Guido Rasi – microbiologo, ex direttore dell’EMA intervistato da Daniela Cipolloni – “la capacità produttiva dell’Italia è zero”.

In Puglia, alla Lachifarma si lavora per la produzione di un vaccino: qui hanno investito 20ml per fare produzione, non della materia prima, e stanno anche cercando un accordo col Mise.

Servono soldi per produrre vaccini e fare ricerca, come ha fatto l'America che nel marzo 2020 ha messo sul piatto 15 miliardi, mentre qui pur avendo un'industria farmaceutica, siamo rimasti indietro, e lo stesso è successo col vaccino italiano di ReiThera.

Presadiretta è entrata nei reparti di ricerca di ReiThera dove ha incontrato Stefano Colloca, responsabile della ricerca: qui hanno lavorato sul vaccino a partire dalla ricerca sul gorilla, si basa su un principio simile a quelli di Astra Zeneca, Johnson & Johnson o il vaccino russo Sputnik, si usa cioè un virus inattivo di scimmia che contiene le istruzioni genetiche per produrre la proteina spike del Sars-Cov2 e quindi generare gli anticorpi.

Qui sono pronti, con strutture nuove, enormi bioreattori, capaci di produrre fino a 100ml di dosi l'anno, partendo sin dalla materia prima del vaccino e diventando così la prima azienda italiana capace di produrre un vaccino anti-covid.

La sperimentazione del vaccino ReiThera si è fermata alla soglia della fase 3, quella che coinvolge migliaia di persone per verificare sicurezza ed efficacia: “stiamo aspettando di trovare il sostegno finanziario per passare alla fase 3, che è quella che costa di più e che noi non possiamo sostenere con le nostre risorse finanziarie, avremmo bisogno di circa 60ml” .

Fino a pochi mesi fa ReiThera aveva il vento il poppa, per il supporto della regione Lazio, dell'istituto Spallanzani, tutti facevano il tifo per il vaccino italiano.

La fase prima della sperimentazione fatta alla Spallanzani arrivano ad inizio 2021 ed erano incoraggianti: il governo Conte scommetteva su questo vaccino, lo Stato era entrato in ReiThera acquistandone delle quote tramite Invitalia.

Ma alla fine la Corte dei Conti ha bloccato tutto, bloccandone il finanziamento per la parte che riguardava il mutuo della sede di produzione.

Il blocco dei soldi sta fermando i lavori, poi è arrivato anche la questione Astra Zeneca, col rischio trombosi perché bisogna capire se tutti i vettori virali come quello ReiThera hanno questo rischio.

Anche il supporto dello Spallanzani cala, come anche quello della regione Lazio, la cui attenzione si è spostato sul russo Sputnik.

Ad aprile si è siglato un accordo con Mosca, per questo vaccino: un accordo di tre anni in cui si studierà la variazione dei virus, con uno scambio di dati e conoscenze tra Spallanzani e la Russia. Va ricordato che lo Spallanzani è stato il primo istituto ad isolare il virus.

Come mai lo Spallanzani ha abbandonato ReiThera? Come mai è la regione che sta seguendo gli accordi tra Spallanzani e la Russia, e non il ministero della Salute?

A rispondere alle domande di Presadiretta è stato il direttore scientifico Girardi che ha preso il posto del dottor Ippolito che spiega che hanno preferito seguire Sputnik dopo la pubblicazione dei risultati su Lancet della sua efficacia. Sputnik avrebbe una efficacia dell'81% mentre Pfizer è pari all'88%, non molto distante.

E il vaccino italiano ReiThera? Come spiega Stefano Colloca “non è vero che siamo fuori tempo massimo, ci sono le varianti che impazzano, c'è il mondo che ha bisogno di dosi di vaccino, c'è interesse in paesi esteri che hanno difficoltà ad approvvigionarsi del numero sufficiente di dosi e quindi riteniamo che un vaccino come il nostro che ha un costo decisamente più basso di quello dei vaccini RNA possa essere importante.”

Anche perché si conserva in condizioni più agevoli, a 4 gradi, in un normale frigorifero: anche se il vaccino ReiThera non ci avrebbe reso indipendenti, la nascita di un polo industriale avrebbe rappresentato un volano per la ricerca italiana: perché la ricerca è un'attività costosa e rischiosa – prosegue Stefano Colloca – perché non puoi sapere quando inizia a sviluppare un prodotto se avrà successo o no. Questa attività non può essere, specie nel caso di piccole biotech come ReiThera, finanziata a debito, devono essere finanziamenti a fondo perduto, ci deve essere una condivisione del rischio, in cambio si ha un ambiente favorevole alla ricerca sulle biotecnologie e che sarà utile sfruttare nel futuro.

In questo senso il confronto con paesi come Stati Uniti è impietoso: Moderna è stata finanziata in una fase molto precoce della pandemia con 1,2 miliardi dal governo americano, il finanziamento ricevuto da ReiThera, solo in parte a fondo perduto è di 60ml.

Il governo andrà avanti nella sperimentazione del vaccino italiano, assicurano Giorgetti e Speranza, il progetto ReiThera non verrà abbandonato.

Ma una cosa è certa, le aziende che hanno investito sui vaccini hanno ora il pallino in mano: possono imporre all'Europa e ai paesi nel mondo il prezzo per le fiale.

Nel 2022 a dominare la scena in Europa sui vaccini, dopo l'estromissione di Astra Zeneca, ci sono le multinazionali americane: Pfizer con la fornitura di 1 miliardo di dosi e Moderna per altre 150ml di dosi. Entrambe le compagnie con i contratti stipulati con la commissione europea hanno aumentato il prezzo del loro vaccino, come trapela da una rivelazione del Financial Times.

Una fiala di Pfizer ora ci costa 19,50 euro, contro i 15,50 di prima, mentre una fiala di Moderna 25,50 dollari rispetto ai 22,60 dollari precedenti (19 euro precedenti).

A giustificare i rincari sarebbe l'efficacia contro la variante delta.

Per capire se sono prezzi giusti i giornalisti di Presadiretta sono andati a Ginevra da una esperta di politica sanitaria globale a capo del Global Health Center, Suerie Moon: “non c'è una legge che regola i prezzi a livello internazionale, per questo quando i paesi hanno un disperato biisogno di vaccini, come è successo, il venditore ha un forte potere negoziale e può chiedere un prezzo più alto. Per me però idealmente le aziende dovrebbero vendere ad un prezzo vicino al prezzo di produzione, specie durante una pandemia, questa non è una situazione normale e a maggior ragione perché molte aziende non si sono assunte grandi rischi e non hanno messo molti investimenti di tasca propria. La maggior parte degli investimenti sono arrivati dal settore pubblico, dai governi. Ma davvero non credo ci sia alcuna giustificazione nel far pagare un prezzo alto.”

LE case farmaceutiche hanno ricevuti sussidi pubblici in tempi record, con ordini di pre-acquisti da parte degli Stati, anche se il vaccino non fosse stato efficace, altro che rischio di impresa. Ma le case farmaceutiche non la pensano così.

Secondo un rapporto pubblicato da Publiccitizen, organizzazione statunitense a tutela dei consumatori, produrre un vaccino mRNA costerebbe meno di tre euro a dose, mentre un vaccino a vettore virale, come quello di Astra Zeneca, poco più di 1 euro.

Ci sono vaccini economici come Astra Zeneca, venduto quasi a prezzo di produzione, al più caro, Moderna: per il 2021 Pfizer prevede un fatturato di 33 miliardi di dollari solo dalle vendite del suo vaccino. Moderna sfiora i 20 miliardi.

Pfizer racconta che sta offrendo questi vaccini al costo di un pasto completo, ma è una cosa giusta in un momento di pandemia?

Spiega Nicholas Lusiani di Oxfam America: “tutte le aziende comprese Johnson e Johnson e Astra Zeneca hanno dichiarato che quando la pandemia sarà finita non ci saranno più vincoli sul prezzo. Il direttore finanziario di Pfizer ha dichiarato che potrebbero alzare il prezzo a 150-175 dollari a dose, sarebbe un aumento di quasi il 900% sul costo dei richiami.”

Frank D'Amelio, CFO di Pfizer, ammette che a fine pandemia il vaccino sarà venduto a prezzo di mercato, perché è una importante occasione commerciale.

Ma come la mettiamo coi paesi poveri?

Non c'è niente di sbagliato nel profitto di per sé – continua Lusiani - ma ci sono due condizioni: se questi profitti vanno a discapito dell'accesso ai vaccini, allora è un problema. La maggior parte dei paesi poveri non avrà pieno accesso ai vaccini fino al 2024, e la massimizzazione dei profitti delle case farmaceutiche è uno dei responsabili. Il secondo aspetto riguarda ciò che fanno le aziende coi loro profitti, perché è logico pensare che se ci sono stati investimenti pubblici debba esserci anche un ritorno pubblico, un beneficio pubblico, ma non è stato così.


Ci sono esempi virtuosi, come Biontech, che ha investito tutti i profitti in ricerca, per le cure sul cancro ad esempio.

Ma altri colossi farmaceutici hanno pensato solo alla loro fortuna, pagando dividendi milionari che avrebbero potuto essere usati per vaccinare paesi africani. MA come hanno fatto ad ottenere questi prezzi alti?

Si torna alla Commissione Europea, agli accordi secretati, ai negoziatori degli accordi, alla scarsa trasparenza che purtroppo l'Europa ha mantenuto.

Certo c'era una grande pressione, sia da parte dei paesi europei, sia da parte delle aziende farmaceutiche, che hanno strappato quasi un accordo in bianco.

Nessun obbligo di consegna, nessun obbligo per gli indennizzi, a pagare in caso di problemi saranno gli stati, si sta creando un precedente per scaricare sul pubblico la parte negativa degli accordi.

Perché i verbali dei negoziati non sono pubblici? Il potere delle lobby in Europa è molto alto, come se la commissione avete più a cuore gli interessi commerciali che non la salute delle persone.

Nel mondo le dosi di vaccino non sono arrivate in modo equo: nei paesi poveri sono arrivate meno del 3% delle dosi, i paesi più ricchi si sono accaparrati le dosi per i loro cittadini (alle condizioni delle aziende, come si è visto) mentre in altri paesi le dosi sono un bene raro.

OMS sta criticando l'uso della terza dose da parte dei paesi europei: la questione cruciale è quella dei brevetti, grazie a cui le aziende possono dettare legge sulla produzione.

Alcuni paesi avevano proposto la sospensione dei brevetti, ma l'Unione Europea, Svizzera e Giappone si sono opposti alla votazione al WTO.

Altrimenti il rischio è far proliferare le varianti, che potrebbero bypassare questi vaccini.

Ma per big pharma il problema sono le materie prime, che iniziano ad essere scarse, citando il caso di Moderna che però non ha liberalizzato il suo brevetto, ha solo spiegato che non avrebbe fatto cause.

Ma oggi, con la pandemia in corso, con i governi che hanno pagato in anticipo la ricerca e la produzione dei vaccini ad aziende private, ha ancora senso parlare di brevetti e di tutela della proprietà intellettuale?

Suerie Moon è convinta che adesso si deve fare lo sforzo di andare oltre questo limite, per tutelare il mondo di domani.

Liberalizzare la produzione dei vaccini significa tutelare anche noi stessi: la variante delta è l'emblema di quello che può succedere in un ambiente con poca vaccinazione.

In India il virus ha trovato le condizioni migliori per mutare: terminata la prima fase sono cessate le restrizioni, niente mascherine né distanziamento e questa è stata la miccia della seconda ondata. In India sono arrivate a morire 4000 persone al giorno, ed era una stima in difetto: la variante delta, causata anche dalla scarsità di vaccini, ha poi attaccato l'Europa.

Eppure l'India è una potenza di fuoco in ambito farmaceutico: qui si producono i vaccini Astra Zeneca, ma ad un prezzo più altro del valore di produzione e così il paese è rimasto senza vaccini, causando anche situazioni di speculazione.

Non possiamo lasciare questa partita nelle mani del libero mercato: per capirlo, Presadiretta è andata assieme ad Amref per seguire la vaccinazione in Kenia.

Dove le persone vivono con pochi dollari al giorno, dove la salute delle comunità è in mano a pochi volontari scelti, dove l'acqua si paga, il governo non garantisce acqua o altri beni primari.

Sono operatori volontari come Patrick che si muovono nelle comunità locali, per spiegare come gestire il covid. Qui sentir parlare di no vax fa quasi rabbia.

Abbiamo fatto solo promesse ai paesi africani, arrivano poche dosi e pure in ritardo, altro che finta generosità da parte della ricca commissione europea.

Metà della popolazione del mondo è rimasta fuori dai vaccini, finché rimarrà questa situazione non potremmo pensare di eradicare il virus: a fine anno si deciderà della sospensione dei brevetti, nella speranza che questa volta il peso di miliardi di persone sia superiore a quello di poche migliaia di azionisti.

L'ultima parte del servizio è stata dedicata al centro oncologico di Nerviano, uno dei punti di ricerca sui tumori più importante in Italia, creato dalla ex Carlo Erba.

I suoi problemi sono nati col passaggio del centro al controllo dei frati dell'immacolata concezione che hanno indebitato il centro, nemmeno la regione Lombardia è riuscita a salvarlo.

Ora il centro di Nerviano è stato acquistato da un fondo cinese e non ci sono garanzie per il futuro.

Futuro che è nero in Italia, sia per il settore farmaceutico, da cui di fatto siamo stati tagliati fuori, sia in generale per la ricerca: dovremmo investire molto di più, come altri paesi europei, come Francia e Germania. Per non essere dipendenti da altri paesi, per vaccini e medicinali. Per la salute degli italiani. Ma evidentemente i governi, compreso quest'ultimo, hanno altre idee per la ricerca.

11 ottobre 2021

Con la scusa della lotta all'evasione

 Giovedì scorso il governo ha emanato il decreto riaperture nel corso dell'ultimo cdm: in esso è contenuta una nuova disposizione in materia di protezione dei dati dati personali che, di fatto, esautora il garante della privacy consentendo l'accesso ai dati personali alla PA e a società controllate e anche a enti terzi.

Ne ha parlato Virginia della Sala sul Fatto Quotidiano

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando vuole sa cosa dire a governo e Parlamento: nel settembre 2020, firmando il decreto Semplificazioni, aveva redarguito tutti: “Ho proceduto alla promulgazione soprattutto in considerazione della rilevanza del provvedimento nella difficile congiuntura economica e sociale. Invito tuttavia il governo a vigilare affinché nel corso dell’esame parlamentare dei decreti legge non vengano inserite norme palesemente eterogenee rispetto all’oggetto e alle finalità dei provvedimenti d’urgenza”. Lo stesso copione a luglio di quest’anno, con il Sostegni bis quando ha sollecitato che fossero “rispettati i limiti di contenuto dei provvedimenti d’urgenza”.

Eppure, omogeneità e urgenza sembrano entrambi assenti nel decreto sulle riaperture approvato giovedì in Cdm, che mette insieme le effettivamente urgenti disposizioni “per l’accesso alle attività culturali, sportive e ricreative” con quelle “in materia di protezione dei dati personali” che di urgente e coerente hanno poco e che per portata sulla privacy dei cittadini avrebbero avuto invece bisogno di una profonda discussione visto che di fatto lasciano libertà alla Pa di fare con i nostri dati ciò che le è più utile. “È difficile ravvisare l’urgenza – spiega Vincenzo Tiani, avvocato a Bruxelles specializzato in privacy e diritto delle nuove tecnologie –. Consentirà alla Pa di decidere in piena autonomia e se e come comunicare i dati a terzi e al pubblico.



Ho confrontato questo articolo con un articolo uscito sempre ieri su Repubblica:

C’è una discreta irritazione nei corridoi del nostro Garante per la Privacy alla notizia che il governo metterà mano alle garanzie degli italiani pur di scovare gli evasori fiscali irriducibili.

A deludere il nostro Garante della riservatezza è soprattutto lo strumento che il governo utilizza per riformare la privacy, dare poteri più ampi alle agenzie fiscali e far pagare le tasse ai contribuenti. Davvero una materia così sensibile si modifica con un decreto che peraltro regola, nello stesso articolato, la riapertura delle discoteche e l’esame di avvocato?

Una legge ordinaria avrebbe portato con sé un dibattito approfondito nel Paese. I parlamentari avrebbero discusso e organizzato audizioni di istituzioni ed esperti. Invece il decreto sarà convertito in una legge subito operativa, tempo 60 giorni. Pochissimi.

Letta così la cosa fa ridere, in un primo momento: veramente questo governo, con questa maggioranza, intende bypassare il garante, per fare una seria lotta all'evasione?

Io mi ricordo i titoli dei giornali della destra quando si parlava di lotta all'evasione.

No, risate a parte, è altro quello che interessa, i nostri dati personali.

E la voglia di riderci sopra passa subito.

Anteprima di Presadiretta – la fabbrica dei vaccini

La storia del vaccino contro il covid è lunga 40 anni, la storia di una molecola RNA messaggero: una gara vinta dagli Stati Uniti e in Europa solo dalla Germania.

In Italia la nostra industria farmaceutica si limita solo a riempir le fiale, perché?

Intanto solo i paesi ricchi hanno il vaccino.

Nel 2022 a dominare la scena in Europa sui vaccini, dopo l'estromissione di Astra Zeneca, ci sono le multinazionali americane: Pfizer con la fornitura di 1 miliardo di dosi e Moderna per altre 150ml di dosi. Entrambe le compagnie con i contratti stipulati con la commissione europea hanno aumentato il prezzo del loro vaccino, come trapela da una rivelazione del Financial Times.

Una fiala di Pfizer ora ci costa 19,50 euro, contro i 15,50 di prima, mentre una fiala di Moderna 25,50 dollari rispetto ai 22,60 dollari precedenti (19 euro).



Per capire se sono prezzi giusti i giornalisti di Presadiretta sono andati a Ginevra da una esperta di politica sanitaria globale a capo del Global Health Center, Suerie Moon: “non c'è una legge che regola i prezzi a livello internazionale, per questo quando i paesi hanno un disperato biisogno di vaccini, come è successo, il venditore ha un forte potere negoziale e può chiedere un prezzo più alto. Per me però idealmente le aziende dovrebbero vendere ad un prezzo vicino al prezzo di produzione, specie durante una pandemia, questa non è una situazione normale e a maggior ragione pperché molte aziende non si sono assunte grandi rischi e non hanno messo molti investimenti di tasca propria. La maggior parte degli investimenti sono arrivati dal settore pubblico, dai governi. Ma davvero non credo ci sia alcuna giustificazione nel far pagare un prezzo alto.”

Secondo un rapporto pubblicato da Publiccitizen, organizzazione statunitense a tutela dei consumatori, produrre un vaccino mRNA costerebbe meno di tre euro a dose, mentre un vaccino a vettore virale, come quello di Astra Zeneca, poco più di 1 euro.

Tutte le case farmaceutiche dei vaccini vincenti hanno fatto affari d'oro: per il 2021 Pfizer prevede un fatturato di 33 miliardi di dollari solo dalle vendite del suo vaccino. Moderna sfiora i 20 miliardi, e sono solo i profitti durante la pandemia – spiega Nicholas Lusiani di Oxfam America: “tutte le aziende comprese Johnson e Johnson e Astra Zeneca hanno dichiarato che quando la pandemia sarà finita non ci saranno più vincoli sul prezzo. Il direttore finanziario di Pfizer ha dichiarato che potrebbero alzare il prezzo a 150-175 dollari a dose, sarebbe un aumento di quasi il 900% sul costo dei richiami.”

Non c'è niente di sbagliato nel profitto di per sé – continua Lusiani - ma ci sono due condizioni: se questi profitti vanno a discapito dell'accesso ai vaccini, allora è un problema. La maggior parte dei paesi poveri non avrà pieno accesso ai vaccini fino al 2024, e la massimizzazione dei profitti delle case farmaceutiche è uno dei responsabili. Il secondo aspetto riguarda ciò che fanno le aziende coi loro profitti, perché è logico pensare che se ci sono stati investimenti pubblici debba esserci anche un ritorno pubblico, un beneficio pubblico, ma non è stato così.

E' giusto trattare un vaccino come un qualsiasi prodotto commerciale, legato alla legge del mercato? E come faranno i paesi poveri?

In Africa al momento sono arrivate solo 67 ml di dosi, a fronte di 1,4 miliardi di abitanti, ma rimane fuori dalla vaccinazione più della metà della popolazione mondiale, altri 2,5 miliardi di persone.

Medici Senza Frontiere sta chiedendo di porre fine alla pandemia togliendo brevetti, per evitare altre morti: per capire l’impatto del covid in Africa, PresaDiretta, insieme ad @Amref_Worldwide , ha seguito sul campo la vaccinazione di massa in Kenya.

E il vaccino italiano, quello che avrebbe dovuto renderci indipendenti dalle multinazionali estere? E' ancora fermo e chissà se vedrà mai la luce: la Corte dei Conti ha bloccato il progetto a metà strada.

Presadiretta è entrata nei reparti di ricerca di ReiThera dove ha incontrato Stefano Colloca, responsabile della ricerca: qui hanno lavorato sul vaccino a partire dalla ricerca sul gorilla, si basa su un principio simile a quelli di Astra Zeneca, Johnson & Johnson o il vaccino russo Sputnik, si usa cioè un virus inattivo di scimmia che contiene le istruzioni genetiche per produrre la proteina spike del Sars-Cov2 e quindi generare gli anticorpi.

Qui sono pronti, con strutture nuove, a produrre fino a 100ml di dosi l'anno, partendo sin dalla materia prima del vaccino, diventando la prima azienda italiana capace di produrre un vaccino anti-covid.

La sperimentazione del vaccino ReiThera si è fermata alla soglia della fase 3, quella che coinvolge migliaia di persone per verificare sicurezza ed efficacia: “stiamo aspettando di trovare il sostegno finanziario per passare alla fase 3, che è quella che costa di più e che noi non possiamo sostenere con le nostre risorse finanziarie, avremmo bisogno di circa 60ml” racconta Colloca, che aggiunge “non è vero che siamo fuori tempo massimo, ci sono le varianti che impazzano, c'è il mondo che ha bisogno di dosi di vaccino, c'è interesse in paesi esteri che hanno difficoltà ad approvvigionarsi del numero sufficiente di dosi e quindi riteniamo che un vaccino come il nostro che ha un costo decisamente più basso di quello dei vaccini RNA possa essere importante.”

Anche perché si conserva in condizioni più agevoli, a 4 gradi, in un normale frigorifero: anche se il vaccino ReiThera non ci avrebbe reso indipendenti, la nascita di un polo industriale avrebbe rappresentato un volano per la ricerca italiana: perché la ricerca è un'attività costosa e rischiosa – prosegue Stefano Colloca – perché non puoi sapere quando inizia a sviluppare un prodotto se avrà successo o no. Questa attività non può essere, specie nel caso di piccole biotech come ReiThera, finanziata a debito, devono essere finanziamenti a fondo perduto, ci deve essere una condivisione del rischio, in cambio si ha un ambiente favorevole alla ricerca sulle biotecnologie e che sarà utile sfruttare nel futuro.

E in questo senso il confronto con paesi come Stati Uniti è impietoso: Moderna è stata finanziata in una fase molto precoce della pandemia con 1,2 miliardi dal governo americano, il finanziamento ricevuto da ReiThera, solo in parte a fondo perduto è di 60ml.

L'industria farmaceutica italiana nemmeno ha partecipato alla gara per arrivare al vaccino, negli stabilimenti presenti in Italia ci si limita a riempire le fiale, tutta la ricerca e la produzione dei principi attivi sono realizzati all'estero.

Lo spiega Guido Rasi, ex direttore dell'Ema, l'Italia ha capacità produttiva zero, ha sviluppato una capacità solo in una delle fase, quella dell'infialamento, ma non è alta tecnologia e dunque non ha voce sulla parte produttiva, che rimane in capo al produttore.

Per fare i vaccini che sono prodotti biologici servono i bioreattori e l'Italia ne ha pochissimi.

L'industria farmaceutica italiana risente della situazione italiana” commenta Silvio Garattini, direttore dell'istituto Negri - “un paese che ha la metà dei ricercatori della media europea, un paese che ha un bilancio per la ricerca che è un'inezia, non abbiamo sviluppato prodotti innovativi da parecchi anni.”

Riccardo Iacona ha intervistato Giorgio Parisi, il celebre fisico italiano che è stato recentemente premiato dal nobel: quest'anno ha lanciato una petizione sulla ricerca italiana, a cui hanno aderito 75mila tra ricercatori e scienziati italiani.

Al giornalista, Parisi spiega che il problema è l'avvenire dei giovani italiani: “ogni anno due o tremila ricercatori italiani di ottima qualità vanno all'estero. Per esempio nel campo dove lavoro io che è la meccanica statistica, dentro il CNRS in area francese gli italiani sono diventati maggioranza rispetto ai francesi, il 37% sono italiani rispetto al 35% di francesi e questo non sarebbe un male se fosse compensato da una equivalente entrata in Italia di ricercatori stranieri. Ma i ricercatori stranieri non ci pensano minimamente, perché l'Italia non è un paese accogliente per i ricercatori, sono meno pagati che all'estero, non ci sono i fondi per la ricerca. Stiamo distruggendo la ricerca di base e stiamo perdendo la quantità di giovani che poi vanno all'estero.”

Ma dopo anni, è stato finanziato il nuovo piano per la ricerca con 2 miliardi e mezzo: “le dichiarazioni che poi ha fatto la ministra Gelmini erano di 1,9 miliardi di fondi che esistevano già a cui sono stati aggiunti 500ml. Quindi tutta la grancassa di Renzi era solo un aumento di 500ml su fondi che erano abbastanza bassi, più della metà vanno in ricerca industriale e il resto sono fondi minuscoli che sono assolutamente insufficienti e ad un livello decisamente inferiore a quello degli altri paesi.”

Eppure è grazie alla ricerca se oggi siamo usciti dal lockdown, se la curva dei contagi è in discesa, se il numero dei morti è molto contenuto (ma sempre alto): ricerca che deve dire grazie anche al lavoro di Katalin Karikò, biologa ungherese, una delle prime a fare ricerche sull'RNA messaggero, la molecola che porta le informazioni del DNA alle cellule scoperta nel 1961. Katalin sin dai banchi di scuola voleva fare la scienziata e fu una delle prime donne ad essere ammesse all'università di biologia: “il DNA sta nel nucleo e contiene tutte le informazioni genetiche che definiscono chi siamo, poi ci sono le proteine fuori dal nucleo che svolgono tutte le funzioni della cellula. Chi chiedevamo chi c'è nel mezzo, chi è che porta le informazioni fuori dal nucleo, è poi lo abbiamo scoperto, l'RNA messaggero.”

E' una sorta di stampino che contiene le informazioni del DNA e le consegna alla cellula affinché esegua gli ordini fabbrichi ciò che c'è scritto, per poi dissolversi (nelle cellule dei mammiferi si dissolve in poche ore).

L'idea della biologa era semplice ma rivoluzionaria: si potrebbe fabbricare dell'RNA sintetico affinché dia alle cellule le istruzioni opportune per fabbricare per esempio insulina in un paziente diabetico. E' da questi studi che si è aperta la strada ai vaccini contro il covid.

Sul Fatto Quotidiano potete leggere un'anticipazione del servizio

Dei quattro vaccini contro il Covid finora autorizzati in Europa, nessuno è fabbricato in Italia a partire dal principio attivo. Da noi, si fa l’ultima parte della filiera, quella che in gergo tecnico si chiama “fill and finish”, cioè la fase di infialamento e confezionamento.

“Quella dell’infialamento non è alta tecnologia. Quindi l’Italia non ha voce in capitolo sulla parte produttiva. La parte produttiva rimane in capo al produttore”. Per Guido Rasi – microbiologo, ex direttore dell’EMA intervistato da Daniela Cipolloni – “la capacità produttiva dell’Italia è zero”.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

09 ottobre 2021

Vajont, la tragedia dimenticata



Per me come per tanti altri, il 9 ottobre è il giorno in cui va ricordata la tragedia del Vajont, il 9 ottobre del 1963, 58 anni fa.

La frana del monte Toc che, cadendo sul bacino artificiale della diga del Vajont, la grande opera dell'Italia del boom economico, causò un'onda di acqua e fango che, oltrepassando il ciglio della diga, si abbatté sulla città di Longarone e le sue fazioni.

Una tragedia costata duemila vittime quasi, molte delle quali mai ritrovate, in mezzo a quel mucchio di sassi, fango, pietre che era diventata la cittadina bellunese.

Una tragedia che Marco Paolini ha raccontato in un celebre monologo televisivo nel 1997, il teatro della memoria, utilizzando il libro della giornalista de l'Unità Tina Merlin, “Sulla pelle viva”.

Perché questa tragedia, oggi dimenticata, è stata costruita dall'uomo sulla pelle viva delle vittime, andando a costruire una diga la dove non si sarebbe dovuta costruire, andando ad ignorare gli allarmi di alcuni geologi, della popolazione locale.

C'è il profitto, c'era da rientrare nell'investimento (prima che lo stato nazionalizzasse gli impianti, che andavano dunque venduti al miglior prezzo possibile). C'era da celebrare l'Italia che era finalmente uscita dalle macerie della guerra, era una nazione capace di costruire opere di ingegneria come questa, una diga altra 261 metri, a doppia V, la “banca dell'acqua” per le altre dighe sul Piave.

E, dunque, a chi importa di quei montanari, che quella tragedia l'avevano vista crescere, giorno dopo giorno, scossa dopo scossa, frana dopo frana?

Avrebbe dovuto essere un monito, quella tragedia, per darci una indicazione su quali sono i confini da non oltrepassare.

Perché non era caduto un sasso in un bicchiere, non era stata una tragedia “naturale”, come scrissero molti giornalisti all'indomani della strage. Come Bocca, Buzzati, o come Montanelli che definì sciacalli quei giornalisti come la Merlin che si permettevano di puntare il dito contro lo stato, contro la Sade, l'azienda privata che aveva realizzato l'impianto.

Vajont è la tragedia dimenticata, eppure è stato il nostro 11 settembre, un olocausto consumato in pochi minuti.

Per poi piangere, povera Longarone, povera Longarone..

Le stesse lacrime di coccodrillo che si piangono adesso dopo l'ennesimo alluvione, straripamento di fiumi intombati, cascate di fango che si staccano da costoni collinari senza più alberi a tener ferme quelle masse di terra.

Non abbiamo imparato nulla.

08 ottobre 2021

Quello che non si vuole vedere

Capisco l'arrabbiatura e il nervoso dell'ex deputato Crosetto, oggi rappresentante dell'industria delle armi, alla fine del servizio di Fanpage ieri sera a Piazza pulita.

Per la prima volta, o quasi (se si esclude il servizio di Report), si mette di fronte al paese certi comportamenti della nostra destra italiana, di esponenti di Fratelli d'Italia e della Lega. Per esempio la permeabilità di questi partiti con esponenti di formazioni dichiaratamente ispirate al partito fascista, per esempio certe battutine contro immigrati e, soprattutto, l'impressione che dietro il finanziamento ai candidati per le elezioni ci siano dei movimenti in nero. Al momento sarà la magistratura ad accertare quest'ultimo aspetto, con buona pace di Meloni, le cento ore di girato se le guarderanno loro. Ma quello che si vede dai due servizi è abbastanza sufficiente per farsi un'idea.

Ovvero che Lega e FDI non fanno nulla di concreto, a parte le parole di circostanza, per tener lontano questi esponenti di destra estrema, nostalgici o peggio del fascismo. Quello che in tanti non vogliono vedere è sotto gli occhi di tutti: i contatti tra Ciocca e Fidanza con Jonghi Lavarini, i rapporti tra il candidato Bastoni e il gruppo Lealtà e Azione.

Hai voglia a difenderti che "nemmeno li conosco", che "sono rapporti millantati". 

Ognuno vedendo i due servizi di Fanpage andanti in onda a Piazza pulita ha potuto farsi la sua opinione.

Forse non tornerà il vecchio partito fascista, col fez e i labari, ma il fascismo (non solo come slogan) è ancora nella società italiana: i vecchi stereotipi Dio patria e famiglia, l'odio contro i "diversi" su cui scaricare tutte le colpe, un populismo usato per prendere le difese delle fasce sociali deboli che però non ha dietro una vera politica contro le disuguaglianze.

"Io sono sempre stato anti, anti razzista, anti comunista, anti giustizialista".

Il solito giochetto di quanti si sono adoperati nello sdoganare il fascismo è sempre lo stesso: mettere sullo stesso piano il comunismo col fascismo, confondendo volutamente la dittatura comunista in Russia col PCI in Italia. Il fascismo non è un'opinione, una forma politica come le altre.

07 ottobre 2021

Per mia colpa di Piergiorgio Pulixi

 


Quegli occhi. Il modo in cui si erano accesi quando l’aveva guardata. Il sortilegio era stato farle dimenticare la sua età. E quella di lui. Era stato come tornare indietro nel tempo. Avrebbe dovuto amarlo anche solo per quell’occhiata. Per il modo in cui in un istante l’aveva liberata di tutti i pesi e le responsabilità.

Mentre la collega la chiamava, sbracciandosi per attirare la sua attenzione, gli lanciò un utimo sguardo, come per assicurarsi che stesse fissando proprio lei. Non era più abituata a essere squadrata con desiderio.

E' sorprendente la capacità di Pulixi nel saper creare nuovi personaggi, per lo più femminili, così profondi, interessanti, che riesce a descrivere dal di dentro, mettendo a nudo le debolezze, le loro vulnerabilità, le passioni tenute nascoste e pronte ad esplodere.

Al centro di questo giallo ambientato nella sua Cagliari, “città di luce e di mare, di vento e di pace”, scopriamo il vice commissario di polizia Giulia Riva: un giorno si trova di fronte ad una donna che confessa un delitto che ha commesso contro un'altra donna, l'amante del marito, che l'aveva portata all'esasperazione, confessandole quella relazione adulterina, che andava avanti da anni.

Aveva conosciuto la vittima, Miriam Giudici, quattro mesi prima. Raccontò che era stata la stessa Giudici a telefonarle

Capita, a volte, che ascoltando le storie degli altri, ci riscopriamo a pensare che potrebbero riguardare noi: è quello che prova Giulia, alla fine della confessione liberatoria di Teresa.

Perché anche lei sta vivendo una situazione simile: da anni porta avanti una relazione con un uomo sposato, che nonostante le promesse, non si è mai deciso a fare una scelta.

ero convinta che anche lui mi amasse. Ma non quanto la moglie, evidentemente, dato che da quattro anni la nostra storia andava avanti oliata da promesse e vedrai che.

Cosa può nascere da una relazione come questa, si chiede allora Giulia: avrei fatto anche io come la vittima, confessato tutto alla moglie pur di prendermi l'uomo che amo?

No, pensa il vicecommissario, non puoi pensare che gli uomini cambino da soli o che prendano una decisione: la decisione la deve prendere lei, troncare quella relazione che alla lunga non sarebbe approdata a niente.

Ma il suo uomo è anche il suo capo, il capo della Mobile di Cagliari: così troncare una relazione vuol dire anche chiedere un trasferimento, per mettersi tutto alle spalle.

Perché il suo lavoro, che ha a che fare con la parte buia dell'essere umano, è già di per sé difficile. Giulia sa cosa sia il male, l'ha visto in azione

Nel tempo avevo maturato una mia teoria. Il cuore ha due lati. Uno giusto, quello con cui si ama. E uno sbagliato, quello con cui si odia.

Ma il destino ha volte è beffardo e ti si presenta alla porta sotto strane forme: per esempio una bambina di otto anni, che ti chiede aiuto. E' la figlia di una donna scomparsa da più di un anno, Virginia Piras: del caso se ne era occupato l'ispettore Flavio Caruso, che era stato il mentore, il maestro di Giulia ad inizio carriera, senza approdare a nulla. Perché passati i primi giorni è difficile avere molte speranze nei casi di scomparsi.

E anche perché, a seguito di una rapina finita male, l'ispettore Caruso aveva preso a bere, per dimenticare, per cancellare quel dolore e quel rimorso che si portava dentro. Ma ora quella bambina, Elisa, che dal viso sembra anche più adulta della sua età, punta il dito contro di lei

«Voglio sapere dov’è mia madre» replicò, eludendo la domanda. «Lo so. Mi dispiace per tua madre, ma…» «Vi siete dimenticati di lei!» mi accusò.

E' una promessa quella che Giorgia fa alla bambina: prima di lasciare Cagliari, come ha già deciso, troverà quella donna. Nonostante tutto.

Nonostante abbia poco più di una settimana, nonostante le vecchie indagini non avessero portato a nulla, nonostante la vita della donna fosse stata analizzata in tutte le sue parti.

Virginia Piras lavora in una casa editrice, un marito e una figlia, una madre che è stata molto dura con lei, tanto più cercava di compiacerla, tanto più la madre non ricambiava quell'affetto

Iniziai a nutrire una forte compassione verso Virginia. Sapevo cosa significasse crescere con una madre narcisista e anaffettiva. Le ferite che ci vengono inflitte da bambini non si cicatrizzano mai

Una donna timida, quasi chiusa, amata dal marito e dai colleghi, una vita tranquilla senza scossoni: cosa poteva essere successo a Virginia, quale evento esterno poteva essere subentrato da portare alla sua scomparsa?

L'indagine sulla scomparsa di questa donna diventa un viaggio dentro la sua mente: quellodi una persona fragile, con una forte insicurezza da un lato e un grande desiderio di sentirsi desiderata, apprezzata, amata dall'altro.

Una miscela fatale, perché anche l'amore, quello che arriva all'improvviso, può far male. Specie se non si è in grado di portarlo avanti, questo sentimento.

Attenzione, questo giallo tutto al femminile, non è un romanzo d'amore: quello che ci dice Pulixi è che dobbiamo stare attenti alle conseguenze dei nostri sentimenti, delle nostre debolezze, dei nostri gesti sugli altri. Perché l'amore spesso, oltre al dolore, può portarsi dietro anche l'odio e la vendetta.

E' un romanzo sorprendente, questo, non ci si staccherebbe mai dal libro, pur di leggere un'altra pagina e poi ancora un'altra. Si parla di amore, di odio, di come lavorano dentro di noi i sensi di colpa e di come sia difficile toglierseli di dosso.

Un romanzo che sorprende, fino all'ultima pagina.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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06 ottobre 2021

Tiremm innanz

Alla fine hanno vinto tutti, compreso Salvini.

Ma più di tutti, sentendo i commenti di quelli che ne capiscono, ha vinto il governo Draghi.

Ha vinto la stabilità, la competenza e l'autorevolezza del governo dell'uomo che non ha bisogno del consenso o dell'approvazione del parlamento.

Siccome le elezioni sono un gioco a somma zero qualcuno ha perso: la sinistra che è diventata irrilevante sia quando è all'interno della coalizione (come a Milano), sia a Torino dove era fuori la coalizione di centro sinistra.

Non c'è molto da festeggiare: abbiamo un governo di centro, tendenzialmente centrodestra.

Nelle grandi città le istanze che, almeno una volta, sarebbero state portate avanti dalla sinistra (gli ultimi, i beni comuni, i verdi) da chi saranno portate avanti?

Tiremm innanz, come si dice a Milano. 

04 ottobre 2021

La scarsa offerta commerciale

Strano, eh, che l'affluenza al voto per le elezioni amministrative sia così bassa, nonostante siano coinvolte grandi città.

Forse perché le persone sono meno stupide dei social media manager, dei responsabili delle campagne di marketing dei partiti e dei loro leader.

Forse perché il livello dell'offerta commerciale è, oggettivamente imbarazzante anche per l'elettorato di destra, tra Michetti e Bernardo.

Sentire ancora tirar fuori gli stessi tema, sicurezza, città abbandonata a sé stessa, criminalità, abbandono delle periferie, non fa più presa.

E, dall'altra parte, anche uno come Sala non convince più di tanto.

Magari qualcuno si accorgerà un giorno che le persone hanno problemi più, diciamo terra terra e della futura colata di cemento che potrebbe ricoprire Milano (tra il nuovo stadio e le nuove costruzioni per le Olimpiadi e le riqualificazioni degli ex scali merci) non è al primo posto dei loro pensieri.

Non mi ricordo di aver mai sentito parlare di qualità dell'aria, del traporto pubblico, delle scuole pubbliche e delle strutture sportive per i milanesi, ma forse sbaglio io.

Vedremo oggi se la percentuale del voto crescerà.

PS: intere redazioni di giornali stanno spulciando le liste dei pandora papers per scovare l'ennesimo percettore di reddito di cittadinanza coi soldi in un qualche paese offshore. Al momento, si trovano dentro solo politici sovranisti come il ministro ceco Babis, il ministro "frugale" olandese Hoekstra e l'ex premier laburista Blair, che la sua terza via l'ha trovata in qualche paradiso fiscale. 

PS 2: a proposito di offshore, da una piattaforma offshore al largo della California si stanno sversando tonnellate di petrolio che stanno causando l'ennesimo disastro ambientale.

Non basta raccontarla, la transizione ecologica, bisogna farla prendendo delle decisioni politiche. Il resto è bla bla.

03 ottobre 2021

Nel migliore dei mondi possibili

E' stata una settimana difficile, nonostante lo smart working mi consenta di lavorare da casa (alla faccia del PIL e del benessere di bar e caffè di Milano).

Difficile per il dover inseguire tutte le notizie, quelle a livello nazionale. Difficile anche per i problemi della vita di tutti i giorni.

La vicenda Morisi, la condanna dell'ex sindaco di Riace Lucano, a Milano l'incontro dei "giovani" per discutere del clima, l'accusa di fare solo bla bla e le rassicurazioni dei grandi, da Draghi e Cingolani.

L'inchiesta di Fanpage su Fratelli d'Italia, i finanziamenti black (da verificare, certo), le espressioni fasciste (e non è solo goliardia).

E, per effetto di una parte della riforma Cartabia (che sostituisce la prescrizione con l'improcedibilità), la possibilità che in un futuro non si possa fare più cronaca giudiziaria (e memoria storica) per il principio di non colpevolezza, fino a sentenza definitiva. In aggiunta al diritto all'oblio per cui domani non potremmo più ricordare processi finiti con una sentenza di non colpevolezza (che si tratti dei vertici di Banca Etruria o di mafia capitale).

Racconteremo la storia della trattativa stato mafia e del terrorismo mafioso con tanti omissis ***?

E come racconteremo Piazza Fontana? Potremo tirare in ballo ancora Freda e Ventura, Digilio e gli altri ordinovisti?

Da una parte, seguendo le notizie dei TG, l'impressione di vivere nel mondo migliore possibile o quasi.

Dall'altra le morti sul lavoro, la crescita economica basata su lavori precari e mal pagati, la cancellazione (dalla discussione politica e dai piani del governo Draghi) del salario minimo perché tanto c'è la contrattazione nazionale (peccato che nei contratti di categoria si possa andare in deroga), come se fossero cose distinte.

Da una parte le belle parole sulla transizione ecologica, dall'altra l'inchiesta di Presa diretta di lunedì scorso che ci ricorda quanto sia potente ancora l'industria del fossile, di quanto siano poco "green" i piani di Eni ed Enel, delle centrali a gas ancora in funzione, delle perdite di metano nella rete Snam (che solo Snam sta monitorando).

E poi c'è la vita di tutti i giorni: delle famiglie con figli che, quando si ammalano, devono arrangiarsi nel contattare il pediatra, tenerli a casa (e come, se non si ha smart working?) oppure fargli un tampone da privato.

I problemi di ieri sono rimasti al loro posto: la scuola, la sanità pubblica, i medici di base che mancano.

L'ultima perla, l'obbligo dello SPID per accedere ai servizi regionali come il fascicolo sanitario, nato dal decreto semplificazioni del 2020.

Ogni identità digitale deve essere legata ad una email e ad un numero di cellulare.

Chi ha fatto la legge avrà pensato ai tanti anziani o alle persone in difficoltà (di tutti i tipi)?

Oppure avrà come al solito pensato che era problemi che si possono scaricare sulle famiglie?

02 ottobre 2021

Le minime di Malinconico, di Diego De Silva

 


E' uscita per Einaudi una raccolta delle migliori, o peggiori a seconda dei punti di vista, citazioni e aforismi dell'avvocato (delle cause perse) Vincenzo Malinconico, la creatura dello scrittore napoletano Diego De Silva, che presto vedremo interpretato in carne e ossa dall'attore Massimiliano Gallo.

Tanto per inquadrare il personaggio, la citazione che apre il volumetto con le citazioni è questa

Sono contrario alle citazioni
Vincenzo Malinconico.

Come si fa a non amare un personaggio così?

Questa raccolta, una sorta di aperitivo in attesa della prossima avventura del nostro avvocato, è un compendio delle sue massime, di quanto la vita nel bene e nel male gli ha insegnato.

L'amore:

L'amore, se posso dire come la penso, è una malattia della dignità.

L'autoelogio personale:

Sono un cretino di talento

La vita e i sogni:

La realtà non supera la fantasia, la abbassa solo di livello.

Le cose fondamentali della vita, quelle da difendere a tutti i costi (e qui è chiaro il riferimento alla sua ultima, poco piacevole, esperienza personale, tra ospedali e chirurghi):

Non si sa mica, quali sono le cose fondamentali. Soprattutto, non si sa mai esattamente dove siano. Si spostano, le cose fondamentali: è così che ti fregano

C'è spazio anche per l'attività professionale forense:

In Tribunale, ho sentito dire una volta a un famoso penalista che parlava con un suo cliente in manette, è importante che le cose sembrino vere, mica che lo siano.

(lo dice Malinconico, signori avvocati, non prendetevela con me..)

C'è anche spazio a qualche riflessione profonda sul dopo di noi, sul mondo dopo Malinconico (sperando che sia sempre più in la)

L'idea che il mondo non abbia bisogno di me, e quindi non sentirà la mia mancanza se muoio, mi lascia del tutto indifferente. Io non chiedo al mondo un posto di rilievo. Non voglio passare alla storia. Io non voglio morire, tutto qua.

In 85 pagine, è concentrato tutto il Malinconico pensiero, un'occasione per provare ad entrare nella testa di questo personaggio letterario, alle prese coi suoi problemi personali di genitore e uomo: una ex moglie, una figlia  e un figlio che sono diventati grandi, una relazione con una ex cliente non proprio facile e stabile.

E alle prese con le sue cause, anch'esse testimoni dei casi della vita.

La scheda sul sito di Einaudi

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