20 giugno 2022

Anteprima inchieste di Report – l’emergenza italiana (la mafia, la sanità e il covid)

Questi i servizi che andranno in onda questa sera

Lo stato della sanità in Italia

L’emergenza covid è finita, almeno mediaticamente, ma non nei contagi: il tasso di positività ha fatto un balzo in avanti in questi giorni, mentre per fortuna il numero dei morti è rimasto contenuto (ma comunque alto).

Ma se il covid è finito, non è finita l’emergenza nella sanità italiana: i pronto soccorsi sono allo sbando, basta andare in uno di questi e vedere coi propri occhi la situazione. Che fine hanno fatto il miliardo e 400 ml stanziati per l’emergenza sanitaria?

In Italia ci sono pazienti che non sono riusciti a prenotare, in questi mesi, nemmeno un esame radiologico: la giornalista di Report Claudia Di Pasquale ha raccolto la testimonianza di Elena Codrea. Paziente oncologica dell’ospedale Umberto I con un problema collaterale con la chemio, in reumatologia l’hanno mandata a fare la MOC e, chiamando il CUP ha ottenuto come risposta “mi dispiace ma l’Umberto I non fa la MOC”. Non solo adesso, nemmeno tra sei mesi, come se questo esame non esistesse: alla fine la MOC è stata fatta dalla signora Codrea in un altro ospedale privato convenzionato. Dopo l’intervista Elena Codrea ha chiamato il CUP dell’Umberto I per prenotare una radiografia toracica: “non c’è disponibilità presso l’Umberto I, non c’è l’agenda aperta” è stata la risposta, al che la signora ha spiegato come, secondo l’oncologo questa cosa non fosse possibile. Chi ha ragione, il CUP o l’oncologo?
Antonella Salva, presidente dell’associazione La Fenice spiega a Report che in Italia esiste una legge, la 266 del 2005, che vieta agli ospedali di chiudere le agende (e di fatto non accettare più prenotazioni per specifici interventi). La realtà è all’opposto: il covid, racconta Antonella Salva, ha rubato posti a pazienti fragili, pazienti oncologici, pazienti cardiologici, “noi abbiamo avuto segnalazioni di pazienti oncologici tenuti cinque giorni in barella al pronto soccorso.”

Alessandro Mantovani sul Fatto Quotidiano ha pubblicato un'anticipazione del servizio 

Se siete preoccupati nel vedere che la sanità pubblica soccombe alla logiche del business, stasera non guardate Report. Vi fareste il sangue amaro. Claudia Di Pasquale è andata a vedere che fine hanno fatto le risorse stanziate due anni fa, in piena emergenza Covid, per potenziare la rete ospedaliera, aumentare i posti letto di terapia intensiva e subintensiva e migliorare le condizioni nei pronto soccorso. Su un miliardo e 400 milioni di euro le Regioni hanno chiesto appena 335,5 milioni e la struttura commissariale anti-Covid ne ha trasferiti 250.

Il servizio è un viaggio angosciante nei pronto soccorso di Napoli dove i pazienti aspettano giorni e i medici scappano (come anche altrove), nel gigantesco trasferimento di risorse pubbliche attuato nel Lazio (due miliardi di euro solo nel 2020) a favore degli ospedali privati che hanno fatto la parte del leone nella gestione del Covid e non solo, nei ritardi della Lombardia che dopo tre-quattro ondate è ancora in fase di progettazione per alcuni degli interventi finanziati a suo tempo, nel disastro delle cure non Covid rimandate per l’emergenza che chissà quando saranno recuperate.

La scheda del servizio: IL PAZIENTE ITALIANO di Claudia Di Pasquale
Collaborazione Cecilia Bacci, Giulia Sabella

L'emergenza Covid è finita ma la sanità resta in stato di emergenza. I pronto soccorso sono al collasso, migliaia di visite e interventi sono stati sospesi, i medici sono in fuga dagli ospedali pubblici. Eppure, dopo la prima ondata, a maggio 2020 il Decreto Rilancio stanziava 1 miliardo e 400 milioni di euro per potenziare la rete ospedaliera italiana, aumentare il numero dei posti letto di terapia intensiva e subintensiva e per riqualificare i pronto soccorso. A distanza di due anni cosa è stato fatto?

I respiratori della Philips

Il servizio di Giulio Valesini si occuperà dei respiratori difettosi che la Philips lo scorso anno ha ritirato dal mercato, perché emettevano sostanze nocive (una schiuma fono assorbente potenzialmente tossica): tra i respiratori ritenuti pericolosi per la salute dei pazienti ci sono anche quelli non invasivi usati in epoca covid in ospedali, come il Trilogy, ma anche il modello E30 approvato in emergenza nel 2020 proprio per il coronavirus. Il management della Philips sapeva da tempo del particolato, ma non ha avuto problemi a dare l’E30 ai malati, salvo includerlo nelle recall dal mercato finita la seconda ondata covid.

“Noi non abbiamo mai portato dispositivi che sapevamo potessero i pazienti” spiega a Report Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips: tra i modelli ritirati c’erano Trilogy ed E30, che erano in uso, “ma abbiamo lasciato decidere ai medici se continuare o meno il trattamento con questo device.”

Philips ha aspettato troppo, prima di ritirarli dal mercato, vendendo tante macchine privilegiando il fatturato alla salute dei pazienti? “La sicurezza dei pazienti è sempre al centro di quello che facciamo, quello su cui si è basata la reputazione di Philips.”
FDA, l’ente governativo statunitense di controllo dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha rivelato a maggio di aver ricevuto, solo nell’ultimo anno, più di 21mila segnalazioni di incidenti seri tra cui 124 decessi, associati ai difetti di questi dispositivi, mentre Philips fino al 2021 ne aveva segnalato soltanto 30 di casi.

Sono dati parziali quelli della FDA, perché le segnalazioni devono essere sottoposte a controlli e perizie per accertare le vere cause, ma anche su queste perizie ci sono perplessità.

Lo racconta Jeanne Lenzer, collaboratrice del British Medical Journal: “FDA richiede di segnalare solo ciò che ha causato o contribuito a causare la morte o l’evento avverso grave. Secondo lei a chi spetta decidere se un dispositivo ha effettivamente causato la morte di un paziente? Il medico del paziente? La FDA? No è il produttore del dispositivo che spesso si autoassolve.”

Sempre a proposito di controlli, a inizio anno la Philips ha inviato dei test preliminari su questi dispositivi alla BFARM, l’ente sanitario tedesco che l’Europa ha delegato per vigilare sul caso: secondo BFARM i risultati sono rassicuranti. Anche la ERS la società europea dei medici per la respirazione, dichiara che non c’è bisogno di sostituire questi device e il nostro ministero si adegua e dirama una circolare che è un copia e incolla del parere dell’ente sanitario BFARM e delle raccomandazioni dell’ERS.

Quest’ultimi spiegano a Report che si deve mettere sul piatto da una parte il rischio di questi dispositivi e dall’altra parte il danno nell’interrompere il trattamento e la bilancia pende dal rischio nell’interrompere il trattamento, perché il rischio è ipotetico – racconta il prof. Winfried Randerath dell’ERS. Ma nemmeno lui ha visto i dati, “perché non siamo tossicologi” ammette, ma i dati sono stati resi noti alle autorità sanitarie.

Randerath ha risposto a Report sui suoi potenziali conflitti di interesse con Philips, ma è terminato spiega il medico: ma nello scorso 25 aprile è la stessa Philips a smentire a Randerath: i risultati dei test divulgati dall’azienda stessa sono preoccupanti, alcuni esami sulla schiuma falliscono per genotossicità. La multinazionale ha condotto i test su un numero esiguo di macchinari, alcuni solo su una macchina, altri su 5, non il massimo della rappresentatività come test.

La scheda del servizio: FINO ALL'ULTIMO RESPIRO di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella
Collaborazione Eleonora Zocca e Lidia Galeazzo

Il marchio Philips è sinonimo in tutto il mondo di alta qualità e design. Televisori, stereo, rasoi elettrici: il meglio dell’elettronica di consumo che ha fatto la fortuna della multinazionale olandese. Un colosso da quasi 20 miliardi di euro di fatturato l’anno che presidia anche il settore dei dispositivi medici. Ma i bilanci dorati adesso sono minacciati da possibili risarcimenti milionari: per anni Philips ha venduto dei respiratori, che aiutano i pazienti con l’apnea del sonno, contenenti però una schiuma fonoassorbente che si degrada e può finire nelle vie aeree. Il materiale oltre al particolato irritante emette anche composti organici volatili dei quali si stanno testando potenziali effetti cancerogeni. Ora l’azienda sta rimpiazzando tutti i dispositivi per tutelare gli utenti, ma si è trattato di un incidente di percorso o di una colpevole negligenza? E soprattutto come è stato possibile che questi dispositivi siano stati usati per curare numerosi pazienti Covid-19? Report ha provato a far luce sul caso.

Quanti vaccini abbiamo preso e cosa ne facciamo adesso?

Sta per esplodere un problema grosso in Italia e in Europa – racconta il conduttore Sigfrido Ranucci nell’anteprima del servizio dove si farà il punto sulla campagna di vaccinazione in Italia (quanti vaccini abbiamo comprato alla fine?) e sullo stato della sanità italiana.
Partiamo dai vaccini: ad oggi sono stipati nei container all’aeroporto di Pratica di Mare, centro nevralgico della logistica militare: i container sono tutti frigoriferi e contengono le fiale di Pfizer (conservate a -80 gradi), Novovax, Moderna (questi a -22). Le consegne delle case farmaceutiche non si fermano e il magazzino capace di contenere fino a 30 milioni di dosi
e continua a riempirsi: da qui poi le dosi sono inviate alle regioni, nel culmine dell’emergenza c’erano spedizioni giornaliere invece adesso, per il fatto che le vaccinazioni sono diminuite, si parla di una spedizione ogni due settimane - racconta a Report uno dei militari. Il magazzino continua a riempirsi perché, almeno una volta a settimana, ci sono arrivi dalle case farmaceutiche: a Pratica di Mare c’è circa il 50% della capacità nazionale di vaccini, si parla di 15 ml di dosi.
Ma ne abbiamo veramente bisogno di tutti questi vaccini (visto che con la fine delle restrizioni e degli obblighi vaccinali, la campagna di fatto si è fermata)?

Andiamo in Polonia, a Varsavia, dove con soli 200 casi e 5 morti al giorni il covid sembra un lontano ricordo, così le dosi si accumulano e il governo non si accontenta di rinviare le spedizioni, le vuole proprio interrompere: “la nostra campagna vaccinale è praticamente finita, non abbiamo bisogno di tutte queste dosi” racconta un funzionario a Report. Così da marzo la Polonia ha smesso di pagare, utilizzando la clausola di forza maggiore che è presente nel contratto e che per noi è legata all’attuale situazione in Ucraina.

Ma non è che la Polonia sta sfruttando la guerra in Ucraina per non pagare: “non è una scusa” rispondono dalla Polonia “la guerra sta avendo un grosso impatto sulla nostra economia.”

Nel frattempo in Europa e anche in Italia le dosi si stanno accumulando e, per evitare di dover buttar via questi vaccini, molti le donano ai paesi poveri, a cui però arrivano troppo a ridosso della data di scadenza. Manuele Bonaccorsi ha intervistato la direttrice della farmacia territoriale della ASL 1 di Roma, che rassicura sul tema: anche per un tema etico, tutte le dosi sono controllate, non le si fanno scadere, la campagna vaccinale non è terminata. Sulle scatole, però, le date di scadenza indicate non sono valide: “i vaccini hanno avuto una riclassificazione delle scadenze” spiega la direttrice. Anche il governo è consapevole di aver comprato troppi vaccini: in una lettera che la struttura commissariale ha inviato alle regioni lo scorso marzo, l’ex commissario Figliuolo spiegava come il surplus delle dosi sarebbe stato donato ai paesi in difficoltà, un bel gesto di solidarietà che però arriva in ritardo.

“A livello europeo stiamo donando vaccini con scadenze molto ravvicinate” racconta a Report la responsabile Oxfam Sara Albiani “secondo i dati dell’Unicef nell’ultimo mese del 2021 circa 100 ml di dosi donate non sono state somministrate perché erano con delle scadenze troppo basse.”

Gli stati non sono liberi di donare i vaccini, che hanno pagato, liberamente, ma devono prima chiedere il permesso alle case farmaceutiche col rischio di allungare i tempi. Lo scorso 1 agosto a Tunisi arriva un carico di circa 1,5 ml di dosi di vaccino donate dall’Italia, le autorità locali organizzano perfino una piccola cerimonia di ringraziamento, ma un’inchiesta del collettivo giornalistico Behind The Pledge ha svelato che sarebbero scaduto dopo appena due mesi. Stessa storia in Nigeria dove, nel passato dicembre, il governo locale è stato costretto a gettare in discarica oltre 1 ml di dosi, appena donate e già inutilizzabili.

Abbiamo comprato troppe dosi e anziché buttarle noi le facciamo buttare ai paesi africani, così facciamo un’operazione di maquillage per rifarci la faccia..

La scheda del servizio: QUALCHE VACCINO DI TROPPO di Manuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale

Con il calo dei contagi e l’avvicinarsi dell’estate, la campagna vaccinale è entrata in una fase di stallo: quasi l’85% della popolazione, del resto, ha già ricevuto la terza dose, mentre la quarta è riservata al momento solo alle categorie più deboli. L’Italia, però, continua a comprare vaccini. Report ha scoperto il numero esatto di dosi acquistate dal nostro Paese: è una cifra enorme, che rischia di superare di molto il fabbisogno effettivo, e andare sprecata. Ma non è un problema solo italiano, tutto il continente si ritrova nella stessa situazione. Infatti, in Europa sta per scoppiare il caso dei vaccini anti-Covid, con una fronda di Paesi critici guidati dalla Polonia che punta a rompere i contratti miliardari con le case farmaceutiche.

Il ritorno dei gattopardi

Oramai non fanno più nemmeno finta di nascondersi i gattopardi: in Sicilia le ultime elezioni amministrative sono state vinte da un candidato del centro destra sponsorizzato e appoggiato da due ex politici condannati per mafia come Dell’Utri e Cuffaro. Non solo, nei giorni precedenti le elezioni due candidati di questa lista sono stati arrestati perché si erano messi in contatto con esponenti mafiosi, con l’ipotesi di reati di voler mettere in piedi uno scambio politico mafioso.

Report ha seguito la campagna elettorale in Sicilia: a due giorni dal voto, la festa di compleanno di una candidata è stata l’occasione di una passerella per l’ex presidente Cuffaro, rimasto “vasa vasa”.



È una degna persona – raccontano le persone presenti alla festa - certo c’è stata la condanna, ma ora non farà mai gli stessi errori di prima.

Di certo, scontata la condanna a 7 anni per favoreggiamento aggravato alla mafia, oggi Cuffaro torna all’usato sicuro, la Democrazia Cristiana: “può darsi che l’insieme di Cuffaro e Democrazia Cristiana funzioni ancora .. se il test andrà bene noi con la Democrazia Cristiana vogliamo partecipare alla costruzione di un rassemblement di centro che comprende Forza Italia, Italia Viva, penso che in quest’area moderata e centrista uno di quelli che potrebbe aspirare ad una leadership è Matteo Renzi.”

Lo stesso Renzi che, lunedì scorso, nell’intervista a Giorgio Mottola giurava che mai e poi mai Italia Viva sarebbe mai andata con Lagalla (dopo che due suoi esponenti avevano dato appoggio alla coalizione di centro destra).

La scheda del servizio: DEGNE PERSONE di Luca Bertazzoni
Collaborazione di Edoardo Garibaldi

Alla vigilia delle elezioni per il sindaco di Palermo, sono scesi in campo schierandosi a favore del candidato di centrodestra Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri, condannati in via definitiva il primo per favoreggiamento verso esponenti mafiosi e il secondo per concorso esterno in associazione mafiosa. L'inchiesta racconterà gli ultimi giorni di campagna elettorale a Palermo con gli arresti per scambio elettorale politico-mafioso a poche ore dal voto.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

19 giugno 2022

I 50 anni dal Watergate, la trasparenza della democrazia e il caso Assange oggi

Curioso: oggi Repubblica dedica il suo inserto all’inchiesta del Washington Post sul caso Watergate, gli articoli che, partendo dalle cimici nella sede dei democratici, arrivano a scoprire il potere segreto, ben oltre i limiti della legge, del presidente Nixon e dei suoi “uomini”.

Lo stesso giornale non dedica nemmeno una riga ad Assange, che potrà essere estradato in America per essere processato in base ad una legge del 1917, l’Espionage Act.

I detrattori di Assange gli imputano il fatto di essere un hacker, non un giornalista, perché i giornalisti non rubano documenti segreti, non violano i pc.

Forse non lo sanno, i giornalisti di Repubblica, de Il Foglio e di altre testate che il NY Times e il Post, assieme ad altri giornali americani, nel 1971 sfidò il presidente Nixon pubblicando i Pentagon Papers, documenti segreti del Pentagono, con le analisi sulla disfatta di quella guerra, che dimostravano quanto Nixon e altri presidenti avessero mentito al paese.

Gli stessi Woodward e Bernstein, per i loro articoli fecero uso di documenti segreti, non pubblici, come l’elenco dei membri del comitato per la rielezione del presidente, oltre alle rivelazioni di “gola profonda”.

Le rivelazioni di Assange hanno svelato i crimini di guerra occidentali nelle loro guerre per esportare la democrazia, quella democrazia che, alla luce di questi documenti, si rivela ostaggio del potere segreto dentro cui, come scrive Stefania Maurizi, troviamo l’industria bellica e tutto il sistema militare e di intelligence.

La stampa serve chi è governato, non di chi governa - sancì la suprema corte quando rigettò l’atto dell’amministrazione Nixon che voleva censurare e bloccare gli articoli sul Pentagon Papers.

Una lezione che oggi, anche in Italia, si è dimenticata.

17 giugno 2022

La settima luna Piergiorgio Pulixi

 

Angolo tra via Scarlatti e via Macchi, Milano

Strega lanciò un’occhiata al collega al suo fianco e scosse la testa, divertito. «Si può sapere che c’è? La finisci di sghignazzare sotto i baffi? È un’ora che te la ridi, zio can» sbottò Bepi Pavan, gesticolando col rullo coi cui stava imbiancando la parete.

Un delitto rituale di una ragazza, rapita e uccisa e il cui corpo è abbandonato in mezzo agli acquitrini nella campagna pavese.

Un delitto che nasconde una ferocia, una premeditazione da far venire i brividi, dietro cui potrebbe nascondersi un serial killer che ha studiato le indagini del criminologo Vito Strega e della sua squadra (raccontati ne L'isola delle anime), che erano partite dal “cold case” di Dolores Murgia.

Ma nell'ultimo romanzo di Pulixi, questa volta ambientato in Lombardia, tra Pavia e Garlasco (luogo di un delitto mediatico) e non più in Sardegna, l'isola del sole, c'è anche tanto altro: la pazzia che arriva da anni di umiliazioni e violenze; il narcisismo esploso dentro una persona costretta a vivere nell'ombra, la placida provincia dove si nascondono i peggiori segreti, anche laddove non te li aspetti. Come un un gioco degli specchi, non bisogna mai fidarsi dell'immagine che ci si trova davanti e non sarà facile, seguendo gli indizi, distinguere l'immagine reale dal riflesso, la pista che porta alla all'assassino dalle tante false piste innestate nel racconto come tante trappole insidiose ..

Piccola premessa prima di partire con la storia: l'autore impiega la prima parte del libro per prendersi una pausa, noi assieme alle protagonisti dell'indagine sul “dentista” (Un colpo al cuore), l'assassino che annunciava i suoi delitti via social, chiedendo al mondo del web di emettere una sentenza. Vito Strega, il criminologo e le sue ispettrici Eva Croce e Mara Rais, assieme all'ispettore Pavan si trovano in Sardegna a riposarsi. Riposo meritato dopo tutte le fatiche per la caccia al “dentista” (e dopo il caso, altrettanto complicato, delle morti rituali nell'Oristanese), in cui avevano anche rischiato la vita.
Ma nel mentre Eva e Mara si stanno godendo questa tregua di pace, a qualche centinaio di km, nelle paludi del parco del Ticino, un uomo sta attraversando questa terra di nessuno sulla sua barca: diversamente dal Caronte mitologico, sta conducendo alla morte una ragazza che ha rapito, per portare a termine il suo disegno

Terre paludose, località sconosciuta
La malconcia lancia di legno risaliva il fiume controcorrente al minimo della velocità, fendendo la bruma che avvolgeva il corso d’acqua. L’uomo che la governava indossava una giacca a vento color senape

Della sparizione della ragazza se ne sta occupando l'ispettrice Clara Pontecorvo (altro personaggio femminile che l'autore ci racconta sviscerandone tutti i pensieri come anche le fragilità: perché Clara è una tipa determinata, certo, una poliziotta tosta, ma il suo punto debole è l'altezza. Quel suo metro e novantotto di altezza, quel suo aspetto massiccio le hanno creato e creano tante difficoltà nei rapporti con l'altro sesso.

E ora tocca a lei accogliere la denuncia della famiglia Poletto, venuta a Pavia dalla polizia a denunciare la scomparsa della prima figlia Teresa, studentessa di medicina a Milano, una ragazza molto bella, dedita anche al volontariato durante la settimana. E nei fine settimana aiutava i genitori con quell'albergo, che aveva avuto un momento di gloria grazie al macabro turismo nato col delitto di Garlasco.

Ad accompagnare i genitori dalla polizia (dopo che i carabinieri del posto non avevano fatto molto), la sorella di Teresa, Alice Poletto. Se Teresa è la ragazza perfetta (ma forse le ragazze perfette non esistono), Alice è l'esatto contrario: dall'aspetto remissivo, al vestire poco appariscente

Per un banale meccanismo di difesa psicologica si era trasformata nella nemesi silente di Teresa: se lei era brillante ed estroversa, Alice si era fatta umbratile e schiva. Se la sorella curava l’aspetto e l’abbigliamento, lei si rivestiva di trasandatezza ..

L'indagine dell'ispettrice “gigante” e il gruppo del professor Strega sono destinate ad unirsi dopo il ritrovamento del corpo di Teresa, adagiato su un cumulo di detriti in questa zona paludosa, terra di nessuno, dove solo questo Caronte, l'uomo che vive da solo coi suoi demoni, pare muoversi con agilità.

Clara girò intorno al cadavere. La poveretta era china a terra sulle ginocchia che affondavano per qualche centimetro nella rena umida. Era avvolta da un manto di pelli ovine. Le mani erano intrecciate dietro la schiena curva [..]

Una maschera lignea dalle lunghe corna bovine le celava il volto. Pontecorvo si inginocchiò e vide che sotto la lana di pecora la ragazza era nuda.

Quel delitto ricorda all'ispettrice Pontecorvo un altro caso, avvenuto a mille chilometri da lì, di cui aveva letto sui giornali. Quei delitti rituali, in luoghi simbolici, con delle maschere le cui origini affondano nell'antica storia nuragica dell'isola.
Così, seguendo una sua intuizione, i quattro investigatori vengono catapultati dal caldo dell'isola al freddo e umido inverno della pianura lombarda.

Perché queste due morti presentano forti analogie: entrambe ragazze giovani, entrambe trovate supine, con una maschera bovina a coprire il volto e con delle incisioni simboliche sulla schiena.

Ma se gli assassini di Dolores sono stati presi, chi ha compiuto questo delitto, così crudo, con queste modalità? Un assassino che ha voluto emulare quei delitti, un copycat?
E per quale motivo copiare proprio quei delitti, con quelle maschere?

Gli investigatori Croce, Rais e Pavan, assieme a Strega, iniziano questa indagine, in collaborazione con la Mobile di Pavia, con tante domande per la testa e con una sinistra sensazione: quel delitto sembra essere un segnale per loro, diventati delle celebrità dopo la risoluzione dei precedenti casi. Ma un segnale per cosa?

Una cosa è certa: quell'assassino va preso e fermato. Per un dovere nei confronti di Teresa, la ragazza “perfetta” e anche per far cessare quel coro di lamenti che, come Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti, affollano la mente del criminologo Strega.

Da qualche parte nella sua mente una voce si era aggiunta al lancinante coro delle vittime che lo angustiavano giorno e notte. Lui lo chiamava “il canto degli innocenti”.

Ma, attenzione, questa è un'indagine dove non bisogna farsi tradire dalle apparenze. Perché tutte le buone famiglie nascondono dei segreti, anche quella povera ragazza morta. E forse è andando a cercare in questi segreti che si può trovare la soluzione del caso.

Leggendo questo romanzo, che parte in sordina per prendere poi un ritmo sempre più incalzante, si trovano tanti rimandi alla cronaca reale. A Garlasco è avvenuto un delitto (la morte di Chiara Poggi) che è stato sulle prime pagine dei giornali per anni, per la giovane età della vittima e per i tanti giornalisti che hanno fatto scempio del dolore della famiglia, per qualche punto di share.

Ma non sono solo i giornalisti a cercare le luci della ribalta, attraverso i casi di cronaca, ci sono anche tanti investigatori e magistrati attratti dalle telecamere.

Non è questo però che spinge Strega e i suoi collaboratori:

.. studiò con attenzione tutte le foto del cadavere della ragazza, immortalato da diverse angolazioni. Sapeva che la risposta che stava cercando era lì, davanti a lui, tra quelle immagini.
“Perché non riesci a vederla, allora?” si disse.
Chiuse gli occhi e gli parve di sentire nitida la voce di Teresa aggiungersi al canto degli innocenti dentro la sua testa. Avrebbe potuto riaprirli e il coro, come per magia, sarebbe cessato all'istante. Ma non lo fece.

Aveva bisogno di impregnarsi di tutto quel dolore per trovare la forza di andare avanti.

Ancora una volta Pulixi ha fatto centro, con un thriller pieno di insidie, con un nuovo personaggio femminile (Clara Pontecorvo che si aggiunge alle colleghe che abbiamo già conosciuto Eva Croce e Mara Rais) che viene messo a nudo con profonda onestà, così come tutti gli altri protagonisti della storia, uomini e donne coi loro problemi personali ma uniti da una comune spinta verso la giustizia nei confronti delle vittime. Uniti da quell’amicizia che nasce dall'aver lavorato assieme, gomito a gomito, fino allo sfinimento, come una famiglia.

La scheda sul sito di Rizzoli

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


15 giugno 2022

Meno male che Draghi c'è

Vi ricordate i titoli dei giornali la scorsa estate? Come ci piace l'Italia di Draghi, che ci fa vincere in Europa  sia con la frizzante nazionale di Mancini sia con le canzoni dei Maneskin?

L'Italia di Draghi, un'Italia che vince ..

Euro 2020: Draghi celebra l'Italia al centro dell'Europa..

Europei: la vittoria dell'Italia rafforza anche Draghi in Europa

Meno male che Draghi c'è, meno male che non ci sono più i cialtroni di prima, a gestire la pandemia, il piano dei vaccini e, soprattutto, i soldi del PNRR..

Ecco, passato un anno, possiamo forse ammettere quanto questo entusiamo fosse solo tifo da stadio.

La pandemia è ancora tra noi, grazie al cielo in forma meno pesante come effetti: come siamo felici di tornare alla normalità, i concerti, gli stadi, basta mascherine.

Ma ve lo ricordate quanto si diceva nel 2020, quando i morti erano tanti e gli effetti del covid, non solo in termini economici, erano molto più palbabili?

Si parlava di riformare la sanità, superare il modello incentrato negli ospedali.

Ecco, la normalità (gli stadi, i grandi eventi in presenza come a Milano col salone del Mobile e fuori salone) non si è trasformata in normalità anche negli ospedali, nei pronto soccorsi, nelle code per le visite mediche.

Qui in Lombardia, l'assessora Moratti (che un pezzo del campo allargato del centro sinistra vedrebbe bene come candidata del campo del centro sinistra allargato a destra) ha partorito una riforma che è pure peggiorativa dell'attuale sistema sanitario.

Sistema dove mancano medici, infermieri e dove si registra i pronto soccorsi sono al collasso.

Meno male che Draghi c'è.. a parte lo spread? Ve lo ricordate lo spread? Pare non si sia ancora accorto del clima che è cambiato.
Non c'è rimasto nemmeno il calcio dopo un anno, fuori dai mondiali e con cinque pappine prese dalla Germania ieri sera.

Ma ora arrivano le riforme (con cui possiamo consolarci), quelle per cambiare il passo al paese: come la riforma della giustizia di cui ci ha ben parlato Report lunedì scorso: un giorno ci sveglieremo e non avremo più condanne per corruzione (e i giornali non ne parleranno per il diritto all'oblio)..

14 giugno 2022

Report – le toghe rotte (e la riforma Cartabia)

 TOGHE ROTTE di Giorgio Mottola in collaborazione Norma Ferrara

Ieri sera Report ha parlato della riforma della giustizia, con un'intervista all'ex presidente Renzi, che torna a parlare con Report dopo la vicenda dell'autogrill che, sabato scorso ad un incontro per i referendum, ha accolto caldamente.

Ma Renzi ha avuto buone parole anche nei confronti dei 3 pm che hanno aperto le inchieste su di lui, su Open e su suoi genitori. Nel suo libro ha criticato i procuratori di Firenze, raccontandone alcuni episodi secondo lui inquietanti: tra i pm che Renzi invece ha lodato ci sono Falcone e Borsellino, sebbene nell'ultima leopolda fosse presente un giornalista che ha smontato gli strumenti usati dalla lotta alla mafia, come la confisca dei beni e l'ergastolo ostativo.

Alcuni di questi strumenti devono essere ripensati – racconta Renzi – se a questo si aggiunge che a Palermo i renziani hanno appoggiato Lagalla, il cerchio da un certo punto si chiude.

Se vince Lagalla noi siamo all'opposizione – dice Renzi. Ma Chinnici e Costumati, due renziani a Palermo, appoggiano Lagalla: si dimetterranno da Italia Viva dove l'intervista a Report?

La riforma Cartabia e l'indipendenza della magistratura

La riforma Cartabia mina la separazione dei poteri, alla basa delle norme giuridiche in Europa e in Italia: sarà il parlamento a dire ai procuratori capi quali reati da perseguire, sarà il ministero della giustizia a coordinare il lavoro del pm.

Questa riforma segue il segno delle precedenti, dalla riforma Castelli a quella Mastella: l'azione penale si concentra nelle mani del procuratore capo, che aveva il potere di avocare le inchieste eliminando il potere diffuso dei sostituti.

Si torna sempre a parlare di scontro tra politica e magistratura, da Craxi a Berlusconi, fino ad arrivare a Renzi. La magistratura era accusata di bloccare l'azione della politica, gli appalti, le imprese.

Come rischiava di succedere a Renzi, la grande esposizione universale del 2015, fiore all’occhiello di Milano e dell’allora governo Renzi: l’ex presidente, fine esposizione, ebbe a ringraziare proprio i magistrati della procura di Milano, allora guidata da Bruti Liberati, per aver contribuito al successo di expo.

C’è stato un accordo tra magistratura, quella milanese, e la politica, l’esecutivo, per non bloccare l’evento con inchieste sugli appalti? Di questo ne ha parlato con Report l’ex procuratore aggiunto di Milano Raffaele Robledo: “[quello che è successo] è la prova di un intervento pesante della politica, sul procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati, per far si che non vi fossero intralci giudiziari su Expo.”

Nel 2015 Robledo era responsabile dei reati contro la pubblica amministrazione a Milano, nel 2014 aveva iniziato un’indagine sull’appalto per la piastra di Expo per 140 ml di euro. Appalto assegnato al colosso delle costruzione Mantovani SPA con un ribasso record del 40%.

“Facendo delle intercettazioni emerse che una persona aveva avuto, prima della valutazione della commissione, i risultati coi punteggi.” Il primo grande appalto di expo era così truccato o, per dirla in termini più corretti, c’erano indizi seri che facevano temere che portavano a pensare a questo.

Ma grazie ai poteri della riforma Castelli, Bruti Liberati avoca le indagini di Robledo e sposta il suo aggiunto ad un altro ufficio: il timore era salvare Expo, che Expo si poteva bloccare? Ma expo, spiega oggi Robledo, non si sarebbe fermata, le aziende si potevano commissariare.
La vicenda di Robledo era stata raccontata da Riccardo Iacona nel suo libro Palazzo d'ingiustizia.

Renzi nel suo libro racconta di aver incontrato Bruti Liberati prima in una saletta privata in un aeroporto: Renzi non ha chiesto di bloccare le inchieste al procuratore capo, sebbene poi ci sia poi stata la revoca alle inchieste di Robledo. Oggi Bruti Liberati, che ha accettato l'intervista, spiega che in questa storia tutti hanno svolto il suo ruolo, nessuna interferenza da parte della giustizia.

Report ha intervistato Riccardo Targhetti, che per un periodo ha avuto il ruolo di capo: certe scelte sono state prese da delle sfere in alto, racconta a Mottola, lasciando intendere di incontri con l'allora presidente Napolitano e i vertici della procura. L'ex presidente sarebbe intervenuto anche in un'altra vicenda poco chiara, quella di MPS.

La sanzione su Robledo nella vicenda contro Liberati arriva al CSM, dove era presente Luca Palamara: il CSM si spacca, racconta l'ex pm, ma alla fine si da ragione a Bruti Liberati e apre su Robledo diversi procedimenti disciplinari. Il sistema sacrificò Robledo, conclude Palamara.

Non solo, Bruti Liberati in un incontro con Robledo gli rinfacciò di aver preso la carica di aggiunto grazie proprio a lui, “potevo far uscire uno dei miei..”

“La vicenda Robledo Renzi non esiste” spiega oggi Bruti Liberati, che sul sul tema Renzi, Expo e Robledo non ne vuole parlare.

La politica per controllare il potere diffuso dei procuratori, può scegliere di controllare i capi, per bloccare le indagini – racconta oggi il giudice Di Matteo.

Non sono opinioni, i dati delle condanne avvenute dal 2005 sui reati dei colletti bianchi sono in netto calo:

per il reato di concussione, che riguarda chi fa pressioni per ottenere una mazzetta, le condanne definitive sono scese da 110 a 9 con una diminuzione del 91 per cento. Mentre per la corruzione sono calate da 248 a 90 (-63 per cento), mentre invece per voto di scambio politico mafioso in 16 anni ci sono stati solo 15 politici condannati in via definitiva. E la riforma Cartabia varata dal governo dei “Migliori” di Mario Draghi rischia di fare addirittura peggio: sarà il Parlamento a indicare al procuratore capo quali reati dovrà perseguire in modo più urgente.

E' un vulnus – non ha dubbi oggi il giudice Nino Di Matteo: si limita l'azione penale e si toglie di mezzo l'indipendenza della magistratura, con l'indicazione dell'azione penale che passa dall'esecutivo (dovrebbe essere il Parlamento secondo la riforma, ma di fatto in questi anni le camere sono state esautorate dal loro potere), allontanandoci da quel modello di giustizia che vuole l'Europa.

Forse domani non ci sarà più bisogno di incontrare un procuratore capo in un salottino di un aeroporto, come successo a Renzi.

Nella riforma Cartabia sarà inserito il criterio di valutazione, in cui sono coinvolti anche gli avvocati, gli stessi che i giudici si ritrovano in aula. La valutazione si baserà anche sulle sentenze che, nei vari gradi di giudizio, non sono state ribaltate: in questo modo si scoraggiano quei magistrati che vogliono portare avanti casi difficili.

E poi c'è la questione dell'improcedibilità: secondo Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, proprio per questo aspetto la riforma Cartabia è la peggiore riforma di questi anni, “questa riforma non serve a risolvere i problemi e i drammi della gente.”

La riforma introduce il concetto di “improcedibilità”: partendo dal giusto principio per cui ogni processo deve avere una ragionevole durata, la riforma stabilisce un numero massimo di anni (diverso a seconda dei gradi di giudizio) entro cui deve durare un processo. Il processo d’Appello potrà durare al massimo due anni, quello di Cassazione 12 mesi, se si supera questo limite il processo decade, vale a dire che il processo finisce senza che venga emessa alcuna sentenza.

A Napoli il presidente della Corte d’Appello De Carolis racconta come, almeno il 50% dei processi che arriva in Appello abbia superato i due anni dunque, se fosse già attiva la riforma Cartabia, A Milano sono aperti 8000 processi penali, pendenti, mentre a Napoli si arriva a 57mila: è un discorso di numeri, per fare i processi servono le risorse come racconta il servizio di Report: se alla corte d’Appello di Milano ci sono quasi 150 giudici per 8000 processi penali e quindi ogni giudici ha una media di 53 processi, a Napoli ci sono 39 giudici per 57000 procedimenti.

Cosa succederà dunque? Quando arriveranno i processi i giudici dovranno decidere se procedere prima con quelli più vecchi per evitare che finiscano in prescrizione o se invece partire da quelli recenti per evitare che diventino improcedibili. Dopo il dibattito parlamentare la ministra ha concesso una proroga ai due anni ai reati considerati più gravi come gli omicidi, i reati di mafia e le violenze sessuali aggravate. Ma ci sono altre decine di reati altrettanto importanti che rischiano la tagliola dell’improcedibilità.

Del rischio di impunità di massa ne parla il procuratore Gratteri: “con la riforma Cartabia rischiano l’improcedibilità gli omicidi colposi, gli incidenti sul lavoro, tutti si riempiono la bocca dal presidente della repubblica a scendere che è insopportabile e inaccettabile ma il 50% dei processi d’appello non si celebrerà, lo hanno detto tutti i procuratori generali delle corti di Appello. Tutti i processi per inquinamento, eppure questo governo ha dedicato un ministero alla transizione ecologica. E i reati contro la pubblica amministrazione non vi scandalizzano? Corruzione, concussione, peculato, perché non sono gravi? E sono anche processi senza detenuti, che non si celebreranno, metà non arriverà in appello.”

In molti Tribunali i reati dei colletti bianchi rischiano di non arrivare mai ad una sentenza ma rischiano anche i morti sul lavoro, gli incidenti sulla strada e i morti in tragedie come il crollo del ponte Morandi o il crollo della funivia a Mottarone. Per non parlare poi dei reati minori ovvero le truffe, le lesioni, le aggressioni o la violenza sessuale semplice.

È sempre il giudice De Carolis a spiegarlo “fino ad oggi, la violenza sessuale semplice sono riusciti a non farla prescrivere, ma adesso non so se riusciremo a farlo in un anno e mezzo, comunque sono processi delicati, non sono processi semplici.”

Stesso discorso per le truffe, già adesso tutte si prescrivono quasi tutte: “quelli che noi consideriamo reati bagatellari, sono spesso quelli che creano più danno sociale. Per esempio le truffe agli anziani sono un reato odioso. Quello che mi preoccupa” racconta il giudice al giornalista di Report “è il segnale che arriva, si rischia di avere l’impunità per una grande massa di reati.”

La riforma della giustizia ce l'ha chiesta l'Europa, soldi in cambio della riforma che abbassa la durata dei processi: in Svizzera bastano 377 giorni, mentre in Italia la media è sette anni.
Ma l'Europa ha chiesto anche la certezza del diritto, non di cancellare i processi del tutto, inoltre l'Europa chiedeva di partire dalla giustizia civile mentre in Italia il governo ha scelto invece di partire dal penale.
In media nei Tribunali italiani in corte d'Appello durano più di due anni, a Napoli solo per arrivare sul tavolo del presidente occorrono sei mesi. Le proroghe concesse dalla Cartabia solo solo una foglia di fico: molti reati rimarranno senza colpevoli, perfino tragedie come quella di Rigopiano e del Mottarone.

Cosa servirebbe fare allora?

Se volessimo agire sulla durata dei processi dovremmo usare altre leve: la digitalizzazione, snellire le notifiche, le rogatorie e le sue regole. E poi mancano cancellieri, mancano o sono insufficienti, mancano anche i magistrati: rispetto alla Germania abbiamo meno giudici e più avvocati (e questo spiega tante cose), mancano all'organico 1300 magistrati e il 40% delle forze di polizia giudiziaria, quelli che fanno materialmente le indagini.

Per selezionare i magistrati più meritevoli, servirebbe un CSM scevro da contatti con la politica, ma la riforma non tocca suo meccanismo elettivo. Qualche magistrato parla di un accordo tra CSM e politica, per evitare proprio di toccare il suo potere: l'ANM ha scioperato contro la Cartabia, l'ultima volta era capitato contro la riforma Castelli, ma lo sciopero non ha avuto una grande adesione, anche per l'atteggiamento pavido dell'ANM stessa.
Secondo alcuni magistrati, esiste un accordo silente, una tregua tra ANM e politica, per non toccare il meccanismo elettivo nell'autogoverno della magistratura e questo spiegherebbe l'atteggiamento dell'Anm sulla riforma. 
Con la Cartabia resterà intatto il potere delle correnti per nulla scalfito dalla riforma del sistema elettorale, in corso di approvazione al Senato.

Per Gratteri fresco di bocciatura da parte di Palazzo dei Marescialli per il posto di Procuratore nazionale antimafia, la nuova legge “è se possibile peggio di quella attuale. Crea un sistema dove già si può prevedere già quanti candidati prenderà una corrente, quanti un’altra, quanti un’altra. Il problema va risolto alla radice: la mamma di tutte le riforme è quella del Csm, bisogna arrivare al sorteggio”.

Paolo Itri, il procuratore campano intervistato da Report, racconta delle chat di Palamara: centinaia di magistrati facevano autopromozione, per se stessi. Dopo un anno dallo scandalo, la procura generale di Cassazione ha deciso che questo comportamento non è passibile di sanzioni, non è un comportamento illecito.

È impossibile eliminare le correnti dalla magistratura ed eliminare del tutto i rapporti con la politica: ma almeno che le correnti servano ad eliminare le mele marce, almeno che il CSM non sia più una camera di compensazione per far avvicinare quei poteri che dovevano essere indipendenti.
La riforma poteva introdurre un elemento di sorteggio, per evitare casi come quelli raccontati da Palamara: tutto questo per evitare che l'Italia da culla, diventi la tomba della giustizia.

Recentemente il CSM ha nominato il nuovo capo della procura nazionale Antimafia: alla fine ha vinto il procuratore Melillo, mentre si aspettava un ballottaggio con Gratteri. Si ritorna ai tempi di Falcone, quando fu bocciato prima come capo dell'Ufficio Istruzione poi come capo della super procura, poco prima di morire. 
La bocciatura di Gratteri, un magistrato che si è tanto esposto nella lotta alla mafia, rischia di farci ritornare a quei tempi.

Alla votazione per la nomina del procuratore capo della DNA, gli alti magistrati di Cassazione, Curzio e Salvi, hanno scelto di partecipare al voto, diversamente da quella che era la prassi nel passato: entrambi hanno scelto di votare per Melillo (per dare una maggioranza nitida alla persona che sarebbe stata scelta, ma come facevano a saperlo prima?).

L'imprimatur a Melillo era già stato scelto prima, perché appartiene alla stessa corrente di Salvi e Curzio – come racconta Palamara (le cui parole vanno sempre vagliate con cura)?
Prima di votare, Unicost e Area, avevano già raggiunto un accordo coinvolgendo anche i due alti magistrati di Cassazione?

Nessuno discute i meriti di Melillo – racconta Report – che è stato anche capo di gabinetto al ministero della giustizia fino al 2018: anche questo è un valore aggiunto, ammette Salvi (e si torna al rapporto tra politica e giustizia).

Anche Gratteri avrebbe potuto diventare ministro, ai tempi del governo Renzi: la sua nomina è saltata per volontà dell'allora presidente Napolitano (al suo posto arrivò Orlando).

Gratteri non sarebbe stato accettato come interlocutore con la politica: questo malumore dei procuratori capo arrivò fino al Quirinale – lo conferma anche Renzi nel suo libro che aggiunge anche il nome di Pignatone, tra i suggeritori della bocciatura di Gratteri.

La riforma Cartabia è un'occasione persa, sempre che ne avremmo un'altra nel futuro: questa riforma introduce anche altre norme come il diritto all'oblio secondo cui, in caso di archiviazione si devono eliminare dagli articoli i nomi degli imputati, una sorta di oblio di Stato, che non tutela il diritto all'informazione. Si limitano anche le possibilità ai procuratori di rilasciare interviste.

Riassumendo, dal 1 gennaio del 2025 ci sveglieremo in un paese più buono, senza corrotti o criminali, nel silenzio dei giornalisti che non potranno più raccontare dei casi in oblio, coi processi che, almeno al 50% finiranno in nulla, diventeranno improcedibili. Coi magistrati capi, scelti dal CSM (e coi condizionamenti con la politica) e coi sostituti che dovranno indagare secondo le direttive scelte dal parlamento.

13 giugno 2022

Anteprima Report – la giustizia in Italia, il petrolio russo e la situazione in Lituania

La riforma della giustizia e del CSM sono una grande opportunità o minano l’indipendenza della magistratura?

A seguire un servizio sul gas russo, come strumento di potere di condizionamento di Putin e il ruolo che hanno avuto per consolidare questo potere di Eni ed Enel e l’ex presidente Berlusconi.
Nell’anteprima, in servizio sulla situazione in Lituana, terra di confine tra la Russia e l’occidente.

Come funziona la giustizia in Italia

Toghe rotte era il libro scritto dal procuratore Bruno Tinti, oggi scomparso, che raccontava dall’interno del mondo della giustizia le cose che non funzionavano. Toghe rotte è anche il titolo del servizio di questa sera sulla situazione della giustizia in Italia, in un momento così particolare, ad un giorno dal referendum su temi che riguardano proprio questo tema (la Severino, le misure cautelari, la separazione delle carriere, l’elezione del CSM e il giudizio degli avvocati sui magistrati).
Sulla giustizia è ancora ferma la riforma Cartabia, una delle riforme chieste dall’Europa, come condizione per i fondi del PNRR: soldi in cambio di un sistema penale e civile più efficiente, con tempi minori per i processi. Su questo punto la riforma introduce il concetto di “improcedibilità”: partendo dal giusto principio per cui ogni processo deve avere una ragionevole durata, la riforma stabilisce un numero massimo di anni (diverso a seconda dei gradi di giudizio) entro cui deve durare un processo. Il processo d’Appello potrà durare al massimo due anni, quello di Cassazione 12 mesi, se si supera questo limite il processo decade, vale a dire che il processo finisce senza che venga emessa alcuna sentenza.



Ma le procure sono capaci di far rispettare questi tempi? È un problema di risorse, come racconta il servizio di Report: se alla corte d’Appello di Milano ci sono quasi 150 giudici per 8000 processi penali e quindi ogni giudici ha una media di 53 processi, a Napoli ci sono 39 giudici per 57000 procedimenti.

A Napoli il presidente della Corte d’Appello De Carolis racconta come, almeno il 50% dei processi che arriva in Appello abbia superato i due anni dunque, se fosse già attiva la riforma Cartabia, la metà dei processi in appello sarebbe già improcedibile. Cosa succederà dunque? Quando arriveranno i processi i giudici dovranno decidere se procedere prima con quelli più vecchi per evitare che finiscano in prescrizione o se invece partire da quelli recenti per evitare che diventino improcedibili. Dopo il dibattito parlamentare la ministra ha concesso una proroga ai due anni ai reati considerati più gravi come gli omicidi, i reati di mafia e le violenze sessuali aggravate. Ma ci sono altre decine di reati altrettanto importanti che rischiano la tagliola dell’improcedibilità.

Del rischio di impunità di massa ne parla il procuratore Gratteri: “con la riforma Cartabia rischiano l’improcedibilità gli omicidi colposi, gli incidenti sul lavoro, tutti si riempiono la bocca dal presidente della repubblica a scendere che è insopportabile e inaccettabile ma il 50% dei processi d’appello non si celebrerà, lo hanno detto tutti i procuratori generali delle corti di Appello. Tutti i processi per inquinamento, eppure questo governo ha dedicato un ministero alla transizione ecologica. E i reati contro la pubblica amministrazione non vi scandalizzano? Corruzione, concussione, peculato, perché non sono gravi? E sono anche processi senza detenuti, che non si celebreranno, metà non arriverà in appello.”
In molti Tribunali i reati dei colletti bianchi rischiano di non arrivare mai ad una sentenza ma rischiano anche i morti sul lavoro, gli incidenti sulla strada e i morti in tragedie come il crollo del ponte Morandi o il crollo della funivia a Mottarone. Per non parlare poi dei reati minori ovvero le truffe, le lesioni, le aggressioni o la violenza sessuale semplice.

È sempre il giudice De Carolis a spiegarlo “fino ad oggi, la violenza sessuale semplice sono riusciti a non farla prescrivere, ma adesso non so se riusciremo a farlo in un anno e mezzo, comunque sono processi delicati, non sono processi semplici.”

Stesso discorso per le truffe, già adesso tutte si prescrivono quasi tutte: “quelli che noi consideriamo reati bagatellari, sono spesso quelli che creano più danno sociale. Per esempio le truffe agli anziani sono un reato odioso. Quello che mi preoccupa” racconta il giudice al giornalista di Report “è il segnale che arriva, si rischia di avere l’impunità per una grande massa di reati.”

Eppure in questi ultimi anni la giustizia è stata riformata più volte: senza andar troppo in là con gli anni, la riforma Castelli (e le leggi ad personam di Berlusconi), la riforma Mastella, la responsabilità civile introdotta dal governo Renzi e ora la Cartabia.
Tutte riforme pensate dalla politica per sanare quel contrasto tra politica e magistratura che, come viene raccontato sui giornali, ha bloccato il paese.
Tranne che per Expo, la grande esposizione universale del 2015, fiore all’occhiello di Milano e dell’allora governo Renzi: l’ex presidente, fine esposizione, ebbe a ringraziare proprio i magistrati della procura di Milano, allora guidata da Bruti Liberati, per aver contribuito al successo di expo.

C’è stato un accordo tra magistratura, quella milanese, e la politica, l’esecutivo, per non bloccare l’evento con inchieste sugli appalti? Di questo ne ha parlato con Report l’ex procuratore aggiunto di Milano Raffaele Robledo: “[quello che è successo] è la prova di un intervento pesante della politica, sul procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati, per far si che non vi fossero intralci giudiziari su Expo.”

Nel 2015 Robledo era responsabile dei reati contro la pubblica amministrazione a Milano, nel 2014 aveva iniziato un’indagine sull’appalto per la piastra di Expo per 140 ml di euro. Appalto assegnato al colosso delle costruzione Mantovani SPA con un ribasso record del 40%.

“Facendo delle intercettazioni emerse che una persona aveva avuto, prima della valutazione della commissione, i risultati coi punteggi.” Il primo grande appalto di expo era così truccato o, per dirla in termini più corretti, c’erano indizi seri che facevano temere che portavano a pensare a questo.

Poi però c’è stata questa revoca delle deleghe decisa da Bruti Liberati, e Robledo non ha più potuto procedere con la sua inchiesta.

La scheda del servizio: TOGHE ROTTE di Giorgio Mottola

Collaborazione Norma Ferrara

Da Tangentopoli in poi, i rapporti tra politica e magistratura sono sempre stati molti tesi. Come dimostrano i referendum costituzionali, si è creata una frattura che a trent’anni di distanza dalle indagini del pool di Mani Pulite sembra essersi sempre più allargata. Con la riforma della giustizia promossa dalla ministra Marta Cartabia, i complessi equilibri tra potere politico e potere giudiziario rischiano di saltare definitivamente. Secondo il progetto del governo, che verrà votato al Senato la prossima settimana, sarà infatti il Parlamento a indicare alle Procure quali reati perseguire in modo prioritario e l’organizzazione del lavoro dei pm sarà sottoposta al controllo del Ministero della giustizia. Secondo le toghe, che poche settimane fa hanno scioperato, si tratta di un attacco senza precedenti all’autonomia della magistratura. Decine di migliaia di processi rischiano di andare in fumo: violenze sessuali semplici, reati ambientali, morti sul lavoro, vittime di incidenti stradali e omicidi colposi potrebbero rimanere per sempre impuniti. Tuttavia, la magistratura italiana non sembra ancora essersi ripresa dallo scandalo Palamara. La guerra delle correnti continua, infatti, a segnare le scelte più importanti del Consiglio superiore della magistratura, come dimostrano le anomalie verificatesi nell’ultima elezione del Procuratore nazionale antimafia, che ha visto la bocciatura di Nicola Gratteri.

La svendita della Yukos

La storia della svendita della Yukos dell’ex oligarca Khodorkovsky è una chiave per comprendere come Putin ha costruito il suo potere politico ed economico all’inizio della sua carriera politica nei primi anni del duemila. Accusato di corruzione, la sua azienda viene messa all’asta e gli asset vengono presi dalla Gazprom, passando per mezzo di Eni ed Enel.

Report ha incontrato il suo avvocato, Robert Amsterdam, che citando l’intervista fatta anni fa al Corriere della Sera, spiega come l’asta su questi asset fosse stata pilotata, si sapeva che avrebbe vinto l’Eni: “era chiaro che tutti i signori che acquistavano gli asset lo facevano per conto del signor Putin, era chiaro che Putin avrebbe cercato importanti compagnie straniere che avevano già relazioni personali con lui.”

Nel 2009 la stessa domanda, su questa asta, l’ha posta tramite una interrogazione parlamentare al governo Berlusconi anche Maurizio Turco, oggi segretario del partito radicale, da sempre attento al tema dei diritti umani violati in Russia.
A Report racconta dei rapporti con la Russia: “Noi radicali in Russia abbiamo lasciato un nostro compagno, Andrea Tamburi, morto in circostanze misteriose, come si muore in Russia. In Georgia è morto un giornalista di Radio Radicale Antonio Russo, che era lì per documentare la guerra cecena. Abbiamo conosciuto benissimo Putin e sapevamo qual era il suo modo di operare nonostante l’illusione liberale che alcuni vedevano in questo personaggio.”
Per avere una risposta scritta dal governo Turco dovrà aspettare 15 mesi sollecitando ben 9 volte i due ministeri competenti anche se, di fatto, a rispondere, è l’Eni stessa.

Sostanzialmente il governo risponde dicendo ‘vigiliamo su quanto ci ha detto l’Eni’ e l’Eni nel documento parla di criticità operative. Loro partecipavano a questa gara – racconta Turco a Report – sapendo già che non avrebbero potuto portare a compimento l’oggetto del loro interesse. E, dunque, questi problemi con chi li risolviamo? Con Gazprom.

Perché allora Gazprom non ha comprato direttamente questi asset? Lo spiega l’avvocato Amsterdam: il passaggio diretto non sarebbe stato riconosciuto a livello internazionale come legittimo. Se hai degli intermediari internazionali affermati questo farebbe sembrare legittima la vendita. In più, se il governo italiano l’approva, allora deve essere giusta anche l’intera operazione.
Non era nemmeno il primo accordo tra Eni e Gazprom: nello stesso periodo si tenta di realizzare il south stream per portare il gas direttamente dalla Russia facendo fuori l’Ucraina dove ancora oggi è costretto a passare il gas russo per arrivare in Europa. Costo dell’opera, quasi 24 miliardi di dollari.
Di questa vicenda ne parla il giornalista Andrea Greco: “l’Eni si è allineata agli interessi della Russia di Putin in quegli anni. South Stream era un progetto pensato dal Cremlino per aggirare l’Ucraina che si stava rivelando un paese poco affidabile.”



L’alternativa molto più economica c’era e si chiamava Nabucco, un gasdotto che però avrebbe fatto fuori proprio la Russia, portando il gas in Europa direttamente dalla Georgia e passando per la Turchia.

La scheda del servizio: LISCIO, GASSATO O YUKOS di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi e Goffredo De Pascale

Report ha incontrato l’ex oligarca russo, Mikhail Khodorkovsky. Agli inizi del 2000 era considerato l'uomo più ricco della Russia. Ex proprietario della Yukos, una delle più grandi compagnie petrolifere private russe di fine anni ‘90, viene arrestato durante l'ascesa al potere di Putin e la sua azienda viene messa all'asta. Gli viene contestata la frode fiscale, ma per molti analisti è tutto legato al potere che si sta delineando nella nuova Russia di Putin. Tra le poche società occidentali coinvolte nella vendita di Yukos compaiono anche le nostre Eni ed Enel, che dopo aver acquisito asset per il valore di oltre 5 miliardi di dollari, li rivendono a Gazprom nel giro di pochi anni: avrebbero così dato vita a una vera e propria operazione di portage finanziario.

La terra di confine tra occidente e Russia

L’ex repubblica dell’Unione Sovietica è oggi uno dei paesi più proiettati verso occidente: la guerra in Ucraina ha oggi riacceso i timori in Lituania nei confronti delle mire espansionistiche del vicino Russo. Per questo la Lituania sta aiutando l’ucraina nel resistere all’invasione voluta da Putin, anche ricorrendo a organizzazioni non governativ come la Blue Yellow Organization che tramite la voce del suo leader Jonas Ohman spiega “se Putin decidesse di fare qualcosa avremmo poco tempo per reagire. Potrebbe accadere ora o tra un anno. Ma Putin non si fermerà, dobbiamo fermarlo noi. E ora in Ucraina abbiamo l’opportunità di farlo.”

La scheda del servizio: TERRA DI CONFINE di Chiara De Luca

Al confine con la Polonia, in Lituania, ex repubblica sovietica entrata nella Nato nel 2004, la paura di un'invasione russa è molto forte. Nel paese baltico, l'impegno per l’Ucraina ha varie sfaccettature: da quello di un’organizzazione non governativa che supporta le forze armate ucraine, ai volontari che chiamano al telefono i cittadini russi per informali sul conflitto.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 giugno 2022

Omicidio per principianti - la scelta di Contrera di Christian Frascella

 


Certe storie cominciano dove altre finiscono, neanche il tempo di tirare le somme da una parte che i numeri cominciano a incolonnarsi da un’altra. E sono tutti numeri scalognati. Per esempio. Mi sono messo in testa che mio cognato tradisce mia sorella Paola.

Ma che bravo che è Christian Frascella, capace di inventarsi un personaggio che ha tutte le carte in regola per essere definito un vigliacco, una persona meschina, una di quelle che se le conosci le eviti. Ma che ha anche dei guizzi di ingegno, intuizioni fuori dal comune che gli consentono di sbrigliare i casi in cui si trova invischiato. Non è un eroe questo Contrera, certo: ex poliziotto (cacciato per corruzione), ex marito (cacciato per i troppi tradimenti), ex padre. Uno che ha tradito la fiducia di tutte le persone che hanno avuto la sfortuna di incrociarlo, cominciando dal padre, poliziotto onesto, uno conosciuto da tutti nel quartiere di Barriera a Torino, fino alla ex compagna Erica. A proposito, anche questo è un quartiere ex come Contrera, ex operai, ex italiani immigrati dal sud, ora quartiere dove convivono, non sempre pacificamente, tante etnie, tanti colori diversi.

In questo nuovo romano lo incontriamo in piedi, nel salotto di casa della sorella Paola, dopo aver risolto un duplice omicidio e aver rischiato anche la pelle ("L’assassino ci vede benissimo"). Ma non c'è tempo di godersi la gloria, il cognato, Ermanno, lo sta per cacciare di casa (dove viene ospitato malvolentieri dal cognato), mettendosi contro la moglie e i figli, i nipoti che adorano questo zio Contrera così diverso.

Ma anche con la ex moglie le cose non vanno benissimo, specie dopo che questa ha scoperto di aspettare un figlio da lui. E la figlia, Valentina, che ha abbandonato da piccola con la madre, glielo rinfaccia a muso duro, una mattina nel suo ufficio, ovvero la lavanderia di Mohamed, dove Contrera incontra i suoi potenziali clienti di investigatore con tanto di regolare (al momento) licenza.

– Hai fatto il cazzo che hai voluto negli ultimi anni e con me hai chiuso. Ma adesso ti tocca un’altra secchiata di responsabilità, e ti devi comportare da uomo.

Comportarsi da uomo. Molti ne sono capaci, come lo era il padre, un esempio per tutti, in polizia, in famiglia, nel quartiere. Come a modo suo lo è il marito della sorella, Ermanno, che lo odia tanto, forse per invidia dell’amore sconfinato che provano per lui i suoi figli, che amano più lo zio che il padre.
Ma Contrera non è pronto ad essere uomo, a prendersi le sue responsabilità, sapendo che questo vuol dire vivere in modo precario tutti i giorni…
Ma non c’è nemmeno tempo per crogiolarsi in tutte queste elucubrazioni: a Barriera, nel suo quartiere, quello in cui dopo il caso del duplice omicidio risolto è quasi diventato un eroe, è sparita una bambina. Glielo dice lo stesso Mohamed,

Esclama: – Contrera! – picchiando su tutte le consonanti del mio cognome. – Che t’è successo? – chiedo. – È scomparsa una bambina.

La bambina si chiama Vicky, Vittoria, è della stessa scuola di Giada, la nipote: nonostante sia passato poco dalla notizia, il piazzale dell’istituto è già pieno di persone venute ad assistere allo spettacolo. La polizia, l’arrivo dei giornalisti, le facce preoccupate di chi deve gestire questo caso, come il tenente Baseggi, come i docenti nella scuola. E le facce preoccupate dei genitori e dei bambini, spaventati da tutto questo anche senza sapere cosa sta succedendo.
A modo suo anche Contrera entra, anche fisicamente, nel caso della scomparsa, per rendersi utile, per mettere da parte tutta l’insofferenza per le tensioni in casa della sorella.

Ma quella bambina scomparsa diventa un suo caso dopo la promessa che si trova a fare, anche impulsivamente, di fronte alla piccola Giada, piccola ma abbastanza grande per comprendere che sta succedendo qualcosa di brutto a Vicky, una bambina di soli sei anni.

– Se non la trovano loro, la trovo io. Ed è un impegno che prendo con lei e con me stesso e con gli altri genitori

Questa indagine personale, diventa poi un incarico ufficiale quando Marzia, la madre della bambina, lo assolda come investigatore privato, per ritrovare la figlia. Da dove partire nel quartiere? Dalle voci che si raccolgono attorno alla scuola per esempio: una madre non sempre presente e un padre, anzi, un padrigno, che ogni tanto alzava le mani, con qualche problema.

E poi altre voci da Sergione, il padrone del bar dove ogni tanto bazzica Contrera: Sergione è l’emblema del maschio suprematista bianco, per cui tutti i problemi della vita (e della delinquenza nel suo quartiere) sono a causa degli immigrati e della mano libera che viene loro concessa.

Tutto questo perché Sergione è il peggior razzista di Barriera, e ancora non riesco a capire perché siamo amici,..
Ma anche Sergione ha una sua pista, due pedofili attenzionati dalla polizia, che vivono nel quartiere. Ha avuto quelle informazioni dalle sue conoscenze nelle forze dell’ordine, quelle che dovrebbero poi garantire la sicurezza del cittadino, non favorire la giustizia fai da te dei bravi italiani..

Annuisce. – Ho letto su un sito che scompaiono otto milioni di bambini ogni anno –. Conta con la mano. – Ventiduemila al giorno. Novecento ogni ora

C’è una bambina da trovare (una di quelle novecento ogni ora), c’è una promessa da mantenere con la nipote, la promessa fatta alla madre, Marzia, che l’ha pure assunto. E poi c’è anche la richiesta di aiuto dell’amico Baseggi, che assieme alla polizia locale, sta indagando con tutte le pressioni che ci si può aspettare. Dalla famiglia, dalla stampa, dai superiori.

Così ancora una volta, Contrera deve infilarsi in quella zona buia e pericolosa che è il mondo del crimine, muovendosi in quel quartiere che si appresta alle feste natalizie con la Suzuki della sorella. Un quartiere che è come un mostro affamato, che man mano sta divorando le zone limitrofe

Non posso farci niente. E poi nessuno vuole il mio aiuto. Barriera è una cloaca, un essere mutante che fagocita persone, palazzi, strade, ed estende il suo perimetro anno dopo anno, incontrollabile.

In questa cloaca si muovono predatori in cerca di prede giovani, troppo giovani per comprendere quanto sia duro e cattivo il mondo. Pedofili che si muovono protetti dalla loro rete, dalle loro relazioni, anche dal loro potere economico, per corrompere bambini innocenti da abusare per soddisfare i loro desideri perversi. “L’innocenza è la preda preferita di ogni forma di male” si ritrova a pensare Contrera di fronte a queste persone, scoprendo come ci siano diverse categorie del male, un girone di cui anche lui fa parte. C’è chi spaccia droga, chi fa le estorsioni, chi uccide, chi corrompe e chi si fa corrompere. E poi ci sono uomini che pensano che coi loro soldi possono permettersi tutto

E il tenente aggiunge: – Com’è che in questa città uno solleva un tombino per cercare una cosa e finisce dentro un’altra maledetta fogna?

Ci sono passaggi in questa storia ai limiti del grottesco, come l’incontro faccia a faccia col capo della locale della ndrangheta a Torino dentro una piscina privata, cercando di non annegare. Ma ci sono anche momenti in cui tutto il passato, i ricordi, le persone, tornano galla.

– Ma lei, Scianna, non penserà mica che uccidere sia una questione sulla quale tutti gli assassini riflettono puntigliosamente prima di agire. – No, ma… – Il piú delle volte l’omicidio è roba da principianti.

Sarà un’indagine che porterà Contrera a fare i conti con la sua giovinezza, con le delusioni al padre, col ricordo del suo miglior amico che poi ha perduto, con l’anima oscura della città. E con questo assassino principiante che pensava che il crimine fosse la facile soluzione ai suoi problemi.

Ma non è questo che ci insegna la vita. Che invece prima o poi, ci chiede di assumerci delle responsabilità. Magari anche di diventare degli eroi, eroi per un giorno, come capita a Contrera, l’investigatore che non sa stare con le mani in mano, che non fa che che inciampare nei cadaveri di Barriera. Ma che non può salvare tutti.

La scheda sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


07 giugno 2022

Report – la due diligence al movimento 5 stelle

Il doppio compleanno dell'Eliseo – di Giulia Presutti

Se tutti i manager teatrali fossero come Barbareschi, ex politico ma nemmeno troppo, i nostri teatri sarebbero tutti in salute.

Perché prendere 13 milioni di euro di fondi pubblici non è da tutti: su quei soldi ora deve esprimersi la corte costituzionale.

I costi dell'Eliseo che, secondo Barbareschi, sono sotto controllo del ministero, non sono stati consegnati a Report.

Stelle cadenti di Danilo Procaccianti

Era il 12 febbraio 2018 e Grillo porta in piazza la battaglia dei marittimi, contro gli armatori italiani: gli argomenti del suo discorso gli erano arrivati da un altro armatore, Vincenzo Onorato, che poi scrive anche un post sul blog di Grillo.

Luigi Di Maio era andato ad una manifestazioni di marittimi a Torre del Greco, che poi si rivelò un bacino elettorale per le elezioni: a poche settimane Onorato firmò un contratto di collaborazione di Onorato con Grillo, per 10mila euro al mese. Un accordo che è passato anche da articoli pubblicati sul blog.
Quegli articoli e quell'accordo è ora al vaglio dei magistrati che stanno indagando Grillo per traffico di influenze, assieme a Onorato, armatore della Moby (Report si era occupata di lui già per la vicenda dalla Moby Prince).

L'avvicinamento a Grillo sarebbe legato alle convenzione dell'armatore, che erano in scadenza: Grillo si sarebbe appoggiato ai ministri Patuanelli e Toninelli. Anche con Casaleggio c'è stato un contratto.

Nel 2016 i grillini chiesero la testa della ministra Guidi, governo Renzi, per l'uscita di intercettazioni tra lei (non indagata) e il compagno: oggi la stessa storia accade con Grillo, per il contratto con Onorato (e gli articoli a pagamento). Come sono cambiati i grillini in pochi anni: gli eletti a cinque stelle, intervistati dal giornalista, prendono tempo, evitano di dare giudizi tranchant come nel passato, l'unico che lo difende è proprio Conte.

Onorato aveva debiti con lo stato, ma nel frattempo incassa le concessioni dallo stesso Stato: i commissari della Moby volevano bloccarle, ma nelle chat emerge l'interesse di Grillo per l'armatore, “questo dobbiamo trattarlo bene”.

Patuanelli rassicura, nessuna pressione da Grillo per facilitare Onorato. E le concessioni, scadute a luglio 2020, sono state concesse a Moby senza gare pubbliche (sono state prorogate perché il ministero dei trasporti non aveva fatto in tempo a fare le gare nel 2019).

L'ipotesi dei pm milanesi è che Grillo, che si è messo in contatto con Onorato, si sarebbe mosso sul ministro Toninelli (che smentisce) per la proroga delle concessioni.
Esiste una mail tra Carla Ruocco e Grillo, su una legge che riguardava proprio gli armatori: che ci fosse un contratto in corso, non imbarazza la parlamentare grillina.

Oggi Grillo è garante del m5s: il nuovo movimento di Conte oggi paga una consulenza a Grillo per 300mila euro l'anno, con un doppio ruolo da consulente e garante.

Tutto questo è in linea coi valori del suo movimento?

Onorato ha finanziato tanti politici e consulenti di politici, da Mercuri alla fondazione Open, il comitato Change di Toti, 90mila euro a singoli deputati PD, 10mila euro a FDI. Tutti finanziamenti pubblici.

Il ruolo di Casaleggio dentro il m5s: anche la sede della Casaleggio è stata perquisita nel corso dell'inchiesta su Grillo, nelle carte i magistrati hanno trovato carte dove si parla di benefici fiscali per gli stakeholder, in questo caso la Onorato.
I bonifici di Onorato a Casaleggio sono stati segnalati dalla Banca d'Italia, in quanto quest'ultimo è una persona politicamente esposta.
Il ruolo di Casaleggio nel movimento è sempre stato oscuro: non è un semplice attivista, è il presidente della piattaforma Rousseau da cui passano tutte le decisioni importanti del movimento.

Il controllo della piattaforma fu sancito con una firma di fronte al notaio, pochi giorni prima della morte del fondatore Gianroberto.

Nel 2017 Casaleggio era fondatore del movimento e anche tesoriere/presidente della fondazione: partecipava a dei vertici, aveva le mani sui fondi, indirizzava le politiche e le alleanze.
Metteva becco anche sulle feste del movimento: lo racconta la senatrice Fattori, riferendosi ad una festa del 2017, dove Casaleggio chiedeva alla senatrice di contribuire alla raccolta di fondi a Marino. La senatrice risponde che i “meetup non possono trasformarci in bancomat”. A questo punto Casaleggio le risponde di non occuparsi più della festa, lasciando intendere forse di farsi da parte.
Casaleggio le avrebbe anche chiesto di incontrare un imprenditore agricolo, nel momento in cui si stava scrivendo il programma, anche in ambito agricolo.

Il corto circuito tra Casaleggio e Movimento si ha nel 2018 con la stipula di due contratti, il primo con la Moby e il secondo con la Philip Morris: non eravamo mai in una situazione da conflitto di interessi – risponde oggi Casaleggio a Report.
Ma il server de I furiosi – un sito di comunicazione per Philip Morris, che promuoveva l'utilizzo del tabacco riscaldato era in comune a quello di Casaleggio: anche su questo c'è un'indagine a Milano al momento senza indagati.
Si ipotizza che per favorire Philip Morris siano saltati le leggi che volevano alzare le tasse per le multinazionali del tabacco, per le sigarette elettroniche: come avranno votato i parlamentari a 5 stelle, sapendo che Philip Morris lavorava con Casaleggio?

Ci sono alcuni fatti: nel primo anno di governo il fatturato di Casaleggio è aumentato di 1ml di euro; che gli accordi con PM e le consulenze per promuovere il tabacco riscaldato erano contestuali agli sforzi del movimento per alzare le tasse a quest'ultimo. Vito Crimi racconta che Casaleggio aveva scritto di sua mano i quesiti su Rousseau, in merito alla alleanze. Per poi andarsene via quando gli iscritti votarono contro le sue scelte.

Nel 2018 si votò su Rousseau per la scelta dei candidati: in quei giorni girava un audio di un candidato che raccontava della rete segreta che cercava di epurare certi candidati.
La voce è di un parlamentare a 5 stelle che si lamenta della piattaforma del voto: quei problemi erano precise scelte segrete – racconta Enrica Sabatini (socia di Casaleggio): questa rete non legittimata dalla base avrebbe filtrato chi poi sarebbe stato eletto.

Della valutazione del capo politico parla oggi anche Vito Crimi, tirando in ballo Di Maio.

Un attivista che ha scelto di rimanere anomino ha raccontato la sua storia: era stato estromesso dal voto pur avendo i requisiti, perché il partito aveva i suoi protetti da far nominare, per questo erano state tolte delle candidature.
Tutta colpa di Di Maio o di Vito Crimi, che hanno tolto la spunta sui nomi?

Nel 2020 il capo politico, dopo le dimissioni di Di Maio, doveva essere eletto: ci fu una riunione con Casaleggio in proposito, per cercare di non far vincere Di Battista come capo politico, dopo la reggenza di Vito Crimi.
LE elezioni del capo politico furono rimandate, anche per la pandemia, fino ad ottobre 2020: anziché il capo politico, ci sarà un organo collegiale.

E poi arriva Draghi: a decidere sull'appoggio all'ex banchiere fu Grillo che impose la linea al movimento.
Conte doveva essere il leader del movimento, su scelta dello stesso fondatore nell'aprile 2021: ma tra i due c'è prima una rottura e poi un riavvicinamento.
Finché a giugno 2021 Casaleggio si separa dal movimento portandosi via Rousseau: Conte ottiene una maggioranza bulgara per il suo statuto, ma anche questa elezione viene contestata dagli iscritti, perché nella votazione alla fine c'era un solo nome da scegliere, quello di Conte.

L'uno vale uno non vale più: come spiega lo stesso ex presidente del Consiglio, serve la competenza e l'onestà, per un incarico di vertice.

Nemmeno la rielezione di Conte è andata liscia: anche quest'ultima è stata contestata, per la non contendibilità della leadership.

Dal movimento oggi si sono sfilati via via Grillo, oggi consulente, Casaleggio, Di Maio, Di Battista a Morra.
Il movimento e il suo futuro saranno decisi domani dal Tribunale di Napoli. Se questa volta dovesse perdere il ricorso, a Conte rimane solo la strada del partito personale.