21 marzo 2021

Via delle oche, di Carlo Lucarelli


Sul muro un cosacco enorme lo guardava truce, con la stella rossa sul colbacco e una baionetta tra i denti, un occhio socchiuso deformato dalle bolle d'aria sotto la carta.

Il manifesto era ancora lucido e umido di colla e quando De Luca lo aveva sfiorato, facendosi da parte per evitare buca sul marciapiede, gli aveva lasciato sulla manica del soprabito una striscia argentata, appiccicosa, come la traccia di una lumaca.

«E' LUI CHE ASPETTATE?» diceva la scritta in un corsivo appuntito, da pennello grosso e De Luca che era sceso dal marciapiede per metterla a fuoco in tutta la sua lunghezza si strinse nel soprabito, infilandosi le mani in tasca.

Confesso, amo i romanzo di Carlo Lucarelli con protagonista il commissario De Luca e, in particolar modo, questo Via delle Oche, il terzo della serie, che ho letto e riletto ambientato nell'Italia post bellica, nei giorni precedenti le elezioni storiche dell'aprile 1948.

Un omicidio fatto passare per suicidio dentro una casa chiusa in via delle Oche appunto: un omicidio fatto passare per suicidio per ordini superiori e su cui De Luca, vice commissario aggiunto presso la Questura, non potrebbe nemmeno indagare, essendo stato distaccato alla Buoncostume, ufficio che, secondo l'ipocrita mentalità dell'Italia di allora, si occupava che gli affari nelle case chiuse proseguissero senza però offendere il senso del decoro e del pudore.

Ma De Luca è un poliziotto, lo ripete di continuo, “sono solo un poliziotto”, ed è anche uno di quei poliziotti che di fronte ad un caso strano, come quell'uomo impiccato ad un cappio che però non avrebbe potuto raggiungere, non si da pace, non riesce a dormire.

Lo dice anche al maresciallo Pugliese, con cui aveva lavorato proprio a Bologna nei mesi prima della fine della guerra (“Carta bianca”).

«Pugliese io sono curioso di natura e i misteri non mi piacciono. Non so a lei, ma a me questo signore che fa le acrobazie per infilzare la testa in una corda mi dà un fastidio quasi fisico e lo so che poi non ci dormo la notte. Dica un po', Pugliese .. secondo lei sarebbe una pazzia andare da questa Tripolina e farle un paio di domande sul Ricciotti?»

No, non è solo un giallo ambientato nel mondo dei bordelli, con licenza parlando.

Non è solo l'indagine su un “serafino” (il tuttofare delle case chiuse) ucciso nel suo stanzino. Non è solo l'indagine sulla morte di un fotografo con la tessera del PCI, aggredito da un picchiatore fascista sulla collina della Montagnola.

L'indagine, non autorizzata e non apprezzata dai superiori, viene usata per fini politici, da quella fazione della polizia “vicina” al partito comunista che ha interessa a capire chi ha ucciso quel fotografo, che vuole usare quelle morti in vista delle imminenti elezioni, che stanno mettendo in fibrillazione la Questura e il paese, per il rischio di sommosse e di tensioni.

Ma De Luca è così: lui vuole solo fare la sua indagine, non importa se viene usato dai comunisti, “faccio il poliziotto e sto con chi mi permette di fare il mio mestiere! ”. Non importa se, indagando nel bordello di via delle Oche dove lavorava il primo morto, qualcuno ha fatto sparire la quindicina e promosso la tenutaria ad una casa chiusa di un livello superiore.

Cosa è successo quella domenica in via delle Oche? Cosa cercavano gli assassini da Ricciotti e dal fotografo, tanto da farli fuori entrambi?

Quell'omicidio in via delle Oche diventa la chiave per raccontare brutti legami tra alcuni politici di spicco del bolognese, per raccontare strani rapporti tra il partito dell'ordine e della morale con residuati del partito fascista, per raccontare il ruolo ambiguo della polizia dell'epoca (o forse sarebbe giusto dire della polizia di sempre), a metà tra il rispetto della legge e l'ossequio del potere.

Dall'altra parte i comunisti che, archiviata la rivoluzione, devono sottostare al gioco della democrazia, anche se è un gioco con le carte sporche, dove forse è già stabilito chi vince.

- Sa qual è il nostro difetto commissario? Che vorremmo vincere ma abbiamo paura di vincere troppo... e così perdiamo sempre. Quando dico noi intendo dire noi comunisti.
L'indagine finirà in niente, di fronte all'ennesima ragione di stato, non la prima e nemmeno l'ultima, che metterà una pietra sopra alla cattura dei colpevoli di questi delitti. Perché questo paese ha bisogno di ordine, di stabilità:

«Sa di cosa ha bisogno questo paese?» disse, come se parlasse tra sé, come se canticchiasse, quasi. «Di stabilità. Questo paese ha bisogno di ricostruire e non di distruggere. L'hanno capito anche gli altri. Ha bisogni di rispettabilità, di considerazione internazionale, di investimenti, dei dollari del generale Marshall, del patto atlantico ... Di ordine».

«Di legge»

«E' la stessa cosa».

«Per me no, io sono un poliziotto».

D'Ambrogio voltò la testa sulla spalla lanciò un'occhiata a De Luca. 

«Anche io» disse «e come poliziotto sono al servizio del governo. Di interessi superiori, vicecommissario aggiunto, interessi superiori».

Tramite il commissario De Luca (“non sono dottore”, come l'altro commissario inventato da Carlo Emilio Gadda, Ingravallo) Carlo Lucarelli ha raccontato gli anni a cavallo della fine della seconda guerra mondiale (l'ultimo romanzo, in termini temporali, è ambientato tra il 1953 e il 1954): la fame e la miseria degli italiani nei mesi di guerra, il crollo del regime, l'occupazione nazista dell'Italia, il crollo delle istituzioni, le violenze e i soprusi, da parte delle tante polizie fasciste in nord Italia. Il clima teso attorno alle elezioni del 1948, il timore di rivolte e sommosse di piazza da parte di sindacati e di militanti del partito comunista, le armi fatte passare da carabinieri ai vari comitati civici vicini alla DC per difendersi.. Tensione culminata con l'attentato a Togliatti, nel luglio 1948. Un pezzo della nostra storia che ci siamo dimenticati perché, come dice uno di questi personaggi del sottobosco politico, tutto casa chiesa e fascio, "siamo un paese senza memoria". 

Come ha raccontato Lucarelli stessi, è nato dall'incontro con un poliziotto vero, uno che ha lavorato con la polizia fascista prima e che poi, finita la guerra, è rimasto nella polizia della Repubblica italiana, che i fascisti avrebbe dovuto arrestare.

Ma invece, come racconta anche un po' romanzo, le epurazioni hanno colpito solo alcuni poliziotti, solo alcuni fascisti, arrestati all'indomani del 25 aprile. La polizia, come anche la magistratura, le scuole, tutta la burocrazia statale, è rimasta quella del fascismo.

Come è possibile passare dal fascismo alla democrazia, facendo lo stesso lavoro? “Sono solo un poliziotto” aveva risposto questa persona a Lucarelli.

Ed è la stessa risposta che da anche De Luca, che pure dovrà scontare la sua colpa, di fronte all'alto commissario per le epurazioni, il suopeccato mortale (è il penultimo romanzo della serie).

Questi i romanzi della serie con De Luca, non in ordine di uscita, ma in ordine temporale

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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20 marzo 2021

Il prezzo del giornalismo – il delitto di Ilaria a Miran

 


Da quel 20 marzo 1994 sono passati 27 anni, dall'agguato a Mogadiscio che costò la vita alla giornalista Rai Ilaria Alpi e al suo operatore Miran Hrovatin.

Su quel delitto c'è stata una commissione parlamentare con la vergognosa relazione di maggioranza, c'è stato un altrettanto vergognoso depistaggio (dentro cui troviamo l'attuale capo della polizia), tanti buchi neri nella ricostruzione ufficiale, documenti di Ilaria che sono spariti mentre erano in custodia dello Stato.

Ma anche tante certezze: quel delitto è un altro buco nero della storia della nostra repubblica.

Una storia di traffici illeciti di rifiuti e armi tra l'Italia e la Somalia, tutto ipocritamente nascosto dalla finta cooperazione per aiutare i paesi africani.

Una storia che lega assieme pezzi dei servizi, la coda di Gladio, il delitto del giornalista Mauro Rostagno, la fine della prima repubblica e quei miliardi, 1400 miliardi di lire, spariti nel nulla

E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?” [dal diario di Ilaria Alpi]

Sarà difficile ottenere qualcosa, dai governi in carica, troppo presi dalle loro beghe e dalla pelosa realpolitik che fa passare sopra scandali e morti (per esempio la morte di Giulio Regeni).

Ma la nostra memoria andrà avanti, lo si deve a Ilaria e Miran, alla madre e ai tanti giornalisti che ancora cercano con tanta difficoltà (e a rischio della loro vita) di fare il proprio mestiere.

19 marzo 2021

Andrà tutto bene?

Alla fine l'Ema ha dato l'autorizzazione per continuare ad usare il vaccino di AstraZeneca. In realtà non aveva mai nemmeno emesso un divieto, era stata la cancelliera Merkel che, da quanto riporta la Bild, per evitare cause e reazioni da parte dei suoi elettori, ha bloccato questo vaccino, portandosi dietro Macron e Draghi.

Una scelta populista (se questi sono l'argine ai populisti siamo messi bene).

Altra scelta populista è stata quella di chiedere lo scalpo del CTS, razionalizzato ovvero con metà membri, così imparano a terrorizzare la popolazione. Il governo dei competenti però ha fatto entrare nel comitato persone come Gerli, nella solita lottizzazione per accontentare la destra.

Ma non è solo questo: tra i primi provvedimenti, un altro condono (per persone in difficoltà da prima della pandemia) voluto dalla destra leghista (ma era stato proposto nel passato anche dalla sottosegretaria Castelli).

Un provvedimento che sa tanto di populismo: basta con questo stato che pretende addirittura di farsi pagare le tasse (senza dare servizi, nel solito corto circuito tra tasse non pagate e servizi non erogati)..  

Una bella pace fiscale per gli evasori.

Anche Letta, il nuovo segretario PD, scelto per acclamazione (senza un voto popolare, ma non voleva un partito radicato nel territorio), parte male.

Le sue scelte sembrano il ma anche veltroniano: per i vice ha scelto uno a sinistra del PD e una a destra del PD, per le alleanze con Leu ma anche con Calenda (quello che se ne è andato via, chi se lo ricorda?).

Un anno di pandemia cosa ci ha lasciato? Le solite celebrazioni fine a sé stesse, viva gli eroi (ma la sanità regionale rimane così com'è), i soldi del recovery plan che si vuole destinare a stadi e ponti e altre grandi opere.

E un governo che non ha bisogno di parlare, che sicuramente farà bene.

Non la sentite anche voi quest'aria di primavera? Domenica seguivo Che tempo che fa, dove Mieli e Fazio erano ebbri di questo nuovo sentore.

Andrà tutto bene. Ma non ditelo a chi si è ammalato o a chi sta male.

17 marzo 2021

La fortuna aiuta il morto di Stephen Spotswood

 


Un giallo stile hard boiled ambientato nei primi mesi del dopoguerra a New York e raccontato in prima voce da una delle due protagoniste: Willowjean Parker assistente (e anche altro) dell'investigatrice privata Lilian Pentecost che, in una sorta di diario, racconta questa prima indagine cercando di essere quanto più onesta possibile, nei confronti del lettore.

Per Lilian Pentecost, Jean svolge quei compiti pratici che ci si aspetta da un'assistente: seguire le indagini sul campo, sentire i contatti coltivati nel mondo della stampa, portarla in giro per la città che non dorme mai in macchina. Ma è anche la persona che si prende cura di lei mettendola a letto quando è troppo stanca, che raccoglie le sue confidenze, forse la cosa più vicina ad una amicizia, cosa non semplice per una persona che ha tutti i giorni a che fare con delitti e assassini.

Perché Lilian Pentecost, P nel libro, soffre di una malattia degenerativa, la sclerosi multipla, che la costringe a muoversi con un bastone, le rende difficile parlare a lungo e, perciò, seguire in prima persona i casi che decide di accettare. Casi che la polizia non è riuscita a risolvere per esempio, o caso che stuzzicano la sua attenzione.

Willlowjean e Lilian, due donne che più diverse non potrebbero essere: la prima è una ex circense scappata da casa a quindici anni da un padre alcolizzato, dopo la morte della madre, fisico mascolino sotto un cascata di riccioli rossi che fa fatica a tenere a bada.

La seconda una donna ricercata nel vestire, nei suoi pratici tailleur a tre pezzi (comodi perché hanno molte tasche nel tener le cose), una frezza grigia in mezzo ai capelli e una certa empatia per i casi che riguardano donne maltrattate, che hanno subito violenza.

La prima volta che incontrai Lillian Pentecost rischiai di spaccarle la testa con una spranga. Mi avevano assegnato qualche turno di guardia presso un cantiere edile sulla West Forty-second Street.

Il loro incontro è stato per caso, in un cantiere, quasi tre anni prima dei fatti narrati in questo romanzo: erano ancora gli anni della guerra ed era normale assegnare un incarico che una volta avrebbe fatto un uomo, ad una donna. Perché gli uomini in salute se n'erano andati in buona parte oltre oceano per cercare di far fuori Hitler.

Anziché spaccarle la testa, Will riesce perfino a salvarle la vita, finendo però qualche giorno in cella, ma rimediando in compenso la fiducia della sua futura datrice di lavoro, che le dà la possibilità di un nuovo lavoro, compreso vitto e alloggio nella sua residenza a Brooklin.

«Forse ha ragione» ammise infine. «Tuttavia ho imparato a fidarmi dell’istinto. Dopo aver visto con i miei occhi la sua capacità di osservazione e azione, e avendo sentito parlare delle sue competenze peculiari ..»

Capacità di prendere delle iniziative, saper fare quello che va fatto senza valutare troppo le conseguenze, nonché una certa abilità nel lanciare coltelli e sapersi difendere in uno scontro fisico (doti imparate in tanti anni di circo).

Il primo caso che ci viene raccontato è il caso dell'omicidio Collins, la signora Abigail Collins, la vedova del magnate dell'industria Alistair, anche grazie agli appalti con l'esercito.

.. se dovessi raccontare una storia soltanto, vorrei che fosse l’omicidio Collins. Per molti versi fu un momento di svolta per entrambe. Fece cadere molte tessere del domino e mi procurò parecchie ferite, fisiche e non solo.

La signora Collins è stata trovata uccisa nella sua stanza, chiusa dall'interno, durante il ricevimento per Halloween. L'assassino l'ha colpita con una sfera e poi ha dato fuoco alla stanza.

Anni prima la famiglia Collins era finita sulle cronache per il suicidio del marito, Alistair: un suicidio le cui cause però erano rimaste ignote.

Lilian viene ingaggiata dall'amministratore dell'azienda, Harrison Wallace, che si presenta nell'ufficio assieme ai figli di Abigail, che sono anche suoi figliocci, i gemelli Rebecca e Randolph.

Wallace chiede all'investigatrice di trovare l'assassino, la polizia ha fatto tante domande, ma ancora non ha trovato niente. Chiede soprattutto molta discrezione, per il buon nome della famiglia e dell'azienda, la cui salute non è messa bene, non solo per quella morte così strana, ma anche per l'intenzione della signora Collins di smettere la produzione di armi. Per una questione di etica che però aveva mandato in fibrillazione gli azionisti.

Ma anni prima aveva fatto scalpore anche un'altra notizia, ovvero il matrimonio tra Alistair e l'allora sua segretaria, Abigail, che era rimasta incinta.

Abigail negli ultimi anni era stata avvicinata da una specie di chiromante, Ariel Balestrade: anche quella sera era presente alla festa, dove aveva organizzato una seduta spiritica in cui veniva invocato lo spirito del defunto marito, che si era perfino palesato, tramite la voce della signora Balestrade.

Belestrade era una di quei cittadini d’interesse di cui ero incaricata di individuare i nomi ogni volta che comparivano sulla carta stampata. Essendo la consulente spirituale di una piccola parte dell’élite locale ..

Personaggio interessante questa Balestrade: una “consulente spirituale” dai molti agganci nelle famiglie importanti della città, ma anche una persona che sembra conoscere molte cose, sia di Lilian che della stessa Will. E anche Lilian sembra molto interessata a lei, ma questa è una delle cose che scopriremo solo a lettura inoltrata.

L'indagine si muove su più fronte: Will e Lilian indagano sugli invitati al ricevimento, sulla situazione finanziaria dell'azienda (un filone che interessa anche la polizia a quanto pare) e poi anche sul passato di Abigail. Sembra che questa donna sia apparsa in città all'improvviso e che del suo passato si sappia poco o nulla.

Di certo non è stato il maggiordomo, come accade qualche volta nei gialli che Will ama leggere (ma nemmeno nei romanzi di Chandler l'assassino è così scontato): la coppia di domestici dei Collins racconta loro che negli ultimi tempi i rapporti tra i coniugi si erano come dire raffreddati e che era stata proprio grazie all'influenza della Balestrade che Abigail si era fatta venire gli scrupoli sugli appalti con l'esercito.


Chi ha ucciso la signora Abigail? Non il maggiordomo e nemmeno lo spirito del marito.

Rimasi seduta lì per un po’ pensando a Belestrade, a Markel e al clan dei Collins. In pratica stavo spostando le tessere del puzzle sul tavolo. Non solo non riuscivo a farle combaciare, non ero nemmeno in grado di intravedere il quadro generale.

Per comprendere chi e perché, è importante conoscere il passato dei personaggi coinvolti in questo delitto.

Partendo dalla signora Collins, nata Pratt: da dove veniva, cosa nasconde il suo passato? Altro passato da scoprire, quello di Ariel Balestrade, la consulente spirituale?

Ne viene fuori una storia di ricatti e di segreti per cui qualcuno ha pensato che valesse la pena uccidere.

Una ragnatela di ricatti che non si ferma alla sola famiglia Collins perché questo giallo in realtà nasconde più enigmi, come quella serie di delitti rimasti insoluti o archiviati come suicidi, su cui Lilian Pentecost stava portando avanti una sua indagine parallela.

E' un buon giallo, questo “La fortuna aiuta il morto”, prima di una serie, molto originale nella scelta delle protagoniste, due donne molto diverse nell'America del dopoguerra (in un periodo in cui le donne avevano sostituito i maschi nel mondo del lavoro).

Godibile la trama della storia dove, vi assicuro, non sarà facile intuire l'assassino o l'assassina tra i vari personaggi della storia, con diversi colpi di scena.

E' una sorta di battesimo, questa prima indagine: un battesimo in cui la detective “non più giovane”, Lilian, cerca di passare tutte le sue conoscenze alla giovane (e ancora emotiva) assistente, consapevole che la sua malattia un giorno le avrebbe chiesto il conto

È la sclerosi multipla a farmi stare male» dichiarò. «Se mi spingo più in là di quanto dovrei, è perché so che il mio tempo è limitato. Ecco il motivo per cui mi preoccupo della sua salute fisica ed emotiva..

La scheda sul sito di Mondadori

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16 marzo 2021

Via Fani 16 marzo 1978 - il depistaggio dell'agguato delle BR

 La storia italiana recente è una sequenza di misteri e di buchi.

Il mistero del cadavere di Salvatore Giuliano.

Il mistero del volo Itavia IH870, abbattuto nei cieli del Tirreno la notte del 28 giugno 1980.

I misteri delle stragi di Piazza Fontana e di Bologna: bombe nere, ma chi sono i mandanti?

E poi il rapimento di Aldo Moro in via Fani il 16 marzo 1978, la sua prigionia e la sua morte per mano delle BR.

Una data importante nella nostra storia, Il golpe di via Fani l'aveva definito lo storico De Lutiis: la fine del progetto di portare il PCI prossimo all'area di governo (non al governo, ma non più solo all'opposizione), la fine del progetto di centro sinistra, delle larghe intese..

Ad oggi la verità ufficiale, quella accettata, è di fatto quella dei brigatisti, il gruppo di Moretti e Morucci, quelli che avrebbero dovuto rendere pubblici tutti i verbali degli interrogatori a Moro nella prigione del popolo.

E invece..

L'articolo di Gianluca Cicinelli parla di una delle stranezze: qual è stata la dinamica reale dell'agguato delle BR in via Fani (Stefania Limiti con Sandro Provvisionato aveva scritto un saggio per Chiarelettere sul rapimento di Aldo Moro)?

Via Fani e l’ultimo depistaggio

Non si è tenuto conto dell’esatta traiettoria dei colpi che uccisero l’agente che sedeva davanti nell’auto della scorta e smonta la versione delle Br sui chi era presente sul luogo della strage

di Gianluca Cicinelli | 16 MARZO 2021

Due perizie ufficiali sulla strage di via Fani, il 16 marzo 1978, quando fu rapito Aldo Moro, contengono la stessa manipolazione, un vero e proprio depistaggio di Stato, per dimostrare contro ogni logica ed evidenza che non si è sparato dal lato destro di via Fani.

Con buona pace di chi vorrebbe chiariti tutti i misteri del caso Moro, lo sportello di un’auto dimostra che invece proprio da destra si è sparato e con una preparazione militare: la ricostruzione ufficiale, la verità “dicibile”, concordata tra Stato e Brigate Rosse, non regge dinanzi all’incredibile vicenda della morte del vicebrigadiere Francesco Zizzi. È però necessario riavvolgere il filo della memoria per spiegare che cosa accadde quel giorno. Intorno alle ore 9 del 16 maggio 1978 la Fiat 130 con a bordo il presidente della Dc Aldo Moro, seduto sul sedile posteriore sinistro, sta per arrivare all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Moro deve raggiungere la Camera dove si discuterà del primo governo sostenuto con i voti espliciti del Pci. Al volante della 130 c’è l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, mentre al suo fianco siede il maresciallo Oreste Leonardi. Dietro di loro, a pochi metri, anche troppo vicina, c’è l’Alfetta con la scorta di polizia, guidata dalla guardia di Ps Giulio Rivera accanto a cui siede il vicebrigadiere Francesco Zizzi, al suo primo giorno come caposcorta. Sul sedile posteriore c’è l’agente Raffaele Iozzino.

Una Fiat 128 targata CD supera la 130 e arrivata all’incrocio frena, costringendo la 130 a inchiodare, senza però urtare la 128. Da qui in poi indicheremo come lato sinistro di via Fani quello dalla parte dei guidatori Ricci e Rivera e come lato destro quello occupato da Leonardi e Zizzi. Dalle fioriere del lato sinistro di via Fani sbucano quattro uomini delle Brigate Rosse vestiti da avieri, Valerio Morucci e Raffaele Fiore che sparano sulla 130 e Prospero Gallinari e Franco Bonisoli che sparano sull’Alfetta. La versione ufficiale vuole che si sia sparato soltanto da sinistra. La corta distanza dalle macchine, per la perizia e per i brigatisti, indica che non occorreva nessuna preparazione specifica. Ma a smentire questa versione “facile” della strage ci sono i reperti che restano in terra. Quattro bossoli di pistola calibro 7,65 sul lato destro della strada. E un proiettile 7,65 verrà rinvenuto in sede di autopsia all’altezza dell’omero destro di Giulio Rivera, l’autista dell’Alfetta che muore subito. Quindi quel proiettile viene sparato dal lato destro all’inizio del raid, mentre il gruppo di fuoco esce dalle fioriere a sinistra di via Fani. Ricci viene colpito più volte. Anche Leonardi viene crivellato di colpi, ma la maggior parte sono sul lato destro del suo corpo. Sia la perizia del 1978, sia quella eseguita per la Commissione Moro 2, sempre dalla Polizia, affermano, in accordo con il racconto del brigatista Valerio Morucci, che Leonardi viene colpito a destra perché si gira verso Moro, che però è nella parte opposta dell’auto. Non si deve dire che mentre a sinistra sparava l’approssimativo nucleo di fuoco brigatista, a destra era appostato almeno un tiratore, se non due, estremamente addestrati, che hanno chirurgicamente sparato su Leonardi, su Rivera e su Zizzi. Francesco Zizzi quel giorno proprio non doveva esserci in via Fani, era a Roma da poche settimane e sostituiva un collega che aveva preso ferie improvvise, Rocco Gentiluomo.

L’autopsia di Zizzi ci dice che è stato colpito alla schiena, con una direzione dal basso verso l’alto di circa 45 gradi, da tre colpi in rapida sequenza a due millimetri l’uno dall’altro. A differenza degli altri è l’unico che non viene investito da decine di colpi, è un omicidio chirurgico. Viene ritrovato agonizzante ma seduto al suo posto sull’Alfetta accanto all’autista Rivera con tre copi entrati dalla schiena e usciti dal petto. Il sedile anteriore destro dell’Alfetta però non presenta colpi da dietro. Che Zizzi sia quindi sceso dalla macchina non è un’ipotesi, è anche la conclusione a cui giunge la prima perizia effettuata da Antonio Ugolini, che il 16 marzo è sulla scena del delitto, mentre a coordinare la raccolta dei reperti è il capo di allora della Polizia scientifica, Giuseppe Pandiscia. Ugolini (pag. 35 del Vol. 45°, Doc. XXIII n.5, della Commissione Moro 1, cioè la pagina 4 della Relazione di perizia tecnico balistica diretta al Consigliere Gallucci) scrive: “Gli altri due occupanti (Iozzino e Zizzi ndr), riuscivano a uscire fuori dall’auto investite dalle raffiche dei proiettili e schegge di vetro, non si sa con esattezza se già feriti o indenni. Il vicebrigadiere Zizzi Francesco, che si trovava al fianco del guidatore davanti, si dirigeva verso il marciapiede destro”. Ora sappiamo che Iozzino si è appostato dietro l’angolo posteriore destro dell’Alfetta sparando e finendo con decine di colpi nel corpo, ma nulla sappiamo di Zizzi che non può essere molto distante da lui. Le foto scattate subito dopo la strage mostrano indiscutibilmente che lo sportello di Zizzi non è stato raggiunto da nessun colpo, anzi c’è una paletta del traffico non toccata dai proiettili proprio al centro dello sportello. Lo scenario cambia quando rileggendo le carte della perizia compaiono tre buchi di proiettile nello sportello che la perizia attribuisce al lato Zizzi. Viene infatti catalogata come foto dello sportello anteriore destro, invece è quello posteriore, quello da dove è uscito Iozzino, che ha esattamente tre fori di proiettile. Inoltre lo sportello posteriore ha il deflettore fisso, a differenza di quello anteriore che ha il deflettore mobile, quindi quello che Ugolini spaccia per lo sportello di Zizzi è in realtà lo sportello di Iozzino, per dimostrare che Zizzi era stato colpito mentre era dentro la macchina.

Lo sportello dei miracoli ricompare nella nuova perizia effettuata nel 2015 dalla Polizia di Stato. Anzi, in questo caso si arriva davvero allo sfregio verso il povero Zizzi. Quando la perizia viene presentata alla Commissione Moro, la funzionaria che l’illustra continuerà a confondere Zizzi con Rivera, non soltanto invertendo i cognomi, ma insistendo su Zizzi come autista dell’Alfetta, pur di non affermare che invece il vicebrigadiere è stato colpito da destra. E poi c’è il “complotto” di Stato sulla morte di Zizzi, dimostrabile dai verbali della Commissione Moro 2. Il magistrato Gianfranco Donadio interroga infatti tutti i componenti delle volanti giunte in via Fani pochi minuti dopo la strage. I poliziotti di tre volanti diverse sostengono tutti la stessa cosa: siamo arrivati per primi, non c’era nessuno oltre noi, abbiamo prestato soccorso a Zizzi. Tre volanti, secondo questo racconto, sarebbero quindi arrivate di corsa in via Fani, nessuno ha visto gli altri e tutti sono andati a soccorrere Zizzi. Naturalmente è impossibile, ma è chiaro che una regia ha pianificato le dichiarazioni degli ex poliziotti al magistrato. Quarant’anni dopo il primo errore, la Polizia non ha notato o ha evitato di notare che il rapporto sulla morte di Francesco Zizzi va riscritto, perché è stato colpito da colpi di arma da fuoco dalla destra di via Fani, che dimostrano la presenza di un tiratore appostato, probabilmente accosciato dato la direzione dei proiettili, difficilmente assimilabile ai brigatisti. E alla loro imperizia.

La videoinchiesta “Coperti a destra” è visibile qui: https://drive.google.com/file/d/1zKsUKUdohdQaHBGTKpctgKFHe-Iis7AI/view?usp=drivesdk

Presadiretta – processo alla ndrangheta

Al centro del servizio di Presa diretta il processo Rinascita Scott: seguendo questo processo si può capire come mai la ndrangheta è così forte, una sorta di stato parallelo.

L'indagine è stata portata avanti dal procuratore capo Gratteri e dai suoi collaboratori, e ha portato a questo processo è una delle più importanti contro questa mafia, che ha colpito la cosca della provincia di Vibo Valentia.

5 anni di indagini, 334 arresti dalla Sicilia alla Lombardia, l'indagine è stata gestita dal procuratore capo Gratteri: sono state smantellate le locali di Vibo e provincia, un elenco di famiglie che controllavano l'economia di una intera provincia che copre 150 comuni, dal mare alla montagna.

Come la locale di Zumbri che controllava aziende agricole, era nel narcotraffico internazionale, in contatto col Brasile.

Solo a Vibo sono disarticolate tre ndrine, che controllavano tutta l'economia, dagli ospedali agli appalti pubblici. Ndrine che uccidevano, col metodo della lupara bianca per far sparire le persone: a capo di queste locali di Vibo c'era il supremo, Luigi Mancuso, arrestato sul treno da Milano verso la Calabria.

Mancuso e compagni conoscevano gli orari del blitz e così i carabinieri del ROS hanno dovuto anticipare l'azione: la famiglia Mancuso aveva contatti ramificati con la pubblica amministrazione e con uomini dello Stato che si erano messi a servizio.

Carabinieri e anche avvocati come Pittelli, ex senatore di Forza Italia, nonché massone.

Pochi giorni dopo il blitz, le persone erano sotto la procura ad applaudire le forze dell'ordine, per averli liberati da quella pressione: ora tocca alla gente occupare quegli spazi che la procura e i suoi uomini hanno liberato – sono le parole di Gratteri.

Rinascita Scott è una storia italiana: la ndrangheta è una mafia non solo regionale in Calabria, questa non è solo una storia di cronaca giudiziaria, ma riguarda la nostra libertà.

19 dicembre 2019: nella notte comincia l'operazione che ha portato l'arresto degli ndranghetisti, 479 indagati di cui 334 arrestati, così tanti che a Lamezia Termi si è dovuta costruire un'aula bunker per contenerli tutti.

Tutto è cominciato a Catanzaro: da quando è diventato procuratore capo a Catanzaro, Gratteri ha messo nel mirino la ndrangheta del distretto più grande della Calabria, con una serie di operazioni, contro clan che erano dediti ad usura, estorsione, traffico di droga.

Ogni volta, ascoltando le intercettazioni, Gratteri e i magistrati scoprivano quanto i mafiosi si sentivano intoccabili.

E non solo Gratteri e le persone del suo ufficio scoprono che gli ndranghetisti sapevano quello che succedeva dentro la procura.

“Uno dei talloni d'Achille era che spessissimo c'erano fughe di notizie” racconta a Iacona il procuratore, “ho chiuso le porte e chiunque venisse qui doveva dire da chi andava e dove andava e cosa voleva, altrimenti non entrava. Poi ho cominciato a spostare un po' di gente, trasferimenti di decine di ufficiali di polizia giudiziaria..”

E così le fughe di notizie, le ambasciate, sono terminate, “non esce più uno spillo” si sente dire in una nuova intercettazione.

“Qualche successo se lo abbiamo avuto e se lo avremo, passa anche da questo, dal fatto mio di essere stato duro, senza guardare in faccia a nessuno” - dice Gratteri, perché non siamo in tempo di pace, siamo in guerra.

Di fronte alla potenza della ndrangheta va alzato lo scontro: nei faldoni dell'ordinanza del rinvio a giudizio c'è la storia del clan Mancuso, un racconto che comincia a Limbadi, dove viveva il boss Mancuso.

Nullatenente per lo stato, ma possessore di una villetta in campagna: il fratello anziano era riuscito a farsi eleggere sindaco da latitante, l'allora presidente Pertini aveva sciolto poi il comune per mafia. Questo testimonia il potere dei Mancuso.

Rosaria, la nipote del boss Luigi, è la seconda generazione di mafiosi: è lei responsabile della morte di Matteo Vinci, colpevole di essersi opposto alle mire del clan sui terreni di famiglia.

Famiglia che aveva denunciato le aggressioni del clan, denunce finite in oblio, fino all'attentato contro Matteo, ucciso da una bomba messa nella sua macchina.

Si uccide per un pezzo di terra da queste parti: dallo stato si ottengono i contributi agricoli, quelli di cui la famiglia Mancuso voleva impossessarsi.

Tutti i vicini dei Mancuso hanno subito minacce e soprusi, ma nessuno ha denunciato tranne i Vinci, tanta era la paura per questa famiglia.

I carabinieri dei ROS hanno attraversato sentieri di campagna nella notte per spiare i Mancuso: in un casotto di campagna del vice di Mancuso, Pasquale Gallone, sono state piazzare delle microspie.

Gallone, nel suo ufficio, trattava la compravendita dei terreni, presi a contadini, o meglio rubati, e poi rivenduti ad imprenditori agricoli, in cambio di un contributo.

I Mancuso erano una potenza economica, controllavano indirettamente decine di imprese, dalle costruzioni ai bar e ai negozi, fino ai servizi funebri.

Nicotera, antico paese di origine greca, un panorama mozzafiato, nel settembre 2016 atterra l'elicottero con due sposi, in piena piazza.

Il pranzo fu fatto in un resort ad un prezzo di favore, bastava fare il nome del boss Mancuso: l'azienda del catering dovette comprare il pesce e la frutta dove aveva indicato lo zio dello sposo, Gallone. Così i Mancuso iniziarono a controllare questa azienda di catering.

Poi c'è l'usura, prestiti ad aziende in crisi: chi ha denunciato gli usurai, come un grossista di gioielli, ha dovuto lasciare la città.

Si è iniziato con un prestito da 5000 euro, il clan chiedeva ogni mese 500 euro: dopo due anni il gioielliere si ritrovò strozzato e così decise di denunciare tutta la ramificazione degli usurai.

I quali cercarono di rivalersi contro il figlio, di mettere le mani sui suoi averi: è come un cancro, l'usura, racconta oggi il gioielliere che oggi si sente un uomo libero.

La ndrangheta sapeva tutto della vita economica a Vibo, perché avevano ottimi contatti nel mondo bancario: come il direttore della filiale di MPS di Vibo, gli ndranghetisti si mettono all'opera per trovargli nuovi correntisti, in cambio di un rapporto di favore da parte di MPS. Prestiti senza fido, ottenuti senza problemi.

Grazie alle amicizie col mondo bancario, la ndrangheta conosce perfino i contratti stipulati tra privati, come successo al signor Zappia, che si ritrovò davanti, prima di un affare, un uomo dei Mancuso, che gli proponeva dei soldi per coprire uno scoperto. Il clan ha sempre lavorato così, per anni, con estorsione e usura.

I Vagatello sono una famiglia ndranghetista: sono entrati in un appartamento di 200 metri quadri, di proprietà della signora Sicari, senza pagare nulla.

Così la signora Sicari si è trovata contro la famiglia ndranghetista e contro la banca, perché doveva completare di pagare il mutuo.

Tanta è la paura dei Vagatello che la banca ha venduto il credito, il comune non si è mai appalesato per bloccare i lavori fatti in un immobile che non è di loro proprietà.

La ndrangheta si prende terreni non loro, case di altre persone, aziende di altri imprenditori.

Tanti soprusi piccoli e grandi che testimoniano della loro forza: tutti beni poi intestati a prestanome incensurati, persone oggi accusate di intestazione fittizia di beni, un reato considerato minore ma che invece è importante per arrivare ai boss.

Sono la terra di mezzo della ndrangheta, colletti bianchi, prestanome, uomini dello stato infedeli.

E di fronte a questa marea di persone, sono ancora poche le persone coraggiose che denunciano questi signorotti, persone che sembrano pastori, che invece comandano interi paesi. Come è possibile?

Dietro il clan Mancuso si aprono scenari inquietanti: non solo erano i vertici della ndrangheta vibonese, riconosciuti dalle ndrine di San Luca, Luigi Mancuso ricopriva anche la carica di “crimine”, decideva reati, omicidi.

Quando cosa nostra decide la linea stragista, cerca di coinvolgere la ndrangheta: la riunione viene tenuta nel terreno dei Mancuso, alla presenza di Luigi Mancuso.

Cosa nostra chiedeva alle ndrine se fossero stati disposti a colpire obiettivi dello stato, per la trattativa: Luigi Mancuso era l'interlocutore in Calabria per Riina, talmente importante da “abitare il tetto del mondo” dice uno ndranghetista intercettato.

Il potere dei Mancuso è testimoniato dai summit che teneva in un casolare con altre famiglie, per tenerle unite, per decidere omicidi come quello di Davide Fortuna, ucciso per una faida tra due famiglie, di cui uno voleva fare la scalata al clan Mancuso.

Faide costate decine di omicidi, con anche quaranta casi di lupara bianca, omicidi in cui furono uccise anche persone che non centravano niente, come Filippo Ceravalo, ancora oggi irrisolto.

Durante la faida, il clan era retto da Pantaleone Mancuso perché Luigi era in carcere: pur di farlo uscire, per risolvere gli screzi interni, la famiglia arrivò a corrompere magistrati e arrivando anche a uomini dei servizi.

La famiglia aveva a disposizione tanti soldi, frutto dei traffici criminali: così nel 2012 Luigi Mancuso esce dal carcere, un giudice a Messina gli ha condonato decine di anni di carcere.

Da latitante, Mancuso riprende il controllo del territorio e mette pace tra le famiglie, arrivando ad incontrare l'avvocato Giancarlo Pittelli.

Pittelli è accreditato nei circuiti più influenti della massoneria, nelle note del gip si legge che Pittelli è stato in grado di far relazionare la ndrangheta coi circuiti bancari, con le società straniere, con le università, con le istituzioni, facendo da passepartout per il clan Mancuso, “per il ruolo politico rivestito, per la sua fama professionale e di uomo stimato nelle relazioni sociali.”

Giancarlo Pittelli è un avvocato penalista di lungo corso con un importante curriculum sia politico che professionale: è stato eletto tre volte parlamentare tra il 2001 e il 2013 in Forza Italia, è stato più volte membro della Commissione Giustizia.

In una intercettazione racconta ad un gruppo di amici come è nata Forza Italia in Calabria:

io lo so che Dell'Utri la prima persona che contattò per la formazione di Forza Italia fu Piromalli a Gioia Tauro... Tu pensa che ci sono due mafiosi in Calabria che sono i numeri uno in assoluto, uno si chiama Giuseppe Piromalli e uno si chiama Luigi Mancuso, che è più giovane e forse più potente. Io li difendo da 1981 ..”

L'avvocato si da da fare per tutta la famiglia, per tutelarne la salute, per far superare un esame alla figlia di Luigi Mancuso: “ma che bella famiglia” dice in una intercettazione.

Pittelli aiuta anche il boss Razionale, per il figlio che deve ottenere un contratto di tirocinio all'ospedale di Roma, il Gemelli.

Come mai l'avvocato Pittelli si è messo così a disposizione dei clan? Perché questo interesse da parte dei professionisti nell'incontrare i boss?

E' un rapporto che serviva ad entrambi, a Pittelli e ai Mancuso – racconta l'ufficiale del ROS intervistato da Iacona.

Per esempio la storia del villaggio Valtur a Nicotera, una piccola opera d'arte integrata nel territorio, costruito dall'architetto Porcinai: villaggio poi acquistato dalla Prelios, che si rivolge proprio a Pittelli per trovare un acquirente per vendere il resort.

E' Palenzona, dirigente di Prelios, che si rivolge a Pittelli: questa vendita si può fare solo grazie all'autorizzazione dei Mancuso. Pittelli lo dice anche a Mussari di Mps, paventandogli un'operazione importante.

L'affare alla fine non si farà, ma rimane cristallizzato il ruolo di Pittelli come intermediario tra la mafia e imprenditori di primo livello: nel frattempo il villaggio rimane chiuso, in una regione che avrebbe bisogno di posti di lavoro.

Pittelli è accusato anche di aver cercato di mettere le mani sui verbali secretati di un pentito di ndrangheta, Andrea Mantella, che stava parlando del potere del clan Mancuso, anche ricorrendo ad un uomo della DIA.

Pittelli, quando viene arrestato, chiede se è per il provvedimento della Saccà, il nome del gip che autorizzò l'arresto: come ha fatto a sapere queste informazioni? L'avvocato si è giustificato dando la colpa al giornalista oggi morto.

Iacona ha intervistato i due avvocati difensori di Pittelli: sono fatti non penalmente rilevanti, dicono, con una tesi alquanto discutibile.

E la caccia alle informazioni per capire cosa stava dicendo il pentito? Solo un favore verso il cliente (il boss Mancuso).

I contatti col maresciallo della Dia, Michele Marinaro, che non ha verbalizzato le testimonianze di Mantella? Solo fatti personali.

L'ultima accusa contro Pittelli è di Cosimo Virgilio, secondo cui farebbe parte di una massoneria deviata: questa avrebbe fatto fare alla ndrangheta il salto di qualità, consentendogli di fare i veri affari, dove si decidono gli investimenti su un territorio, dove fare certe opere pubbliche.

Ma chi tocca la massoneria deviata rischia di morire: dentro si trova il vero potere, burattinai che non perdoneranno chi si è permesso di avvicinarsi a loro.

Avvocati, giudici, commercialisti, professionisti.

Uomini di fiducia dei boss, uomini di raccordo con le istituzioni e con la politica.

Fare la guerra alla ndrangheta significa mettersi contro questo mondo.

15 marzo 2021

Anteprima inchiesta di Presadiretta - processo alla ndrangheta

Fa più rumore nel mondo dell'informazione in Italia la vittoria dei Maneskin a Sanremo che non la cronaca del processo alla ndrangheta, il maxi processo a Lamezia Terme nato dall'inchiesta Rinascita Scott del procuratore Gratteri che, dopo gli arresti per l'operazione (334 persone) di fronte alle telecamere dice “ora tocca alla società civile, devono occupare gli spazi che noi questa notte abbiamo liberato”.

Da quando è diventato procuratore capo a Catanzaro, Gratteri ha messo nel mirino la ndrangheta del distretto più grande della Calabria, con una serie di operazioni.

Ascoltando le intercettazioni dei mafiosi, Gratteri e le persone del suo ufficio scoprono che gli ndranghetisti sapevano quello che succedeva dentro la procura.



“Uno dei talloni d'Achille era che spessissimo c'erano fughe di notizie” racconta a Iacona il procuratore, “ho chiuso le porte e chiunque venisse qui doveva dire da chi andava e dove andava e cosa voleva, altrimenti non entrava. Poi ho cominciato a spostare un po' di gente, trasferimenti di decine di ufficiali di polizia giudiziaria..”

E così le fughe di notizie, le ambasciate, sono terminate, “non esce più uno spillo” si sente dire in una nuova intercettazione.

“Qualche successo se lo abbiamo avuto e se lo avremo, passa anche da questo, dal fatto mio di essere stato duro, senza guardare in faccia a nessuno”.

In tempi di guerra, di guerra alla ndrangheta (espressione che farà inorridire i finti garantisti all'italiana), servono magistrati e ufficiali di polizia giudiziaria che quella guerra la vogliono fare.

Anche perché la guerra non è contro coppole storte o mafiosi con la lupara, tra gli arrestati uno dei nomi più famosi è quello dell'avvocato Pittelli, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

E' accreditato nei circuiti più influenti della massoneria, nelle note del gip si legge che Pittelli è stato in grado di far relazionare la ndrangheta coi circuiti bancari, con le società straniere, con le università, con le istituzioni, facendo da passepartout per il clan Mancuso, “per il ruolo politico rivestito, per la sua fama professionale e di uomo stimato nelle relazioni sociali.”

Giancarlo Pittelli è un avvocato penalista di lungo corso con un importante curriculum sia politico che professionale: è stato eletto tre volte parlamentare tra il 2001 e il 2013 in Forza Italia, è stato più volte membro della Commissione Giustizia.

In una intercettazione racconta ad un gruppo di amici come è nata Forza Italia in Calabria:

io lo so che Dell'Utri la prima persona che contattò per la formazione di Forza Italia fu Piromalli a Gioia Tauro... Tu pensa che ci sono due mafiosi in Calabria che sono i numeri uno in assoluto, uno si chiama Giuseppe Piromalli e uno si chiama Luigi Mancuso, che è più giovane e forse più potente. Io li difendo da 1981 ..”

E' arrivato il momento di raccontarle in prima serata queste cose, cosa è la ndrangheta in Calabria, i suoi rapporti con politica, con professionisti, col mondo bancario.

Il duro lavoro d'indagine del ROS che ha intercettato e seguito gli uomini della cosca Mancuso che comandava su Vibo Valentia e provincia con decine di omicidi che terrorizzavano un'intera comunità, esercitando un controllo totale dell'economia.

“Dall'ultimo marciapiede al primo cantiere di Vibo Valentia” spiega Alessandro Bui comandante del nucleo investigativo di Vibo “dall'ospedale fino a tutta l'amministrazione pubblica.”

Impressiona il numero di colletti bianche che si sarebbero prestati al buon funzionamento dell'organizzazione criminale: dalle teste di legno a cui venivano intestati i beni degli ndranghetisti, passando per commercialisti, notai, avvocati come Pittelli, ex senatore di Forza Italia che, secondo le carte, avrebbe fatto di tutto per aiutare il clan Mancuso. Anche cercando i verbali secretati dei pentiti.

In questa indagine c'è anche la massoneria deviata in questa indagine, dove c'è il potere vero, i burattinai di tutto, e chi li tocca rischia grosso.

Chi indaga sulla massoneria rischia la vita, la carriera: non è solo cronaca giudiziaria quella che racconterà Presa diretta, ma è una questione di libertà e di democrazia che ci riguarda tutti.

In Italia c'è uno stato parallelo, dentro lo Stato. E questo stato parallelo aspetta i soldi dall'Europa per accrescere il suo potere, per conquistare altri pezzi di economia, di territorio.

Trovate delle anticipazioni del servizio in questo articolo de Il Vibonese

Rinascita Scott è «una enciclopedia dell’universo mafioso calabrese, c’è di tutto dentro – racconta PresaDiretta – decine di omicidi e di lupare bianche, il traffico d’armi e quello internazionale di droga, ma ci sono anche le storie delle persone umili vittime del potere ‘ndranghetista, a dimostrazione che dove comanda la mafia soffrono tutti».

E poi le «tante domande ancora aperte. Come hanno fatto i Mancuso a conoscere il giorno e l’ora in cui sarebbero scattati gli arresti? Che ruolo ha la massoneria deviata come moltiplicatore del potere criminale? In che modo riesce ad infiltrarsi nei Palazzi di Giustizia per aggiustare i processi?».

e nell'editoriale di Domani

Il maxi-processo Rinascita Scott è veramente una enciclopedia dell’universo mafioso calabrese, pensate che nell’ordinanza per le misure cautelari.

Ci vogliono ben 250 pagine solo per elencare tutti i capi di imputazione e c’è di tutto dentro: viene ricostruita la storia delle decine di omicidi e altrettante lupare bianche che hanno insanguinato la provincia di Vibo Valentia e gettato nel terrore una intera comunità.

Ci sono il traffico d’armi e quello internazionale di droga; ma c’è anche la storia della piccola gente, vittima dei soprusi del potere ‘ndranghetista, a dimostrazione che dove comanda la mafia soffrono tutti.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 marzo 2021

Prima il PIL - il modello lombardo

Mi ricordo l'intervista di Bonomi da Lucia Annunziata, qualche settimana fa ai tempi del Conte 2: rinfacciava al vecchio governo di non aver ancora fatto un piano vaccinale, "io non so ancora quando mi vaccinerò".

Con buon pace di Bonomi, non lo sappiamo nemmeno adesso, col governo dei competenti.

Non solo, qui nella Lombardia modello sanitario, sono successe diverse cose: le vaccinazioni a rilento, il baco scoperto da Radio popolare che consentiva a tutti di vaccinarsi (anche ai non aventi diritto).
A volte si ha l'impressione che questi ritardi nel vaccinare gli anziani non diano così fastidio a tutti...

Qual è la priorità per i vaccini? Prima i più deboli o, come aveva già detto (e pensavamo fosse un errore) la Moratti, prima i ceti produttivi?

Forse per nascondere tutte queste magagne, regione e Confindustria Lombardia hanno stretto un accordo per vaccinare prima (o in parallelo?) i dipendenti delle aziende, quelli che non possono fermarsi.

Prima il PIL, poi la salute.

E' la stessa Confindustria che ha avuto un ruolo fondamentale lo scorso marzo nel fare pressioni in regione e nei sindaci, per evitare la zona rossa a Bergamo.

Un anno di pandemia non ha insegnato nulla. 

PS: seguo  sempre con interesse Radio popolare, seguitela anche voi.

10 marzo 2021

Festeggeremo l'anniversario del lockdown

La foto del presidente Mattarella mentre attende il turno per il vaccino si trova un po' su tutti i giornali.

Il racconto delle falle del sistema vaccinale lombardo invece sarà una delle tante: si sono vaccinati pochi ultra ottantenni (uno su quattro), i vaccini sarebbero arrivati a chi non ne aveva diritto (e chiunque poteva prenotarsi), alcune prenotazioni sono saltate.

Ad essere cinici uno potrebbe pensare che hanno aspettato per gli anziani, mica fanno parte del ceto produttivo, non sono consumatori compulsivi. E se nel frattempo qualche ottantenne si ammala, si risparmia pure la dose.

Ma no, cosa vado a pensare, l'eccellenza lombarda è rinomata in tutto il mondo.

Così rinomata che quest'anno festeggeremo l'anniversario del lockdown con un nuovo lockdown: ma non è solo colpa della Lombardia, del governo Conte 2 o del Draghi 1 (sempre sia lodato).

Ci siamo affidati al mercato per i vaccini, facendo contratti capestro con le multinazionali del farmaco.

Non abbiamo, almeno in Italia, poli di ricerca per vaccini, quello di Latina lavora per Astra Zeneca.

Non abbiamo potenziato la sanità pubblica, non abbiamo fatto tamponi a tappeto, è saltato il tracciamento.

Abbiamo detto che le scuole dovevano essere aperte senza preoccuparsi dei trasporti pubblici.

Ci siamo preoccupati di non dover fare un lockdown, non dei morti, non dei malati, non degli ospedali. 

Come ha raccontato Presadiretta nessuna analisi numerica dell'infezione è stata fatta (a livello nazionale) per capire come mai alcune persone si ammalano e altre no, come mai alcuni sono asintomatici e altri devono finire in terapia intensiva.

Lo smartworking non è stato incentivato (a Milano alcune aziende hanno chiesto ai dipendenti di rientrare), nulla è stato fatto sul potenziamento della rete internet (però che bello lo spot di Tim eh?) per chi sta a casa, che sia uno studente in DAD o un lavoratore. Basta dpcm, basta zone rosse, basta chiusure, vogliamo lavorare, vogliamo il MES, dittatura sanitaria..

Buon anniversario, dunque.

09 marzo 2021

Questo non è un racconto di Leonardo Sciascia

 

Per Carlo Lizzani

Un'aula giudiziaria. Una donna vestita di nero seduta quasi al centro, tra il banco della corte e quello degli avvocati, alle spalle la gabbia degli imputati, di fronte il pubblico ministero. Dice: «In quel momento, a Palermo, non si capiva niente. Si ammazzavano tra loro, era tutta una catena. Certo le ragioni ci dovevano essere .. [..] Ma io torno a dire che mio marito, in questi interessi, non c'entrava per niente. Badava alle sue cose, era tranquillo.»

In occasione del centenario della nascita dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia ho comprato questo piccolo volume che raccoglie degli articoli inediti, lettere, scritte tra la fine degli anni cinquanta e il 1989.

Sono tutti scritti dove si parla di cinema: non sapevo, onestamente, della passione di Sciascia per il cinema, non solo per i film tratti dai suoi romanzi, ma del cinema con la C maiuscola.

Per Sciascia la passione per il cinema era nata nel piccolo teatro di Racalmuto poi trasformato in cinema: in queste pagine troverete le sue riflessioni su registi, film e attori.

Ma il primo capitolo è dedicato a tre soggetti inediti per tre film mai realizzati: nel primo, per Carlo Lizzani, una donna testimonia al processo contro un capo mafia. Ha deciso di parlare dopo che, nonostante le rassicurazioni del boss, le hanno ucciso prima il marito e poi il figlio, desideroso di vendicarsi del padre.

La giustizia che questa donna cerca ora, dalla legge, dal giudice, è la vendetta non il rispetto della legge. Perché loro sono venuti meno alla legge dell'onore.

Il secondo soggetto per Lina Wertmuller parla di due ragazzi, testimoni di un delitto. Lei vorrebbe parlare, raccontare dell'assassino ai carabinieri ma il fidanzato e la sua famiglia hanno solo paura. E così preferiscono far passare lei per pazza, piuttosto che mettersi contro l'assassino.

Infine un soggetto per Sergio Leone, una storia di amicizia e di tradimenti tra ragazzi di una stessa banda criminale nell'America degli anni venti. Con un finale che lascia poca speranza.

Negli altri articoli, lettere, memorie Sciascia racconta della morte di Gary Cooper, emblema dell'America delle libertà, che gli ricordava quel sergente americano che aveva liberato il suo paese.

La morte di Buster Keaton e di Charlie Chaplin, “con lui si rideva fraternamente”, come tra fratelli.

E poi il commento ad alcuni film usciti in quegli anni: Il Gattopardo di Visconti con quel personaggio, don Fabrizio, poco fedele al libro.

I film del genovese Pietro Germi sulla sua Sicilia, da Divorzio all'italiana a Sedotta e abbandonata, “un ragguaglio arretrato”, distante dalla Sicilia reale secondo Sciascia.

La scelta di Bolognini, sbagliata, di ambientare il film tratto dal libro di Brancati, Il bell'Antonio, ai tempi della Democrazia Cristiana e non del fascismo: non è lo sceneggiatore che fa il film, dice Sciascia, è il regista che lo plasma.

Sciascia commenta dei funerali di Rodolfo Valentino e della nascita dello star system, di quella stampa dedicata alla cronaca dei divi e delle dive del cinema.
E poi, alla fine, si torna a parlare del cinema che tocca i temi a lui più cari: il film di Michael Cimino sul bandito Giuliano, falso e poco aderente alla storia.

I film di Petri e Rosi tratti dai suoi romanzi: Cadaveri eccellenti tratto da Il Contesto, che suscitò molte polemiche anche all'interno del PCI, all'interno di cui si candidò alle elezioni comunali.

E poi Todo Modo di Petri, accusato di non aver “scherzato” sceneggiando il suo libro: si scherza su ciò di cui si ha paura, si teme o ciò di cui si ama, “per liberarsi dalle paure”.

E il riferimento era rivolto alla DC coinvolta negli scandali, nelle ruberie, nei rapporti poco chiari con le mafie e con gli episodi stragistici nel nostro paese.

Petri non scherza. E nemmeno Rosi ha scherzato cavando dal Contesto il film Cadaveri eccellenti. Perché?

Il libro Il Contesto raccontava del clima politico dell'Italia nei primi anni settanta quando in parte delle istituzioni covava il desiderio di arrivare ad uno stato forte, non un golpe come in Grecia, ma una repubblica sempre meno democratica e parlamentare, come argine alle spinte progressiste che arrivavano dalla società.

Il libro e soprattutto il film di Rosi suscitarono forti polemiche, perché puntava il dito contro parte delle istituzioni, magistratura, forze armate, vertici della polizia e così su Rosi piombò la denuncia per vilipendio. La risposta di Sciascia è un pezzo in cui riconosciamo tutta l'intelligenza, l'onestà intellettuale dello scrittore siciliano in cui rinfaccia a quei pezzi dello stato di rispettare, per primi, lo Stato stesso:

Le istituzioni non vanno vilipese. Ma a patto che ci siano

Non è insomma il caso di fare un discorso sulle libertà, di fronte alle denunce per vilipendio delle istituzioni che colpiscono il film di Rosi. Si può anche, per principio, ammettere che le istituzioni non vanno vilipese: ma a patto che le istituzioni ci siano. Che ci siano, cioè, come organismi stabiliti, certi, uniformemente regolati, e per tutti. Ma le istituzioni d'Italia ormai non sono che involucri vuoti, involucri da pesce d'aprile, da cui altro non può uscire che la paura di essere vilipese. E il vilipendio dunque appunto consiste nel dire la verità sulle istituzioni.

Il film di Rosi di verità sulle istituzioni ne dice molte. Direi che è un mosaico di verità tratte dalla cronaca di questi ultimi anni. Di verità su quel groviglio di non verità che è diventata l'Italia. C'è una sola verità che le istituzioni abbiano detto in questi anni? Da quando, nel cortile della casa di Castelvetrano, è stato rinvenuto il cadavere del bandito Salvatore Giuliano, le istituzioni si sono votate alla menzogna. La verità, quegli italiani che ne sentivano il bisogno, se la sono faticosamente cercata, un tassello dopo l'altro, e sempre con qualche tassello che mancava e che manca.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


08 marzo 2021

8 marzo ai tempi della pandemia: le disuguaglianze, le diversità e i femminicidi

Non sono solo le sedici donne morte quest'anno.

Il problema delle donne riguarda anche la discriminazione salariale, i diritti dimenticati, la difficoltà nel rimanere nel mondo del lavoro.

Dopo un anno di pandemia questi problemi sono anche peggiorati, perché la crisi ha colpito più duro proprio sulle fasce deboli, a perdere il lavoro sono stati per lo più i precari e la fascia femminile.

Senza un lavoro non si ha indipendenza economica e senza indipendenza si è succube del marito, compagno, ex.

C'è ancora molto da fare per arrivare ad una vera uguaglianza di diritti e di lavoro, per arrivare a zero femminicidi (nemmeno una morte è tollerabile), per arrivare ad una piena occupazione femminile.

C'è ancora da fare e ancora si sta facendo poco per questo: ci si indigna sempre troppo poco per le donne uccise in casa dal compagno o dal marito, ancora oggi molti giornali trattano queste storie come i vecchi delitti passionali, mentre nascono solo dal considerare la compagna, la moglie, la fidanzata come un oggetto di sua appartenenza.

E nel mondo del lavoro la strada è ancor più in salita, non so nemmeno quanto ci si possa aspettare da questo governo dell'uomo solo al comando (che nemmeno si sente in dovere di riferire della sua politica al paese e al parlamento).

06 marzo 2021

Il codice della vendetta di Pasquale Ruju

 

La vendetta deve essere proporzionata, prudente e progressiva. 

Antonio Pigliaru, Il codice della vendetta barbaricina

Il codice della vendetta è il terzo romanzo dello scrittore sardo Ruju con protagonista il fotografo reporter Franco Zanna: fotografo, paparazzo, ladro di scatti che immortalano la bella vita dei vip in vacanza nella sua Sardegna, ma anche di scatti che raccontano della piaga degli incendi boschivi e del racket che sta dietro.

In questo scopriamo un altro pezzetto del suo passato, del perché ogni tanto deve abbandonarsi al “nero”, stordendosi con alcool per non riuscire a gestire il peso del suo passato.

Quando, anni prima, per una foto imbarazzante per un politico, dovette abbandonare la donna che amava, Carla, incinta della sua bambina, Valentina.

Dietro quel politico c'era una storia di corruzione, di ndrangheta, di un boss che gli aveva fatto una promessa, o abbandoni la tua famiglia, la tua donna, oppure te la uccidiamo davanti agli occhi: il giovane reporter Francesco Livio Zannargiu quella notte aveva cessato di esistere, “Il Nero era apparso nella mia vita quella notte. Il Nero, che mi aveva spinto a varcare il mare” e a diventare Franco Zanna, fotografo a porto Sabore.

Ma ora, dopo la morte del boss, Franco ha potuto riavvicinarsi a Carla e Valentina, spiegandolo loro con calma tutti i perché: perché quell'abbandono, perché quegli anni di silenzio .

Carla. Non la vedevo da diciassette anni.

«Abbiamo un po’ di cose da dirci, non credi?» domandò a bassa voce.

Lo credevo, sì. Un po’ di cose. Oh, mio Dio, pensai ancora una volta. E adesso?

E adesso è il momento di provare a recuperare tutto il passato che non c'è stato, quella parte di vita che è stata persa, gli affetti, le gioie, i dolori.

In Sardegna, nella piccola stamberga di Zanna e a casa di zio Gonario, che ora vive una vita da latitante per una vendetta consumata anni prima, che ospita la nipote Valentina.

Ma il passato è destinato a tornare a far visita a Zanna: all'aeroporto di Cagliari, dopo aver accompagnato Carla a prendere il volo per Torino, in mezzo alla folla dei turisti una persona che Zanna non aveva dimenticato

.. mi si gelò il sangue nelle vene. C’era un uomo, in mezzo a quella piccola folla. Media statura, robusto, con le spalle molto larghe.

Alfio di Girolamo, detto il catanese, braccio destro del boss Marcello Nicotra (un personaggio che avevamo già incontrato nel romanzo “Un caso comegli altri”). Che affari sporchi sta portando avanti in quel momento? Impossibile che lo stiano cercando, difficile che dopo tanti anni si ricordino ancora di lui..

Rivedere “il catanese” suscita in Zanna un desiderio di vendetta, un “sentimento atavico, omicida” per quella parte della sua vita che non ha potuto vivere.

Mentre è alle prese con questi pensieri, il fotografo Zanna deve tornare in azione: una vecchia gloria della musica pop latino americana farà un concerto per la fine della stagione estiva, a Porto Cervo, una festa con tanto di ospiti eccellenti, politici calciatori e soubrettine. E paparazzi come Zanna che dovrà portare a Irene, la sua datrice di lavoro (con cui anni prima aveva avuto una storia), qualche bella foto.

Ma alla festa succede qualcosa: il Divo, assieme alla sua bellissima fidanzata colombiana, Delicia, è stato vittima di un furto nella sua stanza presso il resort la nuova Ginestra, una struttura esclusiva realizzata sulla splendida costa da un amico di Zanna.

Non solo, in mezzo ai vai vip, politici di vecchio e nuovo corso, Zanna riconosce in mezzo alla folla proprio il catanese.

Il Catanese. Anche lui si trovava nel locale. Rabbrividii. Non ce la vedevo, quella carogna, a prendersi una serata libera per andare a sentire un concerto. Perché era lì?

Quello che all'apparenza sembra uno dei tanti furti negli alberghi dell'isola si trasformerà in un intrigo pericoloso, dentro cui rimarrà invischiato lo stesso Zanna, anche in modo inconsapevole, per colpa di una foto scattata dentro la stanza del cantante dove compare un dettaglio che non avrebbe dovuto esserci.

La bella Delicia Dolores, la fidanzata del Divo, viene uccisa in Colombia: torturata e uccisa e il corpo fatto a pezzi, come se l'assassino volesse lasciare un messaggio.

Strani personaggi iniziano ad affacciarsi a porto Sabore: una coppia di milanesi in vacanza, con cui Zanna avrà anche uno scontro e poi uomini del catanese che vengono a chiedere proprio a Zanna di quei signori milanesi. Cosa sta succedendo?

Cosa sta dietro il furto al resort? Senza rendersene conto, Zanna si ritrova dentro questa brutta storia, di traffici pericolosi e di gente con pochi scrupoli e pochi problemi ad uccidere.

Forse è arrivato il momento di portare a termine la sua vendetta contro il catanese, ma per questo c'è bisogno dell'aiuto di zio Gonario, che anni prima ha portato a termine la sua, di vendetta, votandosi così ad una vita da latitante.

«La vendetta, France’, è una faccenda seria». Parlava per esperienza, e io lo sapevo bene.

«Ci sono cose che vanno fatte» proseguì. «Dolori che non passano con il tempo. Omines de malu sambene il cui ricordo ci perseguita.»

La vendetta deve essere proporzionata all'offesa e al dolore subito e deve essere rivolta solo alla persona che ti ha arrecato quel dolore. Questo sta scritto nel codice della vendetta barbaricina, quello di cui aveva scritto negli anni cinquanta il giurista Antonio Pigliaru.

E vendetta sarà, rispettando il codice e cercando anche di salvare la pelle.

In questo romanzo si parla della Sardegna, della maledizione della sua bellezza che la rendono meta turistica per un turismo ingordo, che attira come avvoltoi anche interessi criminali, che vedono nell'isola solo terreno di conquista per speculazioni che non portano ricchezza alle persone.

Persone abituate a vivere secondo un proprio ritmo, in cui è radicato il rispetto di vecchie tradizioni, anche alcune che potremmo catalogare come riti barbari, come il codice della vendetta.

Ma sono codici e riti nati in un contesto dove lo stato, come ente amministrativo che regola la giustizia e il rispetto delle leggi, era qualcosa di lontano.

Un contesto in cui le relazioni sociali tra persone cresciute assieme, hanno un valore profondo.

Arrivati a fine lettura, nella pagina dei ringraziamenti, Pasquale Ruju ci rassicura del fatto che il viaggio assieme a Zanna (con cui si fanno compagnia da 4 anni) è destinato ad andare avanti.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Edizioni e/o

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