20 settembre 2021

Anteprima Presadiretta – la rivoluzione elettrica

LA RIVOLUZIONE ELETTRICA A guardare i piani delle case automobilistiche la scommessa della transizione ecologia, passare dalle risorse fossili a quelle che non inquinano, non emettono CO2 è già partita, ma con quali costi?

Il futuro del nostro paese e del pianeta è legato a quanto seriamente prenderemo in considerazione l'impatto delle nostre abitudini e delle abitudini delle nostre imprese sui cambiamenti climatici.

A parole, ascoltando i presidenti e i leader delle grandi potenze, siamo tutti d'accordo: quando poi si chiede alle singole nazioni di accettare degli accordi, il discorso cambia: non sono solo i paesi dell'est, come la Polonia, ad essere riluttanti all'abbandono del carbone (uno dei maggiori responsabili dell'accumulo della Co2), c'è la Cina che non intende abbandonare il suo ritmo di crescita, ma anche gli Stati Uniti che con Trump aveva abbandonato gli accordi (miti) di Parigi.

Il futuro del pianeta, se il pianeta vuole avere un futuro, sarà legato al passaggio alle energie rinnovabili e nell'ambito dei trasporti, dai motori ad energie fossili ai motori elettrici.

Ma cosa c'è dietro questo mondo: lo racconterà Presadiretta col suo racconto sulla “rivoluzione elettrica.”

L'anteprima del servizio che trovate in rete parte dal MIMO, il primo salone sull'auto che apre dopo la pandemia: a Milano 60 aziende hanno esposto i loro modelli all'aperto, da utilitarie alle super car, la maggior parte delle quali elettriche o ibride perché, come ha spiegato l'organizzatore, “la strada è tracciata”.

La Renault ha presentato il suo SUV, il loro obiettivo è essere la marca più green d'Europa: perché è l'Europa che ha stabilito che tutti i paesi dovranno abbassare le emissioni per evitare l'innalzamento della temperatura del pianeta oltre 1,4 gradi e i conseguenti cambiamenti climatici.

In Europa i trasporti sono responsabili del 30% della co2 emessa, di questi il 72% riguarda il trasporto stradale: sono previste multe per le case automobilistiche se non rispettano il limite di 95 grammi/km di emissioni medie sull'intera flotta prodotta. E nel 2035 non si potranno più vendere auto a benzina o diesel.

Anche le auto sportive, come quelle prodotte dalla Lamborghini dovranno essere ibridizzate, “sarà l'investimento più grande che abbiamo mai avuto” ammette il CEO del marchio.

Anche Porsche investirà 15 miliardi di euro entro il 2023 per elettrificare tutta la propria gamma, perché l'elettrico è l'unica soluzione disponibile in tempi brevi per essere in linea con le soglie di emissioni.

Al crescere delle auto elettriche (da qui al 2030 è stimato che cresceranno 7 volte) crescerà anche la richiesta e la produzione delle batterie al litio: attorno alla costruzione delle batterie al litio e alla loro catena del valore si giocheranno le sorti di questa rivoluzione industriale.

Ma auto elettriche ad oggi non significa “carbon neutrality”: lo spiega il professor Orecchini dell'università G. Marconi di Roma, perché dipende da come si producono le batterie, da dove produco l'intera automobile, dipende da come io ricarico le sue batterie e infine da come dismetterò a fine vita, sia le batterie che il resto della vettura.

E c'è anche il problema di come si estraggono le materie che servono per costruire una batteria: si parla dell'estrazione di litio dalle miniere, dall'energia e dai combustibili per l'estrazione.

Un altro minerale è il cobalto: ci sono rapporti internazionali che dicono che la sua estrazione non è stata fatta né in modo ecocompatibile né col rispetto dei diritti delle persone: il 70% del cobalto estratto per le batterie di auto o degli smartphone, si estrae nel sud della Repubblica Democratica del Congo in condizioni disumane.

Secondo il rapporto del 2017 di Amnesty international il 20% del cobalto in Congo è estratto a mano senza i più elementari dispositivi di protezione come guanti e mascherine.

Secondo stime dell'Unicef circa 40mila bambini sono impiegati nell'estrazione di questi minerari, avventurandosi lungo pericolosi tunnel profondi anche 100 metri che spesso collassano.

La popolazione più esposta ai fumi e alle acque reflue delle miniere corre il rischio di sviluppare gravi malattie polmonari e difetti congeniti alla nascita.

Dal Congo al Cile, alle miniere del Salar di Atacama: circa il 78% del litio importato in Europa proviene dall'acqua dei laghi salati sotterranei portata in superficie e fatta evaporare all'interno di saline.

Per produrre una tonnellata di litio (necessaria per realizzare 100 automobili) sono necessari 2 milioni di litri di acqua, pari al quantitativo medio giornaliero consumato da un paese europeo di 12mila abitanti.

Le attività minerarie hanno consumato in Cile il 65% di acqua nella regione con un impatto non sostenibile sugli agricoltori, portando ad una loro emigrazione forzata.

Il litio, come il petrolio, è una risorsa finita e soprattutto, non è una materia che si produce in Europa: la Cina ha stretto accordi commerciali con i paesi produttori di cobalto e Litio per accaparrarsi queste materie per rimanere il leader indiscusso nel mercato delle batterie elettriche (che al 77% sono prodotte in Cina).

In Europa è partita una corsa al litio, per avere una indipendenza strategica dal gigante asiatico.

In Spagna, nella regione al confine col Portogallo, sono stati scoperti dei giacimenti di Litio, tra i più importanti in Europa: qui si vorrebbe costruire la grande discarica permanente della miniera, in una zona dedicata all'agricoltura. La miniera utilizzerebbe gran parte dell'acqua oggi dedicata all'allevamento e all'agricoltura raccontano i sostenitori dell'associazione contraria alla miniera di Canaveral, che sottolineano come la futura gestione sarà delegata ad una società privata che ha escluso la possibilità di fare scavi sotterranei (che avrebbero minori impatti) perché economicamente più costosa.

In Germania il litio lo tirano fuori dalle acque del Reno, in Italia vogliono aprire miniere di titanio in Liguria: ma non basteranno mai a sostenere uno scenario che vorrebbe essere totalmente elettrico.

Per come stanno le cose, spiega il ricercatore del CNRR Francesco Vizza, nel 2040 avremo finito tutto il litio: come facciamo a rendere sostenibile la transizione ecologica, dunque?

La catena del valore delle auto elettriche è stata analizzata da Joseph Wilde, ricercatore e analista di questo settore da anni: lo scorso dicembre è uscito uno studio del centro studi presso cui lavora, “The battery paradox” il paradosso delle batterie. Da un lato le batterie costituiscono la chiave del nostro futuro sostenibile, perché immagazzinano l'energia che ti serve senza produrre co2, dall'altro lato la loro produzione può avere effetti devastanti per l'ambiente e per la popolazione del mondo.

Le fasi più inquinanti in questa catena del valore sono quelle legate all'estrazione delle materie prime: per l'estrazione delle terre rare in Cina si usano per esempio molti prodotti chimici, con un grande impatto ambientale.

Anche la fase della lavorazione delle materie prime critiche è molto impattante: nelle fabbriche sono usate sostanze chimiche che possono avere effetti pericolosi sulle persone e anche sull'ambiente se trattate senza le dovute precauzioni.

E' possibile dire che se consideriamo tutto il ciclo di produzione di una macchina elettrica dalla produzione alla messa in strada, questa inquini più di una macchina diesel?

Se costruiamo una macchina elettrica in modo scorretto questo può essere vero – la risposta del ricercatore, se produciamo le batterie e gli altri componenti in modo non sostenibile, anche un'auto elettrica è inquinante. Però un veicolo elettrico può e deve essere meno inquinante di uno diesel, ora che siamo all'inizio di questa rivoluzione energetica dobbiamo stare attenti a non replicare gli errori del passato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

16 settembre 2021

Il nucleare padano

In Europa in questo momento sono in costruzione solo due centrali nucleari di terza generazione: a Flamanville in Francia (in un sito dove esistono già due reattori di seconda generazione) e in Finlandia a Olkiluoto .

Sono due progetti nati nei primi anni di questo millennio e la loro realizzazione è ancora lungi dall'essere completata, per il crescere dei costi (il terzo reattore francese costerà alla fine almeno 19 miliardi).

Quando si parla di nucleare e di centrali di quarta generazione, al momento tutto in fase sperimentale, si parla di questo.

In Italia, tra l'altro, ancora non abbiamo risolto il problema del sito dove interrare le scorie del nostro passato nucleare.

Parlare oggi di centrali nucleari in Lombardia (anziché di sanità territoriale) significa essere alla frutta (e sto parlando di Salvini) oppure significa solo spingere ancora per il consumo delle energie fossili (e qui parlo del ministro della non transizione Cingolani).

Il nucleare padano, per difenderci dal nucleare di importazione che ruba il lavoro a quello italiano, da chi sarebbe gestito?

Da Fontana o da Gallera? O dai manager nominati per tessera politica?

15 settembre 2021

Il giorno del Bianconiglio di Alessandro Curioni (Chiarelettere)

 


Prologo

Con la complicità del vento, la notte scivolò nella stanza come una ladra. L'uomo alzò lo sguardo, pareva l'avesse vista. A tradirla non era stato il sussurro delle tende, ma l'incedere dell'oscurità.

«Tempus fugit» mormorò Leonardo, non tanto perché lo pensasse realmente quanto per essere stato sorpreso dall'ultimo respiro del giorno. Il suo mestiere gli aveva insegnato quanto fosse importante essere pronti all'inatteso. Aveva imparato tanto bene la lezione che amici e amanti avevano smesso di fargli sorprese: non dava mai soddisfazione. Un «grazie» accompagnato da un mezzo sorriso era il massimo che riusciva a elargire.

Passiamo gran parte della giornata guardando, spesso ingobbiti, lo schermo del nostro smartphone con cui parliamo con amici, condividiamo nostre informazioni con sconosciuti.

Poi, a casa o al lavoro, accediamo a sistemi informatici in internet per prenotare una visita, pagare una bolletta, chiedere un documento alla pubblica amministrazione.

Ma siamo consapevoli dei rischi che corriamo, tutti i giorni, navigando in rete, rispondendo ad una mail, cliccando su un link invitante (“verifica qui lo stato della tua spedizione..”), accettando l'amicizia di una persona dall'aspetto piacevole?

Alessandro Curioni è un esperto di sicurezza informatica, la cybersecurity: i rischi che si annidano dietro un uso inconsapevole dei servizi internet li conosce molto bene e ce li racconta in questo romanzo che richiama nel titolo uno dei personaggi di Lewis Carrol e il celebre thriller di Frederick Forsyth, Il giorno dello sciacallo.

E' proprio inseguendo il coniglio bianco, il Bianconiglio, che Alice inizia il suo viaggio nel paese delle meraviglie: ma dietro le luci e gli scintillii della rete si nascondono associazioni criminali pronti a rubarci le nostre informazioni, infettandoci il computer con virus che si chiamano malware, che possono anche cifrare rendendo illeggibili i file con ransomware (in tutte le sue varianti).

Non sapete cosa sono malware o ransonware? Non avete idea di che rischi state correndo in questo momento mentre scaricate film pirata o navigate in acque torbide?

Bene, leggendo questo thriller inizierete ad essere un po' più consapevoli: come nel libro di Forsyth anche qui c'è una caccia ad un criminale sfuggente, senza volto, criminali web molto abili e pericolosi che si nascondono dietro il nome di Socrate.

«Ti stavo dicendo… Qualche anno fa ha collaborato con noi un certo Leonardo Artico, un esperto di sicurezza informatica, a suo modo anche simpatico.»

In questo gruppo va ad imbattersi Leonardo Artico, esperto informatico milanese e consulente di grandi aziende, non solo quelle che erogano servivi in rete, ma anche una importante multinazionale che opera nel settore energetico in cui il controllo delle centrali è gestito da sistemi informatici.

Cosa accadrebbe se un'organizzazione criminale decidesse di attaccare i loro sistemi? E' lo stesso Leonardo a spiegare l'importanza di queste strutture e di quali siano i rischi legati alla sicurezza informatica:

« .. "Potrei farle decine di esempi di potenziali rischi legati all'informatica, ma preferisco utilizzare un paradosso.

Quale potrebbe essere un disastro tale da mettere a rischio la nostra civiltà?"

Io risposi: “Ritrovarci senza energia elettrica”. E lui: “Bene. Diciamo che esistono alcuni sistemi informatici deputati a gestirne la produzione e la distribuzione.

Immaginiamo che qualcuno crei un virus con un solo obiettivo: spegnerli. Riesce a diffonderlo e i sistemi informatici che consentono la produzione di energia elettrica sono tutti ko. Cosa facciamo?".

Tu cosa faresti, Teresa?» Suo padre interruppe il racconto.

«Be', qualcuno li riaccenderà.»

«Più o meno la stessa risposta che ho dato io. E sai cosa ha ribattuto Artico? “Davvero? E con quale energia?” L’ho trovato geniale!»

Per proteggersi da attacchi come questi e dalle loro conseguenze (ritrovarsi per giorni, settimane, mesi, senza elettricità), Leo e il suo collaboratore Roberto hanno partorito il Bianconiglio, un malware che è stato da loro realizzato e inserito in documenti messi a bella posta per essere rubati da qualche criminale

«Lo abbiamo chiamato “Bianconiglio”» mormorò Leo comparendo alle loro spalle. Teresa sussultò, non lo aveva sentito arrivare. «In fondo non è cattivo e il punto in cui scava la sua tana potrebbe diventare la porta del nostro paese delle meraviglie.»

Come una spia dietro le linee nemiche, questo virus segnalerà l'indirizzo ip dei sistemi presso cui è stato scaricato, come le torri di avvistamento degli squali sulle spiagge dell'oceano: appena uno di questi si avvicina ad una delle reti private, come quella dei sistemi monitorati da Artico, si accenderà una bella luce rossa.

Per rendere ancora più attraente l'esca, Artico e Roberto hanno pensato di creato un Honeypot, ovvero un barattolo di miele. Di cosa stiamo parlando? In termini di cybersicurezza si intende una finta rete aziendale ricreata in tutto punto per far credere all'attaccante che si tratti di una vera rete aziendale, con dentro tante informazioni sensibili da rubare.

Ma questa volta all'esca ha abboccato non uno squalo qualunque, ma un vero e proprio Leviatano, ovvero dei criminali organizzati, potenti e anche molto bravi nel violare i sistemi che potrebbero mettere in atto il peggior incubo di Leo, ovvero colpire al cuore le infrastrutture strategiche di un paese al prezzo di un riscatto.

In rete il leone non si presentava con denti, artigli e muscoli, il suo ruggito non faceva rumore. La belva non aveva odore e il dolore che poteva causare non era fisicamente percepibile.

Per sconfiggere questo nemico senza volto, impalpabile come tutti i nemici virtuali ma estremamente pericoloso, Leo dovrà chiedere aiuto a Lui, una persona che gli ha portato via, anni prima, la moglie e un pezzo della vita precedente.

Non solo, assieme a Roberto e ad una giornalista che sta seguendo questa storia con la speranza di scrivere poi uno scoop in esclusiva, Leo dovrà mettere in piedi un piano così azzardato, così assurdo, da farlo quasi passare lui stesso come un criminale.

Leo si avvicinò all’ispettore e abbassò il tono della voce: «Certe cose, prima di farle, devi essere capace di immaginare che siano possibili».

Il romanzo è costruito come un thriller veloce, una vera e propria corsa contro il tempo. Forse può anche sembrare irrealistico per gli scenari di rischio che racconta, ma dobbiamo ricordarci che anche prima dell'11 settembre nessuno avrebbe mai immaginato un attacco terroristico di quel tipo, sui cieli delle città occidentali.

Anche se è “solo” un romanzo, sono tante le domande che fa sorgere nel lettore?

Quanto siamo vulnerabili, come paese, ad attacchi informatici mirati ad infrastrutture che condizionano la nostra vita? E, ancora, quanto le nostre vite potrebbero essere a rischio, tenendo presente quanto l'informatica entrerà sempre di più nelle nostre vite col 5G e con l'internet delle cose.

Lo colpiva sempre la totale inconsapevolezza di miliardi di persone rispetto a quanto poteva accadere nell’universo parallelo della rete. Pur facendone un utilizzo continuativo e riversandoci dentro anche i più insignificanti dettagli della propria vita,..

Immagino che ritroveremo, in una prossima avventura tutti e tre i protagonisti del racconto: il gelido e, all'apparenza, poco simpatico Leonardo Artico, un hacker che ama le cose belle della vita, la giornalista Teresa (con le sue insicurezza) e l'esperto Roberto Gelmi, che apprezza Leo nel bene e nel male, perché “Leo è Leo .. hai sempre la sensazione che dovresti andare oltre per capire cosa gli passa per la testa. E poi è uno di poche parole.”

I link per ordinarlo su Ibs e Amazon

14 settembre 2021

Presadiretta – lo sport è un diritto

Cosa c'è dietro la guerra di soldi e potere del progetto della super lega del calcio europeo?

E come mai in Italia lo sport di massa non è finanziato dallo Stato, come in altri paesi, dove lo sport è considerato un diritto primario? Quali sono le conseguenze di questa scelta?

La bomba della super lega scoppiò lo scorso 18 aprile, un campionato riservato ai più blasonati club di calcio europei, 12 squadre tra cui la Juventus.

Una sfida alla Uefa che detiene i diritti della champions league: nelle successive 48 ore intervengono contro la super lega i primi ministri inglese, Draghi, Macron, oltre al presidente della Uefa.

Scoppiò anche la rivolta dei tifosi, soprattutto in Inghilterra, assieme ad ex giocatori come Gary Neville del Manchester: tutti ad attaccare i presidenti delle squadre inglesi, tifosi, allenatori, contro un modello che di sportivo aveva poco.

In poche ore i sei club inglese fanno un passo indietro, facendo crollare il progetto, nonostante i tanti milioni che sarebbero ricaduti sui club.

I proprietari americano vogliono soldi, non gli interessa del calcio e della squadra, vogliono un modello chiuso, per fare soldi e profitti facili: questo raccontano i supporter inglesi contattati dal giornalista di Presadiretta e che ora vogliono un maggiore controllo sulle squadre, una sorta di golden share. Per evitare di trovarsi un giorno di vedere la loro squadra giocare a Dubai anziché a Liverpool o a Londra.

I soldi del progetto super lega fanno comodo ai proprietari delle squadre oggi in crisi e non solo per la pandemia: ma questa è una storia che ancora non si è chiusa, sia perché i bilanci sono ancora in rosso e il calcio è ad un passo dalla bancarotta. Poi perché la guerra dietro il calcio professionistico è ancora in corso.

Ceferin, presidente Uefa, sapeva del progetto qualche giorno prima: il giornalista Tario Pajna del Ny Times racconta a Presadiretta i retroscena di questa storia, la telefonata tra Ceferin e Andrea Agnelli, il sogno di quest'ultimo di trasformare la Juve nella portabandiera dell'Italia nel mondo, i debiti di Florentino Perez del Real Madrid..

Abbiamo visto in tanti l'addio al Barcellona di Leo Messi, “per ragioni strutturali” si è detto: sono i soldi, il Barcellona è in rosso per più di 1 miliardo di euro e non si può permettere l'ingaggio faraonico chiesto da Messi, 35 ml di euro l'anno, ecco perché hanno aderito al progetto super lega.

Secondo il giornalista del NY Times Tario Panja, i presidenti delle 12 squadre avrebbero avuto la protezione di Infantino: nei documenti che il giornalista ha visionato si parlava in codice di un progetto W01 che significava Fifa, dunque i club contavano di essere appoggiati dalla Fifa.

Infantino si è difeso dicendo di averne parlato, del progetto, questo lo sapevano tutto, ma non significa che la sua organizzazione fosse dietro il progetto o che complottasse.

Chi c'era sicuramente dietro l'affare è la banca d'affari JP Morgan che da anni investe nel mondo del calcio: sarebbero stati i finanziatori del progetto, dando ai 12 club fondatori un prestito complessivo di 3,5 miliardi di dollari da rimborsare in 20 anni – lo dice Patricia Kowsmann, giornalista del Wall Street journal – usando un tasso di interesse del 2 o 3%.

In più la banca acquistava anche futuri diritti televisivi per i quali erano previsti enormi margini di crescita.

Una mossa che chi conosce il mondo degli affari, è comprensibile: JP Morgan ha avuto un ruolo importante negli acquisti recenti di squadre di calcio, le squadre sono un vero affare per gli americani, lo trasformano in un evento per farci soldi a tutto tondo. Gli investimenti americani avrebbero trasformato il calcio italiano, come la NBA.

Un affare che conveniva a tutti: alle squadre che avrebbero avuto delle entrate fisse e sicure (non come i ricavi se si entra nella champions league), alle banche d'affari.

Il giornalista Riccardo Cucchi, storica voce delle radiocronache, chiede alle squadre di calcio di fare una profonda riflessione su dove stanno portando questo sport.

Ma non ci sono solo gli americani, ci sono anche gli arabi: dopo la notizia della super lega, la UEFA ha annunciato di aver trovato un fondo che avrebbe messo più soldi di quelli promessi da JP Morgan per finanziare la prossima Champions League.

E' una rivelazione fatta da un giornalista de Il Sole 24 ore, Carlo Festa: “è una contesa geopolitica tra due mondi finanziari diversi, Ceferin il capo della UEFA ha cercato di farsi sostenere finanziariamente da fondi sauditi, da esponenti della famiglia reale del Qatar. Gli Emirati Arabi da anni sostengono il calcio, ma sostenendone l'establishment, sostenendo la Uefa, la Fifa”.

Non a caso i prossimi giornali si giocheranno in Qatar, non a caso il Paris Saint Germain non è entrato nella super lega.

Non è un caso che Al Khelaifi, presidente del fondo sovrano del Qatar e del Paris Saint Germain ha sostituito Andrea Agnelli a presidente dell'associazione dei proprietari dei club diventando una sorta di paladino dei valori del calcio. Ma quando il calcio europeo era alle prese col fair play finanziario, tante le entrate tante le uscite, lui ha comprato Mbappè per 145 ml di euro, Neymar per 200ml di euro, questo perché il PSG è la prima squadra comprata da uno stato, che ha potuto aumentare i ricavi con sponsorizzazioni di Stato, soldi dalle aziende del Qatar, dalla compagnia aerea all'azienda del turismo.

Quest'anno si è assicurata a suon di milioni – racconta l'anteprima del servizio – Donnarumma, Sergio Ramos fino a Leo Messi.

Qual è la posta di questa battaglia di potere tra americani e arabi fatta a colpi di milioni sul calcio europeo? Soldi e potere, i diritti televisivi e chi comanderà nel calcio del futuro.

Per avere un'idea, il piatto dei diritti televisivi della super lega è stimato in 4 miliardi ed è in crescita.

Diritti oggi in mano in modo monopolistico da Uefa (titolare dei diritti della Champions) e dalla Fifa (per i mondiali di calcio).

Anche Agnelli in una conferenza se la prende col potere monopolistico della Uefa: la super lega era un grido disperato – si difende Agnelli.

LA Figc non ha accettato l'intervista con Presadiretta: all'inizio di questa storia la posizione di Gravina è stata molto sfumata. La posizione dell'associazione calciatori è diversa invece: Umberto Calcagno presidente Aic si chiede, nell'intervista come siano stati spesi i soldi incassati dalle squadre negli anni prima della pandemia, quando sono saliti gli introiti ma anche i debiti.

Il calcio è diventato un business in questi anni: secondo Cucchi il punto di svolta nel passaggio al calcio finanza è stata quando le squadre sono diventate Spa, il calcio è oggi un affare, ma il cuore rimangono i tifosi.

La super lega era una scorciatoia per uscire dal rischio della bancarotta, ma anche mondo per rompere il monopolio sui diritti: ma come hanno fatto le squadre ad indebitarsi tanto?

L'Inter dopo aver vinto lo scudetto ha dovuto vendere Lukaku e Akimi, secondo un piano di ridimensionamento: è come se il calcio fosse un colabrodo, perché se gli incassi finiscono tutti in stipendi. Se non ci fosse stato un fondo americano col suo prestito da 300ml, le cose si sarebbero messe male: forse a breve l'Inter potrebbe essere in vendita.

Questo spiega il progetto sul nuovo stadio a Milano: stadio con ristoranti e altri servizi a valore aggiunto, che le rendono macchine per far soldi.

Anche la Juve ha problemi di debiti, sia per l'operazione Ronaldo che per l'acquisto di Higuain: le grandi squadre italiane sono nella stessa situazione, se fossero aziende private normali, sarebbero già fallite.

Sono molte le squadre fallite nel calcio minore, dal Como al Vicenza al Bari, dopo i casi del Chievo Verona, Cesena e Parma nel 2015 per un bancarotta da 200ml di euro.

Una storia raccontata dall'ex capitano Alessandro Lucarelli: i camion che portavano via i materiali dagli uffici, il non avere più un pullman per le trasferte, l'usare i soldi proprie per pagare i dipendenti della società, diventando il simbolo della rinascita del Parma, dopo la retrocessione in serie D.

Dai successi dell'era Tanzi, al fallimento, legato anche al crac di Parmalat: la squadra non fallisce ma passa al nuovo presidente Ghirardi.

Anche l'ex AD Leonardi ha voluto raccontare la storia del crac a Presadiretta: è stato condannato in primo grado, anche per la questione della vendita del marchio, per la gestione del mercato e per le plusvalenze (fatte per gonfiare in modo fittizio il bilancio).

E' una strategia – si difende Leonardi – una cosa comune in tutto il mondo del calcio: si tratta di uno scambio tra giocatori il cui valore viene gonfiati per far sì che i bilanci delle società di calcio non fossero in perdita.

Oggi le plusvalenze valgono 800 ml di euro: “sono diventati un mezzo contabile con cui i club in difficoltà cercano di accomodare i bilanci molte volte a discapito di esigenze tecniche” - è Luciano Mondellino a parlare: “permette un incasso subito senza fuoriuscita di denaro.”

Analizzando le plusvalenze della Juventus degli ultimi anni, il giornale Calcio e Finanza ha scoperto che nella gestione Agnelli il loro peso è sempre cresciuto fino a rappresentare il 20% del fatturato, crescita più marcata dopo gli acquisti di Cristiano Ronaldo e Higuain.

E' un calcio ancora regolare, quello dove le squadre rimangono in piedi per delle plusvalenze, con rapporti privilegiati tra alcune squadre e altre?

Di questo calcio poco trasparente ne parla il giornalista Pistocchi, ex Mediaset: a Presadiretta racconta delle moviole proibite, delle commissioni esagerate pagate ai procuratori, “quando scorre tanto denaro il sistema va regolato. Noi abbiamo bisogno di un sistema calcio da rivoluzionare” continua Maurizio Pistocchi, favorevole ad un maggiore controlli sui soldi che transitano nel sistema calcio - “ma non possono rivoluzionarlo gli interpreti che hanno portato il sistema allo sfascio”.

In Germania la soluzione a questo problema è l'azionariato popolare: il Bayern Monaco è in mano al 75% ai tifosi, il resto è in mano agli sponsor.

Altri club sono in mano ad associazioni di tifosi, con dentro tifosi che possono influenzare le politiche del club. Non decidono sul calciomercato, ma possono dare indicazioni generali, come per esempio il rifacimento dello stadio del Colonia calcio, che poi non si è fatto, lo stadio rimane al suo posto.

In Italia ad un progetto simile sta lavorando il “tifoso” Carlo Cottarelli: una società in crisi potrebbe essere risanata prendendo soldi non da fondi speculativi, ma da azionisti che vogliono sostenere veramente la squadra.

Dal calcio per ricchi, allo sport di massa: sui campetti di calcio, sulle piscine, sui campi di pallavolo e di pallacanestro non arrivano i milioni del calcio e nemmeno quelli dello Stato. E questo ha conseguenze gravissime sulla nostra salute.

A Torino si trova la Reale società di ginnastica, qui i ragazzi fanno esercizi col materasso, sognano di andare alle Olimpiadi, allenandosi per ore tutti i giorni: è da associazioni come queste che arrivano i campioni di domani. Per la prima volta quest'anno per rimanere aperta, la Reale società ha dovuto chiedere una colletta per coprire una spesa di 10mila euro.

Perché in Italia lo sport di massa lo pagano le famiglie: tenere aperte le strutture sportive ha un costo, e sono i comuni i proprietari della maggior parte delle strutture.

Ma i comuni non hanno soldi per ristrutturare le vecchie strutture costruite negli anni che così rimangono chiuse e abbandonate.

Sabrina Carreras è andata a vederle da vicino queste strutture abbandonate come la città del rugby a Roma: un progetto approvato dal comune nel 2004 che prevedeva la costruzione di uno stadio per la squadra capitolina, ma variante dopo variante si è trasformato in un'opera mastodontica con tre piscine, un centro benessere, due sale fitness, una foresteria e una pista da pattinaggio. Era qualcosa di tutto finito – mostra alla giornalista il presidente del comitato di quartiere Spinaceto. 28 milioni spesi per un'opera oggi abbandonata perché la società che doveva completare l'impianto è fallita, il comune anziché trovare un altro imprenditore per completare i lavori si è dimenticato di avere questa struttura.

In questi anni in cui è stata abbandonata la struttura è diventata un rudere, è stata una occasione persa per lo sport, perché è impossibile da usare anche per il rugby poiché il campo non ha le misure regolamentari, il campo è di cinque metri sotto il consentito.

Sempre a Roma Calatrava aveva progettato la città dello sport, ma per i mondiali del 2009 l'impianto era ancora chiuso perché i 60ml di soldi pubblici per realizzare l'opera non bastavano più per la crescita dei costi. Così Roma oggi non ha ancora un palazzetto dello sport per i ragazzi, queste rende ancora più urgente la sua sistemazione.

Il 7 ottobre 2017 500 ragazzi romani hanno occupato lo stadio Flaminio, realizzato negli anni 50 in base ad un progetto che prevedeva anche una piscina, palestre per la ginnastica e per il pugilato. Chiuso per ristrutturazione dal 2018, è un simbolo di un comune che non sa utilizzare i suoi spazi che già ha – racconta Pietro Forti uno dei ragazzi dell'associazione Scomodo – c'è bisogno di spazi come questo per fare sport. A parole sono tutti buoni, continua, ma nei fatti si fa poco per renderlo nuovamente utilizzabile come spazio pubblico.

Ci sono anche impianti pubblici di quartiere abbandonati: come a Casal Bertone, realizzato dalle Ferrovie dello Stato nel 2012, ma il comune è mai riuscito a trovare un gestore per far partire l'impianto.

A Roma ci sono zone urbanistiche che non hanno impianti sportivi, specie fuori dal raccordo: ne parla l'urbanista Monni, spiegando che questa è una discriminazione per le famiglie romane,costrette a far salti mortali per accompagnare i figli a fare sport, oltre che a spendere molti soldi.

In Italia lo sport è per i ricchi, dice il presidente di Federconsumatori: per far nuoto ad un bambino, una famiglia arriva a spendere fino a mille euro, quasi uno stipendio.

Eppure l'Italia è ai primi posti per il numero di bambini sedentari, un dato che si è aggravato dopo la crisi economica e dopo la pandemia, specie al sud.

Lo sport è anche un modo per non far “perdere” i ragazzi per strada: dove sta il pubblico, dove stanno i comuni, il governo, le regioni?

Fare attività sportiva fa bene alla salute: i nostri bambini già a sei anni soffrono di dolori alla schiena, c'è il problema dell'obesità infantile, una nuova emergenza nel nostro paese.

I bambini devono muoversi, hanno fame di stimoli: con la scuola dell'obbligo aumenta la sedentarietà dei ragazzi, costretti a stare fermi per ore, mentre sappiamo che il movimento migliora l'apprendimento.

Mauro Berruto, ex allenatore di Pallavolo, oggi nella segreteria PD è promotore di un manifesto in cui si chiede di inserire la parola sport nella Costituzione, per determinare un diritto per i bambini con politiche pubbliche.

Il diritto allo sport che si deve integrare coi diritti alla salute e all'istruzione: lo Stato deve togliere ai privati l'esclusiva dello sport, se ne deve occupare lo Stato perché conviene a tutti.

Ma come funziona nel resto d'Europa? In Francia, ad esempio, lo sport lo paga lo Stato e si insegna nelle scuole. Basta entrare nelle scuole pubbliche francesi per rendersene conto: quasi tutte le scuole hanno delle piscine, piste di atletica, palestre, sale pesi con tutte le attrezzature, tavoli da ping pong e biliardini e già alle scuole elementari.

Piscine dove fare esercizio per almeno due ore alla settimana, per dare a tutti i ragazzi la stessa opportunità, di prendere confidenza col nuoto. Palestre dove fare diversi sport, per mostrare ai ragazzi più possibilità.

In Francia lo sport è cultura: per questo ogni scuola ha la sua associazione sportiva, dove gli insegnanti devono lavorare per almeno tre ore la settimana.

Tutto pagato dallo Stato perché, come ha spiegato il ministro dell'educazione nazionale Blanquer conviene: “è stato dimostrato che un euro investito nell'attività fisica dei bambini genera 8 euro di risparmio per il servizio sanitario, direi che è un buon investimento.”

Lo Stato investe nelle strutture ma anche negli insegnanti (che sono 500mila), che vengono formati per insegnare ai ragazzi la pratica di diversi sport.

In Italia arriveranno miliardi dall'Europa che dovremo spendere col pnrr: dobbiamo fare delle scelte ora, per spendere bene i soldi per gli italiani di oggi e di domani, meno grandi opere e più palestre e piscine, più ore di ginnastica.

Bella l'intervista, a fine servizio a Antonio Bosso, campione di Parkour: questo sport lo ha salvato da un altro destino, che forse era scontato.

13 settembre 2021

Anteprime Presa diretta – il diritto allo sport

Le immagini dei nostri atleti vincitori alle Olimpiadi a Tokio e, ancor di più alle para-olimpiadi, ci hanno emozionato.

Eppure in Italia in televisione l'unico sport di massa rimane il calcio e le nostre città sono ancora una trappola per chi deve muoversi su una carrozzina (o ha in generale delle difficoltà fisiche). 

Presadiretta stasera si occuperà dello sport in Italia e, nella prima parte, di quello che sta succedendo nel mondo del calcio, partendo dall'annuncio poi fallito, della nascita della super lega nell'aprile scorso. 12 top club europei, tra cui Juventus, Inter e Milan, che avrebbero giocato in un campionato europeo d'elite: una sfida alle istituzioni calcistiche, la Uefa, che detiene i diritti della massima competizione europea, la Champions League.

Non era un tentativo di colpo di stato, si è giustificato Andrea Agnelli presidente della Juventus in una conferenza stampa nei giorni successivi al dietro front, ma “un grido d'allarme per un sistema che, non so se consapevole o non consapevole, si indirizza verso l'insolvenza.”

La Juventus da anni chiude i bilanci in perdita, spiega a Presadiretta Luciano Mondellino direttore di Calcio e Finanza, “la superlega con guadagni garantiti a Juve Inter e Milan sembrava una toppa ai problemi che sono emersi negli anni”.

Guadagni garantiti da una banca d'affari che sul piatto avrebbe messo 4,5 miliardi - spiega Riccardo Cucchi, giornalista sportivo -ma questi non era miliardi regalati, bisogna pensare che quelle squadre di calcio sarebbero diventate prigioniere di quella banca d'affari.

Perché le tre squadre italiane che hanno aderito sono anche tra le più indebitate: se fosse una società privata sarebbe già fallita, fattura 3,5 miliardi di euro e ha debiti per 4,5 miliardi. “Oggi i conti tornano con le plusvalenze” racconta il giornalista Pistocchi ad Alessandro Macina.

Analizzando le plusvalenze della Juventus degli ultimi anni, il giornale Calcio e Finanza ha scoperto che nella gestione Agnelli il loro peso è sempre cresciuto fino a rappresentare il 20% del fatturato. Sono cresciuti i movimenti di giocatori dopo gli acquisti costi di Cristiano Ronaldo e Higuain.

“Sono diventati un mezzo contabile con cui i club in difficoltà cercano di accomodare i bilanci molte volte a discapito di esigenze tecniche” - è sempre Luciano Mondellino a parlare: “permette un incasso subito senza fuoriuscita di denaro.”

Chi ha pagato per le plusvalenze è stato il Parma: al momento del fallimento nel 2015 aveva 150 giocatori a contratto spostati come pedine per logiche di bilancio. Giocatori mai visti al centro sportivo della squadra emiliana.

Sono molte le squadre fallite nel calcio minore, dal Como al Vicenza al Bari, dopo i casi del Chievo Verona, Cesena e Parma nel 2015 per un bancarotta da 200ml di euro.

Una storia raccontata dall'ex capitano Alessandro Lucarelli: i camion che portavano via i materiali dagli uffici, il non avere più un pullman per le trasferte, l'usare i soldi proprie per pagare i dipendenti della società, diventando il simbolo della rinascita del Parma, dopo la retrocessione in serie D. Dai successi dell'era Tanzi, al fallimento, legato anche al crac di Parmalat

La super lega è un'idea principalmente del presidente del Real Madrid Florentino Perez e di Andrea Agnelli, “la sua idea è di far diventare la Juventus la portabandiera del calcio nel mondo” racconta il giornalista del NYTimes Tario Panja.

La spinta a questa super lega arriva anche dalla crisi finanziaria ha investito il Barcellona e il Real Madrid che hanno accumulato enormi debiti da rimborsare anche a breve termine e la necessità di dover reperire fondi il più velocemente possibile.

Abbiamo visto in tanti l'addio al Barcellona di Leo Messi, “per ragioni strutturali” si è detto: sono i soldi, il Barcellona è in rosso per più di 1 miliardo di euro e non si può permettere l'ingaggio faraonico chiesto da Messi, 35 ml di euro l'anno, ecco perché hanno aderito al progetto super lega.

Questo avrebbe avuto l'appoggio anche della Fifa, spiega il giornalista del NYTimes il cui presidente è lo svizzero Gianni Infantino: nei documenti che il giornalista ha visionato si parlava in codice di un progetto W01 che significava Fifa, dunque i club contavano di essere appoggiati dalla Fifa.

Infantino si è difeso dicendo di averne parlato, del progetto, questo lo sapevano tutto, ma non significa che la sua organizzazione fosse dietro il progetto o che complottasse.

Chi c'era sicuramente dietro l'affare è la banca d'affari JP Morgan che da anni investe nel mondo del calcio: sarebbero stati i finanziatori del progetto, dando ai 12 club fondatori un prestito complessivo di 3,5 miliardi di dollari da rimborsare in 20 anni – lo dice Patricia Kowsmann, giornalista del Wall Street journal – usando un tasso di interesse del 2 o 3%.

In più la banca acquistava anche diritti televisivi per i quali erano previsti enormi margini di crescita.

In quali mani è finito il calcio (non solo italiano)? Ci sono capitali stranieri, come quelli che hanno preso la proprietà della Roma, finita nelle mani di un magnate americano. Ma nel calcio europeo ci sono anche soldi da fondi arabi: dopo la notizia della super lega, la UEFA ha annunciato di aver trovato un fondo che avrebbe messo più soldi di quelli promessi da JP Morgan per finanziare la prossima Champions League.

E' una rivelazione fatta da un giornalista de Il Sole 24 ore, Carlo Festa: “è una contesa geopolitica tra due mondi finanziari diversi, Ceferin il capo della UEFA ha cercato di farsi sostenere finanziariamente da fondi sauditi, da esponenti della famiglia reale del Qatar. Gli Emirati Arabi da anni sostengono il calcio, ma sostenendone l'establishment, sostenendo la Uefa, la Fifa”.

Non è un caso che Al Khelaifi, presidente del fondo sovrano del Qatar e del Paris Saint Germain ha sostituito Andrea Agnelli a presidente dell'associazione dei proprietari dei club diventando una sorta di paladino dei valori del calcio. Ma quando il calcio europeo era alle prese col fair play finanziario, tante le entrate tante le uscite, lui ha comprato Mbappè per 145 ml di euro, Neymar per 200ml di euro, questo perché il PSG è la prima squadra comprata da uno stato, che ha potuto aumentare i ricavi con sponsorizzazioni di Stato, soldi dalle aziende del Qatar, dalla compagnia aerea all'azienda del turismo.

Quest'anno si è assicurata a suon di milioni – racconta l'anteprima del servizio – Donnarumma, Sergio Ramos fino a Leo Messi.

Qual è la posta di questa battaglia di potere tra americani e arabi fatta a colpi di milioni sul calcio europeo? Soldi e potere, i diritti televisivi e chi comanderà nel calcio del futuro. Per avere un'idea, il piatto dei diritti televisivi della super lega è stimato in 4 miliardi ed è in crescita.

A far fallire il progetto sono state le proteste dei tifosi e così molti presidenti, come quello del Liverpool l'americano John Henry, hanno dovuto chiedere scusa.

La crisi ha fatto venir fuori la verità su come viene gestito il mondo del calcio: a raccontarlo è uno dei supporter dell'Arsenal: il proprietario della squadra inglese Stan Kroenke possiede una holding con cui controlla diverse squadre e considera l'Arsenal solo come uno strumento per far soldi, non per custodire il club. Ed è venuta fuori anche la verità sui debiti milionari del sistema calcio. Come hanno fatto le squadre di calcio ad accumulare tanti debiti, visto che prima della pandemia si è registrato un aumento del fatturato del +40%, ovvero 3,5miliardi di euro? Cosa ci hanno fatto con questi soldi?

I cattivi sono solo i club della super lega o anche la Uefa e la Fifa che di fatto hanno il monopolio sui redditi delle competizioni internazionali che sono quelli più sostanziosi?

“Noi abbiamo bisogno di un sistema calcio da rivoluzionare” continua Maurizio Pistocchi, favorevole ad un maggiore controlli sui soldi che transitano nel sistema calcio - “ma non possono rivoluzionarlo gli interpreti che hanno portato il sistema allo sfascio”.

Dal calcio per ricchi, allo sport di massa: sui campetti di calcio, sulle piscine, sui campi di pallavolo e di pallacanestro non arrivano i milioni del calcio e nemmeno quelli dello Stato.

In Italia lo sport di massa lo pagano le famiglie, andando a spendere ogni anno anche migliaia di euro per far fare ai propri figli un'attività sportiva.

Ci sono impianti abbandonati come lo stadio di rugby a Roma costato 28ml di euro, il palazzetto dello sport sempre a Roma chiuso nel 2018 e ancora non ristrutturato.

500 studenti hanno invece occupato lo stadio Flaminio anche questo chiuso in attesa di ristrutturazione.

Sabrina Carreras è andata a vederle da vicino queste strutture abbandonate come la città del rugby a Roma: un progetto approvato dal comune nel 2004 che prevedeva la costruzione di uno stadio per la squadra capitolina, ma variante dopo variante si è trasformato in un'opera mastodontica con tre piscine, un centro benessere, due sale fitness, una foresteria e una pista da pattinaggio. Era qualcosa di tutto finito – mostra alla giornalista il presidente del comitato di quartiere Spinaceto. 28 milioni spesi per un'opera oggi abbandonata perché la società che doveva completare l'impianto è fallita, il comune anziché trovare un altro imprenditore per completare i lavori si è dimenticato di avere questa struttura.

In questi anni in cui è stata abbandonata la struttura è diventata un rudere, è stata una occasione persa per lo sport, perché è impossibile da usare anche per il rugby poiché il campo non ha le misure regolamentari, il campo è 5 metro sotto il consentito.

Il 7 ottobre 2017 500 ragazzi romani hanno occupato lo stadio Flaminio, realizzato negli anni 50 in base ad un progetto che prevedeva anche una piscina, palestre per la ginnastica e per il pugilato. Chiuso per ristrutturazione dal 2018, è un simbolo di un comune che non sa utilizzare i suoi spazi che già ha – racconta Pietro Forti uno dei ragazzi dell'associazione Scomodo – c'è bisogno di spazi come questo per fare sport. A parole sono tutti buoni, continua, ma nei fatti si fa poco per renderlo nuovamente utilizzabile come spazio pubblico.

Ma come funziona nel resto d'Europa? In Francia, ad esempio, lo sport lo paga lo Stato e si insegna nelle scuole. Basta entrare nelle scuole pubbliche francesi per rendersene conto: quasi tutte le scuole hanno delle piscine, piste di atletica, palestre, sale pesi con tutte le attrezzature, tavoli da ping pong e biliardini e già alle scuole elementari. Tutto pagato dallo Stato perché, come ha spiegato il ministro dell'educazione nazionale Blanquer conviene: “è stato dimostrato che un euro investito nell'attività fisica dei bambini genera 8 euro di risparmio per il servizio sanitario, direi che è un buon investimento.”

Lo sport di massa per tutti, bambini e non, va finanziato dallo Stato perché lo sport è un diritto da difendere, è il commento di Riccardo Iacona.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 settembre 2021

Vent'anni dopo

L'11 settembre di venti anni fa la guerra entrava nelle case degli americani e dei cittadini di tutto il mondo: la guerra non in un luogo sperduto e lontano (come l'ambasciata in Kenya), ma nel cuore della finanza, con l'attacco alle Torri Gemelle con due aerei pilotati da membri di Al Qaeda.

Dopo venti anni, dopo quasi 3000 morti (molti dei quali tra i soccorritori, rimasti sotto le macerie), dopo la guerra al terrore, l'attacco all'Afghanistan dei talebani e all'Iraq di Saddam potremmo anche fare un passo avanti.

Andare oltre il patriottismo occidentale, la supremazia della nostra cultura: la guerra per esportare la democrazia, con tutto il corollario di bugie al paese, delle torture, dei massacri di civili (i numeri dei morti in Iraq e Afghanistan non viene mai riportato), non hanno risolto nulla.

Leggetevi il saggio di Stefania Maurizi su Wikileaks e sul processo ad Assange per farvi una vera idea di cosa sia stata questa guerra sporca.

Giusto per avere un'idea:

L’Iraq Body Count ha verificato che dal marzo del 2003 all’ottobre del 2020 il numero di civili innocenti uccisi in Iraq oscilla tra 185.395 e 208.419

(Il potere segreto – Stefania Maurizi Chiarelettere)

Me lo ricordo quell'11 settembre di tanti anni fa, con la prima notizia del primo aereo che andò a schiantarsi sulla prima Torre, per un incidente si disse. Poi il secondo aereo, poi l'incendio e il fumo che avvolgeva le Torri, le immagini agghiaccianti delle persone attaccate alle finestre. Poi il crollo.

Sembrava un film invece era il più violento attacco sul suolo americano da parte di un gruppo di terroristi che aveva a capo Osama Bin Laden.

Normalmente la narrazione sull'attacco alle Torri Gemelle si concentra su queste immagina, senza raccontare il prima e il dopo, oppure raccontando solo quello che fa comodo.

Le agenzie governative che si occupavano del terrorismo che non si scambiavano le informazioni, FBI e Cia.

E poi l'utilizzo della paura come strumento per governare, per convincere il paese che si deve sacrificare un po' delle nostre libertà per vivere sicuri dalla minaccia del terrorismo.

Cosa importa se le armi di massa non esistevano. Cosa importa l'uso del terrore, di carceri come Guantanamo dove venivano violate tutte le regole del diritto.

Bombardiamo i nostri nemici: ma i nemici chi?

Di certo non i Sauditi, visto che Bush padre rimase in ottimi rapporti coi sauditi e con membri della famiglia Bin Laden mentre il figlio dava la caccia a Osama Bin Laden (lo riportò nell'ottobre 2001 The Guardian e lo ricorda anche Michael Moore nel suo film).

Volevamo esportare la democrazia senza nemmeno renderci conto che stavamo calpestando la democrazia (ovvero il rispetto dei diritti delle persone, delle minoranze, della libertà di espressione e di critica al potere) anche a casa nostra.

Oggi nei TG non sentirete parlare di John O'Neill, Richard Clarke, dell'Alec Station della Cia, del rapporto dove si parlava di una minaccia sui cieli dell'America, con aerei dirottati e fatti cadere sul suolo americano.

Non sentirete parlare di Abu Ghraib (se non in poche eccezioni come ieri su La Stampa), degli effetti collaterali della guerra. Dopo vent'anni è un po' poco.

10 settembre 2021

La vulnerabilità informatica


 
« .. "Potrei farle decine di esempi di potenziali rischi legati all'informatica, ma preferisco utilizzare un paradosso.

Quale potrebbe essere un disastro tale da mettere a rischio la nostra civiltà?" 

Io risposi: “Ritrovarci senza energia elettrica”. E lui: “Bene. Diciamo che esistono alcuni sistemi informatici deputati a gestirne la produzione e la distribuzione. Immaginiamo che qualcuno crei un virus con un solo obiettivo: spegnerli. Riesce a diffonderlo e i sistemi informatici che consentono la produzione di energia elettrica sono tutti ko. Cosa facciamo?".

Tu cosa faresti, Teresa?» Suo padre interruppe il racconto.

«Be', qualcuno li riaccenderà.»

«Più o meno la stessa risposta che ho dato io. E sai cosa ha ribattuto Artico? “Davvero? E con quale energia?” L’ho trovato geniale!» 

Il giorno del Bianconiglio - Chiarelettere Alessandro Curioni (la scheda sul sito de Il Libraio)

Nel libro di Alessandro Curioni si parla di cybersecurity (tema di cui l'autore si occupa da anni): il dialogo tra due protagonisti del racconto riportato sopra è inventato, ma è molto realistico. Quali sono i rischi reali, che impattano sulla nostra vita quotidiana, di un attacco informatico ad alcuni asset strategici come quelli che riguardano l'energia?

Una lettura molto interessante.

09 settembre 2021

L'impero di mezzo di Andrea Cotti

 

Quattro giorni prima

L’uomo cade. Fino a un attimo prima i suoi piedi erano posati sulla superficie dura e stabile del piano del parcheggio. Ora invece non toccano più nulla.

Lo stupore di trovarsi nel vuoto e nel buio lo annichilisce, la velocità della caduta polverizza i pensieri, interrompe le sinapsi.

È cieco e sordo. Il corpo, insensibile agli stimoli, sembra di plastica.

Poi, di colpo, l’elettricità nel cervello si riaccende, almeno parzialmente. È come una stanza per metà illuminata, e per metà nera.

Spesso parliamo della Cina senza saperne molto di questa nazione che è come un continente: 1,5 miliardi di persone che non parlano la stessa lingua, 4 lingue ufficiali e una miriade di dialetti tutti diversi tra loro.

Quando si parla di Cina si pensa alle aziende che si sono spostate nei loro distretti industriali dove il costo del lavoro e le regole di sicurezza sono inferiori a quelle europee.

Si pensa al controllo dei cittadini, ripresi dalle telecamere per strada, coi volti passati al setaccio grazie al riconoscimento facciale, come nel mondo distopico immaginato da Orwell. Ma quanto è realistica questa immagine del gigante Cinese?

L'Impero di mezzo, secondo romanzo dello scrittore Andrea Cotti (dopo Il cinese - Rizzoli), è come un viaggio dentro questo paese, dentro le sue contraddizioni di potenzia mondiale, dietro quell'apparenza di sicurezza ed efficienza perché tutto è sotto controllo.

Per andare a comprenderne il suo vero volto, la sua natura, in bilico tra un progresso senza limiti apparenti, grazie ad una economia che (Covid a parte), cresce a doppia cifra e un passato di storia millenaria che ancora ha lasciato delle tracce.

Sono il vicequestore aggiunto della polizia di Stato Luca Wu, ho trentaquattro anni, e sono nato in Italia da genitori cinesi. Sono italiano e sono cinese.

Ritroviamo come protagonista del giallo il vicequestore Luca Wu, metà italiano e metà cinese, nato in Italia da genitori cinesi trasferitisi in Italia negli anni '80, Silenzioso Wu e Luminosa Wu.

Può sembrare strano vedere identificate due persone per i soprannomi ma, come spiega lo stesso protagonista in questo viaggio in Cina

In Cina ci sono poco più di cento cognomi per una popolazione che supera il miliardo e mezzo. Allora, per identificare le persone, si usano i soprannomi.

Wu è stato per anni alla Mobile di Bologna, dove è cresciuto e si è sposato con un'italiana, per essere poi chiamato a Roma dal Questore, per affrontare un caso difficile, che riguardava due delitti avvenuti nella comunità cinese: l'inchiesta sul Demone, portata avanti assieme ai suoi uomini del commissariato di Torpignattara, lo ha provato fisicamente, portandolo a scontrarsi con le Triadi e con un serial killer pericoloso, ma anche emotivamente.

Perché come la Cina, il paese dei genitori e dei nonni, anche loro venuti in Italia, anche Luca Wu è un uomo sospeso, in bilico.

Perché sono cinese e sono italiano, ma non so chi sono davvero e qual è il mio posto. Perché sono spaccato in due e questa mia frattura mi fa fare del male a chi amo.

Per questa sua ferita, per questo non sentirsi né italiano né cinese, il suo matrimonio con Anna è andato in crisi e questo l'ha spinto a fare questo viaggio in Cina assieme ai nonni, nel loro paese d'origine. Per capire qual è la sua identità, chi sei e cosa vuoi, Luca Wu.

Ma anche qui si troverà a dover fare il suo lavoro, quello di poliziotto: pochi giorni prima un famoso imprenditore italiano, Andrea Grande, a capo di una famoso marchio di cellulari di fascia alta, è morto cadendo dal diciassettesimo piano di un parcheggio a Wenzhou.

La sua creatura si chiama la Yidali – Italian design, Chinese technology: creata assieme ad un socio cinese, è stata una sfida al gigante cinese proprio a casa sua.

Adesso, 13 maggio

La prima cosa che noto sono i poliziotti. Sono tanti, tantissimi.

Ci sono divise ovunque. Quelle blu della Renmin jingcha, la Polizia del Popolo, quelle verdi della Jingcha budui, la PaP, la polizia militare, quelle azzurrine degli agenti del traffico, e quelle dei vigilantes privati.

La sensazione opprimente è di essere circondati e osservati in ogni minimo gesto.

Wu viene convocato dall'ambasciatore Massimo Bruni Albano, assieme a due diplomatici dell'ufficio politico e un funzionario della cancelleria, personaggi che “puzzano” di uomini dei servizi. Dovrà lavorare come osservatore a fianco della polizia cinese che sta già lavorando sul caso: dalle prime evidenze sembra che si sia trattato di un incidente, una sbarra arrugginita che doveva essere sostituita e che invece manca, dello sporco per terra, il piede di Grande che scivola sullo sporco, il corpo che ruota e che cade nel vuoto..

Ma c'è qualcosa che non va: non è che non si fida del lavoro dei colleghi cinesi, ma come ogni sbirro sa che è bene controllare i dati, l'analisi del corpo, le immagini scrupolosamente, anche andando a scomodare i suoi colleghi italiani dall'altra parte del globo, magari mentre stanno riposando, visto il fuso orario.

Non è visto bene all'inizio questo suo atteggiamento delle persone che ha a fianco: il commissario di prima classe Tong Bo e il supervisore superiore Yien Bao Yi, una donna. Ma qualcuno in alto, sapendo della sua presenza in Cina, lo ha voluto sul caso e quel qualcuno è un sottosegretario del ministero di Pubblica Sicurezza. Una persona molto potente e, soprattutto, ex collega del padre, Silenzioso Wu quando era in polizia.

Ancora una volta lo scrupolo e lo zelo di Luca Wu hanno avuto ragione: quello che sembrava un incidente nasconda dell'altro. Le nuove perizie degli italiani smontano la tesi dell'incidente, qualcuno (un hacker, un nemico dell'imprenditore italiano) ha violato la sicurezza della rete aziendale della Yidali (perché, per qualche motivo?). C'è poi una strana lettera di addio, di Grande, che però potrebbe essere falsa..

No, questa indagine si dimostra quasi più complicata di quella del demone: perché Wu si trova a migliaia di km dai suoi uomini senza quella libertà di azione che avrebbe in Italia. Perché si trova in Cina, con dei poliziotti come lui che lo vedono come un “laowai”, uno straniero, uno che deve adattarsi alle usanze della Cina, che non è il suo paese.

Assieme alla giovane supervisore Yien, Wu si trova a dover girare per mezzo paese, da Wenzhou, a Hong Kong (in mezzo alle proteste per il clima politico nella ex colonia britannica), fino a Pechino.

E questo viaggio gli consentirà di scoprire un mondo: il mondo in cui vivono i cinesi, dove il boom e l'ondata di benessere non riescono a nascondere il malcontento delle persone.

Un paese che sta riversando un forte stress sulle nuove generazioni:

Sono rimasti stupiti da quanto sia forte in Cina la pressione sociale. Molto più che in Inghilterra o in Europa. Il lavoro, fare carriera in fretta, fare soldi, conquistare posizioni, fidanzarsi, sposarsi, fare figli da giovani, farli studiare nelle scuole migliori.

Ad ogni passo dell'indagine, Wu avverte la presenza della mafia cinese, le Triadi, che però in questo paese hanno un ruolo diverso, quasi integrato nel sistema imprenditoriale: perché in Cina è lo Stato a prestare soldi alle imprese e molte di queste vicine alle Triadi. Dove finisce lo stato e dove iniziano queste mafie?

L'indagine sulla morte di Grande diventa l'occasione per conoscere bene questo “impero di mezzo” (che richiama l'espressione “regno di mezzo” usata dai cinesi) a cui Wu è comunque legato. Un paese che sta correndo veloce nel futuro, anche cancellando le tracce del passato quando sono da ostacolo a questa folle corsa.

Un paese dove le persone non hanno paura a spaccarsi la schiena, ma fanno fatica a prendersi delle responsabilità.

Un paese dove, come qui in Italia, contano molto le relazioni tra le persone:

È guanxi. Una parola che in mandarino significa semplicemente “relazione”, “legame”, ma contiene un concetto profondo e stratificato della cultura cinese. È l’arte di stabilire rapporti..

Megalopoli da milioni di abitanti con l'ambizione di diventare sempre più grandi, treni sempre più veloci, interi distretti sorti da borghi di campagna in pochi anni. Un paese dove, secondo il partito, non avvengono reati, che si sta aprendo a nuove riforme ma dove c'è un forte controllo sulle persone. La censura, il “great wall” a bloccare la rete internet.

Ma cosa c'è dietro questa corsa? Quale il prezzo da pagare in termini di consumo dell'ambiente, in termini umani?

Forse la morte di Andrea Granze, Grande zong come rispettosamente veniva chiamato dai suoi dipendenti, da cui era molto amato, è legata alle contraddizioni di questa crescita?

Un giallo molto intricato ma anche un viaggio in un paese troppo grande da descrivere in poche parole, con passaggi da manuale di geopolitica: questo nuovo romanzo “Impero di mezzo” è un romanzo che cattura l'attenzione pagina dopo pagina, anche per il ritmo veloce che l'autore ha dato al racconto.

E con un protagonista che è un po' l'emblema di questo paese così lontano, un po' bianco, un po' nero (o giallo), come il Tao, due cerchi in perfetto equilibrio, quello che Luca Wu deve trovare. Per sua moglie, per suo figlio,per sé stesso.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli e il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


08 settembre 2021

Tifo da stadio

Si green pass, no green pass, l'invidia del rolex, il metadone di stato, apartheid di stato, viva la libertà, il fascismo è finito (allora basta avvisare i fascisti), negazionisti delle foibe, giustizialisti vs garantisti, amici dei talebani..

Abbiamo trasformato la discussione politica in una questione di tifo e questa è di fatto la vittoria più grande del populismo, e non è solo un problema di grillini e sovranisti. Populista è diventata la discussione nei talk dove a discutere di giustizia e obblighi vaccinali si invitano personaggi come la scrittrice Boralevi, la leghista Donato (che abbiamo mandato in Europa a nostre spese), la commentatrice di calcio Ilaria D'Amico.
Populista è l'informazione che insegue i voltafaccia dei leader politici alle prese coi selfie e i bagni di folla.

Nel tifo da stadio si mettono sullo stesso piano i no vax con insegnanti e presidi e i loro problemi nelle aule scolastiche (sempre le stesse) e coi protocolli a tutela della salute delle persone. Si usa il green-pass come scudo per chiudere tutte le discussioni, o sei pro o sei contro, nessuna sfumatura è possibile.

Chiedetelo ai lavoratori della Riello o della Gianetti ruote, vittime della delocalizzazione cosa ne pensano della polemica del Rolex o del boom italiano che ci aspetta: sono tutte persone che ora dovranno arrangiarsi per trovare un altro lavoro. Non solo, si trovano di fronte a situazione incredibili: quanti nella Gianetti hanno trovato un lavoro devono ora pagare il preavviso all'azienda (che poi è in mano ad un fondo speculativo). 

Lo scorso anno avevamo compreso l'importanza della sanità pubblica, per tutti, sul territorio e non concentrata nei grandi ospedali (spesso privati): ecco la regione Lombardia è riuscita a sorprenderci un'altra volta (dopo lo scandalo dei camici, il flop del portale delle prenotazioni, la non chiusura dei primi focolai). Nella proposta di riforma del sistema sanitario la Moratti intende regalare i presidi sul territorio ai privati. 

Avete più sentito parlare di salario minimo, di maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro, di lotta alle disuguaglianze? 

No. Le morti sul lavoro provocano le solite lacrime di coccodrillo, salario minimo e anche reddito di cittadinanza sono viste come misure che bloccano le mani libere delle aziende.

E le alluvioni, gli eventi meteorologici sempre più intensi che causano danni alle persone, alla circolazione, al settore ortofrutticolo? Tutto soffocato dal chiacchiericchio su nucleare si nucleare no. Come se le centrali di nuova generazione fossero li per venire.

Sparito anche il tema del pnrr, quei miliardi che magicamente cambieranno il volto del paese: come li spenderemo, chi controllerà la spesa, come verranno monitorati gli effetti di questa spesa eccezionale?

Non basta dire "basta che ci siano Draghi e Mattarella", e da fastidio sentir ripetere che bisogna rilassare vincoli e procedure. In un paese dove crollano ponti (e funivie a Mottarone, ma chi se lo ricorda più?) e nessuno ha colpa.

07 settembre 2021

Presadiretta – la guerra dei soldi

Una puntata dedicata al bitcoin e alle altre criptovalute, monete virtuali che non si comprano in banca e che in questi anni hanno raccolto duemila miliardi di dollari (in transazioni che non sono passate attraverso i canali tradizionali).

Sarà la moneta del futuro? E cosa faranno le banche tradizionali e le banche centrali?

Oggi in commercio ci sono monete virtuali, non emesse dalle banche: la loro importanza la si capisce dal fatto che sono diventate sponsor di squadre di calcio, Socios.com per l'Inter o sponsorizzano le società di streaming come Cripto.com il cui logo appare durante il VAR. Sono siti che vendono criptovalute e che hanno portato milioni freschi nelle casse delle squadre.

Si chiamano Exchange questi siti e lo scorso aprile Coinbase, l'exchange più grande di tutte, è sbarcata a Wall Street raccogliendo 63,5 miliardi di dollari e battendo ogni record di un titolo al debutto sull'indice Nasdaq.

Il 2% della popolazione mondiale investe in criptovalute, in Italia siamo al 5%: persone che si sono avvicinate per gioco, ma la maggioranza sono persone che si sono avvicinate quando il valore di questa moneta era basso e che nel corso degli anni, al crescere del valore, è diventata ricca. Questa crescita ha fatto da traino per altri investitori.

Andrea Ferrero è cofondatore della Young, società di scambio di queste monete: ha raccolto 2 milioni di euro di raccolta fondi, a Presadiretta racconta della guerra sul prezzo di queste monete, che al mondo sono migliaia, alcune delle quali sono solo truffe.

Il loro obiettivo è costruire una banca cripto, offrendo tutti i servizi delle banche tradizionali, dalle carte ai prestiti: vorrebbero diventare loro una banca, rendendo inutile per le persone andare presso uno sportello a fare operazioni.

A Treviso lavora Alessandro in una miniera fatta da una serie di computer che elaborano calcoli complessi per generare, “estrarre”, monete virtuali.

La febbre dell'oro ha contagiato il mondo, oggi per comprare le schede usate per estrarre monete si deve spendere molto di più che in passato: le grandi miniere di oggi sono grandi capannoni che spuntano nei luoghi del mondo dove l'energia costa poco, per lo più nell'est del mondo.

Ma si trovano anche a Milano: il giornalista di Presadiretta ha visitato un capannone si trovano batterie di macchine per estrarre bitcoin, al momento irreperibili sul mercato, dove si estrae un bitcoin al mese, una moneta che oggi vale 40mila dollari.

Bitcoin nasce nel 2008, col crollo delle banche d'affari, come Lehmann Brothers: è nata per cambiare le regole del gioco, rimuovendo gli intermediari che controllavano il sistema monetario privato e centrale, l'idea era creare “la moneta del popolo” racconta Luca Fantacci dell'università Bocconi.

Una moneta scarsa, nata da un creatore senza identità, disintermediata, in numero finito, come anche l'oro è scarso in natura: oggi un solo bitcoin vale 40mila euro, avrà lo stesso impatto dell'oro sulla finanza mondiale?

Dietro il bitcoin c'è la blockchain, di fatto una sequenza di bonifici che segue le transazioni di questa moneta sin dall'inizio, una sorta di registro contabile: questa modalità peer to peer consente di fare a meno delle banche perché ci sono i miners che certificano le transazioni che vengono scritte sul registro e vengono ricompensati per ogni transazione certificata (appiccicata a fine registro) con delle monete virtuali.

Serve energia a basso costo per queste elaborazioni e così vecchie fonti di energia, come quella idroelettrica di una centrale a Trento, venduta a società come la Alps Blockchain che ha realizzato diversi impianti tra Trento e Val d'Aosta, con cui estrarre a fine anno fino a 3 bitcoin l'anno.

Ci sono paesi però che, per l'alto consumo di energia, proibiscono l'estrazione delle monete, come la Cina, ma senza grossi successi.

Ci sono anche strutture di mining che prendono energia da vecchie centrali a carbone oppure basate sugli idrocarburi: una deputata dello stato di NY ha così deciso di presentare una legge che proibisca l'uso di queste centrali per il bitcoin.

Ma ci sono paesi che invece cercano di attrarre investimenti tramite bitcoin, come El Salvador che ha reso questa criptovaluta come moneta di stato.

O come la bitcoin valley in Trentino dove ci sono exchange più che a Berlino: in questa provincia coi bitcoin si possono fare acquisti per beni e servizi di tutti i giorni, dal parrucchiere ai giornali.

Dietro i bitcoin c'è l'idea di arrivare ad una moneta di scambio tra uomo e uomo, oppure solo la volontà di arricchirsi in un investimento speculativo?

In questo mercato non esiste un'entità di controllo, come la Sec o come la Consob: è come un Far West, ma su questa i pareri degli esperti interpellati da Presadiretta sono diversi.

Una rivoluzione che ci porta nel futuro oppure una controrivoluzione, un ritorno alla moneta di Von Hayek?

E' possibile pensare un mondo senza banche centrali controllare da organi politici?

Nel lungo periodo, dove però saremo tutti morti, anche bitcoin sarà una moneta stabile come l'oro?

Ci sono però monete che diversamente da bitcoin non hanno avuto successo: in tutto sono circa seimila, stiamo vivendo una bolla delle criptovalute, come la bolla delle dot.com nel duemila. Ma quando la bolla si sgonfierà tutta la moneta si riverserà su quelle solide che rimarranno in piedi.

Nel mondo blockchain ci sono state anche delle truffe, come quella di Onecoin, che ha sottratto 20 miliardi nel mondo, dagli investitori. Ai tempi della pandemia c'è stato anche il coronacoin, una speculazione sui morti per coronavirus (su cui milioni di persone hanno investito).

C'è poi la storia di Bitgrail, un exchange specializzato in nano monete virtuali, dove queste monete sono state oggetto di un furto virtuale.

Non è facile capire chi siano le vittime e chi i colpevoli in questi episodi di truffa ed è per questo che le criptovalute sono amate dai criminali, dai narcotrafficanti per il traffico di droga e dai criminali per il riciclaggio.

Sarà difficile chiudere questo mercato che fa gola ai big di internet come Facebook che si è fatta la sua criptovaluta, per consentire l'accesso ai servizi finanziari a chi non ne aveva i mezzi o le conoscenze.

Servizi economici per le persone che non hanno un conto in banca, persone provenienti dalle periferie del mondo che non entrano in una banca ma hanno un cellulare e un account FB.

Libra diventerebbe una banca in mano ad un monopolista, in concorrenza con gli stati centrali: contro FB si sono espresse le banche centrali e l'Oms.

Oggi le banche centrali stanno studiando la loro moneta virtuale: la stessa BCE sta lavorando ad un euro digitale, per evitare rischi in un futuro di instabilità monetaria in Europa.

Ma solo in Cina esiste una vera moneta virtuale di Stato, varata dalla banca centrale ed usata dal 40% della popolazione e le società private devono mettersi d'accordo con lo stato per far circolare le loro monete.

Con lo yuan digitale si possono offrire servizi bancari anche negli angoli remoti del paese, non serviti dalle normali banche: il rischio è mettere nelle mani dello stato cinese il controllo delle transazioni.

In che modo si possono controllare le sanzioni economiche di un paese, come la Corea del nord, col passaggio allo yuan digitale?

Negli Stati Uniti hanno fatto simulazioni di questi scenari geopolitici in cui i rapporti di forza tra Occidente e Cina sono cambiati rispetto a qualche anno fa.

L'influenza della Cina aumenterà anche grazie al passaggio alla moneta virtuale che prenderà il posto del sistema Swift o del dollaro, per le transazioni commerciali.

Ma le banche tradizionali stanno facendo il loro lavoro, oggi, per il sostegno alle imprese e alle famiglie?

L'arrivo del Covid ha costretto il governo a immettere 400 miliardi per tenere in piedi le imprese in crisi, per le restrizioni: di questi, anche secondo le stime di ABI, solo la metà sono finite alle imprese come finanziamenti.

Presadiretta ha raccolto diversi casi di imprenditori che dopo aver chiesto un finanziamento ad una banca, che a loro volta chiedevano garanzie anche al di fuori dalla garanzia dello Stato, costringendoli a mettere a garanzie beni personali, case e capannoni. Molti sono stati costretti a rientrare da vecchi debiti prima di ottenere il prestito (lo aveva raccontato una puntata di ottobre di Presadiretta).

Secondo una stima della CGIA di Mestre solo un quinto dei prestiti di stato (quelli del decreto liquidità) sono finiti alle imprese, il resto sono serviti a risanare vecchi prestiti.

Perché un problema delle banche in questi anno sono i crediti non performanti, quelli inesigibili, che pesano sui bilanci e che portano poi a erogare sempre meno prestiti.

Esiste una correlazione tra l'andamento dell'economia e la crescita di questi crediti inesigibili: ma se l'economia non riparte come facciamo? Come riparte il paese?

C'è poi un'altra questione: gli sportelli delle banche oggi vengono chiusi, specie nei piccoli comuni, come a Gabiano in provincia di Alessandria.

La banca locale è stata chiusa senza avvisare l'amministrazione, i conti correnti son stati spostati in altre filiali lontane anche 30km ed è difficile anche andare al bancomat.

Senza banche è difficile anche ottenere un prestito o pagare i dipendenti tramite bonifici per le imprese.

Mantenere le filiali ha un costo, rispondono le banche, come la BPM che ha chiuso a Gabiano: BPM non ha concesso l'intervista, ma ha spiegato che sta rimodulando la sua offerta commerciale, per rinforzare i servizi digitali – spiega in una mail.

Ma queste ristrutturazioni nascono anche dalle fusioni tra gruppi bancari, che paradossalmente (avendo meno concorrenti) porta ad una desertificazione dei servizi bancari sul territorio.

Abbattere i costi, minimizzare i rischi, massimizzare i profitti: tra i rischi da minimizzare ci sono i titoli di stato, i debiti che non potranno essere riscossi per la pandemia.

Ma se non saranno le banche a sostenere l'economia, chi lo farà?

In Italia il sistema bancario non è esente da peccati: in Veneto il crac delle banche popolari ha portato ad un terremoto finanziario che ha travolto un intero territorio, famiglie e imprese.

Banche che hanno tradito la fiducia delle persone – racconta Maurizio Crema giornalista de Il Gazzettino e autore del libro Banche rotteIl costo per il territorio veneto di questi crac è stimato in 60-70 miliardi di euro.

In Calabria invece la crisi delle banche ha portato famiglie e imprese nelle mani degli strozzini, usurai che chiedevano interessi esorbitanti, fino al 27% mensile.

Questa regione è l'ultima in classifica per i prestiti, qui è difficile ottenere un prestito perché è considerato rischioso, ma in questo modo si strozza l'economia regionale.

Racconta Don Marcello Cozzi, di una associazione anti usura, che le banche si devono rendere conto che è vero che prestare soldi è rischioso, ma senza questi rischi loro stesse rischiano di sparire.

Anche perché il sistema bancario raccoglie il 19% dal sud, ma presta alle imprese del sud solo al 14%, preferendo investire e prestare soldi al nord.

Esistono per fortuna anche realtà come quella di Banca Etica, dove a comandare non c'è solo il profitto.