11 marzo 2020

Carlo Lucarelli L’inverno più nero



Il tedesco spalancò la portiera e infilò la testa nella macchina, attento a non sbattere l'elmetto contro il montante.Si era tolto un guanto che teneva in bocca, tra i denti, come un cane, perché l'altra mano la stringeva sull'impugnatura del mitra, l'indice gonfio di lana ruvida che riempiva il ponticello, sul grilletto.

Probabilmente uno dei romanzi migliori di Lucarelli e sicuramente uno dei più complessi, articolati, intricati, tra quelli con protagonista il commissario De Luca (De Luca e basta, un nome, solo commissario o comandante).

Lo avevamo lasciato che non era più un poliziotto (alla fine di Peccato originale), dopo il rovesciamento di Mussolini per l'8 settembre 1943 e l'instaurazione della Repubblica di Salò, il governo fantoccio controllato dai tedeschi.
Arruolato nella squadra fascista di Rassetto, ex poliziotto pure lui, per salvare la vita in quel periodo nero della storia italiana in cui tutto sembrava sfasciarsi nelle istituzioni: il peccato originale di De Luca che poi penderà su di lui come una spada di Damocle.

Questo nuovo romanzo è ambientato un anno dopo, nel dicembre nero del 1944, sempre a Bologna: gli alleati fermi per il fango e il freddo poco dopo la linea Gotica e i tedeschi al di qua, al nord, a saccheggiare le industrie, i beni sequestrati agli ebrei e agli italiani che finivano nelle loro grinfie.
E poi i fascisti, con le loro mille polizie politiche che operavano in autonomia, per terrorizzare la popolazione, dare la caccia ai partigiani, ai rappresentanti delle forze politiche antifasciste.

In mezzo gli italiani, stanchi e spauriti da quattro anni di guerra, la guerra di Mussolini a fianco dell'alleato germanico che aveva portato fame, morti, i dispersi in Russia e in Africa.
E ora, in quell'inverno più nero, più duro, più infame della storia del nostro paese, alle prese col razionamento, la borsa nera, i rastrellamenti, i posti di blocco coi tedeschi col mitra in mano a ringhiare parole feroci contro quegli italiani, visti solo come popolo da predare e spremere fino alla fine...

L'inverno più nero è il più articolato dei romanzi con De Luca che dovrà affrontare ben tre diverse indagini, non da poliziotto ma come vicecomandante della squadra autonoma di polizia politica: tre indagini diverse che gli sono commissionate da tre persone diverse, che riguardano tre morti scoperti l'uno a poca distanza dall'altro.

Il primo morto è un avvocato bolognese, ritrovato sotto il portico di via “Senzanome” (le strade di Bologna e i loro soprannomi meriterebbero un post a parte): ucciso dalle botte, tante botte, di una delle tante polizie fasciste o magari dai tedeschi e lasciato lì, come un sacco d'immondizia.

Lui lo sapeva che era così. Era stato qualcun della Guardia Nazionale Repubblicana, o di una Brigata Nera, o qualche altro Ufficio Politico, lo avevano portato in una caserma, lo avevano massacrato e poi lo avevano mollato lì. Così Rassetto, che comandava la Squadra Autonoma di cui De Luca faceva parte, aveva mandato lui, che se ne intendeva, a intorbidire le acque nel modo giusto..

De Luca arriva sul posto per lasciare un bigliettino di rivendicazione dei partigiani, giusto per intorbidire le acque.

Il secondo morto è poco distante: a questo, De Luca e i poliziotti sul posto, arrivano dopo che un testimone ha parlato di diversi colpi di pistola e anche grazie ad una sua intuizione, che lo riporta ad essere quello che vorrebbe, “solo un poliziotto”
Sapere che c'era stato un altro delitto oltre a quello che già conosceva, averlo scoperto lui, con una intuizione facile, sì, ma sua, e prima degli altri, gli aveva fatto tornare dentro quella sensazione di smania sottile che da tempo non provava più. Da quando il più brillante investigatore della polizia italiana, come lo chiamavano, così bravo a risolvere gli omicidi, si era ridotto a coprire gli errori di altri assassini.

Viene scoperto così un altro corpo: è quello di un uomo nudo, dentro uno scantinato sfondato dalle bombe e col viso mangiucchiato dai topi
Nudo, supino, fradicio, le gambe aperte come in croce, lasciato così dalle guardie che lo avevano tirato fuori dall'acqua in cui stava galleggiando, uno era quello che aveva vomitato sulla strada.Non aveva più il naso, le orecchie e le labbra, e dal buco livido della bocca si vedeva che c'erano più neanche la lingua..

Nemmeno questo morto, che poi si scoprirà essere un tedesco, nientemeno che una SS, è il morto dei colpi di pistola.
C'è un morto da cercare e De Luca è impaziente, perché questo mistero è proprio così, una di quelle cose che non ti fa dormire sopra se sei un poliziotto come De Luca
- Ho dato la caccia a teste senza corpo e corpi senza testa, ma di perdermi un corpo intero non mi era mai successo, -disse De Luca, e Rassetto sorrise, stirando le labbra sottili sui suoi denti da lupo. 
-Quando eri un poliziotto, -disse. 
-Quando ero un poliziotto.

Il terzo morto, su denuncia di una guardia, viene trovato all'interno della “zona franca”, la Sperrzone, teoricamente al riparo dalle bombe alleate, in zona Cà Selvatica: un uomo, ucciso da un colpo di pistola alla testa, dentro una cascina
Stava disteso a testa in giù, le gambe in alto, una piegata innaturalmente sotto quell'altra, e la parte superiore del corpo grata su un fianco, con la testa getta all'indietro...

Tre omicidi distinti, avvenuti nell'arco di poche ore in cui, all'improvviso De Luca si trova coinvolto, suo malgrado.

Del primo caso, il morto sotto il vicolo, gli viene chiesto di occuparsi dal segretario della Prefettura: perché va bene che siamo in guerra e si può morire, ma quella persona era solo un ingegnere, una persona che non era fascista e nemmeno un antifascista.
Con qualche allusione e qualche minaccia velata, il segretario del Prefetto lo invita ad investigare, per non finire lui stesso invischiato come capro espiatorio...

Il secondo caso sarebbe formalmente delle SS, essendo il morto, il caporale Weber, uno di loro.
Ma De Luca viene invitato, da un tenente della Wehrmacht e dal capo del servizio di sicurezza delle SS di Bologna ad investigare, perché hanno sentito dire che lui è un bravo poliziotto.
E quel morto era un “caporale” anomalo, voleva disertare e prima di sparire (ed essere ucciso) aveva rubato il diritto di bottino dei nazisti, eufemistica espressione per chiamare le ruberie dei tedeschi ai civili e agli ebrei.
Bisogna trovare l'assassino, altrimenti dieci italiani verranno a loro volta uccisi per rappresaglia: motivo in più per risolvere questo delitto anomalo.

Infine il terzo morto, un professore donnaiolo, Franco Maria Brullo: qui addirittura il colpevole ci sarebbe pure, un altro professore, Attanasio, che avrebbe ucciso per gelosia, perché la moglie era l'amante del morto.
Ma anche qui, c'è un ma. Un collega della Questura, che De Luca incontra forse troppo spesso nei suoi giri per Bologna, gli chiede di aprire una sua indagine sulla morte di Brullo.
Attanasio, che è molto amico del collega, non può essere l'assassino e deve tornare libero.
Perché De Luca? “Perché siete il più bravo e vi piace dimostrarlo”.
De Luca capisce che Petrarca, il commissario che lo ha agganciato, gli sta nascondendo qualcosa, ma di fronte a qualche piccolo indizio sulla versione ufficiale, inizia ad indagare sulla vita del professore.

Seguendo queste tre indagini, De Luca si infila dentro storie più grandi di lui: lo scontro, all'interno delle istituzioni fasciste, tra i moderati e i falchi, gli estremisti della violenza.
La guerra contro le formazioni partigiane a cui davano la caccia fascisti e nazisti, con uguale ferocia: un mondo in cui De Luca scopre che in molti, all'interno delle istituzioni, della stessa polizia, hanno deciso di non voltare la testa dall'altra parte di fronte alle violenze fasciste.
Per De Luca è arrivato il momento di decidere “che poliziotto volete essere”, come gli viene detto: perché se fino a quel momento ha fatto finta di non vedere e non sentire, le botte, i colpi, le torture contro le persone fermate dai compagni della sua squadra, ora deve fare una scelta.
- Il Dentista, - disse De Luca. 
- Chi? - chiese Petrarca. 
- Ogni squadra ha i suoi metodi, oltre alle botte. L'Ufficio politico della Gnr usa le maschere antigas col filtro chiuso, quelli di via Borgolocchi il martello chiodato, Massaron il nerbo di bue. Il Dentista lo chiamano così perché usa un trapano, ma non credo che lo sia per davvero. [..] 
Il Dentista lavorava per la '22, una squadra autonoma della Brigata Nera.
[..]
 
- De Luca, io un po' credo di aver imparato a conoscervi. Come ci siete finito? 
- Ho guardato dalla parte sbagliata, anzi ... non ho guardato proprio, da nessuna parte, e quando me ne sono accorto era troppo tardi. 
- E alla fine vi siete abituato. 
- No, però .. 
Stava tutto in quel però, lo sapeva, ma non voleva pensarci. Un giorno, forse, magari, ma non ora, aveva le sue indagini da chiudere, con una c'era riuscito..

Sono indagini complicate e, ad un certo punto, De Luca sarà pure costretto a ricominciare da capo. Ripartire da capo con l'indagine dell'ingegnere Tagliaferri, del perché di quel depistaggio che gli è stato chiesto di fare.
Ripartire da capo sulla morte del caporale delle SS, che stava disertando? Chi era la donna la cui foto si portava appresso?
Ripartire da capo per il delitto Brullo, la famiglia del presunto colpevole, perché sta così a cuore al collega Petrarca, chi è quella donna zoppa che è stata vista da un testimone scappare ..

L'inverno più nero è anche l'inverno più freddo e cupo per gli italiani: vittime due volte dalla guerra, dalla violenza ottusa dei nazifascisti e alle prese con la fame, la borsa nera, le piccole vigliaccherie degli sciacalli che di questa guerra ne approfittavano.

Alle 17:10 al primo calare del sole, il coprifuoco avrebbe trasformato il suk dentro le mura di Bologna in una città fantasma, accecata dall'oscuramento e muta, a parte gli scarponi delle pattuglie o quelli dei Partigiani. 
Ma fino a quel momento quella casbah fradicia e sporca, che scoppiava di voci rombando sorda come un treno in una galleria, brulicava di gente che cercava qualcosa, la neve, il burro, una sigaretta, un attimo in più per superare quella che per tutti, dall'inizio della guerra, forse dalle sempre, era l'inverno più ruvido e freddo.
L'inverno più nero.

Ma sarà anche l'inverno più nero e freddo per De Luca, che non si fermerà di fronte a nulla, pur di chiudere i suoi casi, tenuto in piedi da quella febbre, da quella ansia nel cercare di mettere a posto tutte le tessere.

Perché quel freddo, quella paura, quell'inverno nero e ruvido “se lo sarebbe portato dentro per sempre”: quell'aria satura di urina e muffa, quella paura e quella vergogna che si portava nello stomaco, quel suono del gorgogliare del sangue dalla gola dei condannati.

Il finale mi ha fatto tornare in mente un nel libro di Carlo Castellaneta, Notti e nebbie, che pure viene citato ad inizio romanzo da Lucarelli
Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finché l'uomo sarà fatto della stessa merda. Conto su di voi.

Il riferimento è hai fascisti, a quella manovalanza fascista, sopravvissuta alle epurazioni e riciclata nella nuova Italia.
Ma questa, come direbbe Lucarelli, è un'altra storia.

Grazie Carlo per averci raccontato questo inverno, l'inverno più nero.

Altri post sul libro

Altri libri di Lucarelli con De Luca
La scheda del libro sul sito di Einaudi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

10 marzo 2020

Vogliamo i commissari!



Come un fiume carsico che spunta e poi si torna a nascondersi nel terreno, la voglia dell'uomo forte al comando per risolvere tutti i problemi torna di moda ad ogni emergenza per poi sparire.
"Vogliamo i colonnelli" era il titolo del film di Monicelli (ispirato al clima di tentato golpe che si respirava in Italia nei primi anni settanta), vogliamo i commissari coi pieni poteri è lo slogan invocato oggi.
Già la Costituzione da tutti i poteri al governo in carica in caso di pandemia come quella che stiamo vivendo, scavalcando le regioni.

Pieni poteri in Italia ha sfumature di tipo medioevale: possibilità di conferire cariche, nomine, come un monarca.
Come ai tempi di Bertolaso e la sua short list di imprese a cui assegnare i lavori per le emergenze (ovvero tutti gli eventi su cui il governo Berlusconi voleva mettere il cappello). Senza controlli e senza gara, per fare in fretta.

Vogliamo l'uomo forte per lasciare l'Aquila con le sue macerie, la popolazione confinata nelle tendopoli e con l'esercito a controllare e la Digos a controllare i cittadini che cercavano di sposare le macerie con le carriole.
L'uomo forte per spostare i rifiuti da Napoli centro in periferia e lasciare le ecoballe al loro posto.

Ad ogni emergenza, la solita storia, il super commissario, i super poteri, che si tratti di terremoto (quello di cui si sarebbe dovuta occupare Presa diretta se la Rai la lasciasse andare in onda), di virus, di alluvioni o di sanità (quella che le regioni hanno così mal gestito da meritare oggi il ruolo di commissari).

09 marzo 2020

Cuoricino - da L'inverno più nero di Carlo Lucarelli

Bologna inverno 1944, l'inverno più nero e duro: per i bolognesi e anche per il commissario De Luca alle prese con tre cadaveri e tre casi commissionati da tre interlocutori diversi.
Uno di questi è un caporale delle SS ucciso e spogliato nudo, ritrovato dentro una cantina sfondata: le SS vogliono trovare il colpevole altrimenti fucileranno 10 ostaggi. Per De Luca l'occasione per tornare ad essere un poliziotto e, anche, per tornare a fare la cosa giusta, dopo il peccato originale (quale? Leggetevi il precedente romanzo di Lucarelli).
In questo passo, si ritrova a fianco ad un tenete della Wehrmacht, che le SS chiamano herzchen, come offesa.
E' un passaggio drammatico, dove c'è dentro tutto: l'orrore della guerra, la Shoa..
- ... Lo sapete perché mi chiama herzchen? Sapete cosa significa? 
- No, - disse De Luca. In un altro momento sarebbe stato curioso, ma adesso ce l'aveva davvero un bolo acido che gli rivoltava lo stomaco. Voleva solo chiudere gli occhi, dimenticare e ricominciare a pensare alle cose urgenti che doveva ancora fare, perché non c'era tempo da perdere. Ma il tenente voleva parlare. 
- Significa, come dite voi, Herzchen, cuoricino, cuore d'oro, ecco. Ho guadagnato questo soprannome in Polonia, un paio d'anni fa. Ero un giovane sottotenente del 101 esimo battaglione di Riserva della Polizia, a metà tra un soldato e un poliziotto, appunto. Seguivamo l'avanzata delle truppe per stabilire l'ordine nelle retrovie e così un giorno, a Jòsefòz .. - si fermò, perché aveva voglia di parlare, il tenente, ma non per ridere, e si morse anche le labbra, - un giorno abbiamo rastrellato tutti questi ebrei e abbiamo l'ordine di ucciderli, e io ... non sto discutendo questo, non mi fraintendete, è un ordine, e sarà sicuramente giusto, non lo discuto, però io ..Il tenente guardò fuori dal finestrino, poi tornò a voltarsi e a De Luca sembrò che ci fosse un'ombra nei suoi occhi azzurri da modello per le riviste di propaganda. 
- Io dovevo solo coordinare le squadre dei nostri e i gruppi di ebrei, per farli entrare nel bosco senza accavallarsi, non era compito mio sparare, e lo ripeto, non voglio discutere, anche se io ... ma non importa quello che penso io. Comunque, siamo tra gli albero e sto guidando  un altro gruppo quando all'improvviso mi sento prendere la mano -. Il tenente rise, ma si capiva benissimo  che non era una risata vera. - Pensate un po', è una bambina ebrea. Avrà avuto  cinque, sei anni, è una bimba piccola, è tutta nuda, da sola, in un bosco, io sono l'unico adulto che ha vicino e allora .. allora mi prende la mano, anzi, il dito, così.Si strinse l'indice, forse, troppo, con le nocche che gli diventavano bianche, poi si voltò  e si asciugò una guancia col dorso della mano, veloce, ma non abbastanza perché De Luca non se ne accorse. 
- Ho pensato che mai più, mai più, - disse a vetro piano, - se potevo evitarlo, mai più -. Si schiarì la voce e tornò a De Luca. 
- Ecco perché mi chiamano herzchen. Ecco perché non discuto niente, ma sono molto contento che siamo ruisciti a salvare quei dieci ostaggi, davvero molto contento.Erano arrivati davanti a Ingegneria. La macchina si fermò e De Luca aprì la portiera, ma non scese. 
- E la bambina? - chiese. - Che fine ha fatto la bambina? 
- Le ho sparato, - disse il tenente. - Non potevo mostrarmi debole di fronte ai miei uomini, no?   
Da L'inverno più nero, di Carlo Lucarelli Einaudi 

Povera Italia

Un decreto che delega tutto all'autodisciplina delle persone: quelle che danno l'assalto ai treni, per timore di rimanere bloccati a Milano, che dà l'assalto ai negozi, per timore di rimanere senza viveri.
Un sistema dell'informazione basato sul bombardamento caotico, sul ripetere le stesse storie, dove si alernano toni allarmistici a quelli di speranza.
Un governo che ha probabilmente voluto far uscire la bozza del decreto per vedere l'effetto che fa, usando la stampa come buca delle lettere (e lo facevano anche i governi passati).
Un sistema paese dove le regioni del nord sono contro il governo perché ha creato questa zona rossa che non è una vera zona rossa.
E le regioni del sud che stanno già alzando le mani per timore che l'emergenza coinvolga anche loro.

Ieri sera, al posto dell'informazione seria, l'ennesimo speciale sul coronavirus da parte della redazione del tg3: speciale che non spiegava, dove il presidente di Confindustria ancora parlava di una ripresa, dove si ripetevano le solite norme già sentite (lavatevi le mani..).


Questa è oggi l'Italia, dove il partito che soffia sul fuoco per un governo di emergenza (e questo governo comunque non è esente da colpe) ha grandi estimatori, dove in tanti stanno usando l'emergenza per la solita speculazione politica (addirittura si ritira fuori il nome di Bertolaso, si chiede un governo che decide e poi se il governo decide alle regioni non va bene).

Povera Italia  

08 marzo 2020

Emergenza, ma con giudizio


In questo momento tutta l'attenzione del paese è concentrata sul coronavirus, sul suo contenimento, sullo stato degli ospedali nelle zone rosse e in generale nel paese.

E' una situazione completamente nuova e sarebbe difficile per chiunque: scopriamo oggi l'importanza del sistema sanitario, pubblico e capillare nel territorio.
Sistema sanitario che ha subito tagli per miliardi in questi, come i tagli alla ricerca, che si regge spesso a medici con contratti da precari.

Ricordiamocene quando (e non se) l'emergenza finirà.
C'è una forte tensione da parte del governo, dei vertici della sanità, dei vertici delle regioni del nord, nel trovare le soluzioni per far si che il trend dei contagi scenda.
Questo spiega la scelta di soluzioniche impongono restrizioni alle nostre libertà, mettendo in secondo piano le ansie di molti nel voler ripartire subito con eventi, turismo e aperitivi vari (i milanesi sfidano il virus, titola Repubblica)..


Stiamo vivendo un evento nuovo, in un contesto nuovo, dove le notizie viaggiano veloci si canali non ufficiali: bozze di decreto fatte uscire inopinatamente e presentate da giornalisti in ansia da prestazione come decreti ufficiali, il coronavirus che riempie tutti gli spazi di informazione per ripetere le stesse cose.

Ma quello che vorremmo capire è come le istituzioni intendono gestire il telelavoro in modo strutturale, nel pubblico che non è preparato (e nemmeno il privato d'altronde).
Come si intende lavorare per la tele didattica: al momento è tutto in mano alle singole scuole, ai singoli insegnanti.
Come si intende rafforzare, e non solo per questa emergenza, il sistema sanitario.
Dare un quadro unitario a tutti questi problemi in una cornice istituzionale e unitaria sul territorio.

Ma non dimentichiamoci di quello che stiamo lasciando dietro, le leggi che il Parlamento non riesce ad approvare ora come la legge sul salario minimo, quella sulle querele temerarie contro i giornalisti.
E stiamo attenti anche a quello che, in queste decretazioni di urgenza, viene infilato dentro: dobbiamo sbloccare i cantieri, si sente ripetere.
Bene, ma quali cantieri, in che zone e in che condizioni.

Tornare allo sblocca cantieri, già bocciato in alcune sue parti, sarebbe stupido e inutile: fa specie che sia proprio il m5s a portare avanti questa proposta di legge, usare il modello Genova per i due terzi degli appalti pubblici in Italia.
Basta burocrazia, ad eccezione dei vincoli antimafia (ah, già, in questo paese esiste ancora la criminalità organizzata) e quelli di tutela del paesaggio.

Visto che c'è bisogno di ripartire, perché allora non iniziare dai comuni e dalle regioni coinvolti nel terremoto del 2016, le vittime del “terremoto infinito”?
Ne parlerà finalmente, dopo un duplice rinvio, Presadiretta questa sera: comuni nel marchigiano, nel Lazio, in Abruzzo, alle prese con le macerie, alle prese con lo spopolamento perché la gente va via, con la ricostruzione ferma.

Infine, non dimentichiamoci che oggi è l'otto marzo, festa delle donne: quelle donne ancora discriminate nel lavoro, vittime di femminicidi.
Donne come le ricercatrici che hanno isolato il virus, donne come virologa Gismondi, per esempio.
Buona festa delle donne!


06 marzo 2020

L'inverno più nero di Bologna

Cos'è stata la seconda guerra mondiale per le persone che l'hanno vissuta dal fronte interno, stipate nelle città sotto le bombe, sotto il giogo dell'occupante nazifascista, alle prese con la fame, la miseria, la borsa nera?
Con la paura di finire deportati in Germania, mandati al lavoro coatto o peggio, perché incappati in un controllo dei fascisti o dei tedeschi..


Immagine presa da sito Guerra infame
Lo racconta, come sa fare lui, Carlo Lucarelli nel suo ultimo romanzo, ambientato a Bologna nel suo inverno più nero, quello del 1944/45: L’inverno più nero (Einaudi)
Dentro le mura a Bologna era un suk, una casbah fradicia e fredda di neve sporca, piena di gente anche in strada, perché con il gas limitato all'ora di pranzo, il carbone razionato e la legna introvabile, di giorno si stava quasi meglio fuori sotto i portici che negli appartamenti di fortuna degli sfollati.E poi i bambini, infagottati nei cappotti di stoffa riciclata, strangolati dalle sciarpe ruvide di lanital, arroccati dietro castelli di macerie a tirarsi da neve bagnata con le mani arrossate dai geloni anche se faceva male.Le donne che setacciavano la città a caccia di qualcosa da mettere in tavola la sera, cercando uomini dall'aspetto distinto, il cappello calcato sulla fronte, la borsa di pelle nera da dottore gonfia di olio a 400 lire al litro e burro a 500 al kg, anche se era proibito.  
Uomini che riempivano carriole con i mattoni delle case sventrate dai bombardamenti, per riparare altri buchi in altre case anche se non si poteva, e altri che spingevano a mano carretti pieni di sedie testate di letti e comodini per occuparne altre ancora, anche se non si doveva. 
Contadini con i carri ricolmi di paglia per le mucche infilate a forza nelle cantine trasformate in stalle, qualche operaio in tuta e bicicletta, le mani rattrappite sui freni a bacchetta, gli addetti del comune su un furgoncino col bombolone del gasogeno a portare le coperte al centro assistenza profughi numero 4 di via Urbana.  
Gruppetti di uomini e ragazzi di varie età mezzi, nascosti dietro le colonne sotto il portico del vecchio ospedale dei Bastardini, a riscaldarsi marciando sul posto come i soldati che erano stati, la sigaretta sempre più corta da passarsi in cerchio pronti a sparire veloci al primo accenno di uniforme, perché tutti disoccupati, tutti buoni per le retate del Lavoro coatto, anche se il giornale diceva che le fabbriche, pure quelle saccheggiate e chiuse dai tedeschi, erano tutte aperte e il lavoro coatto in Germania o al fronte, era volontario. 
Alle 17:10 al primo calare del sole, il coprifuoco avrebbe trasformato il suk dentro le mura di Bologna in una città fantasma, accecata dall'oscuramento e muta, a parte gli scarponi delle pattuglie o quelli dei Partigiani.  
Ma fino a quel momento quella casbah fradicia e sporca, che scoppiava di voci rombando sorda come un treno in una galleria, brulicava di gente che cercava qualcosa, la neve, il burro, una sigaretta, un attimo in più per superare quella che per tutti, dall'inizio della guerra, forse dalle sempre, era l'inverno più ruvido e freddo. L'inverno più nero.

05 marzo 2020

Cacciatori di virus - estratto da Spillover di David Quammen

L'arrivo del coronavirus ci fa paura perché ci ha reso evidenti le nostre fragilità: il virus può colpire chiunque, statevene a casa.
Accendi la tv e senti tanti esperti, veri o presunti, spiegarti cosa andrebbe fatto e cosa no.
Nessuno che spieghi le origini del problema, da dove arriva l'infezione. E perché dovremmo avere ancora più paura, perché questo virus non è il primo e non sarà l'ultimo.

Sul Fatto Quotidiano del 4 marzo è stato pubblicato uno stralcio del libro di David Quammen - Spillover, uscito nel 2014, dove si parla di virus e cacciatori di virus: a metà strada tra un giallo e un saggio, è oggi una lettura molto attuale.
Siamo stati noi o il pipistrello? 
Covid-19 - Il 60% delle malattie infettive deriva da un patogeno capace di passare da un animale all’uomo. Ma è una lotteria: il virus viaggia, si fa ospitare. Semplicemente in cerca del prossimo passaggio 
di David Quammen | 4 MARZO 2020 
Le malattie infettive sono dappertutto. Rappresentano una sorta di collante naturale, che lega un individuo all’altro e una specie all’altra all’interno di quelle complesse reti biofisiche che definiamo ecosistemi. 
Il meccanismo dell’infezione è uno dei processi fondamentali studiati dagli ecologi, come la predazione, la competizione, la decomposizione e la fotosintesi. I predatori sono bestie più o meno grandi che consumano le prede dall’esterno. I patogeni (cioè tutti gli agenti causa di malattie, virus compresi) sono per contro bestie assai piccole che le divorano da dentro. Le malattie infettive sono un argomento triste e terribile, certo, ma in condizioni ordinarie sono eventi naturali, come un leone che sbrana uno gnu o un gufo che ghermisce un topo. Però le condizioni non sono sempre ordinarie. Come i predatori, anche i patogeni hanno le loro prede preferite, abituali bersagli dei loro attacchi. E proprio come un leone, abbandonando occasionalmente il suo normale comportamento, può uccidere una mucca anziché uno gnu, o un essere umano al posto di una zebra, anche i patogeni possono scegliere un altro bersaglio. […] 
Quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, siamo in presenza di una zoonosi. È un termine vagamente tecnico, che a molti riuscirà insolito, ma ci aiuta a inquadrare i complessi fenomeni biologici che si celano dietro gli annunci allarmistici sull’influenza aviaria o suina, sulla Sars e in generale sulle malattie emergenti o sulla minaccia di una nuova pandemia globale. […] È una parola del futuro, destinata a diventare assai più comune nel corso di questo secolo. Ebola è una zoonosi, come la peste bubbonica. Lo era anche la cosiddetta influenza spagnola del 1918-19, che si originò in una specie di uccello acquatico selvatico e che, dopo essere passata da vari animali domestici intermediari, finì con l’uccidere 50 milioni di persone, secondo alcune stime, per poi sparire nel nulla. Tutti i tipi di influenza umana sono zoonosi. E lo sono anche il vaiolo delle scimmie, la tubercolosi bovina, la malattia di Lyme, la febbre emorragica del Nilo, la febbre emorragica di Marburg, la rabbia, la sindrome polmonare da hantavirus, l’antrace, la febbre di Lassa, la febbre della Rift Valley, la toxocariasi, la febbre emorragica boliviana, la malattia della foresta di Kyasanur e una strana malattia emersa di recente detta encefalite da virus Nipah, che ha ucciso maiali e allevatori di maiali in Malesia. Tutte derivano dall’azione di un patogeno capace di passare dagli animali all’uomo. […] 
Questo salto interspecifico è più comune che raro: si verifica abitualmente o si è verificato di recente nel 60% circa delle malattie infettive dell’uomo oggi note. […] Per fare un contro-esempio, il vaiolo non è una zoonosi. È causato dal Variola virus, che in condizioni naturali infetta solo gli esseri umani. […] Un’altra malattia non zoonotica è la poliomielite, che ha flagellato l’umanità per millenni, ma che (per ragioni paradossalmente legate alle migliori condizioni igieniche e al contatto tardivo dei bambini con il virus) assunse le dimensioni minacciose di una epidemia nella prima metà del Ventesimo secolo, soprattutto in Europa e in Nordamerica. […] 
Nel 1988 l’Oms e altre organizzazioni lanciarono una campagna di eradicazione globale, in seguito alla quale il numero dei casi è diminuito del 99%. […] Un simile risultato è stato possibile perché la vaccinazione di massa è relativamente economica, facile da attuare e ha effetti duraturi, ma soprattutto perché il poliovirus, scacciato dagli esseri umani, non ha altri posti dove nascondersi. Non è una zoonosi.
I patogeni delle zoonosi possono invece nascondersi. Ed è questo che li rende interessanti, complicati e portatori di problemi. […] Ovviamente questi patogeni non agiscono coscientemente: si trovano quel determinato ospite e si spostano in quel determinato modo perché queste soluzioni, trovate casualmente, si sono dimostrate vincenti in termini di sopravvivenza e successo riproduttivo. […]
 
La strategia di più basso profilo è di annidarsi in quello che viene chiamato ospite serbatoio, o reservoir. L’ospite serbatoio (da alcuni definito ospite naturale) è un organismo vivente che porta con sé il patogeno, un parassita al quale dà asilo permanente, senza riceverne danno o quasi. Quando una malattia infettiva sembra dileguarsi tra un’epidemia e un’altra (come Hendra dopo il 1994), l’agente che ne è la causa dovrà pur essere da qualche parte, no? Forse è proprio scomparso dal pianeta, ma più probabilmente no. Forse si è estinto in quell’area specifica e ricomparirà solo quando i venti o i casi del destino ce lo riporteranno. O forse è lì intorno, dentro qualche ospite serbatoio. Un roditore, magari, o un uccello, una farfalla, un pipistrello. […] Quasi tutte le zoonosi vengono trasmesse da sei tipi di microrganismi patogeni: virus, batteri, funghi, protisti (creature microscopiche ma complesse, come le amebe, che un tempo venivano erroneamente classificate come protozoi), prioni e vermi. Il morbo della mucca pazza è causato da un prione, una proteina ripiegata in modo bizzarro che fa propagare lo stesso tipo di errore in altre molecole, come il frammento di “ghiaccio nove” dell’omonimo romanzo di Kurt Vonnegut, in grado di indurre una reazione a catena che trasforma l’acqua in ghiaccio. La malattia del sonno è causata dal protista Trypanosoma brucei, trasportato dalle mosche tse-tse e in grado di infettare mammiferi selvatici e domestici, oltreché l’uomo, nell’Africa subsahariana. Responsabile dell’antrace è un batterio in grado di starsene in letargo nel suolo per anni e poi, se scalzato dal suo luogo di riposo, di infettare l’uomo attraverso il bestiame che bruca l’erba. […] 
I virus sono i patogeni che danno più problemi. Si evolvono con rapidità, non sono sensibili agli antibiotici, sono a volte difficili da trovare, possono essere molto versatili e portare tassi di mortalità altissimi. Ebola, febbre emorragica del Nilo, Marburg, Sars, vaiolo delle scimmie, rabbia, Machupo, dengue, febbre gialla, Nipah, Hendra, Hantan (malattia e fiume della Corea dove furono identificati per la prima volta gli hantavirus), chikungunya, Junin, Borna, influenze e hiv: sono tutti virus. Esiste anche un patogeno dall’evocativo nome di “virus schiumoso delle scimmie” (Simian Foamy Virus, o sfv) che infetta scimmie e umani in Asia. Il salto di specie avviene in quei luoghi (ad esempio i templi buddhisti e induisti) dove la gente viene a stretto contatto con popolazioni di macachi semi-domestici. E tra coloro che visitano i templi e regalano cibo alle scimmiette ci sono anche turisti stranieri, che in questo modo si espongono al rischio di contrarre sfv e si portano a casa un regalino aggiuntivo, oltre alle foto e ai souvenir. […] 
Nell’uso corrente in ecologia ed epidemiologia, lo spillover (che potremmo tradurre con “tracimazione”) indica il momento in cui un patogeno passa da una specie ospite a un’altra. Ogni spillover è come una lotteria, dove il patogeno compra un biglietto nella speranza di avere in premio una vita nuova in spazi più larghi. Ha una minima probabilità di non finire in un vicolo cieco, di andare là dove non è mai andato e di essere ciò che non è mai stato. Talvolta ha un colpo di fortuna. […] Secondo il grande specialista Stephen S. Morse “i virus non hanno organi locomotori, ma molti di loro hanno viaggiato in tutto il mondo”. Non corrono, non camminano, non nuotano, non strisciano. Si fanno dare un passaggio.

03 marzo 2020

I cinque canti di Palermo, di Giuseppe di Piazza


Le prime indagini di Leo Salinas.

In origine, nella prima versione di questo romanzo uscita per Bompiani, i canti erano quattro, come i quattro cantoni all'incrocio della piazza chiamata dei “Quattro canti” a Palermo, all'incrocio di due vie importanti, via Maqueda e corso Vittorio Emanuele.
Piazza da cui partano i quattro quartieri storici della città, Tribunali, Castellammare, Palazzo Reale, Monte di Pietà.
In questa nuova edizione il giornalista scrittore Giuseppe di Piazza ha aggiunto un nuovo racconto, “La doppia morte di un uomo perbene”, il quinto canto di Palermo, la città straziata dalle stragi di mafia che ne hanno insanguinato le strade tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni 80.

Ogni racconto si apre col ricordo che la voce narrante ha, al giorno dell'oggi, dei fatti accaduti in quegli anni, tra il 1981 e il 1984: chi era quella persona protagonista della storia, che ricordi ci ha lasciato o quali rimorsi sono rimasti dentro. Attorno, fatti di cronaca che il giovane giornalista racconta sul suo giornale, vivendoli in prima persona, sui luoghi dove era stata appena ammazzata una persona, dove era appena esplosa una bomba, lasciando ovunque macerie, pezzi di corpo e quel sangue che “sporcava” le suole delle scarpe.

Sono racconti in cui si scontrano due mondi quasi all'estremo: da una parte il mondo della cronaca che Leo Salinas, cronista abusivo o “biondino”, deve raccontare sul suo giornale, che esce nel primo pomeriggio.
L'ennesimo morto sparato, la rapina, la mattanza della mafia che in quegli anni aveva attaccato frontalmente lo Stato uccidendo magistrati, medici, poliziotti e carabinieri, un presidente di regione, un prefetto, un segretario di partito … oltre alla strage all'interno di Cosa nostra, col colpo di stato dei corleonesi che aveva decimato le famiglie palermitane.
La stima che fa lo scrittore Enrico Deaglio è di diecimila morti nel Sud, nel giro di una decina d'anni. Qualcosa meno di quanto persero la cita in Kosovo. Ma lì intervenne la Nato. A Palermo, invece, mandarono un po' di poliziotti e qualche carabiniere. Migliaia di persone vennero assassinate o fatte scomparse, cioè rapite e uccise, durante la seconda guerra di mafia [..]
lo Stato fatto a pezzi, una lista infinita di nomi che che ci costringono all'inchino: Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Piersanti Mattarella, Michele Reina, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Emanuele Basile, Mario D'Aleo, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ..

E, all'opposto, il desiderio di assaggiare la vita di quei vent'anni, gli amori per le belle ragazze piene di fascino e di mistero.
Lilly, Sophie, Rosalia, Francesca .. e poi Serena, la pericolosa coinquilina fidanzata dell'amico Fabrizio, con le sue avances. L'amore, la passione, il sesso, la musica degli anni settanta, dai Black Sabbath ai Pink Floyd, la buona cucina siciliana, i sogni e le gite al mare:
Non c’era niente di straordinario: in quei tempi si moriva. Non avevamo altra difesa se non trovarci un cantuccio dove nasconderci dalla realtà… Non c’era consapevolezza, non sapevamo di combattere una guerra: contavamo i caduti, sentivamo le unghie della morte conficcarsi ogni giorno di più nelle nostre vite.
Sono racconti in cui si parla di mafia, di vittime e di carnefici, di persone in cerca di giustizia, da quello Stato che non sapeva sempre proteggere i più deboli e perfino da un giornalista capace di raccontare la verità su un giornale.
Un giornalista capace di appassionarsi ad una storia dalla soluzione troppo semplice o forse troppo comoda.
Non era (e forse non è nemmeno ora) facile vivere in quella Palermo, dove il quotidiano L'Ora (dove ha lavorato l'allora giovane cronista Giuseppe di Piazza) metteva in prima pagina il contatore delle morti per le strade e dove era sempre facile riconoscere il buono dal cattivo, il malacarne dalla persona coraggiosa. Dove il mestiere del giornalista si faceva ancora andando a sporcarsi le scarpe con la polvere e col sangue, usando le cabine telefoniche per comunicare con la redazione, usando tutte le conoscenze e le amicizie per raccogliere una confidenza, un'intervista.
Sullo sfondo, Palermo, le sue strade, i suoi vicoli, la vita delle persone, la sua bellezza tragica e struggente:
Si conviveva. Buoni e cattivi, vittime e carnefici. Figlie d’impiegati perbene e figli di mafiosi sanguinari. La linea di confine, a Palermo, non è mai stata tracciata”.
Marinello
un western
Palermo, giugno 1982
Il poliziotto aveva staccato dal turno di notte. Lavorava al reparto Volanti, ma in realtà faceva parte di una squadra segreta, detta Catturandi. I cacciatori di mafiosi. Il nostro rapporto era al confine tra la conoscenza e l'amicizia. Bastava poco perché tornasse al campo neutro della prima o decollasse verso il cielo della seconda.
Mi aveva dato appuntamento al bar davanti alla questura. Si chiamava Salvo, aveva 23 anni, a mia stessa età. Un'età ingiusta per parlare di morte, di autopsie, di tortura. Eppure.
«Hai presente gli Spataro?».
La famiglia più vincente tra i vincenti, in quel sanguinoso 1982. Mafia antica che si era saputa riciclare, alleandosi in fretta con i feroci corleonesi.
Due giovani ragazzi che, come Giulietta e Romeo cinquecento anni dopo, sfidano le famiglie per il loro amore. Per scappare dal loro destino, per scappare dove non si parla siciliano.
Marinello Spataro, che non voleva fare il killer per la sua famiglia e Rosalba, figlia di una famiglia borghese, tranquilla..

Sophie
Un amore
Palermo, luglio 1983
Un oggetto spugnoso della dimensione di una piccola mela. Era lì davanti, sull'asfalto, tra rottami che fumavano, calcinacci, pietre. Mi chinai per capire cosa fosse: era un calcagno. Una parte di piede staccata e spellata dall'esplosione. Riconobbi la struttura dell'osso, ebbi un conato di vomito. Intorno a me rumori forti, le sirene delle auto della polizia e carabinieri che continuavano ad accorrere, il movimento degli uomini quando, di fronte a un fatto imprevedibile, non sanno dove andare, cosa dire.
Si apre con lo scenario sinistro di via Pipitone negli attimi successivi la strage del giudice Rocco Chinnici, questo racconto che ha come protagonista una donna bellissima e fragile, una Ginevra da proteggere, Sophie.
Una bella donna, ma con un mistero dentro, come un “macchina con gli interni neri”.
E un dilemma, che peserà ancora nella coscienza dell'io narrante, sulla scelta giusta da fare con questa ragazza.

Vito
Un matrimonio
Palermo, ottobre 1983
«La Cronaca?»
«Dica.»
«Uno he si chiama Vito Carriglio ha fatto scomparsi i suoi tre bambini.»
«Chi parla?»
«Non ha importanza. Lei pigliò l'appunto?»
La mia penna si muoveva scoordinata sul foglio. Scrissi prima Carriglio. Poi, sotto, Vito. Con la mia grafia da medico, le paroe sembravanouno schizzo di Pollock.
«Allora, ha scritto?»
«Si, però..»
Clic.
L'uomo aveva una voce da noce secca: rugosa, dura.
Una storia di orrore, quotidiano, familiare. All'interno di una famiglia mafiosa (e qui l'autore è bravo a spiegare la mentalità delle donne nella logica mafiosa).
Un “malacarne”, capace solo di picchiare la moglie, che per punirla, rapisce i bambini.
E Leo Salinas che, ancora una volta, si ritrova ad essere testimone dell'orrore.

Rosalia
Una figlia

Palermo, febbraio 1984

«Dottore, deve venire a vedere. Passo.»
«Vela 2, che cosa c'è?»
«Un 10-79. E' assurdo. Passo.»
«Dammi la posizione.»
«Piazza Giulio Cesare. Passo.»
«Scusa, Vela 2, dove sarebbe?»
«Dottore, va', la stazione. Passo.»
Il responsabile della cronaca politica, Pippo Suraci, alzò gli occhi dalla sua Olympia, smise di pestare i tasi e, rivolto a nessuno, disse: «Ma che è successo alla stazione?». Poi ricominciò a scrivere.
Un delitto difficile da decifrare, un signor nessuno, strangolato e decapitato. Un ladro che rubava “onestamente” (un ossimoro buono solo in un mondo imperfetto come questo) che si ritrova ucciso in quel modo.
E due occhi scuri che chiedono a Leo Salinas di dare una risposta: sono gli occhi della figlia del morto, Rosalia.
Perché “scippare la testa ad un padre toglie la dignità alla figlia.”

La doppia morte di un uomo perbene
L'autunno palermitano arrivo d'improvviso, alle 18.56 di quel pomeriggio di novembre del 1981, con un rovescio d'acqua che bagnò strade, guardini riarsi, persiane. Il dottor Mario Italo Serpotta l'aveva previsto e, al mattino presto, esaminando i soprabiti appesi nell'armadio all'ingresso, non diede retta al tepore nell'aria , che da un giorno all'altro l'avrebbe invogliato a uscire solo con la giacca..
Un medico, con simpatie fasciste, di quel fascismo che secondo la propaganda del ventennio significava ordine e pulizia, sparato in una mattina d'autunno, da un commando mafioso.
Un'esecuzione a cui subito viene appiccicato il perché.
Il dottor Mario Italo Serpotta è stato ucciso dalla mafia perché aveva fatto un favore di troppo ad una famiglia, ad un boss..
Una mascariata forse, che però diventa quella verità di comodo che non si toglie più via, come certe macchie: una “storia imprigionata in un labirinto di bugie”.
Diciassette anni dopo, la tenacia della figlia, e del non più “biondino” Leo, riusciranno a dare una dignità a quella morte.

Gli altri libri di Giuseppe di Piazza

La scheda del libro sul sito dell'editore Harper Collins
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Tutti a casa

Nelle settimane prima dell'arrivo (in senso mediatico) del coronavirus si è discusso, tra le altre cose, di Sanremo, della barbarie con cui si bloccava la prescrizione, della proposta di riforma costituzionale del "sindaco d'Italia".
Poi, nei primi giorni della settimana coi primi contagi (e purtroppo delle morti), di prove di strage, modello Wuhan.
Quando il sistema mediatico si è stancato di raccontare l'escalation degli infettati e ci è resi conto che per contenere il contagio si bloccavano gli affari a Milano e in Lombardia è partita l'operazione "basta panico".
Così mentre si invitavano i dipendenti a lavorare a casa, a non uscire se non in caso necessario, si è chiesto di riaprire Milano perché ci sono gli eventi, le prenotazioni, gli alberghi, i turisti (mica possiamo pensare solo al virus).
Con grande sprezzo del pericolo si è così iniziato a chiedere un rilassamento dei vincoli e dei protocolli (che non è che abbiano proprio funzionato benissimo).
Vietato chiudere, vietato parlar male dell'eccellenza lombarda-veneta.
Vietato chiedere al privato di sostenere lo sforzo che per la maggior parte grava sulla sanità pubblica che in questi anni ha subito tagli di personale di bilancio.

Ora scopriamo che a Roma un agente di polizia potrebbe essersi infettato, aveva i sintomi di una influenza pesante e invece era il virus e non gli è stato fatto il tampone. Un nuovo caso Codogno, ma questa volta a Roma.
Forse questi protocolli sono da rivedere.
Forse tutto questo ottimismo sul sistema che tiene va rivisto.
Perché i contagi aumentano e dire che i morti avevano sintomi pregressi ed erano anziani suona leggermente cinica.
Perché sentir parlare ancora di cantieri da aprire da molto fastidio, di questi tempi.

Cosa faremo quando medici e posti per i ricoveri inizieranno a scarseggiare?
Ci cureremo a casa? 

02 marzo 2020

Alle porte dell'Europa

La foto è stata scattata a Lesbo, alle porte dell'Europa.
Dove i migranti trovano ad accoglierli dei fascisti (non genericamente, un gruppo di abitanti..)


Come spendiamo i soldi per l'emergenza

Siamo tutti d'accordo che in questo momento, per l'emergenza coronavirus, dobbiamo proteggere i commercianti (specie nei piccoli paesi dentro le zone rosse), le imprese (specie le piccole nel settore agricolo, turistico).
Sappiamo che servono soldi dallo stato, una proroga sulle tasse.
Quello su cui possiamo non essere d'accordo è sul come spendere questi soldi: prova ne è la diversa visione che ieri, durante la trasmissione In Mezz'ora, avevano sull'argomento Landini e Boccia, il segretario confederale della CGIL e il presidente di Confindustria.

Da una parte usare gli investimenti pubblici per mettere in sicurezza edifici pubblici, per rinforzare il personale dentro ospedali, procure e laddove ci sia carenza di personale.
Investimenti per la messa in sicurezza di abitazioni nelle zone a rischio sismico, per rendere gli edifici più efficienti dal punto di vista del risparmio energetico.

Dall'altra il mantra dei mille (o diecimila?) cantieri da aprire, sbloccando fondi che già esistono, togliere di mezzo le procedure che li stanno bloccando.
Cantieri per quali opere?
E quali regole dovremmo rilassare?
Trasportiamo commercianti e operai dentro i cantieri?

Non vorrei che tutti gli annunci a "fare presto", a "riaprire locali" portassero a nuovi sprechi per opere inutili per l'interesse di pochi.
Abbiamo già vissuto brutte esperienze nelle emergenze passate, dal terremoto in Irpinia a quello dell'Aquila.

Alcune considerazioni a braccio:
1) sui giornali della destra si sono divisi i compiti: Libero cavalca l'onda della paura ("Pierluigi Lopalco: "Il Nord Italia è come Wuhan, basta sciocchezze. Questa è una pandemia", "Massimo Galli Epidemia in Italia imprevedibile e senza precedenti"), Il Giornale ha il compito di picconare il governo, in particolare Conte (spolverando perfino un Silvione in home page e un Tremonti che ci vuole spiegare la prossima crisi economica non avendo capito le precedenti).

2) La sanità privata sta contribuendo alla crisi, ma vorrei che i numeri fossero chiari: in nemmeno dieci anni al pubblico sono stati sottratte risorse per 37 miliardi, posti letto per mille abitanti passati dda 3,9 nel 2007 a 3,2 nel 2017..
Non vorremmo che dopo questa crisi tornasse tutto come prima o peggio.
Il pubblico va difeso e rinforzato.

3) Il Washington Post oggi in prima pagina posta una articolo dove si racconta del fatto che il virus in America potrebbe essere arrivato da settimane.
La crisi è mondiale.

01 marzo 2020

Qualche considerazione sull'emergenza per il coronavirus

Tra i tanti che commentano l'emergenza che stiamo vivendo sul coronavirus (o Covid-19), ce ne sono molti che sottolineano come dovremmo approfittare di questa viecenda per rivedere il mondo del lavoro, l'economia, la scuola.
Dietro una crisi vedere l'opportunità per il cambiamento.

Si parla del tele lavoro, per esempio, di scuole attrezzate per le lezioni online (e Presadiretta ieri sera ci ha indicato una via, raccontandoci esperienze meravigliose di tante scuole italiane che dovrebbero far sistema).
Vorrei però che quello che stiamo vivendo facesse da spunto per rivedere il sistema sanitario italiano che oggi, nella parte pubblica, si sta facendo carico di tutti gli sforzi per contenere l'infezione.

In tanti lodano in modo dogmatico la sanità virtuosa del nord, dimenticandosi due cose: la prima sono gli scandali avvenuti in questa regione, ultima l'inchiesta sull'ex presidente Formigoni e i 5ml alla Maugeri.
Secondo, pubblico e privato sono stati messi in una finta competizione: al pubblico sono state tolte risorse (le maggiori spese a livello nazionale non considerano l'aumento dell'inflazione), Marco Palombi oggi sul Fatto stima una perdita di 37 miliardi, dal 2010.
Il privato invece si prende gli interventi su cui può guadagnare di più ed oggi è tenuto fuori dall'emergenza dei posti letto, dei medici che mancano (e si pensa addirittura a richiamare dei medici in pensione).

La presunta sanità virtuosa lombarda, nel caso in cui l'infezione arrivi anche a Milano (la città che non si ferma ci dice il sindaco, che vuole ripartire), andrebbe al collasso e già ora, a Lodi e a Cremona, è in crisi (e si pensa di trasferire i casi più gravi in altri ospedali, con tutto ciò che ne consegue).

Ecco, non vorrei che questa crisi fosse usata a pretesto per dare qualche altro colpetto al pubblico, che secondo molti economisti è buono solo quando finanzia il privato.