22 ottobre 2019

Report – La santa alleanza (e i biglietti del Colosseo e il caffè in cialda)

Chi ci guadagna dal Colosseo - Giulia Presutti

Le bellezze italiane sono copiate anche all'estero: a Las Vegas fanno soldi con la riproduzione del Colosseo, noi in Italia che abbiamo la grande bellezza, la sappiamo far fruttare?
Noi facciamo pagare di meno i biglietti, rispetto ad altri siti e permettiamo anche a robot remoti di comprare in stock i biglietti, rivenduti poi a prezzo maggiorato.

Ogni giorno sono staccati 21mila biglietti al Colosseo, solo nel 2018 è stato visitato da 7,7 milioni di persone: ma entrare a visitare l'anfiteatro Flavio, ben pubblicizzato su Tripadvisor, c'è sempre una coda.
Il biglietto di ingresso costa 12 euro, con prenotazione 14, per entrare nell'arena il prezzo sale a 16 euro; per entrare nei sotterranei devi pagare 12 euro ma serve una guida, che costa altri 9 euro.
A vendere questi biglietti, per concessione dallo Stato, è Coop culture da oltre 20 anni: una cooperativa dal valore di 70 ml associata a Lega coop.
I visitatori non fanno la fila, col biglietto, ma in realtà ci sono file e poi c'è una corsa da parte delle grandi agenzie e ai tour operators che si comprano i biglietti.
City Wonders ha sede in Olanda, Trip advirors in Delaware: sono queste alcune società che si comprano i biglietti poi rivenduti davanti i cancelli.
Dal sito di coop culture si potrebbero comprare i biglietti, ma non si trovano perché sono stati già comprati da questi siti esterni: Coop culture, che ha vinto la concessione, risponde che non può farci nulla.
MA lo Stato quanto ci guadagna? Chi ci guadagna è il concessionario, che sta lì da oltre vent'anni, mentre non arriva un euro alla soprintendenza.
Bandire gare richiede un tempo non breve, risponde così Rossella Rea, responsabile dell'Anfiteatro, che nemmeno sapeva dare gli incassi del Colosseo.

Lasciamo allora tutto in mano alla Coop culture e a queste società con sede in paradisi fiscali?
E' possibile che non riusciamo a far fruttare bene una risorsa come il Colosseo?

La santa alleanza - la fabbrica della paura (Giorgio Mottola)

Esiste un patto segreto tra italiani e russi, che ha portato ad una trattativa tenuta a Mosca il 18 ottobre per far arrivare soldi freschi nelle casse della Lega (65ml di euro), attraverso la vendita del petrolio?
LA notizia era uscita per prima sull'Espresso mesi fa, poi è uscito l'audio sul sito Buzzfeed: nelle voci si riconoscono Savoini, ex portavoce di Salvini, tre russi, un funzionario Eni e un banchiere.
Il giorno dopo lo scandalo, quando scoppiò lo scandalo Metropol, Salvini ha preferito andarsi a bere un mojito al Papeete: nell'audio si sente Savoini dire che Salvini è l'unico che vuole cambiare l'Europa.
Durante la trattativa, uno dei presenti accenna a carte da mostrare ad un certo vice primo ministro: Salvini ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nella trattativa, sebbene finora non abbia mai fornito spiegazioni precise (anzi, ogni volta ripeteva la battuta dei rubli da nascondere sotto il cuscino ..).
Battute a parte, la sera prima della trattativa, il 17 ottobre, Salvini era anche lui a Mosca: partecipava, da ministro dell'Interno, ad un incontro ufficiale di Confindustria Russia, che il leader leghista ha mandato in diretta anche sulla sua pagina FB.
Per combattere le sanzioni contro la Russia, una follia economica e sociale, ha spiegato.
Subito dopo che è scoppiato lo scandalo, con la diffusione dell'audio della trattativa, Salvini si è difeso dicendo che Savoini non era stato invitato da lui. In realtà, come si vede dai filmati, mentre Salvini è sul palco a parlare con Confindustria Russia, Savoini è a pochi passi da lui.

Alla Camera il presidente del Consiglio Conte ha dovuto riferire dell'episodio, al posto di Salvini: incontri privati, ha raccontato Conte.
Ma al Metropol, il 17 ottobre Salvini ha cenato con Savoini, per dirsi cosa?
Salvini non ha risposto alle domande e nemmeno gli altri giornalisti hanno voluto incalzare l'allora ministro.
Dopo pochi giorni Salvini ha fatto poi partire la crisi di governo: se c'è stata o meno un tentativo di cresta, sulla vendita di petrolio, lo stabilirà la procura di Milano, per capire se è un caso di corruzione internazionale.
Eni ci tiene a precisare che non è coinvolta in questa vicenda, bene: ma Salvini sapeva quello che faceva il suo portavoce?
Savoini ha fatto tutto a sua insaputa?
O forse Savoini è solo un tassello di una trattativa e di un mosaico ben più grande? Rubli che escono dalla Russia per mettere in crisi l'Europa e il papato di Bergoglio.

Report ricostruirà il rapporto tra Savoini e Salvini, nato ai tempi della Padania: Giorgio Mottola ha intervistato Gigi Moncalvo, allora direttore.
Non ha lasciato un buon ricordo, per due storie poco lusinghiere, un fine anno in cui registrò di essere presente mentre non era reperibile e delle note spese false.
“Diventerò sempre più potente” avrebbe risposto Salvini alle rimostranze di Moncalvo.
Savoini era un giornalista molto influente: mentre Salvini si faceva vedere poco in redazione, Savoini aveva una sua stanza con quei simboli sul desktop e nella stanza, che richiamano al nazismo.
Secondo Moncalvo l'uno è stato funzionale all'altro: Savoini ha impostato Salvini, gli ha dato accesso ad una rete di relazioni, anche internazionali (sempre secondo Moncalvo).

Lo scandalo delle svastiche è stato raccontato anche dal giornalista Gatti nel suo libro: Savoini ha avuto rapporto anche con Maurizio Murelli, ultimo rappresentante dell'estrema destra milanese, finì in carcere dopo l'omicidio dell'agente Marino.
Murelli lavora per la nascita di un nuovo continente euroasiatico, presso lo studio Orion: uno dei suoi allievi era proprio Savoini.
Gli uomini del gruppo Orion entrano nella Lega, con l'obiettivo di inserire pezzi del fascismo dentro i partiti come la Lega, un ambiente “che aveva molte potenzialità di sviluppo, culturalmente più debole” racconta oggi Murelli.
Savoini diventa il consigliere più stretto di Salvini dal 2013 e da la svolta sovranista alla Lega: fino a quando, nel 2015 la Lega scende in piazza a Roma a fianco di Casa Pound.
Le parole di Salvini arrivano dalla fondazione Orion, i semi sono sermogliati – conclude Murelli: così Salvini e Savoini hanno conosciuto persone come Dugin, fondatore del partito nazional bolscevico, amico di Putin.

Quanti brutti ricordi dal passato: Salvini assenteista nella Padania, che all'epoca prendeva fondi pubblici.
E poi i simboli del nazismo, che ritornano. Non sono goliardate, quelle di Murelli, quelle del figlio di Clemente Graziani fondatore di Ordine Nuovo.

C'è di peggio, Salvini avrebbe sondato il suo elettorato sul nazifascismo: il 45% pensa che non si debbano censurare le idee sul nazifascismo. Le stragi nazifasciste, le camere a gas, lo sterminio di ebrei, zingari, omosessuali ..
Il sondaggio è rimasto nascosto, ma Salvini, per opportunità elettorale, sta continuando ad usare questi simboli di fronte ai suoi fan.
E a coltivare quelle amicizie in Russia, come Dugin.
Il filosofo russo che auspica la fine della democrazia liberale, per arrivare ad una democrazia illiberale, come quella di Putin, come quella che potrebbe mettere in atto Salvini?

Malofeev, proprietario di Marshal Capital, è un oligarca russo, proprietario della TV da cui parla Dugin: al giornalista di Report ha raccontato del suo rapporto con Salvini e con Savoini il quale gli avrebbe confermato che la trattativa registrata all'hotel di Mosca era veramente per vendere gasolio e di mezzo c'era anche l'Eni (l'azienda che Renzi una volta definì come quella che fa la nostra politica estera..).
Di tutto questo, Savoini si è rifiutato di parlare con i magistrati.

Malofeev incontrò Salvini nel 2013: doveva andare al congresso che elesse segretario Salvini, ma al suo posto arrivò Komov.
Anche a questa domanda, nessuna risposta da parte dell'ex ministro sul prato di Pontida. Niente domande, solo selfie..

La promessa di una intervista non è stata mantenuta dal capitano: Mottola avrebbe voluto chiedere conto delle sue amicizie russe, del perché di quella associazione Lombardia Russia, dentro cui compariva Komov e presieduta da Savoini.

Report ha scoperto anche una seconda trattativa, per un'altra società (Avanguard Oil & Gas) che ha sede nello stesso palazzo della società di Malofeev (e che sarebbe riconducibile ancora a lui).
Che non può ora finanziare partiti in Europa, per le sanzioni, ma che nel passato ha dato soldi ai Le Pen, leader di un altro partito sovranista anti Europa.

La santa alleanza per finanziare movimenti e fondazioni per far esplodere l'Europa: dalle casse dei russi, di oligarchi come Malofeev, sono usciti soldi per 1 miliardi di dollari, per combattere i nemici della cristianità.
Come i gay, per esempio, che Malofeev chiama sodomiti e pederasti.
Ma non sono solo le lobby gay i nemici di Malofeev: ci sono anche le femministe (le donne non devono lavorare ma fare le casalinghe e le madri)
E Salvini a Verona (al World Congress of Family) ha sposato in pieno queste parole che, all'improvviso, ha scoperto il rosario e il cuore immacolato di Maria.
Non si riconosceva questa vena cristiana, per Salvini.

Malofeev a Washington ha incontrato leader della destra politica, repubblicani, facenti parte di organizzazioni contrarie ai gay: da questi incontri sarebbe nata la santa alleanza.
Che in Italia ha come riferimento il movimento Pro Vita, un movimento con forti rapporti con Roberto Fiore, “il nostro amico italiano filo russo”, lo definisce in una mail Komov.

Dalla Russia oltre al sostegno politico, sono arrivati soldi ai movimenti pro vita, come il movimento Novae Terrae, dentro cui troviamo il senatore Pillon e l'ex senatore Volontè.

Perché così tanti soldi dall'estero?
Fondi arrivati anche in dollari, da Patrick Slim.
Pillon ha preferito non parlare con Giorgio Mottola.

Sotto l'ombrello dell'oligarca di Dio si sono riparati sia la Lega, sia Forza Nuova, sia i movimenti pro vita.
Malofeev si è incontrato coi riferimenti della destra radicale che stanno facendo approvare leggi anti aborto oggi in America.

Finanziamenti arrivati anche a Cambridge Analityca, la società che ha violato 50 ml di profili facebook condizionando l'esito della Brexit e le elezioni in America che hanno portato alla vittoria di Trump.

Bannon è stato lo stratega di Trump che ora si è spostato in Europa: qui ha incontrato Federico Arata, il figlio dell'imprenditore che avrebbe promesso una mazzeta all'ex sottosegretario Siri.
Bannon voleva realizzare la sua università in una certosa nel Lazio: oggi il MIBAC ha revocato la concessione al monastero benedettino, ma la certosa è ancora occupata dal responsabile della Dignitatis Humanae, Ben Harnwell.

Russi e Americani, assieme, per una santa alleanza, in nome del tradizionalismo cattolico, usando la minaccia del califfato, soldi che si spostano da associazioni ultra cristiane verso l'Europa, bonifici per 1 miliardo di dollari (come la National Cristian Foundation).
Soldi per fare pressioni in Europa e anche in Europa.

A chi sono finiti i soldi?
Report ha scovato mail di Federico Arata, che si definisce spin doctor della Lega, scritta ad un certo Ted, in cui parla del viaggio in America di Salvini e Giorgetti.
Ted è Ted Mallock, che ha avuto un ruolo nel Russiagate, nel recuperare le mail di Hillary Clinton usate durante la campagna.

Salvini dovrebbe spiegare tutto questo, per evitare che un cittadino che deve scegliere un politico, che usa il crocifisso, poi elegga il politico assieme all'oligarca russo.

21 ottobre 2019

Su tasse, servizi, evasori e i furbetti


Piove governo ladro si dice.
Piove e si allagano le strade, i sottopassaggi diventano trappole, si chiudono fermate della metro (succede a Milano, la locomotiva del paese), i treni dei pendolari vengono bloccati ..
E chi dovrebbe pulire tombini, strade, rendere fruibili quei servizi pubblici che usiamo tutti i giorni?
Comune, regione, provincia e stato centrale.
E tutti questi enti lo fanno grazie alle tasse, quelle tasse così invise alle persone, tranne quando si trovano a dover ricorrere alla sanità pubblica, al trasporto pubblico, alle forze dell'ordine (pure loro sono pagate con le vostre tasse).
Va di moda oggi ripetere no tasse, accusare ex alleati di essere il partito delle tasse.
E' populismo anche questo, piaccia o meno: populismo quello della ministra Bellanova, dell'ex ministro Boschi. Quello del ministro Di Maio sembra più paraculaggine, difendere certe categorie (commercianti piccoli artigiani, non proprio note come categorie amiche di POS e scontrini).

Ecco, volete fare il partito del basta tasse?
Abbiamo il coraggio di mettere le cose in chiaro: tagliamo ospedali, bus, treni e tutti i servizi pubblici.
Oppure, smettetela di fare i furbetti e preoccupatevi di spenderli bene i soldi delle tasse.
Il che vuol dire, oltre alla lotta all'evasione, fare una vera lotta alla corruzione (per esempio quelle commesse fatte arrivare ad aziende “amiche” che poi non fanno il loro lavoro) e agli sprechi.

Ieri pomeriggio, per problemi personali, ho passato il pomeriggio al Pronto Soccorso: nessuno mi ha chiesto soldi, il mio reddito, all'accoglienza e nessuno lo ha fatto alla fine, alla dimissione.
Questo è il sistema sanitario pubblico e universale.
Quello pagato con le mie tasse, pagate fino all'ultimo.
Senza paradisi fiscali, senza condoni.


Le inchieste di Report – i rapporti con la Russia, Savoini e il caffè in capsula


Ritornano le inchieste di Report, nel consueto spazio del lunedì sera (che fino alla scorsa settimana era occupato da Presadiretta) ed è un ritorno anche a delle inchieste di cui i giornalisti si erano già occupate: la prima riguarda i finanziatori di Salvini e la trattativa a Mosca in cui è rimasto invischiato il suo ex portavoce Savoini. La seconda inchiesta riguarda il caffé, quello in capsule questa volta.

L'anteprima però dedicata al Colosseo, col servizio di Giulia Presutti: c'è qualcuno che sta facendo la cresta sui biglietti dell'attrazione turistica più importante di Roma e forse d'Italia?

Ogni giorno sono staccati 21mila biglietti al Colosseo, solo nel 2018 è stato visitato da 7,7 milioni di persone: ma entrare a visitare l'anfiteatro Flavio, ben pubblicizzato su Tripadvisor, c'è sempre una coda.
Il biglietto di ingresso costa 12 euro, con prenotazione 14, per entrare nell'arena il prezzo sale a 16 euro; per entrare nei sotterranei devi pagare 12 euro ma serve una guida, che costa altri 9 euro.
A vendere questi biglietti, per concessione dallo Stato, è coop culture da oltre 20 anni: una cooperativa dal valore di 70 ml associata a Lega coop,
Forse affidarsi ai privati, per la gestione dei biglietti, non è la soluzione più corretta.
Il Colosseo è la prima attrazione turistica in Italia, quarta in tutto il mondo. Con 7,7 milioni di visitatori nel 2017, ha incassato 53 milioni di euro. Ma chi gestisce i servizi di biglietteria e quelli di valorizzazione? Perché i biglietti sono spesso introvabili e i turisti si trovano a doverli comprare presso rivenditori privati, a prezzi più alti di quello standard? La sovrintendenza ha affidato tutto a un'associazione di imprese che comprende CoopCulture e Mondadori, ma gli esiti non sono sempre vantaggiosi per i visitatori...

La santa Alleanza, di Giorgio Mottola in collaborazione con Norma Ferrara, Simona Peluso e Alessia Pelagaggi

Prima gli italiani, è lo slogan di Salvini: basta preoccuparsi di immigrati, che delinquono, ci rubano il welfare e che vogliono imporre la loro cultura.
Peccato che il difensore degli italiani una volta dicesse le stesse cose dei meridionali, prima della svolta sovranista: ma il partito di Salvini è veramente difensore dei nostri interessi?
L'inchiesta sul Russiagate parla di un tentativo di far arrivare soldi alla Lega dalla Russia, per tramite della compravendita di petrolio dalla Russia.
Soldi che servivano per la propaganda del suo partito e su cui Salvini si è sempre difeso sostenendo di non aver mai ricevuto rubli e buttandola poi in caciara.

L'inchiesta di Giorgio Mottola cercherà di far capire cosa si nasconde dietro lo scandalo “moscopoli”, cosa si nasconde dietro i rapporti tra la Lega di Salvini e gli oligarchi russi, per arrivare all'internazionale nera che ha investito centinaia di milioni (non solo in Italia) per far deflagrare l'Europa.

L'inchiesta di Giorgio Mottola parte dalla spiaggia del Papetee, dove Salvini ha trovato rifugio dopo l'esplosione dello scandalo: nell'intercettazione dove si sarebbe concordata questo finanziamento occulto, si sente Savoini parlare delle prossime elezioni europee, “vogliamo cambiare l'Europa” - dice, intendendo che si vuole arrivare ad una “nuova Europa vicina alla Russia, come prima. Salvini è il primo uomo che vuole cambiare l'Europa”.

Prima, quando? Ai tempi di Berlusconi e degli accordi con Gazprom?

Sul sito di Report trovate un'intervista esclusiva a Konstantin Malofeev, l’oligarca di Dio, vicino a Vladimir Putin e a Matteo Salvini”: al giornalista di Report ha raccontato del suo rapporto con Salvini e con Savoini il quale gli avrebbe confermato che la trattativa registrata all'hotel di Mosca era veramente per vendere gasolio e di mezzo c'era anche l'Eni (l'azienda che Renzi una volta definì come quella che fa la nostra politica estera..).

E' il 18 ottobre 2018, siamo a Mosca all'hotel Metropol: qui l'ex portavoce di Salvini, Gianluca Savoini, porta avanti una trattativa per una partita di petrolio da 1,5 miliardi di euro. Si accordano per un prezzo basso in modo da garantire a Savoini un guadagno extra da 65 ml di euro.
Durante la trattativa, uno dei presenti accenna a carte da mostrare ad un certo vice primo ministro: Salvini ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nella trattativa, sebbene finora non abbia mai fornito spiegazioni precise (anzi, ogni volta ripeteva la battuta dei rubli da nascondere sotto il cuscino ..).
Battute a parte, la sera prima della trattativa, il 17 ottobre, Salvini era anche lui a Mosca: partecipava, da ministro dell'Interno, ad un incontro ufficiale di Confindustria Russia, che il leader leghista ha mandato in diretta anche sulla sua pagina FB.
Per combattere le sanzioni contro la Russia, una follia economica e sociale, ha spiegato.
Subito dopo che è scoppiato lo scandalo, con la diffusione dell'audio della trattativa, Salvini si è difeso dicendo che Savoini non era stato invitato da lui. In realtà, come si vede dai filmati, mentre Salvini è sul palco a parlare con Confindustria Russia, Savoini è a pochi passi da lui.

Giorgio Mottola ha intervistato Malofeev uno degli oligarchi russi più potenti (fondatore di Marshall Capital), sebbene questa definizione non piaccia in Russia “grazie al presidente Putin non ci sono più oligarchi in Russia .. preferisco descrivermi come un filantropo”.
Un filantropo però che nel 2014 è stato inserito dall'Unione Europea nella lista delle persone indesiderate, non può mettere piede nell'area Schengen, gli sono stati congelati i conti e sono state introdotte sanzioni per chi fa affari con lui.
Ma tutto ciò non ha impedito a Salvini negli ultimi anni di andare a Mosca ad incontrare l'oligarca filantropo: “mi piace Matteo Salvini, la prima volta che l'ho incontrato mi ha fatto una buona impressione”, racconta Malofeev.
Uno che ha idee forti: l'oligarca conferma di aver incontrato anche Savoini molte volte: proprio a quest'ultimo ha chiesto dell'affare Metropol, chiedendogli cosa è successo.
E Savoini ha confermato l'incontro, a cui erano presenti dei tizi, avvocati, che volevano parlare di faccende che riguardavano il petrolio.
Ha confermato dunque questa trattativa aggiungendo anche, a Malofeev, che si sarebbe impegnato per capire come aiutarli con l'Eni.
Di tutto questo, Savoini si è rifiutato di parlare con i magistrati.

Mottola ha dedicato parte del servizio ad un approfondimento sul passato di Savoini, nel giornale politico della Lega, sul ritorno di certi simboli nazisti. Che indicano una certa idea del mondo e dell'Europa.

Si parte dai tempi della Padania 20 anni fa, dove si sono conosciuti i due, Salvini e Savoini: l'ex direttore Moncalvo ne ha ricordato alcuni episodi poco lusinghieri (note spese truccate).Mentre Salvini si faceva vedere poco, Savoini aveva una sua stanza con quei simboli che richiamano al nazismo.
Qui si consolida il rapporto tra l'ex ministro e Savoini, cresciuto negli anni.
Secondo Moncalvo l'uno è stato funzionale all'altro: Savoini ha impostato Salvini, gli ha dato accesso ad una rete di relazioni, anche internazionali (sempre secondo Moncalvo).

Tutto vero o sono goliardate anche queste relazioni, come le rune, come le foto di ufficiali delle SS?

La scheda del servizio:
Nel giro di pochi anni Matteo Salvini ha trasformato un partito antimeridionale e secessionista come la Lega in un movimento sovranista. Nello stesso periodo, l’ex ministro dell’Interno ha iniziato a ostentare simboli religiosi in pubblico e sui social, posizionando il suo partito sulla difesa delle radici cristiane. C’è un filo nero che collega la metamorfosi leghista allo scandalo del Metropol di Mosca in cui sono rimasti impigliati Matteo Salvini (seppur non indagato) e il suo ex portavoce Gianluca Savoini. Attraverso documenti inediti e interviste esclusive, nella prossima puntata Report vi racconterà come la trattativa della Lega per i soldi e il petrolio russo è solo una tessera di un mosaico molto più ampio, che vede sullo sfondo la nascita di un asse internazionale tra forze estremiste in Russia e negli Stati Uniti. Un mosaico in cui Matteo Salvini e la Lega sono solo le pedine di un progetto internazionale che punta alla destabilizzazione dell’Unione Europea. Report ha incontrato Konstantin Malofeev, detto l’Oligarca di Dio, uno dei russi più ricchi e più vicini a Vladimir Putin. È la sua prima intervista a una televisione europea. Negli ultimi anni, Malofeev ha finanziato partiti di estrema destra in Europa e nel 2013 ha fondato una nuova Santa Alleanza tra le associazioni ultratradizionaliste russe e le più potenti fondazioni della destra religiosa americana, che hanno riversato in Europa oltre 1 miliardo di dollari negli ultimi dieci anni. Dal 2013 a oggi, Gianluca Savoini e Matteo Salvini sono andati spesso a Mosca a incontrare l’Oligarca di Dio. Che cosa si sono detti?

Un espresso a casa nostra – di Bernardo Iovene

Il buon Bernardo Iovene ha fatto andare il caffè di traverso a tanti, coi suoi servizi sul caffè che troviamo nei bar, per lo più di qualità pessima (paradossalmente a Milano quello di qualità migliore è di Starbucks).
Ora è turno di assaggiare il caffè delle capsule e quello che ci facciamo ogni mattina con la classica Moka, sia quella di alluminio che quella di acciaio, facendo bollire dell'acqua.
Scoprendo che la vecchia caffettiera rilascia, di suo, l'alluminio, sotto una soglia che però è solo una raccomandazione europea.
Dunque, almeno per le moke, Arpa non può fare alcun controllo.
Con la moka di acciaio non ci sono migrazioni, ma c'è acciaio e acciaio: l'acciaio marcato Inox 18/10 dà garanzie di non rilasciare niente in contatto con gli alimenti.

La scheda del servizio
Le capsule del caffè ormai sono una realtà nelle nostre case, tra i vari sistemi soltanto Nespresso è arrivata a un accordo con il Cial, Consorzio italiano alluminio, per riciclare tonnellate di capsule, tutte le altre vanno in discarica (o in inceneritori). Abbiamo sottoposto dieci capsule, tra le più vendute, ad analisi sensoriale del trainer Andrej Godina e a nove professionisti dell’Istituto Internazionale assaggiatori. Abbiamo poi chiesto alle case coinvolte di avere un confronto diretto sull’assaggio con Godina, ha accettato soltanto una. Le capsule sono state inoltre analizzate da tre laboratori diversi per la ricerca di metalli eventualmente rilasciati e poi sono stati esaminati separatamente acqua e caffè macinato. I risultati sono stati commentati dalle maggiori case coinvolte e da esperti dell’Istituto Ramazzini, dell’Università di Padova e dell’Arpa Roma-Lazio.

19 ottobre 2019

Orgoglio di cosa?

A Roma oggi i partiti del centro destra (il primo, l'altro, si ritrova alla Leopolda) sono scesi in piazza: a San Giovanni si sono ritrovati i fascisti, un partito di uno condannato per frode e fondato dal suo braccio destro condannato per concorso esterno con la mafia.
Il protagonista della piazza di San Giovanni è uno che, da ministro, ha disertato il suo ufficio, gli incontri internazionali.
Il suo ex portavoce è finito dentro l'inchiesta "moscopoli" (di cui si occuperà Report lunedì).
Accanto, l'altro partitino di destra, fratelli d'Italia, la cui leader sa solo ripetere blocco navale ..
E lo slogan è "orgoglio italiano". Ma orgoglio di cosa? 

18 ottobre 2019

Un pò di coraggio

Manette si, ma solo ai grandi evasori.
Non possiamo criminalizzare i commercianti.

Faccio fatica a seguire tutto questo chiacchiericcio sulla misure a contrasto dell'evasione.
Chi sono i grandi evasori? Valentino Rossi, Berlusconi .. (se fate una ricerca su Google escono fuori decine di casi, scegliete voi)?
Oppure intende i maxi evasori (e magari confonde elusione con evasione) cioè i big della rete?
Volete fare una guerra da soli contro Facebook, Google, Amazon?

E sulla criminalizzazione dei commercianti, dei piccoli artigiani: un reato è reato.
Lo stato vessatorio non giustifica il poter commettere un reato (come dice Sgarbi): altrimenti pure io come pendolare potrei dire basta a pagare il biglietto.
Non vanno bene le manette?
Allora abbassiamo le soglie del contante, abbassiamo le soglie oltre cui un'evasione è solo una innocente evasione (250mila euro, per omesso versamento dell'Iva, mica bruscolini), abbassiamo le commissioni per il POS.

Me per l'amore del cielo, basta con questo garantismo contro chi evade.

Temo che questo governo "strano" si sta bloccando: non tocca i decreti Salvini, non cambia la politica sull'immigrazione, c'è molta timidezza sulle politiche verdi (per non parlare degli stupidi sfottò sulle tasse sulle merendine sulle bibite gassate).
Quo 100 non si tocca, non si metterà mano al reddito di cittadinanza per farlo funzionare.

Insomma, servirebbe un po' di coraggio e meno fuoco amico alle spalle

17 ottobre 2019

La bomba, di Enrico Deaglio




Un altro libro sulla strage di Piazza Fontana, la bomba fatta esplodere dal gruppo neofascista di Ordine Nuovo all'interno della banca Nazionale dell'Agricoltura, a Milano il 12 dicembre 1969.
L'inizio della strategia della tensione, la perdita dell'innocenza del paese, la scoperta del volto cupo, opaco dello Stato, il lato nascosto e sanguinario delle istituzioni.

Ma forse l'Italia e le sue istituzioni, innocenti non lo sono state mai: se si pensa ai compromessi col fascismo con cui è nata questa Repubblica, a come i fascisti sono stati lasciati ai loro posti nei gangli del potere (nelle Prefetture, nelle Questure, nelle procure). L'Italia non è mai stata innocente se si pensa alla strage di Portella della Ginestra, alla morte del bandito Giuliano, all'avvelenamento di Pisciotta ..

Cosa potrebbe aggiungere questo altro saggio su Piazza Fontana, a cinquant'anni di distanza? C'è prima di tutto un discorso sulla memoria persa, quella delle 17 vittime, della lunga trafila dei processi durati anni e senza nessun colpevole (almeno per la giustizia) e con le parti civili costrette pure a pagare le spese legali. C'è la memoria dei processi spostati da Milano a Catanzaro, perché il signor procuratore dell'epoca (De Peppo si chiamava) temeva tumulti per colpa dei facinorosi di sinistra (specie dopo l'omicidio del commissario Calabresi), e così le famiglie delle vittime furono costrette a farsi migliaia di chilometri per assistere alle udienze, nell'Italia di allora.
C'è la memoria dei depistaggi, fatti da uomini dello Stato che avrebbero dovuto preoccuparsi della nostra sicurezza; pezzi dello Stato che invece si preoccuparono di costruire la falsa pista anarchica, di costruire i mostri Valpreda e Pinelli, accusati della strage senza prove e sbattuti in faccia all'opinione pubblica come responsabili della strage; c'è poi la memoria della timidezza con cui la magistratura sposò questa versione di comodo (di comodo per i responsabili della strage, per le loro coperture all'interno del SID, il servizio militare, della polizia, nell'esercito).
Tutti assolti, chi per non aver commesso il fatto, chi per insufficienza di prove.

Nella presentazione di questo libro, l'autore racconta:
quando leggerete quanta protervia, quanta ‘organizzazione industriale’, quanta volgarità venne usata per costruire il falso su piazza Fontana, probabilmente penserete che gli attuali demagoghi non hanno inventato niente”.

Perché un altro libro su Piazza Fontana, vi chiederete allora, se tutto è già stato detto e scritto. Se non c'è più nulla da scoprire.

Perché Enrico Deaglio non entra dentro la storia dei processi, quanto meno non nel dettaglio; nel entra dentro il ginepraio delle prove, delle perizie, degli atti (come per esempio il poderoso libro di Cucchiarelli, che sposa una falsa tesi tra l'altro pure smentita dai magistrati, quella della doppia bomba).
In questo libro verrà raccontato il contesto della strage, sentiremo parlare i protagonisti, quelli morti e quelli ancora vivi, cominciando da Fortunato Zinni, impiegato dellabanca che si salvò dall'esplosione perché chiamato al piano di sopra: Zinni, sindacalista di sinistra in una banca considerata vicina al latifondo agrario di destra, parla esplicitamente delle responsabilità dello Stato
Nel suo magnifico libro di memorie, Piazza Fontana, nessuno è Stato, leggo nell'introduzione: “La vergognosa e irridente tela di Penelope ordita per fare e disfare sentenze, in un allucinante e e incredibile parodia della giustizia, ha di volta in volta messo a nudo: la certezza di impunità dei burattinai del massacro, il cinismo di una classe politica imbelle e complice, la disponibilità di una parte della magistratura ad assecondare il potere, il servilismo di una stampa pronta a credere alle verità ufficiali”. Dove mi colpisce quell'aggettivo – irridente – e quella certezza di impunità dei burattinai del massacro.

Deaglio ci parla di Zinni, delle indagini frettolose e superficiali, dei depistaggi compiuti nelle prime 72 ore, compiuti dalla squadra speciale degli uomini dell'Ufficio Affari Riservati, una specie di polizia segreta nata negli anni 30 per spiare i nemici del regime, costruire fascicoli per ricattare e, all'occorrenza, andare a neutralizzare politici e personalità che potevano creare danno al fascismo.
Furono gli uomini di questa polizia segreta, per anni gestita dall'uomo della CIA Federico Umberto D'Amato, a costruire la falsa pista degli anarchici, ritenuti responsabili di quella bomba e anche delle bombe fatte esplodere in primavera alla Fiera e in estate sui treni.
Furono loro, che di fatto esautorarono la procura e gli uomini della Questura milanese, guidata allora da uno che fascista lo era stato per davvero, Marcello Guida, ex direttore del carcere politico di Ventotene fino al luglioc del 1943
.. dall'isola, ormai deserta, se ne andò anche Marcello Guida che, in quei mesi molto ambigui, "prestò servizio" a Roma. Facile pensare che le sue conoscenze, le sue schedature, i segreti di quei mille confinati se li sia portati con sé, come patrimonio personale. E infatti, invece di essere condannato ed epurato, Guida si salvò dal carcere con l'amnistia Togliatti, anche perché due dirigenti della Resistenza testimoniarono in suo favore. E poi continuò la sua carriera, come se nulla fosse successo. Così si ritrovò a Torino, questore nella città che iniziò il Sessantotto studentesco e le lotte operaie.Fu molto attivo nella repressione, nei pestaggi degli studenti, negli interventi polizieschi ai picchetti. Guida - lo si sarebbe scoperto solo nel 1970 (è il famoso caso del processo per le schedature Fiat rivelato dall'inchiesta del pretore Raffaele Guariniello) - riceveva un assegno di un milione di euro l'anno "per aiuti negli scioperi" per l'azienda automobilistica: schedare, sorvegliare, far licenziare gli operai alla testa degli scioperi. Diventò anche un eroe padronale, il questore. Ferito da una sassata durante una manifestazione davanti agli stabilimenti di Mirafiori, ebbe come premio il trasferimento nella città medaglia d'oro della Resistenza, dove si insediò nell'autunno del 1969, pochi mesi prima della bomba.

Un quadretto niente male, quello che fa Deaglio, di Guida e di Allegra, il capo dell'ufficio politico dentro cui lavorava il commissario Calabresi.
Sono loro che arrestano gli anarchici, ritenendoli membri di una cellula terrorista che a capo ha niente di meno che Feltrinelli.
Sono loro che distruggono le prove (la bomba inesplosa alla banca Commerciale), se ne inventano di false (la pista del vetrino e quella della seconda miccia, usate per incastrare Valpreda).
Sono loro che fanno finta di non considerare le prove che porterebbero a destra (la commessa del negozio padovano che aveva riconosciuto un uomo che aveva comprato una borsa simile a quella inesplosa).
Sono loro che fin da subito, parlano di pista anarchica, imboccando anche i giornalisti che pappagallescamente, ripetono il falso copione.
Sono loro gli uomini responsabili del fermo illegale di Giuseppe Pinelli, il ferroviere che è volato già dalla finestra dell'ufficio di Calabresi.

Dopo tanti anni, ancora non sappiamo come è morta una persona, entrata viva in Questura e uscita morta: non si è suicidato, non si è buttato perché era stato scoperto, come la bugia ripetuta dagli uomini dello Stato in quella stanza di 3 metri per 4.
Un malore attivo come ha detto la sentenza del giudice Ambrosio al termine di un secodo processo (dopo che la prima inchiesta era stata subito archiviata)?
Non lo sappiamo. Sappiamo solo del fango gettato addosso ad una persona innocente.
Lo stesso che è successo a Valpreda, la bestia umana, il ballerino anarchico con la passione per le bombe, con cui sfogare la sua rabbia per quella malattia alle gambe:
Noi oggi parliamo tutti i giorni di fake news, del potere manipolatorio dei social media, di "macchine del fango": il "trattamento Valpreda" di mezzo secolo fa resta un modello inarrivabile.Per dare un'idea dei toni, ecco un famoso "ritratto del mostro" pubblicato dal Corriere d'Informazione, edizione pomeridiana dell'organo ufficiale della borghesia italiana, il Corriere della Sera, all'epoca diretto dal leader del partito repubblicano, professore Giovanni Spadolini. 
Titolo: La furia della bestia umanaSvolgimento: 
"la bestia umana che ha fatto i 14 morti di piazza Fontana e, forse, anche il morto, il suicida, di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata … non la dimenticheremo mai, la bestia che ci ha fatto piangere … ora si comincia a respirare … Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato niente in vita sua, rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-pop, del rock; un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette… un mestiere corto, infelice, di pochi soldi… Di più questo refoulé si ammala. Il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe… un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia … Chissà come si incolla, come coagula questa sciagurata umanità: parlano, parlano, fanno finta di leggere o d’aver letto, si ritrovano oziosi nei caffè, giocano a scopa, si ubriacano, ogni due o tre settimane presentano ai compagni una "moglie" nuova, scendono in piazza obbedendo a un misterioso ordine di rendez-vous, qualche volta, anzi spesso, hanno guai con la polizia … Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva il massacro".

E lo stesso fango arrivò addosso al teste chiave, il professor Lorenzon che raccontò ai giudici le confidenze raccolte da un suo amico, quel Giovanni Ventura, amico di Franco Freda (entrambi ritenuti responsabili della bomba ma non più condannabili per il principio del no bis in idem). Ventura, davanti a Lorenzon, si vantava della bomba nella banca e anche delle altre bombe, di cui gli anarchici erano stati ritenuti responsabili.
Erano così sicuri della loro impunità, i fascisti di Ordine Nuovo, che nemmeno si preoccupavano di nascondersi.
Chi si doveva nascondere fu Lorenzon, professore e segretario della DC del suo paese nella provincia trevigiana: perché a protezione di Ventura si mosse perfino la DC Veneta (la madre di Ventura era una figura di spicco), la stampa locale.

Che Italia era quella degli anni sessanta settanta?
Era l'Italia della strategia della tensione, che voleva dire tenere fermo l'asse politico del paese al centro, anche usando formazioni fasciste come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, in contatto con uomini delle forze dell'ordine, dell'esercito, dei servizi (come Guido Giannettini, l'agente Z), in un rapporto quasi alla pari.
Significava fermare ad ogni costo l'avanzata delle sinistre, impedire la crescita del Partito Comunista con ogni mezzo, anche illegale (l'infiltrazione dentro le formazioni di sinistra, le operazioni sporche come le bombe fasciste addossate agli anarchici), destabilizzare il paese, far crescere la paura di un golpe militare, per creare paura e stabilizzare il paese. Al centro.
Tutto questo è successo veramente.
Non è vero che della bomba, dei depistaggi, dei responsabili della strage non sappiamo niente.
“Io so, ma non ho le prove” - così scriveva Pasolini nel suo celebre articolo uscito nel 1974 sul Corriere.
Dal 1969 noi sappiamo molte cose, nonostante tutto, nonostante quei pezzi marci dentro lo Stato: prima di tutto c'è stata quella folla, silente e stretta attorno alle bare delle vittime, quella mattina del 17 dicembre, il giorno dei funerali.
Quella folla, dell'Italia onesta e innocente hanno forse salvato l'Italia dalle leggi d'emergenza, dai colonnelli.
Ci sono stati quei giornalisti, quegli amici di Licia Pinelli che alla pista anarchica, al suicidio di Pinelli, “morto innocente”, l'uomo che vola dalla finestra nel famoso quadro di Baj, non ci volevano credere proprio.
Da giornalisti veri come Camilla Cederna e Corrado Stajano è nato il libro, La strage di Stato. Quello Stato che aveva il volto addolorato di Rumor, di Moro (che nella prigione del popolo raccontò alle BR della strategia del SID, dei suoi sospetti contro Andreotti, del suo timore di finire arrestato ..).
E poi, a metà anni 90, dopo la fine della prima Repubblica, dopo le bombe della mafia, dopo la sentenza di assoluzione per la strage in Cassazione, finalmente si scoprì qualcosa di nuovo: in un magazzino del Viminale abbandonato fu scoperto parte dell'archivio dell'Ufficio Affari Riservati, da cui partì un nuovo filone di indagine da parte dei magistrati Pradella e Meroni, che, per avere quei documenti dovette rivolgersi all'allora ministro dell'Interno Napolitano.
Pradella e Meroni cominciarono i loro interrogatori al Palazzo di Giustizia di Milano trovando la conferma del ruolo attivo che gli Affari Riservati ebbero prima e dopo la strage di Milano. Per il "dopo" i diversi componenti del gruppo (Alduzzi, Carlucci, Mango, Catenacci tutti stagionati agenti segreti felicemente in pensione) confermarono di essere arrivati a Milano poche ore dopo la strage e di aver esautorato fisicamente se poliziotti sia i magistrati locali; per il prima le loro deposizioni - e le carte trovate in via Appia - pur tra reticenze e scaricabarile confermarono che sia Pinelli sia valpreda erano stati prescelti da tempo come due Capri espiatori per le bombe del 12 aprile; che gli Affari Riservati avevano una spia tra gli anarchici di Milano, "Anna Bolena" (nome in codice che stava per anarchico di Bollate, tale Enrico Rovelli titolare di una discoteca gestito in comproprietà da Russomanno e dal commissario Calabresi), che però non gli aveva detto niente di fondamentale anche perché c'era poco da dire; che Valpreda venne indicato come il depositante la bomba ben prima del riconoscimento del tassista e poi ci furono due colpi di scena ...

Ecco, verrebbe anche da indignarsi per quello che si legge, in dichiarazioni ufficiali di uomini dello stato, eppure anche questo è successo: già a metà anni novanta sapevamo tutto, senza bisogno di arrovellarsi sulle persone presenti nell'ufficio di Calabresi, sulla dinamiche della morte di Pinelli, sul depistaggio:
Antonio Pagnozzi, all'epoca funzionario di polizia addetto all'ordine pubblico .. confermò che gli uomini di Russomanno governavano tutto, che da Roma venne subito ordinato di arrestare almeno 150 persone ("e siccome non riuscivamo a fare il numero, andammo alla Stazione Centrale e facciamo una retata") e poi con naturalezza, disse: "Allegra (il capo dell'ufficio politico) e Russomanno erano sempre insieme soprattutto nel periodo immediatamente successivo ai fatti di Piazza Fontana e ricordo perfettamente che Russomanno, non avendo una propria stanza, utilizzava la scrivania locata nell'ufficio di Allegra".[..]Il secondo colpo di scena non regalò sempre proprio Silvano Russomanno, l'ex manovratore della contraerea nazista ed ex numero due dei servizi segreti. Dai verbali dell'interrogatorio appare possibile che l'uomo - 73 anni, in pensione che si dichiara alla dottoressa Pradella "psicologicamente a disagio per il suo passato" - abbia avuto ad un certo punto un calo di difesa di fronte alle contestazioni; il suo interrogatorio durò 3 giorni. Il risultato: una frase tra virgolette "Io c'ero la notte che è morto Pinelli". Il verbale non aggiunge altro. Non so immaginare che cosa sia successo dopo in quella stanza, so però quello che non ci fu. Non ci fu un titolo di questo genere sui giornali del giorno dopo "Scoperta la verità sulla strage di piazza Fontana. Furono gli affari riservati organizzarla i responsabili hanno confessato".Peccato. Forse i tempi non erano maturi

In Italia, il 12 dicembre 1969, è avvenuto un golpe compiuto da pezzi di magistratura, polizia e servizi segreti, che ha fatto a pezzi la Costituzioni, i diritti sanciti, il codice penale (pure quello dell'epoca).
Un piccolo colpo di stato all'interno della guerra fredda, che poi verrà riproposto ai tempi del sequestro Moro e, come cerniera tra prima e seconda repubblica, ai tempi delle bombe della mafia negli anni 1992 e 1993.
E' un brutto quadro, quello che ci dipinge Enrico Deaglio sul nostro paese: un paese dove ci si inchina tutti quanti al potere (informazione, magistratura, polizia e carabinieri), non quello giusto, non il potere dello Stato, ma solo alla legge del più forte.
Una legge del più forte che si riscrive la realtà, portando gli italiani non più nel paese reale, ma in un mondo parallelo:
Se si paragonano questi argomenti - i depistaggi, la conduzione in concreto di grande indagini, la possibilità di manipolazione di perizie, dati, testimonianze, l'anormale corruzione quotidiana degli uffici - e lì si mette a confronto con i grandi misteri della nostra storia repubblicana, l'effetto e vertiginoso: ovunque ci sono universi paralleli, specchi che si guardano, verità opposte. Da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, da Brescia a Bologna a Palermo, dal sangue sui muri della caserma di Bolzaneto, alle stanze vuote imbiancate di casa Riina; le verità si formano e si disfano senza più autorità, davvero figlie del tempo.

PS: chissà se per questo anniversario il quadro di Enrico Baj “I funerali di Pinelli”


La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Su evasione, povertà e disuguaglianze

Manette si o manette no, sull'evasione?
Alziamo le pene, mandiamo gli evasori in carcere oppure puntiamo tutto sul recupero dell'evaso?

Tutta questa discussione ci distoglie forse dalla domanda vera: ma perché le attuali norme non sono efficaci?
Ogni anno, ad ogni manovra, spunta un condono, una rottamazione, una scappatoia.
I controlli sull'evasione sono pochi.
La piccola evasione conviene a chi la fa, a chi la consente (gli evasori votano, come pure commercialisti e via discorrendo) e talvolta a chi la subisce (fanno 100 euro senza fattura ..).
La grande evasione, che passa per paradisi fiscali, è complicata da scoprire ed è pure complicato recuperare i soldi: qui vicino a noi abbiamo l'esempio di Malta, paradiso fiscale per le società di giochi online.

Infine i giganti del web, da Google ad Amazon a Facebook, così grandi da sfidare le democrazie.
Intoccabili, perché l'Europa su questo fronte è disunita, per i no di Trump (Marco Palombi sul FQ racconta però che "l’anno scorso ha emanato una legge per far rimpatriare gli utili d’impresa che alle sole grandi Web&Software è costata 17 miliardi una tantum").

Andiamo avanti così, a discutere di manette, di soglie del contante (ma voi per pagare il piccolo artigiano, per pagare l'idraulico, avete bisogno di più di mille euro contanti?) ancora per molto?
Il tema dell'evasione non è solo un discorso di reati e di pene (poi qualcuno mi spiegherà perché se si aumentano le pene per il delitto stradale va bene, mentre se si aumentano le pene per l'evasione no): riguarda la nostra democrazia, gli stati sotto ricatto delle multinazionali del web, che devono poi sottostare all'austerity e dunque tagliare i fondi per sanità e scuola.
L'evasione ha a che fare con l'aumento delle disuguaglianze, con l'aumento della povertà.

Chiaro che alla nostra destra la lotta all'evasione non interessi (e viene da chiedersi se ai 5 stelle interessa davvero o è solo uno slogan), ma che non interessi nemmeno la sinistra è drammatico.

16 ottobre 2019

I due Matteo e lo scenario del Truman show

Ieri sera i due Matteo si sono incontrati nel primo (e temo non ultimo) faccia a faccia nella trasmissione Porta a Porta: i due personaggi del Truman Show politico che si incontrano nel tempio del Truman show giornalistico.
L'informazione dell'effimero che si sceglie i politici, che contribuisce alla loro costruzione, alla costruzione della loro immagine di vincenti, popolari, ineffabili.
Matteo l'uomo del popolo che ad agosto ha fatto saltare il suo governo, l'uomo del rispetto delle leggi che ancora deve spiegare i rapporti della Lega con Arata e con Nicastri, dell'inchiesta sulla presunta corruzione in Russia (il caso Savoini).
E Matteo il fu rottamatore, l'uomo che doveva cambiare il PD, il paese, l'Europa e che verrà ricordato per le promesse non mantenute, per essere passato dal 40% alle europee al partitino Italia Viva che oggi sta imbarcando ex PDL e Forza Italia svelando la vera natura politica.

Daniela Ranieri, come promemoria del personaggio, oggi ci ricorda alcuni suoi post su internet

“La posizione di Zingaretti sull’accordo con 5S è molto ambigua. Noi non possiamo fare l’accordo con chi mette in discussione i vaccini #senzadime” (Renzi, 25.9.2018). “Oggi i giornali rilanciano accordo coi Cinque Stelle. Penso a Di Maio/Gilet Gialli, Di Battista contro Obama, Lezzi sul PIL, Taverna sui vaccini, scie chimiche, vaccini, Olimpiadi, Tav, allunaggio. E ripeto forte e chiaro il mio NO all’accordo con questi #SenzaDiMe” (12.7.2019). “La mia risposta a chi vuole fare accordi con i Cinque Stelle ‘per difendere insieme certi valori’. Perché io sono contrario a questo accordo #SenzadiMe” (17.7.2019). “È Gentiloni che ha fatto passare il messaggio di una triplice richiesta di abiura da parte del Pd ai 5Stelle. Il modo in cui lo spin è stato passato è un modo finalizzato a far saltare tutto” (23.8.2019).No comment. 
“Ma non ci penso proprio ad uscire da un partito che è il mio partito. Poi non starò mai in un partito che fa l’accordo coi Cinque Stelle” (Renzi, 23/7/2019). “Fare un nuovo partito non è una questione all’ordine del giorno. Roba da addetti ai lavori, fantapolitica. Io ho scelto di fare una battaglia culturale dentro la politica italiana. Continuerò a farla da senatore che ha vinto il suo collegio” (2.2019).Come s’è appreso, l’en plein della frottola. 
“Diamo un hashtag: #enricostaisereno. Vai avanti, fai le cose che devi fare. Io mi fido di Letta, è lui che non si fida. Non sto facendo manfrine per togliergli il posto” (16.1.2014).È la ur-fandonia, la sovra-fake news al cui cospetto ogni altra impallidisce. 
“È del tutto evidente che se perdo il referendum, considero fallita la mia esperienza in politica ” (29.12.2015). “Ho già preso il solenne impegno: se perderemo il referendum lascio la politica” (15.1.2016). “Se non passa il referendum, la mia carriera politica finisce. Vado a fare altro” (11.5.2016). “Se perdo il referendum, troveranno un altro premier e un altro segretario” (1.6.2016). “O cambio l’Italia o cambio mestiere” (2.6.2016). “Tre anni fa la #Brexit. La realtà dimostra che tutta la campagna elettorale si basava su #FakeNews: le bugie ti fanno vincere referendum ma poi sono i cittadini a pagare i danni” (Renzi, 24.6.2019).La realtà dimostra che non sempre le bugie ti fanno vincere i referendum.

I due Matteo, più presenti sui social che nel paese reale.
Di cui forse non conoscono la piaga del caporalato (ieri diversi arresti in Puglia), degli imprenditori meschini che sparano ai propri braccianti (immigrati) perché lavorano poco.
Il paese dove un ragazzo entra in una caserma dei carabinieri e, dopo diversi giorni e diversi trasferimenti anche in ospedali, muore.
Il paese dove si fanno le foto opportunity con dittatori, per poi chiedere l'embargo contro la Turchia dopo l'intervento in Siria di Erdogan.
Il paese dove prima gli italiani, ma solo se si tratta dell'invasione degli immigrati islamici (che non c'è), del disco rotto degli sbarchi, dei porti chiusi.
Prima gli italiani ma mai una volta che abbiano fatto qualcosa per le scuole che crollano, per la sanità in crisi, per o giovani senza lavoro, futuro, domani.

15 ottobre 2019

50 anni da Piazza Fontana - il mostro sbattuto in prima pagina

Non abbiamo inventato niente: le fake news, l'inquinamento dell'informazione, i mostri da sbattere in prima pagina (da Carola Rackete a Greta, agli immigrati che ci stanno invadendo).
Il saggio di Enrico Deaglio su Piazza Fontana racconta anche questo: come un pezzo dello Stato italiano (l'ufficio affari riservati del Viminale, un pezzo di magistratura, buona parte del mondo giornalistico compiacente col potere) inventò la falsa pista degli anarchici e in particolare vestì da pupo quel ballerino anarchico milanese, Pietro Valpreda.
La bestia umana.

Certo, una volta era più semplice: c'erano solo pochi telegiornali nel 1969 ed erano tutti lottizzati dai partiti e in particolar modo dalla Democrazia Cristiana (il partito di Moro ma anche di Taviani, Cossiga, Andreotti, Rumor).
Niente blog, niente social, il giornalismo indipendente nacque proprio in quei giorni, in risposta alla pista rossa, all'anarchico Pinelli che, scoperto, si era buttato dalla finestra dell'ufficio di Calabresi in un balzo repentino (dentro una stanza di 3 metri per 4, con dentro 6 persone).
Noi oggi parliamo tutti i giorni di fake news, del potere manipolatorio dei social media, di "macchine del fango": il "trattamento Valpreda" di mezzo secolo fa resta un modello inarrivabile.Per dare un'idea dei toni, ecco un famoso "ritratto del mostro" pubblicato dal Corriere d'Informazione, edizione pomeridiana dell'organo ufficiale della borghesia italiana, il Corriere della Sera, all'epoca diretto dal leader del partito repubblicano, professore Giovanni Spadolini.Titolo: La furia della bestia umana 
Svolgimento"la bestia umana che ha fatto i 14 morti di piazza Fontana e, forse, anche il morto, il suicida, di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata … non la dimenticheremo mai, la bestia che ci ha fatto piangere … ora si comincia a respirare … Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato niente in vita sua, rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-pop, del rock; un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette… un mestiere corto, infelice, di pochi soldi… Di più questo refoulé si ammala. Il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe… un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia … Chissà come si incolla, come coagula questa sciagurata umanità: parlano, parlano, fanno finta di leggere o d’aver letto, si ritrovano oziosi nei caffè, giocano a scopa, si ubriacano, ogni due o tre settimane presentano ai compagni una "moglie" nuova, scendono in piazza obbedendo a un misterioso ordine di rendez-vous, qualche volta, anzi spesso, hanno guai con la polizia … Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva il massacro".
La bomba - Enrico Deaglio Feltrinelli
I politici di oggi, i loro portavoce, i loro responsabili per i social, non hanno inventato nulla.
E non pensate che sia qualcosa che non ci riguarda più, che non ha attinenze col passato, la storia del mostro.
Perché è successo nuovamente con la strage di via D'Amelio, con la falsa pista Scarantino confezionata ad arte da una squadra di superpoliziotti (la squadra del vicequestore La Barbera) che aveva lavorato stretto con pezzi del Sisde (il Sisde di Contrada) e con quella magistratura che, in tre gradi di giudizio aveva creduto a Scarantino (un piccolo spacciatore).

Presadiretta – vertenza Italia

Ultima puntata della stagione di Presadiretta dedicata all'AIDS, ai nuovi sieropositivi, giovani che fanno sesso senza la percezione del rischio.
E poi un servizio sulle varie crisi industriali oggi aperte.

Spezziamo la catena sull'AIDS

l'HIV è stata la peste del ventesimo secolo: fino al 1999 quando a Vancouver la comunità scientifica annunciò la scoperta di farmaci che curavano la malattia.
Così, passata la crisi, le persone hanno smesso di prendere quelle precauzioni quando fanno sesso: oggi, ogni giorni ci sono 10 nuove diagnosi, significa che il virus in Italia c'è e che per questo la gente si ammala e muore.
Il virus dell'HIV è subdolo, non dà sintomi inizialmente, se non si cura per tempo: può essere asintomatico fino a 10 anni.
I farmaci oggi danno aspettative di vita buone, ma vanno presi tutti i giorni affinché la terapia sia efficace: in Italia la cura all'AIDS si fa bene, racconta il professor Gori, dell'Anlaids, cura che viene fatta con fondi pubblici.
“Il nostro problema dal punto di vista epidemiologico sono le persone che non sanno di essere sieropositive e se ne accorgono troppo tardi” - racconta alla giornalista Sabrina Carreras Andrea Gori: questo è il nostro problema, raggiungere le persone che nemmeno sospettano di essere sieropositivi anche se hanno avuto rapporti sessuali a rischio.

E' un problema che non riguarda solo gli omosessuali, ma in base alle statistiche la maggior parte delle infezioni riguarda persone eterosessuali. Ma ci si vergogna, della sieropositività, si preferisce far finta di niente.
Molti non sanno che se si è in cura non si è contagiosi, non si trasmette nessun virus.

Bisogna rompere la catena del contagio, come? I volontari di Arcigay portano i test per l'HIV fuori dalle discoteche, nei locali.
E poi nelle scuole, parlando di sessualità, come han fatto al liceo Volta a Milano.
Sempre a Milano si trova il Check point Milano: qui fanno profilassi pre esposizione, la Prep, due farmaci che impediscono al virus di attecchire.
Si deve essere certi di non avere il virus in atto.

A Roma c'è l'istituto Spallanzani: il professor Girardi parla del suo obiettivo, 90 – 90 – 90, raggiungere il 90% dei contagiati che ancora non lo sanno, far fare il 90% di loro la terapia e salvarne il 90%...

Purtroppo, sull'AIDS, ci sono anche i negazionisti: di AIDS non si muore più perché ci sono farmaci che bloccano il virus – racconta il dottor Burioni, che ha seguito tante storie di ignoranza scientifica, da Stamina ai vaccini: “dovremo insegnare a tutti quanti la differenza tra un'opinione e una verità scientifica”.


Almaviva, Whirlpool, Alitalia, Ilva, le tante crisi del sistema Italia ancora aperte: significa posti di lavoro persi o a rischio, competenze industriali perse.

Il viaggio nelle crisi industriali parte da Taranto, dall'ILVA: due gruisti sono morti nella stessa gru, sul porto di Taranto, a distanza di 9 anni. Sono solo due delle vittime dell'acciaieria, le morti sul lavoro e le morti per l'inquinamento ambientale.
Può l'ex Ilva essere compatibile con l'ambiente?
L'acciaieria è attaccata alla città, vicina al porto che alimenta l'impianto a ciclo integrato: i minerali di ferro e carbone arriva dalle navi e viene lavorato negli altiforni, da cui si produce la ghisa e poi i laminati d'acciaio.

I parchi minerari inquinano per le polveri sottili, assieme agli idrocarburi, la diossina, il piombo: le perizie certificano l'ingente inquinamento dell'Ilva fino al 2011 e le conseguenti malattie contratte dalla popolazione.
Ci sono poi casi superiori alla media regionale, di bambini nati con deformazioni: malattie la cui tendenza è oggi al ribasso per la minore esposizione agli inquinanti e alle emissioni.

A che punto è il piano ambientale? Le strade dell'impianto sono bagnate costantemente, come da prescrizione.
L'80% di queste prescrizioni sono state realizzate dal 2015 al 2018 durante l'amministrazione commissariale: nastri trasportatori chiusi, torri di smistamento sigillate che non disperdono polveri, un'area di discarica separata distinta per rifiuti pericolosi e una seconda per rifiuti non pericolosi.

Ad ottobre 2018 arriva il nuovo gestore, Arcelor Mittal, con un piano di prescrizione da rispettare, che dura fino al 2023: il punto più importante è la copertura dei parchi minerari, per azzerare la dispersione sulla città del particolato industriale.

Arpal sta monitorando la situazione con una rete che monitora l'aria di Taranto: ad oggi rilevano la presenza di inquinanti, sotto i limiti di legge. Ma siamo ancora ad una produzione bassa, va verificato cosa succederà quando l'impianto andrà a regime.
Servirebbe la completa decarbonizzazione dell'impianto..

Secondo Alessandro Marescotti il piano di Arcelor Mittal è insufficiente: è un esperimento senza molte garanzie, fino al 2023 comunque gli impianti non sono a norma.
Andrebbero dunque bloccati, così la multinazionale sarebbe costretta a stringere i tempi per la messa a norma invece si è proceduto di proroga in proroga.

Anche il presidente della regione Puglia pensa che il piano sia vecchio: stanno lavorando ancora col carbone, pur mantenendo nei limiti di legge, potrebbero usare tecnologie più moderne.

E se Arcelor Mittal non accettasse la decarbonizzazione, cosa facciamo?
Secondo il presidente Emiliano si doveva scegliere un altro partner, il governo precedente doveva porre questo vincolo: Calenda, ex ministro, ha risposto alle obiezioni.
Non esistono tecnologie senza carbone, a meno di garantire un prezzo del gas a valore inferiore a quello di mercato, l'altra opzione di Jindal non dava garanzie dopo il 2023.

Che fare per abbattere le emissioni di carbone? Senza carbone si rischia di svuotare l'impianto di Taranto e questo non ce lo possiamo permettere (che è quello che è successo a Piombino).
Fino al 2023 la fabbrica inquinerà: ma il governo ha messo dei vincoli bassi alla produzione che contengono i livelli delle emissioni.

Iacona ha intervistato il Vice Presidente e Amministratore Delegato di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl, per la prima volta in televisione con un’intervista in esclusiva per PresaDiretta.

Nel piano ambientale per l'ilva è stato messo 1 miliardo e 200 milioni: 300 ml vengono dal tesoretto nascosto dei Riva, il resto sono soldi di Arcelor Mittal.
Alla domanda su come siamo messi, su questo piano di risanamento, il vicepresidente ha risposto che, dal loro punto di vista sono a posto.
I lavori stanno andando avanti, per la copertura, come previsto dal contratto firmato col governo: ma questo è solo la parte visibile dell'iceberg, ma c'è anche una parte non visibile.
Arcelor Mittal sta lavorando su tutti gli aspetti che hanno impatto sull'ambiente – ha spiegato Matthieu Jehl - sulla copertura e sulle polveri diffuse, ma lavoriamo anche su sui camini per trovare una soluzione per le emissioni che escono nell'aria, sul suolo e nell'acqua.
L'idea con questo piano, che è il più ambizioso che avevo mai fatto, come Arcelor Mittal, è arrivare ad un impatto ambientale che sarà il migliore in tutta Europa”.

Il sito di Taranto è il più monitorato d'Europa, vogliono lavorare in trasparenza con Ispra, con Asl e i dati in possesso sono positivi.
La soluzione per la decarbonizzazione la accettiamo, ma Arcelor Mittal ha come data il 2050, perché questo investimento ha tempi lunghi.
Che futuro c'è per la crisi dell'acciaio?
Il vicepresidente ha spiegato che la crisi non è ancora finita, vedremo tra qualche anno.

Arcelor non ha chiesto impunità, ha chiesto di non dover rispondere dei reati commessi nel passato: se saltasse questa copertura legale, Arcelor andrebbe via e dovrebbero tornare i commissari.

Il ministro Patuanelli ha garantito che la tutela penale rimane, anche se l'ultima parola l'ha il Parlamento: la tutela non è nel contratto, ma questa norma esiste già nelle attuali leggi.

Melucci, il sindaco di Taranto, nonostante i miglioramenti della situazione a Taranto si è detto preoccupato dei rischi sanitari sulla popolazione e sui bambini, fino al 2023.
Si aspettava un supporto maggiore da parte di Arcelor Mittal, si dovrebbe pensare ad un impianto più piccolo, senza l'area a caldo.

Dopo l'ex Ilva, il caso Whirlpool, la multinazionale che ha deciso di cedere lo stabilimento di Napoli.
Nessuno, tra gli operai, vuol sentir parlare di riconversione degli impianti: di Whirlpool non si fidano, avendo disatteso gli accordi firmati pochi mesi prima.
La trattativa è saltata, nel mentre del passaggio tra il Conte 1 e 2: la multinazionale vorrebbe vendere l'azienda ad una nuova società, sconosciuta, che si occupa di impianti refrigeranti.
Il ministero dovrebbe fare approfondimenti su chi entra, in una riconversione, per evitare nuovi casi Embraco o ex Fiat a Termini Imerese.

Gli operai sono preoccupati per loro, per il lavoro, per il loro futuro: temono che la parola re industrializzazione ne nasconda un'altra, ovvero de indistrializzazione.
Ovvero deserto industriale, disoccupazione, per i dipendenti della Whirlpool e anche dell'indotto.