26 marzo 2020

Presadiretta – lo speciale sul Coronavirus (la sfida per l'Italia)


Ieri sera è andata in onda una puntata speciale di Presa diretta, dedicata all'emergenza coronavirus ("La sfida per l'Italia"): pazienti trasferiti in altre regioni dalla Lombardia, dove il sistema sanitario è messo sotto stress.
Ma la sfida riguarda tutto il paese, tutti i medici, le forze armate, il personale della protezione civile: sono stati aperti nuovi reparti in tutta Italia, le terapie intensive sono passate 5343 posti a 8370, con uno sforzo organizzativo importante.
Anche le aziende partecipano alla sfida, per la produzione di macchinari necessari per le cure, respiratori, ventilatori polmonari.
Nuovi respiratori sono stati inventati a Bologna al Policlinico Sant'Orsola, dove un singolo macchinario può essere collegato a due malati.

Altro problema sono i dispositivi di protezione: le mascherine le stiamo cercando da tutto il mondo, l'obiettivo è produrle in Italia per essere indipendenti, molte aziende hanno riconvertito la produzione per realizzare mascherine.
Aziende dove gli operai lavorano sette giorni su sette, con turni pesanti.

Ce la stiamo mettendo tutta per contrastare il contagio del coronavirus: tutti uniti la possiamo vincere – dice Iacona ad inizio servizio, dove si è anche parlato di vaccini e delle bufale che circolano in rete.

Per diminuire contagi e decessi dobbiamo stare a casa, per solidarietà con gli altri: altra solidarietà è quella che porta alle donazioni al conto della Protezione Civile, il cui numero è ben visibile sulla Rai.

Si parte dai numeri, quelli dei deceduti e dei contagiati: numeri che dietro hanno persone, con storie drammatiche, come quelle della madre della signora Raggi.
Ammalata nei giorni scorsi, è stata ricoverata in ospedale: entrata in Pronto Soccorso non l'hanno più vista, è morta per Covid 19 dopo poche ore, lontano dai suoi cari.
La morte è stata annunciata in una telefonata molto drammatica: ora la famiglia vive in quarantena, senza sintomi e nessuno ha fatto loro il tampone.
La storia di Albertina Sbrocchi, la madre della signora Raggi è comune a tante altre, nel nord Italia: persone morte, senza che la famiglia possa star loro vicine, sepolte o cremate e via.
Un nome e una croce.

C'è poi la storia degli operatori sanitari contagiati, circa l'8% del totale ma è una stima in difetto: sono stati fatti meno tamponi del necessario per non diminuire la forza lavoro, negli ospedali e anche nelle case di riposo.
In Cina la % di medici e infermieri infettati era del 3%, in Italia siamo almeno al doppio: il dottor Cartabelotta, fondazione Gimbe, ha dato la colpa al fatto che il virus circolava sin da gennaio (le strane polmoniti registrate da fine dicembre), poi gli errore a fine febbraio, quando dopo aver individuato il virus si è perso tempo facendo fatti pochi tamponi ed è mancato un piano pandemico nazionale aggiornato.
Anche oggi i contagi negli ospedali sono cresciuti, come crescono i medici uccisi da questo virus: “sono stati mandati a combattere il virus a mani nude” ha spiegato Filippo Anelli, presidente dell'associazione medici di base.
Sono mancati i dispositivi, gli ospedali sono diventati centri di contagio perché non ci siamo preoccupati per tempo di recuperare tutti i dispositivi e i macchinari necessari.

Alessandro Vergallo è il presidente dei medici anestesisti: anche tra gli anestesisti ci sono molti infettati, tra cui molti intubati. Anche loro hanno denunciato la mancanza di mascherine efficaci contro il virus.
I medici anestesisti e rianimatori hanno anche denunciato la carenza di personale, sono sotto organico del 30%: oggi ai medici infettate, ma non sintomatiche, è stato chiesto di continuare a lavorare.
Rimangono in corsia, in assenza di informazioni chiare, anche se contagiate: una questione assurda.

Anche per gli infermieri, categoria in diminuzione dal 2009, sono sotto stress: mancano circa 20000 unità negli ospedali e 30000 per l'assistenza nelle case.

“L'epidemia è fuori controllo” scrivono i medici di Bergamo, dove i pazienti muoiono senza cure, da soli: il luogo dove si dovrebbe essere curati si è trasformato in un vettore di contaminazione.

Il sindaco di Bergamo Gori ha commentato la lettera: “è un ospedale straordinario, la sanità lombarda conta su ottimi presidi ospedalieri, quella è la situazione in cui i medici stanno lavorando e dà l'idea dello tsunami che si è abbattuto”.
Le persone vanno tolte nell'ospedale, oggi luogo non sicuro, ma il punto debole è la rete sanitaria nei territori: ci sono migliaia di persone a casa, con polmoniti, spesso senza nessuna cura sa parte di personale sanitario.
E le persone che muoiono a casa sono sole e finiscono anche fuori dalle statistiche nazionali sul Covid-19: fino al 19 marzo a Bergamo sono morte 1128 persone, 500 morti in più, ma ufficialmente solo 48 per coronavirus.

Serve la sorveglianza attiva, fare i tamponi per tutte le persone con sintomi e anche a tutti i familiari: ad oggi i tamponi si fanno solo in ospedale solo a persone sintomatiche, dobbiamo fare questo sforzo, cambiando la policy che arriva dall'ISS (e come mai il Veneto ha potuto fare i campioni a tutti?).

La Lombardia è la nostra Wuhan – sostiene Cartabellotta: abbiamo il 43% dei casi di Covid 19 in Lombardia, per la magigore densità e per i provvedimenti frammentati, che hanno tenuto conto quasi solo della produzione industriale, messaggi ambigui (come Milano non si ferma), provvedimenti presi solo in ritardo.
Questo spiega i morti e i casi cresciuti in modo esponenziale, e gli ospedali ingolfati hanno solo peggiorato la situazione.

Quanti sono i contagiati in Italia? Non lo sappiamo, possiamo dare tanti numeri: se ci basiamo sulle statistiche cinesi, il numero totale di contagiati è superiore a quello dato, dunque l'unico modo per diminuire i contagi, in assenza di tamponi, è il distanziamento delle persone.

Giulia Bosetti e l'ospedale di Parma: i medici hanno girato dei video mostrati nel corso della trasmissione. Qui a Parma ci sono stati 230 morti, in ospedale sono arrivati più di seicento pazienti e i medici fanno orario quasi continuato, senza distinzione tra domenica e gli altri giorni.
Nuovi reparti sono allestiti qui, all'ospedale Maggiore, per i nuovi pazienti: tutti i medici, indipendentemente dalla specializzazione, sono stati chiamati per affrontare questa situazione.
Questa malattia colpisce non solo gli anziani, ma anche persone giovani: tutti i seicento posti sono occupati, tutte le stanze sono monitorate da remoto.
Chi viene infettato viene isolato e chi sta a casa non può mettersi in contatto: molti medici, la sera, telefonano alle famiglie per dagli qualche informazioni sui loro cari.
I pazienti più gravi sono portati in terapia intensiva: qui lavorano rianimatori e anestesisti, i medici più richiesti, come richiesti oggi sono i posti per queste terapie.

Sono storie di abnegazione al lavoro, di sacrifici, di tensione quelle che arrivano da Parma: affidatevi a noi – ci dicono però i medici.
E Parma ha uno dei sistemi sanitari migliori: cosa succede nelle altre regioni?

Iacona e Walter Ricciardi hanno ricordato le battaglie fatte contro i tagli alla sanità: se le strutture di eccellenza vanno in crisi, come a Parma, l'unica risposta per limitare i danni è stare a casa, limitare i contagi.
In Puglia sono preoccupati per la carenza di dispositivi e di macchinari: ospite in studio il presidente della regione Emiliano, che ha spiegato come al sud manchino addirittura maschere e tute da dare ai medici.
I DPI mancano anche per i medici di famiglia, che sono il primo presidio al virus, per gestire i pazienti a casa.
La regione Puglia aveva fato acquisti per mascherine e altri dispositivi: c'era un contratto Consip per avere le mascherine ad 1 euro, ma l'azienda ha fatto sapere che i dispositivi non potevano essere consegnati.
Oggi c'è un sistema di accaparramento per mascherine: siamo stati travolti da un virus che ha un livello di contagio che non si poteva prevedere.
Emiliano ha parlato con Conte che ha rassicurato il presidente, dispositivi e ventilatori arriveranno, l'importante è che i DPI arrivino adesso.

La regione Puglia sta monitorando le persone arrivate qui dal nord: il temuto contagio non c'è stato, per fortuna, ma per far tamponi a tutti qui mancano i reagenti e di tecnici per fare le indagini.

Per combattere il virus sono scesi in campo le migliori tecnologie e anche i migliori medici: sono loro che sono andati a Vo Euganeo per studiare questo caso.
Come sanificare gli ambienti, sulle superfici (dove il virus resiste anche 17 giorni sulle superfici)? Ci sono sistemi robotici per trattare gli ambienti prima e dopo l'arrivo di sanitari e pazienti.
All'ospedale Molinette hanno inventato un dispositivo per analizzare in modo rapido un tampone: il test molecolare specifico è nato da una società di Vercelli, la Diasorin, che tra marzo e aprile produrrà 600mila test, da distribuire a diversi ospedali, tra quelli più in difficoltà.

Al Campus Biomedico di Roma lavorano con l'intelligenza artificiale per diagnosticare il Covid-19, nei casi che sfuggono al tampone, perché hanno sintomi leggeri.
Oggi in Italia i contagiati censiti sono 70mila, ma quelli effettivi, tra gli asintomatici, sono forse il triplo: in Veneto hanno fatto una campagna di massa, dopo il caso di Vo' Euganeo.
Qui hanno fatto uno screening di massa per affrontare in modo efficace quel focolaio: fare tamponi mirati, non a tutti, ma alle persone che denunciano sintomi, che riceveranno il tampone a casa; persone in contatto col pubblico, persone che sono state in contatto con persone contagiate.

Serve che i laboratori lavorino di più, altrimenti non si reggerà il carico: si arriverà a 150mila tamponi al giorno, con questa nuova strategia.

Walter Ricciardi ha commentato il meccanismo della disinfezione: in tempi di pace, senza virus non sempre si fa, perché ha un costo, ma finalmente oggi si è capita la sua importanza.
Perché, a causa della mancata sanificazione, negli ospedali si moriva anche prima del virus, per le infezioni prese nei luoghi di cura: le regioni e le ASL devono poi elaborare questi protocolli, non fare tagli sulla disinfestazione perché costa.

I tamponi si possono fare a tutti? Ricciardi ha ricordato che Vo Euganeo era zona rossa, una zona delimitata: è impossibile fare 60ml di tamponi al giorno, ma sono indicazioni temporanee, non possiamo fare tamponi a getto continuo.
Si deve fare in maniera più mirata, quando esordiscono sintomi lievi; si deve fare anche il tracciamento tecnologico, per capire la persona colpita con chi è entrato in contatto, per delimitare i contagi.

Le cure sul Covid-19.

Esiste una sperimentazione per la cura col plasma di persone guarite dal virus: questo è lo studio che stanno portando avanti al San Matteo a Pavia, dove studiano la terapia sapendo che è una lotta contro il tempo, qui lavorano giorno e notte per essere pronti dal punto di vista della tecnologia.
Servono pazienti che donano il plasma e serve anche tempo per studiare le cure.

Ci sono poi gli studi con farmaci destinati ad altri usi e ci sono anche notizie su farmaci efficaci, come quello pubblicizzato da un video in rete.
Farmaci anti reumatoidi, farmaci anti virali .. ci sono tante sperimentazioni in Italia e anche all'estero.
Quali sono promettenti? È troppo presto da dire – ha ammesso Ricciardi – prima di dare in farmaco devi essere sicuro che i farmaci non facciano male, poi che siano efficaci. Serve tempo e tutto deve essere fatto su basi scientifiche, non sull'emozione dei media.

I vaccini per il Covid 19

C'è una corsa contro il tempo per il vaccino: Cina, Australia, Israele, America .. Moderna, una società di Boston, ha trovato per prima un lotto di vaccino che ora è sotto studio, sui volontari.
A Boston sono confidenti del loro vaccino, stanno lavorando anche per essere pronti a produrre milioni di dosi, da distribuire per primo ai medici e infermieri, poi alle persone anziane.
Si parla di autunno 2020, per poi essere pronti nell'inverno 2021: a capo dell'equipe che sta lavorando al vaccino c'è Andrea Carfi, un ricercatore italiano.

A Castel Romano, alla Takis, lavorano per un altro vaccino che stanno testando sulle cavie: il virus va testato e poi serviranno mesi per produrlo.
Potrebbe essere sperimentato già alla fine di quest'anno.

Ma poi il vaccino sarà distribuito a tutti o ci saranno paesi di serie A e serie B?
LE aziende intervistate sono aziende serie – ha spiegato Ricciardi: succederà come per la poliomielite, dove il vaccino è arrivato a tutti, a tutta l'umanità.

Il caso cinese a Prato

A Prato, la comunità cinese è andata in quarantena già da febbraio, prima che lo facessero gli italiani: hanno chiuso le fabbriche, non hanno mandato i figli a scuola. Hanno visto cosa era successo in Cina e senza aspettare il decreto (o i decreti) hanno adottato le misure necessarie per contenere il contagio.
Per controllarsi l'uno con l'altro hanno usato le chat, per tracciare le persone rientrate dalla Cina: un vantaggio per la comunità cinese e anche per Prato.
Dalla Cina sono arrivate qui mascherine, le aziende di moda si sono riconvertite per produrle in Italia: nel momento difficile nasce la vera amicizia, racconta un esponente della comunità cinese, su cui si sono abbattuti troppi pregiudizi.

Le bufale sul virus

C'è il video di Arbigol, postato da italiani, che salva dal virus, ma è una bufala.
C'è poi l'aglio, la vitamina C, la storia del vaccino svizzero, Adriano Panzironi col suo rimedio a basa di integratori (vergognoso che sia invitato in trasmissioni televisive).
Ci sono poi i rimedi omeopatici, pubblicizzati perfino anche sul sito del governo indiano.
Stefano Montanari, riferimento dei no vax, propone curcuma e zenzero.
Gira anche la storia dell'aspirina: i farmaci antinfiammatori bloccherebbero il virus, ma non ci sono sicurezze.

Ci sono poi le teorie complottistiche: il virus creato in Cina, il virus arrivato da soldati americani (per una esercitazione poi rimandata), foto di cisterne piene di virus (ma sono fotomontaggi).
La storia delle pensioni ridotte del 50% per il corona virus, anche questa una bufala.

Condividere contenuti falsi, è un'altra forma di contagio: si rischia una denuncia per procurato allarme, in determinati casi.

Nelle chat sta poi girando un video di Leonardo dove si parla di un esperimento, per creare un virus: ma questo non ha nulla a che fare col Covid 19.
Quel servizio spiegava come fosse possibile far passare un virus dai pipistrelli all'uomo.

Iacona ha intervistato la scienziata Elena Cattaneo: la tanto bistrattata scienza italiana è tornata al centro dell'attenzione della politica italiana.
Tutti chiedono il vaccino oggi: tante malattie sono debellate da vaccini, li teniamo a bada grazie alla ricerca scientifica.
Un paese che non investe in ricerca e nelle competenze è un paese che si ferma: non solo non potrà dare risposte alle domande delle persone, non avrà futuro dunque.
Abbiamo bisogno di risorse per fare ricerca, per finanziare i migliori progetti, per le migliori ricerche: abbiamo bisogno di leggi e finanziamenti che resistano ai cambi di governo.
Questo paese, che bistratta la scienza, è fenomenale dal punto di vista scientifico, i nostri scienziati partecipano progetti di dimensione mondiale e d europea.
Non abbiamo ancora capito quanto la nostra efficienza dipende da quello che sappiamo misurare e capire.

Questa crisi ci ha fatto riconsiderare la scienza, il ruolo dello Stato, i vincoli economici che gravano sulle spese di uno Stato in Europa.
E' un passaggio unico della storia – il commento del ministro Boccia: dobbiamo rafforzare la sanità pubblico, il diritto alle cure, il nostro sistema deve diventare un modello per altri paesi.

Le ricadute economiche del virus

Il blocco della produzione a Brescia vale 38 miliardi di euro: ci sono aziende che, alla fine del virus, non potranno ripartire. Serve un piano Marshall Europeo – racconta un industriale bresciano al giornalista di Presa diretta.
Ci sono i provvedimenti del Cura Italia, al momento: stop alle imposte, stop delle rate dei mutui e dei prestiti, i 600 euro per le partite IVA e i lavoratori più fragili.
La crisi colpirà tutti, ma in modo diverso i più forti dai più deboli, le aziende piccole da quelle grandi, i commercianti piccoli da quelli grandi.
Servirebbe una linea di credito sicura, garantita dallo Stato.

C'è la sanità e ci sono anche le imprese. Le partite IVA e gli artigiani. Ci sono poi anche i lavoratori dello spettacolo, oggi senza assicurazione.
Dovremo considerare scuola, cultura, sanità come valori primari.

L'Italia, come l'Europa, è al bivio della sua storia: dobbiamo affrontarlo con strumenti eccezionali – ha spiegato Boccia – per gestire anche il debito privato.
Come in guerra, serve maggiore debito pubblico”: sono le parole di Mario Draghi.

25 marzo 2020

Quella voglia di mettersi tutto alle spalle

Immagino che aver sentito ieri sui giornali la notizia di una proroga di tutte le restrizioni fino a luglio abbia gettato nello sconforto in tanti.
Tutti vogliamo uscire da questa situazione che, giorno dopo giorno, diventa più difficile: lo è per chi deve chiudersi in casa e lo è ancor di più per coloro che sono costretti ad andare a lavorare.

C'è tanta voglia di mettersi tutto questo alle spalle, per tornare a come eravamo prima.
Sempre che ci torneremo, certo.
C'è l'assessore Gallera che annuncia la sua auto candidatura a sindaco di Milano, scegliendo un momento poco felice e dimenticandosi di tutti gli errori fatti in Lombardia nella gestione del virus (i contagi in ospedale, i medici e infermieri contagiati, le tante persone che si ammalano stando in casa, dove muoiono in silenzio).
La voglia di un governo di unità nazionale magari con Draghi a capo e con dentro tutti.

Eppure dovremmo chiederci come saremo, alla fine di tutto ciò: di certo meno ingenui di fronte alle tante sciocchezze che ci siamo sorbiti in questi anni.
L'eccellenza sanitaria lombarda.
La sanità privata che fa bene anche al pubblico.
La necessità di fare tagli alla spesa sanitaria, ma senza tener conto delle inefficienze.
La bufala delle autonomie regionali, su cui ora possiamo mettere definitivamente una pietra sopra.

24 marzo 2020

Il declino industriale italiano

Come siamo arrivati a questo, al declino industriale, alla perdita di posizioni nella ricerca scientifica, all'essere una nazione con un'industria manufatturiera senza ricerca e sviluppo?
E' una storia che parte da lontano, come il nostro declino, precisamente dall'inizio degli anni sessanta, quando il paese avrebbe potuto risorgere pienamente (dal punto di vista della ricerca sul nucleare, sull'informatica, sulle scienze medicali, sulla chimica): il romanzo di Bruno Arpaia parte dalla storia di tre italiani, poco noti ai più, che col loro lavoro volevano dare al nostro paese quell'autonomia industriale, tecnologica che ci avrebbe reso una nazione più forte.
Si tratta del pioniere dell'informatica Mario Tchou, dei ricercatori Felice Ippolito e Domenico Marotta.
E poi Enrico Mattei, presidente dell'Eni, morto a seguito dell'attentato sul suo aereo personale, nell'ottobre 1962.
Resta il fatto che, nel giro di soli due o tre anni, ogni tentativo di autonomia scientifica ed energetica dell'Italia è stato frustrato. Genetica, biologia molecolare, elettronica fisica nucleare: tutto azzerato, a vantaggio di altri, di paesi più potenti. E a questi settori andrebbe aggiunta anche la chimica, che aveva visto il nostro predominio nel campo delle materie plastiche con i brevetti e il Nobel di Giulio Natta.Invece proprio in quegli anni, in Montedison le scelte del nuovo Management imposto da Enrico cuccia e Giorgio Valerio gettano le basi per una crisi verticale della nostra industria chimica. Ha ragione Edoardo Amaldi: per l'Italia è una sconfitta grave quanto quella di Caporetto. 
E' infatti in quel brevissimo lasso di tempo, a cavallo fra la morte di Mario Tchou e l'arresto di Domenico Marotta, che l'Italia unica tra i paesi industrializzati, sceglie un «modello di sviluppo senza ricerca», fondato sui prodotti a bassa o media tecnologia (tessuti, mobili, scarpe, vestiti, frigoriferi, lavatrici, automobili, cibo..) in cui le innovazioni più avanzate vengono semplicemente importate dall'estero. Made in Italy. Ma nell'attuale «società della conoscenza», fondata sulla scienza e sui quel tipo di tecnologia che, a detta di Luciano Gallino «incorpora volumi senza fine crescenti di Conoscenza scientifica», i limiti di quel modello sono venuti pian piano a galla e il nostro paese si è avviato da parecchi anni verso un declino di cui sembra più sempre di più difficile risalire. Insomma, checché se ne dica oggi, il nostro declino, il nostro tasso di crescita molto inferiore a quello degli altri paesi, viene da lontano, dagli inizi degli anni 60. Da allora, niente ricerca hi-tech, niente innovazione, sempre più scarsa istruzione media e universitaria. 
Difficile competere con nazioni che hanno il 65% di laureati contro il nostro 19%. Difficile stare al passo di chi investe in ricerca almeno il triplo o il quadruplo dell'Italia. Eppure nel dopoguerra il livello delle capacità scientifiche e tecnologiche del nostro paese era fra i più alti in Europa e nel mondo. Qualcosa in quei due o tre anni cruciali, in quel turning-point della nostra storia, è andato decisamente storto. Colpa del caso, del «destino cinico e baro», come avrebbe detto Giuseppe Saragat, oppure Pietro Greco faceva bene a sospettare che dietro quegli eventi, apparentemente isolati, ci fossero un piano, un ordine, una ragione? Magari una lunghissima mano americana? mMagari la mano di Thomas Hercules Karamessines?Da Il fantasma dei fatti - Bruno Arpaia Guanda Editore

Chi erano Mario Tchou, Felice Ippolito e Domenico Marotta (Enrico Mattei non dovrebbe aver bisogno di presentazioni)?
Cosa avrebbero potuto fare per il nostro paese?
E, poi, il fantasma che aleggia su tutte queste storie, Thomas K, Thom il greco. Chi era? Qual è stata l'influenza americana sulla nostra storia?
Buona investigazione, col libro di Bruno Arpaia.

23 marzo 2020

La Sicilia di ieri - La concessione del telefono

Non c'è solo il Camilleri di Montalbano, e i lettori dello scrittore siciliano che ci ha lasciato lo scorso anno lo sanno benissimo.
Ci sono i suoi racconti ambientati nella Vigata post unitaria, quando la Sicilia era "invasa" dai funzionari sabaudi mandati da Roma in Sicilia per gestire l'ordine pubblico, la sicurezza, la lotta al brigantaggio.
Questori, prefetti, comandandi della piazza, con cognomi come Rebaudengo, Bortuzzi, Bosisio, Colombo.. e Marascianno come il prefetto in La concessione del telefono, del nord anche lui, perché di Napoli.
Come scrive Pirandello, in un brano riportato nell'introduzione de La concessione del telefono
"prefetti, delegati, magistrati messi a servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l’oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l’impunità agli oppressori".
Personaggi che, nella maggior parte, hanno ruoli negativi nei romanzi del maestro, causa dei mali dell'isola, di cui nemmeno si sforzavano di capirne le origini. Isola che sprofondava sotto il peso dell'ottusa burocrazia, delle tasse, della mafia dei campieri, dell'ignoranza dei baroni e dei signori sopravvissuti e trapassati dal re Borbone al re Savoia senza troppi problemi.

Leggeteli, se avete tempo (e di tempo ne dovreste avere in queste settimane di coronavirus), questo romanzi: Il birraio di Preston, La scomparsa di Patò, Un filo di fumo, La mossa del cavallo, Il corso delle cose, La bolla di componendaLa concessione del telefono ..


Quest'ultimo (di cui stasera andrà in onda su Rai1 il film)  è la storia di una solenne cantonata, per dirla alla Camilleri.
La richiesta di una concessione del telefono, fatta da un piccolo commerciante al prefetto di Vigata, sospettoso e paranoico, amante dei numeri della smorfia.
Genuardi diventa così un pericoloso sovversivo, finisce nella stretta tra la polizia e la mafia, cui aveva chiesto aiuto.
Ma perché questo Genuardi aveva bisogno di una linea telefonica?
E come andrà a finire la storia?

Come è andata a finire la storia della Sicilia, liberata dai Borboni per finire sotto un altro re, mai liberata dunque, lo sappiamo.
Terra di esperimenti politici, di compromessi e ricatti, terra abbandonata. 
Ma senza la Sicilia, aveva detto una volta Camilleri, l'Italia sciddrica..

Tutti a casa ma anche no

Sono veramente nauseato da quanto sta succedendo nel mio paese, per l'emergenza coronavirus.
Governatori contro presidenti del Consiglio in una gara inutile.
Ordinanze in ordine sparso di regione in regione e si comune in comune (come si misura la prossimità dalla propria abitazione?).
Decreti annunciati via facebook (e va bene, dobbiamo fare di fretta) ma poi firmati dopo lunghe trattative al ribasso il giorno dopo.
Chi comanda, in questo paese, Confindustria o il governo?
E il Parlamento ha ancora ruolo di controllo?

E chi risponderà delle persone che si ammaleranno perché dovranno andare al lavoro in questi tre giorni di tregua concessi alle imprese, per adeguarsi?
Le grida manzoniane hanno sortito l'effetto di creare paura, stress, puntando il dito contro gli untori delle passeggiate o delle corsette.
In un paese dove fino alla scorsa settimana si andava ancora a sciare o a fare le gite fuori porta.
E dove ancora oggi si fa a lavorare in aziende dove vige l'autocertificazione dell'azienda stessa. 
Oste com'è il vino?
E quanto vale la vita di una persona, costretta a muoversi di casa, andare a lavoro, tornare a casa con la paura di rimanere infettato?

Dobbiamo stare a casa, non uscire se non per motivi seri, ce lo ricordano ad ogni conferenza stampa (quelle inutili conferenze che mi chiedo a cosa servano), eppure nei metrò la gente gira stipata una accanto all'altra.

Finirà un giorno tutto questo, allora faremo i conti con tutto quanto non ha funzionato: la confusione di ruoli tra poteri locali e centrali, la sanità pubblica che deve essere rafforzata come anche la ricerca pubblica (quella a cui oggi chiediamo di trovarci il vaccino), la produzione di beni essenziali per la salute che deve essere sotto il nostro controllo (mi riferisco alle mascherine che pare siano ora arrivate), il concetto stesso di sicurezza, che oggi abbiamo capito non essere legato all'invasione di immigrati ma a qualcosa di tremendamente più serio.

Per il momento staremo tranquilli a casa, ma ci stiamo segnando tutto.

21 marzo 2020

Nodi al fazzoletto - le vittime della mafia (e Ilaria Alpi)

Non dobbiamo dimenticarci, una volta che questa tempesta che stiamo vivendo a causa del coronavirus, che la fuori ne abbiamo un altro di virus, che ora è silente.
E' il virus delle mafie: non è il momento di fare rumore adesso, in piena emergenza.
Ma appena tutto sarà finito e i politici diranno ripartiamo! ripartiamo! saranno lì, ad attendere gli appalti, i soldi dallo Stato.
Oggi è la giornata delle vittime della mafia, dunque: già se ne parla poco delle mafie (il cui contrasto è spesso assente nelle agende dei governi e dei partiti), figuriamoci ora, dove il virus (e le costrizioni alla nostra vita) occupano tutti gli spazi di informazione.
Ma noi non dimentichiamo.

Come anche non dimentichiamo nemmeno Ilaria Alpi, che non è una vittima della mafia, ma come giornalista stava indagando sui traffici di rifiuti tra Italia e Somalia, nascosti dietro organizzazioni non governative.
Ilaria, assieme al suo cameramen Miran Hrovatin, furono uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, in un agguato ancora oggi poco chiaro.
“E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?” (Una delle ultime annotazioni sul diario di Ilaria)


I cerchi nell'acqua, di Alessandro Robecchi



Nessuno sa correre così metodicamente, i piccoli passi come un metronomo, salone-cucina, dietrofront, altro viaggio, cucina-salone, ancora, tic-tic-tic, senza un movimento sbagliato, senza sbavature, sembra un esercizio di ritmica, e di perizia. Invece Katrina non se ne accorge nemmeno, frantuma nel suo viavai la conversazione in corso, o la ricostruisce, con la Calamita Santa, Miss Universo Lady Madonna di Medjugorje, incollata al frigo, che la guarda e la capisce. La compiange, tenerezza magnetica, anche quando lei dice: «Signor Carlo sempre ultimo momento!», sospirando come forse si fa in Moldavia, dalle sue parti, tipo un treno a vapore che frena nella neve.

Una cena tra amici, oddio, forse amici proprio no, ma tra persone adulte che si sono conosciute, anche in momenti difficili e che hanno imparato a stimarsi.
Il Carlo Monterossi, l'inventore della trasmissione dove si propina agli spettatori l'invenzione del mondo reale, la tv del dolore, la macchina della merda. Quel mondo lì, che l'ha reso ricchi e infelice.

E poi, il Ghezzi il sovrintendente di polizia, un grado basso dopo trent'anni di carriera, perché lui non è uno che cura i rapporti coi ranghi alti, lui è un poliziotto di altri tempi, suole consumate, indagini sul campo, interrogatori infiniti, testimoni da cercare …
In quella cena (in cui sono invitate anche Chiara Ballesi, amica, compagna di Carlo e la signora Rosa, moglie del Ghezzi) Carlo Monterossi avrebbe voluto spiegare, giustificarsi col Ghezzi, di come non era riuscito a vendicarsi di un certo torto, usando la sua trasmissione (rileggetevi se non l'avete fatto il precedente “I tempi nuovi”): una storia di ingiustizia, di forti contro i deboli.
«Le devo delle spiegazioni, Ghezzi, pensavo fosse possibile fare un po’ di giustizia, ma non me l’hanno permesso». 
[..]«Perché si scusa, Monterossi?». 
Già, perché si scusa? Perché si sente sporco, ecco perché. Lo dice, ma in cambio non riceve quella complicità che si aspettava.

Ma quel tentativo mal riuscito di dare delle spiegazioni, arriva ad altro: perché il Ghezzi, dopo una vita da sbirro che gli è passata davanti, ora che si trova quasi prossimo ai sessanta, sente che è arrivato anche il momento di fare bilanci e si sentirebbe anche stanco. Così all'improvviso sbotta.
Lui, il poliziotto zen, quello che parla calmo, quello così ligio al dovere tanto che per una indagine si era travestito da frate facendosi venire i geloni ai piedi, così diverso dal socio, il sovrintendente Carella, il cane da fiuto, il mastino.. Ecco il Ghezzi questa volta non ce la fa più: ma cosa ne sa lei, Monterossi?
«Che ne sa, lei, di quello che c’è là fuori, Monterossi? Parla di ingiustizie e di miserabili come se li avesse visti davvero. Ma non è così. Lei ne fa caricature, Monterossi, lei non sa davvero cosa c’è là fuori, cosa sono le vite in sospeso, le botte, le umiliazioni, la lotta incessante per la sopravvivenza. La roba, Monterossi, i soldi, il potere, il comando, e quelli che chinano la testa, che lavorano ai margini, che ambiscono alle briciole, e a volte per le briciole sono capaci di ammazzare».

Inizia in questo modo, sorseggiando un Whisky, il racconto di una storia nella storia, la STORIA che Ghezzi, racconta a Carlo: una storia di piccola criminalità, di piccoli squali affamati in un mare di squali sempre più in altro nella catena alimentare. Di tutto quello che sta là fuori e che forse il signor Monterossi, nel suo attivo in zona Porta Venezia a Milano, non conosce.

C'è un piccolo ladro d'appartamento, il signor Pietro Salina, che all'improvviso sparisce, lasciando alla compagna, Franca, una sex worker (oggi, ma una volta si sarebbe chiamata una prostituta) solo un biglietto misterioso: “ho visto una roba che non dovevo” e ciao.
Così ora la Franca si rivolge proprio a quel poliziotto che conosce (perché aveva arrestato il suo Pietro, era stato il primo arresto del giovane Ghezzi, non pensate male) perché glielo ritrovi.
Fare qualche domanda, cercarlo tra i suoi amici, tra i suoi parenti, se ne ha, capire se dietro quel biglietto c'era qualcosa, una vena di paura o altro.
Per Ghezzi è un tuffo nel passato, quel primo arresto, quel rapporto strano con la Franca, sapeva che lavoro faceva ed entrare a casa sua per sapere come stava, lo metteva a disagio, gli faceva provare quasi un brivido di piacere. Ed è un tuffo nel passato anche per il modo di fare le indagini: girare per i bar dove bazzicava il Pietro, sentire le persone che erano state in cella con lui …
Ma Ghezzi viene incaricato di occuparsi anche del suo socio, Carella, ufficialmente in vacanza (lui, che per fargli fare un giorno di ferie nemmeno le cannonate), ma che è stato visto girare con macchinoni da centomila euro, frequentare bische in mano ai calabresi al Giambellino, non proprio brava gente.
Iniziano a girare voci strane su Carella, che forse è diventato un poliziotto sporco oppure che sta facendo una sua indagine personale, come un “Montalbano in proprio”, come dice il capo, il vicequestore Gregori.
Che sta facendo Carella?

Carella sta seguendo una persona, un tale appena uscito dal carcere di Bollate, che si chiama Vinciguerra. La storia di Carella la conosciamo un pezzo alla volta, con brevi lampi di memoria: un piccolo criminale che, appena uscito dal carcere, sale su una macchina e sparisce, per andare a festeggiare la libertà.
Una condanna per violenze contro una ragazza, una delle prostitute che lavoravano per lui nelle sue case.
Un processo farsa, un'altra ragazza con tanti problemi alle spalle che aveva testimoniato, ma le cui parole erano servite a poco, perché la giustizia si sa come funziona..
Cosa c'entra questa storia, con la storia di Carella, col suo sprofondare dentro il mondo del crimine, sulle tracce di questo piccolo sfruttatore con la mano pesante e con pochi scrupoli?
Sono i famosi cerchi dell'acqua, la splendida metafora che dà il titolo al libro: i delitti, anche quelli che sembrano più lontano, sono come dei cerchi dell'acqua dentro uno stagno, piano piano si allargano e ci toccano. Ci toccano dentro e diventano qualcosa di nostro.
Il delitto, qualunque delitto, dalle botte al furto in casa, fino all'omicidio, crea una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell'acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano. Il morto è morto, cazzi suoi, ma il dolore per la sua morte si contagia come una brutta scabbia.

Questo è successo a Carella: ha preso quella malattia e ora non può fermarsi, deve trovare questo Vinciguerra. Per fare cosa?

C'è, infine, un'altra storia dentro la storia (ma quanto è ricco e articolato questo giallo di Robecchi?): c'è il delitto Crodi, un vecchio artigiano, esperto in restauri, ucciso nel corso di una probabile rapina. Ucciso male, a furia di botte: su questo delitto la stampa e la brava gente preoccupata perché “dove stiamo andando a finire” stanno mettendo in croce Procura e Questura.

Tre storie che ci vengono raccontate, in cui ci troviamo proiettati: Carella e la sua ossessione, che lo porterà ad attraversare il confino tra ciò che e lecito e ciò che non lo è.
.. quell'immersione sul fondo, i gironi infernali di spacciatori, trafficanti, truffatori, uomini di fiducia, boss galoppini. La luce e quell'odore dei bar gli si sono appiccicati addosso, il fiato fetido dei miserabili, del loro whisky aspettando, delle loro puttane, delle loro regole, dei loro codici, segnali, delle loro piste piene di coca tirate sui tavoli prima di andare al lavoro, un'estorsione, un pestaggio, la riscossione di un debito. E' sceso là sotto, sotto la superficie, perché cercava il Vinciguerra, e lo cerca ancora.”

Ghezzi, pure lui continua a chiedersi perché: perché cercare questo Pietro, perché continuare a fare questo lavoro, questa vita a fianco con la Rosa, con tante privazioni.
Gli manca Carella, gli manca quel suo “parlami Ghezzi”, in cui i due poliziotti così diversi si confrontavano, il primo cercava di spiegare all'altro il suo punto di vista.
Pure Ghezzi quella linea, quel confine, tra lecito e illecito, dovrà superarlo, andando a immergersi in quel mare di piccoli predatori: “la vecchia usuraia che riceve i debitori, la processione dei questuanti, i negri che pagano puntuali ..”, come trovarsi sul set di un film di costume.
Sempre per quella storia dei cerchi del dolore, i cerchi dell'acqua, che dal centro dello stagno si muovono lontani, toccando tutte le persone sensibili al dolore degli altri.
E Carlo Monterossi?
In questo romanzo fa un passo indietro, ad ascoltare la storia del Ghezzi che racconta a lui (e a noi come lettori) di questo mondo, lontano dal suo, dei cattivi, quelli che per poche briciole sono disposti ad uccidere, senza provare scrupoli, con la paura della finanza o della polizia, di prendersi un colpo di pistola o di pestare i piedi a qualche predatore più pericoloso.
Due mondi, quest'ultimo e quello del Monterossi, che non si incontrano, non si vedono. La bilancia della giustizia in mano ad una dea bendata che non vede queste differenze, questi mondi, queste ingiustizie:
Ora Carlo la vede, la bilancia truccata, con pesi non comparabili sui due bracci: di qua la sua tranquillità inscalfibile, appena turbata da qualche paturnia etica,un esercizio elegante di spirito critico, un democratico cinismo. Si, sì, come no, un mondo migliore .. certo, ci sto, ci sono, avvertitemi un po' prima no, meglio un messaggio.Di là, invece, la Cajenna dei cattivi, il peso delle botte e delle coltellate, i soldi che girano, le donne che girano anche loro come merce, pedine, vittime, i pesci piccoli, i pesci grossi e tutta quella merda che Ghezzi aveva messo in fila. Carlo pensa a quei quadri di Grosz, coi borghesi pasciuti che ostentato benessere e i derelitti macilenti, caricature feroci, ma, appunto: caricature. 
No, troppo semplice, non va bene. 
Non è letteratura o cinema, aveva detto il Ghezzi, e su questo aveva qualche ragione: i cattivi della sua storia non hanno appiccicato addosso nemmeno un grammo di poesia, o romanticismo, sono stronzi e basta.
In una catena alimentare in cui altri sono più stronzi di loro.
 
[..]Il bene, il male? Il dolore? Sporcarsi? 
Come aveva detto il Ghezzi? 
Sì, si sono sporcati tutti. Ma più delle parole lo aveva colpito quel gesto che aveva fatto con le mani: indicava un mondo che semplicemente non avrebbe potuto capire quella storia, un mondo a parte, protetto, incellofanato con quella plastica a pallini che difende dagli urti. 
Una zona accogliente e confortevole da cui osservare il degrado del mondo scuotendo la testa, signora mia, che ingiustizia!

I cerchi nell'acqua è un giallo, e che giallo, con tre storie intricate che ci porteranno lungo le strade di Milano, la città che non si ferma (forse ora col corona virus), “La ruota, il criceto, il modello per il paese.”
Ma è anche un romanzo sociale, come i precedenti di Robecchi, su Milano e i suoi quartieri divisi per classe sociale, sulla vita delle persone “fare quello che si può, vedere scorrere i giorni, essere amici”.

La scheda del libro sul sito di Sellerio editore e il pdf del primo capitolo.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

20 marzo 2020

Voglia di panico (e di militari)

Ma come lo possiamo raccontare questo paese, se volessimo descrivere questo momento ad un osservatore esterno?
L'invocazione dei soldati a presidiare parchi e strade dalle orde di runner che vogliono a tutti i costi infestare la città che non si ferma mai.
Milano, la Lombardia, la locomotiva d'Italia in cui possiamo rinunciare a tutto, fino alla passeggiata all'aria aperta (che per le persone anziane è qualcosa anche di terapeutico), ma non allo stop della produzione industriale, almeno nei settori non strategici.

Per cui, metrò piene, bene.
Gente in giro, anche da sola, male.
E' giusto un mese dalla scoperta del paziente uno, a Codogno e in questo mese abbiamo visto di tutto: dall'isteria iniziale, alla rilassatezza del primo fine settimana, quando sembrava che, sì è una influenza, ma Milano non si chiude ..

Il governo, che ha tagliato fuori il Parlamento, ha fatto più decreti per chiudere, un pochetto alla volta, le attività, senza dar fastidio a Confindustria, chiudiamo tutto ma con giudizio.
Peccato che poi ci siano solo raccomandazioni sui posti di lavoro (non vi preoccupate, l'esercito non controllerà se dentro le aziende avete tutti mascherine e lavoriate in condizioni sicure).

E ora, finalmente, siamo arrivate al "vogliamo i colonnelli", l'esercito, lo statevene a casa, ma che uscite a fare? Oltre alle sanzioni penali, si rischia oggi anche la gogna.

C'è ansia di avere subito dei numeri belli da sbandierare al paese: peccato che i contagi di questa settimana siano legati anche al mancato blocco della scorsa settimana, quando era quasi tutto aperto.

Non mi piace il clima d'allarme lanciato ieri dai presidenti di regione, la proposta di altre chiusure dei supermercati (che sta causando l'assalto ai super di queste ore) e alle attività all'aperto.
Le fabbriche devono rimanere aperte? Allora tirate fuori mascherine, tamponi e ripristinate le corse dei mezzi pubblici che sono state tolte.
E vale lo stesso per farmacie, logistica, ospedali.
Chi lavora va messo in sicurezza.

Lo dice in termini più chiari Gilioli sul suo blog
La realtà è semplicemente quella di cui sopra: non si può chiedere alla gente di restare a casa e poi mandarla ad affollarsi sui treni dei pendolari o sui mezzi pubblici. Non si può. È incoerente, paradossale, farsesco. E, senza drammatizzare, un po' omicida, se non stragista.Chiudete le fabbriche e gli uffici, cazzo.

PS: volete spaventarvi veramente?
AIFA ha lanciato l'allarme sulla produzione dei farmaci, oggi in mano alle multinazionali private.
In situazioni di emergenza i governi (e l'Europa) potrebbe dire alle aziende che, avendo già fatto abbastanza profitti, potrebbero non dover più rispettare i brevetti e produrre in casa quello che serve.
L'Europa e l'Italia sono pronti a questo passo? 

19 marzo 2020

Il nodo al fazzoletto (anche in tempi di virus)

Anche in tempi di corona virus, che ci sta cambiando la vita, non ci dobbiamo dimenticare dei tanti nodi al fazzoletto che ci siamo fatti, per non dimenticare la nostra storia.

Questa settimana è cominciata col ricordo della strage di via Fani, l'eccidio della scorta del presidente Aldo Moro il 16 marzo 1978.


Ieri era l'anniversario della morte di Fausto e Iaio: due ragazzi milanesi uccisi la sera del 18 marzo 1978 in zona Casoretto, pochi giorni dopo via Fani, da un killer rimasto ignoto.
Un delitto con tante zone d'ombra e sinistri collegamenti con quanto stava succedendo a Roma, col rapimento di Moro da parte delle BR. 
Poi succede quello che deve succedere.Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.E se vai a dire all'onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.[La famosa teoria dei cerchi concentrici di Corrado Guerzoni, collaboratore di Aldo Moro]
Due ragazzi con tanti sogni che non hanno potuto realizzare.


Il giuslavorista Marco Biagi fu ucciso a Bologna, mentre tornava a casa, il 19 marzo 2002 dalle nuove BR (del nucleo costituitosi attorno a Nadia Lioce). Fu ucciso per colpire quello Stato che non deve funzionare, quello Stato che non deve cercare di far funzionare bene le cose nel mondo del lavoro. Ucciso perché lo Stato si abbatte.
Si rammaricava, in una lettea scritta ai collaboratori dell'allora ministro del lavoro Sacconi, per la scorta che gli era stata tolta
“La politica ha prevalso e non ci resta che accettare i risultati pur nella certezza di aver fatto tutto il possibile per evitare lo scontro. Cominciano tristi conseguenze per me in quanto alcuni colleghi con vari pretesti stanno prendendo le distanze. Eppure, con riserve sulle decisioni adottate, ho un senso di profonda lealtà nei confronti di Maroni e Sacconi, mi sentirei un vigliacco a stare dalla parte di Cofferati, dove si adagia la maggior parte dei giuslavoristi per conformismo e tranquillità personale.Ti ho scritto queste cose perché tu sai quanto, nella nostra materia costano certe scelte. Quanto costa stare dalla parte del progresso anche quando non è capiti”.


Guido Galli è un altra vittima del terrorismo, ucciso nei corridoi della Statale di Milano il 19 marzo 1980, al termine di una lezione da un commando di Prima Linea. Da magistrato aveva seguito inchieste importanti sul terrorismo rosso.  
Col suo lavoro rendeva credibile lo Stato che i terroristi rifiutavano, lo avevano pure scritto nella rivendicazione: Galli "apparteneva alla frazione riformista e garantista della magistratura" colpevole di aver ricostruito "l’Ufficio Istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente".

18 marzo 2020

Serve pazienza (per uscirne)

Complice il bombardamento mediatico sul corona virus (si parla solo di quello, quante morti, quanti contagiati), oggi si stanno tutti domandando, ma quando arriverà il picco? E poi, perché non si fanno i tamponi a tutti?

Tutta questa overdose di informazione porta a questo risultato: da direttori tecnici della nazionale stiamo diventando tutti virologi e immunologi.
Le domande sono lecite, semplicemente sono le risposte ad essere complicate.
Partiamo dal discorso del picco: le misure di contenimento sono state date proprio per evitare i contagi, diminuire le infezioni e, se tutto va bene, allungare più in là il picco, altrimenti, se arrivasse ora, potremmo mandare al collasso il sistema sanitario.
Possiamo solo fare delle previsioni che, per loro natura, sono solo stime.
Serve molta pazienza oggi.

Secondo, i tamponi: non ci sono tamponi per tutti e, soprattutto, un tampone negativo oggi potrebbe diventare positivo domani.
Per questo l'importante è che il tampone sia fatto sulle persone che hanno dei sintomi e sugli operatori sanitari, medici..
Sono queste le persone più esposte e che, assieme a quanti devono continuare a lavorare, dobbiamo proteggere a qualunque costo.

Tutte queste cose le ho ascoltate stamattina su Radio Popolare che dedica al corona virus parte dello spazio mattutino: seguitela anche voi, molto meglio di molti talk.

17 marzo 2020

Polemiche inutili

E per fortuna che dovremmo essere tutti uniti, fare fronte comune all'emergenza per il corona virus.
Prima lo scontro da parte delle regioni del nord quando il governo voleva fare la zona rossa.
Poi lo scontro con la protezione civile sulle mascherine, che non erano quelle giuste.
Poi lo scontro perché la protezione civile non fornisce le forniture alla Lombardia per l'ospedale da campo che Bertolaso deve realizzare.

Tutte le critiche, per cercare di gestire al meglio l'emergenza corona virus, sono benvolute.
Ma le polemiche sterili non servono a niente.
Come non servono a niente le interviste polemiche da parte di leader dell'opposizione  interna ed esterna.

Mancano le mascherine, per gli infermieri, per i medici e per tutte le persone costrette a rimanere a contatto con gli altri.
Avremmo potuto pensarci a gennaio, in modo centralizzato, non facendo muovere le regioni e gli enti locali a macchia di leopardo (la regione, i comuni ..)

Mancano i posti per la rianimazione e ora tutti vogliono allestire nuovi posti, si raccolgono fondi dagli italiani per finanziare ospedali privati, altri italiani facoltosi donano milioni per l'ospedale da campo in Fiera.
Tutto bello, specie dopo anni di tagli alla sanità, dopo anni di condoni, di gestione clientelare al nord come al sud delle nomine nelle ASL.

State a casa, state a casa, ci ripetono: ma poi se chi deve lavorare (nelle industrie, nei supermercati, nelle forze dell'ordine, nelle farmacie, negli ospedali, negli uffici aperti al pubblico) non è messo in condizioni di sicurezza, è tutto inutile.
Non posso pensare che, anche come Europa, non si riesca a dotare tutti i paesi, almeno quelli più in crisi come l'Italia, di tutto il materiale che serve.

PS: dopo Crozza, Presadiretta, pure la programmazione di Blob è stata sospesa.
Sempre più soli.

16 marzo 2020

La democrazia opaca - il rapimento Moro e gli altri misteri

La strage di Portella, la bomba di Milano alla banca dell'Agricoltura, i mandanti della bomba alla stazione di Bologna, le bugie sul rapimento del presidente Moro e sulla sua prigionia...
La nostra democrazia è lastricata di misteri, zone d'ombra, segreti che ancora oggi ne condizionano l'esistenza (pensate alla stagione delle stragi di mafia del 1992-93 e alla trattativa tra pezzi dello stato e la mafia) o quanto meno rendono incompleta la conoscenza della storia.

La storia del rapimento dell'onorevole Aldo Moro, quella mattina del 16 marzo 1978 da parte delle Brigate Rosse, è uno di questi misteri che rendono la nostra democrazia, le nostre istituzioni opache, piene di zone d'ombra, col sospetto che siano ancora vittime di ricatti e segreti.

La ricostruzione che è passata alla storia, su come siano andate le cose quella mattina in via Fani a Roma, si basa principalmente sulle dichiarazione dei due brigatisti Morucci e Moretti: le Brigate Rosse hanno fatto tutto da sole, hanno rapito Moro, hanno portato avanti una trattativa con lo Stato attraverso i comunicati e, di fronte all'impossibilità di arrivare ad un accordo (la liberazione di altri terroristi), hanno ucciso l'ostaggio.
Sempre da soli, sempre senza nessun suggeritore esterno.

Tutto da soli la strage, in via Fani: 90 secondi di azione in cui sono stati neutralizzati i cinque agenti della scorta, dove sono stati sparati più di 90 colpi di cui la metà da un singolo mitra.
E già qui ci sono delle cose che non tornano: nessuno dei brigatisti aveva esperienze militari, sapeva sparare bene e poi, dichiarazioni sempre delle BR, i mitra di Morucci si sarebbe pure inceppato.
C'era un altro killer nel commando, per questo l'uso delle divise, per riconoscersi tra loro?

Tutto da soli anche nella gestione dell'ostaggio: un covo in via Gradoli, fatto scoprire dalle BR stesse e un altro, quello dove era tenuto Moro, in via Montalcini.
Quello di via Gradoli in uno stabile dove il Sisde era proprietario di altri appartamenti.
Quello in via Montalcini, con la prigione del popolo di pochi metri quadrati dove Moro non avrebbe potuto nemmeno camminare (eppure sotto le sue scarpe furono trovate tracce di residui bituminosi).
Dopo la decisione di uccidere Moro, le BR avrebbero poi attraversato Roma per lasciare la Renault 4 in via Caetani: avrebbero cioè (ed è la ricostruzione ufficiale a dirlo) attraversato Roma con un cadavere a bordo, su un'auto rubata. Roma in quei giorni era blindata, piena di posti di blocco.

Tante cose non tornano, già a questo punto: sul rapimento, la storia del falso comunicato numero sette (stampato da una macchina di prorietà del Siste e poi finito nelle disponibilità di un criminale legato alla Magliana come Toni Chicchiarelli), la consegna del cadavere.
E poi ancora: le borse di Moro scomparse, la mini Clubman con la targa dei servizi a fianco alla 128 di Moretti, la presenza quella mattina del colonnello Guglielmi del Sismi, sul luogo del massacro.

Quanti segreti, quante bugie sono state dette agli italiani, magari tirando in ballo una ragione di stato?
Perché le BR non hanno pubblicato tutto quanto avevano raccolto dagli interrogatori di Moro?
Finché non spazzeremo via queste ombre, non saremo mai al sicuro dal ritorno di certi fantasmi del nostro passato.

Alcuni miei post che avevo pubblicato per il quarantennale

- Aldo Moro, cosa rimane 40 anni dopo
- Genesi del delitto Moro
- Aldo Moro – la seconda parte: il rapimento e la prigionia
- Aldo Moro – la terza parte: che fine hanno fatto i protagonisti

Alcuni spunti per delle letture sul rapimento e la morte del presidente Moro

15 marzo 2020

La notte della svastica, di Katherine Burdekin


Il cavaliere di volse verso la cappella del Sacro Hitler – che in questa chiesa si trovava nel braccio ovest della Svastica – e, con i soliti rumorosi accordi d'organo e il prolungato rullare dei tamburi sacri, il Credo ebbe inizio. Hermann stava seduto nella cappella Goebbels, nel braccio nord, da dove poteva osservare in santa pace quel bel ragazzo dai capelli lunghi chiari e setosi, che cantava gli assolo. Ma adesso doveva voltarsi pure lui, verso Occidente, come il Cavaliere.

Cappella Goebbels .. chiesa a forma di Svastica .. un ragazzo che osserva con piacere un ragazzino coi capelli biondi …
E' straniante sin dall'inizio questo romanzo distopico che ci racconta di un mondo futuro, settecento anni dopo la fine della seconda guerra mondiale (la guerra dei vent'anni), dove tutto il globo è orma sotto il controllo dei due imperi, quello germanico e quello nipponico.
Nella Germania e nel mondo il nazismo ha vinto, trasformandosi non più solo in un regime, ma in una religione costruita attorno al culto del sacro Hitler, il Dio Tonitruante, nato dallo scoppio di una bomba, coraggioso e imponente, che ha sconfitto tutte le altre nazioni, barbare e incolte.

Amo i romanzi come questo, che usano questi scenari futuristici come monito per i tempi presenti: romanzi come quelli di Bradbury e il suo “Fahrenheit 451, Orwell e il suo celebre “1984”, fino a Philip Dick e “La svastica sul sole”.
Questo romanzo però, La notte della svastica della scrittrice inglese Katharine Burdekin, ha qualcosa di unico: è stato scritto nel 1937, ben prima di Orwell e di Bradbury, e ben prima del patto d'acciaio tra Giappone e Germania.
I due imperi che si sono divisi il mondo e che si fronteggiano in una situazione di tensione transitoria che non sfocerà mai in una guerra per un motivo che capiremo leggendo il racconto.

Ci troviamo all'interno di una generazione maschilista, dove le donne sono considerate solo come oggetti, come animali da riproduzione, rasate a zero e con vestiti da uomini, private del tutto delle loro libertà e del loro aspetto femminile.

Le leggi della società hitleriana:
Come una donna è superiore ad un verme, 
Così un uomo è superiore a una donna. 
Come una donna è superiore a un verme, 
Così un verme è superiore ad un cristiano.

Private anche dei loro figli maschi che, al terzo mese, sono loro strappati in modo da crescere solo coi maschi, nel culto del dio Hitler, per diventare buoni soldati, buoni contadini, buoni tecnici forse.
Hermann è uno di questi, fattore presso il Cavaliere, una sorta di sacerdote di questa società, destinato ad una vita uguale a milioni di altre, prendersi una donna, fare figli (ma senza dover metter su famiglia, perché in questa società si è perso pure l'uso dei cognomi) e lavorare.

Fino all'incontro con Alfred, un ragazzo inglese più grande di lui, conosciuto durante una vacanza in Inghilterra, che gli confida il suo scetticismo nei confronti della sua religione, della superiorità del sangue tedesco, del culto di Hitler, che ha assoggettato tutte le altre nazioni che erano prive di civiltà.

Come si è arrivati a questo mondo?
Cancellando i libri, cancellando la storia, rendendo le persone incolte, incapaci di leggere (che bisogno c'è se tutte le cose da sapere sono quelle del culto insegnati dai sacri cavalieri), togliendo alle donne poco alla volta le loro libertà, il “ridimensionamento delle donne” che le ha trasformato oggi in quegli esseri considerati peggio degli animali da compagnia.
.. Noi tedeschi abbiamo ridotto le donne in una condizione nella quale, con tutta la buona volontà, non potranno perseverare: le abbiamo ridotte al minimo comune denominatore, allo stato puramente animale; e il risultato è che la razza è ormai prossima all'estinzione. Gli uomini si suicidano, ma in compenso di donne – la cui disperazione è tutta inconscia – non ne nascono più.”

Ma c'è una persona che ha conservato una stilla della memoria del passato, di cos'era il mondo una volta, che ha davanti a sé il destino di quel mondo destinato sfasciarsi da solo.
Si tratta del Cavaliere van Hess, che confiderà proprio a Alfred e a Hermann il suo segreto, “la maledizione della conoscenza”.
Che si appoggia su una foto, di un giovane Hitler, uomo e non più Dio e di un libro, scritto centinaia di anni prima e tramandato di padre in figlio, con un giuramento di custodirlo a qualunque costo.

Straniante ma anche molto lucido, questo romanzo distopico racconta uno degli aspetti del nazismo poco noti, almeno alla fine degli anni '30: il suo legame con l'esoterismo e il suo voler considerarsi una religione, costruendo un culto attorno alla figura di Hitler (alto e imponente) di cui erano state requisite tutte le foto, affinché non esistesse in terra alcuna sua immagine.
Una religione violenta e asessuale (un tema che tornerà anche in 1984), in una società dove le donne sono segregate in quartieri, dove gli uomini entrano solo per soddisfare i loro bisogni (e dove nessuno trova niente di strano nell'omosessualità), destinata all'estinzione per l nascita di sempre meno bambine, considerate una sfortuna..

A Alfred e al povero Hermann (per la sua incapacità nel comprendere fino in fondo tutte le rivelazioni che gli arrivano) il compito di preservare il libro e far crescere la pianta della ribellione, perché un giorno le donne tornino ad essere consapevoli della loro forza e non più sottomesse.
Ma è ancora possibile salvare l'uomo? E' ancora possibile tornare ad una società non governata da una religione basata su menzogne, dove le persone abbiamo consapevolezza della storia passata, riportare in via la cultura, la musica (non la superficiale riproduzione di note, ma la capacità di creare musica), l'arte?
E quanto ci vorrà per ridare dignità e il rispetto per sé stesse alle donne?

La notte della Svastica lascia tutto aperto, sospeso: non è un romanzo d'azione di cui può aver senso raccontare una trama. Gran parte del libro è dedicata alle discussioni tra i protagonisti, il Cavaliere che ha portato con sé il seme della storia con Alfred e poi, in seguito, di Alfred col capo della setta dei cristiani, Joseph. Anche il cristianesimo, come la storia e tutto il passato, ha perso il suo valore e significato, tramutandosi in un cieco fanatismo con un tratto in comune col nazismo, ovvero la donna vista solo come funzione, il “nido dell'uccello” dove deporre le uova.

Come potrebbe essere un mondo governato dalla superstizione, dal fanatismo religioso costruito attorno a delle menzogne, un mondo in cui si è cancellata la storia, il passato, il tramandare della cultura? Tutto questo ce lo racconta questa scrittrice inglese: il mondo che sarà sarà un ritorno al feudalesimo, senza nuove rivoluzioni tecnologiche, senza speranza di sopravvivere.

La scheda del libro sul sito di Sellerio
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

13 marzo 2020

Quello a cui dovremo fare a meno

Giorni difficili, per noi, per colpa del coronavirus.
Dovremo fare a meno dell'aiuto della BCE così come dovremo fare a meno dell'aiuto e della solidarietà dell'Europa.
Nonostante il partito della troika e del fondo salva stati abbia ancora molti estimatori.
Dovremo fare a meno di negozi, dei bar, dei ristoranti. E perfino dei cantieri per opere indispensabili, nonostante in molti ritirino fuori la storiella dei cantieri con cui far ripartire il paese (quali? Con quali norme?)

Dovremo stare a casa e rinunciare a parte delle nostre libertà, perché è l'unica maniera per fermare la crescita dei contagi.
Nonostante il duro lavoro dei medici nelle zone maggiormente colpite dal virus: ricordiamocene quando sentiremo qualche politico e qualche presunto esperto di economia parlarci della bontà dei tagli alla spesa pubblica (senza spiegare come e dove), della necessità di razionalizzare i posti letti e chiudere gli ospedali.

A Milano, ex patria degli aperitivi (ve lo ricordate ancora l'invito di Sala nemmeno due settimane fa?) pensano di allestire un nuovo spazio per la rianimazione nei padiglioni della Fiera.
A patto che ci siano operatori (quelli che mancano anche per colpa del numero chiuso, del precariato negli ospedali) e dei respiratori.

Mancano le mascherine, introvabili, mancano dispositivi (ventilatori, respiratori, elettrocardiografi): alcuni li produrremo noi, altri li compreremo passando per Consip.
Ad averci pensato prima (a gennaio, quando osservavamo la situazione in Cina), certo, ma a fare ragionamenti col senno di poi siamo bravi tutti.

Purtroppo in questo momento non possiamo fare a meno delle donazioni, alcune generose, altre magari più forme di pubblicità (ma sono io che penso male) da parte di vip e gente comune.
Peccato che con le donazioni i soldi non arrivino proprio alle strutture che ne avrebbero maggiore bisogno, ma a strutture private (vedi Briatore e la donazione al San Raffaele) già ben sovvenzionate dalle regioni, cioè noi.
Peccato che la forma migliore per finanziare la sanità (come anche l'istruzione) sia il pagare le tasse, tutti, in proporzione al reddito.
Perché quello che è intollerabile, oggi, non sono solo quelli che scappano dal nord (reazione umana tra l'altro). Ma quelli che le tasse non le pagano, quelli che trovano tutti i modi per sfuggire al fisco.

Anche di questo, degli evasori, delle clientele nella sanità (e qui in Lombardia ne sappiamo qualcosa), ricordiamocene quando tutto sarà finito.

Aggiornamento: devo fare rettifica di quanto scritto, relativamente all'Europa che ci darà flessibilità che serve e la possibilità di aiuti di Stato.
Nella speranza che non ce la faccia pagare poi

12 marzo 2020

La nostra sicurezza

Chi l'avrebbe mai detto che la nostra sicurezza sarebbe stata messa in pericolo non dai terroristi islamici (che pure dobbiamo temere), non dagli immigrati che ci invadono (nei sogni dei sovranisti) e nemmeno dai perfidi buonisti delle ONG.
Ma da un virus arrivato da lontano che qui sta ben attecchendo grazie a tagli alla sanità e alla ricerca.
E grazie anche ad una certa sottovalutazione del rischio: non parlo delle prime settimane dopo il caso 1, quando siamo passati dal tentativo di strage all'aprite tutto a Milano.
Parlo delle settimane prima, quando discutevamo di tante schiocchezze, osservando il governo cinese militarizzare una città.

E ora, dopo tutto questo tempo, vogliamo fare il lavoro agile, le lezioni online, tirando in ballo la disciplina e il senso di responsabilità degli italiani, come ha fatto ieri Conte.

Stiamo gestendo questa emergenza procedendo per tentativi e cercando di conciliare più interessi: tutti a casa ma anche no (le imprese e chi non può fare smart work, no), tutto chiuso ma anche no.
Tutti eroi ma anche no.

A proposito di sicurezza e tagli alla sanità pubblica, ho trovato un interessante articolo pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano di Gianni Barbacetto: Pandemia da Covid: il pubblico paga, il privato guadagna
Gli ospedali privati dicono: stiamo lavorando per l’emergenza coronavirus al pari degli ospedali pubblici. È vero, ripetono i medici e gli infermieri delle strutture private che si stanno prodigando per i pazienti in questo momento di crisi. Eppure c’è qualcosa che non va, se all’ospedale San Matteo di Pavia (pubblico) arrivano le ambulanze rifiutate dall’Humanitas di Rozzano (privata). Ci ha provato Milena Gabanelli a porre il problema, con un tweet: “La sanità lombarda ha da tempo messo pubblico e privato sullo stesso piano. Allora perché i privati non si dividono posti letto e terapie intensive con gli ospedali pubblici evitando di farli collassare e costringerli a rimandare anche gli interventi oncologici?”. Le hanno risposto che circa un terzo dei nuovi posti di terapia intensiva in Lombardia è fornito dai privati. Ma la sproporzione pubblico-privato è enorme. Il San Raffaele ha riservato solo quattro letti di terapia intensiva per pazienti positivi al Codiv-19. L’Humanitas zero: ha soltanto accolto pazienti da ospedali pubblici perché questi possano occuparsi meglio dei malati da coronavirus. 
Il peso dell’emergenza è quasi tutto sulle spalle della sanità pubblica, con una sproporzione evidente tra quanto il privato dà oggi all’emergenza e quanto negli anni ha preso dalle risorse pubbliche. La verità è semplice: la sanità privata opera prevalentemente sulle prestazioni remunerative. Le malattie infettive non lo sono, dunque in quel settore i privati non ci sono. Più in generale: la Regione Lombardia ha spostato negli ultimi dieci anni un gran numero di posti letto dal pubblico al privato e oggi non li ha più a disposizione per offrire quelle cure che sarebbero necessarie e che solo il pubblico riesce a dare. Se l’assessore lombardo alla sanità Giulio Gallera fosse meno sensibile alle telecamere e agli interessi della sanità privata, chiederebbe a questa, oggi, un impegno pari a quello della sanità pubblica, fino a requisire, se necessario, i posti letto necessari all’emergenza.